31 luglio 2007

Lascio da innocente

Lascio da innocente, dice Previti.
Ma non lascia il vitalizio.
Berlusconi non lascia Mondadori.
E soprattutto, non è innocente.
L'importtante è che lasci.

Magistratura e politica: vietato indagare


Chi tocca i politici, indagando sui loro misfatti, muore.
Questo, in sintesi, il senso dell'articolo di Massimo Fini, riportato da canisciolti:

È la solita storia. Da noi appena c'è un'indagine su un politico, immediatamente si apre un'inchiesta sul magistrato che l'ha iniziata. È il nuovo Codice di procedura penale italiano. Che non esiste in nessun altro Paese del mondo, civile o incivile, perché in questo modo è impossibile amministrare la giustizia. È una storia che parte nel 1994 dopo che la magistratura osò, per la prima volta, richiamare anche la classe dirigente a quel rispetto della legge cui tutti siamo tenuti. Questa volta, poiché ci sono di mezzo dei pezzi grossi dei Ds, contro il Gip Forleo si sono mossi il Guardasigilli, il Pg della Cassazione, il Capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il presidente del Consiglio e, bipartisan, buona parte della classe politica, la sinistra (con l'eccezione di Di Pietro e Furio Colombo) che deve difendere i suoi, la destra (con l'eccezione di An e Udc) che non può rinnegare un decennio di devastante campagna di delegittimazione della Magistratura in difesa, soprattutto, di Berlusconi.

Poi c'è stata la difesa bipartisan di casta e l'aggressione politica alla Forleo e alla Magistratura. Prodi ha manifestato «solidarietà e sostegno» a D'Alema e Fassino. Il Presidente del Consiglio non può manifestare «solidarietà e sostegno» a degli indagati (perché non lo fà allora, in nome della presunzione di innocenza cui si è appellato, per Corona?). Si sono sentite cose inaudite. Il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi, preannunciando il voto favorevole del suo partito a ripristinare «in toto» l'immunità parlamentare, ha affermato: «Bisogna distinguere sempre fra l'uso politico della giustizia e le indagini di magistrati indipendenti e scrupolosi». E chi è che decide se un magistrato è indipendente? Sandro Bondi? E se ogni volta che viene indagato un politico si accusa il magistrato di «uso politico della giustizia», com'è sempre avvenuto in questi anni, poiché da questo processo alle intenzioni è impossibile difendersi tanto varrebbe dire che gli uomini politici non sono indagabili. Lo stesso vale per l'altro specioso argomento per cui quando un magistrato indaga un politico o un vip è «per farsi pubblicità». Fabrizio Cicchitto, Fi, ha definito i magistrati «mostri incontrollabili» creati dalla sinistra, perché a suo tempo ebbero il torto di indagare il corrottissimo partito cui allora apparteneva, il Psi.
Di tutt'altro segno rispetto all'editoriale di Panebianco, di cui avevo parlato ieri. Che sosteneva l'esatto contrario.
Ognuno è libero di pensarla in modo diverso. Meno di riscrivere la storia a suo piacimento: i politici corrotti del 1992 sono ancora lì a piangere inesistenti persecuzioni.
E' rimasto lì anche il debito pubblico. Invece qualcuno di quei magistrati non c'è più.
Panebianco scrive per il corriere, mentre Fini sul Gazzettino. E anche questo vuol dire qualcosa.

Walker Texas Tosi

Flavio Tosi è il sindaco sceriffo di Verona (dopo la sindaca sceriffa a Milano, la Moratti).
Fautore della linea dura: contro il consumo di volgari panini sulle scale del comune.
Tolleranza zero contro le briciole.

E' lo stesso sindaco che aveva scelto (o comunque non osteggiato) un fascista pregiudicato (con una condanna a 3 mesi di carcere per "istigazione all'odio razziale"), tale Andrea Miglioranzi, all'istituto per la resistenza a Verona.

Lo stesso sindaco che ora dovrà "anticipare" il pagamento del risarcimento di 10 mila euro alla comunità sinti come previsto dalla sentenza della Corte d'Appello di Venezia, dopo la condanna in secondo grado per istigazione all'odio razziale (per aver raccolto firme contro un campo nomadi nel 2001).

Ma fare solo il sindaco?

I moralizzatori


Dice Lorenzo Cesa:
«La vita del parlamentare è dura se fatta seriamente, ricca di impegni fuori casa, con tanti giorni da solo a Roma. Io vado a letto alle 22.30 la sera per fare fronte alle giornate piene di impegni che si susseguono». Una premessa che porta a una proposta che accende altri elementi di polemica in una giornata già calda di suo.
«Questa mattina ho incontrato un alto funzionario della Camera che ha sottolineato il gran parlare dei costi della politica. Invece al parlamentare bisognerebbe dare di più e consentire il ricongiungimento familiare».

Risponde Gian Antonio Stella dal corriere:
"L’ultima frontiera dei privilegi: un’indennità contro le tentazioni".
E l'«indennità tentazioni»? La pensata di Lorenzo Cesa spalanca ai già vezzeggiati politici nostrani nuovi orizzonti. Per evitare che un parlamentare in trasferta a Roma ceda ai pruriti e metta le corna alla moglie con una squillo, come Cosimo Mele, gli italiani si dovrebbero far carico di aumentare il suo stipendio per il «ricongiungimento familiare».
Un’idea, diamogliene atto, fantastica. Che darebbe vita a un frizzante dibattito d’aula. Questo diritto al ricongiungimento, concetto in genere utilizzato per gli immigrati che dopo anni di lavoro in Italia vorrebbero essere raggiunti da moglie e figli rimasti in un’isola delle Filippine o sulla peruviana Cordillera Negra, vale per tutti o solo per chi ha la famiglia che abita oltre Viterbo e Frosinone? Vale per le mogli regolarmente sposate o anche per le compagne more uxorio? Possono bastare altri 4.190 euro (4.678 a Palazzo Madama) come quelli dati per stipendiare i portaborse o sono pochi? È dura, vivere a Roma! Chi potrebbe mai negare a queste spose e conviventi (per i parlamentari iDico ci sono già) deportate nella capitale un appartamento in cui vivere dignitosamente in centro storico? Mobili e lampadari su misura dei propri gusti? L’abbonamento a Sky per le lunghe giornate di seduta assembleare? I viaggi in treno o in aereo anche, eventualmente, per la diletta prole? Una domestica per dare una mano in casa, un reparto di pronto intervento elettro-idraulico per i guasti, una baby-sitter per i pargoletti, una tessera per andare al cinema gratis?


Perchè stupirci?
Ex democristiano, ora UDC, già passato alle cronache per storie di tangenti e corruzione.
Dal family day al famolo dai.
Io non mi scandalizzo. Ho visto di peggio: politici condannati per mafia diventati senatori a vita. Onorevoli condannati per corruzione, latitanti, e ora riportati come esempio di politiche liberali.

Mele non mi fa più schifo di Berlusconi, Andreotti, Craxi, Previti (oggi si vota, ma scommettete che gli lasciano la cadrega), Dell'Utri ....

30 luglio 2007

Il silenzio della politica

Ogni tanto ritornano. I picconatori dei magistrati e i revisionisti della stagione di "Mani pulite". Come Angelo Panebianco, sul corriere.
" la politica non è stata ancora capace di trovare, sul piano istituzionale come su quello simbolico, le risorse necessarie per riportare a fisiologica normalità i rapporti fra potere giudiziario e poteri rappresentativi. Questa incapacità della classe politica non è dipesa da una sua generica e presunta «debolezza» ma dal fatto che essa è sempre stata profondamente divisa sul che fare."

La colpa non è dei politici corrotti, collusi con la mafia o in associazione.La colpa è delle procure che indagano su di questi.
Nel 1992, la magistrature fece solo il suo dovere. E i partiti politici, alcuni, non poterono, come in passato, far finta che non fosse successo nulla.
La gente aspettava Bottino Craxi (il latitante) sotto l'Hotel Raphael per sbeffeggiarlo.
I giovani di AN gridavano ad Andreotti che gli avrebbero fatto loro il giusto processo.
I leghisti, poi cavalcarno l'onda, col cappio sventolato in aula.
Tutti impazziti, allora?
Vogliano ricordarci che, a cusa della corruzione nel sistema dei partiti (anche nel PCI PDS), l'Italia rischiava di rimanere fuori dall'Europa, causa il suo debito pubblico?
Vogliamo ricordarci di Poggiolini, De Lorenzo, De Michelis, Gava, Craxi ..????

"Il Pds, poi Ds, divenne il «partito delle procure», la lobby parlamentare più sicura e affidabile su cui i gruppi di magistrati più attivi potessero contare al fine di impedire interventi non graditi del potere politico. Non c'è nulla di strano, sia chiaro. La politica è fatta di convenienze e ai Ds conveniva (o così a loro sembrava) essere schierati con la rivoluzione giudiziaria e i suoi protagonisti."
Come spiega Panebianco, allora, le leggi fatte dall'Ulivo, prima del secondo governo Berlusconi (pentiti, patteggiamento allargato, giusto processo, il 41 bis che viene revocato a centinaia di mafiosi), contro l'azione della magistratura?
Come spiega il fatto che, oggi, le leggi vergogna non vengano tolte?

"Oppure si prenda il caso della famosa (e irraggiungibile) separazione delle carriere. In privato, non c'è quasi nessuno, anche a sinistra, che non ne riconosca la decenza, prima ancora che la coerenza con la deontologia della democrazia liberale."
In quali stati esiste la separazione delle carriere?
La risposta la da Travaglio nel libro "La scomparsa dei fatti". Esiste nelle democrazie sudamericane e in Portogallo.Non in molti stati europei. Come la mettiamo con questo pensiero liberale?

Il problema non sono i magistrati che entrano nella scena politica, ma i politici che entrano nella scena criminale.
Come possiamo permetterci degli indagati dei condannati al Parlamento?
Il problema non sono i silenzi sulla stagione del 92 ... ma sono le troppe balle.

Chi può legiferare?

Chi si droga non può legiferare, afferma Luca Volontè, Udc: Cosimo Mele non solo si deve dimettere dall'UDC, ma anche come Parlamentare.
Il deputato dell'UDC ha ammesso di aver trascorso la notte (in un festino) con la prostituta che poi si è sentita male.
L'ammissione di colpa non basta:
«Mele ha determinato un gravissimo danno di immagine e di credibilità al partito e al gruppo dell’Udc e politicamente non ha scusanti» dice Maurizio Ronconi, vicepresidente dei deputati Udc.
Mele rovina l'immagine del partito, non i Cuffaro, i Mannino, i Saverio Romano ....

Dure critiche anche da Luca Volontè, Udc: «Chi si droga non può legiferare, chi è complice dello sfruttamento della prostituzione non può parlare di famiglia, figli, diritti umani».
Strano, niente incontri di amore mercenario. Altrimenti si rovina l'immagine del partito.
Si invece a rapporti con mafiosi.
Per legiferare in Italia, meglio mafiosi che puttanieri.

Da chi ha preso i soldi Berlusconi?

Ecco una storia di cattivo giornalismo. E non solo.
Il teste del tribunale di Palermo e consulente della Procura antimafia, Francesco Giuffrida, ha ritrattato la sua dichiarazione, resa davanti ai giudici, dove parlava della provenienza dei soldi di Berlusconi.
Parliamo di 113 miliardi di lire.

Giuffrida ha ha “raggiunto un accordo transattivo” con la stessa Fininvest (senza avvisare i suoi avvocati) nella causa civile per danni che il gruppo Berlusconi gli aveva intentato lo scorso anno. Giuffrida ritratta e Fininvest ritira l'accusa.

Ed ecco partire le trombe del cavaliere:
"Quella perizia di nascondere la notizia che riabilita Berlusconi " Il giornale
"SU SILVIO UN MUCCHIO DI BALLE " scrive Libero.
"Quel partito di Giuffrida che ha ispirato libri e show " sempre il Giornale (firmato redazione?)
"Vi sentite tutelati in uno Stato dove ogni governo stravolge l'operato dell'esecutivo precedente?" questa volta è la Stampa a parlare della fine del travaglio di Berlusconi, riportando un lungo articolo di Paragone.

Puff, ed ecco spariti Mangano stalliere mafioso ad Arcore. Dell'Utri condannato per mafia.
Berlusconi innocente. Berlusconi perseguitato. Berlusconi santo subito.

Eppure non è così. Se non avesse dalla sua giornali e televisioni (con annessi presunti giornalisti) la palla non uscirebbe così gonfiata. Lo spiega Marco Travaglio, in articolo sull'Unità e riportato sul suo sito.
Riporto dal suo articolo:

Dalla smentita di Giuffrida emergerebbe che Berlusconi ha dato i soldi a Berlusconi. Nessun sospetto di capitali mafiosi.

Ora Giuffrida dovrà spiegare quali fatti nuovi (non indicati nella transazione firmata venerdì) l’abbiano indotto al clamoroso voltafaccia. In caso contrario, spetterà eventualmente alla magistratura accertare quando il consulente abbia mentito: se al processo Dell’Utri (sotto giuramento) o nella transazione con la Fininvest. E, soprattutto, perché.

Su un punto i berluscones hanno ragione: questa storia delle origini misteriose dei capitali Fininvest si trascina da troppo tempo. Ma chi meglio del titolare, cioè di Silvio Berlusconi, potrebbe fare piena luce? L’occasione d’oro gli si presenta il 26 novembre 2002, quando il Tribunale di Palermo che processa Dell’Utri gli rende visita a domicilio a Palazzo Chigi, con gran seguito di pm, avvocati e consulenti, per interrogarlo in veste di indagato di reato connesso. Ma lui, invece di chiarire una volta per tutte dove ha preso quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere.

Perchè Giuffrida avrebbe ritrattato, allora? Travaglio conclude così:

PS. La Corte d’appello di Milano ha appena condannato a 2 anni Dell’Utri per tentata estorsione mafiosa insieme al capomafia di Trapani Vincenzo Virga ai danni dell’imprenditore Garraffa, che rifiutava di pagare un credito non dovuto di 750 milioni, per giunta in nero. Poco prima di mandargli il boss, Dell’Utri lo avrebbe avvertito con queste parole: “Abbiamo uomini e mezzi capaci di farle cambiare idea”. Così, a puro titolo di cronaca.
29 Luglio 2007 L'Unità

29 luglio 2007

A che punto è la notte?

Il paese brucia. Il bilancio sale a 3 morti per gli incendi in Puglia.
Il morto al giorno sul lavoro (siamo a quota 603!!)
ci ricorda, se mai ne avessimo bisogno, dello stato di sicurezza nel mondo del lavoro.
Eppure, saranno proprio quei lavoratori, specie quelli nel mondo dell'industria, chiamati a sanare lo stato di salute della nostra economia.
Come ci ammonisce l'Unione Europea.
Tanto attenta ai nostri conti e, forse, un po' meno, a dove finiscono i finanziamenti a pioggia dati alle regioni del sud. Che fine fanno? Boh?

Sindacati e sinistra protestano contro il protocollo sul welfare e l'accordo sulle pensioni: che non blocca la reiterazione del lavoro temporaneo. Un aspetto della legge 30 che bisognava superare. Non è un caso se, su questo accordo, Confindustria ha mostrato entusiasmo, i sindacati meno.
E che dire della decontribuzione salariale sugli straordinari? Anche questa avrà un costo, tutto a vantaggio delle imprese e ai danni dello stato.
Il senatore Cesare Salvi si chiede “su questo punto i custodi dei conti non hanno niente da dire”?

Martedì a Montecitorio si deciderà sulla decadenza di Previti come deputato. E forse lo stesso giorno la Giunta deciderà sulle intercettazioni ai danni dei DS Fassino e D'Alema. Un record, visto che di Previti è da un anno che se ne discute, mentre Giovanardi e la sua giunta dovrebbe decidere in pochi giorni.
Attualmente, per la cronaca, sta discutendo su un caso di insindacabilità in un procedimento penale a carico di Gasparri, risalente al 2005.

Far cadere i due eventi lo stesso giorno scatena le più italiche dietrologie (perchè a pensar male ci si azzecca). E' sarà uno scambio di ostaggi tra Ds F.I?
La CdL che punta ad oscurare la vicenda di Previti rimestando nel fango delle intercettazioni e sulla vicenda Prodi.
Da una parte il boss che parla di garantismo, dall'altra il suo Giornale lancia titoli come “Guai a chi indaga su Prodi e compagni”.
Nell'Ulivo magari si pensa che così si indebolisce il nascente Partito Democratico.
Ma anche che Bertinotti, di certo, non vorrà passare per essere il primo presidente della camera ad aver cacciato un deputato. Eh, si. Perchè in decenni, dal Parlamento nessuno è stato cacciato. Come si dice “chu futti futti, Montecitorio perdona a tutti”.

Il governo impugna la “tassa del lusso” perchè anticostituzionale: non le cliniche convenzionate in mano alla mafia in Sicilia; non le cliniche convenzionate indagate dalla Finanza in Lombardia. Non la gestione dei rifiuti in Campania: incostituzionale far pagare di più a chi è più ricco.

Concludiamo, a corollario della puntata di W l'Italia diretta dedicata al Petrolchimico di Gela: in provincia di Pescara è stato scoperta la più grande discarica abusiva d'Italia, forse d'Europa. Una discarica che ha inquinato il terreno e le falde.
Per la bonifica bisognerà spendere da 100 a 300 ml di euro. Tutti sapevano, della discarica, ma, in nome del profitto, hanno taciuto.

A che punto è la notte, custode? È buio profondo e non si riescono ad accendere le luci.

Anime nere a cura di Sergio Altieri

Diciotto racconti, diciotto storie nere raccontate da diciotto scrittori diversi. Come diverse sono le ambientazioni storiche e geografiche: dal medioevo dell'epoca delle Crociate di Ben Bastor all'attualità della lotta al terrorismo portata avanti da agenzie più o meno legali. Se diverse sono le storie, lo stesso è l'obiettivo: “Abbiamo incontrato il nemico - disse un grande saggio - e il nemico siamo noi”.
Il vero orrore non è quello dei mostri, del sovrannaturale, dell'immaginario: l'orrore è ciò che ci racconta la cronaca del quotidiano. Il mostro si nasconde non dentro le bare piene di terra sconsacrata, ma è il compagno di lavoro, l'amico, lo sconosciuto che incontri per caso (per strada, per lavoro o in un pellegrinaggio). L'amico di cui ti dovresti fidare e che invece non esita a colpirti, con feroce crudeltà.
I mostri li abbiamo partoriti noi, figli della nostra stessa società, di quelle passate (come dimostra il racconto ai limiti dell'ironia di Claudia Salvatori), da quando si è dimenticati del significato della parola pietà.
Non tutti i racconti si dimostrano all'altezza: alcuni dei racconti di “Anime nere” sono più che bozze o idee di progetti più ampi, finiti nel cassetto. Altri sono storie che, dovendo finire in poche pagine, sono state quasi soffocate.
Tra tutti, emergono i racconti di Ben Pastor (“Arduino e i pellegrini” per la suggestiva ricostruzione storica); sicuramente quello di Sandrone Dazieri (“Tutto il resto è boia”), per il colpo di scena finale e l'idea originale del racconto nel racconto. Infine, per l'attinenza ai temi dell'attualità (servizi segreti, dossieraggi illegali), quello di Stefano di Marino “I lupi muoiono in silenzio”.
“Ci sono questioni .. internazionali che oggi, come vent'anni fa, la Farnesina ritiene più opportuno affidare a collaboratori esterni privati, slegati dai governi. Destra, sinistra che importanza ha?”
“Giusto – annuii – tanto sono tutti uguali, no?”
“Quando si mangia alla greppia della politica internazionale, alla fine non fa differenza. La Ditta, la mia organizzazione ha garantito per anni che bombaroli beduini non mettessero ordigni sui nostri aerei o tagliassero la testa a pacifisti coglioni partiti per le loro crociate e finiti nelle mani dei banditi. Intermediazioni, compromessi .. insomma il Belpaese. E oggi non è molto diverso. Sono solo cambiate le parti cotrattuali. Io sono stato emarginato. Negli ultimi anni, della pulitura delle fogne all'estero si è occupato un nuovo organismo. Qualcosa chiamato il Comando. Contrattuali, ex militari, gente in gamba e molto disinvolta. Gente che forse ha esagerato.”

Per concludere, forse bisognava puntare su meno autori nella raccolta.

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Technorati:

27 luglio 2007

Le brave persone

Aveva insultato i carabinieri «Carabinieri di m... Non mi rompete i c... Invece di arrestare ladri controllate brave persone», dopo che lo avevano fermato per un controllo.

Ora arriva la richiesta di rinvio a giudizio per Corona. La brava persona che ricattava la gente ...

Che tesoro di papa


Il tesoretto benedetto (di Benedetto) nell'inchiesta dell'Espresso.

Si chiama 'Obolo di San Pietro' e indica da oltre 13 secoli le offerte che i fedeli di tutto il mondo spediscono direttamente al pontefice come contributo diretto alla sua missione. Bene, nel 2006 l'obolo è aumentato del 58 per cento per toccare quota 101,9 milioni di dollari. Niente male per un papa che all'inizio del pontificato veniva spesso dipinto come un algido teologo, lontano chissà quanto dal suo gregge.

La realtà è che Benedetto XVI guida una chiesa che finanziariamente scoppia di salute. E dove lo stesso obolo di San Pietro è poco più di una goccia in un mare di soldi gestito con oculatezza, riservatezza e prudentissima divisione in compartimenti stagni. "Noi non rischiamo: in materia economica siamo tradizionalisti", ama dire il cardinale Sergio Sebastiani quando qualcuno, banchiere o giornalista che sia, prova a contestargli un eccessivo amore per i titoli di Stato rispetto alle azioni.

26 luglio 2007

La giostra dei criceti di Antonio Manzini

Una banda di criminali di periferia che ha architettato il colpo grosso ad una banca.
Alcuni impiegati dell'Inps che vengono reclutati in un'operazione "sporca" architettata dal ministero del tesoro per ridurre il deficit dell'Ente e per risolvere il problema delle pensioni.
E sopra, generali dei servizi, ministri, sottosegretari e personaggi oscuri di cui è meglio non sapere il nome.

Questi i personaggi, eterogenei, di questo noir che mescola umorismo nero, azione, e che getta uno sguardo lucido e spietato su una realtà realtà che lega i quartieri periferici di Roma con i palazzi del ministero.
Tutti alla ricerca del colpo grosso, quello che ti sistema una bolta per tutte.
Che ti permette di agganciare il treno che ti porta fuori dallo schifo della tua vita quotidiana.

Ma qualcosa, ai nostri personaggi, andrà storto: una talpa nel gruppo fa saltare il colpo alla banca.
E nella banda scoppia una faida, alla caccia dei doppiogioschisti che ti hanno fatto le scarpe.
L'impiegato rampante, che aveva sperato di poter ricominciare una nuova vita (sulle spalle dei altri), rimarrà invece invischiato nella palude del proprio passato.

In un gioco nel quale l'importante è vincere e far la pelle agli altri, non si rendono conto di essere solo criceti che corrono in una giostra.
Inizia in modo ironico, questo bel thriller di Manzini (coatore del racconto "Il mio tesoro" di Crimini con Niccolò Ammaniti), per poi sprofondare nel noir più duro, alla Lansdale (fatte le debite proporzioni). Un libro che si fa leggere fino in fondo, per vedere chi, dei tanti protagonisti, riuscirà a segnare, almeno una volta, il goal decisivo.

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Technorati:

I principi di Berlusconi

Berlusconi si oppone all'uso delle intercettazioni.
Si indaga sui Ds e sugli scalatori (sebbene D'Alema, Fassino e Latorre non siano indagati), lui che c'entra, direbbe un ingenuo?

Sarebbe un pericoloso precedente: d'ora in avanti altre intercettazioni che riguardano politici e persone indagate, potrebbe venire usate nei processi.
Potrebbero arrivare al processo anche le sue di intercettazioni con Cuffaro.
Ma anche dei boss mafiosi con altri politici dell'UDC.
"Noi - ha spiegato l'altra notte l'ex presidente del Consiglio al termine di una cena con i deputati azzurri - abbiamo dei principi che restano fermi, che sono sempre quelli, indipendentemente dalle persone che sono coinvolte".


Infatti i principi vanno bene finchè si tratta di sputtanare un avversario a mezzo stampa.
Con le sue televisioni e i suoi giornali. Ossia sui tribunali della casa delle libertà.

Settimo, non rubare

Ancora la guardia di finanza in una clinica privata Lombarda. Cliniche private, ma convenzionate dalla regione.

L'ultimo caso, alla clinica S.Siro, dove fatturavano alla regione interventi di platica su degenti sieropositivi.

Le cliniche coinvolte nelle inchieste sono la San Raffaele, S. Siro, Padre Pio, Santa Teresa, San Carlo ...
Tutti nomi di santi, tra l'altro.
Ma non era scritto: settimo, non rubare?

25 luglio 2007

Ricatto allo stato

Brucia la Puglia, la Calabria, poi la Sicilia.
E dall'estero arriva l'allarme turismo
"Belpaese sogno degli stranieri che però scelgono altri posti"
Se nel 92 si mettevano le bombe alle opere d'arte, oggi si punta a distruggere l'industria del turismo.

L'unica su cui può puntare il sud.

25 luglio: il giorno del giudizio

Fazio e Fiorani chiesto il rinvio a giudizio.
Richiesto di processo anche per Consorte e Gnutti, per Antonveneta.
Rinviati a giudizio anche Tanzi e Tonna.
Le intercettazioni dei politici (Fassino D'Alema, Consorte) probabilmente verrano usate nei processi.

Il vertice della finanza, rinviato a giudizio.
Anche 64 anni fa, il 25 luglio, fu un giorno difficile.
Solo di lui, Al Berluscone, non si parla ... ma lui, povernino, è quello che non sa nulla.

W l'Italia diretta: Inquinati

"Si fa presto ad inquinare. Poi però è difficile sanare una situazione di inquinamento".

Siamo a Gela, nel paese del Petrolchimico dell'Eni. Un paese dove acqua, aria e terra sono inquinate.

Si fa presto ad inquinare: negli anni 60, quando è partito l'impianto di estrazione del petrolio, non c'era la cultura ambientale e mancavano anche le tecniche per effettuare i controlli.
L'Eni poteva, con l'arma del ricatto del lavoro, far accettare agli abitanti di Gela (e ai politici), questa situazione: impianti con perdite di petrolio dentro il terreno; residui di lavorazione scaricati direttamente in mare; fumi tossici liberati nell'aria.

O così o ce ne andiamo.
Chi lo spiega, agli abitanti di Gela, che in nome del profitto di impresa, è stato fatto scempio del territorio; non solo negli anni 60, quando forse mancava la cultura. Ma anche negli anni 70, 80, 80 .....

Chi spiega alle madri che il loro figlio nascerà con delle malformazioni congenite (520 bambini su 13020 dal 1991 al 2002; su 770 bambini nati, l'anno scorso, 46 presentavano delle malformazioni), perchè un'azienda dello stato non ha potuto o voluto fare dei controlli?Da 50 anni cosa bevono, mangiano, respirano gli abitanti di Gela?
Ecco i risultati dei controlli:
Mare: mercurio, rame, zinco, arsenico....
Aria: benzene, toluene, isobutano, bisolfuro di metile, trimetilbenzene ...
Terra: nickel, cobalto, zinco ...

E l'acqua che arriva nelle case? Non è potabile, arriva a 35 gradi; non è buona nè per la pasta nè per i panni.E l'acqua delle falde nel sottosuolo è stata inqunata dal Petrolchimico.
Ieri sera non si è parlato solo di Gela. Gela non è un caso isolato: c'è anche Augusta, Priolo, Alessandria. In tutta Italia abbiamo 54 siti da bonificare, ad interesse nazionale.
Sono migliaia, invece, i siti da bonificare, di interesse regionale.
Ieri si è parlato anche dei morti per amianto a Monfalcone: l'ex magistrato Casson che aveva seguito le indagini del Petrolchimico di Marghera raccontava delle difficoltà nel portare avanti le indagini. Perchè le multinazionali schieravano un esercito di avvocati e scienziati in loro difesa."La Montedison non ha dimostrato nessun rispetto per gli operai e per l'ambiente" diceva "operai considerati come carne da macello".


Le aziende del petrolchimico (tra cui anche la Montedison) hanno addirittura sottoscritto un "patto per la segretezza": un accordo a livello europeo per non rivelare all'esterno i risultati delle ricerche su Cvm/Pvc (e sui danni all'ambiente) non fossero resi noti.
Nello studio improvvisato di Gela, Massimo Grasso raccontava la storia del padre, morto per tumore al reparto Clorosoda. L'azieda faceva dei controlli sulla sua salute, dai quali emergeva, ad es. la presenza di mercurio nelle urine.
Ma l'operaio non era messo a corrente.
Per tener buoni gli operai, venivano ruotati nei reparti, di modo che i livelli in esubero poi rientrassero, tenendoli lontano dalle zone inquinanti.Non eravamo negli anni 60, ma in pieni anni 80.
Di cosa stiamo parlando?
Di un'associazione criminale, responsabile di centinaia di morti.
Se dico che i governi che si sono succeduti negli anni, che non hanno visto o voluto vedere, che hanno accettato queste situazioni ..
se dico che questo Stato è uno stato eversivo, terrorista, criminale, divento anch'io un brigatista?


O delle morti di Gela, Marghera, Priolo, .. come al solito, nessuno ha responsabilità?
Domenico Iannacone ha portato alla luce un altro scandalo: quello dell'acqua. Mentre a Gela si soffre la sete, ci sono 3 dighe (costruite con soldi pubblici, e con una guerra di mafia), ricolme di acqua potabile. L'acqua a Gela non manca.

Solo che una serve al Petrolchimico stesso, per le sue produzioni.Le altre non possono fornire acqua al paese, perchè mancano le condutture.
Fa comodo a tanti tenere la gente assetata di un paese, di una regione: al politico perchè può sempre promettere di portare l'acqua potabile.Serve al privato che gestisce la distribuzione con le sue autobotti dell'acqua.
Società private come Sicilacqua o Caltacqua: che si fanno pure pagare la bolletta piena.
Perchè in Sicilia, come in altre regioni, con l'acqua ci si mangia.

Technorati: ,

La politica delle parole

Mentre Veltroni esponeva la sua visione della politica del Partito Democratico ("spallata di innovazione ") a Milano, poche ore prima un operaio moriva in un incidente.

Alla Antibioticos.
A Milano, davanti alla platea dei politici del nord, si parlava di "uno stato più leggero .. dove se uno deve aprire un'impresa non è visto come un problema, ma come un'opportunità" (dal TG3 regionale della Lombardia).
Ecco: come coniugare, non a parole, le tutele dei lavoratori (in termini di sicurezza, precarietà) con le richieste delle imprese che vedono, proprio in queste tutele, dei vincoli?

Un'ultima cosa: Formigoni e Moratti chiedono conto al governo sul futuro di Malpensa.Niente Malpensa, niente investimenti da Roma. Niente progetti per altre infrastrutture.
Ecco qual'è il problema. Dov'era la regione il comune e la provincia quando sono stati lasciati a casa gli operai di Arese?
Sono stanto di una politica delle belle parole: stato più snello, ma come?
Più giustizia sociale, ma come?
Qual'è l'approccio innovativo che la sinistra dovrebbe tenere per risolvere questi problemi?
Non una parola su una politica più pulita, sulle intercettazioni, sulla criminalità organizzata ...

24 luglio 2007

Finalmente, Carlo!!

Ad ottobre uscirà (era ora) il prossimo libro di Carlo Lucarelli, L'ottava vibrazione (Einaudi, stile libro big).
Dal suo blog:

Siamo a Massaua, Eritrea, nel gennaio del 1896. Sbarcano le truppe italiane. Sono i soldati che tra sessanta giorni moriranno ad Adua, nella piú colossale disfatta che il colonialismo europeo abbia mai subito. L'Italia cerca un posto al sole, tra le potenze.
I soldati italiani troveranno nemici superiori per armamento, numero, conoscenza del terreno. Tra gli italiani che sbarcano ce n'è uno che ha un motivo diverso dagli altri per fare il soldato in Eritrea.
Poi ci sono messi coloniali, avventurieri, borghesi, e una fanciulla che sembra fragile. Anche lei ha un motivo tutto particolare per stare lí. C'è l'inferno, quello di Adua 1896, quando un Paese povero e orgoglioso decise di farsi grande potenza e andare a opprimerne un altro.
C'è l'Occidente, e il suo destino di civiltà e di morte. C'è un ufficiale che forse nasconde un segreto ancora piú spaventoso di quello che alcuni sospettano.
Piccoli e grandi, finiscono tutti lí. Nell'inferno.

Disgustati dallo stato

L'immagine centrale del documentario sulla mafia: i funerali degli agenti di scorta del giudice Paolo Borsellino.
Disgustata dallo stato che non ha saputo proteggere il marito paolo borsellino, la moglie agnese opto' per un funerale privato respingendo l'idea dei funerali di stato.
Intanto la folla di persone inizio a insultare e tentò di arrivare ai politici che andavano a celebrare i funerali degli agenti della scorta morti nell'attentato.
L'urlo della folla, che non ne poteva più delle stragi, delle morti, della paura "Fuori la mafia dallo stato!"

La lotta ai magistrati

La mafia combatteva l'opera dei magistrati andando ad isolarli, screditarli, lasciarli isolati.
Se ciò non bastava, si ricorreva alla soluzione corleonese: una bella bomba e via.
Mi chiedo cosa hanno provato i telespettatori alle immagini (mai andate abbastanza in onda) del cratere di Capaci ("ma che ci misiro? 'a bomba atomica?"); dei palazzi sventrati dopo la bomba a Rocco Chinnici o al giudice Borsellino.
Sembreva di vedere immagini da Baghdad: no era Palermo, a casa nostra. In Italia la mafia fa attentati del genere.

Poi il cambio di strategia: come mostrava la docu-fiction di Alexander Stille, si passò dalla mafia che spara alla mafia che si accorda, che preferisce il silenzio al clamore degli omicidi.
Tanto lo stato, coi governi susseguitisi dal 1994, centrodestra e centrosinistra, seguiva il papello di Riina. Basta pentiti, basta regime dure, basta giustizialismo ....
Ma una cosa non è cambiata: la lotta ai magistrati.
Non è un caso la discesa in campo di Berlusconi con Forza Italia, partito creato da Marcello Dell'Utri.

Sentire il cavaliere attaccare i magistrati "incapaci di intendere", "disturbati mentali", "che complottavano contro lui", "che non devono condizionare la politica" sembrava musica per le loro orecchie.
Questo spiega il 61 a zero del 1994.
Dalla lotta dei magistrati, siamo tornati alla lotta ai magistrati.


Che appena toccano la sfera politica, vengono bacchettati:
Negli atti di un processo non dovrebbero essere inserite «valutazioni non pertinenti» che «vengono poi esasperate dai media» dice Napolitano.

Se un
politico viene intercettato a parlare con un presidente di regione, indagato per mafia, e questi lo rassicura sulle indagini, il povero magistrato che deve pensare?
Nulla.

Di fronte alle immagini sulle morti della mafia (i corpi crivellati dai proiettili, il sangue per le strade, le autobombe), tutte le reazioni ai presunti terroristi arrestati a Perugia, fanno quasi ridere.

Per qualcuno siamo degli incoscienti, perchè facciamo netrare tutti gli immigrati senza nessun controllo.
Immigrati, dunque possibili criminali.
Parola di un giornalista radiato dall'albo.
C'è anche chi come Calderoli vorrebbe chiudere tutte le moschee.
Forse dopo anni di governo a fianco di Dell'Utri, con la mafia hanno veramente imparato a convivere.

23 luglio 2007

In un altro paese di Alexander Stille

“In un altro paese - racconta Alexander Stille - gli artefici di una tale vittoria sarebbero stati considerati un patrimonio nazionale. Dopo aver vinto la prima battaglia a Palermo, ci si sarebbe aspettato che Falcone e i suoi colleghi fossero messi nelle condizioni di vincere la guerra. Invece in Italia avvenne proprio il contrario”.

Il giornalista e scrittore Alexander Stille (autore del libro "Nella terra degli infedeli. Mafia e politica") esamina, nel suo documentario in onda oggi su Rai3, il rapporto fra la mafia siciliana e lo Stato italiano negli anni della prima repubblica.
A partire dal maxiprocesso alla mafia reso possibile dal lavoro del pool antimafia di Caponnetto, Falcone e Borsellino.

In un altro paese sarebbero stati considerati un patrimonio nazionale.
In un altro paese la battaglia contro la mafia sarebbe stata portata avanti fino alla fine.
In un altro paese la mafia sarebbe stata, magari, anche sconfitta, o quantomeno ridimensionata.
In un altro paese la notizia del coinvolgimento dei servizi nelle stragi contro i magistrati Falcone e Borsellino avrebbero causato uno sconquasso.
In un altro paese un politico indagato per mafia verrebbe tagliato fuori.

Strano paese, il nostro. Senza memoria. Si spaventa per ogni minaccia (l'ultima, la presunta base di Al Qaeda a Perugia) di terrorismo .. dimenticandosi che la mafia nel passato ha già messo le bombe per uccidere giudici, poliziotti e chiunque si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Di cosa ci spaventiamo allora, se non riusciamo a spaventarci della mafia? Di cosa vogliamo indignarci, se non riusciamo a farlo della mafia?

Chiappori sul caso Pollari

La vignetta di Alfredo Chiappori sul caso Pollari (apparsa sul corriere di ieri.)

Neppure un grazie

Si tuffa in acqua, salva due bambini, muore risucchiato dalle onde. A Jesolo
Dai genitori dei bimbi che ha salvato nemmeno un grazie.
Perchè era bosniaco. Ma avrebbe potuto essere anche marocchino, turco, pakistano, filippino ..
L'effetto non sarebbe cambiato.

Ma noi non siamo razzisti, eh!!

I costi del lavoro sommerso

Sempre sul filone "non ci sono i soldi per le pensioni", parliamo un pò del costo del lavoro nero.
L'ufficio studi della CGIA di Mestre ha fatto un' indagine sul lavoro nero
  • l'imponibile del lavoro sommerso ammonta a 100 miliardi di euro
  • 48 ML di euro è il valore delle imposte mancate allo stato
  • il lavoro nesto costa ad ogni cittadino 840 euro/persona

In cima alla classifica dell'evasione compare la Campania, con 12 miliardi e 904 milioni di euro, di imponibile evaso in lavoro nero.
Ma anche regioni più "virtuose" come la Lombardia non scherzano. La locomotiva d'Italia evade per 10 miliardi e 35 milioni di imponile. Nero.

A questo si dovrebbe aggiungere i costi degli infortuni dei lavoratori in nero.

La zona grigia

Moschee dove anzichè pregare, si istiga all'estremismo religioso. Come a Perugia. Dove finti Imam predicano la violenza. Dove accanto ai testi religiosi, video di esplosioni, un arsenale, mappe ..
Ne aveva già parlato Annozero, qualche mese fa. Ma anche Giuseppe Caruso, nel suo libro "I fiori di Al Qaida": di quella zona grigia nella quale nascono queste strutture, finanziate non si sa bene da chi.

Finchè rimarrà questa territorio senza controlli, rimarrà addosso agli islamici quella sensazione di essere un corpo estraneo della nostra società.

Quali proposte, ora? El Korchi faceva parte della Consulta comunale per l’immigrazione (nonchè della lega immigrati arabi e mussulmani). Con che criteri è stato scelto (dal comune)?
Dovrebbero essere gli islamici stessi a scegliersi meglio i loro rappresentanti.

Il magistrato Dambruoso, intervistato al TG3, chiedeva la creazione di un ufficio centrale che coordini il lavoro della procure che si occupano di terrorismo. Una Procura nazionale antiterrorismo.
Ma non lancia nessun allarme moschee: Dambruoso, però, tiene a sottolineare che "nella Comunità europea c'é la consapevolezza che questo fenomeno riguarda solo il 5 per cento delle moschee, mentre la stragrande maggioranza dei luoghi di preghiera e aggregazione sono ben lontani da qualsiasi adesione ad attività terroristiche".

Per il momento, insomma, la Zona Grigia è ben limitata. Siamo ancora in tempo per fare luce.

Quel partito a doppia faccia

Il partito è il nascente Partito Democratico. Che a livello nazionale è quello dei buoni propositi, di una politica per e non di una politica contro.
Ma che a livello locale ha tutta un'altra faccia: dalle alleanze variabili, al federalismo fiscale ..
L'ultima uscita: i fans della BreBemi vogliono mettere alla gogna i senatori contrari alla Brebemi, in vista del voto alla commissione Lavori pubblici del Senato. E in vista anche dell'incontro tra Di Pietro e Formigoni, dove si parlerà del collasso infrastrutturale del nord.
«Se la Brebemi ritarda, ringraziate questi signori» sarà la scritta sui manifesti 70x100 da affiggere su tutti (o quasi) i cartelloni lungo le principali arterie lombarde.

Manifesti che accompagneranno il tragitto casa-lavoro degli automobilisti costretti in coda.

Cosa ne pensani i Ds Lombardi? Il responsabile della questione settentrionale del PD, Pizzetti «Non avrei nessun tipo di problema ad appendere questi cartelli. D´altro canto è evidente che dato che la Brebemi è un´opera assolutamente indispensabile chi dovesse commettere una colpa tanto grave dovrebbe assumersene tutte le responsabilità. Del resto, quando si parla di alleanze programmatiche questo è un banco di prova fondamentale».
Quale la soluzione del problema trasporti in Lombardia? Più strade.

Quale la soluzione del problema traffico, inquinamento, morti per le polveri sottili?
Più asfalto e cemento.

E chi si oppone va messo alla gogna. Non mettiamo alla gogna i pedofili, gli inquisiti, i ladri gli assassini, i terroristi, Al Qaeda, le Br a piede libero, la camorra, la 'ndangheta ....
Mettiamo alla gogna i senatori (verdi, PRC, Comunisti italiani e Sinistra Ds che si oppongono al tracciato autostradale).
Ma le sanno queste cose a Roma? Cosa ne pensa Veltroni, di questa illuminante pensata?


Ogni anno muoiono, nella sola Milano, circa 1100 persone per inquinamento da PM10.Ma i responsabili di queste morti non possono essere esposti alla gogna.

22 luglio 2007

Confine di Stato di Simone Sarasso

Un ventennio della storia italiana (il periodo dagli anni 50 agli anni 70) raccontato attraverso tre episodi chiave (almeno dal punto di vista dell'autore) della nostra storia. Sarasso ha scelto tre dei tanti misteri d'Italia, storie dove non si è riusciti a dare giustizia alle morti, nonostante processi su processi, nonostante la verità sia lì, quasi a portata di mano. Ma in realtà coperta di “omissis”, di menzogne di stato, di false piste, di intrighi. Che accumulandosi nel tempo, diventano la zona grigia di un paese dove i troppi lati oscuri rimangono una zavorra della sua coscienza.

I tre episodi sono il caso di Wilma Montesi (su misteriditalia), una ragazza trovata morta sulla spiaggia di Ostia, la morte del presidente dell'Agip Enrico Mattei e la strage di Piazza Fontana.

La storia d'Italia nel racconto romanzato di questi tre misteri: un espediente per raccontare del mondo di “sbirri corrotti, traditori della Repubblica, politici con le mani sporche di sangue, spacciatori irlandesi in affari con Cosa Nostra, ragazzi in nero pronti a tutto” ...

Un obiettivo molto ambizioso, per una strada già sperimentata nel passato da Giancarlo De Cataldo, nel suo “Romanzo Criminale”, o più recentemente nella raccolta “Omissis” a cura di D. Brolli.

L'autore ha scelto di cambiare nome ai personaggi (non si sarebbe potuto parlare di romanzo o noir). Nel primo capitolo, Wilma Montesi diventa Ester Conti; il senatore Piccioni è Paolo Morganti e il senatore Fanfani viene chiamato Zaccaria.
Il corpo di Ester viene trovato morto sulla spiaggia di Tor Vajanica: apparentemente la ragazza è morta annegata.

Ma forse non è stato un malore, ma c'è di mezzo un festino a base di droga e sesso, dove sono coinvolti anche importati uomini politici.
La morte di Ester Conti/Wilma Montesi diventa il primo caso mediatico itaiano: viene sfruttato dal ministro Zaccaria (Fanfani) per tagliar fuori dalla corsa al potere il suo avversario di partito, di un'altra corrente DC , il senatore Morganti (Piccioni), per il presunto coinvolgimento al festino.
A nessuno importa sapere chi ha ucciso Ester: eccetto un giornalista dei bassifondi della città, Lorenzo Trama.

Alla stessa maniera Fabio Riviera è il nome che viene dato al “padrone d'Italia” Enrico Mattei, che aveva osato opporsi alla politica petrolifera delle sette sorelle. Voleva rendere l'Italia indipendente dal punto di vista energetico, andando a ledere gli interessi economici degli Stati Uniti nei paesi petroliferi. E Riviera pagherà questa sua presunzione di poter fare di testa sua. Opporsi alla ragione di stato, ai voleri del patto atlantico.

Infine la madre di tutte le stragi: Piazza Fontana. Siamo a fine anni 70, dopo un autunno caldo, segnato dalle manifestazioni della sinistra e degli studenti delle università. Serve un segnale forte, affinchè la rivoluzione dei comunisti venga bloccata. Un segnale che permetta la svolta autoritaria a destra dello stato.

E il segnale è la bomba, anzi le bombe di quel 12 dicembre 1969: e non importa se devono morire delle persone. È nell'interesse superiore dello stato, per la causa.

Il personaggio dell'editore e facilmente individuabile in Giangiacomo Feltrinelli, trovato morto sotto un traliccio dell'Enel. Finanziatore dei movimenti extraparlamentari e diventato ideologo della rivoluzione a sinistra.
Morto in uno strano suicidio: come quello di Giuseppe Pinelli (colpevole della strage perchè anarchico); come quello di Peppino Impastato ...
Anche qui i personaggi sono nascosti dietro nomi fittizzi: Ismaele Voltri è Valpreda (il mostro da sbattere in prima pagina); dietro i neofascisti Mario Gelo e Leone ci sono Stefano Delle Chiaie e Carlo Digilio (o Delfo Zorzi....). Si riescono a riconoscere (dietro le quinte) Pino Rauti e un giovane commissario della questura di Milano, forse Achille Serra.

Queste le storie, in mezzo alle quali si muove Andrea Sterling, un personaggio che è la personificazione del Male, il filo nero che unisce i delitti più efferati e oscuri compiuti nel nostro Paese.

Lo stile del libri ricorda molto da vicino quello di De Cataldo in “Romanzo criminale”: ma non solo a De Cataldo si è ispirato, Sarasso. L'impianto teorico lo deve a Carlo Lucarelli, per i suoi libri “Misteri d'Italia” e “Nuovi misteri d'Italia”, dove vengono raccontati in modo chiaro i tre episodi del libro.

L'inizio è invece preso da “Grande madre rossa” di Giuseppe Genna: la sequenza iniziale in stile cinematografico degli istanti precedenti la bomba in Piazza Fontana.

Nel complesso un libro bel scritto, ben documentato che racconta della nostra storia e delle persone che l'hanno pilotata dalla stanza dei bottoni. Un paese che, in nome di lotte di partito, di potere e affari, del mantenimento di “equilibri internazionali”, ha perso l'innocenza tanti anni fa e non l'ha più ritrovata.
Racconta la storia di una guerra, ma non una guerra tra eserciti e combattuta da soldati. Dal libro viene fuori (ed è questo il suo contributo più prezioso), una guerra di spie.
"Cosa serve per fare una guerra? Non servono nè pistole, nè bombe, nè coltelli .. La guerra si fa con le spie".
Questo l'insegnamento che viene dato ad un agente da parte del suo istruttore. Spie in grado di fare le operazioni sporche che chi comanda non può copiere. Spie in grado di uccidere e successivamente depistare le indagini. Spie al servizio di un potere che è riuscito, in quegli anni, a tenere in pugno il paese col ricatto, il terrore e l'omicidio.
Viene da chiedersi quale sarebbe stata la nostra storia, che corso avrebbe preso la nostra repubblica, se non ci fossero state queste persone?

Quest'opera dovrebbe essere la prima di una trilogia che racconta il nostro paese, fino ai giorni nostri. Non vedo l'ora che esca il prossimo capitolo.

Il link per ordinare il libro su internetbookshop.

Technorati: , , ,

Alcune informazioni sulle pensioni

Tra chi si opponeva a questa riforma delle pensioni figurava l'ex ministro Dini. Baby pensionato, grazie alla riforma che lui stesso si è fatto, nel 1997: il parlamentare con una sola legislatura va in pensione a 65 anni. Ma ogni anno in più da diritto ad un accorciamento di un anno. 10 anni “onorevoli”? Pensione a 60 anni. 15 anni “onorevoli”? Pensione a 55.
Tra l'altro, una riforma non retroattiva.

Un'altra cosa che non si dice è che il fondo pensioni per i dirigenti è in deficit per 35 miliardi di euro: come la finanziaria di lacrime e sangue. Il fondo è stato fatto confluire, nel governo Berlusconi, nell'Inps (che invece è in attivo). Dunque le pensioni ai dirigenti le paghiamo noi.

E mentre ci si indigna sul fatto che in Italia ci sia gente che voglia andare in pensione prima, si viene a sapere che Matteo Arpe, dopo la fusione tra Capitalia e Unicredit, ha preso una liquidazione di circa 62 milioni di euro (31 ml di liquidazione, 16 ml di investimenti personali, 15 di plusvalenza per le sue stock option). Cesare Geronzi ha ricevuto, dal cda di Capitalia, un premio di circa 30 ml di euro. Riassumendo, nel giro di qualche mese, 90 milioni di euro si sono volatilizzati dalle casse di Capitalia per finire nelle tasche di due manager. Che non avranno problemi di pensione integrativa.

Gli eredi di Calipari

Non tutti gli agenti dei servizi lavorano in via Nazionale, così come non tutti gli agenti sono come Pio Pompa. La maggior parte di loro svolge un lavoro oscuro, senza la gloria dei riflettori.
Lavorano sul campo, per tessere quella rete di rapporti che ha reso il nostro servizio di rendersi autonomo dalle intelligence degli altri paesi.
Così hanno lavorato gli eredi di Calipari, per la liberazione di padre Bossi: mentre la CdL accusava il disinteresse per la liberazione, da parte del governo, parlava di una sorte ormai segnata del missionario, di un ostaggio di serie B.

Un lavoro silente. Complimenti.

Giunta facci sognare

Dopo la frase di D'Alema "facci sognare" e la risposta Clementina facci sognare .. speriamo che sia la Giunta per le autorizzazioni a procedere a farci sognare.
Dando l'autorizzazione all'utilizzo delle intercettazioni tra i “concertisti” (nel senso delle sclalate non in termini musicali) e i politici “consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata”.
E le intercettazioni non si fermano a quelle sulle scalate dell'estate del 2005: ci sono anche quelle tra Cuffaro e Berlusconi (che lo rassicurava sulle indagini in corso); tra Pisanu (allora ministro degli interni) e Luciano Moggi; quelle tra il faccendiere Mario Scaramella (ora in carcere) e il presidente della Mitrokhin Paolo Guzzanti.
Coraggio, fateci sognare!

20 luglio 2007

Pensioni: accordo trovato

Trovato un accordo che scontenta trutti ..
Potrebbe significare che è stata scelta la soluzione giusta.

Milano trendy e scappa

"L'immagine all'estero di Milano è straordinaria. Bob Geldof, tanto per fare un esempio, sostiene che Londra, Shanghai e appunto Milano sono le tre città più trendy del mondo".

Provate a prendere la metropolitana, in orario di punta.
Provate a prendere i treni dei pendolari che portano le persone al lavoro a Milano.
Vedete quanto è trendy questa città.

Forse, vista da Londra, anche l'aria di Milano è più respirabile.
A Londra dove hanno un ticket di ingresso, mentre a Milano no. E su questo è aperto
scontro tra Moratti e Forza Italia.

A Milano, dove si riscrive la storia: non in senso migliorativo, ma
cancellando le responsabilità delle stragi nere. A piazza Fontana la bomba l'hanno messa i movimenti studenteschi.

A Milano dove il consigliere comunale più ricco è anche quello meno presente. Sempre lui, il cavaliere Berlusconi.

A Milano dove il sindaco aveva
detto no ai parcheggi e all'abbattimento del verde e invece ....

A Milano, e in provincia, dove ultimanente stanno bruciando un pò troppe discariche.
Come a Sotto il Monte e Mediglia.
Chi c'è dietro questi incendi, forse dolosi?
C'entra qualcosa la proposta di un nuovo inceneritore ad Inzago?

19 luglio 2007

In nome dello share sovrano

Oltre 4 milioni e 244mila spettatori, con una media del 28,12 per cento hanno seguito mercoledì seral'edizione del Tg5 delle 20 in cui è stato mostrato il filmato con la perizia effettuata dai consulenti della Procura di Tivoli su alcuni bambini vittime di presunti abusi nella scuola materna di Rignano Flaminio.

E poi parlan di rispetto della famiglia....

La lettera di Salvatore Borsellino

La lettera aperta di Salvatore Borsellino.
(grazie ad
Antonio per la segnalazione)



19 Luglio 1992 : Una strage di stato
Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.


Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.

Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.

Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.

Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.

I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.

Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.

Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.
Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.
Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.
Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.

A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.

E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.

A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.

A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.
Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.

Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.

Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.

Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.

Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.
Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).

Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura”.

Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.
Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.
Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.

A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!
La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .

Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.

Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.
Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.

Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.
O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente
Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.
E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.
Salvatore Borsellino
Milano, 15 Luglio 2007