22 luglio 2017

Maigret perde le staffe di Georges Simenon

Incipit
Era mezzogiorno quando Maigret varcò l'ingresso a volta sempre fresco e il portone fiancheggiato da due agenti in uniforme che se ne stavano attaccati al muro per godere di un po' di ombra. Li salutò con un cenno della mano e per un istante rimase immobile, indeciso, guardando verso il cortile, poi verso place Dauphine, poi di nuovo verso il cortile. Su, nel corridoio, e poi sulla scala polverosa si era fermato due o tre volte, facendo finta di riaccendere la pipa, con la speranza di vedere spuntare fuori un collega o un ispettore.
Non accadeva quasi mai che la scala fosse deserta a quell'ora, ma il 12 giugno di quell'anno la polizia giudiziaria e la già immersa in un'atmosfera di vacanza.

Maigret, oltreché perdere le staffe (forse per la prima volta) si annoia: lo vediamo ad inizio romanzo indeciso, quasi perso nei corridoi vuoti del palazzo al Quai de Orfevres, per la partenza per le vacanze dei colleghi. Così, sceglie di recarsi alla brasserie Dauphine, a bersi un pernod, sperando di incontrare qualche volto amico:
"Erano settimane che faceva il bravo, accontentandosi di un bicchiere di vino ai pasti e, le sere che era uscito con la moglie, di un bicchiere di birra."

Qui incontra Lucas, assieme ad un signore italiano, Antonio Farano, gestore di uno dei locali del cognato Emile Boulay, sparito da tre giorni. Emile Boulay era stato chiamato come testimone dalla polizia giudiziaria per la morte di un piccolo criminale corso, Mazotti.
Quest'ultimo gestiva il racket dei locali notturni (con tanto di streap tease), come quelli di cui Boulay era proprietario a Montmartre: mandava i suoi uomini prima a chiedere una tangente per avere protezione poi, in caso di diniego, inscenava delle risse nei locali per far allontanare la clientela.
Ma questo trucco non aveva funzionato: Boulay aveva chiamato dal suo paese, Le Havre, degli scaricatori di porto che avevano dato una lezione agli scagnozzi del criminale, poi ammazzato a colpi di pistola.

Un caso che generalmente non interessa la polizia giudiziaria e nemmeno i magistrati, usi a pensare che se si ammazzano tra di loro non c'è nulla di male. Ma è un caso che incuriosisce Maigret, forse anche per scappare dalla noia e dalle pratiche di burocrazia cui è costretto.
Così, quando viene avvisato del ritrovamento di un cadavere, strangolato, corrispondente proprio a Emile Boulay. Ucciso e scaricato dopo tre giorni, come dirà poi il medico legale, su quella strada vicino al cimitero.
Ogni quartiere di Parigi, ogni classe sociale ha, per così dire, il proprio modo di uccidere – così come ha il proprio modo di suicidarsi. In alcune strade ci si butta dalla finestra, in altre ci si uccide con le esalazioni della stufa o con il gas, in altre ancora ci si avvelena con i barbiturici.Ci sono quartieri in cui ci si accoltella, altri dove si usa una spranga e altri ancora, come Montmartre, in cui dominano le armi da fuoco.Il piccolo proprietario di night non solo era stato strangolato, ma per due giorni e tre notti l'assassino non si era sbarazzato del corpo.Maigret aprì l'armadio e prese giacca e cappello.«Andiamo!» borbottò.Aveva finalmente una scusa per abbandonare le sue incombenze burocratiche.

L'inchiesta di Maigret, assieme al suo ispettore Lucas, svolge interamente nel mondo dei locali notturni che il commissario aveva ben conosciuto nel passato, per motivi professionali.
Ma il morto non era un criminale o un impresario con pochi scrupoli: era felicemente sposato con una ragazza italiana; la sorella della moglie gli faceva da segretaria e il cognato gestiva uno di questi locali.
Una vita tranquilla, si direbbe, da normale imprenditore.
Uno che non si approfittava della situazione.
Non solo le note del jazz che filtravano dalle porte dei night davano all'aria una vibrazione diversa, ma anche i passanti erano diversi e i taxi notturni cominciavano a riversare la loro clientela mentre una nuova fauna passava e ripassava dall'ombra alla luce.

Di locale in locale, Maigret cerca di ripercorrere la vita del morto, in particolare le sue ultime azioni compiute l'ultima sera. Che ci sia qualcosa che non torna, lo capisce subito: il modo in cui è morto, il rischio che ha avuto l'assassino a tenersi il corpo. E poi quella sera, il suo passeggiare nervoso, quelle telefonate che aveva fatto, cercando di parlare con una persona, senza riuscire subito a rintracciarla (come racconta al commissario un suo confidente, “Topolino”.
Detestava non capire, ne faceva una questione personale. Gli ritornavano in mente sempre le stesse immagini: Emile Boulay, con il vestito blu, che se ne andava al Lotus, poi entrava, faceva una telefonata, non otteneva la risposta, gironzolava un po', provava a chiamare un'altra volta, e un'altra ancora, sotto lo sguardo indifferente della guardarobiera.

Il classico vicolo cieco dell'investigatore: ma a furia di continuar e continuare a ripetere gli stessi gesti del morto, a risentire tutte le persone che lo conoscevano, riesce a trovare una pista. Uno spiraglio. Un'idea che si forma in mente.
E allora il commissario diventa il Maigret implacabile, che come una goccia insistente, ostinata, a furia di battere sulla roccia, ne lascia il segno.
Aveva gli occhi spalancati, come persi nel nulla, la schiena curva e il passo lento e pigro.In quei momenti, le persone intorno a lui e soprattutto i suoi collaboratori pensavano che si stesse concentrando. Niente di più falso. Maigret aveva un bel dire, ma nessuno gli credeva. In realtà, ciò che faceva era un po' ridicolo, addirittura infantile. Prendeva un briciolo d'idea, un pezzettino di frase e se lo ripeteva come uno scolaro che cerca di farsi entrare in testa la lezione. Gli capitava anche di muovere le labbra, di parlare a bassa voce, da solo nel bel mezzo dell'ufficio, sul marciapiede, dovunque.E quello che diceva non sempre aveva senso. A volte sembrava una battuta.«Ci sono stati casi di avvocati uccisi da un cliente, ma non ho mai sentito parlare di clienti uccisi dal loro avvocato...».

Cosa porterà Maigret a “perdere le staffe”?
Quando scoprirà che l'assassino aveva usato il suo nome, per infangarlo e trascinarlo in una storia di corruzione, di processi aggiustati.
No, nessuno si deve permettere di tirare in ballo il suo onore di uomo e di poliziotto.
Maigret non era mai stato così pallido in vita sua. Il suo viso, inespressivo, sembrava un blocco di pietra. Con voce neutra, impressionante, ordinò: 
«Ripeti!..». 
«I..i..mi fa male ...». 
«Ripeti!».«I centomila franchi ..». 
«Quali centomila franchi?». 
«Mi lasci .. Le dirò tutto ..». 
Maigret lasciò la presa ma aveva la faccia livida,e a un certo punto si mise la mano sul petto e sentì il cuore battere all'impazzata.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

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21 luglio 2017

(Ex) mafia capitale




Non avevo mai visto tanti giornalisti, tanti garantisti, tanta gente esultare per una condanna dai tempi dei cannoli di Totò Cuffaro, quando nel 2008 fu condannato a 5 per favoreggiamento "semplice" (a Cosa nostra).
Ieri la corte del Tribunale di Roma ha condannato Buzzi, Carminati e gli altri imputati nel processo "Mafia capitale" (compresi i politici Gramazio, Odevaine, Coratti) per corruzione ma negando l'associazione mafiosa.
Evviva, a Roma la mafia non c'è, non eiste, tutto un teorema ..

Come nella Sicilia degli anni sessanta e settanta. Come nella Palermo dove il 21 luglio 1979 il boss Leoluca Bagarella ammazzò sparandogli alle spalle il vicequestore Boris Giuliano, vice di Contrada alla Mobile.
La sua colpa essersi messo sulle tracce di denaro, i profitti miliardari che le famiglie mafiose facevano col traffico della droga e che portavano in America, per l'eroina. E anche nelle banche siciliane.

Ci sono voluti tanti, troppi cadaveri eccellenti in Sicilia, per dire che la mafia esisteva e che era una struttura verticistica e unitaria, come sentenziò una volta per tutte la Cassazione nel gennaio 1992.
La mafia esisteva. Ed esisteva anche a Roma, dove aveva casa lo zio Carlo di "Romanzo criminale" ovvero Pippo Calò.
C'era la mafia, c'era la Camorra, così come oggi ci sono le ndrine.
Traffico di droga, estorsioni, controllo del territorio. 
Minacce verbali a chi si mette di mezzo.

Ma niente coppole o lupare. Niente "viddani coi peri ncritati".

"A Roma la mafia è un bluff. Lezione per i pappagalli delle procure"
La Corleone dei “cravattari” 
Mafia chi? L’unica cupola che esiste a Roma è quella di San Pietro

Solo i titoli che trovate in gome page sul sito de Il foglio.

Dopo la sentenza sul maxi processo si è ammessa l'esistenza di quella associazione criminale Cosa nostra, che legava assieme criminalità, controllo del territorio, omertà e che deve la sua forza ai legami con massoneria, con la politica, col mondo economico e finanziario.
Poi, a malincuore per i garantisti all'italiana, si è ammesso anche la presenza mafiosa al nord, a Milano.
Verrà il tempo anche per Roma.

PS: consiglio la lettura di quanto scritto da Gilioli sulla sentenza di ieri

4. Una buona parte della manovalanza della banda di Carminati e Buzzi è uscita ieri dal carcere; gli stessi due capi potrebbero uscire a breve, e pure con l'alone di "martiri di una montatura", quindi sentendosi molto forti. Tutto sicuramente corretto, in termini giudiziari, fino a sentenza definitiva. Qualcuno ieri in aula sghignazzava. Invece altri - che in questi anni hanno scritto di Carminati e soci - forse adesso hanno paura per la propria vita.5. Siamo davvero sicuri - e sia detto con il massimo rispetto del tribunale di Roma - che le stesse azioni e gli stessi delitti se fossero avvenuti in Sicilia o in Calabria sarebbero stati derubricati da mafiosi a non mafiosi? Chissà. Questo è solo un dubbio culturale, relativo alla lenta e difficile crescita civile di questo Paese, alla lenta e difficile presa di coscienza dei fenomeni criminali organizzati. Insomma il dubbio di uno che avendo 55 anni si ricorda bene di quando tanti dicevano, anche in Sicilia, che «la mafia non esiste».

20 luglio 2017

La mafia non esiste

C'era così tanta voglia di minimizzare la portata del processo di mafia capitale, che lo hanno scritto anche nel titolo: "Mafia Capitale non esiste".
Esistono i gruppi criminali, esiste la Camorra, la ndrangheta, i gruppi sciolti, la criminalità legata all'estrema destra.
Da oggi esistono anche le condanne, quanto meno in primo grado.
Esistono le minacce, i delitti, lo spaccio della droga, il controllo del territorio, i politici a libro paga.
Ma mafia capitale non esiste.

Così a Il Foglio di Cerasa e Ferrara possono pure dormire sonni tranquilli.
Quanta sofferenza devono provare ogni volta che leggono la parola mafia ...

C'è un equivoco di fondo

C'è un equivoco di fondo nel parlato politico.
A proposito delle prime indagini sulla morte di Paolo Borsellino si parla delle troppe "incertezze e degli errori" (parole del presidente Mattarella): parafrasi per non dire chiaramente, di fronte al paese del depistaggio da parte di un pezzo dello stato che hanno indirizzato le indagini verso una direzione precisa. Responsabili della strage erano solo ed esclusivamente i mafiosi, non i Graviano, quelli che avevano detto di aver il paese in mano grazie a quello delle televisioni. L'amico del paesano Dell'Utri.

E ci sono anche altri equivoci.
Si sbandierano cifre iperboliche per miliardi, 9,5 miliardi per la precisione, per la ricostruzione delle scuole pubbliche.
Tanto nessuno controlla o smentisce. E spiega che le cifre veramente impiegate, che vengono da fondi europei, sono solo 450 ml.

C'è l'equivoco di chi confonde i bonus a pioggia (bonus asili, bonus diciottenni) come misure di sostegno.
Quando sono per lo più strumenti elettorali, che non spostano il pil, le soglie della povertà, il benessere reale del paese ma creano solo altro deficit.
Ma riempiono così bene le slide.

Oggi, 20 luglio, ne dobbiamo registrare altri di equivoci.
Il capo della polizia che, 16 anni dopo, presenta le scuse sulle torture e sulle violenze della polizia al G8 di Genova del 2001.
"Se fossi stato De Gennaro mi sarei dimesso per il bene della Polizia".
Ricordiamo allora che la polizia non collaborò pienamente coi magistrati, per individuare i colpevoli.
Che abbiamo dovuto aspettare anni per avere il reato di tortura (senza il quale molti indagati sono usciti dal processo), che forse nemmeno coprirebbe le vergogne compiute da uomini dello stato a Genova, nella notte cilena.

Il governo di sinistra perde dei pezzi.
"Silvio ricordati degli amici" - diceva il Guzzanti-Rutelli nel 2001, alla vigilia delle elezioni che avrebbero riportato in sella l'ex cavaliere.
Ecco, Silvio ricordati degli ex berlusconiani che sono andati a sinistra in cerca di fortuna, come i migranti economici che però hanno trovato migliore accoglienza delle persone che sfuggono da miseria e carestie in Africa.
Ieri il ministro Costa ha lasciato.
Altri lo hanno anticipato e altri lo seguiranno.
Ricordati degli amici Silvio, di chi ti ha voluto bene e che ha portato avanti le tue battaglie in questi anni, con la bandiera del centro sinistra.

19 luglio 2017

Via D'Amelio - l'ultimo giorno di Paolo Borsellino


Se questa storia fosse un romanzo, o un film, questa scena si aprirebbe con un rumore, il rumore di un antifurto, un antifurto da macchina. Un suono acuto che si alza su tutti gli altri rumori che ci sono, le grida della gente, i passi di corsa, il crepitare delle fiamme. Che cosa è successo? Il 19 luglio 1992, poco prima delle 5 del pomeriggio, le auto blindate di Paolo Borsellino e della sua scorta si infilano in via D'Amelio dove vive la madre del magistrato. E' domenica e Paolo Borsellino ha deciso di andarla a trovare. Il primo giorno di vacanza che si è preso dopo settimane di lavoro. Dall'auto scendono due agenti, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli, per controllare che tutto sia a posto. Bonifica si chiama, in gergo tecnico. Poi scendono altri due agenti, Agostino Catalano ed Emanuela Loi, assieme a Paolo Borsellino. Un altro agente, Walter Cusina è rimasto indietro, mentre un altro, Antonio Vullo, è nell'auto blindata che ha riportato in fondo alla strada.
Da lì, dall'auto, Vullo osserva il magistrato che si avvicina alla casa della madre assieme agli agenti. Pensa che quella non è una bella situazione. Via D'Amelio è un budello, bisogna entrare in fila indiana e fare marcia indietro per uscire, e ci sono tantissime auto parcheggiate. Ore 16:58. Antonio Vullo sta guardando il procuratore Borsellino che suona il campanello della madre. Poi non vede nient'altro, perché viene sbalzato all'indietro dentro l'auto blindata da una nube d'aria caldissima.
La mattanza - dal silenzio sulla mafia, al silenzio della mafia - Carlo Lucarelli

La strage di via D'Amelio: una 126 imbottita di esplosivo esplode davanti casa della madre del magistrato Paolo Borsellino. Era stata rubata da Gaspare Spatuzza pochi giorni prima e preparato poi per la strage, sistemando perfino la frizione, in un garage dove - è sempre Spatuzza a raccontarlo - erano presente persone estranee alla mafia.
Dei servizi? Di altri corpi segreti dello stato?
Come il pizzono ritrovato a Capaci, con un numero che risale ad una società del Sisde (i servizi interni, oggi Aisi), anche nell'attentato a Borsellino si segnalano strani segnali.
Come depistaggio ad opera del gruppo di super poliziotti agli ordini di Arnaldo La Barbera che fabbrica il falso pentito Scarantino, le cui false accuse passeranno pure tre gradi di giudizio.

Una seconda strage, fatta così, in pieno centro a Palermo, a soli 55 giorni da quella di Capaci, non è solo cosa di mafia.
Non è la mafia classica, che sa come dosare i colpi e che sapeva che, dopo via D'Amelio, sarebbe arrivata la risposta dello stato.
Il decreto Falcone che dormiva in Parlamento (come anche oggi, il codice antimafia per gli appalti) con l'introduzione del 41 bis, lo spostamento dei mafiosi nelle supercarceri di Pianosa e l'Asinara (non l'hotel l'Ucciardone).

E, come conseguenza, nuovi pentiti della mafia, pronti a collaborare con lo Stato.
Se fosse solo mafia perché questa fretta nell'ammazzare Borsellino (che aveva chiesto di essere ascoltato dai colleghi di Caltanisetta, invano)?
Se fosse solo mafia, perché quel depistaggio da parte di uomini dello stato?

A 25 anni da via D'Amelio siamo stanchi di sentir ripetere le solite frasi di circostanza.
Vorremmo sapere tutta la verità sulle stragi e sulla trattativa. O sulle trattative. E su come è nata la seconda Repubblica, su quali ricatti.
Vorremmo che, un giorno, spuntasse fuori l'agenda rossa di Borsellino dove appuntava le cose più importanti. Agenda sparita dal luogo della strage.
Vorremmo che le parole di Falcone e Borsellino fossero finalmente ascoltate: la correntocrazia dentro il CSM, i politici che non vogliono fare pulizia al loro interno e si nascondono dietro un finto garantismo. 

"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l'organizzazione mafiosa, però la magistratura non l'ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.
Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto... ma dimmi un poco... tu non ne conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perché non ci sono le prove per condannarla? C'è il forte sospetto che dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquietanti...". 



Lo Stato che, al sud e anche al nord, non sempre è capace di presentarsi con la sua faccia pulita, credibile.
"... lo Stato non si presenta con la faccia pulita [...] Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni e comunque dappertutto in Italia, un'immagine credibile? [...] la vera soluzione sta nell'invocare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni."Paolo Borsellino nel discorso tenuto agli studenti di Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989.

E così le imprese, le persone preferiscono affidarsi ai servizi di mafia spa, convenienti nel breve periodo, ma che alla lunga portano alla morte dell'impresa, di quel diritto che lo Stato doveva garantire.

Oggi la parola mafia è uscita dall'agenda della politica: troppo impegnati sull'emergenza immigrazione, sull'emergenza sicurezza i nostri politici per ricordarsi come intere regioni siano controllate dalle mafie.
E' quello che ha raccontato in Parlamento il super procuratore antimafia.
La mafia oggi spaventa di meno, perché non spara come ai tempi del golpe dei corleonesi, con la Mattanza.
La mafia offre servizi, offre pacchetti di voti, prestiti alle imprese che non possono o non vogliono rivolgersi agli istituti di credito.
"Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici...; collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia... dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo."Paolo Borsellino alla veglia per Giovanni Falcone, 23 giugno 1992.


Oggi, 19 aprile 2017, 25 esimo anniversario della strage di via D'Amelio, verrà raccontato che lo Stato ha sconfitto Cosa nostra, con gli arresti dei boss stragisti. Tutti dietro le sbarre eccetto la primula rossa Messina Denaro, cui ancora le forze dell'ordine stanno dando la caccia, a lui, ai suoi prestanome e ai suoi tesori.
Ma non possiamo dimenticarci delle troppe ambiguità ancora presenti nella legislazione antimafia, il voto di scambio e il concorso esterno in mafia: ancora oggi considerati un vulnus giudiziario, sempre da quei garantisti di cui sopra.
Quelli che han brindato dopo la sentenza della CEDU, la corte europea dei diritti dell'uomo e la Cassazione hanno annullato gli effetti della condanna a Bruno Contrada.
Quelli che oggi sperano che lo stesso accada a Marcello Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia, maggior partito del centro destra.
Partito fondato da una persona che ha pagato la mafia per anni.

Capite allora quanta ipocrisia ci sia, attorno alle celebrazioni, attorno ai discorsi pieni di retorica che sentiremo?
Parlano di mafia e si riferiscono solo alle coppole storte e alle lupare.
Parlano di mafiosi e intendono quel contadino rozzo di Riina. 

Dimenticandosi, volutamente o meno, come se mafia sia criminalità, più intelligenza, più omerta. Sono parole di Buscetta, il pentito che proprio a Falcone e Borsellino insegnò la mafia, il linguaggio, il pensiero.
Penso che sera un corso di ripasso, oggi.
La mafia si è fatta impresa, presenta suoi candidati, diventa perfino banca.

Falcone, Chinnici, Cassarà, Borsellino (e tutte le altre vittime della mafia), eroi che non avrebbero voluto esserlo, ci hanno insegnato due cose.
La prima è combattere la rassegnazione alla mafia: la mafia è un fatto umano - le parole di Giovanni Falcone - e come tale ha un inizio e una fine. Combattere la mafia e l'assuefazione alla mafia nel senso di applicare quella legge uguale per tutti: sia per il ladro di polli che per il politico "in concorso esterno" con la mafia. Che si chiami Ciancimino, Ignazio Salvo o Michele Greco. Non esistevano più santuari intoccabili, non era più tabù indagare e processare i colletti bianchi.

E un'altra cosa hanno insegnato: che lo Stato, in Sicilia e nel sud del paese sapeva presentarsi anche con facce presentabili, pulite, oneste.
Non c'era solo lo stato di Contrada, di Salvo Lima, di Andreotti.

Altri post dedicati a questi 25 esimo anniversario

18 luglio 2017

L'ultimo discorso di Paolo Borsellino


In occasione dell'anniversario della strage in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino, Il Fatto Quotidiano pubblica l'ultimo suo discorso pubblico tenuto, a Palermo, il 25 giugno 1992.
Un omaggio all'amico Falcone.
Una denuncia ai troppi giuda presenti nella magistratura e nelle istituzioni.

Paolo Borsellino: “Quando denunciai i Giuda di Falcone e volevano farmela pagare”L’ultimo discorso - Alla vigilia dell’anniversario dell’attentato di via D’Amelio, ecco le parole del giudice all’incontro che celebrava l’amico
di Paolo Borsellino | 18 luglio 2017
 
In occasione del 25° anniversario della strage di via D’Amelio pubblichiamo l’ultimo discorso pubblico che Borsellino tenne il 25 giugno 1992 durante un dibattito organizzato dalla rivista Micromega nell’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo
 
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione – in questo momento i miei ricordi non sono precisi – un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte.
 
Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi ci accorgiamo come lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell’articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera che bollava me come un professionista dell’antimafia.
Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a Palermo. Ma (poi) si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
 
Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni (…) cominciò a lavorare con Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Csm, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io (…) mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. (…) Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d’Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Csm immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, il pool antimafia non deve morire in silenzio. (…) Giovanni Falcone, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. 
Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne (…) di non poter più continuare ad operare al meglio. Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti e di Claudio Martelli, ma perché ritenne di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. (…) Una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa (…).
E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, per ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque – quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Csm, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.
 
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Falcone in questa sua brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

Borsellino e la trattativa (il peccato originale della seconda Repubblica)

Roma giugno 1992L'intraprendente capitano De Donno
E soprattutto Paolo Borsellino non sa che qualcuno sta trattando direttamente con Cosa Nostra. E' di nuovo l'intraprendente capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, quello che ha stilato il rapporto «mafia appalti» sul grande business tra Cosa Nostra, la Confindustria siciliana e le oneste industrie del nord.
Per lui non è difficile arrivare ai vertici di Cosa Nostra. Sul volo Alitalia Palermo-Roma aggancia Massimo Ciancimino:«Toh anche lei qui? Hostess, per favore ci può mettere vicini?».
Massimo è nato ricco, potente e viziato. E' il più giovane dei figli di Vito Ciancimino - il padre era il barbiere di Corleone - che Liggio e Riina avevano fatto diventare sindaco di Palermo e che ora sta agli arresti domiciliari nella sua bella casa a Roma.
Tutte queste vicende di mafia le vive come una persecuzione nei confronti della sua famiglia. Amministra il patrimonio del padre salvatosi da sequestri e confische, scorrazza in Ferrari, non si nasconde. Anzi è piuttosto arrogante.
De Donno viene subito al dunque: «Noi vogliamo far finire le stragi e vogliamo prendere i latitanti. Fateci sapere che cosa volete in cambio». Massimo Ciancimino: «Avverto mio padre e le farò sapere».
Se c'è una cosa che in Sicilia funziona bene da mezzo secolo, e il rapporto di fiducia tra Cosa Nostra e carabinieri. Nel 1950, per esempio, quando si trattò di consegnare l'imprendibile bandito Salvatore Giuliano contro cui lo Stato aveva mandato l'esercito, non riuscendo a venire a capo di niente e perdenti in attentati decine di uomini, fu la mafia a dare una mano.
Giuliano fece avere le sue richieste, il famoso «papello», in pratica una via di fuga per una per la banda verso gli Stati Uniti e assicurazioni per i familiari, e ottenne due effetti: la sua eliminazione a opera dell'amico luogotenente Gaspare Pisciotta e decenni di impunità per se stesso.Adesso nonostante De Donno sia un semplice capitano, Vito Ciancimino capisce che l'affare è serio. Salvatore Riina viene facilmente convinto a scrivere il nuovo «papello» e lo fa di persona: un foglio protocollo sgrammaticato in cui indica i suoi punti irrinunciabili: fine del 41-bis, abolizione degli ergastoli, abolizione della legge la torre Rognoni, una nuova legge che la faccia finita con i pentiti.
Tra giugno e luglio la trattativa è avviata. Il capitano De Donno, accompagnato questa volta dal suo superiore, il colonnello Mario Mori, siede nel salotto della bella casa di Vito Ciancimino in via Sebastianello a Roma per parlare.
Quest'ultimo, un uomo gentile e riservato, non ha nulla di guerresco e indossa raramente la divisa. Ancora più riservato è il fratello Alberto che la Fininvest ha assunto per dare una mano a gestire la vigilanza del gruppo.
I tre parlano per ore, il figlio Massimo aspetta in una stanza attigua. Il papello non ricomparirà più. Né in originale, né in fotocopia. Peccato perché è un documento storico e ci avrebbe fatto vedere per esempio come Riina teneva la penna in mano.
Patria 1978 - 2008 di Enrico Deaglio

Il libro di Deaglio, puntuale nella ricostruzione degli eventi della nostra storia recente, è del 2009: ancora non si sapevano molte cose sulla trattativa stato mafia, emerse in seguito, grazie alle rivelazioni del pentito Spatuzza e di Massimo Ciancimino. La presunta trattativa, come la chiamano i giornali garantisti.
Il Foglio addirittura arriva a scrivere la "sedicente" trattativa.
Puerile tentativo di nascondere la realtà dei fatti che dice, in modo chiaro, che una trattativa tra esponenti dello stato e della mafia c'è stata.
Lo stabilisce, per esempio, la sentenza di condanna del boss Tagliavia, a Firenze.
Lo dicono le testimonianze, come quella tardiva di Liliana Ferraro, che lavorava all'ufficio Affari Penali assieme a Falcone: seppe da De Donno e Moro della loro iniziativa e ne parlò con Borsellino.
Che ebbe in seguito un colloquio coi due carabinieri.

Carabinieri che volevano avere le spalle coperte per questa trattativa di cui non avevano informato la magistratura. Trattativa a cui sicuramente Borsellino si sarebbe opposto (e che forse ha cercato di fermare, accelerando così la sua fine).
Non è un caso che una delle sue ultime frasi è stata "La mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno".
Altri chi?

I poliziotti come La Barbera che hanno costruito la falsa pista Scarantino, per arrivare a delle condanne per la strage di via D'Amelio. Falsa pista per un falso pentito che però fu ritenuto credibile dai magistrati di Caltanisetta (tra cui Tinebra, ma non Ilda Boccassini, che dopo la morte di Falcone era scesa in Sicilia per aiutare i colleghi).

Altri come l'ex ministro Mancino, che non si ricordava dell'incontro avuto a luglio con Borsellino (quando chiesti si trovò di fronte Contrada) e nemmeno che Martelli l'aveva avvisato della trattativa del Ros (per tramite della Ferraro).

Altri come gli uomini dello Stato che hanno revocato nel 1993 il 41 bis a centinaia di mafiosi, come segnale distensivo, forse.
Nonostante la nota della Dia di De Gennaro (era uno dei punti del Papello):
È chiaro che l’eventuale revoca, anche solo parziale, dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41 bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe. (Nota Dia al ministro dell’Interno, 10 agosto 1993, classificazione: RISERVATO)

Altri come le persone che probabilmente hanno suicidato in carcere Nino Gioè, uno degli stragisti di Capaci, custode di segreti che non dovevano essere rivelati.
D’AMBROSIO: Allora questa storia del suicidio di Gioè… Secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso, non è mica chiara questa cosa.

Quali sono gli indicibili accordi di cui parla in una intercettazione, Loris D'Ambrosio, pure lui all'Ufficio Affari Penali con Falcone e poi al Quirinale con Napolitano?

Cosa intendeva, in un'altra intercettazione, l'ex ministro Mancino, quando chiede di essere tutelato?

Insomma: o tuteliamo lo Stato oppure, se qualcuno ha fatto qualcosa, poteva anche dire: ma io debbo avere tutte le garanzie, anche per quanto riguarda la rilevanza statuale delle cose che sto facendo.

Ecco, quale Stato scenderà in piazza a celebrare Paolo Borsellino a Palermo e nelle altre piazze? Con che faccia certi personaggi delle istituzioni celebreranno il magistrato eroe?
Finché non si farà luce sui segreti delle stragi, sui mandanti a volto coperto, su chi a tirato le fila delle trattative con la mafia, non saremo mai una Repubblica dove i cittadini godono del “fresco profumo di libertà”. Finché rimarranno questi segreti, per cui Borsellino è morto, saremo sempre un paese governato dai ricatti e dai ricattatori.

Altri post dedicati a questo 25 esimo anniversario della morte dei magistrati Falcone e Borsellino, assieme alle loro scorte:

Altre letture consigliate:
L'agenda ritrovata - sette racconti per Paolo Borsellino (a cura di Gianni Biondillo e Marco Balzano)
- Il filo dei giorni, di Maurizio Torrealta
- Stragi di Rita di Giovacchino
Collusi – di Nino di Matteo e Salvo Palazzolo
- E' stato la mafia di Marco Travaglio
- Protocollo fantasma Walter Molino


17 luglio 2017

Lo smantellamento del Pool - chi era Paolo Borsellino


Un altro passo nel racconto di chi fosse realmente il giudice Paolo Borsellino (visto che ci avviciniamo all'anniversario dei 25 anni dalla sua morte): siamo nel 1988, è appena celebrato il maxi processo in prima grado.
I "giuda" dentro il CSM bocciano la nomina di Giovanni Falcone a capo Ufficio Istruzione (oggi i garantisti esulterebbero per la bocciatura di un giudice comunista), al suo posto viene nominato per anzianità Antonino Meli, senza alcuna competenza specifica sulla mafia. Falcone è iniziato morire quel giorno - dirà più tardi Borsellino, commemorando l'amico ucciso nella strage di Capaci (e che tanti avevano ucciso moralmente nel corso della sua carriera - come racconta Giovanni Bianconi nel libro "L'assedio").
Di certo il pool antimafia voluto da Caponnetto inizia a morire, per l'opera di smantellamento di Meli: tutti i giudici (compreso Falcone, l'eroe Falcone) devono saper fare di tutto, anche i processetti.

Paolo Borsellino non ha paura di denunciare questo smantellamento in un intervista prima ad Attilio Bolzoni e poi a Saverio Lodato:
Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, intervista Paolo Borsellino"Lo Stato si è arreso: del pool antimafia sono rimaste macerie"
Signor procuratore, perché questo sfogo, 
perché ha deciso di uscire allo scoperto su un tema così scottante? 
"P
erché dopo tanti anni di lavoro, prigioniero nel bunker di Palermo, sento il dovere di denunciare certe cose. E anche perché non sono venuto qui a Marsala per isolarmi. Io sono venuto a fare il procuratore della Repubblica a Marsala per continuare ad occuparmi di mafia, per lavorare qui ma lavorare contemporaneamente anche con Falcone a Palermo, con il giudice ad Agrigento, con altri magistrati a Catania o a Trapani. E invece tutto questo non sembra possibile. Le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa Nostra si è riorganizzata,come prima, più di prima". 
Saverio Lodato, giornalista de "L'Unità", intervista Paolo Borsellino"Vogliono smantellare il pool antimafia"
Dottor Borsellino, tutti conoscono il clima di polemiche che ha preceduto e seguito la nomina del nuovo capo dell'Ufficio istruzione. Falcone non ce l'ha fatta. Non c'è il rischio di riaprire antiche polemiche?"Sono fra quelli che non hanno ami pensato che si dovesse dare un "premio" particolare a Falcone. Si trattava semmai di tutelare la continuità con le direzioni di Chinnici e Caponnetto. Si trattava cioè di garantire una soluzione interna all'Ufficio, senza pause o pericolose soluzioni di continuità in certe indagini".Lei è procuratore capo a Marsala. Vuol dire che con l'Ufficio istruzioni si sono "rotti i telefoni"?"Qui, a Marsala, ho avuto modo di occuparmi di una potente cosca di Mazara del Vallo sulla quale indagano anche i giudici palermitani. Mi sembrava quindi di fare la cosa più normale rivolgendomi all'Ufficio istruzione: non ho avuto alcuna risposta. Strano, davvero molto strano".Qualche giorno fa, ad Agrigento, durante la presentazione di un libro sulla mafia in quella città, curato da Giuseppe Arnone, lei si è detto molto preoccupato anche della situazione delle forze di Polizia."Bene: l'ultimo rapporto di Polizia degno di questo nome risale al 1982. Era il dossier intitolato Michele Greco più 161. Da allora ad oggi non è stato presentato più alcun rapporto complessivo sulla mafia nel Palermitano. Se si escludono alcuni contributi del reparto anticrimine dei carabinieri, il vuoto è assoluto: nessuno, per esempio, che si sia posto il problema di capire quali effetti ha provocato negli equilibri fra le famiglie di Cosa Nostra la sentenza del maxi-processo. Recentemente, invece, il dottor Nicchi, capo della squadra mobile di Palermo, ha dichiarato pubblicamente che lui "lavora per la normalizzazione". Francamente non capisco una frase del genere detta da un funzionario di polizia."Il capo della sezione omicidi della Squadra Mobile, Francesco Accordino, è stato trasferito a Reggio Calabria e da qualche mese si occupa di raccomandate rubate, presso la polizia postale. E' un caso?"So solo che la Squadra Mobile, dai tempi delle uccisioni dei poliziotti Cassarà e Montana, era rimasta decapitata. Lo staff investigativo è a zero".Qualche giorno fa il giudice Falcone ha affermato che non esistono prove dell'esistenza di un "terzo livello", inteso come superdirezione politica della "cupola" militare della mafia; ha aggiunto che molti uomini politici siciliani erano e sono adepti di Cosa Nostra. Che ne pensa?"Sull'inesistenza del terzo livello concordo con lui. Per la seconda parte del ragionamento non dispongo di informazioni particolari, poiché da due anni vivo a Marsala, ma è risaputo che esiste un'area di reticenza dichiarata, da parte di Buscetta, proprio nelle sue confessioni".Perchè lancia oggi questo grido d'allarme?"Il momento mi sembra delicato. Avendo trascorso tanti anni negli uffici-bunker di Palermo sento il dovere morale, anche verso i miei colleghi, di denunciare certe cose".

Ecco, era questo il giudice Paolo Borsellino, un magistrato che non aveva timore delle sue denunce anche alla stampa, per far sapere alla pubblica opinione i problemi della lotta alla mafia.
Chissà che ne pensano quelli secondo cui i magistrati dovrebbero parlare solo con le sentenze.

Mille giorni, mille promesse

Parlano alla stessa maniera, nonostante le scaramucce.
Si dicono "non farò mai l'alleanza con Renzi" (Berlusconi nell'intervista a Il Mattino).
"Berlusconi non ha mai votato la fiducia al mio governo" (Renzi a Bersaglio Mobile).

Eppure in Parlamento spesso i partiti del nazareno hanno votato d'amore e d'accordo: sui (voucher) voucher, su Minzolini, su Consip e Lotti.
Ma è quando parlano di giustizia che vedi la corrispondenza d'amorosi sensi: Davigo khomeinista, non sono mai stati indagato prima di scendere in politica, noi siamo garantisti ..
Stesso discorso quando si tratta di incensare l'azione del loro governo e delle riforme: quelle fatte dal governo Berlusconi, specie in tema giustizia per salvarsi dai processi.
E quelle fatte dal governo dei mille giorni (non male come slogan).

Riforme che partivano da un enunciato condiviso da tutti, per poi andare fuori tema.
La ex Cirielli che serviva per salvare dal processo i furbi che riescono a tirare per le lunghe nei processi.
La blanda riforma della giustizia di Orlando, con cui le procure generali potranno avocare le indagini che vanno oltre tre mesi (provocando un intasamento presso le procure generali).

Ora Renzi rivendica i risultati del suo buon governo: cresce la produzione, migliorano le stime del PIL ..
Come al solito il gioco è prendere in considerazione i numeri che interessano: se dovessimo addossare all'ex governo Renzi lo stato attuale dei conti, del paese, dovremmo dargli anche le colpe del debito pubblico in aumento, della disoccupazione giovanile in aumento.

E sulle stime del PIL: siamo maliziosi se pensiamo che Bankitalia e Visco (sulle stime del PIL in crescita) abbiano cercato una captatio benevolentiae nei confronti del governo?

Come andrà a finire la storia d'amore?
La prossima campagna elettorale si giocherà molto sui numeri (quelli tirati fuori dal cilindro) e sull'immigrazione.
Salvini è stato ammorbidito dalla copertina di Chi. Di Maio col tormentone della telefonata all'ambasciata francese.
Lo ius soli è stato rimandato a settembre, per non creare problemi al governo.
I roghi hanno devastato il sud ma anche le spiagge dei vip a Capalbio (e le regioni continueranno a spendere milioni per affittare aerei ai privati).
I sindaci si riuniscono per protestare contro l'arrivo degli immigrati: lo stato si ricorda di certe zone solo quando ne ha bisogno.
E' un mondo in bianco e nero, senza sfumature, pro o contro.
Sia che si parli di giustizia, che si parli di immigrazione, che si parli crisi ed economia.

16 luglio 2017

Le ultime settimane di Paolo Borsellino

Palermo, 23 maggio-29 giugno 1992
I pensieri di un giudice

Ha fretta, e ne aveva già prima che venisse ucciso il suo amico Giovanni. Pochi giorni prima aveva ricevuto due giornalisti francesi, Fabrizio Calvi e Jean-Pierre Moscardo, che stavano girando un film sui «padrini d'Europa». Venivano da Milano, anzi da Arcore dove erano andati a vedere sul posto la storia, allora poco conosciuta, dello stalliere Vittorio Mangano.
Borsellino li aveva visti, quasi per dovere in Procura, ma poi sentito l'argomento, aveva dato loro appuntamento nella sua casa di campagna, a Carini.
Lì aveva portato documenti, atti processuali che aveva piacere fossero conosciuti: la filiera dei soldi di Cosa Nostra, gli investimenti della mafia al nord, il traffico di droga, gli investimenti con Berlusconi, la figura di Dell'Utri, quella di Mangano, le intercettazioni che parlano di «consegna di cavalli» in albergo, tutta materia di cui aveva conoscenza diretta.
Gli sarebbe piaciuto che quell'intervista fosse stata resa pubblica quanto prima. Poi c'erano stati i giorni del lutto. Poi la ripresa del lavoro: gli interessa molto un pentito trafficante di droga, Gaspare Mutolo, che conosce la filiera del Nord; gli interessa il ruolo di Bruno Contrada; Claudio Martelli gli chiede di prendere il posto di Falcone e diventare il responsabile della Direzione Nazionale Antimafia. Gli dicono, quasi fosse una cosa che lui dovrebbe già sapere: «il tritolo per te è già arrivata a Palermo».
Quei due giornalisti francesi sono forse l'ultimo dei suoi problemi, certo che però non si sono fatti più sentire. Nessuno si fa più sentire per altro.
[Patria 1978 - 2008, Enrico Deaglio]

Ci avviciniamo al 25 anniversario della strage di via D'Amelio: la bomba che uccise il giudice Paolo Borsellino mentre andava a visitare la madre. Ucciso assieme a cinque uomini della sua scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina).
Un'altra strage di mafia, un'altra strage contro un giudice che era diventato (ed era stato indicato) simbolo della lotta alla mafia.
Vorrei evitare che, come per il passato anniversario della strage di Capaci, si risolvesse tutto nelle solite frasi: l'eroe Falcone, la vendetta della mafia, la lotta dello stato alla mafia, vinta con la cattura del boss.
Una narrazione della storia che nasconde una parte anche sostanziale dei fatti.
Che non risponde a molte domande, inquietanti, che ad ogni anniversario, tornano.
Perché questa seconda strage dopo solo 55 giorni da quella di Falcone?
Perché, se è stata solo mafia, quel depistaggio portato avanti da uomini dello Stato come Arnaldo La Barbara, per la pista Scarantino?
E, se la pista Scarantino è falsa e dobbiamo credere a quanto racconta il pentito Gaspare Spatuzza, chi erano le persone presenti durante i preparativi della strage, non mafiosi? Erano uomini dei servizi? 
Abbiamo letti di cosa si stava occupando Borsellino nelle ultime settimane: l'attentato a Falcone, certo, ma anche l'inchiesta "Sistemi criminali", il rapporto del Ros su mafia e appalti.
Mafia e appalti che portavano molto in alto e lontano dalla Sicilia.
Gli investimenti della mafia al nord, per esempio. Mafia, appalti, politica, Mangano, Dell'Utri e Berlusconi.
Ecco, già questo ci fa capire tante cose: perché quell'intervista ai due giornalisti in Rai non è mai andata in onda, se non per spezzoni in alcune trasmissione che osavano parlare del rapporto politico-mafioso.
Perché ancora oggi è tabù parlare di concorso esterno in mafia, dei miliardi che Berlusconi pagò alla mafia, per tramite Dell'Utri.
Ma noi siamo un paese dalla memoria corta e, anche quest'anno, ci accontenteremo della favoletta del giudice eroe.


Roma,30 giugno-1 luglio 1992
Borsellino, due incontri che inquietano il giudice

martedì 30 giugno. In un luogo protetto e riservato i magistrati Paolo Borsellino e Vittorio Aliquò, con il questore Antonio Manganelli mettono a verbale le dichiarazioni del collaborante Leonardo Messina. Messina parla del ruolo dominante degli appalti e della figura di Angelo Siino che lega intorno a sé politici, mafiosi, industriali. Messina si sofferma sulla Calcestruzzi spa di Raul Gardini, secondo lui il principale riferimento nazionale di Cosa Nostra.
Mercoledì primo luglio. Il giudice Borsellino sta interrogando a Roma il pentito Gaspare Mutolo, quando viene avvisato che il ministro dell'Interno lo cerca. «Starò via mezz'ora, poi continuiamo».
Viene accompagnato nello studio privato del neo ministro dell'Interno, Nicola Mancino. Ma qui non trova il ministro, bensì il capo della polizia Vincenzo Parisi e il dottor Bruno Contrada, numero tre del Sisde. Il colloquio è breve. Borsellino torna da Mutolo che lo vede sconvolto, tanto da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente.
[Patria 1978 - 2008, Enrico Deaglio]

Ecco a cosa stava lavorando nelle sue ultime settimane Borsellino: "Ho fretta, devo fare di fretta", diceva.
Fretta perché sapeva cosa lo aspettava. Perché sapeva che i suoi nemici non erano solo i mafiosi, ma anche dentro le istituzioni.
Vedo la mafia muoversi in diretta - un'altra frase che ripeteva ai collaboratori.
Forse perché aveva incontrato proprio al Viminale il numero tre del Sisde ("u dutturi", di cui avevano già raccontato tutto collaboratori di giustizia come Buscetta) Bruno Contrada che sapeva del suo interrogatorio segreto con Mutolo.
Contrada, il funzionario del Sisde condannato per concorso esterno in mafia, per cui una recente sentenza della Cassazione, leggermente contorta, ha cancellato gli effetti della condanna.
Con grande giubilo dei garantisti all'italiana, quelli pronti a difendere i colletti bianchi sotto indagine.
Che parole useranno il 19 luglio, ricordando Borsellino, i garantisti del Foglio, de Il giornale, de La Stampa?
"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati". (dalla lezione del 26 gennaio 1989 all'Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa) 

  

15 luglio 2017

Rondini d'inverno – sipario per il commissario Ricciardi, di Maurizio de Giovanni


Prologo 
Una delle cose che il ragazzo ha imparato, in quei mesi che dal caldo hanno portato al vento, al freddo e di nuovo al tepore del sole, è sentire il clima.Non ne hanno parlato durante le lezioni. Eppure è un fatto, pensa mentre percorre a leggera salita verso la casa del vecchio, che da quando va lì la sua percezione delle cose è cambiata, e non solo nella sua professione. È stato un mutamento tanto sottile quanto inesorabile. Ora canta in maniera diversa, glielo dicono tutti...


Rondini d'inverno è La fine di un ciclo, quello delle canzoni (dopo quello delle stagioni, quello delle festività): si chiude con la storia di una rondine che, diversamente dalle altre, non tornò al suo nido.
Ma la storia della rondine è solo una delle tante, in questo romanzo, non l'ultimo della serie di Ricciardi, che qui trovano una fine e un nuovo inizio.
C'è un assassino che all'inizio del racconto confessa la sua colpa:
«Mi dispiace, brigadie'.Mi dispiace di aver sparato al commissario Ricciardi».

E poi spiega, al brigadiere Maione, perché quel colpo di pistola, proprio al commissario Ricciardi:

La colpa è dei sogni, brigadie'. Dell'esistenza finta che conduciamo nel segreto delle notti infinite. Dell'esistenza immaginaria che trasforma i momenti quotidiani in un peso insopportabile, e così fai quello che mai avresti pensato. Poi non ti resta che nascondere quanto è successo, sperando che nessuno arrivi a capirlo e che il sogno diventi realtà. È il sogno il vero colpevole, brigadie'.Poi, all'improvviso, leggi negli occhi di qualcuno quello che hai sempre temuto: la scintilla della comprensione.Dio, quanto mi dispiace.È il momento più terribile, sapete? Quando ti rendi conto da un gesto, da una parola, che c'è chi ha capito. E il sogno, che fino a un attimo prima scintillava solido e possibile, comincia a sfaldarsi, a dissolversi nel nulla.Da quell'istante pensi solo a proteggerlo.[..] Per questo ho premuto il grilletto, brigadie'. Mi dovevo difendere. Dovevo difendere quel sogno.

C'è il sogno e la realtà: e almeno la prima parte del racconto si muove in mezzo ai due mondi, poiché il delitto su cui Ricciardi e Maione, il fidato collaboratore, è avvenuto in teatro: siamo agli ultimi giorni del dicembre 1932, al teatro Splendor va in scena la rivista Ah l'amour!, con protagonisti il famoso cantante Michelangelo Gelmi, assieme alla bellissima moglie Fedora Marra.
Assieme nella vita e sul palcoscenico, a rappresentare la canzone Rondinella, una canzone struggente di amore e tradimento, di un innamorato che chiede all'amata di tornare al suo nido
E turna rundinella, 
turna a 'stu nido mo' ch'è primmavera 
I' lasso 'a porta aperta quanno è 'a sera 
speranno 'e te truvàvicino a me.

Ma ad un certo punto, nella rappresentazione scenografica, irrompe la realtà: l'innamorato dovrebbe sparare due colpi all'amata che lo ha lasciati. Dovrebbero essere a salve, ma non è così. Uno di questo è un vero colpo che uccide Fedora, colpita al petto che cade all'indietro sul palco nella sua interpretazione più realistica.

Ad indagare si un delitto che parrebbe di semplice soluzione è Ricciardi, digiuno di vita mondana e anche della notorietà della coppia.
Come in tutti i casi, non può sottrarsi al “fatto”: la visione degli ultimi istanti della vittima, la sua malattia, la sua condanna
Ricciardi rimase ad osservare ancora una manciata di istanti, poi si concentrò sul cadavere. Ci volle qualche secondo prima che la sua mente malata visualizzasse l'immagine della donna, il torace squassato dal colpo di pistola, la macchia di sangue che si allungava sulla veste. Rivolta verso l'altro lato della scena ripeteva: Amore della mia vita. Amore della mia vita. Amore della mia vita.
Dalla bocca e dal naso le colava incessante il sangue che andava ad unirsi a quello del petto.

Un caso semplice dunque: un delitto cui tutti sono stati inconsapevoli testimoni. L'altro attore in scena, i due musicisti, le ballerine e le altre persone che lavorano nel teatro. Gli spettatori.
Ma qualcosa non convince Ricciardi.
A cominciare dalla coppia di attori in scena. Il famoso Michelangelo Gelmi, una stella sulla via del tramonto.
E la bella Fedora, astro nascente.
Se l'assassino ha agito in preda all'impeto della rabbia, per un tradimento, perché ha agito così, aspettando quella canzone, davanti a tutti?
E perché ucciderla, poi, visto che a lei doveva tanto della sua fortuna? Lei che, ora che era famosa, avrebbe potuto abbandonarlo.

Non sono giorni facili, questi ultimi giorni dell'anno. Giorni in cui si è costretti ad essere felici. Perché finisce un anno e ne inizia un altro.
Ma i problemi e i pensieri sempre lì rimangono.
E in testa Ricciardi ha ancora quegli occhi che lo hanno guardato, sorridenti, una sera.
Dopo che Enrica aveva rifiutato la proposta di matrimonio del giovane ufficiale tedesco.
Sono qui. Ho rifiutato un futuro, una famiglia, dei figli.
Ho respinto un uomo bello, ricco, affascinante. L'ho fatto qui, in casa mia, davanti alla mia famiglia, perché tutti capissero quello che ho voluto dire.
 
Io voglio te. 
Questo si era sentito dire, con un sorriso dall'altra parte della strada. 
E un uomo come lui non sapeva sottrarsi alle responsabilità.

Quegli sguardi si sono incontrati così, una sera. E si sono avvicinati, si sono raccontati i perché del rifiuto, i perché una donna nubile aveva aspettato tanti mesi per quella persona che aveva riconosciuto come amore della sua vita.

Che fare? Confessare ad Enrica, la dolce Enrica, dei fantasmi che lo accompagnano da quanto era bambino, lungo le vie della vita?
Per fortuna che c'è quel caso, quel delitto, per poter pensare ad altro.
Al rapporto che c'era tra la coppia di attori, per esempio: un rapporto scenografico, finto, come inizia a comprendere dai racconti delle persone che lavoravano in teatro.
O dalla scoperta di un biglietto in una veste di Fedora nel suo camerino:
«Anche stanotte indosserò il tuo ricamo prima di addormentarmi» .. «nel mio cuore sarà l'ultima cosa che ascolterò».

È la prova di un tradimento?
C'è un incontro, in particolare, che Ricciardi fa in teatro che è un omaggio al grande Totò (che nel racconto è impersonato dal comico Zuzù)
- Commissa', noi attori siamo gente strana. Con gli anni, a forza di rappresentare esagerazioni, perché questo sono i sentimenti che mostriamo sul palcoscenico, finiamo per esagerare pure noi. E ci convinciamo che è tutto vero: le lacrime e le urla, le risate e i tradimenti. Forse il povero Michelangelo è rimasto vittima di un sogno, e ha dimenticato la differenza che ci sta tra la realtà e l'immaginazione. Pure Fedora era un'attrice, e anche lei faceva finta. Magari si è inventata un grande amore e ci ha creduto.[..] 
Ricciardi studiò a lungo quel volto asimmetrico e triste, quasi una metafora delle parole che l'uomo aveva appena pronunciato: comicità fuori, malinconia dentro.

Il comico Zuzù gli aveva detto che gli attori confondono la finzione con la realtà, e forse era vero. Ma il colpo di pistola che ha ucciso Fedora è tremendamente vero.
Se non è stato il marito, Michelangelo, chi altri aveva interesse ad ucciderla e ad incastrare il cantante?

Ma, come dicevo, in questo romanzo, tante storie accompagnano il filone principale del racconto: negli interludi c'è spazio per il racconto del giovane suonatore di mandolino che prende lezioni dal vecchio cantante e chitarrista.
Che cerca di non insegnargli solo la tecnica dello strumento, ma anche la storia dietro ogni canzone. Gli racconta del sogno delle rondini: testarde e ottuse, ogni anno sognano di dover tornare al loro nido.
.. nel sogno però non possiamo fare niente. Non possiamo allungare la mano per difenderci e neanche afferrare ciò che vogliamo. Stiamo solo sognando e la mano non si muove. E avvertiamo la frustrazione, il senso d'inettitudine. Stiamo là, intrappolati, protagonisti di quello che accade e spettatori impotenti, gli unici che non possono agire.Come mosso da una volontà propria, lo strumento torna di scatto in posizione...

C'è la confessione dell'assassino, che va avanti:
Il sogno e la nebbia, caro brigadiere, lavorano in modo diverso. I sogni ti avvelenano, la nebbia ti convince.
Perciò ho pensato di poterla scampare, di farla franca, quando ci siamo svegliati in quella nebbia.
 
Ho creduto che fosse scesa apposta a nascondere il mio sogno, a salvarlo.Mi è sembrato di buon auspicio, la nebbia.Ma com'è andata a finire lo sapete. La nebbia non è bastata, e ho dovuto difendermi.

Il sogno, la funzione e la realtà: due mondi distanti e così vicini, separati solo da un sipario:
Poi dice: il sipario. Tutti noi sottovalutiamo troppo il sipario, eppure quella cortina significa che lo spettacolo è terminato.Si scosta per le chiamate in scena, per gli applausi, ma lo spettacolo è finito.Però non ne parliamo, ci concentriamo sul palco, sui movimenti o sul repertorio sulle entrate e sulle uscite di scena, sulle posizioni che dobbiamo occupare.

Oltre allo Splendor e al delitto sul palcoscenico, c'è poi un'indagine personale portata avanti da Modo (il dottore dal cuore così grande da poter amare una persona sola) assieme a Maione, per scoprire chi ha picchiato fin quasi ad ammazzarla Lina, una prostituta frequentata dal dottore.

Livia, la bella cantante lirica, vedova del tenore Lezzi, ancora innamorata di Ricciardi, che è stata arruolata da un enigmatico personaggio, Falco, per spiare l'ufficiale tedesco che aveva chiesto la mano ad Enrica.

La contessa Bianca di Roccaspina che abbiamo incontrato in “Anime di vetro”: assieme a Carlo Maria Fossati, duca di Marangolo, organizza un incontro per la notte di capodanno assieme a quel commissario dagli occhi verdi.

La custode di Ricciardi, Nelide la nipote di zì Rosa, alle prese con una cenone “cilentano” per il Capodanno che non verrà mai consumato..

Quante emozioni e tutte assieme, per questo capodanno così freddo, per quel vento tagliente, in cui tutte le storie troveranno una fine. E un nuovo inizio.
Che si alzi il sipario!

Gli altri libri della serie col commissario Ricciardi:


La scheda del libro sul sito di Einaudi, il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon