25 aprile 2017

Pillole di memoria: storie di Resistenza e di eroi in Brianza

L'assessora Trevisani, l'avvocato Filippo Meda e il professor Corbetta


Ad Inverigo l'amministrazione comunale non si è dimenticata di ricordare anche quest'anno il 25 aprile, con una serie di iniziative sul territorio col compito di ricordare da dove arriva la nostra democrazia, la nostra Repubblica, da dove arriva la nostra libertà.

Un breve ripasso storico.
25 aprile 1945: il CLN dichiara l'insurrezione, a Milano parte lo sciopero generale, coi tedeschi e i fascisti ancora in città, armati e (in parte) incattiviti.
Mussolini, tradendo la parola data all'arcivescovo Schuster, scappa da Milano per andare a Como nell'ultimo disperato tentativo di una ridotta in Valtellina, con gli ultimi irriducibili.
In verità è solo una fuga per scappare dai partigiani, dalla morsa delle SS (che lo scortavano su ordine di Hitler) per consegnarsi agli americani.
Assieme ai gerarchi, alle sue carte e all'oro della patria che i ras del fascismo si erano tenuti..

La cattura di Mussolini, su un camion tedesco della colonna Fallmeyer, vestito da soldato tedesco, ultima vergogna del duce che aveva fatto sprofondare il paese nella vergogna (per il regime, per le leggi razziali) e nel disastro (la guerra, i dispersi, i morti...).
L'ultima raffica davanti il cancello di Giulino di Mezzegra, i cadaveri esposti a testa in giù, appesi ai tubi della pompa di benzina, un oltraggio ai morti dovuto anche all'eccezionalità del momento, per la folla che si era radunata in piazzale Loreto, per vedere il dittatore morte.

Dei venti anni di dittatura, di privazione delle libertà, di violenze, delle leggi razziali e delle morti ci si ricorda solo di quegli ultimi momenti, dei cadaveri di Mussolini e della Petacci sfigurati, violati.
E soprattutto ci si è completamente dimenticati dei lunghi mesi in cui in Italia si è combattuto per la liberazione del paese dalla dittatura, per scacciare l'invasore tedesco e per sconfiggere il governo fantoccio di Salò. Una guerra combattuta dagli eserciti, le truppe alleate che risalivano l'Italia e quelle tedesche verso il nord.
Ma c'è anche stata una guerra che ha messo uno di fronte all'altro italiani contro italiani e tedeschi: la guerra (di logoramento, di contrasto) condotta dalle formazioni partigiane formatesi a partire dal crollo del regime fascista. Due date importanti: il 25 luglio 1943, quando Il Gran Consiglio del Fascismo aveva di fatto sfiduciato Mussolini, poi arrestato dal Re che aveva dato a Badoglio la guida del governo.
La guerra continuava, diceva Badoglio, mentre si trattava la resa con gli alleati.
E poi la resa comunicata via radio agli italiani l'8 settembre: senza ordini ai soldati, senza ordini ai carabinieri, alla polizia, col re scappato a Pescara, si sfaldarono esercito, stati maggiori, coi soldati in fuga dalle caserme al grido di “tutti a casa” cercando di sfuggire alla cattura dei tedeschi.

Da qui partì la guerra di liberazione.
Da episodi singoli come la battaglia dei soldati italiani a Cefalonia.
Dalla scelta di parte di questi soldati di non consegnare le armi ai tedeschi ma di combatterli.
Dalla scelta di quella parte degli italiani che, in quell'8 settembre seppero prendere la scelta giusta.

A contribuire alla guerra partigiana furono studenti, operai, gente comune e futuri deputati, ex militari e perfino preti. Persone cresciute nell'Italia fascista che li aveva cresciuti nel conformismo e all'obbedienza del più forte, che finalmente poteva sperimentare l'ebbrezza di essere padrone del proprio destino, che poteva assumersi quelle responsabilità, diventare partecipe di un processo che avrebbe dovuto costruire un'Italia diversa, più libera, migliore.
Non siamo stati capaci di coltivare il ricordo delle loro gesta, di perpetuare fino in fondo la loro memoria se ancora oggi ci sono ragazzi che la guerra e il fascismo non l'hanno conosciuto e che alzano in braccio per il saluto romano.
Se ancora oggi sul fascismo girano delle verità edulcorate, dei finti sentimentalismi su un regime che seppe solo sopprimere le libertà, che defraudò le casse dello stato, che seppe solo occupare tutti posti dello stato (come avvenne più tardi nella repubblica della partitocrazia), che cinicamente portò l'Italia in guerra, speculando sui soldati morti per avere poi un posto al sole.

Fatta questa premessa, assumono un ruolo importante le iniziative come quelle portate avanti dalle del comune di Inverigo, per rinsaldare il ricordo di quei mesi di guerra, per tenere viva la fiamma, la passione, la voglia di libertà che infiammò tante persone in quegli anni difficili.
Per ricordare a tutti che la grande storia e i grandi personaggi si mescolano a storie meno note di persone sconosciute o persone comuni, che nel momento del bisogno non hanno rinunciato ad alzare la testa, come quel Fumagalli che si oppose all’arresto e successiva deportazione degli anziani nonni di Liliana Segre, avvenuto a Bigoncio.

A tu per tu con l’avvocato Filippo Meda” è stato il titolo della serata, introdotta dall'assessora Alessandra Trevisani, in cui il professor Daniele Corbetta, grazie alla viva memoria dell'avvocato Filippo Meda, figlio di Luigi Meda, ha raccontato ai presenti alcuni episodi significativi della nostra guerra di Liberazione.
E alcuni dei personaggi di questa storia, che hanno vissuto sul nostro territorio.

Il padre, Luigi Meda, figlio del ministro Filippo Meda, che non è stato un antifascista dell'ultima ora.
Lo scultore Angelo Casati.
Il partigiano Bruno, ovvero Bruno Ballabio, morto durante la battaglia in difesa della repubblica di Val d'Ossola.
Giancarlo Puecher, fucilato dai repubblichini per rappresaglia della morte dei fascisti Pontiggia e Pozzoli.

Luigi Meda, era il padre dell'avvocato Filippo (e nipote del ministro Filippo Meda); i mesi della guerra di liberazione li ha vissuti in pieno: volontario della prima guerra mondiale, si era poi battuto per i diritti dei contadini di Cremnago, quando il conte Perego intendeva vendere i suoi terreni all'istituto San Paolo.
Luigi si lottò per dare loro il diritto alla prelazione e mantenere terreni e lavoro: una battaglia che divenne poi la sua tesi di laurea.
Faceva parte di una cellula antifascista che si ritrovava a Milano nella casa della cultura, ben prima dell'8 settembre, assieme a Puecher, Casati e anche don Gnocchi.
Dopo l'8 settembre, Inverigo era un porto di mare, qui arrivavano quando intendevano scappare in Svizzera, come Edgardo Sogno.
Luigi Meda fu arrestato dai tedeschi il 26 novembre: i tedeschi avevano già cercato di arrestarlo prima, poiché pensavano fosse a conoscenza delle armi lasciate da una compagnia di Alpini che proprio ad Inverigo si era dissolta.
Le armi di questi alpini costituirono il primo nucleo di armamento delle formazioni partigiane locali: tra questi, il capitano Benis, che era ospite (nascosto), nella casa delle signore Rossi, mentre il resto dei soldati si trovava nel granaio di Villa Crivelli.

Nell'aprile del 44, a San Vittore Luigi Meda incontra in cella un giovanissimo Mike Bongiorno, arrestato in quanto staffetta partigiana: il nipote, il giornalista Luigi Meda ha ricordato questo incontro in un bel racconto, il giovanissimo italo americano a cui il maturo avvocato aveva cercato di dare conforto.
Fu successivamente scarcerato in scambio di un colonnello tedesco, preso dai partigiani: una volta liberato torna al suo paese, anche se poteva scappare in Svizzera.
Andava avanti indietro da Milano, come avanti e indietro da Macherio troviamo un altro di questi personaggi: il prete dei mutilatini, don Gnocchi, che curava il centro invalidi ad Arosio.

La sera del 24 aprile, prima dell'insurrezione, avvisò la moglie che non sarebbe tornato a casa per diverse sere: trattò una prima volta la resa col capitano Lutze, assieme al colonnello Donà, inutilmente.
Il giorno 25 ci fu una prima scaramuccia: furono sparati dei colpi di fuoco contro i tedeschi la cui sede era presso l'asilo, dietro la chiesa di Inverigo.
A sparare furono probabilmente membri della brigata Puecher di Lambrugo: i tedeschi, successivamente, si arresero e abbandonarono il paese.
L'avvocato Filippo Meda, che all'epoca aveva 16 anni, ricorda ancora che se ne andarono via cantando e inquadrati.
Furono poi catturati, nella strada verso Lurago: alla fine in prigione finì il capitano tedesco Lutze, la sua amante al seguito e pure il suo cane, un setter di nome Norman.

Meda ha citato un altro episodio di quelle settimane: lo scontro con una colonna fascista, lungo la strada per Lurago, che costò la vita a 37 partigiani e ad un contadino: sugli automezzi della colonna furono recuperati fogli interi di banconote, non tagliati, che furono raccolti e portati alla Cariplo di Como e regolarmente registrati.
Ci sono stati casi di beni o soldi requisiti finiti nelle tasche dei singoli?
Sono cose che possono succedere, ha ammesso l'avvocato, eravamo in guerra e molti avranno pensato a prenderseli, come preda bellica.

Immagine presa da Wikipedia 
Giancarlo Puecher era un sottotenente dell'aeronautica, figlio di un notaio milanese venuto qui in Brianza come sfollato: era una di quelle persone che avevano molto ascendente sugli altri, proveniva da una buona famiglia, era in contatto con Luigi Meda, di cui frequentava la casa, con Leopoldo Gasparotto (poi ucciso a Fossoli) del Partito d'Azione e col comunista Carlo Perasso.
Fu catturato per rappresaglia dopo l'attentato a due fascisti, il centurione della milizia Ugo Pontiggia e l'amico Angelo Pozzoli.
Il federale di Como Scassellati compilò la lista dei fucilandi, che sarebbe stata assai lunga se i carabinieri del luogo non l'avessero minacciato, facendo presente che se si fossero uccise tutte quelle persone sarebbe partita l'insurrezione ad Erba.
Persona intelligente e lucida fino alla fine: nella sua ultima lettera alla famiglia, il 21 dicembre 1943, elenca tutti gli oggetti e le somme di denaro da lasciare alle persone a lui vicine. Prima di essere fucilato, abbraccia uno ad uno tutti i componenti del plotone, perdonandoli. Un gesto dall'alto valore cristiano:

Muoio per la mia patria. Ho
sempre fatto il mio dovere di
cittadino e di soldato. Spero
che il mio esempio serva ai
miei fratelli e compagni.
Iddio mi ha voluto, accetto
con rassegnazione il suo volere.
Tutti i miei averi vadano ai
miei fratelli e a Elisa Daccò.
Vorrei che sul mio avviso mortuario
figurassero i miei meriti sportivi e
militari.
Non piangetemi, ma ricordatemi a
coloro che mi vollero bene e mi stima-
rono.
Viva l’Italia.

Raggiungo con cristiana rassegnazione la
mia mamma che santamente mi edu-
cò e mi protesse nei vent’anni
della mia vita.
L’amavo troppo la mia patria non
la tradite e voi tutti giovani d’Italia
seguite la mia via e avrete il compenso
della vostra lotta ardua nel ricostruire una
nuova unità nazionale.
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché
non sanno quello che fanno e non pensano
che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai
la concordia.
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida
alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio.
L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe
Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti
e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa
Barlassina. Il mio guardaroba ai miei
fratelli e a Pussì Aletti, mio indimenticabile
compagno di studi.

L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma
a Papà il braccialetto a Gino e l’orologio
Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli
una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo
delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.
Stabilite una somma per messe in mio suffragio
e per una definitiva sistemazione pacifica della
patria nostra.
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò
che sempre mi permettesti di fare e
mi concedesti.
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse
non sufficientemente apprezzò.
Ginio e Gianni sono degni continuatori delle
gesta eroiche della nostra famiglia e non si
sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri
convalidano la fede in una vera idea.
Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la
sua volontà.
Baci a tutti
Giancarlo Puecher Passavalli

Angelo Casati era invece uno scultore, amico dei Meda: di lui, l'avvocato Filippo Meda ha citato due episodi particolari.
Quando attaccarono un deposito militare dei tedeschi in località Fornaci: la sentinella fu disarmata puntandole alla schiena un dito. Col suo fucile furono disarmate le altre .. Come in un film.
Casati fu uno degli esponenti del comitato partigiani a trattare la resa col comandante tedesco, come si è già detto.

L'altro episodio riguarda invece un diverbio col gruppo partigiano di Arosio, quando qui fu fermata una colonna tedesca in fuga da Monza.
Avevano il lasciapassare del CLN per andarsene in Svizzera, con la promessa di non compiere azioni contro la popolazione: Casati faceva parte della delegazione che da Arosio andò a Monza per controllare le carte di questa colonna, per verificarne la veridicità.
Nel mentre, il gruppo arosiano procedeva ad arrestare i tedeschi per portarli in località Bosco Marino, dietro Inverigo, mettendo a rischio la popolazione.
Cosa che fece infuriare il Casati.
Era un antifascista “perché amo la libertà”, così diceva.

Bruno Ballabio è stato un eroe della Val d'Ossola, dove per un breve periodo, cacciati fascisti e tedeschi si sperimentò una forma di repubblica partigiana.
Nella battaglia del Premosello, nel giugno 44, morì, colpito da diversi d'arma da fuoco e anche da diverse coltellate. Si vede che il nemico voleva proprio essere certo della sua morte.

Il compagno partigiano Scalabrini ha ricordato quella battaglia, quando tedeschi e repubblichini circondano il paese di Premosello
«quando Bruno si accorge che l'accerchiamento sta per completarsi, si rivolge, sotto l'uragano di fuoco, a me e mi dice: «tengo io, salvati»! Bruno, da solo, con le scarse munizioni, ma con grande coraggio, tiene testa, per quasi mezz'ora, ai tedeschi e ai fascisti. Cessa il fuoco, si sentono ancora per qualche minuto le urla degli assalitori, poi ricade il silenzio nella grande valle. Quando i nazifascisti se ne vanno, la popolazione va alla ricerca di Bruno. Eccolo! Numerose sono le ferite al petto, ma ha pure tre pugnalate nella schiena».

Oggi è sepolto al cimitero di Torino, assieme ad altri eroi di quelle battaglie: i suoi parenti ad Inverigo l'hanno riconosciuto, dopo un servizio giornalistico che parlava del partigiano Bruno, il partigiano ignoto, senza nome.
Era partito da Inverigo proprio l'8 settembre, per andare in montagna a combattere: dopo la sua partenza si erano perse le tracce, fino al 1969, con quell'articolo.
Successivamente i suoi parenti, a Bigoncio, si sono prodigati per dare un cognome e “Bruno il partigiano ignoto”: in futuro il comune di Inverigo dedicherà una via a questo ragazzo, uno dei tanti che seppero fare la scelta giusta, sebbene cresciuti nel fascismo e anche benestanti.
Ma riuscirono a distinguere il bene dal male.
Mutuando le parole di Italo Calvino: il più onesto, il più idealista dei repubblichini si batteva per la causa sbagliata, la dittatura. Il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato si batteva per la causa giusta, la democrazia.

Cos'è il fascismo.
Ho sentito tanta gente urlare là sotto”: questo diceva Angelo Casati quando passava davanti il comune di Inverigo. Nelle sue celle, nello scantinato, la gente veniva torturata.
La cugina del Ballabio, riferiva uno dei parenti che è intervenuto, era costretta a portare da bere ai torturati e anche ai torturatori.
Vedeva gente scendere in quelle stanze e uscirne fuori coi capelli bianchi. Si ricorda delle lunghe tavolate di legno e il muro, particolare scolpito nella memoria, sforacchiato di colpi ad altezza d'uomo o sopra le teste dei carcerati.
Questo era il fascismo degli ultimi mesi: gente che, senza più scrupoli morali e senza freni sfogava la sua violenza contro persone inermi, contro persone accusate di essere contro il fascismo.
Gente come il maresciallo di ps Bruschi di Como, il fucilatore di Giancarlo Puecher: si scoprì poi, a guerra finita, che aveva il vizio di requisire beni per tenerseli.

25 aprile 1945 – 25 aprile 2017: 72 anni dopo, la forza di questi racconti (come la memoria di Filippo Meda) è ancora viva.

E' questo che ancora oggi, da fastidio a quanti ogni anno aprono polemiche strumentali sulla guerra di Liberazione e sul ruolo effettivo dei partigiani: non accettano che in quei mesi si sia creata una coscienza civile in questo paese, si siano messe le basi per una democrazia “diretta”, in cui ciascuno individuo è partecipe, non più suddito o schiavo di un regime che ti dice cosa devi fare.
E' quell'ebrezza di libertà, di sentirsi padroni del proprio destino di cui ha scritto Beppe Fenoglio nel “Partigiano Johnny”, quando decide di farsi partigiano:
Nel momento in cui partì, si sentì investito in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava il vento e la terra”.

Buona festa della Liberazione a tutti!  

1 commento:

Jonny Dio ha detto...

Grazie per le preziose testimonianze.