23 giugno 2017

Per completezza di informazione

Non c'è solo Roma, col probabile processo al sindaco Raggi per le sue nomine al comune di Roma.
E non c'è solo il caso del bambino malato di leucemia, morto per morbillo a Monza (preso dai fratelli che non si erano vaccinati).
Se volete indignarvi potreste anche occuparvi del sindaco di Milano Sala e delle sue scelte quando era commissario di Expo.

E ci sono anche i bambini che si ammalano a Taranto, o in Basilicata. E non perché non sono vaccinati.

Così, per completezza dell'informazione.

Il solito tema dei soldi

Torno un attimo alla puntata di Carta bianca di martedì sera scorso: la puntata dello scontro tra la ricercatrice Marta Fana e l'imprenditore Farinetti.
Serve creare un clima di fiducia tra imprese e stato e tra imprese e dipendenti - diceva Farinetti.
Forse servirebbero salari più pesanti, servirebbero più asili, ospedali - la risposta di Marta Fana.

E con che soldi? Di solito è questa la risposta che si da quando si propone di usare soldi pubblici per creare servizi pubblici.
Ed è quello che si chiedevano i giornalisti Porro e Berlinguer.
Da dove prendiamo i soldi?

Sono i soldi che metteremo nel capitolo di spesa per i caccia F35.
Sono i soldi finiti nel capitolo Expo (tra cui gli appalti senza gara per Eataly), come quelli per cui è indagato Sala.
Sono i soldi per le grandi opere come la stazione TAV ad Afragola, il "gioiello progettato da Zaha Hadid e finora costato circa 60 milioni di euro. Inaugurato il 6 giugno in fretta e furia per servire 36 treni dell’alta velocità (a Napoli ne passano 400) dal premier Paolo Gentiloni. Cinque giorni prima delle elezioni amministrative."
Per non parlare dei soldi che metteremo per le banche popolari.

Ecco, ora tutti i signori giornalisti ci spieghino loro cosa hanno contro scuole, ospedali, asili e come mai sono favorevoli ad autostrade, grandi opere, TAV in Val di Susa, F35..

22 giugno 2017

L'allarme sulla mafia

L'allarme del procuratore antimafia Roberti: "la mafia è presente in tutti i settori nevralgici dello stato. Legami con massoneria e servizi".
Ho letto i commenti di molti utenti a questa notizia, sui social: il più comune era "hanno scoperto l'acqua calda".
Come a dire che la percezione dell'italiano medio conferma in pieno il grido di allarme per cui le mafie non solo si sono infiltrate in settori dell'imprenditoria, ma stanno sostituendosi ai servizi dello stato.

Una percezione, questa, che non ha portato e non porterà ad alcun decreto Minniti, ad alcun reato di clandestinità, come per altre percezioni degli italiani (sui reati "minori", sulle paure per la presenza degli immigrati).

Di chi la colpa se, nonostante gridi d'allarme, nonostante le inchieste, siamo arrivati a questo?
Fino a pochi anni fa, per esempio, parlare di mafia al nord era ancora considerato tabù.
Di seguito una carrellata di dichiarazioni di politici del nord:

«Io parlerei più che di infiltrazioni mafiose di infiltrazioni della criminalità organizzata». Letizia Moratti, sindaco di Milano, 23 gennaio 2010
«A Milano e in Lombardia la mafia non esiste. Sono presenti singole famiglie».
Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano, 21 gennaio 2010
C’è la ‘ndrangheta all’Ortomercato? «Che sappia io, no».
Roberto Predolin, presidente della società comunale Sogemi, 4 maggio 2007
«La mafia a Milano? Tutte fantasie».
Titolo su il Giornale, 25 ottobre 1993
«Parlandone con il questore mi sono persuaso che Milano non è affatto una città mafiosa. La mafia non c’è nel senso proprio. Ci sono forse dei mafiosi. Può darsi».
Giampiero Borghini, sindaco di Milano, 5 agosto 1992
«Basterebbero sei mesi, al massimo un anno di governo della Lega lombarda per far sparire anche l’odore della mafia da Milano».
Umberto Bossi, segretario della Lega nord, 1 ottobre 1990

Per non parlare dell'ex ministro Maroni, ora presidente della regione Lombardia, che dopo le parole di Saviano a Che tempo che fa ("la mafia al nord inteloquisce con tutti .."), chiede indignato una puntata riparatoria alla Rai:

"Come ministro e ancora di più come leghista mi sento offeso e indignato dalle parole infamanti di Roberto Saviano, animate da un evidente pregiudizio contro la Lega". Lo ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, commentando il monologo in cui ieri sera nel programma Vieni via con me lo scrittore ha affermato che "al Nord la 'ndrangheta interloquisce con la Lega". "Ho chiesto al Cda della Rai il diritto di replica", ha aggiunto Maroni. "Vorrei un faccia a faccia con lui per vedere se ha il coraggio di dire quelle cose guardandomi negli occhi". 
Nel 2009 l'allora presidente del consiglio Berlusconi definì "eroe" Mangano e che avrebbe strozzato chi scriveva di mafia
"Se trovo chi ha fatto le nove serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia che ci fanno fare una bella figura, lo strozzo". 
Negli anni successivi ci sono state le inchieste Crimine e Infinito, la vicenda dell'azienda Perego strade finita nelle mani della ndrangheta, la ndrangheta che aveva preso possesso dell'Ortomercato a Milano.
Di mafia al nord si poteva parlare, ma bisognava limitarsi alla parola infiltrazione.

Anche queste parole smentite da un procuratore antimafia, Alessandra Dolci:
La Dolci prende spunto dall’ultima inchiesta da lei condotta per raccontare i legami e le fitte trame che intercorrono tra imprenditoria lombarda e mafia. E’, infatti, notizia di pochi giorni fa l’arresto di 29 persone accusate di associazione mafiosa della locale di Mariano Comense (Como) condotto dalla Dolci, durante l’operazione denominata Crociata. Il vero problema per il sostituto procuratore è il rapporto ormai inscindibile tra l’imprenditoria del Nord e l’organizzazione mafiosa. 
“La ‘ndrangheta – racconta Dolci davanti a un’aula stracolma di studenti e cittadini castanesi e non – ormai viene vista come la componente sociale che può risolvere qualsiasi problema. Dalle prime operazioni antimafia della fine degli anni ’80 non è cambiato molto. Continua a non esserci il rispetto delle regole”. E ricorda storie di almeno 30 anni fa, ma che ancora oggi risultano essere attuali. Molto. Anzi, a malincuore, troppo. Nel 1983, l’ex sindaco di Giussano Erminio Barzaghi dichiarò: “Il peggio del Sud si sta legando al peggio del Nord”. 
Parole forti, che però fanno pensare. Oggi è cambiato qualcosa? No. E basta guardare alle continue notizie che ci giungono: politici corrotti, imprenditori collusi. In molti cercano la mafia per avere una protezione e una sicurezza. Tuona Dolci: “Ancora oggi non c’è il rispetto delle regole. Ricordiamo che non è la mafia che s’infiltra nel territorio lombardo, sono gli imprenditori e i politici, tutti lombardi, che chiedono aiuto alla mafia, che la cercano. C’è una devianza da parte di tutti i settori: corruzione, evasione fiscale, l’idea che è meglio essere furbi. La ‘ndrangheta punta a creare il consenso sociale, che è il vero capitale dell’organizzazione criminale”.
Qui al nord le mafie hanno trovato terreno fertile, sia per quanto riguarda la sponda politica che per quanto riguarda le imprese.
Avranno imparato la lezione ora i politici?

Da Repubblica online di oggi
"Forza Italia, addirittura con Gianni Letta, cerca di cambiare il codice Antimafia. L'esplicita richiesta arriva al Pd che però, con Zanda e Finocchiaro, ribadisce che si tratta di "un provvedimento strategico", a cui il governo annette una decisiva "importanza" .."
Vedremo come andrà a finire.
Ieri FI e i verdiniani hanno aiutato il Pd a togliere dai guai il ministro Lotti.

Che deve fare un elettore di sinistra ..

La crisi di Alitalia (tamponata per il momento, ma destinata ad esplodere se non si arriverà ad una offerta).
Le crisi delle banche popolari venete: Intesa si prende ad un 1 euro le "good bank" e il resto finirà in Bail In?
Le crisi dell'Ilva di Taranto: comprata da una cordata che ha dentro Mittal e Marcegaglia, di certo ci sono solo gli esuberi.

E poi la crisi della sinistra (ma c'è mai stato un momento nella storia recente in cui on si discuteva della crisi della sinistra?). Tanti gruppi e partiti a sinistra del PD (la diaspora l'aveva chiamata Alessandro Gilioli) e un grande affollamento a destra, dove l'elettore di bocca buona ha sempre pronto l'usato sicuro.
Michele Serra si chiede, nella sua Amaca:
Che cosa può fare, dunque, un elettore di centrosinistra senza partito, senza vincoli, senza pregiudizi, che avrebbe l’intenzione di non votare più per Renzi, ma al tempo stesso, se gli è consentito, non vorrebbe disperdere il voto per poi assistere al trionfale (e a questo punto meritato) ritorno della destra a Palazzo Chigi?
Ma, caro Serra, il centro destra e la destra sono sempre rimasti a Palazzo Chigi. Da Monti a Letta fino a Renzi.
O forse vogliamo far passare le riforme dei passati governi (lavoro, lotta all'evasione e innalzamento contante, Ici sulle case) come "cose di sinistra"?
I bonus a pioggia, certo. Gli sgravi fiscali. I voucher per far emergere il nero. Il bero che rimane, come il caporalato, vista l'assenza di controlli seri nel mondo del lavoro.
E certo, anche l'evasione: da una parte i condoni, dall'altra l'uso delle banche dati per incrociare i dati di consumi e redditi.
Ma le banche dati vanno alimentate, i dati vanno incrociati.

Si fa presto a dire sinistra.
La sinistra che attacca i magistrati si difende dai processi.
La sinistra che occupa le poltrone in Rai e nelle altre aziende pubbliche.
O era la destra?

21 giugno 2017

Il re che non ama sentirsi nudo

Non amano, i Farinetti, che gli si dicano le cose in faccia, come successo ieri sera a Carta bianca, quando la ricercatrice Marta Fana (che Farinetti chiamava "signorina") ha raccontato alcune situazioni di lavoro in Eataly.
Tutto falso, ha risposto Farinetti, e lei si prenderà una querela (questi giustizialisti!).

Ma alcune cose sono vere e non possono essere ridiscusse ogni volta: l'appalto per Expo preso senza gara, le tasse abbassate per le imprese (e molto meno per i dipendenti) che hanno prodotto variazioni minime nell'occupazione.
L'assenza di tassazioni progressive (come dice la Costituzione) su eredità,casa e patrimoni.

Chi li paga i nuovi ospedali? Domandava il giornalista Porro, ironicamente.
Abbiamo messo 10 miliardi e passa dalla fiscalità nelle mani delle aziende per gli sgravi.
Abbiamo le spese militari che aumentano.
In questo paese abbiamo poi corruzione, evasione ed elusione.

E parliamo veramente di una nuova armonia tra cittadini e stato?

Qui il video:


La querela di Oscar Farinetti a Marta Fana di angelitaoscar


Seguiremo la vicenda ..

La bomba, i fascisti, le responsabilità dello stato

Chi va dicendo in giro che odio il mio lavoronon sa con quanto amore mi dedico al tritolo,è quasi indipendenteancora poche orepoi gli darò la voceil detonatore. [Il bombarolo, Fabrizio de Andrè] 

Ci sono voluti 43 anni per arrivare ad una sentenza di condanna definitiva per la strage di piazza della Loggia, la bomba esplosa il 28 maggio 1974 a Brescia durante una manifestazione indetta dai comitati antifascisti e dai sindacati.
Da oggi possiamo dire che era una bomba fascista, messa in quella piazza in quel momento per creare panico, terrore. Per spegnere la fiamma della passione che ardeva quelle persone (come Manlio Milani e la moglie), la passione civile nell'impegnarsi per cambiare il paese in quel lavorio quotidiano di cui parla l'articolo 1 della Costituzione ("L'Italia è una Repbblica fondata sul lavoro").

Alla matrice fascista della strage si aggiunge un altro tassello, messo nero su bianco dalla sentenza della Cassazione: lo stato sapeva ma non ha agito per prevenire quella strage, per evitare quelle 8 morti e quei 102 feriti.
Quando si intende lo stato è bene chiarire subito che si sta parlando di una sua parte: il medico veneziano Carlo Maria Maggi, del gruppo neofascista Ordine Nuovo, aveva l'appoggio di quella parte dei servizi segreti italiani che avevano usato la lotta al comunismo come schermo per impedire il cambiamento degli assetti politici in questo paese.
Destabilizzare (e creare terrore) per stabilizzare questo paese.
Fino ad altre bombe, quasi 20 anni dopo, quelle del 1992-93. 

Ma sono cose che, per chi ha letto i libri che hanno raccontato quegli anni, gli anni di piombo, della strategia della tensione, della democrazia a sovranità limitata, erano già note.
I depistaggi (la falsa pista Buzzi), le prove distrutte (quel capitano dei carabinieri Delfino, che poi tornerà con la cattura di Riina e forse non è un caso), i magistrati a cui non arrivavano tutte le prove e che non sempre hanno dimostrato la volontà di andare fino in fondo.
E poi, ancora, Gladio e la presenza dei servizi americani (l'ordinovista Carlo Digilio era informatore della CIA come Maurizio Tramonte dei nostri servizi), i tentativi di golpe come segnali da mandare alla politica affinché recepisse il messaggio.
Questo è il contesto delle stragi, non solo quella di Brescia ma anche quella di Milano, la bomba alla banca dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969. Piazza Fontana, quando abbiamo perso la nostra verginità. 

La sentenza della Cassazione dimostra che non si deve mai smettere di lavorare per la ricerca della verità giudiziaria, non è mai troppo tardi: questo vale anche per tutti gli altri buchi neri della storia dell'altro paese.
Magari un giorno la suprema corte stabilirà che Falcone è stato ucciso in Sicilia e non a Roma, con una bomba che ha fatto saltare per aria un pezzo di autostrada per dare un segnale al paese, non solo per una vendetta contro il magistrato e contro i politici che avevano tradito il patto con la mafia.
E Borsellino, 55 giorni dopo, è stato ucciso perché aveva saputo della trattativa in corso per trovare nuovi accordi tra stato e antistato.
Ma anche perché, come Falcone, aveva capito quale fosse il giro dei soldi della mafia, che dal sud finivano al nord, per inquinare l'economia delle regioni del nord, dove la mafia non esiste.
La mafia è entrata in borsa, aveva intuito Falcone: mafia, appalti, politica. 

Chissà, forse un giorno anche quest'ultimo tabù, dopo quello delle stragi fasciste degli anni 70, cadrà.
E saremo un paese più libero.

20 giugno 2017

La lotta di classe in Francia

Dopo la vittoria alle presidenziali di Emmanuel Macron, il quotidiano della destra borghese Le Figarò ha scritto
“L’elettorato di Macron raccoglie la Francia che va bene,  la Francia ottimista, la Francia dei buoni guadagni; la Francia che non ha bisogno né di frontiere né di patria, questa Francia “aperta” e generosa perché ne ha i mezzi. La Francia di Marine Le Pen è la Francia che soffre,  che si inquieta del proprio avvenire, della fine del mese, che soffre di vedere i padroni  prender tanti soldi; che  freme davanti all’incredibile arroganza di questa borghesia che le impartisce lezioni di umanesimo e progressismo dall’alto dei suoi 5 mila euro mensili o più”.E’ una lotta di classe. E’ la lotta di classe di cui ha  parlato  anni fa il miliardario Warren Buffett, finanziere: “La lotta di classe esiste, e l’abbiamo vinta noi”. Noi miliardari. [questo pezzo è stato preso da qui]
E' lotta di classe.
Ma è anche un problema di rappresentatività.
Una volta c'era un partito che rappresentava la sinistra popolare, uno che rappresentava la sinistra boghese. E lo stesso per la destra (fino ad arrivare a Le Pen).
Dopo la vittoria di domenica abbiamo un partito che rappresenta la sinistra e la destra borghese.
E ai ceti popolari, quelli che votavano a sinistra e a destra?

Odio gli sbirri, di Ed Mc Bain

Dal fiume che cinge la città a nord, si vede l'orizzonte. Stupendo. Si guarda in su, quasi con sacro timore, e davanti a quello spettacolo incantevole non si può far altro che trattenere il respiro.Le sagome nette degli edifici squarciano il cielo divorando l'azzurro.…

Gli sbirri dell'87 distretto, i bastardi dell'87 esimo ...
Era il 14 dicembre passato, quando durante la rassegna Noir in festival al cinema Anteo, Maurizio de Giovanni aveva anticipato che avrebbe curato la ripubblicazione della serie di gialli di Ed Mac Bain.
Un omaggio al grande scrittore americano, da cui in tanti hanno preso qualcosa, compreso De Giovanni. La serie dei Bastardi di Pizzofalcone, per sua stessa ammissione, è ispirata a quella di Ed McBain che, nella prefazione di Pane viene chiamato "il più grande di tutti".
Grazie ad Einaudi allora abbiamo modo di riscoprire i poliziotti dell'87 esimo distretto, la squadra dei detective con Steve Carella (guarda caso con gli occhi leggermente a mandorla “che gli conferivano un aspetto orientale” come il suo emulo italiano, il “cineseLojacono), Mike Reardon, Hank Bush, del tenente Byrnes, oltre agli agenti della scientifica e agli uomini di pattuglia che tutti i giorni lavorano sui crimini che avvengono nel loro enorme distretto.
Un distretto difficile, perché abbraccia un vasto territorio che abbraccia la zona tra la River Highway, dove vive la upper in stabili dall'aspetto elegante con "portieri gallonati e inservienti per l'ascensore", arriva al quartiere irlandese e a quello portoricano, fino alla zona di Grover Park, con le gang giovanili che non amano molto i poliziotti e nemmeno i detective (i tori) e dove la rapine erano all'ordine del giorno.
Una città di contrasti, dal cielo sfavillante, ma con le strade sudice di sporcizia:
La città si estende simile ad una gigantesca vetrina di pietre preziose, sfavillante di luce viva. Si affacciano sul fiume con tutte le luci che gli uomini hanno acceso e, a guardarli, mozzano il fiato.Sotto i grattacieli, sotto le luci, ci sono le strade. E le strade sono sudice.

La città non viene mai nominata ma è chiaramente ispirata a New York. Sono cambiati i nomi dei quartieri, delle strade. Il fiume che la attraversa non ha un nome. Ma è lei, la città che non dorme mai...

Odio gli sbirri uscì originariamente nel 1957 ("Cop hater"): rispetto alla precedente letteratura “di genere”, per la prima volta in un giallo non ci si trovava più di fronte al singolo investigatore che, partendo dalla scoperta del cadavere, deve risalire all'assassino e alle ragioni di quel sangue.
Qui ci troviamo di fronte ad una squadra vera, a poliziotti di cui vengono descritte in modo molto accurato i metodi investigativi, le tecniche. Poliziotti di cui l'autore vuole raccontarci tutto: sia come pensano e come lavorano sui loro casi, sia nella loro vita privata di uomini.
Uomini con una casa, con una donna che li aspetta, che sudano sotto l'afa di questa estate che non lascia scampo.
Faceva ancora caldo. La città pareva avvolta in una pesante coperta giallognola. A Steve Carella non piaceva il caldo. Non gli era mai piaciuta l'estate, neanche quando era bambino, e adesso che era un adulto e un poliziotto pensava che l'estate aveva solo una caratteristica degna di nota: faceva puzzare i cadaveri più in fretta.

In questo giallo l'assassino è un uomo che forse spinto dall'odio, uccide i poliziotti con la sua calibro 45 mentre stanno prendendo servizio o quando stanno smontando.
Nel momento in cui sono più vulnerabili. Come Mike Reardon, il primo a morire:
Non c'era molta differenza tra il cittadino che corse per la strada, in cerca di una cabina telefonica, e quello che fino a poco prima si chiamava Mike Reardon e che adesso giaceva immobile al suolo.Una sola cosa li distingueva: Mike Reardon era un poliziotto.

Da dove partire per l'omicidio di un collega?
Dai vecchi casi a cui il detective aveva lavorato, andando a sentire gli informatori, per capire se qualche vecchia conoscenza avesse deciso di regolare i conti con la polizia a modo suo.
Un lavoro in cui ti capita di sbagliare pista tante volte. Di fare tante domande inutili. Di girare strada per strada, palazzo per palazzo:
L'odore che c'è in una palazzina è l'odore della vita. E' l'odore della cucina, del sudore, dei rifiuti.

L'assassino colpisce nuovamente: ancora un detective dell'87 esimo e, guarda caso, proprio il collega che lavorava in coppia con Reardon. Davide Foster (il “negro”, così lo chiama McBain): anche lui ucciso da un colpo di pistola calibro 45:
David Foster fece per voltarsi, ma una pistola calibro 45 sputò fiamme nella notte, e David Foster si piegò su sé stesso, le mani strette al petto. Un fiotto di sangue gli colò tra le dita nere e cadde sul marciapiede, morto.

Il caso a questo punto esplode, anche perché è la stampa a porsi delle domande e a cercare di dare delle risposte facendo delle indagini in parallelo a quelle della polizia che creano più problemi che altro.
Tocca al detective Steve Carella, che sta vivendo una felice storia d'amore con Teddy, una ragazza conosciuta durante un passato caso, ad avvisare la madre di Foster:
Non c'è un molto che si possa dire a una madre, quando suo figlio è morto. No, non c'è proprio molto da dire.

In questo giallo l'autore ci porta dentro il commissariato dell'87 esimo, dove i ventilatori faticano a creare un'aria più respirabile per gli agenti. Ma ci porta anche dentro le loro case: ci mostra cioè le persone alle prese coi loro problemi, di fronte alle loro mogli o fidanzate. Ce li mostra, i poliziotti della squadra, in tutte le sfaccettature del loro carattere: c'è quello riflessivo e c'è quello manesco, c'è l'agente alle prime armi e quello che considera il suo un lavoro in cui serve solo l'ostinazione di un mulo.

Così, mentre l'assassino è pronto ad uccidere altri poliziotti, la soluzione per risolvere il caso arriverà quasi per caso, dopo aver battuto tante piste inutilmente.
Giustizia è fatta, alla fine. La popolazione è salva e così la stampa può passare ad altri problemi, più importanti (molto amaro il finale ..)

Prese una copia del giornale di Savage. Le notizie del processo erano sparite dalla prima pagina. Adesso ce n'erano altre più importanti.Il titolo di apertura era:
Finita l'ondata di caldo!Rallegriamoci.

Odio gli sbirri è un libro che non mostra affatto i suoi anni: per il modo in cui è stato scritto, per come racconta la città (dando tanti dettagli ma senza mai svelare nulla che possa ricondurre ad un luogo reale), per come racconta le persone (anche con le loro debolezze), pur se ambientato a fine anni 50, è come se fosse scritto oggi.
Non ha perso nulla della sua freschezza.
E forse proprio per questo è un giallo che si legge e apprezza ancora oggi!

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il primo capitolo in PDF.
Qui una recensione di Maurizio De Giovanni

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Messaggi

Nei giorni in cui escono le motivazioni della sentenza di condanna per il crac del Credito fiorentino, il senatore Verdini rilascia un'intervista alla giornalista del Corriere Meli.
E' un messaggio a Renzi, in vista delle future alleanze.
Lei ormai critica apertamente Renzi, si sente scaricato?«Per essere scaricati bisogna essere prima stati “caricati”. Cosa che a me non è mai successa. Renzi è ancora l’unica speranza per questo Paese. Bisogna aiutarlo a non rintanarsi nel suo Pd e a sinistra. Per il bene del Paese. A me non ne viene niente. E poi forse andrebbe pure salvato da qualche renziano...». 
Intanto Macron ha stravinto anche le legislative…«Lei mette il coltello nella piaga. Macron doveva essere il “Renzi” francese, invece siamo qui a discutere se Renzi potrà mai essere il “Macron” italiano. Macron a un ex premier di 55 anni come Valls ha rifiutato il posto in lista e gli ha offerto solo un accordo di desistenza nel suo collegio. Renzi a un ex sindaco di 68 anni ha offerto una coalizione nazionale, e quello se la tira pure…».
Oggi al Senato si presentano le mozioni su Consip e Marroni: se si dovesse andare al voto perché il tentativo di azzeramento dei vertici da parte di Padoan non verrà accettato dai senatori, i voti dei verdiniani diventeranno pesanti.

Su l'Unità sono riusciti a raccontare della vicenda senza riuscire mai a scrivere le parole corruzione, Romeo, cimici.
Così una vicenda che tocca una società strategica dentro la pubblica amministrazione viene relegata ad una guerra per bande in cui ognuno cerca di ottenere il suo vantaggio.
Meglio non andare alla conta dei voti.
Meglio non fare alcun dibattito.
Che la pentola rimanga col coperchio sopra, che non si scoperchi nulla. Come per la vicenda delle banche popolari e della defunta commissione di inchiesta.

19 giugno 2017

Difendiamo i nostri valori

In Senato, i deputati contrari alla riforma dello "iussoli" agitavano cartelli con su scritto "stop all'invasione".
All'invasione degli immigrati che vogliono imporci altri valori.

Valori di noi italiani.
Come quelli dei caporali che a Brindisi trattavano le braccianti donne come capre (nemmeno come schiave)


O come i valori di quel professore di Mestre che ha invitato a cena la ex, col fidanzato, e li ha poi ammazzati. Lei strozzata lui a bastonate. Come le bestie anche qui.

La guerra attorno al caso Consip

Ieri Liana Milella scriveva su Repubblica come la centrale unica di acquisti Consip, anziché far risparmiare soldi allo stato, si sia trasformata in una fabbrica delle clientele (se ne parla anche qui e sul sole 24 ore).
A vincere sono quasi sempre le stesse imprese, per esempio nel mondo dei global service, quell'Alfredo Romeo da Napoli finito nell'inchiesta Consip.
Quella che, a seconda dei punti di vista, viene vista come un colpo di stato contro Renzi (dunque il PD, dunque lo Stato).
Oppure, come la storia di una presunta tangente fatta fallire per la rivelazione delle indagini (e delle cimici) ai vertici della società del Tesoro.

Nella pagina a fianco dell'articolo di Milella il lettore ne trovava un altro, di Tommaso Ciriaco, dove si parlava delle mozioni di sfiducia a Marroni, AD Consip e teste accusatore del ministro Lotti e dei due generali dell'arma. Sono loro, dice Marroni, ad avermi parlato delle cimici.
Nulla scorre via liscio, in questa storia. La miccia è una mozione di Gaetano Quagliariello, che si propone il reset dell' intero vertice Consip. Quando la discussione viene fissata per martedì prossimo al Senato, nel Pd scatta l' allarme. Il testo, anche grazie al possibile sostegno di Mdp, rischia di essere approvato. Per sminare il caso, il Pd decide di presentare una propria mozione che chiede la testa di Marroni.
Nella mozione di sfiducia del PD, firmata Zanda, Martini, Lepri, Maran, Maturani, Borioli, Marcucci e Mirabelli, c'è scritto: “Dall’analisi dei dati del bilancio consuntivo relativo all’anno 2016 emergono dati positivi sull’operato della Consip con il sostanziale raggiungimento degli obiettivi prefissati”. 

Non si capisce: l'AD ha lavorato bene (a differenza di quanto dice la Corte dei Conti) ma Marroni se deve andare 
"... al fine di garantire la piena funzionalità della società e il raggiungimento degli importanti obiettivi ad essa affidati; ad esercitare tutte le funzioni e le prerogative di vigilanza e di indirizzo di competenza dell'azionista di riferimento al fine di garantire un rigoroso rispetto della legalità da parte degli amministratori della Consip, di salvaguardare l'immagine della società, anche tutelandone il profilo di azienda pubblica"

L'immagine è stata rovinata dalle accuse ai PM o dalle (presunte) mazzette? O da quella gestione dei contratti che hanno favorito pochi e che si sono rivelati pure costosi?
Forse più che del colpo di stato (anche questo presunto), dovremmo preoccuparsi di riformare Consip, perché il paese non può essere paralizzato da queste clientele e lobby (vicine ai vertici dei partiti).

18 giugno 2017

Disuguaglianze

Questa mattina, mentre facevo colazione, seguivo la coda della trasmissione Omnibus.
Diciottenni che possono scegliere (più o meno consapevolmente) se guadagnare tanti milioni cambiando squadra o guadagnarne meno e rimanere al Milan. Solo c'è dietro un procuratore che ragiona secondo le logiche del profitto personale in un mercato calcistico che sta diventando una bolla finanziaria.
È il mercato, dicono. Quando la bolla esploderà, vedremo chi sistema i cocci.

Ci sono altri diciottenni (e ventenni e trentenni) costretti a lavorare con voucher, con contratti a termine, con stipendi che nemmeno arrivano a diciotto anni.
Ma i voucher non ci sono più, il jobs act ha creato occupazione … 
Il mondo fuori è quello che ognuno vede o vuole vedere, coi laureati costretti ad andare all'estero per sentirsi valorizzati (e non essere pagati come partite iva).

Le aspettative di vita crescono e allora il governo, ad ottobre, potrebbe innalzare l'età pensionabile fino a 67 anni. Buon senso dicono.
Tutto questo che influenza ha sul mondo del lavoro?
Avremo sempre più persone occupate anche in lavori usuranti, con contratti più o men veri (perché entrati nel del lavoro prima).
E le fasce più giovani che per entrare nel mondo devono accettare contratti peggiori e condizioni peggiori.
Peccato che siano molti milioni gli italiani che hanno smesso di curarsi perché non ne hanno i mezzi.

Lavoreremo più a lungo, sempre di meno, per un lavoro più stressante.
Questo è il rischio che corriamo se non cambiamo approccio, se non lottiamo contro le disuguaglianze.

E queste non nascono perché c'è l'accoglienza, perché stiamo per approvare lo ius soli, perché ci sono gli immigrati.
E nemmeno perché si fanno scioperi di venerdì (scioperi che passano per un garante, tutelati dalla Costituzione, indetti da sindacati che rappresentano lavoratori, cioè persone).


17 giugno 2017

La staffetta letteraria per Paolo Borsellino

Passo ogni giorno davanti a una camionetta dell'esercito dove, da mesi, due militari piantonano piazzale Loreto, mitragliatore in mano. Sono lì per la mia sicurezza, per quella dell'intero quartiere, dopo l'ennesimo fatto criminale che ha mandato in fibrillazione i quotidiani nazionali, in una eccitazione mediatica fuori controllo, pornografica, che ha trasformato via Padova, la strada dove abito, in una specie di inferno in terra. Nulla di più lontano dalla realtà, ma questa è un'altra storia.
Passo davanti, dicevo, e mi accorgo ogni volta di tenere lo sguardo basso, di incassarmi nelle spalle, quasi volessi scomparire dal loro campo visivo. Non mi sento sicuro, insomma. E non c'è ragione ovviamente. Passo e mi tornano in mente le parole di Leonardo Sciascia quando diceva che gli italiani, di fronte alle istituzioni, si sentono sempre in colpa. E' vero, non è militarizzato le strade che sia una città più sicura, come dissi al mio sindaco quando chiesa il governo la presenza dell'esercito.
Ci vuole cultura del territorio. Nel territorio. Resta il fatto che quei ragazzi che non mi hanno fatto niente è che io non ho alcun motivo per sospettare di loro.


La racconta “L'agenda ritrovata” inizia con questa riflessione, che potete leggere nella prefazione.
I militari in piazzale Loreto. La sensazione di insicurezza, come di un qualcosa che non dovrebbe essere lì. Un paradosso, visto che parliamo di militari mandati lì proprio per dare un messaggio di sicurezza contro la criminalità.
Cosa c'entra tutto questo con Borsellino? E cosa c'entra questa raccolta col magistrato morto a Palermo 25 anni fa?

Poteva venire in mente solo ad un matto, in senso buono si intende, come lo scrittore milanese Gianni Biondillo, di ricordare questo 25 esimo anniversario delle stragi dei magistrati Falcone e Borsellino, con una staffetta letteraria composta da sette racconti. Una staffetta letteraria e anche una staffetta nel senso letterale del termine. Assieme all'associazione culturale l'OraBlu, che da anni lavora per fare cultura nella provincia milanese, a Bollate, si sono detti: perché non ricordare Paolo Borsellino con una staffetta dal nord al sud del paese, in bicicletta, facendosi accompagnare in questo viaggio dai racconti di sette scrittori?
Tappa dopo tappa, racconto dopo racconto, questo viaggio che è iniziato questa settimana a Milano, dovrebbe raccogliere testimonianze, aiuti. Fare memoria, fare cultura, dal basso, a partire dalla società civile.
In questo viaggio letterario, Gianni Biondillo ha chiesto l'aiuto di un altro scrittore, di Bollate anche lui.
Gli  autori dei racconti sono:
  • Helena Janeczek
  • Carlo lucarelli
  • Vanni Santoni
  • Alessandro Leogrande
  • Diego de Silva
  • Gioacchino Criaco
  • Evelina Santangelo.

L'altra mattina mia figlia mi ha chiesto come mai i soldati che piantonano la Piazza fossero tutti di origine meridionale. I ragazzi fanno sempre le domande giuste. Io dovrei saperlo, dopo tutto, come ho fatto a non rendermene conto? Preso dai miei timori atavici, ideologici, m'incupivo di fronte alle uniformi, dimenticandomi dei ragazzi che le indossavano.
Ci sono posti d'Italia, le ho detto, dove non sempre puoi decidere della tua vita, dove per vivere, spesso per sopravvivere sei obbligato a scegliere. Come è capitato ad alcuni miei cugini, o amici, chi è arruolato, chi spacciatore.
Fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 non sono morti soltanto due uomini straordinari, due eroici magistrati, due persone che volevano raddrizzare la schiena e l'orgoglio di una nazione compromessa. Nell'attentato di Capaci sono morti oltre a Francesca Morvillo - la moglie di Falcone, magistrato anche lei - i tre agenti di scorta Vito Schifani Rocco Dicillo Antonio Montinaro. E nella mattanza di via D'Amelio hanno perso la vita Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sardi, pugliesi, siciliani, uno persino immigrato dall'Australia.
Forse alcuni di loro credevano nel l'idea di servire la patria. O avevano un'ammirazione per il magistrato che dovevano proteggere. Altri, più semplicemente, volevano fare un lavoro onesto, pagare l'affitto, sposarsi, programmarsi una vacanza al mare con gli amici.
Qualunque siano state le loro ragioni sono morti per difenderle. Sono morti per difendere la dignità di tutti noi. Per difenderci.Questa ciclo staffetta, questo gesto gesto semplice e naif, puerile e romantico, è un cammino sulla spina dorsale di una nazione troppo spesso indifferente. Per ricordarci che la nostra, di schiena, deve restare dritta, se vogliamo guardare negli occhi col giusto disprezzo che ci vuole in ginocchio.
Il futuro è fatto di memoria.
Resto ovviamente dell'idea che sia la cultura e non l'esercito a rendere sicure le città. Ma da qualche tempo quando passo in Piazzale Loreto, ascolto i militari chiacchierare fra loro, cercando di riconoscerne l'origine della cadenza. (Quasi sempre quella di mio padre.)
Sono ragazzi. Sono lì per la Patria o per lo stipendio. Sono lì per me. Li ascolto e sorrido.[Dalla prefazione di Gianni Biondillo – L'agenda ritrovata Feltrinelli editore]

Mi rendo conto che oggi è anche il 17 giugno, anniversario dell'infrazione al Watergate, il palazzo a Washington sede del Partito democratico americano. Seguendo l'infrazione, la pista del denaro che partiva dai cinque ladri che stavano piazzando delle microspie contro i democratici, i due giornalisti del Post Bob Woodward e Carl Bernstein hanno ricostruito uno degli scandali politici più gravi della storia americana, lo scandalo Watergate che portò all'impeachment del presidente Nixon.
Forse non c'entra nulla con la storia di Falcone, con la morte di Borsellino e degli agenti della scorta.
Ma se questo paese non ha memoria, se è costretto a vivere dovendo fare i conti con i troppi punti neri della sua storia, con i ricatti di qualcuno che sa e che usa i suoi segreti (magari proprio quelli sottratti a Borsellino, quelli che egli scriveva sulla sua agenda rossa, quando vide muoversi la mafia in diretta nei 55 giorni tra Capaci e D'Amelio) è anche colpa di chi ha raccontato la storia di quei giorni fermandosi alle apparenze. Alle verità di comodo. Colpa di un sistema di informazione che non ha fatto il suo lavoro. Colpa di una classe politica che ha posto i due magistrati sull'altare della retorica, continuando a coltivare i suoi rapporti con la mafia.
E raccontando a noi cittadini la favola della lotta alla mafia, della vittoria dello Stato, sancita dai processi e dalle condanne all'ergastolo. Tutto vero, peccato che uno di questi processi sia nato da un depistaggio dello stesso Stato (il finto pentito Scarantino, creato dal poliziotto Arnaldo La Barbera).
Peccato che le condanne abbiano colpito quasi solo l'ala militare di cosa nostra.
Ci hanno trattato come bambini. Bambini che devono essere rassicurati.
Che è poi lo stesso che accade oggi, quando, per placare la paure per la sicurezza delle persone (alimentate dagli stessi giornali, dai nostri stessi amministratori) si mettono i soldati sulle strade, nelle piazze.

Come vedete, tutto è collegato.

16 giugno 2017

La giornata nera

Mettiamoci d'accordo su questo trasporto pubblico.
Se è un servizio essenziale, per i cittadini, per cui bisogna limitare al minimo gli scioperi, allora vorrei che ci si occupasse di treni e pullman non solo quando si vuole attaccare una giunta o i sindacati.
Se un servizio è essenziale allora i disservizi devono essere limitati sempre, a capo delle società di trasporto devono essere messe persone competenti (e non solo per vicinanza politica, come successo a volte a Roma e a Milano, quando sono stati scelti i vertici di Atm o di Trenord).

Altrimenti, e parlo da pendolare, sentire oggi le solite critiche sugli scioperi del venerdì, sul fatto che sia da irresponsabile fare scioperi in estate, mi da fastidio. Sulla pagina FB, il segretario PD Renzi scrive

“L’ennesimo sciopero dei trasporti è uno scandalo. Fatto ancora una volta di venerdì. E proclamato da piccole sigle che utilizzano ancora una volta l’alibi della privatizzazione. A Firenze cinque anni fa abbiamo messo a gara il servizio e lo ha vinto un’azienda pubblica, le Ferrovie dello Stato. Si può fare di più, ma adesso lo gestiscono meglio che in passato. Anziché rincorrere tre funivie forse i romani preferirebbero avere un autobus regolare ogni cinque minuti: mettere a gara il servizio farebbe perdere i voti dei sindacati autonomi ma migliorerebbe la vita dei cittadini”.
Ci si dovrebbe occupare di treni e pullman sempre, non solo quando fa comodo .
Perché per molti pendolare la giornata nera dei trasporti non è solo negli scioperi, ma anche quando i treni si bloccano, quando sono pieni, quando si scontrano sulle linee con sistemi di sicurezza insufficienti..
Tutto questo non significa che le ragioni dello sciopero, indetto dai piccoli sindacati, siano condivisibili.

Chissà se si rendono conto della loro fortuna

Chissà se si rendono conto della fortuna che hanno, i leghisti e i salviniani che ieri in aula hanno messo in scena la tamurriata, l'ammuina durante la votazione dello ius soli.
E lo stesso vale per quelle poche centinaia di fascisti (o sovranisti, chiamateli come vi pare) che sempre ieri in piazza hanno manifestato fuori dal Senato.
Prima gli italiani, non si svende la cittadinanza ...
Pare che alla manifestazione, non quella movimentista, fossero presenti anche Starace, Gasparri, Alemanno, tanto per capire quale fosse il colore politico.




Non si rendono conto i casa pound, i Salvini, i Centinaio della fortuna che hanno nell'essere nati in Italia, magari anche in regioni più fortuna di altre.
Sarebbe bastato nascere qualche centinaio di chilometri più in basso, nei paesi delle carestie e delle siccità, dei paesi in mano a governi corrotti o con guerre civili.
Dalla parte sbagliata del muro.


Bell'esempio di come si rappresentano le istituzioni: con quale coraggio il senatore che ha insultato il presidente del Senato rifiutandosi poi di abbndonare l'aula come un bambino capriccioso, potrà poi parlare di rispetto delle regole, delle leggi?
Tutta un'ammuina contro una legge, presente anche in altri paesi europei, che concede la cittadinanza a cittadini stranieri a patti che siano rispettati dei criteri, come il ciclo di studi.

Di questo stiamo parlando: di un principio di civiltà che non toglie nulla agli italiani e che aiuterà gli immigrati ad integrarsi nel nostro paese.
Prima gli italiani, sventolavano in aula i signori sovranisti.
Mai visti questi signori (che pure hanno avuto l'onore di governare il paese) usare la stessa irruenza contro le mafie, contro la corruzione, contro gli evasori.
O contro i voucher, vecchi o nuovi cambiano di poco: strumenti in mano alle imprese per livellare sempre più verso il basso i diritti sul lavoro.

Prima gli italiani, ma quali italiani?
Ogni volta che l'estrema destra scende in piazza vedo solo una messa in scena.
Un'arma di distrazione di massa, in mano a gente che sfrutta problemi reali (la casa, il lavoro, la crisi), in cui il nemico è sempre quello che viene da fuori.
L'immigrato.

15 giugno 2017

Stop all'invasione


Basta con questa invasione di buffoni : liberiamo il Senato da questi rappresentanti indegni (e che stanno strumentalizzando lo ius soli)!

La Rossa di Daniele Manca

Prologo
Porto Torres, domenica 14 aprile 1963«E ora?» La voce catarrosa di nicotina di Mario Moruzzi quasi si perse nello sferragliare del motore.«E ora niente, volva spaventarci, tutto qua. Stiamo attenti per un po'. Magari lo diciamo a qualcun altro. Lo abbiamo in pugno.» Armando Ortu si voltò a guardare il collega seduto sul sedile del passeggero del Lancia Esatau B.Anche nell'oscurità dell'abitacolo poteva vedere la ricrescita scura della barba rasata di fresco. Avrebbe dovuto farsela due volte al giorno. Gli occhi non dicevano nulla.«E' troppo potente per tenerlo in pugno.»«Sappiamo cosa sta facendo. Non dimenticarlo.»

Inizia a scartamento ridotto questo romanzo del vicedirettore del Corriere Daniele Manca: un po' come succede al protagonista, Carlo Passi, giornalista al Giorno Carlo Passi, che (dopo il prologo) incontriamo mentre si trova alle prese con un post sbronza:
La Michela

Milano, giovedì 2 maggio 1963 
Carlo cercò di mettere a fuoco il marchio del Cynar stampato sull'enorme specchio dietro il bancone del locale della Michela. La donna lo osservava già da un po' con uno sguardo a metà tra il divertito e l'affettuoso. Ironico, o và a sapere. Non le sarebbe mai crollato davanti. Non era soltanto la sua implacabile eleganza, aveva un trucco che in fondo era sempre lo stesso: fissarsi su qualche particolare, ricacciando indietro gli assalti dell'alcol alla bocca dello stomaco e al cervello.Ma c'era poco da fissarsi su quel grosso carciofo, o sul grottesco faccione della spuma Giommi, era chiaro che aveva esagerato.«Ti piacerebbe se rimanessi a dormire qui?»Ci stava tornando troppo spesso in quel sottoscala.E sempre da solo.Di amici non ne vedeva girare molti intorno a sé, ultimamente. Per non parlare di donne. Non gli andava giù che la storia con l'Enrica fosse finita, e quella con l'Elisabetta, poi, gli era valsa giusto un tetto sulla testa e una branda su cui dormire.Gli restava la Giulietta.

Mollato senza troppe spiegazioni dalla fidanzata Enrica, giornalista pure lei, ma alla Rai.
Lo vediamo girare le strade di Milano in questa fresca primavera del 1963. La “Rossa” che da il titolo al libro non è la fidanzata (pure lei dai capelli color rame) ma la sua Alfa Romeo del 1960, rossa fiammante.
Non solo una macchina, ma anche un rifugio dell’anima quando «vuoi stare solo e devi rimettere in ordine le cose», quando ci sono troppe domande a cui non si riesce da dare risposta.
Che fine ha fatto Enrica?
E, altra domanda che si aggiunge alle altre, chi è la ragazza che ora vive nell'appartamento di Enrica, un altra ragazza, una bella morettina che assomiglia all'attrice Natalie Wood.

Alle stranezze se ne aggiunge un'altra: l'incarico che riceve dal suo direttore, Baldori, per un servizio su un petroliere potente, Raminghi, su cui girano tante voci su traffici poco leciti del petrolio e di cui si dice essere molto ammanicato con la politica.
Politica che, appena passate le elezioni politiche, deve ora trovare nuovi equilibri: la Democrazia rimane primo partito ma ha arrestato la sua crescita, diversamente dal partito comunista di Togliatti e dai socialisti di Nenni. Sarà l'inizio dei governi di centro sinistra, con nuovi potenti a dividersi le poltrone e i pezzi di potere in quell'Italia ancora giovane.
Ma tutte queste cose sfuggono al povero Carlo Passi, bravo a buttar giù i pezzi sul foglio bianco ma ingenuo di come funzionano i meccanismi del potere.
All'improvviso la sua vita prende una accelerazione: assieme all'amico giudice Everardo Piccioni (amico del padre, ex fascista, di quelli che non avevano subito cambiato fede politica) va a casa di Enrica per cercare qualche appunto, per capire a cosa stava lavorando; il giudice viene aggredito e lui arrestato mentre insegue uno dei due aggressori, e viene pure sbattuto in cella..
Carlo si sentiva come avvolto in una bolla. Faceva fatica a capire cosa gli era successo nelle ultime 12 ore. Prima la sbronza dalla Michela, poi l'incontro inaspettato con quella femme fatale, e ancora il mistero su che fine avesse fatto l'Enrica, e infine di nuovo lei, quella moretta e il suo strano invito. Chissà se stava davvero giocando con lui. Lo squillo sgraziato del telefono seguito da un "Pronto", lo riportò alla realtà.

Qualcuno inizia a seguirlo, perfino nella nuova casa dell'amica giornalista Elisabetta, un bilocale al “Borg de scigulatt”, il borgo degli ortolani (la zona a nord, attorno a via Canonica).
Cosa sta succedendo? Una vita a stare lontano dai guai, con quella aria da simpaticone che piaceva tanto alle donne, e all'improvviso ti ritrovi in cella, senza aver nemmeno capito in che guai sei andato a finire.
Colpa delle domande su Raminghi? Colpa del servizio a cui sta lavorando Enrica?
E cosa significano quegli articoli di giornale trovati da Enrica dove si parla di due camionisti uccisi a Porto Torres, guarda caso dove si trovano gli impianti del petroliere Raminghi?
C'è forse un collegamento?

Glielo racconterà Saviolli, banchiere e amico di famiglia, chi è Raminghi e quanto è grande il gioco in cui si è infilato: in Italia funziona così, per diventare un imprenditore famoso c'è bisogno di buoni rapporti con le banche e con la politica:
«... Solo che in Italia la politica funziona ancora da passe-partout. Fai una porcata? Dalle una coloritura politica e vedrai che gli italiani romanticoni e coglioni te la lasciano passare. Rubi per te? Sei un ladro. Rubi per te perché sei in lotta per un mondo migliore per tutti? Per un ideale, quale che sia? Vedrai, in fondo non sei proprio un ladro.»«Ma perché Raminghi ruba?»«Ruba. Ruba, parola grossa. Diciamo che si infila nei buchi si uno Stato giovane che ancora non si è abituato a far rispettare i propri interessi. Come un topo nel formaggio. E così, in questa gruviera che è il nostro paese, anche quelli che vogliono rovesciarlo, il Paese, facendolo tornare agli anni del regime, possono prosperare. Se poi questo serve a tenere i comunisti lontano dal governo .. »

Il romanzo di Daniele Manca è un racconto della Milano (e dell'Italia) degli anni sessanta: l'Italia del Cynar, dei televisori Phonola, delle osterie, della grande Inter, dei quartieri nobili come l'appartamento in via Crocetta di Enrica e dei quartieri dormitori come la “Corea.
Dove vivevano tutti i meridionali raccontati da Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli.
Non è l'unico contrasto in questo romanzo: l'Italia degli anni 60 (che già allora aveva perso la sua innocenza ma ancora non se ne era accorta) viene vista attraverso gli occhi dei due giornalisti, con due visioni del loro lavoro diverse.
Da una parte Enrica una giornalista determinata, di quelle che intendono cambiare il mondo col suo lavoro:

Si giocava tutto, con quell'inchiesta. Aveva messo le mani nella tana di uno dei serpenti più velenosi di quel rettilario che era il potere italiano.

E dall'altra parte Carlo, l'ingenuo Carlo, che faceva quel mestiere come fosse un lavoro qualsiasi:
Chissà come stava Carlo. Chissà se avrebbe capito; a volte sembrava solo un ragazzone ingenuo. Pareva non cogliere le connessioni, o non voleva vederle. Faceva il giornalista come se svolgesse un servizio per gli altri, come se l'obiettivo fosse far capire, come un giudice o chissà cosa. Non capiva che il suo lavoro doveva cambiare il mondo. Simpatico e divertente, sì, quello sì. Ma dell'Italia che si stava dividendo tra chi era dalla parte giusta e gli altri non gliene fregava niente.

Carlo l'ingenuo forse, uno “che aveva passato la vita a lasciarsi vivere”. Ma non ingenuo a tal punto dal non rendersi conto di essere stato usato da troppe persone per i loro scopi: di chi deve fidarsi per uscire dal gioco grande in cui è finito?
Dall'amico giudice, che lo mette a conoscenza dei documenti riservati sui potenti, che custodisce nel suo archivio segreto, per colpire qualche suo ex compare?
O del direttore del suo giornale, Baldori, che gli aveva affidato quel servizio per fare bella figura con la proprietà.

Sullo sfondo l'Italia, la sua coscienza opaca, le trame per il potere, degli equilibri politici che nessuna elezione doveva perturbare.
Il finale aperto lascia sperare che questo sia solo un primo capitolo per futuri sviluppi, sull'Italia degli anni del boom.
Quelli che avrebbero potuto modernizzare il nostro paese non solo nella facciata e che invece hanno portato, per usare le parole di Pasolini, ad uno sviluppo senza progresso.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli e qui il primo capitolo del libro.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


Diritti percepiti

Mentre ieri si scatenava la campagna social contro la sindaca Raggi e le dichiarazioni di Grillo (su ius soli e campi rom), il governo approvava con la fiducia la riforma del processo penale.
Mentre oggi verrà approvata la norma che re-introduce i voucher (con l'uscita dall'aula del gruppo MDP per non mettere in crisi il governo).

Ho come l'impressione che i diritti civili che entrano da una parte, come lo norma dello ius soli (che ieri Renzi ad Otto e mezzo chiamava più propriamente ius cultura) servano come cortina fumogena per nascondere le norme più indigeste contenute nella riforma della giustizia e nei nuovi voucher.

Per esempio la blanda riforma sulle prescrizioni, l'avocazione dei procedimenti se il pm non archivia o rinvia a giudizio dopo tre mesi (che significa un ingolfamento delle procure generali), la non divulgazione delle intercettazioni "non penalmente rilevanti".
E la delega al governo sulla riforma delle intercettazioni.

Ancora una volta viene da pensare: se l'avesse fatto il centro destra..
Poi ci sono i voucher: non sono solo lo ius soli e le unioni civili che toccano i diritti delle persone, anche le leggi sul lavoro riguardano i diritti e la vita delle persone.
Sui nuovi voucher che migliorano di poco alcuni aspetti (non si ritirano nelle tabaccherie) dei vecchi e in altri li peggiorano (riguardano le aziende con 5 dipendenti a tempo indeterminato, non hanno limiti sul numero di dipendenti e basta) è già stato detto abbastanza e le persone (specie quanti li hanno sperimentati sulla loro pelle) sono in grado di esprimere in giudizio.

E lo stesso vale per la corsa a destra del M5S, di cui si è parlato nei giorni passati.
Sono peggio le parole della Raggi o gli sgomberi delle persone in stazione centrale a Milano?
E il decreto Minniti coi daspo dei sindaci, basato sulla percezione della sicurezza in che direzione va?

Però, con la riforma del processo penale passata ieri alla Camera sono inasprite le pene per i reati che più sono strumentalizzati dalla politica: non la corruzione, l'evasione, ma il furto in abitazione, il furto con strappo, la rapina.
La politica della percezione e degli slogan trionfa.

14 giugno 2017

La Corea - da La Rossa di Daniele Manca


La Corea si era rianimata, il cortile sapeva riconoscere la pula da chilometri.
La Corea .. chissà come gli era venuto in mente il nome, a quel collega dell'«Europeo». Aveva chiamato così i quartieri di Cinisello, di Sesto, i nuovi orrendi palazzoni che avevano accolto gli emigranti venuti a spaccarsi la schiena alla Falck e alla Breda. Quei meridionali che avevano dato il milione di voti in più ai comunisti.
 
O per meglio dire, che si erano fatti infinocchiare dai comunisti. Chissà cosa si aspettavano. La rivoluzione, come in Russia? E pensavano che coi rossi al governo il lavoro sarebbe stato meno duro? Che in quelle fetide case di ringhiera sarebbero apparsi i bagni, come per miracolo? [da La rossa, di Daniele Manca Rizzoli]
C'è anche questo nel romanzo di Daniele Manca (oltre al racconto del mondo del giornalismo, gli intrighi per il potere e gli equilibri sconquassati dalle elezioni del 1963). La Milano dei contrasti: i quartieri del centro, coi portieri in livrea, e i quartieri delle periferie, per quei meridionali venuti dal sud per spaccarsi la schiena nelle industrie lombarde.
Quella classe operaia che non sarebbe andata in paradiso, nemmeno nel paradiso del comunismo ..