26 marzo 2017

Giornate del FAI 2017 - Villa Ceriani ad Erba

Come ogni anno, ad inizio primavera il Fai (tramite i suoi volontari tra cui molti studenti), organizza la giornata coi "luoghi aperti": ville, borghi, chiese che normalmente non sono visitabili vengono per l'occasione aperte per il pubblico.

Quest'anno sono andato a Villa Ceriani (o Villa San Giuseppe) a Erba.
Una villa originaria sopra Erba del 1400, che nei secoli ha subito diverse modifiche, con un bel giardino all'inglese.








Come si puliscono i soldi delle mafie (da Alcuni avranno il mio perdono - Carrino, L.R.)

Alcuni avranno il mio perdono di Luigi Carrino è una storia di Camorra, in piena Napoli.
Della federazione di Acqua storta, che raggruppa alcune famiglie, con a capo Mariasole Simonetti che, in questo passaggio, spiega (per chi ancora non lo sapesse) come vengono usate le società di giochi online, le VLT per riciclare i soldi sporchi.

L'incontro nella masseria, la stessa dove Mariasole prese il potere, la stessa dove puntò la pistola alla testa di Aldo Musso e gliela fece saltare dopo che lui aveva contestato la sua incoronazione a capo di Acqua Storta.
E' una riunione operativa, considerati i segnali che arrivano dai suoi centri scommesse di tutta Napoli e provincia, le RightBet, messe in piedi per riciclare gran parte del denaro che arriva dallo spaccio.La prima proposta di Mariasole, nel momento in cui prese il comando nel 2008, fu quella di attivare un meccanismo per riciclare i soldi che arrivavano dalle attività della Federazione,un modo per evitare sequestri dei beni e mettere al sicuro il patrimonio di ogni famiglia, smarcare il fisco che vuole toglierti anche il cazzo che tieni sotto.Nel primo anno del suo insediamento Mariasole costituì una società con sede a Malta, la BetSun s.r.l. Costituire una società a Malta che si occupava di giochi online dava la possibilità di evitare le rigide e avide leggi del nostro monopolio. Era un meccanismo a matrioska che dislocava i server in posti come Panama o la Romania, o Malta appunti, in questo modo si aggiravano le leggi italiane che regolano il settore, si evitavano limitazioni e tasse, nessuna tracciabilità, quote più alte per le scommesse e pagamenti cash.Centri di trasmissione dati li chiamano. In realtà lavorano come agenzie vere e proprie con siti punto com, piattaforme di gioco on line al di fuori del regolamentato, cioè siti punto IT, senza che autorità possano effettuare i controlli previsti. Ogni tanto chiudono per un periodo ma una schiera di avvocati, forti delle direttive europee, li rimette in pista in meno di dieci giorni.Il fatto di usare le scommesse e il gioco come canale di riciclaggio non era un'idea nuova, non se l'era inventata Mariasole. Per un periodo, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, si utilizzavano “fisicamente” casinò o sale da gioco titolari di concessioni rilasciate dall'agenzia delle dogane e dei monopoli.In ratica si compravano fiches in contanti, non si mettevano in gioco le somme, si ricambiavano le fiches facendosi rilasciare gli assegni. In questo modo la somma consegnata risultava una vincita e quindi giustificabile ai controlli del fisco. Si utilizzavano anche metodi alternativi, come le schedine del Totocalcio, che venivano acquistate a prezzo maggiorato dai vincitori per dimostrare la provenienza di un reddito. O anche le vincite risultanti del gioco del Lotto. Poi le cose sono cambiate, peggiorate direi.Il meccanismo delle scommesse online è davvero quanto di più sicuro si possa pensare per ripulire soldi.Le scommesse possono essere fatte al banco, ma il cliente le può fare anche sul proprio conto, registrandosi su un sito scommesse con un conto gioco online accedendo a tutta la piattaforma. A questo punto i passi da compiere per riciclare i soldi sono precisi.Una volta raccolti, i capitali vengono trasferiti materialmente o virtualmente facendoli rimbalzare da un conto gioco all'altro. Si scaricano i soldi da questo conto vincitore e si ha denaro pulito da poter poi investire in attività legali.
Ci fu un momento, verso i primi anni del Duemila, che il poker online faceva numeri da capogiro. In questo caso, il meccanismo per far rimbalzare le somme, ancora in auge ma più monitorato e quindo oggi più rischioso, è detto chip dumping. In pratica, due avversari si accordano facendo finta di giocare, ma sistematicamente c’è un solo perenne dumper, ossia un perdente. Fai la puntata, si apre il gioco, il dumper esegue il suo all-in, rinuncia alla partita, i soldi passano al conto del secondo giocatore. I conti, intestati spesso a ignari clienti o collegati a documenti contraffatti, vengono ricaricati in contanti direttamente in agenzia o con carte di credito, a volte rubate, a volte clonate, senza contare che alcuni siti si prendono un periodo di tempo per verificare i documenti inviati e nel frattempo il conto è operativo.[..]Alla BetSun venne legato il marchio RightBet e in meno di due anni Mariasole sparse sul territorio della Campania, ma anche nel basso Lazio, in alcune città della Calabria e qualche cosa in Puglia, una cinquantina di punti che operavano con scommesse su eventi sportivi, casinò e poker online, slot machine e videolotterie, le VLT.[..]Più che centri scommesse, sono delle vere e proprie lavanderie finanziarie.
Alcuni avranno il mio perdono L.R. Carrino (Edizioni E/o)

Ma non ci sono solo affari sporchi, riciclaggio, denaro, potere e conflitti.
Conflitti tra le famiglie per il controllo del territorio.
Ma l'amore che ne sa di questi conflitti, di questo odio.
Così, come qualche centinaio di anni prima a Verona, anche qui troviamo un Romeo e una Giulietta che si amano ma che sono costretti a vedersi di nascosto.

Perché sangue di due famiglie che si odiano .. “O Romeo Romeo, perché sei tu Romeo ...”

Fausto e Iaio – La speranza muore a diciotto anni, di Daniele Biacchessi

Nel 1978, Milano è una città di frontiera. Carica uomini, merci, idee dal sud del mondo e la trasferisce in Europa, nella grandi metropoli del nord.Borsa, affari, traffici, legali e illegali.È così da sempre, anche in quell'anno. Milano è il luogo dove i soldi sono un mezzo per comprare la felicità, non certo i valori.Frontiere che si snodano all'interno della città.
Non c'è filo spinato, nessuno chiede un documento d'identità, la cortina di ferro prooprio non esiste, nemmeno i cavalli di Frisia.Sono i binari della ferrovia, quelli che dalla stazione Centrale portano a Lambrate.Un groviglio di traversine, e ponti, e sottopassaggi, quasi inestricabile.Ma nel 1978, per noi ragazzi dei quartieri, era una frontiera.Da una parte le potevi scorgere quelle ville, con dentro parcheggiata la macchina sportiva rossa, difese da cancelli già telecomandati a distanza.Ci viveva gente arricchita da un benessere fittizio, foortuna create in poco tempo, magari sulla schina di chi non riusciva neppure a comprarsi un televisore in bianco e nero.Duecento metri.Non di più.[..] Dall'altra parte le case erano scrostate, sui balconcini c'erano cianfrusaglie, vecchie biciclette arruginite dal tempo. Ci vvivevano per lo più operai delle grandi industrie di Sesto San Giovanni, gente che anni prima aveva attraversato l'Italia dal sud al nord per un pezzo di pane.

Ci sono duecento metri a separare questi due mondi. Due mondi, quartieri diversi dove eri catalogato per come ti vestivi, per quali giornali avevi in tasca, per il taglio dei capelli.
Se avevi gli stivaletti a punta, gli occhiali a goccia, il soprabito grigio, i capelli corti.
Oppure se indossavi le clark, l'eskimo, se leggevi Lotta Continua o l'Unità e avevi i capelli lunghi.
Come Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci. Fausto e Iaio.
Due ragazzi del quartiere Casoretto, due come tanti, che in una sera del 18 marzo 1978, mentre attraversavano quelle strade tra i quartieri di centro e periferia, furono uccisi da un commando di killer professionisti.
La storia di Fausto e Iaio è diventata così un pezzo della storia di Milano, sicuramente un pezzo importante della storia milanese dei quegli anni difficili, di lotta, di passione e di sangue.
Volevano uccidere due ragazzi, quei killer professionisti in via Mancinelli, venuti probabilmente da fuori. Non hanno ucciso la memoria e non hanno ucciso il loro ricordo che hanno dopo anno si tiene vivo, grazie ai ricordi dei loro amici, dei genitori, degli storici e dei giornalisti come Daniele Biacchessi, che hanno seguito la loro vicenda. Un ricordo che è anche compito nostro tenere vivo, anche se non abbiamo conosciuto le loro passioni e le loro speranze: perché usando le parole dell'intellettuale Matvejevic, “bisogna voltare pagina [..] Prima di voltarla, però, bisogna leggerla”.


I funerali di Fausto e Iaio (e l'enorme folla di sindacati, lavoratori, studenti, amici ...).

Leggiamola, questa pagina della nostra storia.
Siamo nel 1978, l'anno maledetto (o che noi ricordiamo come maledetto): l'anno del rapimento di Aldo Moro (due giorni prima della morte di Fausto e Iaio, un caso?) e dell'omicidio degli agenti e carabinieri della sua scorta. Aldo Moro fu poi ucciso al termine dei 55 giorni di prigionia, dalle Brigate Rosse.
Ma è anche l'anno della morte di un giovane ragazzo siciliano, Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio, proprio lo stesso giorno in cui il cadavere di Moro viene fatto trovare in via Caetani.
Strano il destino a volte.
Il presidente della DC, fautore della politica delle convergenze parallele tra i due grandi partiti di massa, ucciso dopo un rapimento e una prigionia che ancora oggi sollevano tanti dubbi.
Una storia piena di depistaggi, amnesie, verità ufficiali che fanno acqua da tutte le parti.

Destino comune a quello di Peppino, che dalla sua radio denunciava apertamente la mafia, il boss Gaetano Badalamenti. Ucciso lungo i binari della ferrovia dopo un agguato: delitto fatto passare (con complicità anche dentro chi nell'arma, doveva investigare sul delitto).
Per anni si è detto e scritto che Peppino fosse morto mentre preparava un attentato, fino a che le rivelazioni del boss Badalamenti, pentito, non gli hanno reso giustizia.
Ecco, Fauto e Iaio ancora la devono aspettare quella giustizia.
Per quei due ragazzi appena diciottenni, uno schivo e timido, l'altro ridente e solare, nemmeno una sentenza che dica perché sono stati uccisi.
Ma, come per le storie raccontate prima, tante false piste, disseminate per sparigliare le carte, tante piste non seguite, tanti particolari cui gli investigatori non hanno dato peso.
I pedinamenti che, da mesi, i due avevano notato. Una moto e una Mini Minor.
I due ragazzi col soprabito bianco, visti sul luogo dell'agguato, che parlavano con un accento romano.
Quella ragazza venuta a chiedere informazioni su Fausto, nel suo stabile, presentatasi come una sua amica.
A fare una vera indagine, più che la Questura, è stata la Controinformazione, i “pistaroli” come venivano chiamati in quegli anni i giornalisti che non si fermavano alla versione ufficiale.
Giornalisti come Camilla Cederna, come Giorgio Bocca, come Marco Nozza. O come Mauro Brutto, giornalista de l'Unità.
Sono i giornalisti che per primi avevano tirato fuori le responsabilità dello Stato nella strage di Piazza Fontana. Che avevano fatto le prime indagini sulla mafia di Liggio al nord.
Mauro Brutto, in particolare, aveva seguito una pista particolare, sulla morte dei due ragazzi del Casoretto: stava lavorando sul connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi e romani, apparati dello Stato.
A Danila, la mamma di Fausto, aveva detto che la verità di Fausto e Iaio non era poi così chiara come qualcuno voleva farla apparire.
Non erano morti, come disse il capo di Gabinetto della Questura, per una storia di spaccio o per una faida da dentro il mondo degli spacciatori.

Fauto Tinelli e Lorenzo Iannelli, avevano collaborato alla scrittura di un un libro bianco sullo spaccio della droga a Milano. Per cercare di capire chi fossero gli spacciatori e chi i grandi trafficanti che avevano in mano le redini del traffico.
Mauro Brutto non ha fatto in tempo a finire il suo lavoro: è stato investito da un auto pirata il 25 novembre 1978. Un altro di quegli strani incidenti che ogni tanto capitano alle persone che fanno domande che non si devono fare.
Il libro bianco uscì, però, anche se con qualche pagina in meno, senza i nomi degli spacciatori con forti legami internazionali, di bande in contatto con narcotrafficanti sudamericani ed europei.
Altri misteri che si aggiungono.

Ma, oltre a misteri, piste non seguite e depistaggi, c'è anche altro. C'è la pista nera, quella che porta al mondo del neofascismo milanese e dei suoi contatti con quello romano.
La prima inchiesta, condotta dal magistrato Armando Spataro, punta già su alcuni nomi, ma porta a ben poco.
Maggiore fortuna ebbe, a fine anni '80, l'inchiesta del giudice Michele Salvini, che si avvale delle testimonianze dei pentiti della destra fascista.
Testimonianze da prendere con le pinze, certo, quelle di Angelo Izzo, Walter Sordi, Valerio Fioravanti.
Ma che concordano tutte nel dire che quell'omicidio era cosa nota a tutti che era roba loro. E che ad uccidere i due ragazzi erano implicati (presumibilmente) gente come Massimo Carminati e Mario Corsi.
Massimo Carminati ora lo sappiamo tutti chi sia: è la persona che, nelle intercettazioni dell'inchiesta mafia capitale (per cui è stato arrestato) parla del “mondo di mezzo” di persone in contatto tra la politica e la criminalità, per affari sporchi (il business dell'accoglienza dei migranti).
Nel libro Daniele Biacchessi racconta chi fosse stato, Carminati, tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80: la cerniera tra la Banda della Magliana (la holding criminale a servizio di mafia, Loggia P2..) la loggia P2 e i servizi deviati (nel Sismi).
Se una persona come Carminati si muove da Roma a Milano per fare un delitto come questo, significa che dietro ci sono questioni ben più importanti dello spaccio.

Forse c'entra qualcosa il fatto che i due ragazzi stavano seguendo una pista sul traffico di droga nel quartiere che portava a Ettore Cichellero, esponente del “Noto Servizio”, che nell'inchiesta veniva definito come uno dei padrini del narcotraffico (si legga quanto scritto in proposito da Aldo Giannuli nel libro “Il noto servizio”).

Noto Servizio, Brigate Rosse, servizi deviati e rapimento Moro: è questa la pista molto suggestiva che sembra venir fuori, mettendo assieme ipotesi, supposizioni secondo una pista che abbia una logica.
Fausto Tinelli abitava in via Monte Nevoso 9, il suo letto era proprio sotto la finestra di fronte allo stabile al numero 8. Via Monte Nevoso 8 è dove, nell'ottobre del 1978 prima e nel 1990 poi, è stato ritrovato il memoriale di Aldo Moro (e la madre di Fausto racconta anche della mansarda del loro stabile affittata a carabinieri e a uomini dei servizi, in quei mesi, per osservare i brigatisti).
Era un covo delle Brigate Rosse (per un approfondimento “Doveva morire” di Sandro Provvisionato).

Forse un caso. Come forse un altro caso è il fatto che le stesse BR, nel comunicato numero due, avessero citato proprio Fausto e Iaio
Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime”.

Cos'è stato quell'omicidio, allora? Un messaggio (da parte di qualche componente dello stato) alle Br, per far loro comprendere che qualcuno sapeva dove fossero le basi dell'organizzazione ed era disposto a ricorrere a forme di contro-terrorismo di tipo argentino?
E, di conseguenza, il comunicato numero due, era un “messaggio ricevuto”?

E per questo che sono morti questi due ragazzi, uccisi da killer professionisti una sera di marzo di tanti anni fa? Perché avevano visto cose che non dovevano vedere? Perché stavano arrivando a persone che non dovevano essere scoperte?
Uccisi in nome di quella ragione di Stato per cui è stato sacrificato anche il presidente Moro?
Di questo è convinta la madre di Fausto Tinelli, che in una intervista al Corriere dice esplicitamente «Fausto e Iaio uccisi dai servizi segreti». Danila non è mai stata interrogata (nemmeno dal GUP Clementina Forleo, l'ultimo magistrato ad occuparsi del caso)
Vengono in mente le parole di Corrado Guerzoni, collaboratore di Aldo Moro, la sua teoria dei cerchi concentrici, sulle responsabilità politiche nelle stragi e nei misteri d'Italia:

Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare.
Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.
Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.
Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?
Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.
Poi succede quello che deve succedere.
Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.
Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].
Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.
E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.
Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.Poi succede quello che deve succedere.Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.

La scheda del libro sul sito di Baldini e Castoldi.
Il sito dell'autore Daniele Biacchessi (che aveva già raccontato ne “Il paese della vergogna” la storia di Fausto e Iaio).

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

24 marzo 2017

Nordisti - Cinque domande a Sala sulla guerra Atm-Ferrovie

Da utente dei mezzi pubblici regionali e milanesi, ho molto a cuore il futuro di Atm e di Trenord.
Su queste due aziende si sta giocando una partita (politica) che non ha al centro il servizio pubblico o i pendolari.
Sulla nostra pelle (sempre di pendolari) si creano carriere, gruppi di potere, scalate.

L'articolo di Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano di oggi: 
Ormai lo scontro è aperto. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha abbandonato i toni fintamente amichevoli e attacca direttamente, non senza contraddizioni tra quello che dice e quello che fa. Il presidente di Atm Bruno Rota, dal canto suo, sa che tra un mese avrà finito la sua avventura al vertice dell’azienda milanese e dunque si prende la soddisfazione di dire chiaro quello che pensa. “Bisogna lavorare, basta con i protagonismi a mezzo stampa”, dice il sindaco. “Tranquilli, in Atm si lavora eccome”, replica Rota. “Sono stato attaccato personalmente dal presidente di Fs, Renato Mazzoncini, che ha detto falsità. Gli ho risposto come penso fosse mio diritto, replicando con una nota di poche righe”. Segue Ps: “Ah, il tempo che ho impiegato per stendere questa nota, dalle 13.30 alle 13.33, è stato di tre minuti”.
Lo scontro, ormai diretto, è sul destino del trasporto pubblico a Milano. Il Comune ha un’azienda, Atm, che è una ricchezza per la città. Non solo garantisce un buon servizio a Milano, ma ha le carte in regola per crescere e diventare un polo d’aggregazione italiano ed europeo (già ora gestisce, per esempio, i trasporti a Copenaghen). Sala sta mandando, in forme contraddittorie, segnali che vanno in direzione opposta, con il risultato finale di deprimere il ruolo di Atm e favorire le Ferrovie dello Stato, che hanno già iniziato la campagna di conquista di Milano.
Per questo ci permettiamo di rivolgere al sindaco Sala alcune domande, restando in attesa delle sue risposte.
1. Perché ha fatto passare settimane lasciando intendere che Atm avrebbe potuto esercitare il diritto di prelazione sulle azioni Astaldi di M5, che sarebbero state rilevate da F2i, la quale avrebbe comprato anche gran parte del 20 per cento ora in mano ad Atm, sgravandola da tutti gli oneri connessi? Ha poi invece dato un improvviso stop a un’operazione già pronta e già concordata con Rota, lasciando la quota di Astaldi alle Ferrovie, che così sono entrate ufficialmente sulla piazza milanese.
2. Perché ha dato mandato a Rota di sondare le disponibilità di F2i e perfino degli indiani di Marubeni a fare cordata con Atm (risulta dal carteggio Rota-Sala reso pubblico da Palazzo Marino), per poi aprire le porte a Fs, dicendo il 6 marzo che “Atm deve fare andare i tram, non fare finanza”?
3. Perché ha dichiarato per settimane di non avere trattative con Regione Lombardia e Fs sul progetto di fusione fra Fnm e Atm, per poi essere seccamente smentito dal presidente di Fnm, Andrea Gibelli (“Sono in corso analisi e valutazioni” ed esiste da mesi “un tavolo per lo studio dell’operazione, che coinvolge il Comune di Milano, a cui fa capo Atm, e Ferrovie dello Stato, azionista di Trenord”)?
4. Che ruolo ha assegnato in questa partita a Roberto Tasca, assessore al bilancio? Tasca non ha alcuna delega sui trasporti, eppure è proprio lui ad attaccare Rota in commissione partecipate a Palazzo Marino e a bloccare l’operazione con F2i. Tasca è spalleggiato da Arabella Caporello, direttore generale del Comune che in un documento sostiene che Rota avrebbe perseguito strategie non concordate con il Comune, che avrebbe sovrastimato il valore delle azioni di Astaldi e che i timori del presidente Atm sulla futura gara per il contratto di servizio “appaiono palesemente irricevibili”.
5. Con Fs che intrecci e contropartite ci sono, tra l’operazione Atm e l’operazione scali ferroviari?
La partita è ancora aperta, ma in pochi mesi potrebbe concludersi con la vittoria dell’espansionismo di Fs ai danni non di Atm, ma della città. Se ci fosse un’opinione pubblica a Milano, il dibattito sarebbe intenso e la partita non ancora persa.

Un tranquillo week end di paura



La prima pagina de Il tempo è eloquente: chi ama Roma sta coi poliziotti.
Oggi siamo tutti sbirri, siccome è prevista la calata dei barbari dei centri sociali e black bloc (in collaborazione con i jihadisti), in occasione dell'incontro dei leader europei per i 60 anni dell'Europa.
Europa unita dai muri, dalle contestazioni e dalla paura.
Oggi siamo tutti dalla parte della legge. Settimana prossima possiamo tornare a farci i fatti nostri, nel piccolo e nel grande.

Perché, come hanno scritto sui muri a Locri, basta sbirri e più lavoro.


Perché ogni volta che gli sbirri e la magistratura si mettono a ficcare il naso negli affari sporchi di qualche azienda (a Taranto, al Sole 24 ore, negli appalti Expo, a Vado Ligure ..) non siamo più dalla parte degli sbirri e della legge.
Passerà anche questo week end.

23 marzo 2017

Forma e sostanza

A Londra l'ennesimo attentato ci ricorda quanto siamo vulnerabili, a prescindere da quanti soldati piazziamo sulle strade, dalle telecamere che ci riprendono, da quanto siamo spiati.
L'attentatore di cui è ancora ignota l'identità, ha investito delle persone, aggredito dei poliziotti davanti la sede del Parlamento: armato di un auto e di un coltello.

Mentre nella capitale economica (e forse anche del riciclaggio) dell'Europa succedeva questo in Italia ci si azziffava su pensioni e vitalizi dei deputati, sul salvataggio in Senato di Augusto Minzolini, delle nomine del ministro dello sport, di una trasmissione dai contenuti stupidi (non l'unica e nemmeno l'ultima). Un bel clima, dove si dibatte più sulla forma che non sulla sostanza delle cose.

Su vitalizi, pensioni e stipendi il punto non è solo economico.
Ma riguarda quello che deputati, senatori fanno in Parlamento e fuori: li meritano quei soldi per quello che fanno?
A grandi responsabilità, quali i problemi che i nostri rappresentanti dovrebbero affrontare, devono corrispondere grandi stipendi.
Se poi vogliamo tagliare il privilegio della pensione dopo nemmeno una legislatura, a 60 anni, ben venga, come segnale al paese.

Sulla decadenza da Senatore di Minzolini: il Senato non si deve sostituire al giudizio (passato in giudicato) della magistratura.
Se avesse ragione il senatore Ichino, tanto vale togliere di mezzo la Severino: ogni processo ad un loro collega d'aula potrebbe nascondere il fumus ..
Qui chi parla di garantismo, di rispetto delle regole, ci sta solo prendendo in giro: esiste una legge e degli articoli della Costituzione che tutelano l'insindacabilità di certe affermazioni, l'arresto, la perquisizione le intercettazioni, l'eleggibilità di un deputato. 
Il segnale che arriva al paese è quello di una casta: un senatore non è un cittadino come gli altri (in parte è vero) senza avere responsabilità maggiori degli altri.

La TV spazzatura: il fatto che esistano altre trasmissioni piene di contenuti volgari che continuano ad andare in onda, non giustifica affatto la Perego e i suoi autori.
E non assolve nemmeno i vertici Rai, dalle loro responsabilità nel mandare in onda certo chiacchiericcio da bar che non è servizio pubblico.
E non assolve nemmeno i politici, che quei vertici li hanno nominati.

Si fa un gran parlare, in questi mesi, del pericolo populista.
E poi basta un presidente dell'Eurogruppo, ex ministro dell'economia in Olanda, per comprendere come populismo sia un problema anche dentro le istituzioni.
Le bufale, le balle, le finte promesse non vengono rilanciate solo da hacker o account specializzati: vi ricordate quando dicevano che si doveva metter mano alla legge elettorale?
Beh, la discussione è salata a data da destinarsi.
E quando dicevano fuori la politica dalla Rai e dalle partecipate?

22 marzo 2017

I navigli di Milano (da Milano fa paura la 90)

Vicolo dei Lavandai (immagine presa da Wikipedia)
Zona dei Navigli, nel film Milano odia la Polizia non può sparare (1975)
Niente come uno scrittore bravo, è capace di trovare le parole per descrivere i luoghi delle città, come cambiano col tempo, che impronta hanno dato.
Come i Navigli di Milano, le vie d'acqua della locomotiva d'Italia, ricoperte negli anni 30 e nascoste ai milanesi da una colata di asfalto.

Qui gli scrittori sono tre e sono il trio delle meraviglie del giallo anni '70 meneghino: Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone.
Il libro è "Milano, fa paura la 90".
Una storia di brutte morti, di uomini in maschera, di incontri notturni con mostri e di strani personaggi che ruotano attorno all'istituto Rizzoli. In via Botticelli.
Sulle strade di Sant'Ambrogio.I navigli di Milano. Un sistema di canali navigabili che dal baricentro della Darsena collegava la città ai laghi Maggiore e Ticino, oltre ovviamente a quello di Como. Una via d'acqua sulla quale sono transitati i materiali che hanno costruito la città, che ne hanno sviluppato il commercio, che hano irrigato e resi fertili i campi, che le hanno fatto pensare addirittura di aprire un porto commerciale, sotto Corvetto, di doks di Milano.E invece i Navigli son diventati innavigabili. E puzzavano. E allora han deciso di coprirla, quella ragnatela di canali. Milano ha smesso di rare il verso a Venezia, come poteva sembrare ai piloti dei biplani nella Grande Guerra. Ora i navigli sono altro. L'acqua c'è, ma non è quella che si beve. Si beve la vita, l'ottimismo, il futuro. Si beve una gioventù rampante, che vuole un mondo migliore, una vita migliore. Nel vicolo delle lavandaie sono rimaste poche donne a lavare ancora i panni, e qualcun altro in un covo d'ombra, si droga.Il Naviglio scorre placido e sui suoi margini  si vive la vita, ci si inebria, ci si incontra. E alle idi di marzo, anche se l'umidità fa venir freddo, ferve il popolo, sulle rive, in un avanti e indietro che è quasi la litania di preghiera, per un'esistenza speciale. Perché i Navigli sono un flusso d'acqua, e niente di meglio che un flusso d'acqua può rappresentare la vita. E' per questo, che la maggior parte Milano l'ha cementificata. Una colata d'asfalto. Tu sei qui per morire, lavorare, pagare, obbedire e morire, cittadino.
Milano, fa paura la 90 - il delitto di via Botticelli di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone

Buona lettura!

Whiskino e alberghetto?

Il mondo di oggi è troppo complesso per le menti dei nostri rappresentanti (?) in Italia e in Europa: anche questo spiega il perché prendono piede populismi e populisti.
Ma anche persone come il signor Dijsselbloem, nazionalità olandese e presidente dell'Eurogruppo, che ieri si è lanciato in una affermazione che fa comprendere quanti luoghi comuni affollino le menti di questi personaggi che dovrebbero salvare l'Europa (da gente come Salvini e Dijsselbloem).

Rivolto ai paesi del sud, quelli indebitati, quelli con una Costituzione antifascista: ".. non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto".
Nelle prossime ore sono previste analoghe affermazioni sulle donne al volante, sui cinesi che non muoiono mai, sugli inglesi che non si lavano, sugli olandesi con gli zoccoli ...

Non è un'uscita da classificare come una battuta infelice: certe parole pesano, meriterebbero ben più che delle scuse. 
Primo perché i paesi del sud meritano il rispetto dovuto.
Secondo perché parole come queste allontanano l'Europa e le sue istituzioni dalle persone.

Avrebbe potuto, se proprio ne aveva voglia, spendere qualche parola sulla giornata in ricordo delle vittime delle mafie: come mai la battaglia contro le mafie è nelle mani di in prete (dalla voce stanca), dai volontari, dai sindaci lasciati soli?
Basta con le mafie, dicono ministri, deputati, senatori..
Ma poi quando si arriva al momento del voto, quel basta finisce nel dimenticatoio.

Se le mafie prosperano è grazie alla complicità di chi pensa che la lotta alla mafia sia solo una questione di forze dell'ordine e magistrati.
Forze dell'ordine con pochi mezzi e magistrati con le armi spuntate e alle prese con migliaia di fascicoli (e questo grazie alle leggi spesso inutili che escono in parlamento).

In ogni caso, mentre aspettiamo le dimissioni di Dijsselbloem, l'ex segretario PD Bersani ha tenuto a far sapere che lui non è uno da whisky e alberghetto.
"Noi siamo quelli da uova e da latte".
Altro che alcool: fagli vedere la mucca in corridoio a sti olandesi, Pier!!

21 marzo 2017

Milano, fa paura la 90, il delitto di via Botticelli di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone

Martedì 2 marzo 1976 
Primo giorno del carnevale Ambrosiano 
Armanda Floris in Fiore ha 85 anni.Oltre alla sua età possiede in trilocale in via Botticelli che quasi s'affaccia su viale Romagna, un conto in banca non particolarmente entusiasmante, la pensione minima più quella di reversibilità del marito, fu Oreste Fiore, due figli ormai sposati che vede domenica a pranzo, quando si ricordano di lei, e soprattutto dopo che lei ha inforcato gli occhiali, dato che è presbite e da vicino non riconoscerebbe se stessa davanti allo specchio, e un cane di nome Lothar.

Succede tutto nell'arco di una settimana: quella che va dal martedì grasso, fino al sabato di carnevale.
Nell'arco di pochi giorni, nella Milano frenetica di fine inverno, nei giorni dove si festeggia il Carnevale Ambrosiano, una signora anziana prima vede passargli davanti la 90, intesa come il filobus, senza alcun guidatore.
Poi scopre il cadavere di una ragazza. E non solo quel cadavere: un vampiro calato su di lei come se volesse dargli l'ultima succhiatina di sangue al collo.
E, quella ragazza, morta, ha proprio due segni profondi sul collo. Sì, proprio i segni di un morso del vampiro ..

Non sarà l'unica stranezza in questa storia, in questa indagine il trio delle meraviglie Besola-Ferrari-Gallone, la quarta della serie col commissario Malaspina (Il Mala) e il giornalista Dino Lazzati (Fernet), ci infila dentro anche l'uomo lupo, la mummia, maciste e il nano.
Ma, attenzione, non è una storia dell'orrore: il delitto, anzi i delitti, che alla fine saranno tre, hanno tutti una ragione molto terrena e molto veniale.
Ma andiamo con ordine.

La donna morta in via Botticelli si chiama Guendalina Falci e di mestiere fa la bidella all'istituto tecnico Rizzoli, dove si insegnano ai ragazzi le tecniche di stampa.
Di mestiere, nel passato, la povera Guendalina avrebbe fatto anche altro, ma questo non giustifica quella morte. L'assassino ha usato un asse con dei chiodi per colpirla e l'ha pure strozzata.

Il vampiro è nient'altro che Fernet, al secolo il cronista de La Notte Dino Lazzati, reduce da una festa in maschera.
E se c'è Fernet (“detto Fernet per l'amore incondizionato che ha per l'omonimo amari digestivo” consumato nel suo ritrovo al Bar Lafuss...) non manca il commissario Malaspina, seguito dal suo attendente Venditti.
Ci sarebbe anche l'ispettore Guerra Lampo: “mascella quadrata, gli occhi azzurri, i capelli biodo cenere. Piace alle donne quanto le pistole piacciono a lui ..”.
Avete capito il genere di poliziotto no? Quello tutto azione e poco pensiero. Tutto al contrario del Mala, il poliziotto “misericordioso e giusto, consumato da un perenne esame di coscienza”.

Chiarito l'equivoco col giornalista, assieme al commissario e all'attendente, se ne tornano in Questura a redigere il classico verbale, che a Fernet in quanto cronista di nera verrà meglio.
Anche perché c'è il rischio di passare per pazzi: un filobus senza autista, una testimone anzianotta e strana, dracula e la morta con quei due buchi sul collo ..
Ma prima una puntata a casa della ragazza, in via Moretto da Brescia: qui un'altra scoperta, nascosto nello sgabuzzino i nostri trovano un bambino. È Sebastiano, il figlio di Guendalina: figlio dell'amore per la precisione, essendo ignoto il padre (per i trascorsi della bidella).

Sebastiano non finisce in un istituto per minori: abbiamo già detto che il Mala, il commissario Malaspina, è uno di quei poliziotti con un cuore troppo grande e dalle diventate troppo larghe per sostenere il peso di tutto il male che incontra.
Quel bambino lo porta a casa sua, dalla moglie Rossella. Troppe volte avevano cercato un figlio assieme e ora, il destino, ne ha portato uno in casa.
Ma tanto la moglie si scopre subito portata per il pupo, tanto il Mala scopre quanto può essere pesante vivere con un esserino così piccolo in casa che urla così tanto.

Meglio starsene fuori, sulle strade di Sant'Ambrogio, a scoprire chi ha ucciso la bidella.
A cominciare dall'istituto tecnico Rizzoli, “una struttura massiccia, di un grigio che se c'è nebbia fitta nemmeno la vedi ma pazienza”..
Ambiente strano quello della scuola: non perché sia covo della rivolte studentesche, come in altri istituti di quegli anni.
Strano è il bidello, “il becchino senza cimitero intorno”.
Strano l'atteggiamento del preside (“un uomo grigio come l'intonaco della scuola”).
Venditti, sfruttando la fratellanza di chi è nato a Roma, raccoglie una voce su professori che allungherebbero le mani sulle studentesse.
Uno di questi, guarda caso, non si è presentato all'istituto.

Che tutto debba ruotare attorno alla scuola lo si capisce quando il professor Placcani viene trovato, una mattina, al cimitero Monumentale. Rannicchiato sotto al tavolo de l'Ultima cena, opera dello scultore Giannino Castiglioni.
Spaventato a morte, quasi, dall'uomo lupo. Che lo voleva uccidere.
Dopo Dracula, un altro tassello che non si incastra da nessuna parte in questa storia.

Qual è il segreto che si nasconde dentro la scuola di via Botticelli?
Cosa succede la notte, nei sotterranei, nel laboratorio?

Il Mala, il romanissimo Venditti (coi suoi occhiali a goccia) e Fernet dovranno far incastrare uno con l'altro i pezzi del puzzle, prima che la tensione, sulle strade e dentro casa, salga oltre il limite consentito.
Un'indagine tra maschere per Carnevale, inseguimenti per le strade dei Navigli (le vecchie vie d'acqua della città), visite all'istituto psichiatrico Paolo Pini (“il linoleum grigio ricopre anche le pareti, sembra di stare in un ambiente in cui il pavimento e il soffitto sono uno la prosecuzione dell'altro”) e pianti notturni che mettono a dura prova i nervi del Mala.
Ma anche Fernet ha i suoi grattacapi: qualcuno manipola i titoli dei suoi pezzi, mettendolo in cattiva luca con l'amico poliziotto (che gli passa le notizie).

Finale con lieto fine?
La legge farà il suo corso e così il giro di malaffare dietro queste morti verrà scoperto.
Ma sarà un finale dal sapore un po' amaro per i nostri protagonisti, abituati alle cattiverie di una vita dove anche se lavori bene, non puoi aspettarti qualcosa di più che una pacca sulle spalle..

Alla quarta prova, il terzetto del giallo anni '70 milanese, Besola-Ferrari-Gallone (in ordine alfabetico, come a scuola, avendo una scuola al centro è d'obbligo) si confermano esperti tessitori di trame, inventandosi uno spazio tutto loro, in cui muovere i loro personaggi.
Mescolando assieme scene da poliziottesco con dialoghi spassosi.
E raccontando una città, conosciuta solo attraverso vecchi filmati, storie di cronaca, con i suoi luoghi, le sue storie, i suoi misteri.

Città alle prese coi suoi cambiamenti sociali, le sue paure, le due debolezze e le sue crudeltà.
Che solo la penna di Fernet, ovvero Dino Lazzati (omaggio allo scrittore Dino Buzzati) può raccontare:
“Non lo facevano per la ricchezza facile. Lo facevano per dar qualcosa di falso ad un mondo che radica le proprie sicurezze sulla falsità. Sull'apparenza. Un mondo che guarda ad un nano che si esibisce come un goffo funambolo, e lo applaude, senza sentirsi in colpa. E, sempre senza sentirsi in colpa, mentre compra il pane o va a lavorare, mentre sceglie i vestiti in una boutique o stringe le mani durante la messa, finge che i nani non esistano. Ma i mostri esistono. I mostri siamo noi, tutti noi, poiché ciascuno di noi è mostruoso, a suo modo. I mostri esistono, e sono costretti ad esibirsi come buffoni, come fenomeni bizzarri, o a celarsi per sempre agli occhi di tutti in un istituto, in un cotolengo...”

Gli altri libri scritti per Frilli (con la coppia Male&Fernet)
- Operazione Madonnina - Milano 1973
La scheda del libro sul sito di Frilli editore
La pagina Facebook (comune) degli autori.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

20 marzo 2017

Giustizia per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

La mamma di Ilaria Alpi non ce l'ha fatta ad aspettare.
Sono passati 23 anni da quel 20 marzo 1994, quando a Mogadiscio sua figlia Ilaria fu uccisa, assieme al suo operatore Miran Hrovatin, per una rapina finita male.
Almeno questo è quello che fin'ora è emerso dalla relazione di maggioranza della Commissione di inchiesta.

In 23 anni c'è stato un processo con un super teste (Gelle) poi sparito nel nulla, un somalo (Hashi Omar Hassan) condannato e poi assolto (perché il testimone chiave fu pagato), una commissione di inchiesta che non è riuscita pure ad offendere la memoria delle due vittime (il presidente Taormina concluse che erano lì in vacanza).
Ma ci sono state anche piste non seguite, depistaggi e, come in tanti misteri italiani, ci sono pezzi del puzzle che mancano.

Nel viaggio di ritorno verso casa (dopo che sui corpi non fu fatta alcuna autopsia) scompaiono alcuni taccuini di Ilaria e alcune cassette di Miran.
Sparisce anche il rapporto medico degli americani e le foto dei corpi sulla Garibaldi.

L'analisi dei colpi sul pick up Toyota non ha aiutato a chiarire la dinamica dell'agguato, cioè se gli spari sono partiti da lontano o se da vicino (il che convaliderebbe la pista dell'agguato).
Quello che sappiamo è il fuoristrada su cui viaggiano i giornalisti del Tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene bloccato da un gruppo di uomini armati, segue un breve conflitto a fuoco: la scorta ne esce illesa ma Ilaria e Miran vengono ritrovati poco dopo morti con un colpo in testa. Il primo a giungere sul posto è Giancarlo Marocchino. Un imprenditore italiano coinvolto in traffici illeciti di rifiuti verso l'Africa (progetto Urano è il nome dell'accordo firmato nel 1992). Secondo l'avvocato Taormina sarebbe pure un informatore del Sismi.

Ilaria stava indagando sul traffico di rifiuti tramite le navi della Shifco e sul lato oscuro dei progetti di cooperazione Italia-Somalia. 
Sui rifiuti interrati lungo la strada Garowe Bosaso: forse, per approfondire questo punto aveva anche cercato un contatto con il maresciallo Li Causi (Gladio, in servizio al centro Scorpione di Trapani), e qualcuno l'aveva mandata sulla pista di Gardo e di Bosaso. 

Al suo caporedattore aveva promesso un servizio con “qualcosa di grosso, roba che scotta”. Non erano in vacanza dunque, come vorrebbe farci credere Taormina e la sua relazione di maggioranza (di centro destra).
La settimana dopo ci sarebbero state le elezioni: cosa avrebbe potuto provocare il suo servizio, un terremoto elettorale?

Ilaria Alpi aveva annotato sul suo diario queste parole:
“E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?”

Miliardi di lire finiti nel buco nero della cooperazione tra Italia e Somalia spariti. 
Traffico di rifiuti e di armi verso l'Africa, mascherati da aiuti per lo sviluppo, in cui erano coinvolti anche i nostri servizi.
Persone come il maresciallo Li Causi, del centro Gladio Scorpione, in Sicilia. Quello su cui il giornalista Mauro Rostagno (sospettando un traffico d'armi).

Se Luciana Alpi ha detto basta, nostro dovere è continuare, con ostinazione, a voler cercare una verità che sia credibile e che non offenda la memoria di questi due giornalisti diventati eroi loro malgrado.
Non perché sono morti, come hanno detto in tanti sciacalli.
Ma perché hanno fatto il loro mestiere di giornalista.

Alcune letture sul caso Alpi
- 1994 di Luigi Grimaldi , Luciano Scalettari
- Blu notte – Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
- Passione Reporter di Daniele Biacchessi 
- Il filo dei giorni: 1991-1995 la resa dei conti – di Maurizio Torrealta

Inseguendo la destra

La ritirata sui voucher, difesi fino a qualche settimana fa, poi da riformare per bloccare il referendum della CGIL. Ora cancellati, per togliere alla sinistra (quella a sinistra del PD) uno strumento elettorale.

Voucher che non verranno cancellati, ci mancherebbe. Anziché correggerne i difetti potrebbero essere sostituiti dai mini jobs, come in Germania, considerati tra le cause dell'aumento esponenziale dei lavoratori poveri e delle diseguaglianze e creando terreno fertile per la destra populista.

Il decreto Minniti col Daspo dei sindaci, contro tutte le persone che offendono il decoro, che limitano l'accesso alle infrastrutture (ferroviarie) facendo la questua verrà multato con una sanzione da 100 a 300 euro.
E se i soldi non ci sono (visto che sono questuanti)?
Scatta il carcere, si auspica Nardella e lo chiede Tosi. Destra e sinistra assieme per cancellare, per decretazione d'urgenza non le cause della povertà, del degrado, della sofferenza ma i loro effetti visibili all'occhio sensibile del legislatore.
Scriveva ieri Daniela Ranieri sul Fatto Quotidiano, che Minniti ammette il calo dei reati, ma aggiunge però che la percezione di insicurezza è aumentata: non so se avete capito, vogliamo combattere le fake news e così creiamo per decreto un provvedimento basato sulla percezione collettiva.

La riforma penale di cui si parla non affronta i problemi della giustizia.
Niente notifiche via email (per liberare ufficiali di polizia giudiziaria a fare indagini), niente blocco del processo se salta un giudice del collegio (esclusi magari quelli per mafia o quelli più delicati).
Niente blocco della prescrizione, nessuna infornata di magistrati per riempire i vuoti.
Solo norme per bloccare certi processi e certi magistrati.
Come quelli che passano in politica. Come Emiliano o come Nitto Palma o come il ministro Finocchiaro.
Oppure norme per mettere un tetto alla spesa per le intercettazioni.

Il salvataggio di Minzolini che apre le porte, grazie allipocrisia di parte dei senatori PD, al ritorno del cavaliere (ex) Berlusconi per riunificare il centro destra.

Cosa hanno in comune questi fatti?
La paura che sta crescendo nel Partito democratico, che probabilmente conoscono i sondaggi e ora temono le urne.
E così via le norme sulla sicurezza.
Via alle norme per non scontentare gli amici dei partitini di centro.
Abbiamo ancora una volta una sinistra che insegue la destra e che ha paura di perdere consenso e terreno, come nel 2007, ai tempi del secondo governo Prodi.

E sappiamo come è andata a finire: si è spianata la strada al ritorno della destra...

19 marzo 2017

Paure, nomine, inciuci

La prima del Fatto del 19-03

Le nomine (nelle partecipate), l'accordo con IBM, la riforma del processo penale, inciuci.

La home di Repubblica:
Il ritorno della paura.

Marco Biagi – il costo delle scelte

Marco Biagi fu ucciso dalle BR il 19 marzo 2002 a Bologna, di sera davanti il suo portone, mentre chiudeva il lucchetto della bici.
Ucciso in quanto giuslavorista, un tecnico che si occupava (per conto del ministero del Lavoro e Welfare) della proposta di riforma che tenesse conto dei diritti e della flessibilità necessaria oggi.
Ucciso a tre anni di distanza dal collega, Massimo D'Antona, morto sotto i colpi delle Br il 20 maggio 1999.
Per questo Biagi aveva a disposizione una scorta. Almeno fino al 2001, l'anno dell'attacco alle Torri Gemelle.

Scorta revocata dal ministero dell'Interno nonostante le minacce, nonostante quelle telefonate.
«Qualora dovesse malauguratamente occorrermi qualcosa, desidero si sappia che avevo informato inutilmente le autorità di queste ripetute telefonate minatorie senza che venissero presi provvedimenti conseguenti.» 
Mail inviata a Maroni da Biagi

Passava pure per un “rompicoglioni”, per le sue richieste di tutela, il professor Biagi.
Che però decise di rimanere al suo posto, a fare quello che la politica gli aveva chiesto
La politica ha prevalso e non ci resta che accettare i risultati pur nella certezza di aver fatto tutto il possibile per evitare lo scontro. Cominciano tristi conseguenze per me in quanto alcuni colleghi con vari pretesti stanno prendendo le distanze. Eppure, con riserve sulle decisioni adottate, ho un senso di profonda lealtà nei confronti di Maroni e Sacconi, mi sentirei un vigliacco a stare dalla parte di Cofferati, dove si adagia la maggior parte dei giuslavoristi per conformismo e tranquillità personale.
Ti ho scritto queste cose perché tu sai quanto, nella nostra materia costano certe scelte. Quanto costa stare dalla parte del progresso anche quando non è capiti”.
 
Mail inviata ai collaboratori del sottosegretario al Lavoro Sacconi, il giorno prima di essere ucciso.

La sua storia (e il testo della mail) è raccontata in “Vi aspettavo” di Antonella Mascali - Chiarelettere

18 marzo 2017

Lo specchio (non deformato) del paese

Non c'è niente di meglio della satira, quella vera, graffiante, per decifrare i le dichiarazioni ufficiali, i si dice, i dietro le quinte, della nostra classe politica e dirigente.
Fratelli di Crozza, lo spettacolo di Maurizio Crozza, diventa così un vadevecum per comprendere quello che bolle in pentola.
Uno specchio che raddrizza l'immagine distorta che TG (e parte dei quotidiani) danno dei vari leader e leaderini.



Partiti e leader che si dividono in due: quelli che si dichiarano populisti e quelli che lo sono ma non lo ammettono.
Quelli come Salvini e Tosi, per esempio: il primo ch si fa il selfie con la persona che a Lodi aveva ammazzato due giorni prima un ladro.
Il secondo che dorme con una calibro 45. Come un Facchinetti qualunque.

Esponenti di una destra il cui credo è urlato nei talk, come quelli di Belpietro, che seguono spesso il medesimo canovaccio: gli italiani non ce la fanno e noi perdiamo tempo con gli immigrati. Anzi coi clandestini.

Come se Salvini, Tosi e il proprietario delle reti Fininvest non avessero mai governato.

Ma se la destra è messa così, non è che a sinistra c'è aria felice.
Renzi andrà avanti con la sua campagna elettorale come se nulla fosse. Come se non ci fossero stati i tre anni dietro o, meglio, come se quei tre anni fossero tutti rose e fiori. Come se il referendum non ci fosse mai stato.
Slogan triti e ritriti.
Noi siamo quelli senza paura: così senza paura che hanno scelto di abrogare i voucher pur di togliere all'opposizione a sinistra uno strumento politico.
Così senza paura da aver rispolverato, col decreto Minniti, politiche su decoro, immigrazione, degrado, che pensavamo fossero finite in soffitta.
Considerare un problema sociale, per persone senza casa, i barboni, come questione di ordine pubblico, il cui repulisti è però in carico ai comuni (che coi loro problemi saran ben contenti).


E ora nella riforma del penale, si pensa di mettere una norma per rendere più difficile l'accesso alla politica ai magistrati. Come Emiliano, candidato alle primarie PD. Quello "a Matteo ci voglio di un bene ...".
Norma corretta, quella che blocca le porte girevoli tra professione politica ma deve valere anche per avvocati, medici, giornalisti ...

Sì, ci sono i centristi come Alfano e gli altri. Che si sentono così argine per il populismo da essersi chiamati alternativa popolare. Il popolo, sempre il popolo.
Grillo e il suo modo padronale di gestire il partito (quando tornerà l'imitazione di Grillo, a proposito?).

E, infine, la frecciata contro (parte) dei manager (del privato, ma i cui costi ricadono sul pubblico), come Montezemolo, l'uomo di Alitalia.
Azienda in perdita ma stipendio assicurato per i vertici, e non in voucher si intende.
Nemmeno per il signor Napolitano, AD del Sole 24 ore.

Non stanca mai l'imitazione di Razzi, dopo anni: ci fa pensare che se noi siamo ancora qui, bloccati dai Razzi, dai Berlusconi, dal Renzi (alla ricerca dello sport giusto), dei pistoleros, mentre i migliori ricercatori fanno poi fortuna all'estero, il futuro che ci aspetta è ben amaro.
Rideremo con Crozza e le sue imitazioni, certo.