09 febbraio 2019

Il caso Lavorini, di Sandro Provvisionato



Il tragico rapimento che sconvolse l'Italia
Si muove con calma, senza alcuna frenesia, senza eccitazione, cercando di fare il meno rumore possibile. Come in trance. Con metodo e una certa perizia trasforma un lenzuolo in tante strisce di tela tutte uguali. Poi le annoda dando una certa consistenza a quel fragile tessuto. Alla fine ne ricava qualcosa di molto simile a una corsa e forma un cappio a un capo della stessa.

Quella appena descritta è la preparazione al suicidio da parte di Adolfo Meciani, imprenditore viareggino, in carcere con l'accuso di aver ucciso Ermanno Lavorini, 12 anni. Un bambino scomparso il 31 gennaio 1969, ritrovato morto qualche settimana dopo, seppellito alla buona sotto qualche decina di metri di terra e sabbia su una spiaggia a pochi chilometri di distanza.
Sandro Provvisionato ricostruisce il caso Lavorini “Il tragico rapimento che sconvolse l'italia”, il primo rapimento in Italia che ebbe una vasta eco mediatica, che portò a galla l'anima reazionaria e feroce di questo paese, che causò altre morti, vittime dalla violenta caccia alle streghe contro gli omosessuali, i pedofili che frequentavano la pineta. Perché fin da subito la causa del delitto doveva essere quella: un omicidio nato nel mondo dei pedofili e degli adolescenti che si vendevano per soldi.


Il caso Lavorini racconta anche altro: in questa storia troviamo il germe della strategia della tensione che tante altri tragedie causò al paese. Come si dimostrò alla fine, il rapimento e la morte di Ermanno non era una storia di pedofili (o di “capovolti” come venivano chiamati nel viareggino): Ermanno fu rapito per estorcere denaro alla sua famiglia per finanziare una formazione di estrema destra, il “Fronte Monarchico giovanile”. Una pista che rimase nel cassetto degli investigatori, anche se il giornalista Marco Nozza del Giorno l'aveva individuato fin da subito, andando a parlare con gli indagati.

«Saltano fuori i moralisti che sguainano la spada contro i giovani troppo irrequieti. Ma rimarranno delusi. Marco [Marco Baldisseri, uno dei membri del Fronte Monarchico e poi condannato per la morte di Ermanno], tutt'altro che un contestatore spavaldamente impegnato, era un fervido attivista del movimento giovanile monarchico. Andrea [Benedetti, allora minorenne, uno dei bambini che si prostituivano alla pineta] pure lui un attivista alacre. Amici tutti quanti di un certo Giannini che va a prendere la dinamite dove la trova per far fede ai suoi ideali, naturalmente».La pista politica è servita. Ma nessuno degli investigatori sembra muoversi.

Fin da subito le indagini si concentrano nel mondo della Pineta e individuano due dei tre responsabili poi condannati: Marco Baldisseri e Rodolfo Della Latta (allora maggiorenne).
Anziché sul contesto politico, i carabinieri (di fatto estromettendo la polizia) seguono la pista sessuale, rimanendo incollati alla tela di ragno delle confessioni (ne arrivò a fare una decina) di Baldisseri, 16 anni, una vita travagliata alle spalle, un padre assente, anche lui frequentatore della pineta. A capo di una banda di coetanei dedicata a piccoli reati, ma anche membro del movimento giovanile monarchico.
E' lui per primo ad accusare, alcuni degli adulti con cui si prostituiva.
«Nel lanciare le loro accuse, gli imputati del caso Lavorini sanno di far piacere all’opinione pubblica, sanno di obbedire a una necessità di odio dell’opinione pubblica.»Pier Paolo Pasolini

Il caso Lavorini è una storia che intreccia il bigottismo in questo paese: l'autore parla di Viareggio come una novella Salem, per la caccia alle streghe che si scatenò, ai limiti del linciaggio contro chiunque fosse sospettato, come Meciani e Zacconi, da una folla aizzata dai quotidiani locali.
Una storia di indagini portate avanti dai carabinieri per lo più, fatte male, in modo superficiale con gli investigatori quasi più interessati a condizionare le piste che a seguirle, col sospetto di voler indirizzare le indagini contro una certa parte politica (a Viareggio c'era allora una giunta socialista e gli indagati ad un certo punto cercarono di mettere in mezzo il sindaco e il presidente dell'Ente turismo).
Reperti e documenti che spariscono, nessuna analisi sul luogo di ritrovamento del cadavere, con troppi spifferi dalla caserma verso i giornali, per convincere l'opinione pubblica che la pista giusta era quella dei “capovolti”, dei pedofili, che il piccolo Ermanno Lavorini era morto in un festino a base di sesso e forse anche droga.
Ci si può fidare di questo gruppo di investigatori? La polizia, che pure per prima aveva intuito la pista giusta per giungere all'assassino di Ermanno e aveva persino fermato il sospettato numero uno, è rimasta inerme, spaventata, quasi annichilita dalla personalità debordante del colonnello dei carabinieri De Julio, e si è chiusa a riccio. Gli stessi carabinieri che – come cominciano a riferire i ragazzi della pineta, ma come credergli -, invece di mettere con le spalle al muro gli artefici di quel balletto di rivelazioni contraddittorie, contribuiscono a suggerire loro, forse inconsciamente, scenari destabilizzanti.Ci si può fidare di una giustizia che ha trascorso più tempo a litigare sulla competenza, che sembra paralizzata e che si fa prendere per il naso da due minorenni disagiati e da un ventenne allucinato?Di una stampa forcaiola che ipotizza scenari sempre più improbabili e scandalosi al solo scopo di vendere qualche copia in più dei suoi giornali?Viareggio è stanca. L'assassinio di un bambino l'ha sconvolta.

Il colonnello Di Julio merita qualche parola in più: ex capo di Stato Maggiore dei Carabinieri, era stato coinvolto nel piano Solo, sui compito doveva essere quello di trasferire in Sardegna gli enucleandi, sindacalisti e politici di sinistra presenti in una lista stilata dal generale De Lorenzo.
Finito dentro la commissione del ministero della Difesa, la sua carriera era stata arrestata ed era stato trasferito a Lucca come comandante di Legione.
Dal Piano Solo, a questa inchiesta dove la pista politica fu accuratamente tenuta da parte dai carabinieri, che pure avevano uno degli indagati come confidente, Vangioni, tesoriere del fronte monarchico.

Sandro Provvisionato ricostruisce tutta la storia: le indagini fatte male, i depistaggi, gli indagati (Baldisseri e Della Latta, il minorenne Benedetti e poi Vangioni) che si inventavano storie e confessioni puntualmente smentite dai fatti. La morte di Ermanno, ucciso per un pugno e poi soffocato nello stesso giorno del rapimento.
E la morte di due dei sospettati: Meciani e Zacconi, il primo “colpevole” solo (se mi si consente questa definizione) di avere avuto rapporti con minorenni nella pineta.
Il secondo morto per “crepacuore”, per le accuse che gli erano state rivolte.
Infine, il processo, nel 1975, contro gli indagati, quel gruppo di minorenni che per anni riuscì a tenere in scacco carabinieri e anche i giudici che portano avanti le indagini: processo che si concluse con la condanna di tutti e tre. Condanna che però non riuscì a dare una risposta a tutte le domande rimaste aperte: chi fece la telefonata per chiedere il riscatto a casa Lavorini? I rapitori erano solo i tre condannati (e tornati in libertà dopo il 1980)? Fecero tutto senza l'aiuto degli adulti?

Resta una sensazione angosciante di ingiustizia e di impotenza della giustizia. La ragnatela di bugie, finte rivelazioni, ritrattazioni calunnie ha strangolato non solo Ermanno ma anche la ricerca della verità sulla sua tragica fine. Resta il dubbio di un processo e di una sentenza entrambi figli del loro tempo”.

Il caso Lavorini è stato consegnato a Chiarelettere poco prima della morte di Sandro Provvisionato, uno scrittore che ha scritto diversi libri, sul caso Moro e sulla strategia della tensione, in particolare.
Anche in quest'ultimo, si intravede un legame tra questa brutta pagina di cronaca e quello che avvenne poi negli anni seguenti, a partire dal 12 dicembre 1969.
A Viareggio, proprio in quel 1969, nello studio dell'avvocato Gattai, avvenne una riunione in cui si decise di fondare la Lega Italia Unita, facciata legale dei Mar, il movimento neofascista che organizzò nel 1970 diversi attentati in Valtellina.

La scheda del libro sul sito dell'editore Chiarelettere
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