12 dicembre 2010

Il Piano Solo di Mimmo Franzinelli

Il Piano Solo, il centro-sinistra e il “golpe” del 1964.

Estate del 1964: il governo del centro-sinistra di Aldo Moro, con vicepresidente il socialista Pietro Nenni, è in crisi. Sfiduciato alla Camera il 25 giugno, sul voto di finanziamento alle scuole cattoliche private, Moro si rivolge al presidente della Repubblica Antonio Segni, per trovare una alternativa alle dimissioni: ma il suo governo attraversa una crisi profonda essendosi tirato dietro critiche sia dalla sinistra, i comunisti (che vedono nel progetto del centro-sinistra un tentativo di indebolimento del fronte dei lavoratori), sia dalla destra. Come i missini, che avevano appoggiato la fallimentare esperienza della presidenza Tambroni.
Aldo Moro ha contro, per il suo programma riformistica (come la riforma urbanistica, e il piano quinquiennale del ministro socialista Giolitti), la Confindustria, il presidente della Bankitalia Guido Carli, e una buona parte della destra DC. Tra cui il presidente del Senato, Merzagora.

In quella estate, in cui la politica italiana è in pieno fermento per la ricerca di una nuova maggioranza con i tentativi di un governo tecnico del presidente Cesare Merzagora, un ritorno ad un monocolore DC, un governo di centro-destra, l'Italia sarebbe stata ad un passo del colpo di Stato: il Piano Solo, appunto, organizzato e concepito del comandante dell'Arma, il generale de Lorenzo.
Questo è quello che la nostra poca, e spesso distorta memoria storica ci ha tramandato. Merito dell'ottimo saggio di Mimmo Franzinelli è quello di ricostruire gli anni dell'esperienza politica del centrosinistra riportando alla luce tutti i protagonisti della storia, come quelli che, anche grazie alle commissioni ministeriali e parlamentari (e agli omissis di Moro), sono rimasti in secondo piano.
Come il presidente della Repubblica Segni: anche per colpa dei cattivi consiglieri che aveva attorno, temeva una insurrezione delle sinistre, specie dopo la crisi del centro-sinistra.

Fu Segni a chiedere al generale de Lorenzo la preparazione di un piano militare, affidato “Solo” ai carabinieri, poiché della polizia non c'era da fidarsi, con cui enucleare in Sardegna una lista di sindacalisti, presunte spie, esponenti del partito comunista. Ma il piano era in realtà una derivazione dei “piani emergenziali” o “piani di contingenza” ordinati dal capo di Polizia Angelo Vicari.

Le liste degli enucleandi erano in parte una ripresa della rubrica “E” (creata su richiesta del ministero dell'interno e gestita dal Sifar nel 1952) dei cittadini in grado di “predisporre azioni di sabotaggio”.

Cosa c'è stato, dietro il piano del generale de Lorenzo? Franzinelli risponde a questa domanda, in modo chiaro
“Al comando dell'arma si studiano le modalità delle enucleazioni: località di concentramento degli arrestati, modalità di trasporto e sorvegilanza degli internati. L'aspetto logistico compete al comandante della Legione dei carabinieri di Cagliari, colonnello Edgardo Citanna, preoccupato per il vettovagliamento di centinaia di ospiti.
Il piano Solo è una pistola scarica, che viene nondimeno oliata e accudita, così che alcuni leader politici si sentano sotto tiro” pagina 129

Fu più un'arma con cui la politica stessa, la presidenza della repubblica, la destra DC, cercò di condizionare la politica stessa. Anche tramite delle prove di forza, come la manifestazione del 14 giugno, anniversario dei 150 anni di storia dei carabinieri, in cui sfilarono per le strade di Roma i carri armati della brigata meccanizzata, voluta espressamente da de Lorenzo stesso.

Non è una riabilitazione del generale dell'arma, passato alla storia come generale golpista, ma l'autore racconta del de Lorenzo amato dai comunisti, prima dell'inchiesta dell'Espresso sul “tintinnar di sciabole” perchè difensore della repubblica ed ex partigiano:

De Lorenzo, ambiziosissimo e molto abile nello svincolare tra le insidie della politica, era stato capo del Sifar, il servizio segreto militare, prima di assumere la guida dell’Arma. Ma aveva mantenuto una sorta di autorevole supervisione sul Sifar, sui suoi meccanismi, sui suoi fascicoli. Il che faceva di lui uno degli uomini più potenti d’Italia. De Lorenzo aveva fama di ufficiale vicino alla sinistra. Militante della Resistenza e premiato con medaglia d’argento, fu schedato nel dopoguerra per filocomunismo, e si atteggiò a paladino dell’apoliticità delle Forze armate. Alla guida dei carabinieri si dimostrò efficiente, autoritario, non di rado arrogante con tendenza al grottesco. [dall'articolo di Mario Cervi su Il giornale]
“Il piano solo” è articolato in tre parti: nella prima si racconta delle genesi del SIFAR e delle schedature anche a politici, iniziate sotto la presidenza Gronchi: schedature che contribuirono a dare ai servizi militari e ai loro vertici un ruolo sempre più influente nella politica. Sia per i ricatti incrociati con cui queste schede furono usate, sia per la sempre maggiore influenza che de Lorenzo aveva su Segni e sui vertici della Democrazia Cristiana.

Il contesto storico dentro cui si sviluppa la storia: il passaggio al centro-sinistra, aiutato anche dall'elezione in america di un presidente Democratico come Kennedy, in un mondo ancora diviso tra i due blocchi, in piena Guerra Fredda

Tuttavia, il contesto storico in cui tentò il suo svolgimento il Piano Solo presenta delle peculiarità legate a vicende politiche strettamente italiane. Infatti dal 1962 si era aperta in Italia la fase del tutto nuova del Centrosinistra, con promesse di riforme strutturali che solo in parte furono mantenute, ma che comunque andarono a minacciare un assetto burocratico-militare che mutuava uomini e metodi dal periodo fascista.

Il dibattito politico di quel periodo verteva principalmente sulla nuova fase politica di Centrosinistra inaugurata nel 1962 dal Governo Fanfani col sostegno esterno dei socialisti e poi proseguita con l'inclusione dei socialisti nei Governi Moro. Se negli Stati Uniti la presidenza Kennedy aveva in qualche modo mitigato la netta chiusura americana nei confronti di tali nuove esperienze di governo, le strutture militari, diplomatiche e di intelligence non avevano però retrocesso di un solo passo e trovarono il modo di ricordare a Kennedy l'importanza del suo elettorato interno ed ai servizi segreti italiani (e a De Lorenzo che li aveva sottoscritti) i ferrei patti stabiliti solo pochi anni prima, come il "Piano Demagnetize".[Wikipedia]

Nella seconda parte, si tratta degli avvenimenti del giugno-luglio 1964: la crisi del governo Moro e le paranoie di Segni per una rivoluzione comunista che non ci sarebbe stata:

La contrapposizione politica che in quelle ore si stabilì, a livelli quasi di scontro, fra il Capo dello Stato ed il premier uscente accentuò l'occasione di mettere in pratica il piano: alle proposte di Moro (cui peraltro Segni doveva buona parte delle sue fortune politiche, compreso il Quirinale)[5] - che avrebbe aperto con anche maggior fiducia alla sinistra, col sostegno di una parte della DC ed un tiepido avvicinamento del PCI - Segni rispose proponendo, o forse minacciando, un governo di tecnici sostenuto dai militari[6].

Moro, insieme a Nenni (che parlò pressoché apertamente di "rumor di sciabole" nei suoi diari su quei giorni), optarono[7] per un più tranquillo e morbido ritorno alla formula governativa precedente, che avrebbe evitato rischi alquanto inquietanti, ed il PSI rilasciò prudenti comunicati di rinuncia ad alcune richieste di riforme che prima aveva avanzato come prioritarie. La crisi rientrò e nessun carabiniere dovette muoversi.

Centrale in questo cambiamento di politica fu la riunione nell’abitazione di Tommaso Morlino, notabile della Dc del 16 luglio 1964. Erano presenti Moro, il segretario della Dc Rumor, i capigruppo democristiani di camera e senato Zaccagnini e Gava. È strano che mancassero i ministri della Difesa e dell’Interno, Andreotti e Taviani. Dixit De Lorenzo: «Ci sono delle forti correnti che temono nel centro sinistra un salto nel buio perché la disoccupazione sta avanzando... Vi sono delle prevenzioni ad ogni livello e in ogni classe sociale». Per arginare questo pericolo, il Piano Solo era già pronto.

La terza parte: la scoperta del piano nel 1967, le tensioni dentro le forze armate per la nomina di de Lorenzo a Capo di Stato Maggiore dell'esercito e la sua contrapposizione col capo di Stato Maggiore della difesa Aloja. L'inchiesta de l'Espresso nata grazie alle soffiate degli anti delorenziani, le inchieste ministeriali, quella dei carabinieri (del generale Manes) e quella ministeriale.

Il piano era stato tenuto ovviamente segreto, ma alcune voci presero subito a circolare sempre più insistentemente, provocando nel 1965 la metamorfosi del SIFAR (evolutosi nel pressoché identico SID, formalizzata l'anno successivo). La sua scoperta pubblica si ebbe soltanto qualche anno dopo, grazie ad alcuni articoli de "L'Europeo", poi ripresi ed amplificati da "L'Espresso" nel 1967 grazie a contributi indirettamente ricevuti da soggetti legati al KGB, che era al corrente del piano sin dai tempi dell'acquisto dei terreni di Capo Marrargiu.

Immediatamente De Lorenzo fu rimosso dal suo incarico allo Stato Maggiore dell'Esercito e furono avviate procedure di inchiesta da parte di diversi enti; per la Difesa l'indagine amministrativa fu condotta dal generale Beolchini, mentre per i Carabinieri fu incaricato di guidare l'indagine interna il vice-comandante generale, il generale Giorgio Manes. Quest'ultimo, già precedentemente in urto col De Lorenzo (ed anche con uno dei suoi successori, Ciglieri) non solo fu fra i primi ad ammettere pubblicamente l'esistenza del piano, ma diresse un'investigazione la cui conclusione - il famoso "rapporto Manes" - fu particolarmente efficace anche perché l'autore, in realtà, era ben partecipe (come subordinato) del piano; anzi taluni suoi appunti privati del tempo furono in seguito esaminati in sede giudiziaria per ricostruire le fasi dell'approntamento del piano.

Successivamente Giovanni De Lorenzo fu eletto Deputato del MSI-DN [..]

Fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta, guidata dal senatore Alessi. Il governo oppose sempre il segreto di stato - apportando ai rapporti Beolchini e Manes i notissimi "omissis" autorizzati dal premier Moro, ma materialmente operati dal sottosegretario alla difesa di Taviani, Francesco Cossiga - alle reiterate richieste di informazioni da parte delle diverse commissioni di indagine non governative, facendo mancare perciò il necessario materiale d'esame; anche la lista degli "enucleandi" andò perduta (mentre dei fascicoli SIFAR si dispose la distruzione).

Perciò la Commissione Alessi produsse una relazione di maggioranza indicante che non si era raccolto "un solo elemento di prova, un solo indizio" che dimostrasse il tentativo di golpe. Dalle opposizioni si obiettò che gli elementi di prova sarebbero stati celati dagli "omissis" e che, invece, di tentativo di svolta autoritaria si fosse trattato.

Dal libro emerge un quadro desolante dei vertici dei servizi, troppo legati ai desideri e voleri della politica più che al senso della sicurezza dello Stato. E, anche, ovviamente desolante per la classe politica.

I capitoli del libro.

Parte prima Spionaggio e politica
I dossier illegali del sifar, i servizi segreti nel tramonto del centrismo, il presidente Segni

Parte Seconda Il "tintinnio di sciabole" del 1964.
Alta tensione al quirinale.
L'elaborazione del Piano Solo.
La caduta del governo, l'opzione tecnocratica.
Lo scenario militare.
La crisi politica.
Il convegno segreto chez Merlino.
Dal ritorno di Moro alle dimissioni di Segni.

Parte Terza Battaglie sotterranee, inchieste e processi.
Lo scandalo Sifar e l'inchiesta ministeriale Beolchini.
La destituzione di de Lorenzo.
La campagna de l'Espresso sul Piano Solo.
L'indagine militare (del generale cc Manes).
La commissione parlamentare.
Le rivelazioni postume di Moro.

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