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27 giugno 2023

Report – i resti dell’emergenza e il crollo del ponte Morandi

LE SCORIE DEL COVID di Lorenzo Vendemiale

Lo stato italiano sta pagando le mascherine di FCA anche dopo la produzione, paghiamo le macchine di FCA che non stanno più producendo nulla (costo di circa 600mila euro)

Paghiamo anche l’affitto di stabilimenti di SDA contenenti vecchi dispositivi medici (comprati magari a caro prezzo durante l’emergenza) che oggi non servono più.

L’eredità della struttura commissariale è di circa 3 miliardi di dispositivi, il valore complessivo è di circa 600ml, il costo dell’affitto che paghiamo a SDA è di 85ml: molto del materiale (come le mascherine) è in scadenza e il governo sta cercando di regalarlo ad enti di volontariato o scuole, che però ne hanno fin troppe.

Le scuole avevano scritto alla struttura commissariale per interrompere le forniture, che arrivavano anche dopo l’emergenza: purtroppo non possono nemmeno smaltirle, perché sono rifiuti speciali. Altro che nuove mascherine, le scuole vogliono solo che qualcuno se le venga a prendere.

Verranno bruciate le mascherine? Purtroppo rimane l’unica soluzione, perché non si riuscirebbe a riciclare nulla.

LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO di Danilo Procaccianti

Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, il presidente del Consiglio Conte e altri politici proposero la revoca della concessione ai Benetton, per inadempienza. Passati cinque anni, Report ha raccontato la vicenda del ponte prima e dopo il crollo che causò la morte di 43 persone.

Si parla tanto di garantismo, dei diritti degli imputati, ma spesso ci si dimentica delle vittime e dei loro diritti: ora a stabilire se gli atti dei dirigenti di Atlantia e Aspi spetta ai giudici, dopo le indagini della Procura.

Quel ponte poteva crollare da un momento all’altro – racconta oggi il procuratore Cozzi, una frase che fa riflettere, visto che dopo il crollo Castellucci negò ogni responsabilità.

Non solo Spea fece azioni di bonifica dei computer, attuò ogni mezzo per impedire le intercettazioni, altro che collaborazione con la Procura.
L’ex responsabile della manutenzione di Aspi, Donferri, aveva contatti con generali in pensione per chiedere trattamenti di favore per Castellucci, per difenderlo dai giornalisti.
Infatti Castellucci nel giorno in cui andò in Procura a riferire fu scortato da alti ufficiali dei carabinieri.

Donferri chiede ai collaboratori di cancellare documenti in cui emergeva la cattiva documentazione dell’autostrada, insultando anche le persone che si sentivano in forte imbarazzo.
Oggi di fronte alle domande di Report, risponde che non è vero, c’è una indagine in corso .. come se le intercettazioni non esistessero (e ora si capisce come mai questo governo come tanti altri vuole bloccare la pubblicazione delle intercettazioni).
Perché era importante l’archivio documentale del ponte Morandi?
L’ingegnere Morandi, il costruttore, era consapevole del rischio dell’usura dei cavi di acciaio, per colpa dell’umidità: la corrosione dei cavi era noto da anni, ma Donferri liquidò le proposte di ricostruzione in malo modo. E alla fine Donferri è arrivato al numero due di Aspi.

Oggi è consulente di una società che si occupa di appalti e subappalti a Pomezia, anche in nero – racconta Report.

Il crollo del Ponte Morandi è emblema dell’Italia che si prende cura del bene comune, l’importante è incassare, tanto e subito, anche risparmiando sulla manutenzione, anche a rischio della vita delle persone.

Potrebbe essere l’ultima volta che sentiremo intercettazioni come quelle trasmesse da Report sui Benetton: se passa la riforma Nordio noi cittadini non sapremmo nulla.

Ma ci sono intercettazioni di Donferri che prendeva in giro le proposte di manutenzione: le riunioni non furono registrare dai magistrati ma dall’ex responsabile della sorveglianza di Spea, Vezil, forse per timore di prendersi responsabilità per colpa di altri.

Oggi nessuna delle persone indagate, Castellucci, Donferri, Berti dimostra un qualche rimorso, una forma di rimorso per quanto è successo, anzi, sono proprio i Benetton ad esprimere i giudizi peggiori nei confronti dei manager di Atlantia.

Nessun rimorso, nessuna voglia di chiarire di fronte ai giornalisti, nessuna parola anche a loro tutela: Castellucci è stato descritto dal GIP come una persona senza rispetto per le regole, nonostante prendesse uno stipendio da 400mila euro. Report ha scoperto che l’anno del crollo del Ponte ha avuto il picco dello stipendio, mentre ha preso una buonuscita da 13 ml, nonostante fossero note le sue responsabilità sulla cattiva manutenzione del ponte.
La certificazione del ponte arrivava da autocertificazione – racconta in una intercettazione Mion AD di edizioni Holding (la cassaforte dei Benetton): ma nonostante tutte le preoccupazione nemmeno Mion fece nulla, sebbene sia forse uno dei pochi in questa storia ad aver dimostrato un minimo di ammissioni di colpa.

Mion, Gilberto Benetton, Alessandro Benetton e altri sapevano di questa auto certificazione: potevo fare casino ma non l’ho fatto dice oggi Mion, per conservare il posto, forse.

A novembre 2020 vanno agli arresti domiciliari Berti e Castellucci per una inchiesta parallela: a soccorrerli arriva il solito Donferri, che sapeva che la resina usata per le barriere antirumore era non omologato.
Tutto pur di risparmiare, a Genova come ad Avellino nel viadotto dove sono morte 40 persone (per un pullman caduto dal ponte) nel 2017: bastava spendere 20mila euro per rimettere bulloni nuovi su quel ponte (che era in concessione ad Aspi) e non ci sarebbero stati dei morti.
Per quel crollo Berti è stato condannato in primo grado ma ora pende appello: ci sono delle intercettazioni su quel processo di Avellino dove si sente parlare di risparmi sulle opere di manutenzione, tutto per distribuire più utili ai Benetton.

Aspi era la gallina delle uova d’oro per i Benetton: nel 2016 avevano 3 miliardi liquidi, così ogni anno, potevano costruire un ponte ogni anno, per manutenzioni hanno speso meno del 10% dei soldi incassati dai pedaggi. Dal 2009 al 2019 hanno preso 6 miliardi di dividendi: una valanga di soldi, che ha snaturato la natura imprenditoriale della famiglia Benetton, perdendoci un po’ la faccia e la credibilità.

Il giorno dopo il crollo la famiglia Benetton non rinunciò alla grigliata di ferragosto: anche questo è stato un colpo per i familiari delle vittime, “hanno dato la sensazione di essere senza animaammette lo stesso Mion.

Alessandro Benetton ha scritto a Report una lettera dove parla delle sue critiche fatte alla gestione dei suoi manager, di aver ammesso le colpe in diverse occasioni.
Quando non avevamo tanti soldi avevamo tanta credibilità – ammette: ma chi gli ha consentito di gestire così l’autostrada? Report racconta delle colpe della politica, l’estensione della concessione fatta dal governo Prodi, senza che la politica mettesse dei limiti al concessionario, senza che si mettessero dei paletti ai Benetton,
costringendoli a fare degli investimenti programmati (a questo servivano i pedaggi).

Dopo il crollo del ponte il presidente Conte chiese la revoca della concessione, suscitando la reazione sdegnata dei garantisti all’italiana: purtroppo la concessione vigente aveva una postilla, siglata dal governo Berlusconi, che riconosceva un indennizzo ai Benetton anche in causa di inadempienza.

Il ministro Toninelli cercò di eliminare questa postilla per legge, ma l’iter fu fermato dal ministro Tria, tirando in ballo l’interesse dei fondi internazionali: e l’interesse dei familiari delle vittime?
Anche Salvini si dimostrò tiepido sulla revoca della concessione.

Alla fine cambia il governo Conte 1 e, soprattutto, cambia il ministro Toninelli che oggi racconta che Conte non ebbe abbastanza coraggio né nel difendere il suo ministro e nemmeno nel portare avanti un contenzioso coi Benetton.

Con la nuova maggioranza entrano nel governo PD e Italia Viva di Renzi che non vogliono sentir parlare di revoca e così si inizia a parlare di accordo coi Benetton: la famiglia inizia a tessere i rapporti con Renzi, i 5 stelle, col PD. Con chi hanno interloquito i Benetton?

Sappiamo che alla fine si arrivò all’accordo nel 2020, in cui i Benetton vendono la società a CDP, senza stabilire il prezzo di vendita. Che era la soluzione che volevano i Benetton, che in una intercettazione dicevano che l’unico modo per salvare Atlantia era uscire da Aspi. Coi soldi dello Stato.

Lo Stato italiano nella bozza dell’accordo firma una resa: lo Stato italiano scrive che non revocherà mai la concessione, anche se Atlantia decidesse di non vendere.
Alla fine i Benetton dal crollo del Morandi ci hanno pure guadagnato,
con 8,18miliardi di euro – racconta il giornalista Giorgio Meletti a Report.

Ora la struttura societaria di Aspi è una struttura complessa: altro che nelle mani dello stato italiano, ora è nelle mani di società tedesche, australiane, cinesi e americane. Società straniere che vogliono solo soldi, altro che manutenzione.
Allora, lo stato italiano ha fatto gli interesse degli italiani o dei fondi di speculazione stranieri? Oppure dei Benetton?

10 luglio 2020

Restaurazione

Sento nell'aria una gran voglia di restaurazione, come dopo la sconfitta di Napoleone quando tutti i regnanti tirarono un sospiro di sollievo e si rimisero la parrucca.

Revochiamo la concessione ad Aspi? Giammai, lo stato deve rimanere passivo e non deve controllare il privato.
Notate poi chi sono gli schieramenti contrari alla revoca: la destra e Italia Viva.

Piccoli focolai crescono: dove si sviluppano i focolai in Italia? Nei settori produttivi dove c'è anche grande precarietà, dove le persone devono lavorare quasi a cottimo, in barba ai principi di cautela.
Succede a Bologna, dopo il caso Bartolini, il caso TNT.

Fomentatori di odio: guai a dare del fascista ad un fascista, si passa per fomentatori di odio. Però ieri sul Corriere potevamo leggere il pezzo di Gramellini contro i dipendenti pubblici che hanno preso lo stipendio pure se erano in smart working. Sti impuniti.
E oggi, sempre lui, se la prende con la maggioranza che non ha votato a favore della giornata delle vittime della malagiustizia.

E perché non le vittime della malasanità?
O le vittime dell'uranio impoverito?
O le vittime dell'amianto?
O, in generale, le vittime sul mondo del lavoro, dove i controlli sul rispetto delle regole sono pochi.

Ancora tu, ma non dovevamo vederci più: Prodi rivaluta Berlusconi, in una partita di tattica politica che fa cadere le braccia. Al governo hanno bisogno dei voti in aula di Forza Italia il cui leader deve assicurare lunga vita e prosperità alle sue aziende.
E Prodi? Dai retroscena pare punti al Quirinale. Sempre che ci si possa fidare di Berlusconi.

Colpa d'Alfredo: le morti al Pio Albergo Trivulzio? Colpa degli assenteisti, dice la relazione voluta dai vertici della regione che si guarda bene dal tirare in mezzo i vertici della regione.
Era già alto l'assenteismo, nei giorni del Covid toccò punte del 60%.
E le mascherine che non c'erano? E le indicazioni nel non usarle? E poi, come mai nessuno si era accorto di queste punte di assenteismo?

09 luglio 2020

La concessione sul ponte


A leggere i giornali oggi, per come commentano la vicenda della concessione sul ponte di Genova, sembra che siamo stati tutti favorevoli alla revoca della concessione ai Benetton. Da La Stampa, a Repubblica, il problema è questo governo che in due anni non ha saputo prendere una decisione. Quale decisione? Non lo dicono, gli editorialisti di oggi, che ieri puntavano il ditino contro la decisione di revocare la concessione "senza aspettare i tempi della giustizia". 
Mi ricordo in quanti scrivevano che era una barbarie, i simpatici difensori di Aspi, della generosa concessione (ben gradita dai governi di centro destra e centro sinistra) e dei Benetton. 

Certo, Conte 1 e Conte 2 non hanno ancora deciso, la sua ministra De Micheli ha poi (volutamente?) creato ancora più confusione con quell'atto in cui si riassegna la concessione del nuovo ponte Morandi ad Aspi, ma temporaneamente. 

Ma tutto fa brodo per fare polemica. Dimenticandosi delle persone morte, dei controlli non fatti, nonostante una concessione ben remunerativa.

06 novembre 2018

Report: perché è crollato il ponte di Genova?

Il crollo del ponte Morandi, di chi sono le responsabilità? Un perito di Autostrade darà la sua versione sul crollo.

Queste le due inchieste di Report di questa sera, ma prima l'anteprima di Alessandra Borella sul verde pubblico.

Una legge del 1992 dice che per ogni nuovo nato si deve piantare un albero: un principio generale buono, ma chi controlla la sua applicazione?
Ora, con l'emergenza maltempo, abbiamo visto alberi crollare al nord e al sud e non solo per il troppo vento: spesso le piante, la nostra riserva di verde, di aria pulita, sono in cattiva salute, le radici non reggono il peso.
Compito del controllo, anche per il certificato per il nuovo alberello (per i comuni sopra i 15mila abitanti), è del comune: quali sono quelli più virtuosi?
Alcuni dicono che non hanno risorse o spazio per gli alberi.
Altri dicono che senza sanzione, non serve rispettare la legge. Bell'esempio di amministrazione..
E poi ci sono modelli virtuosi come Pisa: hanno usato fondi europei che erano indirizzati per i beni culturali, un escamotage per prendersi 24ml di euro.
Ad Alghero si sono inventati il baratto amministrativo tra comune e cittadini:tasse in cambio della gestione del verde.
Roma è invece un esempio di amministrazione carente: cattiva manutenzione sia per la potatura che per la cura delle radici, coperte dal cemento o dall'asfalto.
Così ogni evento eccezionale (cioè eventi ogni anno naturali) porta al crollo di altre centinaia di alberi.
Il maltempo fa acuire un male endemico delle nostre città: l'incuria del parchi, oggi occupati perfino da una persona che si è costruita la casa su un cedro.
Abusivo.
La nota positiva è l'attività dei detenuti di Rebibbia per la cura del verde: lavorano e si occupano del bene pubblico, anche se il comune non ha dato loro l'attrezzatura necessaria.
A Roma sono operativi 84 persone per il verde: erano 1200 qualche anno fa. Poi è arrivata mafia capitale.

Però ci sono le petunie sugli alberi, architettura verticale si chiama l'esperimento …
Ma per gestire il verde pubblico serve proprio la mafia?

Sotto il ponte, di Giovanna Boursier

Non crollano solo le piante in Italia, purtroppo: anche cavalcavia e ponti.
Alla commemorazione per le vittime del crollo, il Presidente del Consiglio non ha trovato di meglio che celebrare la bozza del decreto.
Sul crollo del ponte hanno fatto campagna elettorale in troppi. Maggioranza e opposizione.
Parole gettate al vento per strappare applausi o like: ma niente di utile per i genovesi.
Che hanno iniziato a protestare contro i provvedimenti che mancano: gli aiuti agli sfollati, alle imprese ferme.
Così protesta dopo protesta, è stato rivisto il decreto (quello già pronto): il ministro Toninelli ha spiegato poi il contenuto del decreto per Genova: 72,3 ml per gli sfollati, 35ml per le imprese danneggiate e 30 ml per la cassa integrazione in deroga (per le 1700 persone tra privato e pubblico colpite dal crollo).
Ma nel decreto ci sono anche i condoni per Ischia e l'innalzamento della quota per i fanghi industriali.
Condono su cui si è lanciata anche l'opposizione, che qualche condono sulla coscienza lo ha anche lei (e la norma sui fanghi era del ministro Galletti che l'aveva tenuta in un cassetto).
No, non è un condono, la risposta di Toninelli: il condono c'era già, il governo ha chiesto solo di dare una risposta alle famiglie che hanno chiesto di poter condonare degli abusi.
Alla Camera, il decreto che doveva evitare future morti, per far ripartire l'economia a Genova, è finita in bagarre.

Il governo riuscirà a togliere la concessione ad Autostrade?
Chi ricostruirà il ponte?
L'inchiesta di Boursier cercherà di dare risposte a queste domande facendo sorgere il dubbio che in molti hanno vigilato male e sottovalutato il rischio.

La colpa è del gestore – spiega l'AD di Anas Armani: colpa di Castellucci, dunque, di cui la procura di Avellino ha chiesto il rinvio giudizio per l'incidente del bus caduto, per colpa del guardrail difettoso.
Castelluci è al vertice dal 2006, tra stipendi e bonus ha preso 40ml di euro: dovrebbe essere lui che spiega alla regione Liguria perché è crollato il ponte invece si ostina a proporre nuovi progetti.

Il governo continua a ripetere che sul nuovo ponte ASPI non deve mettere becco: paga Autostrade ma realizza qualcun altro.
Fincantieri non è in regola con le norme per la costruzione.
Secondo il ministro Toninelli comunque non deve essere ASPI, che non ha rispettato la concessione: un'associazione temporanea di impresa, viene ipotizzato, che deve terminare i lavori entro Natale 2019.
Al momento i costi sono a carico nostro, messi da parte dentro la Finanziaria: il governo ha iniziato un lavoro di revisione delle concessioni, con l'idea di toglierle di mezzo.

ASPI ha realizzato utili per 4,2 miliardi: il ministro ha pubblicato anche i guadagni, fino a ieri tenuti segreti (suscitando altre tensioni in aula).
Nessun atto, che testimonierebbe pressioni contro la pubblicazione, è arrivato in procura: in realtà le pressioni sarebbero arrivare dall'associazione dei concessionari, AISCAT.
E anche da parte di ASPI: la pubblicazione degli atti avrebbe reso note ai concorrenti le tariffe.
Peccato che stiamo parlando monopoli di beni pubblici: i pedaggi garantiscono un guadagno del 6% netto.
Secondo queste concessioni, Autostrade dovrebbe essere risarcita dallo Stato per la revoca della concessione per i futuri profitti. Anche se c'è una inadempienza grave.
Ma sopra le convenzioni tra pubblico e privato ci sono le leggi, secondo cui un contratto ouò essere rescisso, senza penali.
Quella convenzione approvata con legge dello Stato era da cambiare (lo diceva la ragioneria dello Stato): uno Stato che pensa più al privato che al pubblico.
Ministri Di Pietro e Padoa Schioppa.

Sarà difficile revocare il contratto con Autostrade: troppi politici amici, cominciando da Toti, presidente della regione, che è molto critico col nuovo ministro Toninelli meno coi Benetton.
Ma anche Toti ha delle responsabilità: i suoi assessori nemmeno hanno controllato lo stato del ponte e continua ad invitare i Benetton ad ogni presentazione di modelli del ponte.
Tutti sorridono da Vespa, davanti alle telecamere.
Anche Toninelli, che spesso scivola in gaffes e “cattiva comunicazione”, come l'uscita di un ponte come luogo di ritrovo.
Molti sfollati, infatti, si ritrovano a mangiare sotto il ponte ferroviario che dormono ora nelle case del comune.

Per poter entrare nelle case e recuperare i loro beni nelle case, sono stati messi dei sensori per monitorare i movimenti.

La versione del perito di Autostrade.

Il ponte è crollato per una serie di cause che si sono verificate in condizioni eccezionali, che i progettisti non potevano prevenire.
Secondo il perito è più pericoloso salire su un ponte che non entrare in una centrale nucleare.

Il ponte era stato realizzato in 4 anni, dal 1963 al 1967, su un modello “a cavalletti” portante della struttura: lungo 1.2km sospeso sopra il torrente Polcevera, tenuto assieme da tiranti in acciaio.
Il costruttore Morando era ossessionato dal ponte, negli ultimi anni: era preoccupato della sua tenuta, ma IRI non gli dava ascolto.
Ma dentro Autostrade non c'erano ingegneri che tenevano sotto controllo il ponte?
Perché era stato riparato solo un pilone, nel 1993, quando c'era ancora il pubblico.
Durante questi lavori scoprano dei problemi sulla struttura portante: affiancano agli stralli a tiranti in acciaio.
Passano altri 25 anni prima che Autostrade decida di rinforzare gli altri piloni: mentre il concessionario non monitora, chiede degli studi di verifica al Politecnico di Milano.

ASPI era cosciente che il malato aveva bisogno di cure: nessuno pensava che potesse cadere in modo così immediato, ma tutti sapevano che servivano dei lavori.
Piazzare dei sensori per monitoraggio, come chiesto dal Politecnico (nell'ottobre 2017), fare altri approfondimenti.

Ma il perito di Autostrade pensa che anche coi sensori non sarebbe cambiato niente: bisognerebbe avvisare gli sfollati, che ora possono entrare nelle case dopo che sono stati piazzati proprio questi sensori.
Chi ha ragione, chi ha torto?

Il problema è un evento accidentale intervenuto in una condizione eccezionale, questa la tesi difensiva di Autostrade.
Eppure il 23 ottobre 2017 in consiglio regionale l'assessore alla protezione civile risponde all'aula (ad una interrogazione del PD) che non c'erano problemi, su documenti di Autostrade.
Siamo stati passacarte – ammette Toti.
Eppure dal presidente della regione ci si aspetterebbe di più.

Ci sono due periti, pagati da Autostrade, uno del politecnico e un altro che risponde oggi alla Boursier e che dicono due cose diverse: i sensori servono, no non servono i sensori.
Il crollo del ponte è per un evento imprevedibile o forse no.

Per snellire il traffico sul ponte, il progetto alternativo è quello della Gronda: i cantieri sono rimasti fermi con Delrio e ora con Toninelli.
C'è il sospetto che Autostrade per partire coi cantieri abbia atteso il prolungamento della concessione dal ministero, con cui rientrare per le spese della Gronda.
Esiste un video, dell'anno scorso, in cui parlava di questo progetto, la Gronda, per mettere in sicurezza il transito verso Genova: avevano previsto, ad ASPI, anche un ponte nuovo per poter poi demolire il vecchio ponte Morandi.

“Si deve fare un ponte alternativo perché il Morandi è troppo carico”: fa venire i brividi il video, racconta la giornalista al perito.
Il ponte, come manutenzione, era messo bene fino a prima del crollo, insiste il perito: così sicuro che fino ad un mese prima Autostrade parlava con la popolazione parlando dei lavori necessari da fare.
Di cui si parlava dal 2007.

Possiamo ancora fidarci di Autostrade?

05 novembre 2018

Le inchieste di Report: come è caduto il ponte di Genova


Il crollo del ponte Morandi a Genova, in una mattina di agosto: 43 morti, tante speculazioni politiche, tra quanti dicono “io l'avevo detto”, “i controlli erano a norma”, “solo colpa vostra”.
E poi la scomparsa delle edicole e degli edicolanti, stretti in mezzo agli accordi con gli editori e ai lettori di giornali che scarseggiano.

Ma prima dei due servizi principali, un approfondimento sul verde pubblico
SIAMO AL VERDE di Alessandra Borella

Abbiamo visto tutti le immagini degli alberi caduti in mezzo alle strade, schiacciando auto e a volte anche causando delle vittime.
E' successo per colpa di un evento eccezionale (e se così fosse, ce ne saranno altri nel futuro di eventi eccezionali?) oppure anche queste cadute sono colpa della cattiva manutenzione del bene pubblico?
A Milano esiste un archivio digitale delle migliaia di alberi di proprietà del comune: ma qual è la situazione in altri comuni, per esempio nella capitale Roma che possiede 330mila alberi e dove ne sono caduti in centinaio?
Siamo in grado di conoscerne il numero, lo stato di salute, la dislocazione nelle aree?
Una legge del 1992 imporrebbe che per ogni neonato se ne debba re impiantarne un altro: viene rispettata?
Ma che senso ha impiantare un albero se poi non vengono tenuti bene?
Da nord a sud è emergenza maltempo. Alluvioni, frane, crolli in tutta Italia. Sono centinaia gli alberi caduti, e l’asfalto è divelto dalle radici. Ma avevano le dimensioni adeguate e proporzionate a garantirne la stabilità? Qual era lo stato di salute di queste piante? Basta da solo il maltempo a spiegare l’emergenza o la manutenzione non è all’altezza del nostro patrimonio arboreo? L’analisi della sua stabilità e le cure adeguate possono evitare i disastri degli ultimi giorni e la riforestazione urbana dovrebbe coinvolgere tutte le nostre città. C’è una legge nazionale che impone di piantare un albero per ogni bambino che nasce, ma è caduta nel dimenticatoio. A Pisa la rispettano, e l’amministrazione ha scelto di mettere il verde pubblico al centro della sua agenda, con una riqualificazione che le ha fatto vincere un premio internazionale. Ci sono comuni che promuovono modelli virtuosi, come quello di Alghero, che ha coinvolto la cittadinanza nel baratto amministrativo: un risparmio per il comune e anche per i volontari che si occupano del verde e ricevono in cambio uno sconto sulla tassa dei rifiuti. Ma che succede nelle altre città, a partire dalla capitale?


Perché quel ponte è crollato.

L'ultima notizia sul crollo del ponte riguarda un tondino d'acciaio che sarebbe caduto da un tir, che in quel momento passava sul ponte Morandi.
All'inizio si diceva che era colpa di un fulmine, addirittura c'era chi parlava di un attentato.
Ancora oggi esistono tante ipotesi sul crollo del ponte Morandi a Genova, quel 14 agosto scorso, ma nessuna causa certa del cedimento degli stralli.
Ci sono volute settimane per quel decreto Genova, da parte del governo del Cambiamento, quello che via social aveva subito puntato il dito sulla concessionaria Aspi. Ma ancora oggi non si conoscono i tempi per la sua ricostruzione né chi la eseguirà.
Vedremo se Aspi rimarrà fuori.

L'unica cosa certa è che il ponte Morandi è crollato, uccidendo 43 persone: nel servizio di Giovanna Boursier sentiremo l'intervista al ministro Toninelli, ad un ingegnere di Autostrade per l'Italia e al presidente della Liguria Giovanni Toti.
Il concessionario, ASPI, per legge, aveva l'obbligo di provvedere ai controlli e alla manutenzione, utilizzando i proventi dei pedaggi: manutenzione che, se anche c'è stata, non ha impedito il crollo.
IL perito di ASPI racconta alla giornalista la sua ipotesi sul crollo: la prima causa non è da imputare al cedimento dello strallo, né il sovraccarico e nemmeno il brutto tempo.
Sono intervenute più cause, di natura eccezionale, che non si potevano prevenire, perché “noi progettisti non possiamo garantire la sicurezza assoluta”.
Il crollo è cominciato dalla “campatina” centrale: gli stralli sono rimasti su, se si guardano i filmati – prosegue l'ingegnere – si vede che la campata non c'è più.
Giovanna Boursier ha chiesto anche dei sensori: se ci fossero stati, il crollo si sarebbe potuto prevenire?
No, nemmeno coi sensori.
E allora perché stiamo installando 300 sensori sulla parte rimanente del ponte, per monitorarlo e per consentire agli sfollati di rientrare nelle case per riprendersi i loro beni?
“Stanno misurando i movimenti del ponte” la risposta del perito.
Un ponte che nel 1993 ha subito un primo intervento di riparazione sul primo strallo, poi per 25 anni non si fa più niente: nel 2015 si decide di fare dei monitoraggi ma Autostrade non monitora, perché considera inutile l'uso dei sensori.
“Qui il problema è un evento accidentale che è intervenuto in una certa condizione”: la tesi difensiva di ASPI è questa, anche coi sensori non si sarebbe potuto fare niente.

Il ministro Toninelli ha spiegato poi il contenuto del decreto per Genova: 72,3 ml per gli sfollati, 35ml per le imprese danneggiate e 30 ml per la cassa integrazione in deroga (per le 1700 persone tra privato e pubblico colpite dal crollo).
Ma nel decreto ci sono anche i condoni per Ischia e l'innalzamento della quota per i fanghi industriali.
No, non è un condono, la risposta, il condono c'era già, il governo ha chiesto solo di dare una risposta alle famiglie che hanno chiesto di poter condonare degli abusi.
Come lo chiamiamo, un condonino? Un condono non voluto?
Capiremo mai come è caduto il ponte? Finirà il rimpalleggio di colpe tra ministero, regione e Autostrade?

La scheda del servizio: SOTTO IL PONTE di Giovanna Boursier in collaborazione di Eva Georganopoulou e Greta Orsi
Il 14 agosto alle 11.36 crolla il ponte di Genova. Muoiono 43 persone, compresi quattro bambini. Il ponte era stato progettato dall’ingegnere Riccardo Morandi, la cui firma è nel calcestruzzo precompresso e nella struttura a cavalletti. La costruzione finisce nel 1967, e già dieci anni dopo cominciano i problemi, tanto che nel 1993 rifanno i quattro tiranti di un pilone. Dal 2000 l’A10 è in concessione ad Autostrade per l’Italia, a cui spettano i ricavi dei pedaggi ma anche la manutenzione. Subito dopo il crollo la procura di Genova ha aperto un’inchiesta: indagati anche l’amministratore delegato di Autostrade, Giovanni Castellucci, il direttore della Vigilanza del ministero dei Trasporti Vincenzo Cinelli e quattro ingegneri del provveditorato alle opere pubbliche, con l’accusa di omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Il problema sembra essere la manutenzione dei tiranti, che doveva partire adesso, dopo tre anni di progettazione, nonostante solleciti a monitorare il ponte con sensori permanenti arrivati da più studi commissionati proprio da Autostrade. Ma Autostrade ci dice: “I tiranti non sono la causa del crollo e la manutenzione non era così urgente. Abbiamo fatto le nostre verifiche”. Nell’inchiesta interviste esclusive al ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, a un ingegnere di Autostrade, che per la prima volta spiegherà come è crollato il ponte, e al presidente della Liguria Giovanni Toti. Quest’ultimo accusa il governo, ma la sua giunta ha controllato?

La fine delle edicole

Il reddito medio di un edicolante, racconta il servizio di Bernardo Iovene (qui una anticipazione su Raiplay), è di 900 euro al mese: non possono scegliere la merce (i giornali e non solo) da vendere, prendono profitti troppo bassi sui giornali e poi sono le prime vittime del crollo dei lettori dei giornali.
Così, dalle 43mila edicole, siamo passati alle attuali 26mila: l'accordo nazionale con gli editori è scaduto da 10 anni: della fine degli edicolanti pare non interessi a nessuno.
Come anche della crisi dei piccoli distributori, coloro che portano i giornali nelle edicole e che poi si devono occupare di prendersi gli invenduti, catalogarli e rispedirli all'editore.


Senza alcun guadagno, perché prendono soldi dai giornali venduti e basta (il 5% ai centri di distribuzione e un 18,7% lordo alle edicole): così i distributori si rifanno sugli edicolanti, dicono i sindacati, scaricando su di loro costi extra, con contratti che gli edicolanti sono costretti ad accettare.
Iovene ha intervistato anche il presidente di ADG – distribuzione stampa, Giancarlo Menta, che ha espresso parere opposto.
In questo scontro, migliaia di edicole stanno chiudendo: pochi lettori e molti periodici a poco prezzo (come quelli del gruppo di Cairo ad 1 euro). Che margine può esserci per l'edicolante?
Eppure Cairo ritiene che il basso prezzo inviti la gente a comprare il periodico e, magari, anche altri giornali.
Una sorta di effetto traino.
“Colpa dei bar” racconta invece il presidente della federazione editori Riffeser, dove uno può leggersi gratis un giornale.
Confondendo il leggere dallo sfogliare..
Come andrà a finire questa guerra?

La scheda del servizio: EDICOLE S.O.S. di Bernardo Iovene in collaborazione di Michela Mancini
Erano 43.000 fino a pochi anni fa, oggi forse sono la metà, nessuno conosce il numero esatto delle edicole esistenti, che sono fornite da distributori monopolisti: non possono scegliere la merce da vendere né stabilirne la quantità, devono pagare le riviste settimanali e mensili alla consegna, ne vendono 10 gliene arrivano 20, hanno una percentuale bassissima di guadagno e un accordo nazionale con gli editori scaduto da dieci anni. Calano le vendite, e gli editori per vendere pubblicità abbassano i prezzi dei periodici. Chi ci perde è l’ultimo anello: oggi il reddito medio di un’edicola è di 900 euro mensili. Chi se ne deve occupare? Siamo stati nei centri di stampa e distribuzione dei quotidiani, siamo andati a consegnarli insieme ai trasportatori e passato giornate intere nelle edicole italiane; abbiamo composto un quadro che speriamo possa servire a salvare questa preziosa rete che sta sparendo in silenzio.