25 febbraio 2021

Il giorno del sacrificio, di Gigi Paoli (Cronache da Gotham Vol. 4)

 


Un inizio che è anche una fine ..

La luce iniziò a tremare. Piano. Se ne accorse subito e alzò lo sguardo per concentrarsi sull’angolo della stanza dove il vecchio neon rantolava, lanciando i suoi ultimi lampi di vita. Poi, senza alcun rumore, morì. Forse fu quello. Non seppe dirlo con certezza neanche in seguito, ma forse fu quello stupido neon morente a cambiare l’equilibrio della luce in quella stanza.

Un stanza, con una luce al neon, una donna con le unghie sporche di sangue e una ragazzina che sta guardando un video sul tablet. Un uomo che si avvicina alla ragazzina, che sa che deve essere forte, perché lei non è una di quelle adolescenti che si mette a piangere facilmente.

E' cresciuta col padre che, nonostante un lavoro da giornalista, senza orari, l'ha sempre voluta bene. Le ha dato quell'amore che la madre le ha negato, tanti anni prima..

Aveva pianto una volta sola, a quanto le era stato raccontato. Lì e ora non sarebbe stata la seconda. «Devo dirti una cosa brutta.» Il nome “Marchi Carlo Alberto” su quella cartella le faceva terrore. Era suo padre.

Perché quella ragazzina è la figlia del giornalista del Nuovo di Firenze, Carlo Marchi, che in quel momento è si trova in ospedale tra la vita e la morte.

Per capire come mai, bisogna ripartire dal lunedì della settimana precedente.

Quella mattina di fine settembre, sotto un cielo meravigliosamente azzurro di un autunno travestito da fine estate, il massacro dell’università di Firenze era appena iniziato.

La settimana più frenetica di Carlo Alberto Marchi, giornalista di cronaca giudiziaria per il quotidiano di Firenze, il re di Gotham (per il soprannome che ha dato al palazzo di Giustizia). Una figlia adolescente e una ex moglie che li ha lasciati tanti anni prima ..

Settimana frenetica che parte con l'attentato all'università, un giovane ragazzo che, armato di una mitraglietta, spara ai ragazzi che si trova di fronte. Al grido di Hallah Akbar: un attentato di matrice islamica che lascia sulla piazza una tragica scia di sangue, il sangue di dieci ragazzi morti.

«Vai, corri. È successo un casino all’università. Proprio accanto a Gotham, in cinque minuti ci sei, corri» mi aveva sbraitato nell’orecchio il mio capocronista Andrea Lorenzoni.

All'improvviso Firenze si risveglia sotto il peggior incubo, è successo qui quello che è già avvenuto a Barcellona, a Parigi, a Utoya. Alla strage segue una rivendicazione, in stile Isis, dove si parla del giorno del giudizio

«Crociati della città di Firenze, siamo qui. Il Giorno del Sacrificio sta finalmente arrivando anche per voi.»

Ma questo attentato sarà solo il primo evento di una catena di episodi legati, in vario modo, all'attentato, su cui dovranno indagare, a modo loro, Marchi e “l'Artista”, il suo compare di scrivania che lavora per la cronaca nera con buone entrature presso la Questura e i Carabinieri.

Ci sarà la strana morte di un ingegnere nucleare francese, nella sua stanza di albergo, dove si trovava in vacanza con la moglie.

La sparizione di tre furgoni ducato, affittati ad un prestanome e finiti nel nulla.

L'esplosione di un capannone industriale fuori Firenze, dove qualcuno stava preparando una “bomba sporca”..

C'è n'è abbastanza per surriscaldare abbastanza l'atmosfera in città, anche in vista dell'imminente evento della prossima domenica, l'inaugurazione di una moschea in città, su un terreno donato da un misterioso signore. Giorno che, per un caso del destino, segue proprio il “giorno del giudizio”, la festività islamica in cui si ricorda il sacrificio fatto da Abramo. Eh già, che c'entra Abramo e Isacco con l'Islam?

Sono tante le cose che uniscono le tre religioni monoteistiche, lo scopre Carlo Marchi andando a sentire, per lavoro, l'Imam di Firenze.

Il giorno del giudizio è la Pasqua dell'Islam, “«Id al-Adha, si chiama. È la Pasqua dell’Islam, la festa del sacrificio del profeta Abramo nei confronti del figlio Isacco.»”

E' un messaggio di pace quello che arriva dall'Imam e dal rabbino capo, che deve essere tanto forte da soverchiare l'odio degli estremisti islamici, che nulla hanno capito delle scritture e della parola del loro Dio.

Chiunque ferisce un membro appartenente alla Gente del Libro è come se ferisse me in persona”. E lo sai tu chi è la Gente del Libro? Sono i cristiani e gli ebrei, giornalista.

Ma non ci sono solo i giornalisti a correre dietro queste storie di morti, di bombe, di odio, di sangue. Ci sono anche i carabinieri del ROS, del colonnello Piazza e gli agenti della Mobile del vicequestore Sottosanti, che si ritroveranno a dover collaborare in una lotta contro il tempo.

Perché, in base alle informazioni che hanno sotto i loro occhi, qualcosa si sta muovendo in città. Qualcosa di tremendo. Qualcosa che va impedito ad ogni costo.

«Questa storia è come una matrioska. Ne tiri via una e sotto ce n’è un’altra, poi un’altra ancora e ancora. Non si finisce mai» aveva sbottato Piazza

Questo ultimo romanzo di Gigi Paoli, scrittore e giornalista per La Nazione, è una corsa contro il tempo. Quella delle forze dell'ordine e quella di Marchi per seguire le sue piste, per strappare qualche informazione e qualche scoop dai suoi amici in procura, chiamata Gotham city per l'aspetto avveniristico.

Raccontato in prima persona, il protagonista ci racconta di quanto stia diventando difficile oggi il lavoro di cronista, perché nessun giornalista vuole più uscir per strada, perché i capi vogliono solo pezzi brevi, facendo una concorrenza al ribasso con l'informazione che scorre in rete ad una velocità maggiore, ma cpn una minore cura dell'approfondimento.

«Fate le brevi, non i pezzi lunghi, la gente non ci legge» ci dicevano i soloni al comando, senza capire che le notizie brevi la gente le trovava gratis su Internet

Non c'è più voglia di approfondire, di informare anche a costo di rompere qualche equilibrio politico nei palazzi che contano, di mettersi contro qualche famiglia importante:

Il servilismo, la voglia di potere, l’incompetenza innalzata a merito, l’opinione personale trasformata in fatto, il tifo da stadio invece dell’oggettività: questo era diventato il giornalismo di oggi, una curva di ultras in malafede.

E la sera, smessi i panni da “giornalista sempre di corsa”, Carlo Marchi deve vedersela con un problema altrettanto importante: la figlia Donata, che non è più una bambina e che reclama le sue libertà ma anche il suo spazio col padre, la sera.

Chi vincerà questa corsa contro il male?

Buona lettura, per questo giallo molto attuale (per i temi della sicurezza, del terrorismo) e molto ben costruito!

La scheda del libro sul sito di Giunti Editore e un estratto del primo capitolo

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22 febbraio 2021

Anteprima Presadiretta – l'onda lunga del Covid

 


E' passato un anno dalla scoperta del paziente uno a Codogno e dai primi morti, abbiamo visto passare tre ondate del virus, 90mila morti, ci siamo sentiti ripetere troppe volte che si doveva tornare alla sanità territoriale..
Ora siamo tutti aggrappati ai vaccini, per arrivare ad una immunità che copra la parte più debole della popolazione e che ci consenta di poter ripartire.

Ma ancora oggi muoiono troppe persone in terapia intensiva e sono sconosciuti i suoi effetti a lungo termine.

Questa sera Presadiretta si occuperà di alcuni aspetti di questa pandemia, come gli effetti a lungo termine del covid, dell'efficacia dei vaccini con le nuove varianti e, soprattutto, possiamo permetterci nel mentre di una pandemia mondiale, un sistema dei brevetti che lega i paesi alle multinazionali del farmaco?

La variante inglese è più infettiva del 50%, sembra poco ma questo si traduce nel fatto che i casi si raddoppiano ogni settimana, arrivando alla curva esponenziale dei contagi, col rischio di non riuscire più a circoscrivere il focolaio. Non solo, le mutazioni possono anche essere più letali, quella inglese lo è ad esempio del 20% secondo le stime riportate da Ewan Birney vicedirettore dell'EMBL a Cambridge.

Non in Italia non facciamo abbastanza per sequenziare i tamponi (che pure se ne fanno pochi) per rilevare queste mutazioni.

Per esempio, per i paesi poveri al momento esiste solo l'iniziativa Covax dell'Oms per la vaccinazione che prevede la copertura al 20% della popolazione entro giugno. Non si arriverà a coprire l'80% dei singoli paesi entro il 2021, ma solo nei prossimi anni e questo è un problema per tutti i paesi ricchi, ci sono pronostici per cui alcuni paesi raggiungeranno la copertura solo nel 2024 e questo è preoccupante – spiega Silvia Mancini di Medici senza frontiere.

Possiamo lasciare il destino del pianeta, dei 400 milioni di cittadini europei, nelle mani delle multinazionali della farmaceutica? Di fronte a questa pandemia possiamo ancora dire che viene prima il mercato e il profitto (considerando anche i soldi pubblici che hanno finanziato la ricerca)?

Presadiretta si occuperà delle persone che, secondo le statistiche, sono guarite dalla malattia ma ancora soffrono degli effetti a lungo termine del covid.

C'è chi sconta ancora i danni della terapia intensiva, come Claudio, che è stato intubato per 20 giorni e in terapia per un mese: dolori alle mani, impossibilità a dormire su un fianco e poi quel tremore alle mani.

Ci sono quelli che hanno avuto il covid e non sono finiti in ospedale, ma continuano a sentirne gli strascichi, come una continua stanchezza.

I medici stanno studiando adesso gli effetti del long covid, lo hanno fatto a Bergamo tra la prima e la seconda ondata, richiamando in ospedale 1500 pazienti: le prove respiratorie dicono che il 30% dei pazienti ha delle prove patologiche alterate, non scambiano bene i gas respiratori.

L'eredità è pesante soprattutto per chi ha avuto una polmonite grave ed è stato intubato: contrariamente a quanto si pensa, quelli che escono dalla terapia intensiva non sono affatto sani e salvi.

“La terapia intensiva non cura il covid ma fa guadagnare il tempo perché si stabilizzi la malattia e si possano recuperare quelle funzioni per trovare un giusto equilibrio. Non si torna come si era prima eh” - racconta un medico dell'ospedale papa Giovanni

Come mai il virus colpisce in modo così variabile? I ricercatori pensano che dipenda dal nostro DNA, che è uguale da persona a persona per il 99,9%, ma quello 0,1% di differenza ci rende uno diverso dall'altro.

Chi si ammala è per un “eccesso di risposta immune che gli viene da quei geni che ai Neanderthal servivano e noi no”: ma questo spiega le migliaia di morti a Nembro e Alzano?

Secondo una ricerca dell'agenzia della tutela della salute di Bergamo, in val Seriana quasi una persona su due ha già gli anticorpi del coronavirus.

Ma di fronte a questa infezione c'è stata una risposta non omogenea, c'è chi non si è ammalato e chi si è ammalato e infine chi è andato in terapia intensiva.

I ricercatori dell'Istituto Mario Negri stanno studiando il DNA di questa popolazione, per studiare questa malattia: il progetto si chiama Origin e ha come obiettivo risalire alle diverse forme di Covid, per provare quelle variazioni in quelle proteine, che sono importanti nella risposta al virus.

La scheda del servizio: “L’ONDA LUNGA DELL’EPIDEMIA”

A un anno esatto dal primo contagiato italiano, il cosiddetto “paziente uno” trovato a Codogno, PresaDiretta fa il punto sul virus Sars-Cov-2, per provare a capire cosa la scienza ha scoperto fin qui e quello che c’è ancora da capire.

Cosa sappiamo per esempio sulla mortalità nelle terapie intensive e come sta andando il tracciamento dei contagi? Lo hanno chiamato Long Covid, quell’insieme di patologie che rimangono anche quando il virus è andato via: come viene curato? Quali sono le prospettive terapeutiche della molecola Rna, quella sulla quale sono stati costruiti i vaccini di nuova generazione, ultima frontiera della ricerca genetica?

E ancora. La guerra contro il tempo della scienza attorno alle varianti del virus.

Un viaggio di PresaDiretta nella battaglia più difficile mai affrontata dal Servizio Sanitario Nazionale, attraverso centri di ricerca, laboratori e le corsie d’ospedale. E poi le interviste ai medici e agli scienziati impegnati nella guerra al virus, tra i più autorevoli al mondo. Come Craig Mello, Nobel per la Medicina per i suoi studi sulla molecola Rna e le sue potenzialità terapeutiche. O anche Ewan Birney Vicedirettore Generale del Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare (EMBL), il più importante istituto Europeo nel suo settore, che studia le varianti del virus grazie a uno dei più grandi database di sequenze del genoma al mondo.

E ancora, PresaDiretta affronta il problema della scarsità dei vaccini e dei ritardi nelle consegne da parte delle aziende produttrici. I piani vaccinali andranno modificati, ma quando si riuscirà a mettere al sicuro tutta la popolazione? Infine l’evoluzione della pandemia ci obbliga ad affrontare una questione cruciale: il mondo è pronto a liberalizzare i brevetti e a rivedere le norme che ne regolamentano l’esclusiva?

PresaDiretta ne parla tra gli altri, con Silvio Garattini, uno dei più importanti farmacologi italiani fondatore dell’Istituto Mario Negri e con Nicola Magrini direttore generale dell’Aifa.

L’ONDA LUNGA DELL’EPIDEMIA” è un racconto di Riccardo Iacona con Daniela Cipolloni, Francesca Nava, Eleonora Tundo, Elisabetta Camilleri, Raffaele Manco, Fabrizio Lazzaretti

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

20 febbraio 2021

Il Club Montecristo di Fabiano Massimi - La prima indagine degli ammutinati

 


Fuori è buio fondo, ma dentro tutte le lampade, i lampadari, le applique sono accesi, anche l’abat-jour sullo scrittoio all’ingresso. Il contrasto con la notte ferisce i suoi occhi, ma l’uomo sa di avere poco tempo e procede senza indugi. Il rumore della televisione lo guida fino alla sala, uno spazio ampio reso angusto da librerie su ogni parete. Al centro, di fronte al grande schermo piatto, sta il divano in pelle nera, e sul divano, di spalle, c'è lei...

Una stanza piena di luci, pareti piene di libri, un divano e una donna seduta, come se fosse addormentata. E, alle sue spalle un uomo che si chiede perché

Perché non mi hai ascoltato? Perché non mi hai voluto? La rabbia monta improvvisa.

Un attimo di rabbia, o di lucidità, e poi quella decisione drammatica, l'uomo afferra la donna da dietro e con un gesto deciso le spezza il collo.

Perché, no, le cose non possono andare così. Prima di andarsene, getta all'aria le cose, per dar l'idea di un ladro, di un furto finito male.

Un delitto, una donna morta nel suo trilocale e un indagato che viene individuato dalla polizia quasi subito, un ex detenuto le cui impronte sono state trovate nell'appartamento della vittima. Assassino una volta e dunque colpevole per sempre.

Se fosse così, sarebbe un giallo banalotto, scontato: ma Fabiano Massimi, che già ci ha stupito col brillante esordio l'Angelo di Monaco, ci stupisce nuovamente con un giallo dove gli investigatori sono dei criminali.

O meglio, ex carcerati che, dopo aver scontato la loro pena, ora devono cercarsi una nuova vita, un nuovo lavoro, un nuovo futuro.

E' il Club Montecristo che dà il titolo al romanzo: un'associazione che ha sede in un bar dal nome evocativo, il Caffè Dantès. Saranno loro a dover trovare la soluzione per il delitto di Viviana Ferrante, una giovane ragazza che lavorava in una galleria, uccisa in una cittadina dell'Emilia.

Ad aiutarli in questa indagine parallela Arno, hacker di notte con un lavoro da impiegato di giorno.

Due figli e una moglie danese, una vita perfetta sulla carta. Una vita senza emozione, nella realtà.

Marco Maletti aveva trentacinque anni e passava metà del suo tempo a chiedersi: “Tutto qui?”.

Una mattina Marco, o Arno (il soprannome che si porta dietro da quando era studente) si trova di fronte Lans, il suo grande amico delle superiori che non vedeva né sentiva da anni. Otto anni per la precisione:

Il primo pensiero fu: Sono otto anni che non lo vedo. Il secondo: È sempre bello in modo irreale.

Lans è un ex detenuto, finito in carcere per aver partecipato (in modo artistico, diciamo) ad una rapina: fa parte anche lui di questo club di “ammutinati” che cerca di aiutare ex carcerati a non diventare recidivi, a trovare quegli aiuti che la società fuori nega (per pregiudizio) a chi è stato dentro, una specie di società di mutuo soccorso.

Voi vi fidereste di uno che ha rubato o che, perfino, ha ucciso? Eppure la nostra Costituzione, le nostre leggi prevedono che il carcere abbia una funzione riabilitativa, non punitiva.

Arno dovrà aiutare il club e Lans a trovare un'altra pista che scagioni Danilo, il sospettato numero uno della polizia e del commissario Cassini (uno di quelli dei pregiudizi). Cercando per esempio qualcosa di utile nella posta elettronica di Viviana (il suo cellulare è stato portato via dall'assassino), nelle tracce che aveva lasciato in rete sui suoi profili social..

E qualcosa viene fuori: la donna chiusa, amante dei libri e dei quadri (lei stessa era una pittrice) è come se avesse avuto una seconda vita, da escort di lusso, con tanto di sito vetrina e recensioni dei suoi soddisfatti clienti. Non solo, il passato di Viviana era stato molto turbolento, oltre a dei problemi familiari, aveva avuto problemi con la droga.

Grazie alla rete di relazioni messa in piedi dal club, a Lans e agli altri membri, arrivano tutte le informazioni per farsi un quadro della situazione: chi era Viviana, questa donna di trent'anni che nei suoi quadri replicava lo stesso soggetto, una donna di spalle che osserva paesaggi pieni di distruzione?

E' stata uccisa da un cliente, magari proprio quello che le mandava messaggi in modo insistente?

Oppure c'entra qualcosa la persona con cui lavorava, il gallerista, visto che anche lui la chiamava spesso, di notte?

Ma ad aiutare questo gruppo “particolare” ma molto determinato di investigatori, sarà l'aiuto di un informatore, che si spaccia anche per medium, che risponde alla loro domanda di aiuto con un indovinello

Con te parlerò, anche se molto mi costa.

Lo so che sono morta: sono morta apposta.

Tu ignori totalmente quale sia la posta.

Infine, c'è anche un altro uomo, un fidanzato, con cui Viviana aveva litigato due mesi prima.

Il club Montecristo si rivelerà molto più efficiente della polizia nel risolvere questo delitto: un delitto nato da un dolore che ci si è portati dentro per troppo tempo, senza essere stati capaci di gestirlo, di dargli una ragione, un perché..

E questo dolore ci aiuterà a capire quei quadri, pieni di apocalisse, quelle poesie di Antonia Pozzi che leggeva.

Vi sorprenderà, per come è congegnato e per quanto sia toccante, il colpo di scena finale che porterà non ad una condanna ma ad una assoluzione.

Perché è giusto così, perché anche un gesto estremo può nascondere un sentimento di protezione.

“Memento Vivi” sta scritto in un dipinto a olio, in contrapposizione al motto “memento mori”. Ricordati di vivere ed è un motto che deve valere per tutti. Anche per le persone che escono da carcere e vogliono solo riscattarsi.

La scheda sul sul sito di Mondadori

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18 febbraio 2021

Il tempo delle belle parole

Clima

Giovani

Futuro

Lavoro e imprese

Fiscalità progressiva

Sanità territoriale

Proteggere i lavoratori

Quante belle parole nel discorso di Draghi, durato quasi un'ora.

Peccato che dietro le parole al momento ci sia poco.

Dismettiamo l'intero settore petrolifero (partendo dall'Eni)? Basta incentivi per le auto a benzina o diesel (e blocco nei prossimi anni)? Chiudiamo l'Ilva finché non smette di inquinare?

La smettiamo col consumo del territorio, col cemento che sotterra i fiumi, strozzandone gli alvei?

E sui giovani, iniziamo a chiudere col precariato, coi salari bassi? Investiamo in ricerca, pubblica, nell'università, in borse di studio?

Iniziamo ad investire nella pubblica amministrazione, con nuovo personale da formare in modo che sia pronto al cambiamento tecnologico?

Smantelliamo il sistema lombardo (altro che esempio, caro Salvini) e riformiamo la sanità pubblica (e chi lo spiega agli imprenditori provati amici dei governatori)?

E poi ci sono le parole che mancano, oltre a MES (chissà cosa hanno pensato i buffoni che dicevano mes o morte?), anche mafie, corruzione ed evasione.

Cosa intende fare per la lotta alle corruzione, specie negli appalti alle grandi opere?

Ascolterà Confindustria che vuole licenziamenti subito (che visione miope) oppure si cercherà una mediazione con i sindacati (pensando che tutte le persone senza lavoro poi rimarranno in balia della crisi)?

Continueremo con lo smart working oppure si tornerà alla transumanza casa lavoro, coi treni e mezzi dei pendolari stipati?

Si riorganizzeranno i trasporti locali, si spingerà le aziende alla digitalizzazione (con quali soldi, pubblici?)?

Il tempo delle belle parole (e degli applausi) è finito.

17 febbraio 2021

Nella luce di un'alba più fredda di Hans Tuzzi

 


Prologo

Due fili si intrecciano “Una parte di me è morta e mi attende altrove, sul fianco d’un monte che guarda il mare profondo, a giorni azzurro a giorni viola. È là, sotto terra, e mi aspetta”.

Studiò i campi, i sempreverdi, le croci. Autunno di fanghiglia, pensò: autunno che le fosse bisogna scavarle con la ruspa. Poche donne anziane a indugiare nei viali. Soltanto i vecchi visitano i loro cari defunti.

Già da questo incipit, una sorta di litania di un uomo che sta morendo ai margini di una strada, si capisce quanto diverso sia lo stile di scrittura di Hans Tuzzi, giallista milanese che ha ambientato i suoi racconti col commissario Norberto Melis nella Milano degli anni '80.

Uno stile colto, raffinato, pieno di citazioni letterarie, artistiche, storiche, con cui arricchisce le sue trame, dove compare il delitto, l'assassino, a volte anche per futili motivi. Delitto su cui si interroga il suo investigatore, Melis, commissario alla Mobile, che dietro ogni morte ricerca i perché, la storia, la causa del male.

Con questo romanzo, che chiude tutta la serie con Melis, ci troviamo in un grigio autunno nel 1990: sono gli ultimi scampoli della Milano da bere, il muro di Berlino è crollato e il PCI ha già cambiato nome.

Le indagini di Mani pulite devono ancora arrivare come anche le bombe eversive fatte scoppiare dalla mafia (coi suoi complici ancora col volto coperto): l'Italia si sta godendo questi ultimi scampoli di felicità prima della catastrofe.

Ma i sintomi di quello che sta arrivando ci sono tutti: li intuisce Melis, con la sua compagna Fiorenza, l'imbarbarimento, la sgrammaticatura sui giornali e nella parlata quotidiana, i giovani idealisti di ieri che oggi sono alle prese coi rendimenti dei BOT e i cui figli girano con le “Timba”.

Le telecamere pronte a riprendere la nostra vita per darci l'illusione della sicurezza..

Non è snobismo, quello di Melis, un ritirarsi dalla vita sociale per rinchiudersi nel suo mondo, anzi. Se potesse, Melis tornerebbe a girare per la sua Milano e a seguire in prima persona le indagini, vedere le facce sentire le voci, conoscere i luoghi.

Non c’era neve, a Milano. E quello fu l’ultimo pensiero di Calamatta Loris, ragioniere.

Come quella per la morte del ragioniere, Loris Calamatta, trovato morto ai margini di una strada, avvelenato con del glicole etilico. Strano modo di uccidere, lungo e doloroso.

E poi, nei giorni successivi, altre due morti: due donne anziane, che vivevano da sole, stordite da qualcuno venuto da fuori, e poi avvelenate.

Uno squillo alla porta ruppe l’incanto di quella melodia che parlava di una giovinezza lontana. Oh, signùr, si disse la Rosa. [..]la Rosa andò ad aprire. L’ultimo gesto compiuto in vita.

Tre casi che sembrano proprio scollegati, ma che vengono assegnati all'assistente di Melis, il commissario Iurilli, che in quei giorni è alle prese con la depressione della moglie.

Del primo morto, di cui all'inizio non si conosce nemmeno il nome, si scopre che era aveva piccoli precedenti per truffe, le sue impronte digitali erano in archivio.

E' stato ucciso da qualcuno che ha truffato nel passato?

«.. una volta mi han detto che il Loris era uno specialista del Cabriolè». «Di cosa?» «Del Cabriolè, l’assegno scoperto: così se ciama in milanese, Cabriolè».

Iurilli e i due “dioscuri”, gli agenti Ferrini e Giovannini provano a seguire questa pista senza troppa fortuna.

Nella casa delle due anziane gli investigatori fanno una scoperta importante: dei soldi in contanti, tanti soldi, tenuti nascosti in nascondigli di fortuna.

Trovò un lungo cucchiaio di legno e menò un colpo su un lato del tappo, che saltò via facilmente. Lo tolse, e sotto, arrotolati come tappeti antichi e stipati l’uno accanto all’altro, fasci di banconote tenuti con l’elastico.

Che ci facevano con questi soldi? Erano risparmi, oppure la placida vita di queste due signore anziane nascondeva qualcosa?

Melis è coinvolto, anzi, sarebbe meglio dire, si lascia coinvolgere, da una altro delitto: la morte dell'avvocato Galeotti, ucciso nel suo studio assieme ad una sua amica da un assassino che ha infierito con un bastone sui due corpi.

Ennesimo delitto che rovina le statistiche del nuovo Questore, preoccupato di aver superato quota cento:

«Ma no, si chiama Galeotti, l’avvocato si chiama Galeotti, Ario Galeotti». “Ario. Che minchia di nome” pensò il questore Rocco Platanìa.

Anche dietro questo delitto si nasconde una storia che parla del male: avidità, miseria, meschinità. Un'eredità di un vecchio politico morto anni prima su cui l'avvocato stava lavorando.

Il crepuscolo di Melis, che coi suoi uomini riuscirà almeno a risolvere questi delitti e dare al mondo una parvenza di equilibrio, sarà anche il crepuscolo di un'epoca.

Perché ormai, a Milano, poteva capitare di tutto, con tutta questa criminalità in giro. Aveva ragione il Bossi: troppi terroni in Lombardia. Sì, d’accordo, lui era di Taranto, ma che vuol dire?

L'epoca della Lega di Bossi e di Roma ladrona, dell'odio verso i “teroni” di oggi che, tra qualche anno, si sarebbe riversato nell'odio verso le persone di colore, venute dal nordafrica o da qualche altro paese nel mondo più sfortunato di noi.

..adesso che i meridionali si sono integrati, aspetta soltanto di incontrare per strada più di cinque negri al giorno e vedrai quanto son poco razzisti gli italiani.

Una nuova epoca in cui la borghesia illuminata di Milano avrebbe lasciato il passo ad una borghesia sempre più decadente e arroccata su sé stessa.

Nemmeno la neve sarebbe stata più la stessa, a Milano.

Anche la neve era diversa. Era sporca, pensò, come in quel cupo romanzo di Simenon. L’Europa in guerra, un paese occupato dal nemico, l’omicidio come atto gratuito. Ma i suoi omicidi, si disse, non erano atti gratuiti.

La scheda sul sito di Bollati Boringhieri

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16 febbraio 2021

Presadiretta – come usare bene i soldi del recovery fund

Ad un anno dalla pandemia l'Italia è allo stremo, basta aver occhi e orecchie per vedere e ascoltare.

Ci sono i commercianti a Torino che non sono riusciti a recuperare qualcosa nemmeno dai saldi, temono di dover chiudere, di non riuscire a far fronte ai pagamenti. Di dover licenziare delle persone.

Ascom parla di 20000 imprese a rischio chiusura a Torino e nell'area metropolitana: i ristori non coprono le spese, servirebbe dare respiro allungando i tempi di pagamento delle tasse. E da questa crisi ad essere colpite sono per lo più le donne.

Da Torino a Prato, nel settore tessile più grande d'Europa: l'azienda del signor Andrea Belli ha avuto un crollo del fatturato del 50%, il telefono non squilla più per gli ordini, gli investimenti fatti nel 2019 non hanno portato frutti.

Il prestito delle banche gli hanno consentito di rimanere in piedi, ma dovrà restituirli in un anno e non in dieci anni.

Fare impresa, non solo per guadagnare, è difficile in Italia: serve passioni, investimenti mirati, capacità di reinventarsi. Il covid ha reso tutto più difficile.

L'attesa di una ripresa è dura quanto questa crisi: è un'attesa connotata dal silenzio dei macchinari, dalle persone rimaste a casa in cassa integrazione (o licenziate).

Macchine ferme perché il negoziante ha bloccato gli ordini, perché le persone non comprano più capi: la lana invenduta rimane dentro i magazzini, imballata e già pagata.

Le aziende che chiudono portano via esperienze, competenze, posti di lavoro, famiglie in difficoltà. E al posto dei macchinari i buchi, perché le macchine ora sono volate in Cina, dove si sta lavorando.

Prima o poi usciremo dalla crisi. Ma noi ci saremo ancora? Il tempo è la variabile importante e per questo è importante spendere bene e ora i soldi dall'Europa. Questa è la sfida che ci troviamo di fronte.

Tra i settori più colpiti, il tessile e calzaturiero, che tra gennaio a dicembre hanno perso il 28% della loro produzione (dati Istat) rispetto al 2019: Presadiretta è andata nel distretto calzaturiero più esteso, nelle Marche a Fermo, dove si trovano più del 30% delle imprese del settore (tra questa provincia e quella di Macerata) con un giro d'affari che prima del Covid valeva 2 miliardi di euro l'anno.

La CNA ha calcolato che in questa zona, al 31 ottobre, hanno chiuso 51 aziende: un'azienda che è riuscita a rimanere aperta è la Arcuri, dieci dipendenti con un fatturato da 900mila euro l'anno e che col Covid ha visto le sue commesse dimezzarsi.

Da 7000 paia di scarpe ordinate, sono state confermate solo 3000 paia – racconta uno dei titolari.

Hanno chiesto la garanzia del 90%, ma i soldi non sono ancora arrivati: i soldi servivano per investimenti e stipendi, ma ora sono bloccati dalla burocrazia.

In questi comuni, in questo distretto, i grandi marchi affidano la loro produzione, ci sono i laboratori che producono il vero made in Italy: come quello di Massimo Giorgini che coi suoi tre dipendenti disegna le suole per alcune delle griffe più famose.

Un'azienda che fattura circa 200mila euro l'anno e che l'anno scorso ha registrato un calo del 45%: “il problema maggiore secondo noi, secondo i miei clienti, è che l'anno che verrà sarà ancora peggio dell'anno che è passato..”.

Finita la cassa integrazione, si dovrà licenziare e chiudere il laboratorio: il futuro sarà grave se non passa la pandemia.

Molti imprenditori sanno già che dovranno licenziare, la situazione è ad un passo dal disastro – racconta il presidente della CNA di Fermo: “la situazione è così grave che, se non ci fosse il blocco, licenzierebbe subito, perché quello che abbiamo davanti è uno scenario di grande incertezza”.

In crisi anche il famoso Gambrinus a Napoli: in questo momento il locale è morto, non conviene tenerlo aperto se non ci sono i clienti.

Ma il titolare del Gambrinus teme anche per i colleghi dei piccoli locali: circa il 20% delle aziende tra Napoli e provincia chiuderanno per il covid con una perdita di fatturato stimata in 2 miliardi.

Le pizzerie riescono a stare aperte con l'asporto, ma è una situazione che non può andare avanti a lungo: la crisi ha fatto esplodere la povertà, si parla di sopravvivenza e non di altra – racconta il titolare della pizzeria “Da Michele”.

Le code per il pane non ci sono solo a Milano ma anche a Napoli, nord e sud con problemi simili: a Napoli è emergency ad aiutare le persone oggi in crisi, persone che lavoravano in nero e che per questo non hanno potuto avere alcun ristoro.

La spesa solidale, emergency, l'eterna arte di arrangiarsi, vivere alla giornata. Persone che non riescono a vedere il futuro, costrette a vivere giorno per giorno.

A Napoli un altro problema è quello della Whirlpool: i lavoratori chiedono al governo di aiutarli e di non stare a guardare, c'è un accordo con l'azienda non rispettata.

Il giornalista di Presadiretta è andato ad incontrare Salvatore, uno di questi operai, prima di Natale:

“Noi questo Natale abbiamo fatto di tutto per farlo sembrare normale” racconta al giornalista “purtroppo dopo due anni di lotta, per quanto uno possa nasconderlo, la più grande [figlia] l'ha vissuto, ha percepito le mie preoccupazioni, le mie paure..”

La notizia della chiusura del sito è stata tremenda, notti passate sveglio, a chiederti perché, dove si perde lucidità, entri un una dimensione dove non sei mai stato: “perdi le tue certezze, la tua dignità”.

Nessuno sa quando finirà, questa crisi è originata da una pandemia di cui non si conosce l'origine: sappiamo solo che abbiamo da spendere i 209 miliardi del recovery fund.

Ma nel passato non abbiamo speso bene i soldi europei: Sabrina Carreras ha girato l'Italia per capire come le regioni hanno speso questi soldi. Soldi che non sono gratis, perché dovremo restituirli.

A Maggio 2020 la presidente della Commissione Europea ha presentato un piano per affrontare la crisi, uno strumento di ripresa chiamato next generation UE, un pacchetto di aiuti senza precedenti, 750 miliardi di euro.

L'Italia prenderà la parte più grande di questo piano, 209 miliardi di cui 127 miliardi sono prestiti e 82 miliardi in sussidi a fondo perduto: ma anche questi ultimi non sono gratis, cambia il modo con cui questi prestiti e sussidi andranno ripagati, i prestiti ricadranno sul debito mentre i sussidi saranno ripagati dall'Europa.

Fino ad oggi però non siamo stati efficienti nello spendere bene i soldi europei: siamo quelli che hanno ricevuto più soldi dall'Europa nel passato, ma terzultimi per capacità di spesa.

Lo dice la Corte dei Conti Europea: dei 44 miliardi che sono arrivati all'Italia dall'Europa siamo riusciti ad usarne solo il 30,7%.

Per l'innovazione in agricoltura ad esempio, dal 2014 esiste il “piano di sviluppo rurale” di 10 miliardi di euro, una manna per le aziende della Puglia dove il batterio Xylella ha distrutto interi ettari di ulivi.

Presadiretta ha incontrato un agricoltore, Eugenio Arsieni, che ha cercato di partecipare ai bandi per il piano di sviluppo rurale del luglio 2016: Eugenio ha aspettato i fondi per mesi e dopo 4 anni non è arrivato nulla.

La regione Puglia ci ha messo due anni per pubblicare la graduatoria, poi questa era stata scritta male: nessuno ha verificato la bontà dei dati all'interno dei progetti, spiega un agronomo.

Ci sono stati molti ricorsi, per questi errori, così tutto è stato bloccato dal TAR: ora l'assessore all'agricoltura ammette l'errore, dopo sei anni. E così quei progetti hanno perso significato, molte delle persone che avevano presentato la richiesta se ne sono andate dalla regione.

Quei soldi avrebbero potuto creare posti di lavoro, creare sviluppo. Invece c'è stata solo emigrazione.

Carlo Barnaba aveva chiesto i soldi per quel bando, per comprarsi uno scuotitore: invece la macchina se l'è dovuta comprare da solo e non ha potuto fare altri investimenti. Dei soldi europei sono stati spesi solo il 36%: la Puglia è quella al sud che ha speso meglio i soldi europei.

La regione peggiore è stata la Sicilia: regione con strade collassate, che sprofondano, strade su cui dovrebbero arrivare soldi europei per completarle.

E ponti che portano al nulla: come quello di Galliano, finanziato con fondi europei poi bloccati, per i ricorsi presentati e per l'aumento dell'appalto per una variante: le leggi in Italia sono fatte male e il risultato sono le opere incompiute e abbandonate a sé stesse.

Come il depuratore di Augusta: qui aspettano un depuratore da anni e oggi gli scarichi arrivano in mare, fogne a cielo aperto.

I fondi per il depuratore i soldi ci sono, dal 2012, ma non si sono spesi: da cinque anni ci sono commissari regionali e nazionali che devono far fronte a tante opere e manca l'organizzazione per gestire tutta questa mole di lavori.

E oltre a non avere i lavori, paghiamo pure le multe all'Europa perché non abbiamo i depuratori: la Sicilia ha il record di spazzatura che finisce in discarica, mancano gli impianti di riciclo. E se gli impianti sono realizzati, poi vengono commissariati e chiusi, dove regna il clientelismo e lo spreco.

Ci sono imprenditori che prendevano fondi europei per macchinari nuovi che invece erano solo riverniciati: una truffa in cui erano coinvolti anche funzionari pubblici collusi.

La regione Sicilia dice, sul sito, che tutta la spesa pubblica è certificata: ma nessuno controlla che l'opera realizzata continui a funzionare dopo un anno, che sia utile per il territorio.

Manca il controllo ex posto, siamo abituati a controllare la spesa, non l'effettiva utilità della spesa: nonostante le risorse che arrivano, si spende male e poco, manca una pubblica amministrazione capace di gestire questi fondi e questi progetti.

A Palermo c'è un solo dirigente per tutti i lavori pubblici, un solo dirigente tecnico, mentre una volta ce ne stavano 32: manca personale e mancano le competenze tecniche per gestire i lavori, quota 100 ha depauperato il personale.

La regione Sardegna nel 2013 aveva stanziato 13 milioni di euro per gestire le alluvioni a Bitti: dopo sette anni un nuovo alluvione ha ucciso tre persone.

Per liberare le strade dal fango, esercito e volontari hanno lavorato per giorni: danni ingenti al paese, alle famiglie, agli imprenditori, agli esercenti.

I sette milioni che sarebbero serviti per fermare l'alluvione, per costruire nuove dighe e vasche di contenimento, non sono stati spesi.

Il comune non è riuscito a far partire i lavori in sette anni: il comune si è trovato ingessato nella spesa, per i vincoli di bilancio, così si è rivolto alla regione. LA regione si è rivolta alla Sogesit, agenzia del ministero. Ma anche l'agenzia è rimasta bloccata per problemi della burocrazia.

Avere soldi e non poterli spendere è come non averli. Come possiamo vincere la sfida del covid? Dobbiamo spendere i soldi dall'Europa in tempi brevi, entro il 2026. Come? Seguendo l'esempio delle regioni più virtuose cioè Emilia, Friuli, Piemonte e Lombardia.

Presadiretta è andata nel centro di ricerca meccanica avanzata dell'università di Bologna dove un gruppo di ricerca ha trovato una tecnica innovativa per la produzione delle mascherine Ffp3 che presto verranno realizzate industrialmente.

Si tratta di un progetto realizzato in piena emergenza Covid, che senza i 120 mila euro dei fondi europei per lo sviluppo regionale FEF messi a bando dalla regione non sarebbe mai partito.

Il progetto è nato nel febbraio 2020, dall'idea di usare le nanofibre per la realizzazione di tessuti ad alta filtrazione: mascherine che filtrane bene e che sono anche leggere.

Il ricercatore Davide Fabiani racconta di aver sviluppato una macchina per trasferire questa tecnologia ad un prodotto più industriale e per fare questo per fortuna abbiamo avuto ad inizio aprile la possibilità di accedere ai fondi.

Se la regione Emilia Romagna ha trovato i fondi per le mascherine è perché ha riprogrammato velocemente le risorse spostandole sul fronte dell'emergenza sanitaria. La regione Emilia ha spostato 9,2 milioni per finanziare ricerche in ambito Covid con risultati che già oggi stanno dando risultati.

Morena Diazzi è a capo della direzione che si occupa di gestire due fondi europei tra i più importanti: quello per lo sviluppo regionale, il FES, rivolto alle imprese e agli enti di ricerca. E il fondo sociale europeo, FSE, che si occupa di formazione.

FES e FSE hanno una dotazione per la regione Emilia Romagna pari a 1,2 miliardi di euro: la regione ha raggiunto i target di spesa imposti dall'Europa già nel 2019 per il 2020 che per quest'anno.

Per fare questo è necessario avere delle stazioni appaltanti che funzionano e delle imprese che devono essere capaci di spendere”.

In regione è stato fatto un “patto per il lavoro” tra sindacato, categorie politiche e imprese: questo patto ha consentito di avere obiettivi chiari e condivisi per spendere bene i soldi europei, ovvero avere competenze scientifiche e matematiche all'interno degli impiegati pubblici.

Il cuore della macchina amministrativa in Emilia Romagna gestisce i 2 miliardi dei fondi europei: a giugno 2020 già gran parte di questo denaro era già impegnato in bandi, alcuni dei quali per la riqualificazione di aree colpite dal terremoto.

Questi fondi sono serviti per costruire il tecnopolo, che porteranno a Bologna centri di ricerca all'avanguardia in Italia: un centro meteo, supercalcolatori, hub di ricerca, tutto costruito in un'area abbandonata.

Tra i fondi anche quelli per l'agricoltura: soldi spesi per innovare le filiere produttive agricole, usati per nuovi investimenti negli impianti che trattano frutta e verdura per la grande distribuzione organizzata.

I bandi richiedono competenze per essere scritti e competenze per essere richiesti: significa avere personale qualificato sia in regione che nelle imprese o nelle cooperative.

Significa avere una macchina in grado di saper spendere soldi per gestire il post terremoto, quello in Emilia, per la ricostruzione e per immaginarsi un nuovo futuro. A Ferrata i soldi per il sisma hanno permesso di rinnovare la struttura del polo museale.

I piccoli comuni che non hanno tutte queste competenze sono stati aiutati dal capoluogo: è quello che ha fatto Modena per i suoi comuni, come Formigine, comune che ha preso contributi per 10ml di euro per rifare il centro storico, valorizzare piazze e strade, fare una ciclabile.

In questi comuni sono pronti a gestire i soldi del next generation UE, per scuole, case, palazzi da rifare o riqualificare. Sanno che questa occasione sarà unica per poter cambiare pelle.

I territori sanno come spendere questi soldi e immaginare il futuro – racconta il sindaco di Modena che ora teme che i soldi possano rimanere fermi a Roma.

Servono competenze, condivisione dei progetti sul territorio, una pubblica amministrazione che funziona e un sistema di controllo di progetti in modo che nulla si perda in pastoie e clientelismi.

In Francia hanno fatto un piano di 296 pagine, che descrive come spendere i soldi del next generation UE: il piano di ripresa francese è già operativo, per rilanciare il nostro paese confinante appena la pandemia terminerà.

Esiste un piano ed esiste un sito per controllare lo stato di avanzamento dei progetti, per richiedere l'adesione ad un progetto, per scaricare i bandi, mentre in Italia abbiamo solo un piano generico, senza interventi specifici.

Bike sharing, autobus elettrici, riqualificazione di edifici pubblici come il Louvre, energia pulita come quella dall'idrogeno.

In Francia hanno pensato al piano di ripresa già durante il lockdown, pensando a quella che potrebbe essere la Francia del 2031: il piano prevede sia soldi europei che soldi francesi, per questo è potuto partire subito.

Mentre in Italia si parlava di 300 consulenti, in Francia il ministro ha assunto un consigliere per seguire il piano: per far andar avanti il progetto è sufficiente il rapporto interministeriale, il controllo della politica, regione dopo regione.

A scegliere i progetti, ministri e sottosegretari girano le regioni, la macchina organizzativa è in grado di far arrivare i soldi alle imprese, passando ai vice prefetti, su tutto il territorio.

Esiste poi un organo indipendente che fa per il governo l'analisi delle politiche economiche come quelle previste dal piano da 100 miliardi: obiettivo è far sì che la crisi non ricada sui giovani, per questo in Francia si seguono i ragazzi che entrano nel mondo del lavoro, col piano “un giovane, una soluzione”.

In Francia l'apprendistato si paga e anche bene, con l'alternanza scuola lavoro lo stato paga la scuola: lo Stato finanzia anche giovani startup che così possono assumere apprendisti e crescere.

In Italia, dove abbiamo il più alto numero di giovani inattivi, come si spenderanno i fondi per i giovani? L'Europa è preoccupata del fatto che l'Italia non sappia sfruttare questa occasione, racconta l'europarlamentare Gozi.

Dobbiamo dimostrare di sapere gestire questi fondi preziosi per il nostro paese: peccato che non abbiamo saputo spendere bene nemmeno i fondi contro la violenza sulle donne.

Non sono stati spesi soldi per le case delle donne maltrattate, per i figli delle donne uccise dal compagno, dal marito, dall'ex .. Donne e bambini invisibili.

15 febbraio 2021

Anteprima inchieste di Presadiretta – come spendere i soldi del Recovery fund

A gestire i 209 miliardi del recovery fund sarà il nuovo governo Draghi, quello dei competenti, che ora, dicono i giornali, si metterà a riformare il piano per gestire questi soldi.

Entro il 30 aprile dobbiamo presentare in Europa i progetti per far ripartire l'Italia: in un anno abbiamo perso 440mila posti di lavoro, 9 punti di PIL, oltre alle 90mila morti per la pandemia.

Questi soldi andranno utilizzati bene e subito ma, come racconterà stasera Presadiretta, l'Italia finora ha speso solo un terzo dei soldi europei ricevuti: ci vuole un cambio di passo, sia per indicare dove spenderli sia per usarli veramente.

Per esempio per gestire i tavoli delle crisi aziendali che coinvolgono migliaia di persone: come quella della Whirlpool a Napoli, dove lavorava da 29 anni come operaio Salvatore, una moglie e tre figli.

Il suo ultimo Natale è stato diverso dal solito, non solo per il Covid, ma anche per la chiusura dell'azienda, per la decisione della multinazionale di spostare la produzione all'estero.

“Noi questo Natale abbiamo fatto di tutto per farlo sembrare normale” racconta al giornalista “purtroppo dopo due anni di lotta, per quanto uno possa nasconderlo, la più grande [figlia] l'ha vissuto, ha percepito le mie preoccupazioni, le mie paure..”

La notizia della chiusura del sito è stata tremenda, notti passate sveglio, a chiederti perché, dove si perde lucidità, entri un una dimensione dove non sei mai stato: “perdi le tue certezze, la tua dignità”.

Per queste persone, come Salvatore, il Next Generation UE potrebbe voler dire tornare a vivere con dignità: è un piano senza precedenti, 4 volte il piano Marshall del dopoguerra. L'Italia prenderà la parte più grande di questo piano, 209 miliardi di cui 127 miliardi sono prestiti e 82 miliardi in sussidi a fondo perduto: ma anche questi ultimi non sono gratis, cambia il modo con cui questi prestiti e sussidi andranno ripagati.

Fino ad oggi però non siamo stati efficienti nello spendere bene i soldi europei: siamo quelli che hanno ricevuto più soldi dall'Europa nel passato, ma terzultimi per capacità di spesa.

Lo dice la Corte dei Conti Europea: dei 44 miliardi che sono arrivati all'Italia dall'Europa siamo riusciti ad usarne solo il 30,7%.

Per l'agricoltura ad esempio, dal 2014 esiste il “piano di sviluppo rurale” di 10 miliardi di euro, una manna per le aziende della Puglia dove il batterio Xylella ha distrutto interi ettari di ulivi.

Presadiretta ha incontrato un agricoltore, Eugenio Arsieri, che ha cercato di partecipare ai bandi per il piano di sviluppo rurale del luglio 2016: Eugenio ha aspettato i fondi per mesi e dopo 4 anni non è arrivato nulla.

Se in alcune regioni del sud i soldi non sono stati spesi bene, in altre invece i fondi europei hanno fatto la differenza, come in Emilia Romagna: Presadiretta è andata nel centro di ricerca meccanica avanzata dell'università di Bologna dove un gruppo di ricerca ha trovato una tecnica innovativa per la produzione delle mascherine Ffp3 che presto verranno realizzate industrialmente.

Si tratta di un progetto realizzato in piena emergenza Covid, che senza i 120 mila euro dei fondi europei per lo sviluppo regionale FEF messi a bando dalla regione non sarebbe mai partito.

Il progetto è nato nel febbraio 2020, dall'idea di usare le nanofibre per la realizzazione di tessuti ad alta filtrazione: abbiamo sviluppato una macchina per trasferire questa tecnologia ad un prodotto più industriale e per fare questo per fortuna abbiamo avuto ad inizio aprile la possibilità di accedere ai fondi.

Se la regione Emilia Romagna ha trovato i fondi per le mascherine è perché ha riprogrammato velocemente le risorse spostandole sul fronte dell'emergenza sanitaria.

Morena Diazzi è a capo della direzione che si occupa di gestire due fondi europei tra i più importanti: quello per lo sviluppo regionale, il FES, rivolto alle imprese e agli enti di ricerca. E il fondo sociale europeo, FSE, che si occupa di formazione.

FES e FSE hanno una dotazione per la regione Emilia Romagna pari a 1,2 miliardi di euro: la regione ha raggiunto i target di spesa imposti dall'Europa già nel 2019 per il 2020 che per quest'anno.

Per fare questo è necessario avere delle stazioni appaltanti che funzionano e delle imprese che devono essere capaci di spendere”.

Tra i settori più colpiti, il tessile e calzaturiero, che tra gennaio a dicembre hanno perso il 28% della loro produzione (dati Istat) rispetto al 2019: Presadiretta è andata nel distretto calzaturiero più esteso, nelle Marche a Fermo, dove si trovano più del 30% delle imprese del settore (tra questa provincia e quella di Macerata) con un giro d'affari che prima del Covid valeva 2 miliardi di euro l'anno.

La CNA ha calcolato che in questa zona, al 31 ottobre, hanno chiuso 51 aziende.

Un'azienda che è riuscita a rimanere aperta è la Arcuri, dieci dipendenti con un fatturato da 900mila euro l'anno e che col Covid ha visto le sue commesse dimezzarsi.

Da 7000 paia di scarpe richieste, sono state confermate solo 3000 paia – racconta uno dei titolari.

In queste zone ci sono le aziende a cui i grandi marchi affidano la produzione, ci sono i laboratori che producono il vero made in Italy: come quello di Massimo Giorgini che coi suoi tre dipendenti disegna le suole per alcune delle griffe più famose.

Un'azienda che fattura circa 200mila euro l'anno e che l'anno scorso ha registrato un calo del 45%: “il problema maggiore secondo noi, secondo i miei clienti, è che l'anno che verrà sarà ancora peggio dell'anno che è passato..”.

Si rischia di chiudere: la situazione è così grave che, se non ci fosse il blocco, licenzierebbe subito, perché quello che abbiamo davanti è uno scenario di grande incertezza – spiega al giornalista il presidente della CNA di Fermo Paolo Silenzi.

La scheda del servizio: “RECOVERY FUND ULTIMA CHIAMATA”

Abbiamo attraversato il Paese per raccontare dal basso la crisi economica, la sofferenza dei distretti industriali, la paura di non farcela dei commercianti e le saracinesche già abbassate. Su tutti, incombe la fine del blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione Covid.

Ci attendono 209 miliardi tra prestiti e sussidi: saremo in grado di spenderli al meglio per far ripartire il Paese? Perché non basta avere i soldi per mettere in moto l’economia, ce lo dice la cronica incapacità italiana di utilizzare i Fondi Europei.

PresaDiretta è andata a vedere sul campo che cosa vuol dire: in Puglia, in Sardegna e in Sicilia. E poi in Emilia Romagna, dove l’organizzazione e la programmazione della spesa dei soldi europei fanno la differenza.

RECOVERY FUND ULTIMA CHIAMATA è un racconto di Riccardo Iacona con Sabrina Carreras Panvini, Giuseppe Lagana, Elena Marzano, Martina Cecchi de Rossi, Torchia Massimiliano.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

14 febbraio 2021

Il governo che farà benissimo


Draghi si è attorniato da tecnici competenti

Ma tanto la politica estera la farà lui.

Le scelte sulla destinazione dei fondi del Next Generation UE le faranno i tecnici, non i ministri politici.

Draghi è riuscito a trasformare tutti i partiti. 

Anche Salvini adesso è europeista.

Nel governo sono entrati i politici moderati.

Per fortuna è finita un'epoca, del populismo, delle dirette facebook ..

Non ha ancora iniziato e Draghi ha fatto abbassare lo spread, nevicare al nord e far tornare il sole.

Ancora non ha preso alcuna decisione su sanità, lavoro, covid, transizione verde, digitalizzazione della PA (i suoi pilastri) che sono già partiti i cori da stadio.

In una settimana abbiamo un governo di competenti (beh, eccetto i grillini, gli intrusi della politica italiana) messo assieme da uno che fino ad inizio dicembre nemmeno ci pensava ad andare al governo.


Dei politici nominati non devo dire niente: Brunetta, Gelmini, Garavaglia, Stefani. Perfino a Giorgetti la nostra stampa ha cucito il vestito buono (chissà se chiederà scusa per l'infelice uscita sui medici di base).

Poi i tecnici come Cingolani, su cui la ricercatrice Cattanea aveva raccontato tutte le sue riserve.

Il supermanager Colao, strapagato in Vodafone che ora dovrà gestire la transizione digitale, in un paese dove il digital divide è un problema serio.

E dei ministri PD sappiamo solo che due erano protetti dal presidente Mattarella: Guerini (perché l'acquisto di sistemi di difesa è parte della politica atlantista) e Fraceschini (e la sua corrente).

Ad Orlando gli hanno dato l'ingrato compito da ministro del lavoro (che spero non significhi solo ministro dei datori di lavoro).

E le donne?

Certo, se i nomi sono stati scelti da Mattarella e Draghi, la rivolta delle donne nel centro sinistra andrebbe indirizzata ai due salvatori della patria.

Ma forse è più semplice prendersela con Zingaretti. La guerra alla segreteria è in corso.

Ci aspetta un futuro meraviglioso.

Almeno così dicono i giornali.

12 febbraio 2021

La disciplina di Penelope, Gianrico Carofiglio

 


Finalmente il suo respiro si fece regolare. Ispirava dal naso ed espirava da un lato della bocca, come un piccolo strumento a mantice. Non era rumoroso; non troppo, non come altri almeno. In condizioni diverse – in una vita diversa – sarebbe stato addirittura possibile dormirci assieme.

Penelope si sveglia in un letto di un uomo incontrato la sera precedente e che mai più rincontrerà.

Uno dei tanti incontri di questa sua seconda vita perché in quella precedente faceva il magistrato a Milano: era anche brava, sapeva seguire i casi, portare avanti le indagini.

Poi qualcosa è successo, un errore, e così ora passa le sue giornate in giro, alternando attività fisica a dosi di alcool, cibo dietetico e liquori.

E' questo il suo modo di punirsi, la sua “disciplina” in questa nuova fase della vita. Fino all'incontro col signor Mario Rossi, un signore di mezza età che l'ha contattata per tramite di un giornalista, Zanardi: ha perso la moglie, Giuliana, uccisa da uno sconosciuto e il suo corpo abbandonato nella periferia milanese a Rozzano.

L'inchiesta della polizia è finita in un decreto di archiviazione dove però, sul marito, il giudice ha lasciato il suo giudizio, insindacabile e non più impugnabile da un avvocato:

«Si dice che non ci sono elementi per procedere ma che i sospetti a mio carico sono “inquietanti” anche perché le indagini hanno evidenziato l'insussistenza di ipotesi alternative»

Per un assassino solo sarebbero solo parole, ma per il signor Rossi, impacciato e a disagio, che nasconde la sua situazione di dolore con quel linguaggio “distante” e “freddo”, sono parole pesanti.

«Voglio che scopra chi ha ucciso mia moglie. E per quale motivo.»

Per sentirsi finalmente libero da quell'accusa infamante, per non doversi vergognare di fronte alla figlia, nel caso un giorno fosse venuta a conoscenza di quella formula di archiviazione.

Penelope, dopo aver consultato l'amico giornalista, decide di leggersi le carte dell'indagine, da cui emerge che l'unica pista su cui la polizia ha indagato (in assenza del cellulare) è quella che porta al marito. Senza arrivare a delle prove.

Il rapporto tra i due, sarà lo stesso Rossi a raccontarglielo poi, non andava bene, c'erano state delle litigate, quella parola che gli era uscita dalla bocca dopo un litigio, “ti ammazzo”. Uno schiaffo.

Così diversi come carattere, Mario e Giuliana: lui così ordinario lei invece insoddisfatta dalla vita e dalla mediocrità del marito, una istruttrice di fitness che incontrava per lavoro tante persone.

Forse c'era un altro.

«.. io ero il principale simbolo del suo fallimento. O meglio, di quello che lei considerava il suo fallimento. Non avere la vita che desiderava...»

Anche se non potrebbe, in questo momento Penelope non è niente, né un magistrato né un'investigatrice, decide di fare la sua indagine, usando le vecchie amicizie della sua vita precedente.

Il cronista di nera Zanardi e un ispettore della Mobile, uno chiamato “mano di pietra” per le sue maniere rudi.

Penelope riscopre così nuovamente il piacere di seguire un'indagine, seguire una pista, cercare una teoria che spieghi come sono andate le cose.

Muovendosi per Milano: il negozio di un'amica di Giuliana, dove questa era passata un giorno vestita in modo elegante e con dei gioielli vistosi. Non come se dovesse fare una seduta di fitness.

E poi quell'indizio così strano, quei peli di cane bianco trovati sul suo corpo, abbandonato dall'assassino.

A dare la svolta all'indagine, che permetterà a Penelope di ritrovare un po' se stessa, quella della vita precedente, sarà una soffiata di un informatore. E la soluzione di un indovinello, che ci dice che non dobbiamo mai affidarci ai nostri pregiudizi.

E' un giallo breve, questo di Carofiglio, il suo primo romanzo con una protagonista femminile, che incuriosisce e colpisce il lettore più per quello che nasconde di sé che per quello che mostra.

Una donna che che riesce ad essere estremamente dura con sé stessa e allo stesso tempo fragile: una donna che con una forte disciplina con cui si applica agli esercizi fisici nel parco, ma che ha bisogno di annegare i suoi problemi nell'alcool.

Perché Penelope, in questa sua seconda vita, è una donna in cerca di un nuovo equilibrio, nella vita come nella sua mente: “nel dedalo della mia mente confusa dove i rumori sono smorzati ma le sequenze sono inafferrabili ..”.

Quell'equilibrio che aveva da bambina quando si arrampicava sui rami degli alberi, senza preoccuparsi di cadere, di mancare la presa di un ramo. Ecco, nella vita di Penelope qualcosa si è inceppato, ad un certo punto ha mancato un ramo ed è caduta..

Ma forse questa nuova indagine, l'arrivo di una nuova “amica” nella sua vita, le darà una nuova opportunità.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

11 febbraio 2021

Leggendo dalla cronaca

Per capire come usare i fondi europei del Next Generation UE (e che linea politica dare al nuovo governo), è sufficiente dare un'occhiate alle pagine di cronaca, mettendo un attimo da parte gli articoli di gossip politico dei giornalisti che seguono le consultazioni come fossero un reality.

E mettere da parte anche certi slogan che sento ripetere sempre e iniziano anche a darmi fastidio: europeismo, atlantismo, ambientalismo (in bocca a certe persone, è quasi una presa in giro).

In Brianza, tra Lecco e Milano negli scorsi giorni cè stato un blitz contro le ndrine della ndrangheta che si occupavano di usura, traffico e di rifiuti e, tra questi, rifiuti radioattivi.

Traffico di rifiuti che ha avvelenato il nord e il sud: a Brescia la procura ha messo i sigilli alla Caffaro, perché nonostante la nuova gestione, la fabbrica continuava ad avvelenare terreni e falda.

Ma i rifiuti e i trafficanti di veleni avvelenano anche il sud: lo dice ora anche un tribunale, le malattie che colpiscono le persone tra le province di Napoli e Caserta, nella zona della "terra dei fuochi" dipendono anche dai rifiuti.

In Umbria il modello Bertolaso lo conoscono bene: ora la presidente leghista sta chiedendo aiuto al governo, per i focolai esplosi in regione. Siamo sicuri che Draghi debba ascoltare i consigli di Salvini?

In Ungheria domenica chiuderà l'unica radio ancora libera, Radio Club, unica emittente non di proprietà del governo Orban.

Governo che si prende gli aiuti dall'Europa, pagati dai cittadini europei, che poi finiscono nelle mani degli amici di Orban.

Si può essere europeisti e stare dalla stessa parte di Orban?

Si può essere ambientalisti e poi proporre nuovi inceneritori per bruciare i rifiuti?

Si può essere ambientalisti e poi portare avanti piani di consumo del suolo come sta succedendo a Milano, coi progetti a San Siro (un affare per i privati) e per la riqualificazione degli scali ferroviari?

09 febbraio 2021

Presadiretta – la guerra all'Amazzonia, il polmone del pianeta

Il reportage di Presadiretta ha fatto conoscere l'ecosistema più bello al mondo, quello dell'Amazzonia e chi lo sta distruggendo e perché. E cosa possiamo fare noi in Italia per salvarlo.

Cosa succede quando un leader sovranista come Bolsonaro prende il potere? Succede, come capitato in Brasile, un disastro: il disastro degli incendi scoppiati in Amazzonia, che si vedevano anche dal satellite, il cui fumo è arrivato fino a San Paolo, a 2700km di distanza.

Incendi durati fino ad ottobre, che hanno distrutto parte della foresta: si tratta di incendi dolosi, un numero in crescita di più dell'80% rispetto al 2018.

Ma secondo Bolsonaro non è colpa degli allevatori, è colpa delle Ong che denunciano gli incendi: ma ormai il mondo si è accorto del disastro in Amazzonia, così Macron al G7 nel 2019 decise di mettere il tema al centro dell'incontro.

Per salvare l'Amazzonia al G7 si decise di dare un sostegno finanziario da 20ml di euro, rifiutato da Bolsonaro, con la scusa delle ingerenze esterne e del colonialismo.

A fine settembre, all'assemblea dell'Onu Bolsonaro non arretra di un passo col suo negazionismo ambientale: usa la leva del patriottismo, per nascondere i crimini ambientali effettuati in Brasile.

E così nel 2020 le cose vanno anche peggio, gli incendi crescono del 60%, a settembre: il paradiso della biodiversità del Pantanal ha ceduto alle fiamme, sparito assieme alla vita che ospitava.

Le parole negazioniste di Bolsonaro aiutano chi sta distruggendo la foresta, creano un clima di impunità, si negano fondi a chi lotta per l'ambiente e non si fanno multe.

Se è arrivato il covid è anche perché abbiamo distrutto le foreste e avvicinato specie animali con cui prima non eravamo in contatto: oltre a questo, se l'Amazzonia sparisce, tutto il pianeta ne soffrirà, perché nonostante quello che pensa il presidente brasiliano, è ancora il polmone del pianeta.

Lo stato di Rondonia era, fino agli anni '70, un'unica distesa di foresta pluviale mentre oggi è stata trasformata in una distesa di campi di monoculture di soia e di pascoli per i bovini. Dagli anni '80 assieme alla prima strada è arrivata l'agricoltura e ad oggi è sparito un terzo della vegetazione nativa dello stato.

Lungo l'autostrada che divide in due lo stato, dove viaggiano i camion pieni di soia, si vedono le colonne di fumo e alberi carbonizzati in mezzo ai pascoli.

Presadiretta ha seguito la pattuglia della polizia ambientale, che lotta contro i trafficanti illegali di alberi: in Rondonia ci sono terreni contesi tra le popolazioni indigeni e gli allevatori, c'è il rischio di essere presi alla sprovvista nella foresta.

Gli incendi hanno disboscato centinaia di ettari: ma chi ha appiccato l'incendio non finirà in galera perché non è stato colto in flagrante, cosa difficile perché gli agenti che pattugliano sono pochi per il territorio da controllare.

Basta dire di non aver visto niente, di non aver con sé i documenti...

E poi c'è la lentezza della giustizia che consente agli allevatori di continuare ad incendiare le foreste protette, senza temere conseguenze.

Nonostante i sequestri di legname, nonostante l'impegno della polizia ambientale, gli incendi continuano: ci sono solo 225 agenti per lo stato di Rondonia, molto al di sotto del numero accettabile per i controlli.

L'Ibama è la principale agenzia federale contro i reati ambientali, hanno mezzi e risorse molto più ampi di molte altre polizie ambientali, si occupano delle operazioni più grandi come le miniere illegali o lo sfruttamento illegale del legname nelle zone più irraggiungibili della foresta.

Fanno indagini e operazioni in tutti gli stati, essendo una polizia federale.

Nonostante l'aumento dei crimini ambientali in atto il Brasile, secondo quando riporta l'agenzia di giornalismo investigativo Publica, lo scorso anno il numero delle operazioni dell'Ibama è crollato e si è addirittura azzerato nelle provincie più problematiche

Il budget è stato ridotto da Bolsonaro dal 2019, del 25 % nel 2021, rischiando di mettere in ginocchio questo ente federale: Bolsonaro pensa che l'Ibama sia solo una fabbrica di multe, inutile per la sua politica anti ambiente.

E' stato ordinato all'Ibama di fare meno operazioni possibili, racconta un'ex dirigente dell'ente.

Che il governo Bolsonaro stia volontariamente indebolendo il sistema di difesa dell'ambiente in Amazzonia non è solo un'impressione, è scritto nero su bianco su questo documento, una richiesta di impeachment verso il ministro dell'Ambiente Riccardo Salles, firmata da 12 procuratori della repubblica federale.

All'interno del documento di descrive come nei due anni del governo Bolsonaro sia avvenuta una “destrutturazione normativa” e come il ministro Salles si sia impegnato nello svuotare dei propri poteri il ministero dell'ambiente.

Per capire chi sia Salles, basta ascoltare cosa suggerisce durante un consiglio dei ministri brasiliano: si deve approfittare della pandemia di covid per cancellare il maggior numero di leggi ambientali.

“Dobbiamo approfittare di questo momento in cui la stampa è distratta e parla solo di Covid, per far passare tutte le leggi che vogliamo, questo è il momento”.

Deregolamentazione , semplificazione, tutto quanto riguarda la normative agricole e ambientali, “perché sappiamo che tutte le nostre modifiche appena le variamo gli ambientalisti ce le impugnano di fronte alla corte suprema federale.”

La prima firmataria contro Salles è la procuratrice Braganca, della forza speciale dell'Amazzonia: al giornalista racconta di come il governo Bolsonaro stia proteggendo chi disbosca la foresta con le tante sanatorie.

Il piano di difesa dell'Amazzonia non viene rinnovato, nonostante la legge lo obblighi. Oltre al taglio del budget: il governo vede la difesa dell'ambiente come un intralcio dello sviluppo.

Il governo Bolsonaro ha dichiarato guerra all'Amazzonia: reati e crimini contro l'ambiente sono reati amministrativi, tagli alla difesa dell'ambiente, gruppi armati al soldo dei proprietari terrieri che uccidono e terrorizzano chi tutela l'ambiente.

Sono 168 i martiri dell'ambiente negli ultimi cinque annoi, non solo parte della popolazione indigena, ci sono anche i missionari della chiesa.

Il 6 ottobre 2019 in Vaticano si celebra il Sinodo dell'Amazzonia dove il papa ha parlato del fuoco appiccato per distruggere, di modelli di sviluppo predatori: la chiesa in Brasile da un supporto legale a chi difende l'ambiente, come gli indios, ma il governo ha istituito commissioni di inchiesta contro il consiglio dei missionari, ha scatenato contro anche i servizi segreti, hanno violato i loro dati fiscali, per trovare appigli per denunce.

Bolsonaro, con dietro gli allevatori e i produttori di soia, si è messo contro il Vaticano: i missionari in Brasile come Roque Paloschi qui rischiano anche la vita per la loro battaglia, il Brasile è il paese che uccide il maggior numero di difensori dell'ambiente.

Oggi non si uccidono più preti, per evitare troppi problemi, il governo Bolsonaro preferisce uccidere gli indios, perché tanto sono gli ultimi della terra, per loro non val la pena di preoccuparsi.

Negli ultimi cinque anni sono stati uccisi 168 “guardiani della foresta” della tribù dei Guajajara nello stato amazzonico dello Maranao: loro compito è vigilare sui trafficanti di legname che vengono a depredare nella foresta. Hanno deciso di difendere la loro terra da soli perché stanchi di aspettare invano l'aiuto del governo dando vita ad una guerriglia contro i trafficanti.

Grazie alla loro lotta sono riusciti a suscitare l'attenzione internazionale sulla distruzione delle terre indigene in Brasile, al prezzo però dei 168 morti: tra questi Paolinho, uno dei leader di questa lotta, ucciso il 1 novembre del 2019.

Un altro guardiano, Tainaki, sopravvissuto ad una imboscata, vive nascosto da sei mesi per non farsi uccidere dai trafficanti.

La morte di Paolinho non ha fermato i trafficanti, si sono solo calmati in attesa che la notizia non girasse più in televisione, poi ricominciano daccapo – spiega al giornalista, che gli ha chiesto che futuro c'è per la sua gente:

“Io non smetterò mai di lottare, io non posso scappare come altri che già sono morti magari moriremo anche noi lottando, ma non abbiamo scelta. Sono già stati uccisi cinque guardiani e non possiamo aspettare la giustizia brasiliana che non farà mai niente. Prendi il caso di Paolinho, a più di un anno dalla sua morte non è stato ancora fatto niente.”

Altre tribù hanno seguito l'esempio dei Guajajara: Presadiretta ha seguito una pattuglia della tribù dei Suruì nel loro giro di controllo, per dissuadere i trafficanti di legname.

Il legname più pregiato che arriva in Europa spesso è frutto di questi traffici illegali.

Nonostante le foto, i video delle segherie illegali, il governo fa poco, anche per contrastare il commercio illegale di legname: legno verso la Francia, verso l'Italia e verso gli Stati Uniti.

Purtroppo il grande lavoro della polizia federale non blocca l'export del legname tagliato in modo illegale, che riesce ad uscire dal Brasile grazie a documenti contraffatti: il problema è che in Europa si fanno pochi controlli, nei grandi porti a cui arriva questa merce, perché la legge dell'Unione Europea è troppo permissiva e l'ente certificatrice del legname in Brasile fa certificazioni solo fittizie.

In Brasile l'1% della popolazione, la bancada ruralista, possiede tutte le ricchezze del paese: appoggia Bolsonaro perché li sta aiutando a togliere tutti i vincoli ambientali per mettere le mani sulle ricchezze della foresta.

Come le piantagioni di soia, che dal Mato Grosso questa viene trasportata nel resto del mondo, anche verso l'Italia, in crescita anno dopo anno.

Come in crescita le superfici seminate a soia, nello stato di Rondonia: l'export assomma a 1,3 miliardi di dollari, l'anno. Sono soldi che arricchiscono i trasportatori e i produttori di mais e riso e che, dunque, hanno tutto votato Bolsonaro.

Uno di questi produttori è un quasi senatore, Bagattoli: è uno di quegli imprenditori che considerano le limitazioni nel taglio del legname un crimine, e così ha preferito investire nelle piantagioni lasciando perdere il legname.

Le preoccupazioni sugli effetti della piantagioni intensive?

Inutili, perché tanto quelle aree erano già disboscate, usando le terre degli allevatori di bovini che così, per avere terreni, sono costretti a disboscare.

La crescita della soia crea una pressione che porta a nuovi disboscamenti, anche nelle riserve naturali, nelle persone che vivono vicino a queste aree hanno solo la loro povertà, non possono permettersi una coscienza ambientale.

I grandi proprietari mandano avanti i piccoli, per disboscare i terreni che poi vengono comprati dai grandi in un gioco perverso: nei pascoli si vedono gli zebù, bovini resistenti al caldo allevati senza distinguere tra quelli legali e quelli allevati in pascoli illegali.

Il tracciamento della carne funziona in Brasile?

Amnesty International è venuta in possesso di documenti che attestano come animali allevati e macellati illegalmente dentro riserve naturali nello stato di Rondonia siano entrate nella catena di produzione di JBS, la più grande azienda produttrice di carne al mondo.

Secondo questi documenti, bovini sarebbero stati fatti transitare brevemente in un'azienda legale e poi rivenduti alla JBS, una truffa che in Brasile chiamano “lavaggio del bestiame”.

Altre volte invece il bestiame illegale è stato acquistato direttamente da JBS: la conferma che quanto denunciato da Amnesty International non sia un caso isolato la da il procuratore federale Rafael Rocha, che guida le indagini sul traffico di carne nello stato di Rondonia.

Il giornalista ha riportato al procuratore quanto visto lungo la strada che attraverso lo stato a nord del Mato Grosso: colonne di fumo, alberi inceneriti e bestie in questi pascoli abusivi. Come fanno questi animali ad entrare in commercio in modo legale?

“Le vacche non muoiono di vecchiaia nei pascoli, le aree che ha visto sono quelle dove, anche se è proibito allevare bestiame, non è ancora arrivata una denuncia formale e finché la polizia non produce un verbale che attesti l'infrazione non c'è niente che impedisca a quel bestiame di andare al macello. Oggi noi usiamo le immagini satellitare per contrastare gli alleva animali nelle aree disboscate.”

Trovate spesso irregolarità nei mattatoi, è un problema esteso?

“Ogni volta che indago trovo delle irregolarità, prima era il 30% dei casi, da quando abbiamo cambiato sistema è il 100%.”

In Europa ci chiediamo se la carne brasiliana arrivi da catene coinvolte con la deforestazione. Secondo lei la catena della carne è affidabile?

“Lasci che le risponda così, fintanto che ci sarà deforestazione a questi livelli in Amazzonia no, non è possibile dire che la catena della carne brasiliana sia affidabile.”

Non è possibile assicurare una filiera legale della carne brasiliana, dice il procuratore: carne illegale che contribuisce al disboscamento dell'Amazzonia.

L'Italia è il primo importatore di carne in Europa: come mai importiamo tanta carne congelata?

Serve per i preparati di carne, dall'industria di trasformazione della carne, che è poco trasparente e che sta uccidendo i nostri allevatori italiani.

Le aziende italiane (come Minerva Foods, Bervini, Gamma Carni SRL e Cremonini) hanno poco piacere a rispondere alle domande di Presadiretta: aziende che importano carne surgelata poi venduta a mense e ad altre aziende di trasformazione.  PEr esempio Inalca, gruppo Cremonini, che importa la carne dal Brasile, ma non la utilizza per la carne in scatola, dice.

La carne che arriva dal Brasile ha un alto tasso di pesticidi, spiega Anna Cavazzini dall'Unione Europa: l'Europa sta trattando per importare una maggior quantità di carne dal Brasile dunque c'è molta pressione.

Dovremmo esportare controlli in Brasile, ma come consumatori europei non possiamo fidarci di quanto succede in Brasile, dove nel passato ci sono stati casi di corruzione e scandali.

La carne brasiliana finisce nelle mense e nel catering ma viene anche usata per produrre la bresaola italiana, uno dei prodotto italiani più consumati.

Facendo concorrenza ai produttori italiani, come quelli di Livigno che portano i loro animali in alpeggio, allevati e cresciuti in quelle zone.

Nei supermercati possiamo trovare brasola di carne brasiliana, di Zebù: il consorzio non lo vieta, l'importante è indicare dove viene prodotta la bresaola.

La carne brasiliana costa poco, dunque ai produttori con pochi scrupoli conviene importare dal Brasile e a chi importa se la tracciatura della filiera è solo sulla carta?

In Piemonte, al consorzio Coalvi, producono la carne nostrana, di razza Fassona, alimentati con prodotti naturali, gli antibiotici si usano raramente e assolutamente non si usano anabolizzanti.

Questi allevatori devono puntare sulla qualità, perché rispettando standard alti non possono competere con gli allevatori che usano carne dall'estero.

Riescono a sopravvivere grazie ai contributi pubblici, altrimenti non ce la farebbero: soldi per fare un vero tracciamento, per far crescere gli animali senza antibiotici e steroidi.

La concorrenza della carne straniera sta mettendo in crisi sia i piccoli produttori che i grandi: all'Italia e all'Europa chiedono trasparenza, che tutti i produttori mettano in etichetta tutte le informazioni come fanno loro. E così il consumatore sceglie: ma la legge sull'etichettatura è molto lasca, nelle etichette sui preparati di carne (sughi, prodotti per l'infanzia) non hanno obbligo di dichiarare l'origine della carne.

Anche la carne fresca può prepararsi in preparato di carne, basta aggiungere un po' di rosmarino o senape e il gioco è fatto: si può non dichiarare l'origine.

E lo stesso vale per hotel e strutture di catering: servirebbe una nuova legge europea per l'indicazione del paese d'origine della carne.

Un grossista di carne ha raccontato al giornalista di Presadiretta la realtà di questo mondo: il buyer tratta la carne per supermercati e l'industria della carne, c'è una guerra tra grossisti per vendere al prezzo più basso, perché ogni supermercato ha più grossisti.

Quello che conta è solo il prezzo: “difficilmente troverai un prodotto ad un prezzo superiore a cinque euro..”

La pratica di risparmiare sulle materie prime è diffusa nell'industria della trasformazione: lo spiega una rappresentante di questo mondo, che parla di carniccio, la pelle dell'animale che viene usata per i ripieni.

Più spezie e aromi si mettono nella carne, più significa che c'è stato bisogno di un'operazione di maquillage.

Consumiamo tanta carne in Italia, ma questa ha un impatto ambientale: è il costo degli allevamenti intensivi (come quelli in Lombardia, che ha un sistema di allevamento non sostenibile), si livella al ribasso il costo della carne, uccidendo i piccoli allevatori e quelli onesti.

La puntata si è conclusa con una dedica a Patrick Zaki, affinché possa tornare ad essere un cittadino libero, liberato dalle prigioni del regime egiziano.