25 settembre 2022

E' finita la pacchia

Domenica di elezioni, oggi, 25 settembre 2022: comunque vada, per qualcuno domani la pacchia sarà finita.

Basta Peppa Pig, ingerenze esterne, agende Draghi o agende Putin, egemonia lgbt o famiglia tradizionale.

Domani, o nei prossimo giorni o nelle prossime settimane chiunque arrivi a Palazzo Chigi dovrà occupari del caro bollette, delle aziende del gas a rischio fallimento, di un paese dove crescono le disuguaglianze (e dunque si alimentano le tensioni sociali).

Vediamo che priorità si daranno i prossimi governanti: togliamo il reddito di cittadinanza perché basta giovani sul divano, si deve lavorare e soffrire? Perché basta pasti gratis, "graduidamente", come scrivevano i giornalisti di Repubblica per prendere in giro Conte ?

Faranno una bella riforma presidenziale per offrire briosce al popolo che ha fame?

Oppure magari non cambierà niente, come ha promesso Meloni (la Meloni 1, quella con la faccia sorridente per rassicurare mercati ed Europa)?

Niente salario minimo, niente ius scholae, nessun cambio di rotta su sanità pubblica e scuola. 

E magari si farà  un passo indietro anche sulla legge contro la tortura, oggi rimasta a metà, perché non consente ai tutori della legge di fare il loro lavoro.


Come successo tanti anni fa, un altro 25 settembre, a Ferrara, quando nel corso di un controllo di polizia un ragazzo venne ucciso. Si chiamava Federico Aldrovandi.

Cinquantaquattro lesioni, due manganelli rotti e un cuore schiacciato. La domenica mattina del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, un ragazzo di soli diciotto anni, moriva a Ferrara durante un controllo di polizia.

23 settembre 2022

Patrioti e altre scempiaggini

 Ma che ne sa la sinistra dei problemi delle persone? Chiusa nei suoi salotti, parla di fascismo, antifascismo, cose che agli italiani non interessano..

E` stata sempre questa la linea di difesa della destra italiana, di cui l'ex politica, ex ballerina Nunzia De Girolamo (ieri ospite a Piazza Pulita), ha fatto parte: una destra illiberale che tranne poche eccezioni non si è mai riconosciuta del tutto nei valori dell'antifascismo.

Le persone hanno problemi con le bollette, con la spesa.

E quale sarebbe allora la famosa ricetta della destra, unita solo quando si tratta di spartirsi poltrone e posti?

Il famoso presidenzialismo (che piace alla Meloni, ma anche a Berlusconi fino a Renzi e fino a pezzi del PD): l'uomo solo al comando, legittimato dal voto popolare che diventa come licenza a governare senza pesi e contrappesi, senza la separazione dei poteri, senza il controllo della stampa. 

Eccola qua la famosa ricetta che aiuterà gli italiani a superare la crisi: una bella democratura, la flat tax per aiutare a pagare meno tasse ai ceti abbienti e un altro bel condono (che non è voto di scambio).

E saremmo noi quelli ossessionati dalla Meloni? Se questo è il suo modello, Orban, ma anche Bolsonaro o Putin (tutti paesi dove si vota), si, diciamolo, siamo ossessionati e anche preoccupati.

E siamo anche preoccupati anche da quelli che oggi, solo oggi, si accorgono di cosa sia questa destra e che ieri invece facevano sui loro giornali i bei ritrattini di questa leader così giovane e spigliata. 

E' troppo tardi adesso.

20 settembre 2022

Il mistero della Torre del Parco e altre storie di Luca Crovi

 


Il commissario Carlo De Vincenzi non amava i letti comodi. Neanche quelli rifatti con cura dal suo amico Giovanni Massaro, di professione materassaio. Dormire in quei letti poteva essere molto pericoloso per lui. Preferiva adagiarsi per un po’ sul divano scomodo del suo ufficio in piazza San Fedele. Prediligeva le lunghe veglie di lettura in compagnia di sant’Agostino e Platone.

Questo “Il mistero della Torre del Parco” è una raccolta di racconti con protagonista il commissario De Vincenzi, l’investigatore inventato dallo scrittore romano (ma trapiantato a Milano) Augusto De Angelis, che ha ambientato i suoi gialli nella Milano a fine anni ‘20, per dimostrare che si potevano scrivere romanzi gialli anche in Italia (anche sotto un regime, come in quegli anni), “L’essenziale per me è creare un clima. Far vivere al lettore il dramma. E questo si può ottenere anche facendo svolgere la vicenda di un romanzo in Italia, con le creature italiane”.

Il commissario De Vincenzi, chiamato anche il poeta del San Fedele per la sua vasta cultura (umanistica e filosofica), e per la profonda umanità con cui guarda e osserva queste “creature italiane”, ha visto nuovamente la luce letteraria grazie all’ottimo lavoro di Luca Crovi, che ha ridato vita a questo investigatore, reinventando nuove storie: questo infatti è il suo quarto romanzo dopo “L'ombra del campione”, “L'ultima canzone del Naviglio” e “Il Gigante e la Madonnina”.

Mescolando fatti e personaggi storici realmente vissuti in quegli anni a Milano, Luca Crovi ci riporta dentro quella Milano, una città già in espansione che aveva iniziato ad inglobare gli ex comuni limitrofi, come Lambrate. Una città che stava cambiando faccia per i nuovi lavori in corso, come la Torre Littoria in parco Sempione (al centro del racconto che da il titolo al libro) o come l’interramento del Naviglio (di cui Crovi ha raccontato ne L’ultima canzone..).

Questa città ci viene raccontata dagli occhi del “sciur cumisari” De Vincenzi: ad inizio romanzo, per quel mescolare ancor di più realtà e finzione, scopriamo che ha accettato la proposta dello scrittore Augusto De Angelis di far diventare storie letterarie alcune sue passate indagini. Sono le storie che il commissario ha raccolto in una cartellina azzurra e che, sbadatamente (o forse no) ha dimenticato sul tavolo della sciura Maria Ballerini e che noi troveremo raccolte qui.

Oltre ai racconti, dentro questa cartellina la sciura Ballerini (e noi con lei) trova anche delle foto: sono delle cartoline di quella Milano (e che potete trovare nel libro), “un vero e proprio dossier dedicato alla vita del commissario Carlo De Vincenzi, con tutto quello che era accaduto al poeta del crimine negli anni passati”.

Storie di cui De Vincenzi era stato osservatore prima e custode poi nella sua memoria: delitti e prevaricazioni, piccoli imbrogli e vendette per antichi torti, ladri gentiluomini e ladri con la divisa. I “malnatt” della “ligèra”, e anche altri malnatt in camicia nera, non meno pericolosi solo perché protetti dal regime. Storie che hanno lasciato dentro De Vincenzo segno, e il cui ricordo spesso doloroso torna a galla quando è più indifeso, come nel sonno. Come la terribile strage del 12 aprile 1928, in piazza Giulio Cesare, alla fiera Campionaria.

Quali sono i racconti dentro questa cartelletta, che la sciura Ballerini, la custode dello stabile di via Massena inizia a leggere vinta dalla curiosità? Si comincia con la storia del pescecane all’arena: è la storia di una donna morta all’Arena Civica di Milano dove, ogni tanto, si tenevano degli spettacoli sull’acqua

«È stato un pescecane!»
«Come hai detto, ragazzo?»
«È stato un pescecane, signor commissario, a mordere la mia mamma!»

O come anche quell’incredibile incontro con quel regista inglese, rimasto vittima di un furto a Como mentre stava girando un film: quel regista sarebbe un giorno diventato famoso col titolo di “maestro del brivido”, ovvero Alfred Hitchcock. Chissà se nel film The Pleasure Garden hanno veramente recitato dei veri “ligèra” de Milan.

Come anche incredibile l’incontro con Antonio Gramsci, giornalista e politico, tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, in carcere a Milano perché il regime fascista non poteva accettare che la sua mente rimanesse libera, libera di esprimere il suo dissenso, il suo fastidio nei confronti di un governo che opprimeva la libertà delle persone.

Nonostante i rischi, De Vincenzi aiuterà Gramsci a fare un regalo al proprio figlio Delio.

.. il Cerruti fu pronto a sostenere la sua richiesta. «So chi può aiutarla, Antonio.» «Chi?» «Il commissario Carlo De Vincenzi.» «Perché proprio lui?» «Perché è uno che guarda nel cuore delle persone».

Guardare nel cuore delle persone, anche i ladri, che a Milano certo non mancavano, esperti in vari rami della “criminologia”

C’erano i balordisti, esperti nello spacciare monete false, i bidonisti, specializzati in truffe, i balaustristi, capaci di entrare dalle finestre, i droganti, che chiedevano la carità ..

Non tutti erano ladri gentiluomini, come quell’Arsenio Lupin, ma ce n’erano alcuni che almeno si fermavano di fronte a furti considerati sacrilegio. Come quelli che stavano per rubare le reliquie in Sant’Eustorgio, dove sono conservati i resti dei Re Magi.

[le reliquie] erano rimaste nella basilica per secoli, fino all’arrivo delle truppe di Federico Barbarossa. Il principe tedesco le aveva trafugate nel 1162, durante il saccheggio di Milano, trasportandole a Colonia,..

Ci sono anche ladri come “Il mottola”, un ladro gentiluomo, come appunto Arsenio Lupin, personaggio ispitaro ad un celebre ladro anarchico, un certo Alexandre Marius Jacob,

Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello

Sarà proprio Il Mottola a fare un bel regalo al commissario, proprio la notte di Natale: chi lo ha detto che deve essere babbo Natale a portare i regali? Anche “i malnatt della ligéra avevano un cuore”.

Ispirato a fatti storici, che l’autore ha solo un poco romanzato, è anche il racconto dove si parla di strani furti sui carri merci che portavano il pesce a Milano dall’Adriatico, nelle zone dove venivano mandati i bambini milanesi, per la cura di mare e iodio.

Alla Trattoria della Pesa, in una zona a metà tra piazza Garibaldi e Porta Tenaglia, dove una volta venivano “pesate” le merci in transito, De Vincenzi incontro niente di meno che il giovane Ho Chi Mihn, che effettivamente è soggiornato in Italia dove ha lavorato come cuoco, ospite della comunità cinese che viveva in via Canonica. Anche un cuoco, se ha studiato, può conoscere le massime di Sant’Agostino:

«Hai ragione. Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi bande di ladri?»

Dopo un’indagine su un barcaiolo morto (un Ranee, uno che vendeva le rane, da cucinare fritte o nel risotto), ucciso non dalla Borda ma da un’altra strega, si arriva al racconto “La Torre del Parco”: nel giorno dell’inaugurazione della Torre in parco Sempione, il 9 agosto del 1933, viene ritrovato un cadavere nell’ascensore che porta in cima. Dietro, una strage avvenuta nel corso della prima guerra mondiale e la vendetta di un uomo. Che alla fine aveva deciso di non sottrarsi alla giustizia, come Socrate

Su un tavolo davanti a lui era deposta una larga ciotola, e l’uomo stava leggendo un libro, Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu. «Dovrebbe evitare certe letture.»

L’ultima parte del romanzo è dedicata a Riccardo Bauer, politico tra i fondatori del partito d’Azione, anche lui fini in carcere negli anni del regime dove fu perfino accusato di essere tra i responsabili della bomba in piazza Giulio Cesare: le cartoline presenti nel libro provengono dalla sua raccolta, sono quelle che gli amici gli anno inviato sia in carcere che nel confino.

Come piccoli cameo, qua e la nelle pagine incontriamo altri amici di Luca Crovi, come Raffaele Kohler e Lucia Tilde Ingrosso.

Se vi piace scoprire i lati poco noti di Milano, se siete appassionati alla sua storia, non potete non leggere questo romanzo (e recuperare gli altri di Crovi con De Vincenzi se non li avete letti).

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito dell'editore SEM

L’intervista dell’autore su Radio Popolare

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18 settembre 2022

Cosa rimane di questa estate e di questa campagna elettorale?

Siamo ad una settima al voto, alle elezioni dove si è parlato di polarizzazione, o di qua o di la, del voto utile (turatevi il naso altrimenti vince la destra), di Peppa Pig, dei patrioti, delle ingerenze russe (uscite da un documento dei servizi Americani, che hanno voluto lanciare un monito al futuro governo).

Cresceremo i nostri figli come dei bambini sani. Vogliamo la famiglia tradizionale. Basta col reddito di cittadinanza e basta con le troppe tasse (e magari anche un altro condono per le tasse non pagate, che non è voto di scambio, mi raccomando).

Dall'altra parte, con un salto carpiato, andiamo oltre al jobs act (che vuol dire?), peccato non aver fatto lo ius scholae..

I partiti, movimento 5 stelle e Unione popolare a parte sembravano voler rivendicare di più la patente di atlantismo come affidavit per poter governare che non i problemi veri delle persone. Come il caro bollette, che nasce non da oggi, ma dall'averci legato mani e piedi ai gasdotti verso la Russia e aver penalizzato in questi anni le rinnovabili.

Come ne usciamo? Rigassificatori, trivelle, diversificazioni rispondono quelli dell'agenda Draghi (che poi alla fine non esiste né l'agenda e nemmeno Draghi, almeno al momento).

I rigassificatori non saranno pronti prima della prossima primavera (quello di Piombino), le trivelle sono come il grano autarchico di Mussolini e la diversificazione vedremo, già l'Algeria alza le mani sul maggior gas promesso. Il nucleare?  Forse quello di quarta generazione, quando sarà pronto.


Questa campagna elettorale è cominciata sotto il caldo torrido di questa estate (dove si parlava di rischio siccità, dei problemi idrici) e terminata questa settimana (dopo la tragedia nelle Marche e lo studente morto schiacciato da una lastra nel corso di uno stage, per avere crediti aziendali): si è parlato  di tutto, ma di niente in realtà.

Avete sentito i candidati (anche quelli paracadutati dal nord al sud) discutere della crisi del sistema sanitario, del problema delle scuole (da sistemare), di quello che è diventato il lavoro in Italia (povero, malpagato, sottoposto a ricatti)?

Li avete mai sentiti parlare di mafia? A parte i moniti dell'ex magistrato Scarpinato (candidato coi 5s che lanciava l'allarme della normalizzazione del fascismo e della mafia), nessuno. Giusto ieri, quando Italia Viva ha accusato Conte di usare un linguaggio mafioso..

Questa è stata una campagna elettorale all'insegna della non credibilità dei candidati, dei leader.

Non stupiamoci se poi le persone votano di pancia oppure non votano proprio. Almeno non chiamiamola democrazia, questo sistema dove la rappresentanza non è più nelle mani del popolo.

15 settembre 2022

Sarti Antonio e l'amico americano di Loriano Macchiavelli

 

Quando uno studente americano, con la fortuna di abitare un appartamento tutto suo, stimato da professori e apprezzato da una contessa, proprietario di una valigia piena di bei dollari americani, vola, completamente nudo, dalla finestra del terzo piano, qualcosa non torna. Raimondi Cesare, ispettore capo, non ha dubbi e dice subito: «Suicidio!»

Se Raimondi Cesare dice “suicidio” allora è stato suicidio. Anche se non ci sono biglietti di addio, anche se ci sono cose che non tornano sulla dinamica del suicidio, anche se il ragazzo, venuto dall’America per studiare a Bologna, è caduto dal balcone senza emettere un grido …
Ma non importa: Sarti Antonio sergente, che assieme all’agente Felice Cantoni gira per la sua Bologna sulla fedele auto 28, è un poliziotto ostinato, magari uno che non ha l’intuito veloce del “talpone” Rosas, studente anche lui all’università come il ragazzo morto, sebbene di altra provenienza sociale. E nemmeno la capacità di mettere assieme i fatti riportati in un verbale per capire come sono andate le cose, dote posseduta da “lo zoppo”, un altro agente della Questura di Bologna sbattuto dopo un incidente all’archivio. Ad archiviare, appunto, i rapporti degli agenti come Sarti Antonio che, dopo aver esaminato la scena “suicidio” di Robert Stent, si allinea alla decisione di “è vero come si dice” ispettore capo Raimondi.

Ma non è stato un suicidio...

1. Per cominciare nel migliore dei modi

Il cadavere (e voglio vedere cosa troveranno se comincio con il morto!) è nudo e, proprio per questo, visto da lontano è piú una macchia rosa e rossa che il corpo di un uomo volato dal terzo piano. Anche da vicino ha poco di umano: è scavezzato, angolato

A portare Sarti Antonio verso un’altra direzione, diversa da quella del suicidio è prima lo Zoppo, in modo anche ruvido, sfogando sul povero Sarti Antonio la sua frustrazione di poliziotto costretto dietro una scrivania. Non è facile andare nell’archivio a parlare con lo zoppo

Devi parlarmi? A proposito di che? Adesso lo Zoppo sorride addirittura, prima di ricominciare.
– Non lo immagini? Prima di archiviare il tuo ultimo rapporto… Sai? quello relativo al suicidio di un certo Stent.

Cosa c’è che non va nella relazione di Sarti? Il fatto che non si sia accorto di alcuni particolari, il fatto che lo studente fosse nudo, la televisione accesa, il tè sul fuoco..
La seconda persona che mette Sarti sulla strada dell’omicidio, perché se non è suicidio di questo si deve parlare, è Rosas (che in questo romanzo è ancora studente coi libri in mano per preparare gli esami).

Sei il questurino piú scassato che esista –. Si avvia alla porta. Dice: – Guarda che il povero Fiammiferino non si è ammazzato.
– Chi è Fiammiferino? – Stent Robert ..

Tocca riaprire le indagini, cosa non facile da spiegare al capo, uno di quelli poco disposto ad assecondare le decisioni dei suoi collaboratori. Ma questo è niente: l’ambiente su cui si deve muovere Sarti (e il povero Cantoni) è quanto mai inizialmente ostile.
A cominciare dalla padrona di casa di Robert, “fiammiferino”, una anziana contessa con tanti cognomi che non vede l’ora che l’indagine si chiuda, per poter riaffittare la casa.

Quando parli con me, usa il Lei: sono la contessa Rusponi Ranelli Biancofiori e ho appena deciso che ti farò passare un brutto guaio

Inizia l’indagine del sergente Sarti Antonio su questo suicidio che non è un suicidio, su questo studente che, scava scava, forse non era nemmeno uno studente venuto qui per frequentare i corsi ma era implicato in qualcosa di grosso. Altrimenti non si spiegherebbe da dove salti fuori quella valigia piena di dollari che Robert aveva consegnato alla contessa (e come mai la contessa se ne ricorda solo dopo qualche giorno?).

Ma non c’è solo questo: il custode della villa della contessa (battezzato “fegato”) racconta di un vigile, enorme, che avrebbe fatto visita allo studente prima che questi finisse in malo modo nell’aiuola della villa.

Comincia come in una storia d’indagini che si rispetti: comincia con il pedinare il maggiore degli indiziati nella speranza, quasi sempre ingiustificata, di una sua azione rivelatrice ..

Il nostro questurino, nonostante i consigli di Rosas, dello zoppo, e dell’io narrante che è un po’ la voce della sua coscienza, non è uno che afferra subito gli indizi.

Si lascia trascinare dagli eventi da una parte, dall’aiuto non richiesto di una strana contessina (la nipote della contessa), una ragazza molto più giovane e soprattutto molto più spigliata che accompagna Sarti per la città con la sua Mini.

Scritto nel 1983, questo romanzo di Loriano Macchiavelli vede la luce nuovamente oggi, dopo 39 anni, con l’idea di raccontare, a chi vive oggi, come si viveva, con quali aspettative, con quali problemi, in quell’Italia a cavallo tra anni 70 e 80.
Gli ultimi anni del terrorismo rosso con le mille sigle delle formazioni del partito armato a rivendicare omicidi e attentati e ad allertare la Questura.
Sono gli anni della strage alla stazione di Bologna, che non è una storia passata, tanto che siamo ancora qui a chiederci chi ci sia, sopra agli esecutori materiali (sebbene le ultime indagini della procura Generale di Bologna abbiamo aperto a scenari che dal neofascismo portano a pezzi dello Stato e alla massoneria, alla P2 di Gelli).

Hanno fatto sul serio e la bomba alla stazione l’hanno messa e senza avvertire, questa volta. Quando Sarti Antonio, assieme agli altri, è arrivato, non c’era nulla da fare se non contare i morti e i feriti.

Sono gli anni in cui gli altri, i diversi, erano ancora i meridionali, venuti al nord in cerca di una vita migliore e stipati in stanzoni a cinque sei alla volta, lontano dagli occhi delle persone perbene

Lei sa quanto sia difficile, oggi, trovare un appartamento confortevole in questa città e io, [..], vivevo da troppo tempo in un buco di stanza nella quale neppure un immigrato del sud metterebbe piede.

Ma nel romanzo compare un nuovo protagonista, nella Bologna dotta, la signora perbene come l’aveva definita in un altro libro Macchiavelli. È la mafia, questa piovra criminale che si insinua nel tessuto della società con la forza dei soldi, delle minacce, per prenderne possesso.

Un mostro che fa paura, anche al nostro povero sergente Sarti Antonio, che prima di arrivare al colpevole, dovrà prendere tante cantonate, prima di imbroccare la pista giusta.

Ma noi sappiamo che Sarti avrà anche tanti difetti (e quel problema di colite nervosa..), ma è anche un poliziotto col dono della testardaggine, ostinato e soprattutto, onesto.

La scheda del libro sul sito di Einaudi

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12 settembre 2022

Presadiretta – Sole vento uranio

I combattimenti attorno alla centrale nucleare di Zaporiza hanno tenuto il fiato sospeso il mondo, come avevano preoccupato gli scontri attorno a Chernobil.

A marzo un missile è scoppiato a 400mt da un reattore: nonostante i reattori possano resistere ad impatti esterni, non resistono a missili da crociera.

I combattimenti attorno alle centrali preoccupano gli esperti, anche per le condizioni in cui hanno dovuto lavorare i tecnici in queste centrali, senza potersi riposare, per le pressioni ricevute dai soldati russi.
A marzo, racconta il servizio di Presadiretta, l'Agenzia Internazionale per l'energia atomica ha cercato di negoziare con Russia e Ucraina per mettere in sicurezza gli impianti: un accidente nucleare sarebbe un moltiplicatore di questo dramma per dieci volte.

Ci sono voluti tre mesi per entrare nella centrale più grande in Ucraina: si è sfiorato il disastro, dicono dall'Agenzia, potevamo arrivare ad una catastrofe, le centrali nucleari non sono pensate per resistere ad attacchi nucleari.

Paradossalmente la guerra in Ucraina ha dato voce nuovamente al nucleare: Presadiretta ha dedicato la prima parte del servizio al nucleare, partendo dalle miniere in Kazakhstan.

Elena Stramentinoli è andata nella capitale di questo stato, Nur-Sultan, una città in piena espansione, ovunque si vedono gru per nuovi cantieri. Con i suoi 3ml di metri quadrati, il Kazakhstan è il nono paese più grande al mondo, otto volte la Germania. Fino al 1991 faceva parte dell’Unione Sovietica ma ora che è una repubblica autonoma gioca una sua partita geopolitica contando sua sua posizione strategica, tra Asia e Europa, e sul fatto che è uno dei paesi più ricchi di materie prime, preziosissime oggi. Gas, petrolio, terre rare e anche uranio naturale, di cui il Kazakhstan è primo produttore al mondo.

A gestire questo patrimonio è l’azienda di Stato Kazatomprom. Presadiretta ha intervistato il suo portavoce, Askar Batyrbayev: “il Kazakhstan rappresenta circa il 46% di produzione di uranio nel mondo, nel 2021 abbiamo venduto il nostro uranio a 21 diversi clienti in otto paesi diversi, in Asia, Europa, Cina, ma abbiamo venduto uranio anche alla Russia. Perché il nucleare non è stato toccato dalle sanzioni.”

Qual è il peso dell’uranio rispetto al mercato delle altre materie prime?

“Il mercato dell’uranio vale circa 9 miliardi di dollari l’anno, se lo paragoniamo col mercato del petrolio è circa 250 volte inferiore, ma in termini di sicurezza energetica è molto importante perché con l’attuale situazione geopolitica i prezzi dei combustibili fossili che salgono e scendono, tutti riconoscono che dovrebbe esserci una fonte di energia sostenibile, pulita e stabile. Molti paesi come gli Stati Uniti, la Cina ma anche l’Europa hanno riconosciuto il nucleare come energia pulita e questo ha permesso l’accesso a finanziamenti per costruire le proprie centrali nucleari. Si stima che il mercato del nucleare crescerà nel prossimo futuro del 2% circa. E dopo il 2030 l’aumento sarà anche significativo.”

Il prezzo dell'uranio è cresciuto del 20% e il Kazakhstan avrà un ruolo sempre maggiore nel mondo, per i suoi giacimenti di questo materiale: la giornalista ne ha visitato uno, quello di Inkai, gestito in joint venture tra Kazakhstan e Canada.

I lavoratori della miniera sono sottoposti a precisi controlli medici: dal 1976 i lavori di estrazione non si sono mai fermati, serviranno altri anni per scoprire l'intera dimensione del giacimento.

L'uranio si trova nella sabbia, non nelle rocce come in Africa: la tecnica per estrarre l'uranio è economica e anche meno impattante, con dei tubi dove si pompa acqua e un reagente, per far salire in superficie questo materiale.

L'uranio viene separato dall'acqua, viene solidificato e lasciato decantare sul fondo di vasche. Alla fine si arriva allo yelow cacke, un materiale molto denso.

L'uranio, che in questo paese verrà estratto almeno per altri dieci anni, viene esportato all'estero, ma il governo sta anche pensando di costruire una centrale, nonostante qui la vecchia Unione Sovietica abbia effettuato dei test nucleari e le persone sono state sottoposte alle radiazioni.
Per arricchire l'uranio serve un altro processo, molto più costoso: Presadiretta è andata in Francia, il paese che ha sposato il nucleare convintamente tanto da spingere l'Europa ad inserirlo nella tassonomia verde.

La Francia è il più grande produttore di energia nucleare in Europa: in Provenza c'è il più grande sito di arricchimento in Europa, venduto poi a tutto il mondo.

L'uranio prima di diventare combustibile passa per un processo di centrifughe, alla fine viene messo in fusti mandati poi nel mondo: un fusto costa anche 2 ml di euro.

Tutto il mercato del nucleare e dell'uranio è in crescita, perché nel mondo si costruiscono sempre più centrali nucleari: ci sono 50 centrali in costruzione e 90 in progettazione, perché cresce la domanda di energia e per la decarbonizzazione.

La Cina è paese che sta costruendo più centrali, vuole diventare leader del mercato al mondo. Dopo la Cina c'è la Russia, l'Egitto, gli Emirati e poi l'Arabia. In Africa ci sono una ventina di paesi che hanno firmato un memorandum con Russia e Cina per costruire centrali.

Anche l'Unione Europea ha deciso di investire in nucleare, specie dopo il voto al parlamento europeo sulla tassonomia: gas e nucleare possono ricevere investimenti pubblici.

Una notizia che fa felice Euratom, l'associazione dei produttori di nucleare: il nucleare, dicono, è pulito, sostenibile, serve per la nostra indipendenza energetica.
Il nucleare è uno strumento di potere per condizionare la politica di altri paesi: chi ha queste competenze tecniche si trova in vantaggio su altri.

Interessati al nucleare in Europa c'è la Francia, per i suoi interessi nazionali (l'industria è quasi tutta in mano allo stato), ma anche la Polonia e altri paesi europei.
La Francia punterà su nucleare e altre energie “verdi”: questo voto in Europa ha spaccato i paesi, perché non tutti considerano il nucleare una energia “green”.

Verdi e sinistra europea hanno lottato contro gas e nucleare: è un controsenso, da una parte dobbiamo chiudere col gas e poi mettiamo il gas nella tassonomia? Il nucleare poi va avanti solo grazie a fondi pubblici, nessun privato investe nel nucleare senza un sussidio pubblico.

Anche in Italia si parla di nucleare: le centrali che si stanno costruendo nel mondo sono di terza generazione, si impiegano 6-7 anni per costruirle e costano miliardi per la realizzazione.

In Finlandia c’è una centrale in via di costruzione da 12 anni, a Olkiluoto, a nordest di Helsinki, su un’isola che è anche un’area protetta: i due reattori di prima generazione sono stati costruiti tra il 1979 e il 1982, ognuno produce circa 900 MgW di energia. C’è anche un reattore EPR, di tecnologia francese, di terza generazione, capace di produrre 1600 MgW/ora ancora in fase di test. Quando entrerà in funzione coprirà circa il 15 % del fabbisogno energetico della Finlandia. Questo EPR doveva iniziare a produrre energia 12 anni fa, Presadiretta era stata già qui nel 2010, quando il cantiere era ancora lontano dall’essere terminato. Alla fine sono serviti quasi 17 anni per completare la centrale e i costi sono saliti alle stelle. La TVO, una società privata finlandese, avrebbe dovuto pagare ai francesi 3 miliardi di euro, per comprare la centrale ma il prezzo è quasi raddoppiato.

Per la Finlandia è stato un problema non avere la centrale pronta, ha perso 12 anni di energia, con un costo quasi raddoppiato: ma anche per i francesi ci sono stati problemi, la loro azienda privata Areva è andata in crisi per completare la realizzazione dei reattori di terza generazione.

Al mondo ci sono solo due reattori di terza generazione che funzionano al mondo, in Cina. In Europa se ne sta costruendo uno a Flamanville, doveva finire nel 2014 ma forse andrà in funzione a fine 2022, con un costo di 22 miliardi.

Gli EPR sono reattori complessi, perché progettati per essere sicuri, dunque lavorano in modo ridondante: la centrale è pensata per resistere a quasi tutte le situazioni critiche, il reattore non è sicuro al 100% ma è il più sicuro al mondo.

Di certo è il più difficile da costruire, anche perché non abbiamo costruito centrali per anni, perdendo tempo rispetto agli anni d'oro del nucleare civile.

Ad Okiluoto la centrale consegnata dai francesi ha ancora problemi di produzione e servirà tempo per risolverli: il costo finale salirà a 50 miliardi dopo quasi vent'anni.
Se si fosse investito in energia eolici si sarebbero risparmiato tempi e costi: questo ha fatto cambiare idea al governo finlandese, dove il cantiere per una nuova centrale (di tecnologia russa questa volta) è stato bloccato.
Il nucleare in Finlandia copre il 30% dell'energia prodotta ma ora questo paese sta puntando sulle rinnovabili: il mercato del nucleare è nelle mani di poche aziende che fanno oligopolio, c'è il problema dei rifiuti che da qualche parte vanno stoccati.
LA Finlandia ha pensato ad un deposito definitivo, unico al mondo: un tunnel scavato nella roccia a 500 metri sotto terra, sarà pronto nel 2025.

Il deposito è progettato per contenere le scorie per centomila anni, non avrà bisogno di alcun controllo, non ci saranno misure di controllo attive (come segnali che indicano la presenza di rifiuti radioattivi nella zona del deposito).

L'Italia aveva firmato un accordo nel 2009 con EDF per costruire nuove centrali: avremmo speso miliardi di euro senza avere alcuna centrale già pronta.

Per fortuna che al referendum del 2011 gli italiani hanno detto no.

In Italia delle vecchie centrali nucleari ( 35 in totale) 4 non sono ancora state messe in sicurezza, stiamo ancora spendendo soldi per il loro smantellamento: una di queste è a Latina, ad oggi abbiamo realizzato solo il 35% del lavoro.

A Garigliano, la Sogin (la società che deve seguire i lavori) ancora deve lavorare sul nocciolo del reattore: non è stato deciso dove mettere le scorie.

A Trino la Sogin ha completato il 32% dei lavori, mentre a Corso Sogin ha completato il 38% dei lavori. Abbiamo perso tempo all'inizio, quando ancora c'era del personale che conosceva quegli impianti e sapeva come procedere.
Molti degli ex dipendenti di quegli impianti oggi non ci sono più, perché sono passati troppi anni dalla chiusura degli impianti.

La Sogin ha rimandato la fine dei lavori nel 2036, spendendo 4,128miliardi (alla fine spenderemo più di 7 miliardi per smantellare le centrali).

Spenderemo 900ml di euro per il deposito delle scorie: abbiamo 31mila metri cubi di scorie che oggi stanno in diversi depositi pubblici e privati.

Dove si farà il deposito? Nel gennaio 2021 Sogin ha pubblicato un lavoro che individua diversi possibili siti, ma le regioni hanno detto no.

Nel frattempo le scorie sono in depositi provvisori, come a Saluggia: i rifiuti dovevano essere solidificati, Sogin ha deciso dopo tanti ritardi di cementarli, ma ancora non ha completato il processo di cementificazione. Il rischio è che a seguito di una inondazione questi rifiuti finiscano nei fiumi e nell'acquedotto del Monferrato.

Nel passato si è contaminata la falda superficiale, ma il rischio è di togliere l'acqua a migliaia di cittadini.

In Germania sono 18 le centrali da dismettere. Presadiretta è andata nella regione di Sleswig-Holsteen al nord che confina con la Danimarca e si affaccia sul mare del nord: nel piccolo paese di Brokdorf vivono mille persone in mezzo al verde: in questo paese è ospitata una delle 18 centrali nucleari tedesche, si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dal paese. Il 31 dicembre 2021, dopo 36 anni di attività la centrale è stata chiusa definitivamente e staccata dalla rete elettrica, insieme ad altre due centrali, di cui una in Baviera. La chiusura è arrivata dopo che la Germania ha deciso di uscire definitivamente dal nucleare. Ma il nucleare continuerà a costare sulle casse pubbliche dello Stato ancora per decine di anni: le centrali vanno smantellate, a Brokdorf la proprietà ha comunicato che il cantiere sarà terminato nel 2040, tra 18 anni. Un reattore non si può spegnere come il motore di una moto, prima di intervenire occorre che il livello di radioattività si abbassi sotto una certa soglia, e ci vogliono anni. Poi una centrale si smonta pezzetto per pezzetto, si provoca polvere radioattiva, che va aspirata per evitarne la fuoriuscita e le procedure di autorizzazione sono meticolose, tutto questo richiede decenni.

Poi in Germania, come in Italia, occorrerà trovare il deposito dove stoccare le tonnellate di materiale radioattivo delle 18 centrali che verranno smantellate.

Negli anni settanta era stata individuata una miniera di sale, Asse: ma sono state individuate infiltrazioni di acqua, dunque la miniera rischiava di diventare una bomba ad orologeria.

Dentro la miniera ci sono tonnellate di plutonio e uranio: per causa delle infiltrazioni ci sono state contaminazioni, i fusti si stanno consumando e se il pozzo affondasse nell'acqua ci sarebbe una pericolosa contaminazione per l'ambiente.

Mettere in sicurezza questa miniera potrebbe costare anche 10 miliardi di euro: il nucleare costa fino alla fine, anche dopo che spegni la centrale.

Città di Paine, Bassa Sassonia: qui si trova la BGE la società che dovrà gestire il disastro della miniera di Asse e in seguito le altre scorie.
La BGE sta lavorando anche nella miniera di ferro di Konrad a 1200 metri di profondità: per questo sito che doveva essere pronto nel 2020, ma entrerà nel funzione nel 2027.

La Germania sta ancora cercando un sito per le scorie ad alta radioattività, che dovrà essere sicuro per migliaia di anni, fino al milione di anni: lo stato tedesco ha chiesto un fondo di 25 miliardi di euro dalle società private del nucleare, ma alla fine questo deposito potrebbe costare fino a 100 miliardi

La Germania ha deciso di tenere in stand by due delle tre centrali tedesche che, ancora attive, dovevano essere dismesse: è stata una risposta alla crisi energetica, saranno riattivate in caso di blackout. Questo non significa che la Germania è tornata indietro dalla sua idea di fermare lil nucleare, il suo futuro energetico sarà sulle rinnovabili e sull'idrogeno.

Per raggiungere l'80% di rinnovabili la Germania ha stanziato un fondo da 280 miliardi che sarà attivo entro il 2026.

In Italia il governo Draghi ha commissariato la Sogin, perché tiene molto al dossier nucleare.

Il nucleare di quarta generazione

Nel mondo si sta studiando il nucleare di quarta generazione, che dovrebbe risolvere il problema delle scorie.

Ci sono solo due reattori dimostrativi al mondo, in Cina e Russia. In Itaila a Torino ci sta lavorando una start up, Newcleo, in collaborazione con Enea: lavorano ad un reattore più piccolo, a Plutonio, che alimenterà un generatore di energia.

Ne ha parlato in studio Stefano Buono: questi reattori potrebbero essere alimentati anche da scorie di vecchie centrali.

Alla fine del processo tecnologico, che sarà pronto tra dieci anni, ci saranno comunque delle scorie, ma saranno molte meno rispetto al nucleare di terza generazione, “pochi bidoni”, per fare un confronto.

È una tecnologia promettente e interessante: un primo prototipo sarà pronto tra qualche anno, una piccola centrale, ma per gli impianti da 100 MgW dovremo aspettare qualche anno ancora: si parla di 15 anni, secondo i piani attuali.
Ci sono molti finanziamenti privati su questo progetto, che potrebbe risolvere del tutto i problemi del nucleare.

La via delle energie rinnovabili.

Come ha fatto il Portogallo ad arrivare a questi livelli di produzione di energia rinnovabile?

La scorsa settimana Alessandro Macina ha mostrato le soluzioni innovative messe in campo per sfruttare l'energia del sole e del vento.

Come il solare galleggiante piazzato sull'acqua della centrale idroelettrica più grande del paese (che produce più energia rispetto ai pannelli messi sulla terra).

Il governo portoghese è anche il maggior produttore di energia eolica con turbine piazzate a 200 miglia dalla costa, impianti eolici che galleggiano sul mare, che producono elettricità anche col mare in tempesta.

Sono impianti realizzati dalla EDP, ex azienda di Stato, che sta puntando decisamente sulle rinnovabili: è una scelta che consente di arrivare ad una indipendenza energetica, non intendono investire nel nucleare (più costoso e che non risponde alla domanda energetica a breve).

Anche dal moto ondoso si ricava energia, con le boe: sono tecnologie che si potrebbero usare negli oceani.

Il Portogallo come è arrivato a questo?

Da tutto il mondo arrivano in Portogallo per investire e progettare impianti di energie rinnovabili: sono impianti rinnovabili ibridi, che si agganciano a più fonti diverse, nello stesso impianto si usano sole e vento.

La politica ha fatto delle scelte precise: si sono favoriti impianti ibridi, hanno velocizzato la sostituzione di vecchi impianti (per cui non si richiedono nuove valutazioni di impatto ambientale). Puntano al 100 % di energia da rinnovabile entro il 2035: in Portogallo considerano le rinnovabili una strada per risollevarsi dalla crisi economica.

E in italia che succede?

Siamo al 38% di energia prodotta dalle rinnovabili (in Portogallo arriveranno all'80% nel 2026).

In Italia abbiamo una filiera di ricerca e di tecnologia per sfruttare vento e sole e per raggiungere l'obiettivo fissato dall'Europa (-55% di emissioni nel 2030): ma dobbiamo liberare le rinnovabili dalle catene che bloccano questo settore.

La EDP non ha intenzione di sviluppare progetti in Italia: servono troppi anni per realizzare progetti, ci sono tempi lunghi, servono troppe autorizzazioni.

A Taranto sono serviti 14 anni per realizzare un impianto di eolico che in questo momento sta entrando in produzione, realizzato dalla Renexia.

14 anni per i permessi sono un tempo infinito, la tecnologia si aggiorna ogni sei mesi: una variazione degli impianti costringe a nuove autorizzazioni con un allungamento dei tempi.

Renexia ora stanno già lavorando per un nuovo parco eolico nel mare di Sicilia, di 2800 MGW, con 190 aerogeneratori. Ma l’assemblea regionale siciliana ha dato per ora parere negativo sul progetto Med Wind, questo impianto a 60km dalla costa, con la stessa tecnologia flottante come in Portogallo. Ancora una volta un no, un altro no che impedisce all’Italia di crescere nelle rinnovabili.

L'Associazione nazionale dell’Eolico (@AnevEolico) ha calcolato che se dessimo le autorizzazioni agli impianti in lista d'attesa potremmo produrre già adesso 80 TWH di energia eolica, il 20% del nostro fabbisogno energetico totale, e stiamo parlando solo di eolico. Ma cos'è allora che frena questa rivoluzione in Italia?

Gianni Silvestrini è un ingegnere che è stato DG del ministero dell'ambiente: a Presadiretta racconta che oggi l'Italia sta perdendo il treno delle rinnovabili, è una fonte energetica che tutti i paesi hanno in casa, ci rendono indipendenti dal gas (e dall'uranio), ci avvicinano all'obiettivo di emissioni zero. Oggi le rinnovabili non hanno bisogno di incentivi, gli impianti si ripagano da soli: serve liberare questa industria dalla burocrazia.

A Taranto la seconda industria dopo l'Ilva è quella che produce pale eoliche, che al 99% sono esportate nel mondo, perché in Italia solo il 7% di energia deriva dal vento.

Anche per il fotovoltaico servono mesi per i permessi, nonostante questo abbiamo delle punte di diamante in questo settore come l'impianto Enel di Catania, dove producono pannelli che competono con quelli cinesi.

Reiwa Engine è una startup catanese che sfidando i cinesi: hanno inventato un robot che si muove sui pannelli per rimuovere la polvere e fa la diagnosi sul suo stato di salute.

Manca solo la volontà politica di puntare su questo mercato: la Confindustria di questo settore, Elettricità Futura, ha scritto a governo e regioni per spingere su questo tasto.

Dovremmo andare più veloci nell'installare nuovi impianti: è una soluzione nel medio termine, ma se non partiamo in modo deciso adesso, rischiamo di perdere ulteriore tempo.

Presadiretta ha sfatato diversi falsi miti sulle rinnovabili: a Scalea si usano impianti fotovoltaici per coprire le serre con piante di limone. Si può fare fotovoltaico assieme all'agricoltura, a cui non ruba alcun terreno.

Anche mettendo pannelli lungo la rete autostradale o i canali irrigui, farebbe risparmiare suolo.

I pannelli potrebbero essere messi anche sugli edifici pubblici, nelle aree militari.

Se investissimo nelle rinnovabili come cambierebbero gli scenari economici: Leonardo Becchetti professore alla Tor Vergata spiega che avremmo benefici all'inflazione e alla crisi economica. Le rinnovabili sono la risposta per il problema della Co2, per i costi dell'energia, per la volatilità del prezzo, per essere indipendenti da altri paesi per la nostra energia.

Si deve lavorare col sistema degli accumuli, su scala piccola e su scala nazionale: non c'è da aspettare, c'è da correre – continua Becchetti.

Il governo è in ritardo sui decreti attuativi delle comunità energetiche, non sta facendo molto sui pannelli solari sugli edifici pubblici come le scuole (che dopo un anno non dovrebbero pagare bollette).


In Italia potremmo avere una comunità verde come quella raccontata da Riccardo Iacona a fine trasmissione: la regione di Sleswig-Holsteen esporta l'energia prodotta dall'eolico in tutta la Germania e l'energia è prodotta direttamente dai cittadini di queste comunità che combinano energia e agricoltura.

Le pale eoliche sono prodotte dalla Dirkshof di Dirk Ketelsen, un’azienda dove i parchi eolici sono affiancati da campi coltivati e zone dedicate all’allevamento: le pale eoliche producono energia per 1 milione di persone per un anno e hanno un’aspettativa di vita di anche 30 anni. Tutto infinitamente meno costoso del nucleare, almeno finché vento e sole non costeranno un euro. L’intera comunità partecipa al parco eolico: sono le 350 persone che vivono attorno al parco e che adesso sono diventati soci.

11 settembre 2022

21 anni dopo – 11 settembre

Io me lo ricordo ancora dov’ero 21 anni quando, nel pomeriggio dell’11 settembre 2001, due aerei di linea americani venivano dirottati e mandati a schiantarsi contro le Torri Gemelle a New York.

In ufficio la notizia arrivò dai canali internet: avevamo anche una piccola televisione, dove seguivamo l’avvicendarsi delle notizie. Un incidente. No, impossibile dopo il secondo schianto. Allora è un attentato. Un attentato organizzato da due gruppi di attentatori di Al Qaeda, un’organizzazione terroristica islamica: questa volta ad essere colpito non era un obiettivo lontano (sebbene solo otto anni prima c’era stato un attentato nei sotterranei delle Torri). A bruciare erano due palazzi simbolo di New York.

Cosa è successo dopo, anche questo me lo ricordo: da una parte la psicosi di nuovi attacchi, per la scoperta di quanto potessimo essere vulnerabili. Dall’altra la risposta di “pancia” nei confronti dei diversi, le persone con la faccia diversa dalla nostra. Bombardiamoli, uccidiamoli.

La guerra in Afghanistan contro il regime dei talebani e poi, nel 2003, la guerra in Iraq, con la bugia delle armi di distruzione di massa.

Sebbene Al Qaeda ricevesse finanziamenti dai sauditi, come Saudita era Bin Laden e sebbene 15 dei 19 dirottatori fossero sauditi, l’amministrazione Bush decise di attaccare l’Afghanistan, per una occupazione durata poi 20 anni e terminata col ritorno dei talebani.
D’altronde i legami tra Bush padre e figlio e l’Arabia erano molto stretti, lo racconta nel suo documentario Michael Moore, Fahrenheit 9/11: il 7% dell’economia americana era nelle loro mani, erano soci dentro il gruppo Carlyle, un gruppo con forti interessi nel settore della difesa, su cui arrivarono miliardi di fondi pubblici per le spese militari.

Si arrivò poi alla guerra in Iraq, per abbattere il regime di Saddam Hussein ritenuto colpevole (in base a prove false) di avere contatti con Al Qaeda e di essere in procinto di realizzare armi di distruzione di massa. Non era vero: Bush, Blair, Powell, hanno mentito al mondo.
Quello che importava erano i profitti che sarebbero arrivati per la guerra, con la spartizione del petrolio iraqeno.
Se non ci fosse stato il lavoro di Wikileaks e il coraggio di poche “gola profonda” nel sistema militare non sapremmo nemmeno dei crimini di guerra, delle torture di Abu Ghraib, delle rendition (come quella dell’Imam Abu Omar qui in Italia), di quanto successo a Guantanamo.

Se avete voglia di approfondire, leggetevi Il potere segreto della giornalista Stefania Maurizi (Chiarelettere). Da una parte la retorica della guerra per esportare la democrazia, dall’altra le falsità di un presidente che manda in guerra ragazzi di poco più di vent’anni e che, cosa ancor più ignobile, si permise pure di tagliare i fondi per l’assistenza dei militari coi postumi della guerra.

A 21 anni da quell’11 settembre 2001 cosa rimane? Viviamo un’epoca dove è stato sconfitto il terrorismo? Abbiamo esportato la democrazia in Iraq e Afghanistan?

Si sono rafforzati gli strumenti sovranazionali per gestire le controversie tra paesi?
La guerra in Ucraina ha fatto irruzione nelle nostre vite: da una parte un regime, quello di Putin, deciso a riconquistare la sua zona di influenza ai confini dell’Europa, senza preoccuparsi delle scelte dei popoli. Dall’altra la Nato e gli Stati Uniti che stanno alimentando questa guerra che non sembra destinata a terminare a breve.

Ancora una volta si assiste al tifo, alla propaganda della guerra, al doversi schierare da una parte o dall’altra, pena l’essere ritenuti complici o amici del nemico.
Quel nemico, Putin, che fino a poco tempo fa erano nostro partner commerciale: a Putin e al suo gas ci siamo legati nel corso degli anni e dei governi passati.

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza.

George Orwell 1984

Anteprima Presadiretta – Sole vento uranio

Qual è la ricetta per chiudere coi combustibili fossili, come richiesto da tutti gli esperti per evitare che gli effetti dei cambiamenti climatici? Puntare sulle rinnovabili, sul nucleare o su un mix di entrambe?

In questa puntata di Presadiretta si parlerà sia delle rinnovabili (una scelta irrinunciabile la definisce nell’anteprima Riccardo Iacona) che del nucleare, una soluzione di cui tanto si sente parlare, specie ora che siamo in campagna elettorale.
Dobbiamo fare come il Portogallo che ha iniziato anni fa una politica energetica verde che puntava sulle rinnovabili e che ora non deve sottostare i ricatti del gas russo perché l’energia la produce dal sole e dal vento?

Questo paese è il secondo produttore di energia pulita dal vento dopo la Danimarca: le turbine sono state realizzate lontano dalla costa, non visibili, le quali generano più energia rispetto a quelle sul territorio, più impattanti.

L'impronta green la si vede anche nelle città: piste ciclabili, zone a basso impatto di emissioni dove le auto devono circolare a bassa velocità, parcheggi con centraline per la ricarica.

Il paese arriverà all'80% di energia rinnovabile entro il 2026, quattro anni prima dell'Europa: tutto il paese si muove in questa direzione, grazie ad una precisa scelta politica.

La decarbonizzazione e la transizione energetica sono state una opportunità per risollevarsi dalla crisi economica che questo paese ha avuto qualche anno fa, hanno riconquistato la loro libertà.

Oppure dobbiamo tornare oggi come possibile alternativa al gas: oggi ci sono 441 reattori operativi al mondo e più di 50 sono in fase di costruzione – racconta Mattia Baldoni di Agenzia Nucnet?

Presadiretta è andata in Germania, nella regione di Sleswig-Holsteen al nord che confina con la Danimarca e si affaccia sul mare del nord: nel piccolo paese di Brokdorf vivono mille persone in mezzo al verde: in questo paese è ospitata una delle 18 centrali nucleari tedesche, si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dal paese. Il 31 dicembre 2021, dopo 36 anni di attività la centrale è stata chiusa definitivamente e staccata dalla rete elettrica, insieme ad altre due centrali, di cui una in Baviera. La chiusura è arrivata dopo che la Germania ha deciso di uscire definitivamente dal nucleare. Ma il nucleare continuerà a costare sulle casse pubbliche dello Stato ancora per decine di anni: le centrali vanno smantellate, a Brokdorf la proprietà ha comunicato che il cantiere sarà terminato nel 2040, tra 18 anni. Un reattore non si può spegnere come il motore di una moto, prima di intervenire occorre che il livello di radioattività si abbassi sotto una certa soglia, e ci vogliono anni. Poi una centrale si smonta pezzetto per pezzetto, si provoca polvere radioattiva, che va aspirata per evitarne la fuoriuscita e le procedure di autorizzazione sono meticolose, tutto questo richiede decenni.

Poi in Germania, come in Italia, occorrerà trovare il deposito dove stoccare le tonnellate di materiale radioattivo delle 18 centrali che verranno smantellate.


In Finlandia c’è una centrale in via di costruzione da 12 anni, a Olkiluoto, a nordest di Helsinki, su un’isola che è anche un’area protetta: i due reattori di prima generazione sono stati costruiti tra il 1979 e il 1982, ognuno produce circa 900 MgW di energia. C’è anche un reattore EPR, di tecnologia francese, di terza generazione, capace di produrre 1600 MgW/ora ancora in fase di test. Quando entrerà in funzione coprirà circa il 15 % del fabbisogno energetico della Finlandia. Questo EPR doveva iniziare a produrre energia 12 anni fa, Presadiretta era stata già qui nel 2010, quando il cantiere era ancora lontano dall’essere terminato. Alla fine sono serviti 17 anni per completare la centrale e i costi sono saliti alle stelle. La TWO, una società privata finlandese, avrebbe dovuto pagare ai francesi 3 miliardi di euro, per comprare la centrale ma il prezzo è quasi raddoppiato.

Da dove arriva l’uranio per le (eventuali) nuove centrali? Uno dei maggiori produttori di uranio naturale al mondo è il Kazakhstan: i giornalisti di Presadiretta sono andati fino alla capitale di questo paese, Nur-Sultan, una città in piena espansione, ovunque si vedono gru per nuovi cantieri. Con i suoi 3ml di metri quadrati, il Kazakhstan è il nono paese più grande al mondo, otto volte la Germania. Fino al 1991 faceva parte dell’Unione Sovietica ma ora che è una repubblica autonoma gioca una sua partita geopolitica contando sua sua posizione strategica, tra Asia e Europa, e sul fatto che è uno dei paesi più ricchi di materie prime, preziosissime oggi. Gas, petrolio, terre rare e anche uranio naturale. A gestire questo patrimonio è l’azienda di Stato Kazatomprom. Presadiretta ha intervistato il suo portavoce, Askar Batyrbayev: “il Kazakhstan rappresenta circa il 46% di produzione di uranio nel mondo, nel 2021 abbiamo venduto il nostro uranio a 21 diversi clienti in otto paesi diversi, in Asia, Europa, Cina, ma abbiamo venduto uranio anche alla Russia. Perché il nucleare non è stato toccato dalle sanzioni.”

Qual è il peso dell’uranio nel mercato di vendita delle materie prime?

“Il mercato dell’uranio vale circa 9 miliardi di dollari l’anno, se lo paragoniamo col mercato del petrolio è circa 250 volte inferiore, ma in termini di sicurezza energetica è molto importante perché con l’attuale situazione geopolitica i prezzi dei combustibili fossili che salgono e scendono, tutti riconoscono che dovrebbe esserci una fonte di energia sostenibile, pulita e stabile. Molti paesi come gli Stati Uniti, la Cina ma anche l’Europa hanno riconosciuto il nucleare come energia pulita e questo ha permesso l’accesso a finanziamenti per costruire le proprie centrali nucleari. Si stima che il mercato del nucleare crescerà nel prossimo futuro del 2% circa. E dopo il 2030 l’aumento sarà anche significativo.”

Ma le alternative al nucleare esistono, come dimostra il caso portoghese. Nella stessa Germania si trovano anche storie interessanti dal punto di vista della sostenibilità: Riccardo Iacona è andato visitare una una energetica dove si combinano energia ed agricoltura verde.

Si tratta della Dirkshof di Dirk Ketelsen, un’azienda dove al parco eolico sono affiancati campi coltiva e zone dedicate all’allevamento: le pale eoliche producono energia per 1 milione di persone per un anno e hanno un’aspettativa di vita di anche 30 anni. Tutto infinitamente meno costoso del nucleare, almeno finché vento e sole non costeranno un euro. L’intera comunità partecipa al parco eolico: sono le 350 persone che vivono attorno al parco e che adesso sono diventati soci.

Perché tutto questo non lo si può replicare in Italia? Perché i tempi per ottenere i permessi da noi sono molto più lunghi, anche 14 anni, tempo in cui la tecnologia rischia di diventare già obsoleta. È successo a Renexia, dove hanno aspettato tutto questo tempo per un parco tra permessi e ricorsi, ma che ora stanno già lavorando per un nuovo parco eolico nel mare di Sicilia, di 2800 MGW, con 190 aerogeneratori. Ma l’assemblea regionale siciliana ha dato per ora parere negativo sul progetto Med Wind, questo impianto a 60km dalla costa, con la stessa tecnologia flottante come in Portogallo. Ancora una volta un no, un altro no che impedisce all’Italia di crescere nelle rinnovabili.

L'Associazione nazionale dell’Eolico (@AnevEolico) ha calcolato che se dessimo le autorizzazioni agli impianti in lista d'attesa potremmo produrre già adesso 80 TWH di energia eolica, il 20% del nostro fabbisogno energetico totale, e stiamo parlando solo di eolico. Ma cos'è allora che frena questa rivoluzione in Italia?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

09 settembre 2022

Il segreto di Frannie, di Howard Owen


Giovedì 5 aprile

C’era stato un solo sparo. Su questo eravamo tutti d’accordo. Nessuno sapeva perché si trovasse in quel maledetto parco. Erano gli inizi di aprile, ma sembrava metà marzo. Il vento picchiava come un lancio interno su una mazza di alluminio. Perfino i soliti avventori, quelli che indossano i vestiti che gli altri buttano via, erano tutti al rifugio per i senzatetto oppure rintanati dove batteva il sole ma non il vento. Una settimana prima c’erano stati 27 gradi. Un pallone impigliato tra i rami di un albero e un frisbee abbandonato erano i tristi testimoni dell’inaffidabile primavera di Richmond.

Questo terzo capitolo della serie con Willie Black, il giornalista di cronaca capace di infilarsi nei guai per seguire le sue indagini, comincia con uno sparo.

In una fresca giornata di aprile, nel parco cittadino di Richmond (VA), qualcuno ha sparato a Les, l’ex giocatore di Baseball, il compagno di Peggy, la madre di Willie Black, giornalista storico del quotidiano di Richmond. È proprio Willie, dopo la notizia degli spari è arrivata in redazione via social (le nuove forme del giornalismo..) che, precipitatosi sul posto come cronista di nera, si trova di fronte il quasi padre portato via in barella.

Sono scattato prima che Gillespie potesse acciuffarmi, ma altri due agenti mi hanno trattenuto per le braccia finché non li ho convinti che l’uomo a terra era un mio amico. Stavano trasferendo Les sulla barella.

Chi potrebbe avercela così tanto con Les, tanto da sparargli con un fucile? Nessuno. Les è sempre stato benvoluto da tutti, non solo per il suo passato da campione di baseball nella squadra di Richmond, i Richmond Vess. Certo, aveva i suoi momenti no, come quando saliva sui tetti perché il suo cervello gli aveva detto di fare così. E allora toccava a Willie andarlo a riprendere. Perché aveva ridato il sorriso alla madre, dopo quei tre matrimoni falliti. Perché aveva ridato alla casa materna quel briciolo di serenità, anche dopo l’arrivo dell’Amico, il senzatetto che avevano accolto in casa, senza farsi troppi problemi per il suo odore.
E ora quel colpo di fucile, che non può che essere frutto della mente di un pazzo, uno squilibrato, una persona che cercava un obiettivo e che l’ha trovato proprio in quella persona seduta su una panchina nel Monroe Park.

Persona che ora si trova in ospedale, accerchiato da tutte le persone che gli voglio bene attorno al suo letto: Peggy, Willie, Andi, la figlia di Willie che proprio l’anno precedente era stata investita da un pirata, Abe, l’amico e coinquilino di Willie. E ora Les si trova fermo in un letto con una spalla fasciata e con quel colpo che gli ha tolto tutte le forze. E anche un po’ la voglia di vivere.

La polizia, controllando le telecamere, l’angolazione del tiro e tante altre cose, individua proprio un pazzo, come molto probabile cecchino: si tratta di un senzatetto con alle spalle tanti problemi e, cosa ancor più importante, qualche anno di servizio militare in Afghanistan, dove il fucile l’aveva usato eccome.
Ironia della sorte, per sparare l’uomo è entrato in uno degli appartamenti del Prestwould, lo stabile dove vive Willie, assieme ad Abe, l’amico di una vita.

La polizia non si sbottona molto di più, specie dopo che Willie ha fatto fare loro qualche brutta figura nel passato, su casi che gli investigatori avevano chiuso troppo in fretta.
Non potendo indagare sul caso, che forse per tutte le prove che inchiodano questo il senzatetto appena arrestato, Willie decide che è arrivato il momento di raccontare una storia. Prima di tutto perché si sente ancora un giornalista, nonostante sia forse uno degli ultimi della sua specie, di quelli che coltivano le fonti e non cercano le cose subito su internet. Uno di quelli vissuto nei tempi dove gli straordinari si pagavano e le notizie non le davi gratis su internet (ci avete mai pensato a quante persone lavorano per portarvi una notizia?).

Ma soprattutto per il suo amore per il baseball e per Les

Stavolta, però, ho deciso di fare un’eccezione. Tanto per cominciare, amo il baseball. Inoltre, mi piacerebbe fare qualcosa per dimostrare alla gente che conosce Les Hacker che c’è stato un tempo in cui quell’uomo era qualcosa di più di un vecchio rimbambito

Willie si prenderà qualche giorno di ferie (e qualche altro extra dai giorni di cassa integrazione) per raccontare la storia dei Vees nei lontani anni sessanta, gli anni in cui il patrigno (o comunque la cosa di più simile ad un padre) era considerato una stella.
L’idea gli viene parlando con uno strano personaggio, una di quelle persone cresciute e vissute dentro una squadrea, tanto da renderla ormai parte della struttura sportiva come il campo o gli spogliatoi. Si tratta di Jimmy Deacon, l’enciclopedia vivente dei Vees, tuttofare della squadra, uno di quelli che magari non si ricorda cose capitate nei giorni precedenti, ma conosce a memoria aneddoti su tutte le vecchie glorie.
E su di loro, sulla loro storia, sulla storia della squadra del Vees del 1964, Willie ha intenzione di incentrare la sua storia

Un articolo sui Richmond Virginians del 1964, ieri e oggi. Sarà pieno di interviste dei vecchi atleti ancora vivi, un sacco di amarcord

Seguendo la storia dei giocatori di quell’anno Willie si imbatte nella storia di una ragazza, venuta da Wells, una piccola città del Vermount, che ad un certo punto punto ha deciso che quella cittadina le stava stretta e che meritava di meglio. Per diventare una sorta di groupie della squadra, era perfino diventata fidanzata di uno di loro. Prima di quel fattaccio, capitato proprio nell’estate del 1964: anche questo esce dalla memoria di Jimmy

«Mi sono chiesto se tutto il casino di quell’estate, e quello che è successo in Florida la primavera dell’anno dopo, non sia stato per Les la goccia che ha fatto traboccare il vaso.»

Cos’è successo a Frannie quell’estate, tanto da averle cambiato la vita? E cosa è successo ai giocatori, i compagni di Les, molti dei quali sono morti, alcuni ancora giovani – morire non è un fatto inusuale nella vita, ma morire in modo strano, fa pensare ..

In questo terzo romanzo, Howard Owen mette al centro del racconto il gioco del baseball, le sue regole, i suoi riti, la sua storia. Cose che per molti lettori suoneranno anche strane, come il fatto che una squadra non debba essere necessariamente legata ad una città. O altri aspetti che suonano familiari anche dalle nostre parti, come l’interesse nell’investire in stadi nuovi con soldi pubblici.
Con la solita sua ostinazione, Willie porterà avanti la sua ricerca sui Vees andando alla fine a scoprire qual è questo “segreto di Frennie” che lega assieme una bella ragazza, giovane e destinata a voler vivere la sua vita, con le morti dei vecchi giocatori.
Rispetto agli altri romanzi, l’indagine, il giallo, vengono messi in secondo piano: il gioco con la palla e la mazza si prende tutta la scena in un racconto dove si parla anche di amore e di abbandono. E dove vediamo Willie alle prese coi suoi problemi: di alcolista che non riesce a dire basta prima che sia troppo tardi. Anche lui, dopo tre matrimoni falliti alle spalle sta vivendo una parentesi felice con una ragazza cresciuta nel suo vecchio quartiere, Oregon Hill, Cindy Peroni. Anche lei ha un passato alle spalle e non ha intenzione di versare altre lacrime, nemmeno per Willie a cui fa un discorso chiaro:

Se le cose si mettono male, se mi rendo conto che per colpa tua non dormo più e mi stanno aumentando le rughe, io me ne vado, e non mi guardo indietro.

C’è dentro la storia di una vita e di tante vite in questo romanzo: il dolore per la perdita di qualcuno di importante, i rimpianti per non aver saputo voler bene alle persone che avevi accanto (e il nostro Willie ne sa qualcosa).

E c’è spazio per i ricordi, della gioventù a Oregon Hill, quando già da bambini ci si doveva far rispettare con le botte. Le stesse botte che erano tollerate dai padri la sera, solo perché portavano il pane a casa.

La scheda del libro sul sito di NN Editore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

06 settembre 2022

Presadiretta – I signori del gas

Europa, togli le sanzioni e il gas riprenderà a girare: la Russia, con le dichiarazioni di Lavrov è stata chiara col suo ricatto sul gas che sta mettendo in crisi le nostre imprese e le famiglie.

Il gas che finanzia la guerra in Ucraina ieri ha toccato un altro picco, 283 euro Mw/ora, dieci volte il prezzo dello scorso anno. Il gas è un'arma economica puntata contro di noi.

L'arma del gas

Putin userà il gas per dividerci, per creare problemi alle nostre società: sono le parole di Timmermans, quando presentò la proposta di tagliare i consumi del 15% in Europa.

Oggi stiamo puntando al risparmio del gas e al suo razionamento: ma come siamo arrivati a questo?

Nel 2000 già l'Europa, in un documento metteva nero su bianco i rischi della dipendenza energetica, ma negli ultimi 20 anni in Italia la dipendenza è purtroppo aumentata.

Una volta il gas arrivava dall'Algeria, ma per la sua instabilità, abbiamo preferito il gas russo: era il 2006 e Eni firmava un accordo strategico con Gazprom a pochi mesi dal contenzioso tra Russia e Ucraina.

L'accordo trentennale con Gazprom sembrò la scelta giusta per il governo italiano, diventando però un'arma puntata contro l'Italia e gli altri paesi, coi tagli alle forniture del gas.
Ad ogni blocco, il prezzo cresceva: secondo Massimo Nicolazzi la Russia non bloccherà del tutto il flusso del gas (che incide sul reddito del paese, col gas si pagano pensioni e stipendi).

La realtà è che oggi la Russia sta dando all'Italia meno gas ma incassa più soldi, per i rincari, ma se la Russia chiudesse i rubinetti andremmo verso il razionamento, dove la politica deve decidere a chi far arrivare il gas e a chi no.

E il gas italiano?

Secondo il professor Bianchini il gas italiano coprirebbe solo una parte del fabbisogno, i giacimenti più profittevoli sono stati già usati, gli altri richiederebbero maggiori costi per l'estrazione.

La parola d'ordine è diversificare: i nostri ministri assieme all'AD di Eni sono andati in giro nel mondo per stipulare altri contratti che non saranno effettivi se non tra due o tre anni.

Il gas arriverà in forma liquida, dall'America, ma servono i rigassificatori: ad oggi ne abbiamo solo uno attivo che riceve il gas dagli USA, con contratti fino al 2027.
Snam ha comprato altri due rigassificatori con una spesa da 750ml di dollari: quello di Piombino sarà pronto non prima di sei mesi, l'altro a Ravenna ancora dopo.
Ma conviene puntare ai rigassificatori? Secondo gli analisti di Ecco, seguendo le politiche di decarbonizzazione, non conviene puntare a nuove infrastrutture ma sui risparmi.

Il viaggio nell'industria italiana

Presadiretta è andata in Veneto e Lombardia questo luglio per capire quale fosse la situazione coi rincari dell'energia.

A Brescia nello stabilimento della Feralpi si produce acciaio per l'edilizia, come i tondini per il cemento armato: lavorano col ferro riciclato, anche in Europa.
Il processo di fusione del ferro ha bisogno di energia: il presidente Pasini a luglio raccontava di come la guerra abbia loro costretto a prendere il gas da altri paesi e non più dalla Russia.

Ma questo ha portato ad un aumento dei prezzi, dovendo rimodulare un aumento dei contratti stipulati (prima della crisi): hanno in vista fermi prolungati da parte di tutti i produttori di acciaio, mandando in vacanza gli operai e alla fine ricorrendo anche alla cassa integrazione (da agosto a novembre 2022).

Tutti quelli che hanno vinto un appalto pubblico coi valori precedenti dell'energia si trovano nella stessa situazione: l'acciaio per le costruzioni, per la componentistica, i cavi, è tutto aumentato rispetto dai tempi dell'appalto. Così, alla Coima, azienda che lavora nel settore delle costruzioni, lavorano in perdita.

Il governo ha varato gli aiuti, ma non basta: sono a rischio tutte le opere pubbliche nel nostro paese, comprese quelle per mettere in sicurezza il territorio, come quello vicentino dopo l'esondazione del Bacchiglione.
Sempre in Veneto, Marangoni della Coima ha un appalto per bonificare le acque inquinate dal PFAS: con l'aumento delle materie prime questi cantieri costeranno di più allo Stato, anche del 30% di più.

Ma questo aumento mette a rischio il piano del PNRR, oltre ai costi dello stato.

Ma l'Italia può far poco: le aziende che hanno in mano le materie prime sono poche e fanno cartello. Vale per il gas e per il cemento, racconta il presidente di General System a Presadiretta: questa azienda scarica il cemento dalla Croazia, che a sua volta lo importa dalla Cemex cemento, che si divide il mercato con altre quattro aziende che posseggono migliaia di cementifici e fanno il prezzo del cemento nel mondo.

Anche l'acciaio lo dobbiamo comprare da fuori: il gruppo Marcegaglia lo scarica dal porto di Ravenna per lavorarlo nei suoi impianti.
Nello stabilimento di Ravenna sono stipati i rotoli di acciaio importati da tutto il mondo, prima della guerra anche dall'Ucraina.

L'acciaio è aumentato da 400 euro a 1200 euro, oggi siamo a 800 euro kg. A questo si deve aggiungere l'aumento di gas ed elettricità: il costo di produzione per il gruppo Marcegaglia è dunque raddoppiato.

Per capire l’impatto sul settore produttivo dei rincari in questo stabilimento bisogna tener conto che l’acciaio della Marcegaglia arriva ad altre 15000 aziende e impatta sull’edilizia, sui costruttori di auto, autobus e treni, sull’industria degli elettrodomestici, sull’agricoltura, sulla chimica, sugli arredamenti..

La JVP, un'azienda che lavora con l'acciaio per prodotti della casa, ha scelto di lavorare in perdita per rispettare gli appalti, ma chi non riesce a lavorare così, perché non ha alle spalle delle riserve, deve chiudere.
La cartiera Progest a Mantova si occupa di riciclare la carta: usano tanto gas per asciugare la carta, così il costo di produzione è triplicato, rendendo difficile fare qualsiasi pianificazione per la produzione.

I cartoni della Progest finiscono nell'impianto della famiglia Zago, che producono imballaggi per frutta, per la pizza: i rincari saranno scaricati sui clienti finali ammettono a Presadiretta.
Ma ci sono aziende, come la Tecnoriver che lavora nel tessile, che non possono aumentare i prezzi: molti dei dipendenti sono in cassa integrazione.

“Ci hanno portato la guerra in casa, chi se lo sarebbe immaginato ..” raccontano le operaie.
Ci sono imprenditori che non ce l'hanno fatta a sostenere questa situazione: Claudio Fiori si è ucciso, trovandosi in una situazione che non sapeva affrontare, non potendo pagar stipendi per problemi finanziari.

Le compensazioni del governo, in questi casi, sono solo dei tamponi, non bastano.

Assocarta dice che l'80% delle aziende è ferma, Federmeccanica dice che il 50% delle aziende sta decidendo la riorganizzazione del lavoro, il presidente di Federlegno dice che ad ottobre ci sarà il blackout. Il presidente di Farmindustria spiega che è la produzione dei prodotti medici sarà a rischio.

Tutte le condindustrie stanno lanciando un grido d'allarme, racconta in studio Marco Gay di Confindustria Piemonte: si deve agire adesso senza aspettare il nuovo governo.

Così Draghi ha messo per le imprese e per le famiglie sul piatto 50mld di euro ma non basta per le imprese, per il ricatto di Putin.
Se le aziende chiudono, rischiano di uscire dalle filiere produttive nel mondo, rischiando di rimanerne fuori per lungo tempo.

Non si può più fare una distinzione tra aziende energivore o meno: la risposta al ricatto di Putin deve arrivare dall'Europa, mettendo un tetto al prezzo del gas, per non far scoppiare una guerra tra poveri tra i vari paesi europei.
Si deve spingere per un negoziato per fermare la guerra: ci vuole la pace col rispetto dei paesi e dei popoli – la conclusione di Gay.

Il gas della libertà

Le aziende che estraggono il gas col fracking stanno vivendo adesso un momento felice: dall'America arriverà il gas liquido per sostituire quello russo.
Lo shale gas è il nuovo business: la proposta di Biden è fornirci via nave il loro gas liquefatto, per un totale di 15mld di gas per tutta l'Europa quest’anno.
Lo chiamano il gas della libertà: Presadiretta è andata a visitare il terminal della Cheniere dove si tratta il gas per renderlo liquido. Il 75% dei carichi vanno verso l'Europa, dove per colpa o grazie alla guerra i clienti di Cheniere hanno deciso di puntare sul vecchio continente.

I prezzi del gas alto rendono l'Europa una gallina dalle uova d'oro: altro che mercato che si regola da solo. Il mercato del gas liquido sta attraendo nuovi investimenti anche dall'italiana Banca Intesa: si tratta dello shale gas, gas estratto pompando acqua nelle rocce.

Ma si tratta di una rivoluzione tecnologica con danni incalcolabili per l'ambiente, perché si emette metano nell'atmosfera, perché consuma molta acqua.
Lo shale gas, il gas liquido che importiamo dall'America non è pulito – Presadiretta se ne era occupata lo scorso anno, in un servizio che aveva seguito gli impianti in Texas e in Luisiana.

I signori del petrolio, come quelli della Commonwealth LNG, si stanno lanciando nello shale gas e nel gas liquefatto: non si importano degli impatti sull'ambiente, quello che conta sono i profitti, rendersi indipendenti dal gas russo.
Noi abbiamo bisogno del gas americano, ma a che prezzo? Il nostro bisogno di gas sta spingendo il prezzo del gas in alto, causerà altre emissioni, di cui dovremo tener conto.

Cosa faremo quando il gas finirà? E cosa faremo quando gli effetti dei cambiamenti climatici non si potranno più nascondere? Nella zona tra la Luisiana e il Texas si stanno pianificando nuovi impianti per la liquefazione, strutture che guadagnano miliardi di dollari mentre gli uragani continuano a creare danni alla popolazione di queste zone.

Altro che gas della libertà, secondo gli ambientalisti che si battono contro lo shale gas, il film è diverso: “quale libertà, se sei drogato e cambi spacciatore, sei ancora dipendente dalla droga”.

In studio era ospite Matteo Villa, consulente dell'Ispi: a lui Iacona ha chiesto se con questo shale gas il costo di questa materia si alzerà o diminuirà?

Il mercato regola il gas – ha risposto il ricercatore - non Biden o gli accordi con l'Europa: gli Stati Uniti fanno soldi con lo shale gas, ma l'Europa dovrà rubare il gas da altri paesi, perché ce n'è poco. Alla fine, avendo lasciato mano libera al mercato e ai signori del gas, il prezzo sta crescendo anche in America e dunque ci saranno problemi economici anche lì, mentre le aziende del gas liquido e gli esportatori stanno facendo tanti soldi.

Il gas algerino

Il contratto con l'Algeria a quali condizioni è stato siglato? L'Algeria è il nostro secondo fornitore e a questo paese ci siamo rivolti: Draghi ha annunciato l'accordo la scorsa primavera, ma adesso non sappiamo ancora quanto gas riceveremo e nemmeno a quale prezzo.

Sono 3 mld di metri cubi quest'anno e 3 il prossimo, in cambio Eni investirà ancora di più in Algeria, con sviluppo di infrastrutture nel paese.

MA l'Algeria riuscirà a garantire questi metri cubi promessi?

L'ex ministro Attar racconta a Presadiretta che l'Italia è il paese collegato meglio all'Algeria, ma la capacità produttiva non è garantita, per cui si dovrà produrre gas di scisto estratto dal deserto algerino.
Ma in Algeria c'è anche Gazprom: secondo l'ex ministro più che il rapporto col gas, conta il rapporto militare ed economico tra Russia ed Algeria.

E se Putin facesse pressioni per bloccare il gas verso l'Italia? La Russia sa che nessuno potrà garantire all'Italia la quantità di gas russo.

C'è poi la questione del prezzo: l'Algeria ridiscuterà i prezzi del gas con gli aumenti generalizzati, ci sarà un aumento del 10 fino al 30% del valore. È il mercato, purtroppo.

L'economia algerina dipende molto da petrolio e gas: sono soldi con cui lo stato garantisce un buon welfare ai suoi cittadini, gli studi, le case.
Coi soldi del gas si è garantita la pace sociale, si è tenuto in piedi il regime e quando questo non basta, scattano le proteste. E gli arresti di molti oppositori oggi rinchiusi nelle carceri.
Il gas è usato come arma diplomatica con altri paesi come il Marocco: lo scontro nasce dalla rivendicazione dei territori contesi, su cui la Spagna ha appoggiato il Marocco.

La posizione di forza dell'Algeria nei confronti dell'Italia è stata già esercitata: lo dimostra la storia della sovranità territoriale algerina che, in modo unilaterale, è stata estesa nel 2018 fino a lambire le coste sarde. Hanno creato una sovranità nel mare a due passi dalla Sardegna – racconta a Presadiretta l’ex presidente Pili: la cartina pubblicata dal mensile Limes mostra quanto sia estesa questa zona. L’ex ammiraglio Fabio Caffio, di fronte a questa cartina, spiega come i pescatori sardi, superate le 12 miglia di acque territoriali potrebbero trovarsi, in teoria, una motovedetta algerina che gli addebita la pesca illegale nella loro zona: “L’Algeria ha esercitato una forma di potere geopolitico, allargare la giurisdizione sugli spazi marittimi in modo da acquisire più acqua e quindi più potere negoziale nei confronti dei vicini.”

L'Italia ha protestato nel 2018 ma non si sono mai fatti passi avanti, specie adesso dopo i contatti col governo algerino per il gas. Oggi l'Italia è sotto scacco dall'Algeria, per qualche miliardo di metri cubi di gas con cui abbiamo barattato la nostra sovranità nazionale.

Oltre a questo, siccome dall'Algeria non stiamo importando tutto il gas promesso è probabile che per soddisfare le richieste italiane gli algerini dovranno togliere del gas dalla Spagna – racconta in collegamento il ricercatore Villa. Ma c'era un'altra risposta possibile a questo ricatto russo?

Le guerre fossili

Energie fossili e guerre sono legate: i flussi di gas dalla Russia alimentano la guerra in Ucraina, oggi Gazprom vende meno gas ma, grazie all'aumento dei prezzi, sta incassando di più.

Tutto questo è stato preparato da tempo, danni: da una parte la diminuzione dei flussi e dall'altra parte l'aumento delle spese militari.

Putin sta puntando anche sulle armi nucleari, sia a livello strategico che a livello tattico, ovvero per colpire paesi più vicini.
L'anno di svolta è stato prima il 2008 con l'invasione della Georgia e nel 2014 con l'invasione della Crimea: molti analisti hanno correlato l'aumento dei prezzi dell'energia con lo scoppiare delle guerre, come successo adesso in Ucraina.
Gli stati petroliferi hanno risorse a cui attingere per le loro guerre e, a causa dell'aumento dei prezzi, possono ricattare altri paesi: l'Europa ha fatto fatica a rimpiazzare il gas russo, a buon mercato.

Il professor Michael Klare lega petrolio e guerre: per il petrolio sono state scatenate le guerre coloniali, Hitler ha invaso la Russia per il controllo del petrolio e così fino alle guerre in Iraq.
Gas e petrolio creano dipendenze e vulnerabilità per la sovranità nazionale: se li eliminassimo, potremmo eliminare anche le guerre nel mondo.

Matteo Villa è scettico rispetto alle manovre messe in piedi in Europa: ridurre le bollette, mettere il tetto al gas, sono manovre che hanno un costo, si rischia di mantenere gli attuali livelli di consumo col rischio di esaurire le riserve.
In Italia 50 mld sono stati bruciati in questi dieci mesi per ridurre le bollette in dieci mesi, mentre avremmo dovuto spendere miliardi per facilitare la transizione ecologica.

Come hanno fatto in Spagna e Portogallo: il Portogallo ha scelto di investire nelle rinnovabili, consumano poco gas e sono meno dipendenti dalle speculazioni sul mercato e dal ricatto russo.
A marzo tutta l'energia di cui ha bisogno il paese deriva dalle rinnovabili, ha chiuso le centrali a carbone e si appoggia oggi a sole e vento.
Il solare viene usato anche sulle acque di una diga esistente: si crea energia dal bacino idroelettrico e dai pannelli sull'acqua, con un impianto realizzato in cinque mesi.

Questo paese è il secondo produttore di energia pulita dal vento dopo la Danimarca: le turbine sono state realizzate lontano dalla costa, non visibili, le quali generano più energia rispetto a quelle sul territorio, più impattanti.

E in Italia? In Italia c'è un mercato difficile, per sviluppare i progetti ci sono tempi lunghi, colpa dei decreti che mancano per snellire le procedure per impianti di rinnovabili, mentre in Portogallo sono capaci di generare energia perfino dallee onde e in modo stabile.

L'impronta green la si vede anche nelle città: piste ciclabili, zone a basso impatto di emissioni dove le auto devono circolare a bassa velocità, parcheggi con centraline per la ricarica.

IL paese arriverà all'80% di energia rinnovabile entro il 2026, quattro anni prima dell'Europa: tutto il paese si muove in questa direzione, grazie ad una precisa scelta politica.

La decarbonizzazione e la transizione energetica sono state una opportunità per risollevarsi dalla crisi economica che questo paese ha avuto qualche anno fa, hanno riconquistato la loro libertà.