05 giugno 2026

I tramezzini di Rocco Schiavone – di Antonio Manzini


Non ricordava il giorno né se fosse estate o inverno quando una mattina, entrato nel bar sottocasa a Monteverde Vecchio per un caffè, vide i tramezzini chiusi nel cellophane. Uno per uno, come reperti presi in carico dalla polizia giudiziaria, frattaglie, resti di un delitto efferato. Gli venne da vomitare. «Ma che è?»

I tramezzini come metafora dei momenti, felici, tristi, da soli o con gli amici, della propria vita. Come i momenti della vita di Rocco Schiavone che Antonio Manzini ci racconta in questa raccolta di racconti, dove ognuno di questi è associato ad uno specifico tipo di tramezzini. Da avvolgere rigorosamente nei tovaglioli di carta, perché devono respirare anche loro.
Si respira aria di nostalgia per quel passato che, si sa, non tornerà più. Quel passato che ricordiamo magico perché eravamo tutti incoscienti e pensavamo che la vita fosse una lunga strada infinita..
Si respira anche aria del maestro Camilleri, citato nella terza di copertina, “perché chi ha gli arancini, chi i tramezzini”, ma tutti noi viviamo nei ricordi, nel credo e nel rispetto dell’amicizia.

Tramezzino tonno e carciofini

Il primo tramezzino che Rocco ha incontrato, quello della gioventù. Come nella gioventù del vicequestore è ambientato questo racconto. Roma, anni ‘70, quando ancora nei quartieri del centro vivevano i romani, come la famiglie di Rocco, Furio, Brizio e Sebastiano. E anche persone squallide come Er bustina..

Tramezzino spinaci e mozzarella

Tramezzino particolare, perché va riscaldato. Altrimenti è immangiabile.
A questo tramezzino, spesso buttato via a metà, è dedicato questo racconto che nasce da una domanda: si può risolvere un omicidio che non ha un movente?
È una domanda di uno studente, che sottopone al vicequestore l’omicidio del padre, rimasto insoluto, senza movente. Un caso che però appassiona Rocco, una storia che una volta entrata nel cervello non lo lascia, stare, tanto da portare avanti una sua indagine.

Fino al vero movente, perché un movente esiste sempre. Come esiste anche quella sensazione di sporco che rimane alla fine. La “palude”, il sentirsi sporco dal fango di questa vita.

Tramezzino con insalata di pollo

E’ il tramezzino dei ricordi. Di quando eravamo felici e spensierati. E stavamo ore ad ascoltare i racconti degli adulti, mica c’erano internet, i social e i telefonini con cui oggi ci isoliamo dal mondo pensando di starci dentro.
Come i racconti di Peter, un senza casa che dorme nella macchina del papà di Rocco. E a quattro ragazzini che un giorno sarebbero diventati adulti racconta una storia di dolore e amore, ambientata ai tempi dell’inverno più duro di Roma. Quello del 1943-44, di Roma città aperta, di via Rasella, delle Fosse Ardeatine. Che importa se poi non è una storia vera, se questo Peter se l’è inventata. È una storia che vi ha fatto pensare? Ridere? Piangere? “A questo servono le storie”. Come anche a ricordare. Chi erano i fascisti e i nazisti.

Tramezzino uova sode e tonno

Il tramezzino della speranza e dell’illusione. Come quella di Rocco che, imbarcandosi sul traghetto per Panarea, spera di dimenticare Marina. Uccisa per colpa sua il 7 luglio 2007.

Nonostante l’isola sia bellissima, che lo colpisce negli odori, nei colori, per quella vibrazione sotterranea che Rocco sente sotto i piedi, quel dolore non può andarsene. Quel vuoto.

Tramezzino uova sole e salame

Il tramezzino “azzardato”, che in Rocco sblocca il fiume dei ricordi. Come quelli di quando era uno studente che di fronte ai dogmi degli insegnanti coltivava il seme del dubbio, della curiosità.
Gli insegnanti ti parlano degli eroi, giovani e belli, del milite ignoto, glorioso e onorato sull’altare della patria?

Rocco è invece un ragazzino che vuole sapere. E così chiede al nonno come fosse la guerra. “Sangue e diarrea” la risposta. Perché questa è la guerra vista da parte di quelli che la storia la subiscono. Dalla parte sbagliata.

Fijo mio, nella guerra tutte ste cose dell’eroi io non l’ho mai viste, se cacavamo sotto e se trema, fijo bello. [..] E che voi sapè del milite ignoto? Rocco, tutti i soldati so militi ignoti, ricordati ‘sto fatto”.

Tramezzino rucola bresaola e grana

Eh beh, questo è il tramezzino dei tempi moderni, quelli dove ci si sposa con la cerimonia preparata dal wedding planner. Come Dorè Ansaldi Malatesta, scomparsi a pochi giorni dal matrimonio della figlia del professor Sanfelice, medico.

Ma non sarà un delitto, semmai un reato di legittima difesa .. Capirete alla fine.

Tramezzino mozzarella e pomodoro

Ambiguo questo tramezzino. È una caprese? Va scaldato?

Siamo a Roma e i quattro ragazzini sono cresciuti e pensano a cosa fare da grandi. Rocco vorrebbe studiare legge, “pensa se finisci a fare la guardia” gli dicono gli amici.

Chissà.. Certo che loro non sono ancora pronti per fare i ladri, come emerge da questo racconto che fa ricordare il film de “I soliti ignoti”.

Tramezzino salmone, avocado e maionese

Un tramezzino erotico, sicuramente. Come l’avventura che capita a Rocco quando in un locale, per stordirsi di alcool dopo una sfuriata con D’Intino, incontra una giovane e attraente ragazza. Che lo coinvolge in un gioco erotico, che finisce male.. O forse no.
Per una volta è Rocco, abituato a muoversi libero dalle regole, a finire con le mani legate.

Club sandwich

Non è un tramezzino, è vero. Ma il Club Sandwich da gioia, senso di abbondanza. Per prepararlo serve un senso di grande responsabilità – scrive Rocco nel corsivo che apre il racconto (o forse è Manzini?). Come lo è coltivare l’amicizia.

Come l’amicizia che lega Rocco con Brizio e Furio.
Che si trovano bloccati sull’autostrada tra l’Aquila e Roma, nel mezzo di una tormenta, costretti a passare una notte in un autogrill.

Qui incontrano altre persone bloccate in quel tratto dell’Appennino: un camionista, un tecnico di impianti antifurto, una coppia e poi la cameriera, il cassiere e il direttore dell’autogrill.

Dove avviene un delitto. Una rottura del decimo livello.

Un delitto in una stanza chiusa, anzi in un autogrill isolato. L’assassino deve essere una delle persone che sono state assieme a Rocco in quelle lunghe ore.
E per risolvere quel delitto, Furio e Brizio dovranno diventare delle “guardie”. Perché questo si fa per una vera amicizia.

Gli amici si dividono gioie e dolori”.
È proprio vero.

La scheda del libro sul sito dell'editore Sellerio

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30 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – la colazione degli italiani, il calcio italiano, la morte del piccolo Domenico e la stretta su Cuba

La morte del piccolo Domenico

Come è potuto accadere? Report si interroga sulla catena degli errori che ha portato alla morte di Domenico Caliendo dopo un trapianto di cuore. Troppi errori, grossolani, non possono essere un caso. Report ricostruirà sulla catena dei controlli che in questo caso (solo in questo?) è saltata.

La scheda del servizio: DOMENICO NEL CUORE di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Giulia Sabella e Norma Ferrara

In questi mesi il caso del piccolo Domenico Caliendo ha sconvolto l'opinione pubblica. L'errore fatale del cuore congelato e trapiantato a un bambino di due anni e mezzo ha commosso tutta l'Italia. Report ripercorre la catena degli errori, delle omissioni e delle responsabilità, svelando anche dei dettagli rimasti fino ad oggi nell'ombra. Chi sapeva? Chi ha taciuto? Chi doveva fare i controlli?

La colazione degli italiani

Questa volta Bernardo Iovene ci racconterà di cosa è fatto il cornetto che mangiamo alla mattina a colazione: come è fatto il cornetto che ci mangiamo al bar? Magari è talmente buono che non ci poniamo nemmeno la domanda di cosa sia fatto. Perché si sceglie la margarina e non il burro? Perché è più leggera risponde il barista pasticciere, ma nemmeno la margarina è del tutto naturale. A volte nella lista degli ingredienti compare anche il burro, ma è perché a Napoli, dove è stato fatto il servizio che vedete in anteprima sui canali social di Report, la margarina a volte si chiama burro. La margarina si lavora meglio, non si scioglie col caldo come il burro ed è più leggera.

La scheda del servizio: LA COLAZIONE GRASSA di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo

Tra pasticcerie, bar e punti di ristoro gli italiani a colazione mangiano prodotti cosiddetti processati e con molte calorie che, ingeriti quotidianamente, possono causare malattie cardiovascolari e tumorali. Analizzando l’elenco degli ingredienti, raccolti in alcune città d’Italia, esperti in fisiologia della nutrizione puntano il dito sull’uso disinvolto di margarina, aromi, addensanti, emulsionanti, glucosio, fruttosio e oli vegetali. Meglio il burro che contiene l’acido butirrico che avrebbe, secondo gli esperti, un effetto protettivo nei confronti del colon. Poi ci sono le farciture: spesso nei prodotti surgelati troviamo solo percentuali del prodotto indicato, quasi tutti contengono dei preparati con aggiunta di gelatine e zuccheri. Addirittura, su un croissant tra i più richiesti dai salutisti, quello integrale al miele, abbiamo verificato che spesso è poco integrale e la sostanza presente non ha nemmeno una piccola percentuale di miele, un’etichetta fuori norma che secondo i Carabinieri per la Tutela Agroalimentare di Parma sarebbe una frode in commercio.

Lo stato del calcio italiano

All’indomani della sconfitta con la Bosnia, che ha escluso l’Italia dal finale dei mondiali per la terza volta consecutiva, l’ex onorevole Bocchino aveva dato la colpa alla sinistra, colpa loro se i giovani non sono più attaccati alla bandiera..

E se invece i problemi del calcio fossero legati ai troppi soldi che girano nelle mani di procuratori, dirigenti delle società e cacciatori di talenti all’estero?

A pochi giorni dalla messa in onda del servizio di Report il direttore sportivo del Lecce, Corvino, si è dimesso: Report aveva intervistato il presidente Sticchi Damiano dove aveva parlato dei rapporti tra Corvino e Fali Ramadani, procuratore e manager di importanti sportivi che nel 2025 è stato accusato di evasione per poi essere assolto dalle accuse. Le indagini della Guardia di Finanza avevano fatto emergere una rete di società alcune nei paradisi fiscali con le quali il procuratore incassava e faceva girare i soldi. Molte le operazioni fatte all’estero: nel 2019 Ramadani ha messo dei soldi in una società del figlio del procuratore Pantaleo Corvino, con un rischio di conflitto di interessi tra agenti e direttori sportivi. Ci sono profondi legami tra i procuratori e non solo per questioni sportive: nel 2018 quando Pantaleo Corvino è direttore generale della Fiorentina il 40% delle commissioni versate agli agenti finisce all’agenzia che fa riferimento a Fali Ramadani e nel 2019, un anno dopo, l’agente bonifica 350mila euro sulla società Corvino Management controllata dal figlio di Corvino.

Il servizio di Daniele Ranieri racconterà poi dell’inchiesta sul VAR, con la testimonianza dell’arbitro Pasquale De Meo.

E poi al centro del servizio la questione dei calciatori stranieri, acquistati da presidenti e direttori sportivi, che sbarrano la strada a calciatori italiani.

Report ha intervistato un testimone anonimo del sistema calcio, un procuratore che ha consegnato alla trasmissione un plico con all’interno i resoconti dettagliati delle operazioni di mercato condotte da alcune squadre di serie A: giocatori, squadre e agenti.

L’Udinese nel 2023-24 ha condotto 12 operazioni, 9 su stranieri e tutte fatte da un gruppo di procuratori che fa capo a Vagheggi Claudio. Stessa situazione nel 2025, otto operazioni, solo stranieri, sempre Vagheggi. Una situazione simile a molte altre squadre di serie A, tante operazioni, sempre lo stesso procuratore. Il Verona dal 2023 acquista quasi solo stranieri e anche qui stesso gruppo di procuratori che fanno capo a Luci e Cristoforetti. Quest’ultimo nel 2024 costituisce una nuova società sportiva, la Footgoal agency e sceglie come socia al 49% Patrizia Ricci, la compagna di Maurizio Setti, presidente allora dell’Hellas Verona.

Nel nostro calcio il giocatore non è più il protagonista, non è il talento. Quello che guida è l’interesse nelle operazioni di mercato e la relazione che si crea tra il procuratore e il direttore sportivo o il presidente di un club.. ” Sono operazioni che non hanno più come oggetto il singolo giocatore ma un pacchetto di atleti, tutte operazioni da concludere all’estero. Affari saldati da un rapporti di fiducia e in molti casi, di convenienza.

Ci sono procuratori che fanno operazioni Italia su Italia e pagano all’estero – racconta a Report il giornalista Zazzaroni – c’è qualcosa che non funziona, sono soldi che escono e non rientrano più o che rientrano nelle tasche sbagliate.

La scheda del servizio: UN CALCIO ALL'ITALIA di Daniele Autieri

Collaborazione Celeste Gonano, Andrea Tornago

Cosa si nasconde dietro l’ennesimo fallimento della Nazionale italiana e la mancata qualificazione ai Mondiali 2026? Tutti i retroscena del sistema calcio italiano, le ragioni per cui i club non riescono a esprimere più grandi talenti e le responsabilità della Lega di serie A e della Federcalcio. “Report” propone un’inchiesta sul dietro le quinte del calcio italiano, anche con rivelazioni inedite

La stretta su Cuba

Comunque la si pensi su Cuba, non possiamo ritenere quello che gli Stati Uniti contro l’isola come qualcosa di normale. Cuba sta soffocando giorno dopo giorno per la mancanza di combustibile, per il blocco deciso da Trump.


Il 21 marzo l’intera isola è precipitata nel buio, 11 milioni di persone hanno dovuto ricorrere alle torce o alle candele, niente carburanti per accendere la luce dopo la decisione di Trump di imporre un blocco. Nonostante questo, la vita non si è fermata nelle strade de l’Avana.

Ma negli ospedali la mancanza di elettricità blocca le operazioni e le attività di tutti i giorni. Alcuni ospedali sono attrezzati con pannelli solari ma di notte non c’è la stessa potenza, si riesce solo a minimizzare le criticità. Senza petrolio, senza generatori di emergenza, lavorare negli ospedali è un problema, si può intervenire solo sui casi più urgenti.

La scheda del servizio: LAB REPORT: L'ASSEDIO di Manuele Bonaccorsi collaborazione di Chiara D'Ambros

All’embargo americano contro Cuba partecipano nei fatti anche i Paesi europei. È quanto emerge dal viaggio degli inviati di Report che hanno attraversato l’isola caraibica durante i lunghi blackout che costringono al buio 11 milioni di cittadini. Per paura di sanzioni sul mercato statunitense, infatti, neppure una goccia di petrolio proveniente dall’Ue avrebbe raggiunto l’isola e molte aziende europee eviterebbero di commerciare con Cuba, anche in medicinali salvavita.È l’effetto extraterritoriale delle sanzioni americane, che agisce nonostante esista un regolamento UE che impedirebbe a Paesi e aziende del nostro continente di conformarsi alle imposizioni di Washington. Le telecamere di Report racconteranno le tante facce della crisi ma anche la resistenza dei cubani, che montano pannelli solari donati dalla Cina e distribuiscono ai più deboli generi alimentari gratuiti. In un contesto in cui le sanzioni, durissime contro il settore pubblico cubano, hanno costretto il governo ad ampie aperture verso il settore privato, finanziato con rimesse estere. Col rischio di far crescere nell’isola, governata da un Partito comunista, nuove e inedite diseguaglianze.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

29 maggio 2026

Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor

 

25.10.1941
Al Colonnello Generale Edwin Freiherr von Sickingen (a riposo) Presso il Comando del IV Distretto Militare Dresda, Reich tedesco Signor Generale! Questa lettera è indirizzata al Suo precedente ufficio presso il IV Distretto (e non a casa), perché desidero assicurarmi che la mia amata moglie Dikta, e specialmente Nina, non vengano a sapere dell’incidente che mi è capitato dieci giorni fa.

Lo specchio del pellegrino è il 13 esimo romanzo della serie scritta dalla scrittrice americana (ma con radici italiane) Ben Pastor con protagonista l'ufficiale tedesco dei servizi Martin Bora.

La parola pellegrino/pellegrinaggio che da il titolo a questo romanzo è doppiamente significativa per questo personaggio così complesso: perché la storia del soldato Martin Bora e stata un continuo pellegrinaggio in giro per l'Europa su tutti i fronti, dalla Spagna a Stalingrado, da Roma a Berlino. Un pellegrinaggio che Ben Pastor ci ha raccontato andando avanti e indietro nel tempo, dal 1937 con la guerra in Spagna fino all'inizio del 1945, con gli ultimi mesi della repubblica di Salò.

E questa nuova indagine sarà per l'ufficiale-investigatore, un nuovo pellegrinaggio: ci troviamo nell'autunno del 1941 a pochi mesi dall'inizio dell'operazione Barbarossa, quando ancora l'esercito tedesco si illudeva di una rapida avanzata fino a Mosca.

Ferito nel corso di un pattugliamento sulla linea del fronte, all'ospedale dove è stato ricoverato a Bora viene chiesto di indagare su un collega che a Odessa stava indagando sui crimini di guerra dei russi contro i civili, il maggiore Alt dell'ufficio crimini di guerra, ucciso mentre ispezionava quella che si crede fosse una fossa comune poco fuori Odessa.

Ma questo incarico in realtà è solo la parte superficiale di una richiesta molto più complessa e pericolosa che arriva direttamente dall'Abwher: si tratta dell'indagine nascosta sul "sommerso", ovvero sui crimini di guerra commessi dai tedeschi e dai romeni nell'Ucraina occupata.

Le stragi di civili compiute per rappresaglia dai soldati (tedeschi e dei loro alleati romeni) come anche i crimini contro gli ebrei compiuti dagli Einsatzgruppen, le unità speciali delle SS che dovevano "ripulire" i territori occupati da tutte le "razze inferiori".

Così, devo stilare la mia lista di tappe, il mio pellegrinaggio. È chiaro che investigare un omicidio – e risolverlo – non è che una maschera per qualcosa di più rischioso e oscuro. Sono quattro anni che vedo morte violenta. Vittime di stupro, colpi di grazia. Ciò che resta delle esecuzioni di massa.

Martin Bora, ufficialmente solo un capitano (di cavalleria) che deve indagare su un omicidio, si troverà così dentro un'indagine molto più complessa e pericolosa: complessa per la difficoltà di trovare un civile che, di fronte alla divisa di un ufficiale abbia voglia di raccontare qualcosa sul lavoro che il maggiore Alt stava facendo a Odessa.

Pericoloso perché Bora sa che dopo quello che ha visto in Polonia (che l’autrice ha raccontato in Lumen), con altre fosse comuni di civili uccisi dal suo stesso esercito, le SS lo stanno tenendo d'occhio.

E poi c’è Odessa, una città che evoca tanti ricordi personali: è la città dove il suo padre naturale, il maestro von Bora, era stato accolto come una star. Ma Odessa era stata la città che, dopo l’accordo del 1918 tra Germania e Russia, era stata occupata dai dalle truppe tedesche. E qui i ricordi passano al patrigno, il generale von Sickingen.

Questa era una parte del mondo dove da molto prima della Grande Guerra tutti odiavano tutti, e tutti coltivavano rancori e motivi di rivendicazione. Forse si discuteva di ucraini, o di russi, o di ebrei, o di comunisti veri o presunti. Lo sproloquio prometteva di esportare altrove

Odessa, la città cosmopolita, con all’interno italiani, ebrei, francesi, greci.. la città che aveva subito già diverse occupazioni (e violenze sui civili) nel passato, prima di quella nel tempo presente del romanzo. Quella delle truppe tedesche nel passato, poi la rivoluzione russa, i bolscevichi, le purghe staliniane, i pogrom contro gli ebrei.

Ferite che avevano lasciato un segno profondo sulla pelle delle persone.

Odessa è Odessa è Odessa. I vecchi ebrei di Moldavanka dicevano così, ma è vero anche per noi buoni cristiani. Siamo come nessun altro luogo al mondo. Prenda me: sono ucraino, ma ho sempre parlato russo.

Tante etnie mescolate tra loro e divise da vecchi rancori. Una città dove non è facile trovare qualcuno di cui fidarsi.

Questa tappa del lungo pellegrinaggio di Martin Bora segnerà ancor di più la cesura col passato: quel passato che ancora oggi Martin ricorda nel suo diario coi suoi ricordi da bambino, l’entusiasmo che lo aveva spinto ad entrare nell’esercito e a sentire sulla sua lingua il sapore amaro della guerra.

E il tempo presente, la scoperta del vero volto della guerra, le atrocità contro i civili, le fosse comuni, gli sciacalli pronti a spogliare i morti per accaparrarsi dei loro beni, gli informatori della polizia, i doppiogiochisti…

Come spiegheremo negli anni a venire che quelli come me non hanno fatto parte di certe cose? Non basterà dire che non sapevamo. Eravamo altrove, combattevamo altrove. Ma indossiamo un uniforme assai simile, come simili sono le bandiere sotto le quali avanziamo.

A Odessa, dopo la Polonia, si compierà il primo passo della presa di coscienza del soldato Martin Bora, quel sentirsi a disagio nel vestirsi con quella divisa, diviso a metà tra dovere morale e dovere di ufficiale: Odessa sarà il suo “specchio” dove vedersi per quello che è, un pellegrino

Al contrario degli specchietti usati in antichità per catturare idealmente un’immagine sacra da condividere coi congiunti, Odessa si era rivelata uno specchio impietoso. Doveva decidere se lasciarlo in vista o coprirlo prima di tornare in guerra.

Lo specchio del pellegrino è una storia di guerra di ieri che parla di tutte le guerre, anche quelle di oggi, dove ancora una volta a morire non sono i soldati ma i civili. Sotto le bombe, per la fame, per un colpo di un cecchino.

Una storia di ieri che parla anche dei crimini di guerra di oggi, sempre in Ucraina, non solo Odessa, ma Ovidiupol, Kerson a Gaza.

Non aveva dimenticato niente, a meno che non lasciasse a Odessa un po’ di sé. Lo avevano fatto infiniti altri prima di lui, anche il suo patrigno e il suo vero padre.

Il pellegrinaggio di questo personaggio così affascinante nonostante la sua durezza, il suo forte autocontrollo, che deriva dagli studi di filosofia, Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, continuerà ancora: lo aspetta il fronte russo, l’avanzata fino al Volga, l’Italia.. e tante altre avventure che ancora Ben Pastor ci deve raccontare.

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23 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – il mancato diritto allo studio, le piste dietro la Uno Bianca, gli allevamenti di polli e il caso dell’ispettore di Bankitalia

L’ispettore troppo solerte

Ad essere troppo zelanti nel fare il proprio dovere si rischia il posto.

È quello che è successo a Carlo Bertini, l’ispettore di Bankitalia che aveva denunciato , e raccontato anche a Report, come funzionavano le cose in MPS sulla vendita dei diamanti.

LAB REPORT: L'ISPETTORE

di Emanuele Bellano

collaborazione di Chiara D'Ambros, Madi Ferrucci

L’ispettore di Banca d’Italia Carlo Bertini aveva raccontato in un’intervista a Report di aver subito pressioni e comportamenti vessatori durante un’indagine sulla vendita di diamanti da parte di Monte dei Paschi di Siena. Oggi, a cinque anni da quella denuncia, non lavora più presso l’istituto. Che fine hanno fatto il procedimento penale per truffa relativo alla vendita dei diamanti, gli approfondimenti della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche e la segnalazione presentata all’Anac per la tutela dei whistleblower? La vicenda solleva interrogativi sulle conseguenze affrontate da chi decide di segnalare presunte irregolarità.

Il diritto allo studio


Il terremoto del 6 aprile 2009 a l’Aquila uccise 309 persone e oltre 1600 feriti. Gli sfollati furono 65 mila: persone costrette ad abbandonare le proprie case distrutte o messe in serio pericolo dalle scosse. Queste colpirono anche le scuole del capoluogo, decine di strutture furono distrutte o rese inagibili e sostituite poi con moduli provvisori o MUSP.
Così provvisori che ancora oggi, 17 anni dopo, sono usati dagli studenti costretti a studiare dentro container.

Dovevano durare solo 5 anni” spiega Massimo Prosperococco del comitato scuole sicure, siamo fuori tempo massimo. Chi garantisce agli studenti aquilani il diritto allo studio, i container danno un senso di precarietà ai ragazzi, “ci si sente spaesati” racconta Marcello Masci dirigente dell’Istituto Gianni Rodari. In questi anni migliaia di ragazzi sono cresciuti e si sono diplomati studiando nei moduli provvisori senza aver mai visto una scuola in muratura, senza una palestra, una biblioteca o un laboratorio.

Noi insegniamo in una scatola di latta” aggiunge Silvia Frezza insegnante, “ci sono infiltrazioni di acqua, ci sono rigurgiti di fogna, tapparelle che si rompono in continuazione, non c’è traspirazione, quindi caldissimo d’estate e freddissimo d’inverno. Non ci sono le condizioni di salute ottimali per tenere 8 ore al giorno migliaia di alunni e di alunne..”

Il piano di ricostruzione delle scuole prevede interventi in 18 istituti tra ristrutturazioni, demolizioni e ricostruzioni e scuole da fare ex novo. Ma a 17 anni dal terremoto ne sono stati ultimati solo quattro.


Ma anche a Palermo gli studenti non se la passano bene: ogni anno a Palermo l’amministrazione spende 6 ml di euro per affittare edifici adibiti a scuole, che di scuole hanno ben poco perché sono poco più che edifici fatiscenti. Il comune paga degli affitti esagerati aduna società di proprietà del costruttore Vassallo, quello del sacco di Palermo, genero di un capomafia. E questa storia va avanti da quasi 66 anni – racconta l’assessore regionale Ismaele La Vardera. Tutto nasce negli anni 70 quando su Palermo arrivarono enormi finanziamenti per edifici scolastici che non venivano realizzati per lungaggini burocratiche. E così lo stato doveva ricorrere al salvatore della patria Vassallo. Che nel frattempo aveva ricevuto da Ciancimino le licenze edilizie per costruire i palazzoni che hanno abbruttito la faccia di Palermo.

Sebbene non sia mai stato condannato, la commissione antimafia nel 1993 parlò apertamente di compromissione con la mafia. Piersanti Mattarella nel 1979, poco prima di morire, disse che se avesse toccato il sistema della locazioni per le scuole, avrebbe potuto morire.

Come avvenne nel giorno dell’Epifania del gennaio 1980.

Quante vale in Italia il diritto allo studio? E quanto sono sicure le nostre scuole?
Report racconterà del crollo della scuola s San Giovanni di Puglia in Molise il 31 ottobre 2002 per una scossa di terremoto: morirono 27 bambini e una maestra. Nonostante al processo emersero gravi carenze strutturali, norme edilizie non rispettate, nessuno pagò per questa tragedia. A Torino il 22 novembre 2008 per un crollo di un controsoffitto in una scuola causò la morte di uno studente diciasettenne e il ferimento di altri ragazzi. Le indagini scoprirono che la causa del crollo era la mancata manutenzione nelle scuole. Da allora il 22 novembre è stata dichiarata giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole, ma nei fatti nulla è cambiato. Tra settembre 2024 e settembre 2025 sono stati registrati 71 crolli negli istituti scolastici, un numero in aumento rispetto al 2023 quando ne erano stati registrati 69. Il rapporto di Cittadinanzaattiva sulla sicurezza nelle scuole evidenzia anche 78365 infortuni capitati agli studenti, 7400 in più rispetto all’anno precedente. Nelle scuole che dovrebbero essere i luoghi più sicuri mancano di fatto gli interventi di manutenzione ordinaria come non vengono fatti nemmeno interventi straordinari – racconta a Report la segretaria di Cittadinanzattiva Anna Lisa Mandorino, “soprattutto non c’è un’attenzione continuativa a quelli che sono gli elementi più deboli strutturalmente di una scuola, che sono soffitti, solai, controsoffitti”

La scheda del servizio: SCUOLE DI LATTA di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

A diciassette anni dal sisma dell’Aquila, più di tremila studenti frequentano ancora lezioni nei container. Intanto, in molte scuole italiane si registrano episodi di degrado strutturale, controsoffitti che cedono e edifici dichiarati inagibili. Tra ritardi burocratici, mancanza di fondi e rimpalli di responsabilità tra enti locali e istituzioni, migliaia di studenti continuano a studiare in condizioni precarie.

Le piste nere dietro la Uno Bianca

Cosa c’è dietro la Uno Bianca – avevano chiesto a Fabio Savi in una intervista, dopo il processo e la condanna. Dietro la Uno bianca c'è soltanto i fanali, il paraurti e la targafu la risposta. Come a dire, siamo solo noi i responsabili delle rapine, degli assalti ai supermercati, di quelle morti (24 persone uccise e 103 ferite), molte delle quali ancora inspiegabili (come la strage al Pilastro).

La vicenda della Uno Bianca copre gli anni dal 1987 al 1994, con l’arresto della banda, cinque dei quali erano poliziotti in servizio, oggi in carcere.
Le indagini furono caratterizzare da molti depistaggi, come accaduto nelle indagini avvenute, negli stessi anni, sulle stragi di mafia.

A 30 anni di distanza ci sono nuove piste investigative, tali da ver indotto la Procura di Bologna a riaprire le indagini.
Ne parlerà domenica Report col servizio di Paolo Biondani: l’ex generale dei carabonieri Michele Riccio racconto di una telefonata ricevuta nel 1996 da un legale genovese dove racconta di un suo assistito, ex ufficiale dei carabinieri detenuto a Peschiera, che era entrato in contatto con Alberto Savi e ne aveva acquistato la fiducia. Savi – racconta il carabinieri – stava maturando l’intenzione di collaborare con la giustizia, avrebbe parlato delle connivenze con la Questura e dei servizi segreti. Riccio fece una relazione di servizio e la consegnò al generale Mori, suo superiore al Ros.

L’ex generale Mori, sempre assolto nei processi in cui è stato imputato, è oggi indagato a Firenze per la strage avvenuta nel 1993 per i reati di strage e associazione mafiosa perché non avrebbe impedito le stragi del ‘93 pur sapendo in anticipo che sarebbero avvenute.

Biondani fa una rivelazione rimasta nascosta per 34 anni: al centro ci sarebbe un ex agente del Sismi, Luigi Baratiri. Era un collaboratore dei servizi, portava in giro armi, si spacciava per un trafficante (erano gli anni successivi alla caduta del Muro di Berlino), per poi arrestare gli eventuali acquirenti.

Cosa c’entrano assieme queste due storie? Anni fa era uscito un libro per Chiarelettere, “L’Italia della Uno Bianca” scritto dal magistrato Giovanni Spinosa: il magistrato si era chiesto come mai la mafia, in quegli anni in cui aveva cambiato strategia nei confronti dello stato, con le bombe, coi ricatti, non avesse mai fatto attentati in Emilia Romagna. E se i delitti della Uno Bianca fossero una sorta di braccio armato della mafia per creare terrore nelle banche, negli uffici postali nelle strade?

Dietrologia? Beh, allora come si spiegano le rivendicazioni fatte dalla sigla “Falange armata”, la stessa che rivendicò le stragi di mafia nella stagione 1992-93, che dietro aveva i servizi?

Ancora una volta, una pista nera dove tutto si confonde, la destra estrema, pezzi dello stato, la mafia..


La pista nera che Report aveva raccontato lo scorso anno nell’anniversario della strage di Capaci, col racconto del pentito Lo Cicero che aveva parlato della presenza di Stefano Delle Chiaie a Capaci nei giorni della strage. Lo Cicero ne parlò col magistrato Donadio che scovò nell’archivio della Direzione Nazionale Antimafia la nota informativa del capitano Cavallo sparita da anni. Report aveva ricevuto da un anonimo l’audio del colloquio segreto tra Donadio e Lo Cicero: “era lui che ci mise nella testa a cosa nostra delle stragi” dice Lo Cicero che conferma anche la presenza di Delle Chiaie proprio a Capaci mentre si preparava la strage. E dietro Delle Chiaie chi c’era?

La scheda del servizio: LE PISTE NERE di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

E se la pista nera non fosse una, ma due? Se il coinvolgimento di esponenti dell’eversione neofascista nella strage di Bologna è stato accertato da sentenze definitive, restano ancora aperti numerosi interrogativi sugli omicidi e le stragi avvenuti tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Le uova nei ristoranti

Dopo le inchieste sugli allevamenti intensivi dove spesso non vengono rispettare nemmeno le minime norme igieniche, dopo l’inchiesta sui macelli (Bervini a Mantova) dove si impacchettano anche pezzi di carne andata a male, domenica sera Giulia Innocenzi parlerà degli allevamenti di polli. Dove si massimizza il profitto a discapito della qualità di vita degli animale e anche della nostra salute.

Dobbiamo lavorare tutti assieme affinché finiscano le forme di demonizzazione nei confonti di alcuni reparti produttivi ” - così parlò il segretario di Coldiretti rivolgendosi all’amica Giorgia Meloni: ce l’ha con Report e i suoi servizi contro gli allevamenti intensivi. Basta con la demonizzazione di chi maltratta gli animali, li imbottisce di medicinali, non rispetta le norme igieniche. “LA nostra zootecnia è la più sostenibile nel mondo” ha continuato Prandini, “dobbiamo far chiudere queste trasmissioni? Sappiamo che non è possibile” eh, i bei tempi quando c’era LUI. Prandini pretende una trasmissione di lode ai suoi associati in prima serata Rai, su Telemeloni.

Peccato che non si tratti di poche mele marce, come vuole fare intendere PRandini

La scheda del servizio: LIQUIDO MAGICO di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Qual è lo stato delle uova che vengono lavorate e destinate a pasticcerie e ristoranti?

Report è entrato in possesso di immagini esclusive provenienti dallo stabilimento Eurovo di Occhiobello, in provincia di Rovigo, al centro di una denuncia presentata da 58 lavoratori. A Lozzo Atestino, in provincia di Padova, cittadini e amministrazione comunale contestano inoltre il progetto di ampliamento dell’allevamento Fattorie Menesello — già oggetto di una precedente inchiesta di Report — che, secondo il piano presentato, potrebbe arrivare a ospitare fino a 1.300.000 galline, cioè oltre 600 ad abitante.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

21 maggio 2026

La continuità del male di Tomaso Montanari


 

Introduzione

Le radici che non gelano

George Orwell ha scritto che “per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo”. Ciò che abbiamo sotto il naso è un serissimo pericolo, perché l’Italia si trova nelle mani di una destra – quella guidata da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica – che è ancora fascista.

Fascista è chi il fascista lo fa – potrebbe essere questa in estrema sintesi l’idea che sta dietro al saggio di Tomaso Montanari sulla destra italiana. Una frase presa a prestito da Michela Murgia che, come tanti altri intellettuali, non aveva fatto fatica a scorgere il volto del fascismo storico dietro i tratti di questa destra.
Se usi gli stessi argomenti del ventennio, se le tue politiche si basano sugli stessi principi, se i tuoi nemici sono gli stessi nemici del fascismo mussoliniano, beh, non possiamo che non concludere che la tua politica si pone in continuità con quella portata avanti dal regime fascista che ha sgovernato l’Italia per vent’anni e lasciando ancora dentro l’animo degli italiani il seme del male. Nonostante i lutti, le morti, le macerie, la miseria in cui ci ha lasciati.
Attenzione, non stiamo parlando del saluto romano, del fez, dei pantaloni alla zuava o la camicia nera. Quel folklore è solo lo specchio delle allodole per distogliere l’attenzione dal vero problema: i tratti somatici di questa destra, le famose “radici che non gelano mai” espressione tanto cara ai meloniani, non sono questo.

Lo spiega molto chiaramente lo storico Tomaso Montanari andando ad analizzare: se si analizzano i temi che Meloni e questa destra ripetono si ritrovano, con una sovrapposizione sorprendente, gli stessi concetti del fascismo del secolo scorso. Per comprenderlo bisogna andare oltre il ritratto che un mondo dell’informazione, fin troppo clemente, ha fatto di questa destra, analizzando i discorsi, i riferimenti storici, le riforme (?) portate in Parlamento e fatte approvare a colpi di decreto.

.. in Italia il governo Meloni sta disapplicando la Costituzione democratica e antifascista, differenziando i diritti in base alla presunta identità razziale, restringendo le libertà e concentrando tutti i poteri (a partire dal legislativo e dal giudiziario) in mano all’esecutivo.

È questo il lavoro fatto da Tomaso Montanari partendo dalle radici razziste e xenofobe ben presenti nei partiti dell’attuale maggioranza. Non potendo più parlare di razze, per non incorrere nell’accusa di razzismo, si usa la più tenue espressione di “etnia italiana” da difendere di fronte all’invasione degli immigranti che pretendono di toglierci le nostre usanze. Avete presente il presepe?

Avete presente quella che i giornali hanno chiamato gaffe del ministro Lollobrigida (cognato della presidente dunque meritevole di un posto al governo) ovvero il discorso sulla sostituzione etnica?

Non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica..”

Si dice etnia, ma si intende razza: la sostituzione etnica, sostenuta dalla sinistra, dall’Unione Europea, dalla finanza ebraica, gente come Soros (ma Fratelli d’Italia non erano i difensori di Israele?). Un tema che arriva pari pari dal ventennio che è tornato attuale fino ad oggi.

È un continuo noi contro gli altri nei discorsi degli esponenti di questa destra, dove gli altri sono tutti quelli diversi da noi, che non dobbiamo considerare come qualcosa che ci arricchisce. Gli ebrei, i comunisti, ieri, gli immigrati, l’islam oggi (a meno di non dover andare nei paesi arabi col piattino ad elemosinare per dei contratti).

Dobbiamo difendere le nostre radici giudaico cristiane – quante volte l’avete sentita questa espressione, ma cosa vuol dire? Cristo era quello venuto al mondo per salvare tutto, per unire e non per dividere. Anche i “non gentili”. Ma almeno il Vangelo lo avranno letto?

.. un altro Fontana – Attilio, attuale presidente della Regione Lombardia – a dire chiaramente che “non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere, o devono essere cancellate”

Dobbiamo difendere i confini, dobbiamo proteggere la nostra razza dai barbari che attendono là fuori per sostituire la nostra civiltà. Perché la nostra civiltà occidentale (qualunque cosa significhi) è l’unica degna di esistere, sempre a proposito di razzismo.

Ecco allora che lo Stato deve difendere gli italiani, le famiglie, rigorosamente fatte da un uomo e una donna con tanti figli. Ed è così che la sessualità, la procreazione, l’orientamento sessuale, diventano questioni di Stato, non più questioni legate alla sfera individuale delle persone.

Persone che sono cittadini italiani solo per sangue: l’ossessione per lo ius sanguis è strettamente legata alla “questione identitaria”, uno straniero, specie se con la pelle scura, non potrà mai essere italiano. Anche se nato in Italia, se ha studiato qui, se qui lavora e paga le tasse.

La propaganda della destra era già pronta scatenarsi dopo i fatti di Modena dove un ragazzo con problemi psichiatrici ha falciato in auto diverse persone. Revochiamo la cittadinanza agli stranieri che compiono reati – queste le proposte (anti costituzionali e ancora una volta razziste) di questa destra che campa alimentando le paure degli italiani, stretti tra la crisi, l’inflazione, il lavoro sempre più povero. Italiani a cui la destra mostra come unico nemico lo straniero.

Spiega Montanari come nel modello di “nazione” che la destra e Meloni hanno in mente “non c’è spazio per il conflitto sociale e non c’è spazio per il dissenso politico. Le opposizioni, i dissidenti, i critici diventano “disfattisti”, “nemici della patria” ..”

Da qui nascono gli attacchi ai sindacati (accusati di fare scioperi per il weekend lungo), ai magistrati il cui potere diffuso riconosciuto dalla Costituzione è visto come un intralcio all’azione del governo, che essendo eletto è l’unico che interpreta veramente la volontà popolare.

Queste le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che riferendosi al blocco della Corte dei Conti sul progetto per il ponte sullo Stretto, ai pronunciamenti dei giudici sui migranti deportati nel CPR in Albania, ha parlato di “aggiramento della volontà popolare attraverso la strada giudiziaria”.
Ecco a cosa serviva allora la riforma Nordio, a mettere i magistrati al loro posto, sotto il controllo dell’esecutivo, unico organo depositario della volontà del popolo.

Anche la donna deve tornare al suo posto (in questo modello di nazione): basta con l’emancipazione, col desiderio di fare carriera, la donna che essere solo mamma e dare figli alla nazione per difendere la nostra razza. Altrimenti non è una vera donna.

Per Fratelli d’Italia (un partito che, fin dal nome, ritiene che le “sorelle” d’Italia non abbiano diritto a una autonomia, se non altro, linguistica), quello della donna non è un ruolo autonomo: in primo luogo, non autonomo dalla funzione di madre.

Anche questa è una eredità che arriva direttamente dal fascismo.

Dopo le donne, la scuola essere tornare al suo posto: non deve educare, non deve aprire la mente ai ragazzi ma deve formare, perché sin dalle scuole nei giovani si deve inculcare il principio che ognuno deve stare al proprio posto. I ricchi e le classi egemoni sopra, i poveri sotto.

Secondo le indicazioni date dal ministro Valditara, la scuola deve valorizzare i grandi momenti della storia patria, i “grandi” della nostra storia, magari annacquando certe parti poco piacevoli per la destra (il fascismo e la compressione dei diritti, la guerra di liberazione, l’antifascismo e la Resistenza). E poi i protocolli firmati assieme al ministero della Difesa “protocolli con diverse forze militari e civili per promuovere iniziative nelle scuole: dall’intesa con il Viminale”.
Una scuola modello spartano?

Nel modello meloniano di società guai a parlare di ascensore sociale, peggio, di conflitti sociali: si rischia di passare per nemici della nazione, per terroristi.

La loro visione antilibertaria emerge chiaramente dai decreti sicurezza che riducono gli spazi per il dissenso (anche quando esercitato in modo non violento), la possibilità di manifestare, di far sentire la propria voce.
Grottesco che lo faccia una destra che si dichiara libertaria, ma forse la libertà per questa destra – ancora fascista nei tratti profondi scrive Montanari – è libertaria solo per le idee del più forte.
Ma questi sono tratti che vediamo in tutte le destre al mondo, compresa la destra israeliana. A proposito di Israele e Netanyahu, si arriva poi ad un paradosso per cui oggi i migliori amici della destra israeliana siano proprio i Fratelli d’Italia di Meloni, gli eredi di quelli che gli ebrei li spedivano nei campi di concentramento.

La continuità del male ci mostra, in modo abbastanza dettagliato, il vero volto di questa destra: come nella lettera di Alla Poe, sebbene sia sotto i nostri occhi non riusciamo a vederne il loro disegno complessivo. Che è qualcosa di tremendamente pericoloso: è sufficiente prendere tutte le riforme fatte da questo governo, nella scuola, sulla giustizia, sul lavoro, sul welfare. Sulla forma di governo. Tutte riforme che vanno contro i principi della Costituzione: l’eguaglianza, i diritti uguali per tutti, lo Stato che deve abbattere le barriere, la difesa del paesaggio. Il salario dignitoso.

La destra liberista e la destra fascista hanno in comune la riduzione a mezzo, a strumento, della persona umana: al servizio del profitto di pochi

È bene che si inizino a chiamare le cose col loro vero nome: questa regressione della politica, della cultura (che quando è critica contro il potere è bersaglio dei suoi attacchi e Montanari ne sa qualcosa), del pensiero (e penso all’aumento dell’astensionismo perché i cittadini si stanno disaffezionando alla politica), stanno preparandoci il terreno a tempi bui, “un terreno molto favorevole alla continuità di quello stesso male.”

I capitoli del libro:

  • Il cuore nero dell’ideologia – la difesa della razza
  • L’idea della nazione: sangue, destino, Sparta
  • L’identità bio-culturale, la difesa della civiltà occidentale
  • Antisemiti per Israele
  • Rimettere le cose a posto: il ruolo delle donne
  • Contro l’eguaglianza
  • Cultura e scuola: pensare come si deve
  • Guerra alla Costituzione: la dittatura del governo


La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

16 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – la famiglia La Russa, il megafono della destra e le falle della giustizia

Il potere dei La Russa

Quanto è influente il nome di Ignazio La Russa nelle nomine per amici e parenti? Report torna ad occuparsi della famiglia di Ignazio La Russa partendo dalla recente nomina di presidente dell’ACI. L’ACI è uno dei più antichi e ricchi enti sportivi italiani, fondato nel 1898 a Torino da simpatizzanti delle auto oggi vanta un milione e duecentomila soci, 450 milioni di fatturato l’anno e 2 miliardi di euro di beni in immobili. Sono cifre che, in epoca di sforamento di bilancio, fanno gola al governo Meloni. Il vecchio presidente Sticchi Damiani è stato fatto fuori: “è stato tutto lasciato alla democrazia interna ” si è difeso il ministro Abodi. Ma il governo di cui Abodi fa parte è intervenuto proprio sulla democrazia interna di Aci per esautorare un ingombrante Sticchi Damiani: il ministero di Abodi gli ha prima sbarrato la strada per la rielezione e ha poi commissariato l’ACI. Dopo il giugno 2025, dopo l’annuncio della candidatura per il quarto mandato, nessuno aveva niente da ridire da Palazzo Chigi. Solo nello scorso settembre, dopo 3 mesi di silenzio, Abodi ha manifestato la propria posizione di netta contrarietà. Come se qualcuno avesse l’intenzione di prendere in mano la gestione dell’Automobile Club – commenta il presidente di Aci Bologna Bendinelli, cosa difficile se Sticchi fosse rimasto alla presidenza.


Questa persona che aveva l’ambizione di controllare la gestione di Aci è stata poi Geronimo LA Russa.

Era un problema di perpetuazione della carica – fa capire il ministro Abodi nell’intervista: ma la perpetuazione della specie deve essere controllata in tutte le federazioni e gli enti pubblici, non solo in quelli dove si vuole piazzare una persona “amica” o di famiglia. Altrimenti si potrebbe pensare che ci siano state pressioni per “piazzare” Geronimo LA Russa in quella carica da parte del presidente del Senato. “Pressioni non ne ho mai avute e non le avrei accettate” spiega Abodi. La stessa versione del presidente del Senato:nessuna influenza su questa nomina anzi, “quando iniziò il suo percorso dentro Aci vent’anni fa, poi diventò presidente dell’ACI Milano, poi vicepresidente nazionale, inizialmente FDI era al2%. Nell’ultima volta come avrei potuto influenzare quell’80% degli elettori indipendenti che hanno eletto ..”.

Nessuna influenza dal padre che voleva che Geronimo continuasse a fare l’avvocato.

Eppure è stato grazie ad un decreto del governo sui mandati degli enti pubblici che è stato fatto fuori Sticchi Damiani e si è aperta la strada al figlio di Ignazio come presidente dell’ACI.

Avere quel cognome ha sicuramente aiutato la carriere di Geronimo ma anche degli altri figli del presidente del Senato: Lorenzo Kocis dal 2022 è consigliere municipale a Milano dove è anche capogruppo di Fratelli d’Italia. Ma il padre non c’entra nulla, spiega il giovane La Russa: “è una cosa che faccio con passione ..”. Ma chi gli ha pagato la campagna elettorale? “Qualche birra da offrire agli amici l’ho chiesta a mio padre” – prova a buttarla sul ridere Kocis ma in realtà, come racconterà Report, la campagna per essere eletto a consigliere municipale è costata più di 2 birre,il presidente del Senato ha sborsato 10800 euro. Una cifra che appare piuttosto alta per questa carica da consigliere se si pensa che il candidato PD alla presidenza del municipio, Mattia Abdu Ismahil, ha speso appena 1200 euro. Papà egiziano e mamma italiana, dichiaratamente omosessuale, la nemesi per quelli di fratelli d’Italia.

La scheda del servizio: In nome del padre di Giorgio Mottola

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Fabio Martinelli, Alfredo Farina, Dario Parlapiano e Andrea Lilli

Ricerca immagini Alessia Pelagaggi

La Russa e i figli: potere, politica e conflitti d’interesse.

Nella tradizione parlamentare italiana al presidente del Senato, che rappresenta la seconda carica dello Stato, è sempre stata richiesta la massima imparzialità. Ma è stato così in diversi interventi di Ignazio La Russa, alcuni dei quali riguardano anche i suoi figli? Report ricostruisce con testimonianze inedite il ruolo che avrebbe avuto La Russa nell’ascesa del primogenito Geronimo alla guida di Aci, nel percorso politico iniziato dal secondogenito Lorenzo Kocis e nella vicenda giudiziaria che ha riguardato il terzogenito Leonardo Apache.

Il megafono della destra

Vediamo se dopo la prima inchiesta su Esperia, presunto media indipendente in realtà organo di informazione molto legato all’estrema destra di governo, Zavalani (direttore editoriale di Esperia) avrà voglia di confrontarsi con le domande di Report.

Sentir parlare Zavalani è come sentir parlare Meloni o qualsiasi altro esponente della destra meloniana: le radici, il contesto, non si possono cancellare. Radici di cui si vantano pure.

Le domande erano semplici: perché per la fondazione della società si sono rivolti ad una fiduciara, con cui scudare i veri proprietari? Sapevate che il presidente era massone?

Ecco, di fronte a queste domande il direttore ha improvvisato un comizio, tirando fuori i commenti fatti da altri utenti sui sociale (di cui Report non è responsabile).
Ma quanto è vasto (e poco conosciuto) il fronte della propaganda neofascista?

Il servizio di Luca Bertazzoni si occuperà poi di Casaggì, una associazione fiorentina fondata da studenti di azione giovani di AN, da cui è nata la sigla azione studentesca, responsabile dell’aggressione a sei studenti a Firenze. Casaggì è la cerniera tra la destra di governo di Meloni (che a parole prende sempre le distanze dal fascismo) e l’estrema destra, che nel fascismo pesca a piene mani.

Uno dei fondatori di Casaggì, Francesco Torselli, è stato eletto nel parlamento europeo, ma altri fondatori hanno preferito seguire altre strade: Marco Scatarzi ha fondato una casa editrice, Passaggio al Bosco. I libri che pubblica si distinguono per trattari i temi classici del fascismo: la rivalutazione dei valori del fascismo, l’antifemminismo, remigrazione. Tra gli autori in catalogo c’è Mussolini, Clemente Graziani fondatore di ordine nuovo e Leon Degrelle, ex ufficiale delle SS. Report ha chiesto ad Alex Orlowsky di analizzare i contenuti sui social della casa editrice e dei follower: molti sono bot che pubblicano contenuti antisemiti.

Casaggì e Passaggio al Bosco non pubblicano contenuti antisemiti ma interagiscono con account falsi che fanno propaganda fascista.

Loro non si definiscono fascisti” prova a giustificarsi Donzelli – responsabile organizzativo di FDI. Ben venga che si pubblichino i libri, prosegue Donzelli senza censure, riferendosi alle proteste alla fiera Più libri più liberi per la presenza di questa casa editrice lo scorso anno.

Basta con questi tribunali morali, basta censure per i libri che inneggiano ai camerati e al loro valore – aggiunge il presidente della fondazione Tatarella Franscesco Giubilei.

E allora il comunismo, e allora Stalin? La solita difesa (sentità già dall’ex ministro Sangiuliano) va sempre bene per buttarla in caciara. In Italia abbiamo avuto la dittatura fascista mentre i comunisti hanno combattuto per la libertà. Difficilmente negli stand delle fiere si trovano libri a favore della mafia, del terrorismo rosso o di Stalin. L’apologia di fascismo è reato.

La scheda del servizio: Il braccio destro di Luca Bertazzoni

Dai meme ai merchandising: il mondo parallelo della propaganda social

I buchi della giustizia

Nello scorso gennaio Report aveva raccontato del sistema ECM, un programma di Microsoft che è stato installato, in modo silente, sul pc di 40 mila magistrati: dovrebbe servire per l’amministrazione del device da remoto ma, come il servizio ha dimostrato, consente di spiare l’attività dei magistrati senza che questi se ne accorgano.
Tutto regolare secondo il ministero della Giustizia: ma chi garantisce che i dati dei magistrati siano al sicuro?

La scheda del servizio: Giustizia cieca di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale

Immagini di Antonio Castoro, Chiara D’Ambros, Andrea Lilli, Fabio Martinelli e Alessandro Sarno

Ricerca immagini di Ludovica Sala

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafiche di Giorgio Vallati

Report torna sulle falle del sistema informatico al Ministero della Giustizia

Dopo aver rivelato l’esistenza su oltre 40mila postazioni della Giustizia dell’ormai noto Ecm, un comune programma informatico che potrebbe permettere di controllare a livello centrale tutte le postazioni periferiche. Con un effetto collaterale non banale però in un contesto sensibile come quello della magistratura: il programma offrirebbe la possibilità concreta di entrare nei computer di giudici e procuratori senza richiederne il consenso e soprattutto senza alcun tipo di notifica. Con documenti e testimonianze esclusive, Report replica a tutte le rassicurazioni del Ministero e conferma tutti i dubbi della magistratura e delle opposizioni. Dal ruolo degli amministratori alle pratiche sulla trasparenza sino ai fornitori esterni: ci sarebbe più di un buco nel sistema informatico della Giustizia, ma finora l’unico a pagare è stato il tecnico che ha sollevato il caso prima in Procura a Torino e poi con Report.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

13 maggio 2026

Maigret e il ladro indolente di Georges Simenon

 

Qualcosa fece un gran rumore vicino alla sua testa e Maigret cominciò a dimenarsi, imbronciato, quasi spaventato, annaspando con un braccio sopra la coperta. Era consapevole di trovarsi nel proprio letto, e anche della presenza di sua moglie, che era più sveglia di lui ma non osava aprir bocca e restava in attesa al buio.

Ma cosa ne sanno questi nuovi giudici, cresciuti studiando solo le carte, i codici, i regolamenti, su come di fa un’indagine, come si interroga un sospettato, come ci si mette sulle tracce di un criminale? Solo chi ha conosciuto i ladri, i rapinatori, quelli che sfruttano le prostitute le sanno queste cose. Sanno come ragionano, quali precauzioni prendono per difendersi e come prenderli in castagna in un interrogatorio.
Ma questi metodi, quelli dei poliziotti vecchio stampo, sono metodi vecchi. Pedinamenti, appostamenti che durano anche ore, a qualunque ora, al freddo. Anche il voler entrare nella mente di un criminale, come ha sempre fatto Maigret, o i “piedipiatti” della sua generazione, non serve a niente.
Sono questi i pensieri, un po’ tristi, che girano nella testa del commissario, mentre si appresta ad uscire in una notte di inverno, dopo ave ricevuto una telefonata dall’ispettore Fumet. Un altro della vecchia guardia, capace di fare il suo mestiere ma destinato a non fare carriera perché in difficoltà nella scrittura dei rapporti.
Anche questa telefonata, un morto trovato da due agenti in pattuglia: un altro commissario, uno di quelli giovani imbevuti di teoria, l’avrebbe dimenticata. Ma Fumel, e Maigret, no, perché quel morto ha qualcosa di strano:

Un uomo di una certa età... Più o meno la mia... Per quello che ho potuto capire non ha niente in tasca, nessun documento... Ovviamente il corpo non l’ho spostato... Non so perché, ma mi sembra che ci sia qualcosa di strano e ho preferito telefonarle…

Arrivato sul posto, Maigret crede di riconoscere il morto, la conferma arriverà successivamente incrociando i dati del casellario: si tratta di Honoré Cuendet, un ladro che il commissario aveva incontrato più volte nella sua “carriera” criminale, arrivando persino ad interessarsi della sua strana vita e a stimarlo, quasi.
Cresciuto in Svizzera, un passato nella legione da cui era scappato senza motivo, così come senza motivo sembravano i furti di cui era stato accusato.

Ma per il magistrato accorso sul posto, non c’è nessuna indagine da fare: si tratta di un omicidio per un “regolamento di conti”, come a dire, finché si ammazzano tra di loro i criminali meglio non sprecare energie. Questo il modo di pensare dei signori del palazzo di Giustizia:

Ristrutturazione: così la chiamavano. Giovanotti istruiti e beneducati, che provenivano dalle migliori famiglie della Repubblica, studiavano nei loro uffici silenziosi soluzioni efficaci per tutti i problemi.

Ma quel morto ha qualcosa di strano: nessun criminale avrebbe infierito sul corpo in quel modo. E poi, come mai il cadavere è stato spostato? Perché Honoré non è stato ucciso in Bois de Boulogne? Chi l’ha spostato, e perché?

Honoré era un ladro con una sua etica: mai armato, amava studiare le ville dei signori per giorni, per settimane, osservando la vita delle persone dall’esterno. Per poi capire il modo come entrare in casa, quando le vittime erano al suo interno.

«Vuoi dire che per lui è come un vizio?».

«Forse la parola è troppo forte, ma sospetto che fosse una mania, che lui provasse un certo piacere a introdursi nell’intimità delle persone.»

Inizia così un’indagine in cui ufficialmente Maigret non è coinvolto, sarà perfino costretto a mentire e chiedere di mentire per non farsi scoprire a questo omicidio che per la procura è un caso chiuso.
Perché ufficialmente Maigret è impegnato su una serie di rapine su cui la Procura è allarmata per la “recrudescenza della criminalità”.

A questo era ridotto il loro mestiere: a dover proteggere non la vita delle persone, la loro incolumità, ma i beni posseduti dallo Stato, dalle famiglie della borghesi, dalle banche, dalle assicurazioni. Queste sono le indagini che interessano ai pezzi grossi.

In realtà, il nostro compito principale è di proteggere prima di tutto lo Stato, il governo, qualunque esso sia, le istituzioni, poi la moneta e i beni demaniali, la proprietà privata e solo dopo, ma proprio all’ultimo posto, la vita degli individui...

Anche qui, Maigret una certa idea su chi sta dietro queste rapine, ce l’ha in testa ma, troppo orgoglioso per parlane col procuratore, decide di muoversi coi suoi uomini sotto traccia, tenendo d’occhio i vecchi membri di una banda, su cui aveva già indagato e che erano tornati in libertà.

In questo romanzo, dove il commissario si avvicina, tristemente, all’età della pensione, emergono tutti i tratti distintivi del suo carattere: la difficoltà se non l’insofferenza nel tenere i rapporti coi “piani alti”, che siano la Procura o la stessa polizia. Quelli che chiedono il tatto, il guanto di velluto quando si parla di indagare le persone perbene, gli intoccabili.

E, dall’altra parte, la forte empatia con gli ultimi, quelli che la vita ha costretto a dover prendere una brutta strada per sopravvivere, come le prostitute. O le persone dotate di una intelligenza che lo incuriosisce, come questo “ladro indolente”, una persona capace di osservare con pazienza le sue vittime, di passare ore a leggere le riviste, i libri, per informarsi, perché “la sua testa non stava mai ferma”.

La morte di Cuendet lo addolorava e lo rattristava. Ce l’aveva personalmente con i suoi assassini, come se lo svizzero fosse stato un amico, un compagno, o comunque una conoscenza di lunga data.

Se il povero Honoré non potrà avere giustizia, perché “è stato un regolamento di conti”, e il giudice non accetterebbe mai la verità che Maigret – deus ex machina di tutta questa storia – ha scoperto, troverà il modo di ricompensare questi ultimi, a modo suo, anche non rispettando fino in fondo le regole.

La scheda del libro sul sito di Adelphi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon