21 giugno 2022

Promemoria per il diavolo, di Paolo Regina

 

Venerdì pomeriggio verso le diciotto

L’Audi nera svoltò l’angolo e percorse lentamente la stradina privata. Un click del telecomando e il cancello si aprì, rivelando la rampa in discesa che portava al garage sotterraneo. Un altro click e la serranda del box si mise in funzione, scoprendo l’accesso al posto auto. Marcello Guarneri parcheggiò e scese dalla macchina.

In in dicembre freddo e nevoso, come possono esserlo purtroppo solo i romanzi gialli, in una Ferrara che si avvicina alle festività natalizie un killer misterioso inizia a colpire le sue vittime.

Per primo uccide un commercialista nei box del palazzo dove vive.

Poi uccide un vecchio imprenditore, uno di quei maschi che vivono nel timore di diventare anziani e che per questo hanno bisogno di vestirsi come avessero dei giovanotti, di provarci con tutte le ragazze che si trovano davanti..

Due delitti in pochi giorni sono un evento straordinario per una metropoli figuriamoci per una città piccola come Ferrara, dove ci si conosce tutti, specie gli appartenenti alla cerchia delle famiglie borghesi. Così le indagini arrivano direttamente all’attenzione del Prefetto e del Questore, per il comitato ordine e sicurezza (e quando muore una persona della borghesia la parola sicurezza ha un valore rafforzato) e, di conseguenza, sul tavolo del nuovo vicequestore della Mobile. La dottoressa Uta Keller, teutonica per parte di padre (l’unico caso di una bagnina riminese messa incinta da un turista tedesco) e glaciale nell’aspetto e nel carattere.

Lunedì mattina verso le nove Il capitano De Nittis odiava il freddo. E l’umidità padana che ne amplificava il disagio. Non che in Puglia, da dove veniva, l’inverno non fosse spesso rigido, ma bastava un raggio di sole e una passeggiata ‘mbaccia a mar, in riva al mare, per riconciliarsi con la stagione.

In queste settimane pre natalizie il nostro capitano Gaetano De Nittis, pur vivendo un momento felice con la sua fidanzata Rosa, anche lei straniera in terra estense come De Nittis, è alle prese con la malinconia pre festiva. Una malinconia legata a quei pranzi in famiglia, tutti assieme, con gli zii che non perdevano occasione per vantarsi dei loro successi nella vita, mettendo in difficoltà il padre, un “semplice” commerciante, ma soprattutto un onesto commerciante.
Anche per colpa sua, in un certo senso, De Nittis è diventato finanziere: per dare giustizia a quelle persone come il padre strozzate dagli usirai che le maglie larghe della legge spesso riescono a farla franca.

Ma De Nittis non avrà modo di annoiarsi: la dottoressa Keller, non avendo molte persone attorno di cui fidarsi, decide di chiamare il “collega” per farsi dare una mano. Scavare nella vita delle vittime, cercare di capire se ci fossero dei legami (cosa che complicherebbe le indagini, perché significherebbe che c’’è un serial killer in circolazione), quali scheletri si nascondano nei loro armadi..
Chi meglio del “vecchio Bonfatti”, giornalista storico del Gazzetta Ferrararese, per avere queste informazioni? Con la promessa di avere uno scoop garantito a fine indagine, Bonfatti si mette all’opera in questa ricerca. Il primo morto, Marcello Guarneri, era un commercialista che conosceva tutti i segreti delle persone che contano in città, dietro l’aria di una persona perbene, di uno che frequenta il rotary cittadino, si nascondeva una persona con pochi scrupoli.

L’altro morto, Umberto Rinaldi, meglio noto come Lord Farquaad, era noto in città per essere un seduttore, o quanto meno per uno che vuole sentirsi tale: bei vestiti, una macchina potente, l’aria di uno che può permettersi tutto. Forse in tanti avrebbero voluto dargli una lezione..
Ma quelle morti, non sono frutto di un assassino qualsiasi: perché sui cadaveri vengono ritrovati degli oggetti che, almeno per chi ha ucciso, hanno un preciso significato. Monete fuori corso sul primo cadavere, uno specchio rotto sul secondo.

E poi, ci sono quei legami che, piano piano, andando a ricercare nel passato dei morti, vengono fuori: troppo piccola Ferrara per far sì che non ci si conosca. Piccola e anche chiusa, come tante città di provincia, specie nei confronti di chi viene da fuori:

«Vuoi davvero sapere perché è capitato proprio a te? Non siamo stati noi a rovinarti la vita, è stata Ferrara. Tu pensi di esserti integrato perché sei arrivato qui da giovane, ma non lo sarai mai. Tra ferraresi veri ci riconosciamo subito a pelle,

Le pagine dell’indagine in mezzo alla neve, che tanto fastidio dà al povero De Nittis, si alternano alle pagine dove l’assassino, che nel frattempo ha compiuto altri due delitti, racconta la sua storia. Quel sopruso subito tanti anni prima e che gli aveva rovinato la vita, che gli aveva fatto perdere tutto. Ora, dopo tutti questi anni ad aspettare una forma di giustizia superiore (da Dio? Dalla giustizia terrena?), tocca a lui mettere ordine nel mondo e farla pagare alle persone che gli hanno portato via tutto.

Non era mosso da manie o feticci mentali. Non odiava le donne bionde o i tassisti o le prostitute. Detestava solo quattro persone, più una. E per un motivo preciso, oggettivo, non per sue fantasie morbose.

L’indagine è una caccia all’uomo, a questa persona che ha dovuto cambiare pelle, volto, nome, per non farsi riconoscere, un novello Dantes in cerca della sua vendetta.

Ma l’indagine è anche una rivelazione dei vizi privati di Ferrara: una città dove il passato aveva lasciato una un’impronta coi suoi palazzi, le chiese, una città chepoteva essere santa e puttana, magica e prosaica, ipocrita e brutale fino a spaccarti il cuore”. Ipocrita come le famiglie con cui De Nittis si imbatte, persone abituate a fare il bello e il cattivo tempo, senza preoccuparsi delle conseguenze, di doverne pagare pegnoGente che ostenta valori morali e posizione sociale elevata, ma che per biechi interessi economici è disposta a tutto, anche a pugnalare nel sonno chi la sta aiutando”.

Per risolvere questi delitti, servirà sia la memoria del giornalista Bonfatti, che la profonda umanità del capitano De Nittis che, oltre alla neve, al freddo, alle telefonate di prima mattina del vicequestore Keller, dovrà pure sbrigliare uno strano mistero: un bar infestato da fantasmi notturni.

Che sia il fantasma della Parisina?

«Laura Malatesta, detta Parisina, fu la seconda moglie di Niccolò III d’Este, a cui andò in sposa a soli quattordici anni...»

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Report – la scorta dei vaccini, i soldi per la sanità e i respiratori della Philips

DEGNE PERSONE di Luca Bertazzoni

Nell'anteprima Report si occupa del caso Palermo, dove alle amministrative ha vinto l'uomo degli impresentabili, il candidato di Cuffato e Dell'Utri.
La condanna (per favoreggiamento mafioso) è finita, dicono i sostenitori di Cuffaro, ora può tornare alla politica, non farà gli stessi errori. Forse.
L'ex presidente ha riportato il simbolo della DC, non ha chiesto niente a Lagalla, si è pentito – così dice – e ora non vuole ripetere gli errori. Il futuro della Sicilia è il passato, l'usato sicuro?
Di certo Cuffaro porta voci ad un nuovo raggruppamento di centro, che ha dentro Forza Italia e Italia Viva con Renzi.
Il tutto è nato da una cena a Firenze tra Renzi e Micciché, per arrivare a Forza Italia Viva. Certo, a Palermo IV ha candidato Faraone, ma ad aprile quest'ultimo si è ritirato e ha dato il suo appoggio a Lagalla.
Anche Dell'Utri, altro condannato per mafia (per concorso esterno) ha appoggiato Lagalla: è stato lui ad incontrare i vertici di Forza Italia per puntare sull'ex rettore su cui far convergere i voti del centrodestra. Ma su Lagalla puntano anche gli esponenti di Italia Viva di Palermo, Dario Chinnici e Toni Costumati, che nonostante le parole di Renzi, stanno ancora dentro IV.

Cuffaro non può candidarsi, per la condanna, ma vuole tornare a fare politica: l'insegnamento che vuole dare ai giovani e “non fate come me, non seguite i miei errori”.

Campeggia nella sala dell'intervista la scritta la mafia fa schifo: ma a qualche candidato la mafia non fa schifo, come al candidato Lombardo di Fratelli d'Italia, il partito della Meloni.
Anche il candidato di FI Polizzi ha chiesto voti ad un mafioso, il costruttore Sansone, che negli anni '80 frequentava Riina nella latitanza.

Oggi nessuno si ricorda di questo Polizzi e dei suoi incontri con Sansone .. queste cose le sa lei, io non lo conosco …
Ma gli arresti dei due candidati non hanno bloccato la vittoria di Lagalla che oggi commenta stupefatto lo scoprire che è la politica che oggi cerca la mafia.
“Noi i voti mafiosi non li vogliamo” tuona il nuovo sindaco e, aggiunge Micciché, non esiste che i soldi del PNRR (198 ml solo per Palermo) finiscano nelle mani di cosa nostra.
Ma i voti dei clan, promessi ai candidati arrestati, a chi saranno andati?
In Sicilia, come in Italia, il bene e il male sono difficili da distinguere e il rigore morale, almeno verbalmente, non basta.

QUALCHE VACCINO DI TROPPO di Manuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale

I vaccini che abbiamo acquistato e che continuiamo a comprare sono stipati a Pratica di Mare e che sono custoditi in container refrigerati. Oggi, con la diminuzione delle vaccinazioni, si fanno delle consegne alle regioni ogni due settimane, circa, ma una volta a settimana ci sono degli arrivi dalle case farmaceutiche.
Perché le consegne non si fermano? Perché non si tracciano le dosi comprate e quelle somministrate: nel solo 2022 l'Italia ha comprato 138ml di dosi, una cifra che consentirebbe di rivaccinare due volte il paese. Ma oggi ai centri vaccinali c'è il deserto.
La quarta dose andrà somministrata solo ai pazienti a rischio: secondo Crisanti, fino ad ottobre la maggior parte della popolazione si sarà ammalata e non avrà bisogno della quarta dose. Cosa ce ne facciamo allora delle dosi stoccate a Pratica di Mare?
Ci sono anche vaccini che abbiamo comprato e che ancora nono sono stati approvati, ci sono vaccini che si possono dare solo alle prime dosi e che dunque difficilmente saranno usati.

Così nei contenitori frigoriferi ci sono dosi in scadenza, sebbene gli Pfizer hanno avuto una proroga per la scadenza: le dose in surplus sono così donate ai paesi poveri.

Anche il governo è consapevole di aver comprato troppi vaccini: in una lettera che la struttura commissariale ha inviato alle regioni lo scorso marzo, l’ex commissario Figliuolo spiegava come il surplus delle dosi sarebbe stato donato ai paesi in difficoltà, un bel gesto di solidarietà che però arriva in ritardo.

A livello europeo stiamo donando vaccini con scadenze molto ravvicinate” racconta a Report la responsabile Oxfam Sara Albiani “secondo i dati dell’Unicef nell’ultimo mese del 2021 circa 100 ml di dosi donate non sono state somministrate perché erano con delle scadenze troppo basse.”

Gli stati non sono liberi di donare i vaccini, che hanno pagato, liberamente, ma devono prima chiedere il permesso alle case farmaceutiche col rischio di allungare i tempi. Lo scorso 1 agosto a Tunisi arriva un carico di circa 1,5 ml di dosi di vaccino donate dall’Italia, le autorità locali organizzano perfino una piccola cerimonia di ringraziamento, ma un’inchiesta del collettivo giornalistico Follow The Doses ha svelato che sarebbero scaduto dopo appena due mesi. Stessa storia in Nigeria dove, nel passato dicembre, il governo locale è stato costretto a gettare in discarica oltre 1 ml di dosi, appena donate e già inutilizzabili.

Abbiamo comprato troppe dosi e anziché buttarle noi le facciamo buttare ai paesi africani, così facciamo un’operazione di maquillage per rifarci la faccia..

Un brutto esempio di Apartheid vaccinale: i paesi ricchi si sono accaparrati le dosi, facendo alzare il prezzo delle dosi e mettendo in crisi i paesi poveri nel sud del mondo, a cui oggi facciamo la carità. In Africa solo un quinto della popolazione ha compiuto un ciclo completo di vaccinazione.

Cosa faremo se dovessero arrivare sul mercato vaccini moderni, maggiormente efficati con Omicron? Buttiamo via quelli già comprati?

In Europa ci sono paesi che non vogliono più pagare i vaccini: la commissione Europea ha stretto allora un accordo con Pfizer e Moderna, per rimandare il pagamento di queste dosi. Ma in Polonia non la pensano così, le spedizioni di vaccino le vogliono interrompere, così a marzo hanno smesso di pagarle. Per causa di forza maggiore, tirando in ballo la guerra in Ucraina e i profughi.

Attorno a questa strategia vaccinale si sta creando una nuova coalizione di Visegrad per non pagare i vaccini, almeno per spalmare i contratti su più anni: le dosi di troppo rischiano di diventare un caso europeo, nato dai contratti ancora oggi secretati dalla commissione Europea con le case farmaceutiche.
I contratti con Pfizer non sono equi – racconta il ministro polacco – li abbiamo firmati ma eravamo costretti.
Eppure in commissione UE pensano che la strategia vaccinale sia stata un successo: forse per le multinazionali del farmaco, non per i cittadini europei. La commissione oggi non ha alcuna intenzione di rivedere quei contratti, in alcun modo.

E l'Italia cosa farà? IL ministero italiano non ha risposto a Report, nemmeno alla domanda su che cosa faremo con le dosi in più. Quelle dosi sono costate 2,5 miliardi di euro.

FINO ALL'ULTIMO RESPIRO di Giulio Valesini,Cataldo Ciccolella

Giulio Valesini racconta la storia dei ventilatori della Philips, usati inizialmente da chi soffre di apnee notturne e, in seguito, dai malati di covid. La Philips ha dovuto richiamarli per un difetto che rende questi dispositivi potenzialmente pericolosi.

Durante la pandemia l'azienda ha venduto tanti respiratori, fino al richiamo fatto nel 2021, il più grande della storia di dispositivi elettronici.

Molti pazienti che li avevano usati raccontano oggi di aver denunciato problemi per anni, senza essere creduti: quei respiratori contengono una schiuma che poteva generare delle particelle, per sbriciolamento, che se inalate possono dar luogo ad una risposta infiammatoria.
Peggio ancora se il paziente non era sano, perché ammalato di covid.

In America l'ente di controllo ha chiesto alla Philips di ritirare subito i dispositivi, in Italia si è scelta una via soft, di fatto solo il 20% dei respiratori in questo paese sono stati sostituiti o riparati.

Quello che sembra un incidente nasconde invece una negligenza: la relazione dell'FDA nella sede in America parla di 222mila reclami legati allo sgretolamento della schiuma fonoassorbente, rimasti nel cassetto. L'ispettore ha scoperto che Philips sapeva già dal 2007 che questi dispositivi potevano rilasciare queste particelle, ma ha continuato a venderle.

Ma oggi Philips non ha oggi tutte le macchine per sostituire quelle a rischio: alla fine cosa succederà?
Oggi Philips, di fronte alle telecamere di Report, ha chiesto scusa ai suoi clienti: prima del 2020 – racconta Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips – le segnalazioni erano poche, ma in realtà il problema era noto almeno dal 2015.

Tra i respiratori ritenuti pericolosi per la salute dei pazienti ci sono anche quelli non invasivi usati in epoca covid in ospedali, come il Trilogy, ma anche il modello E30 approvato in emergenza nel 2020 proprio per il coronavirus. Il management della Philips sapeva da tempo del particolato, ma non ha avuto problemi a dare l’E30 ai malati, salvo includerlo nelle recall dal mercato finita la seconda ondata covid.

Noi non abbiamo mai portato dispositivi che sapevamo potessero i pazienti” spiega a Report Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips: tra i modelli ritirati c’erano Trilogy ed E30, che erano in uso, “ma abbiamo lasciato decidere ai medici se continuare o meno il trattamento con questo device.”

Philips ha aspettato troppo, prima di ritirarli dal mercato, vendendo tante macchine privilegiando il fatturato alla salute dei pazienti? “La sicurezza dei pazienti è sempre al centro di quello che facciamo, quello su cui si è basata la reputazione di Philips.”
FDA, l’ente governativo statunitense di controllo dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha rivelato a maggio di aver ricevuto, solo nell’ultimo anno, più di 21mila segnalazioni di incidenti seri tra cui 124 decessi, associati ai difetti di questi dispositivi, mentre Philips fino al 2021 ne aveva segnalato soltanto 30 di casi.

Sono dati parziali quelli della FDA, perché le segnalazioni devono essere sottoposte a controlli e perizie per accertare le vere cause, ma anche su queste perizie ci sono perplessità.

Lo racconta Jeanne Lenzer, collaboratrice del British Medical Journal: “FDA richiede di segnalare solo ciò che ha causato o contribuito a causare la morte o l’evento avverso grave. Secondo lei a chi spetta decidere se un dispositivo ha effettivamente causato la morte di un paziente? Il medico del paziente? La FDA? No è il produttore del dispositivo che spesso si autoassolve.”

Perché gli studi sui rischi dei dispositivi non sono fatti da enti terzi?

Philips ha inviato dei test preliminari su questi dispositivi alla BFARM, l’ente sanitario tedesco che l’Europa ha delegato per vigilare sul caso: secondo BFARM i risultati sono rassicuranti (e questo ha rassicurato anche il nostro ministero della Salute). Anche la ERS la società europea dei medici per la respirazione, dichiara che non c’è bisogno di sostituire questi device e il nostro ministero si adegua e dirama una circolare che è un copia e incolla del parere dell’ente sanitario BFARM e delle raccomandazioni dell’ERS.

Quest’ultimi spiegano a Report che si deve mettere sul piatto da una parte il rischio di questi dispositivi e dall’altra parte il danno nell’interrompere il trattamento e la bilancia pende dal rischio nell’interrompere il trattamento, perché il rischio è ipotetico – racconta il prof. Winfried Randerath dell’ERS. Ma nemmeno lui ha visto i dati, “perché non siamo tossicologi” ammette, ma i dati sono stati resi noti alle autorità sanitarie.

Randerath ha risposto alla domanda di Report sui suoi potenziali conflitti di interesse con Philips: c'è stato ma è terminato spiega il medico (che oggi non lavora più con Philips). In realtà nello scorso 25 aprile è la stessa Philips a smentire a Randerath: i risultati dei test divulgati dall’azienda stessa sono preoccupanti, alcuni esami sulla schiuma falliscono per genotossicità. La multinazionale ha condotto i test su un numero esiguo di macchinari, alcuni solo su una macchina, altri su 5, non il massimo della rappresentatività come test.

Non sono test tranquillizanti: altri test arriveranno nei prossimi mesi, che si aggiungeranno a quelli arrivati a BFARM che hanno tranquillizzato i medici, ma che in realtà non sono stati condivisi con nessuno, nemmeno col ministero della salute italiano.

Report ha fatto analizzare dei campioni del poliuretano dentro questi device per capirne la bio compatibilità: le celle che compongono le schiume perdono i pezzi – spiegano al centro polimeri di Reggio Emilia – perde del materiale che può essere inalato e che possono rilasciare sostanze chimiche nel nostro corpo. Idrocarburi insaturi, alcoli, ammine, aldeidi (sostanze cancerogene): questa schiuma, quella della Philips, non è biocompatibile.

Lo racconta Report, doveva dirlo il ministero, gli enti di controlli, le agenzie.

I pazienti oggi stanno citando a giudizio la multinazionale olandese che ha accantonato centinaia di milioni per questo rischio: per le class action però ha reclutato un team di avvocati per respingere le richieste di risarcimento.

Un ex manager della Respironics, l'azienda comprata dalla Philips per i respiratori, spiega a Report che il problema è molto più vasto, perché molti dispositivi in Oriente non sono stati registrati, sono fuori dalle campagne di recall. Significa che ci sono persone che li stanno usando e la cui salute è a rischio.

Il ministero della Salute non ha i dati dei pazienti covid che hanno usato dispositivi Philips, alcuni sono ancora in uso.

IL PAZIENTE ITALIANO di Claudia Di Pasquale

Nel maggio 2020 il ministro Speranza ha investito 1,4 miliardi di euro nelle terapie intensive (e terapie sub intensive, per ammodernare i pronto soccorsi): mai più le scene della prima ondata, con gli ospedali senza più posto per i malati. Ma come sono stati spesi questi soldi?

Ma al Cardarelli il pronto soccorso è in stato pietoso: l'inferno in terra per i malati è qui, così diversi medici del pronto soccorso hanno presentato le loro dimissioni.

All'ospedale San Paolo, sempre a Napoli, mancano medici in accettazione. Al San Giovanni Bosco, il pronto soccorso non può aprire perché qui mancano proprio i medici accettisti.

Il Loreto Mare era un presidio Covid: oggi è free covid ma è ancora chiuso.

La regione Campania ha puntato ad un nuovo presidio ospedaliero, l'Ospedale del Mare: il direttore del 118 di Napoli racconta di medici che se ne sono scappati da Napoli, mettendo a rischio il diritto a vivere (nemmeno il diritto alle cure).

Durante la pandemia abbiamo sacrificato i posti letto per curare i pazienti covid, così abbiamo fatto saltare cure, operazioni non prorogabili. Oggi il dato della mortalità è cresciuto, siamo al massimo dal dopoguerra, e ondata dopo ondata, nulla è cambiato nella sanità.

Claudia di Pasquale è andata negli ospedali nel Lazio, col caso di Teresa Brogna e della madre, rimasta in pronto soccorso per sei giorni. Mancavano i posti nell'ospedale di Latina, eppure questa struttura avrebbe a disposizione 6 ml per ampliare i posti letto disponibili.
3 ml spettavano all'ospedale di Civitavecchia, invece: ma nemmeno qui i posti sono stati creati, nonostante siano state fatte le gare.
A Palestrina, il direttore dell'ASL 5, soggetto attuatore, nemmeno conosceva i nomi delle ditte che hanno fatto i lavori per creare i nuovi posti in terapia sub-intensiva.
Al Sant'Andrea i costi sono saliti da 5 a 9 ml di euro, a pari posti letto creati (24), peccato manchino i medici per questi posti.

Nel frattempo al Sant'Andrea hanno chiuso reparti di chirurgia, così si è fatto un accordo di convenzione con una struttura privata per fare queste operazioni.

In Italia ci sono pazienti che non sono riusciti a prenotare, in questi mesi, nemmeno un esame radiologico: la giornalista di Report Claudia Di Pasquale ha raccolto la testimonianza di Elena Codrea. Paziente oncologica dell’ospedale Umberto I con un problema collaterale con la chemio, in reumatologia l’hanno mandata a fare la MOC e, chiamando il CUP ha ottenuto come risposta “mi dispiace ma l’Umberto I non fa la MOC”. Non solo adesso, nemmeno tra sei mesi, come se questo esame non esistesse: alla fine la MOC è stata fatta dalla signora Codrea in un altro ospedale privato convenzionato.

Dopo l’intervista Elena Codrea ha chiamato il CUP dell’Umberto I per prenotare una radiografia toracica: “non c’è disponibilità presso l’Umberto I, non c’è l’agenda aperta” è stata la risposta, al che la signora ha spiegato come, secondo l’oncologo questa cosa non fosse possibile. Chi ha ragione, il CUP o l’oncologo?

Antonella Salva, presidente dell’associazione La Fenice spiega a Report che in Italia esiste una legge, la 266 del 2005, che vieta agli ospedali di chiudere le agende (e di fatto non accettare più prenotazioni per specifici interventi). La realtà è all’opposto: il covid, racconta Antonella Salva, ha rubato posti a pazienti fragili, pazienti oncologici, pazienti cardiologici, “noi abbiamo avuto segnalazioni di pazienti oncologici tenuti cinque giorni in barella al pronto soccorso.”

Non sono stati fatti interventi oncologici, perché i pazienti dopo l'operazione dovevano andare in terapia intensiva, ma questi posti erano occupati dal covid.

I nuovi posti di terapia intensiva all'Umberto I dovrebbero essere 48 ma ancora oggi siamo alla progettazione: a giugno 2023 dovrebbero essere conclusi i lavori.

Ma nemmeno i lavori di ristrutturazione sono finiti: colpa delle progettualità, degli interventi – si giustifica l'assessore alla sanità del Lazio, Amato.

Alla regione Lazio spettano, dal decreto rilancio, 118ml di euro, ma ne ha spesi 24 ml, a distanza di due anni: i posti dovevano essere 562 (nel piano del 2020) ma ad oggi siamo a 30 posti. E così la regione deve rivolgersi ai privati, come ammette quasi con orgoglio il presidente Zingaretti.

La regione Lazio ha speso 1miliardi per rimborsare la sanità privata: la parte del leone l'ha fatta il Gemelli, poi il gruppo Villa Maria di Sansavini, il Tiberia Hospital, l'istituto CasalPalocco...

Forse se si fossero spesi meglio i soldi del decreto rilancio, non ci sarebbe stato bisogno del privato.

In Lombardia l'assoggettarsi al privato è una scelta politica: anche qui i lavori per creare nuovi posti non sono completati, molti reparti sono stati riconvertiti per il covid e i pronto soccorsi sono sovraccarichi come nel resto dell'Italia.

Le nuove strutture da realizzare secondo il piano commissariale non sono state realizzate nemmeno in Lombardia (si parla del 12% dei lavori completati), dunque, nonostante i soldi ci siano già.

Ci sono poi casi strani: il reparto di cardiochirurgia del Sacco verrà trasferito in centro, mentre si aprirà nella stessa zona un nuovo ospedale privato, il nuovo Galeazzi (gruppo San Donato), con un suo reparto di cardiologia. Una coincidenza.

A Saronno nell'ospedale su dieci anestesisti, sette arrivano da una cooperativa privata. Qui sono stati chiusi reparti come quello di pediatria e il punto nascite. Nessuno nasce più nell'ospedale di Saronno.

Né il decreto rilancio né il pnrr prevedono nuovi posti letti per la medicina ordinaria, nemmeno in Lombardia, la regione più colpita dal covid.
Altre regioni non hanno comunicato a Report quanti soldi fossero stati spesi dei decreto rilancio (quel 1,4 miliardi). Il Molise non ha proprio cominciato i lavori.

Ma è la stessa struttura commissariale che pecca di trasparenza: non ha concesso alcuna intervista e non ha fornito i dati alla trasmissione.

Le regioni ne hanno chiesto solo 335ml, la struttura del commissario ne ha trasferiti solo 250 ml: significa meno visite e interventi oncologici, per non parlare di visite e interventi per malattie meno gravi. Che prezzo dobbiamo ancora pagare per questa pessima sanità pubblica?

20 giugno 2022

Anteprima inchieste di Report – l’emergenza italiana (la mafia, la sanità e il covid)

Questi i servizi che andranno in onda questa sera

Lo stato della sanità in Italia

L’emergenza covid è finita, almeno mediaticamente, ma non nei contagi: il tasso di positività ha fatto un balzo in avanti in questi giorni, mentre per fortuna il numero dei morti è rimasto contenuto (ma comunque alto).

Ma se il covid è finito, non è finita l’emergenza nella sanità italiana: i pronto soccorsi sono allo sbando, basta andare in uno di questi e vedere coi propri occhi la situazione. Che fine hanno fatto il miliardo e 400 ml stanziati per l’emergenza sanitaria?

In Italia ci sono pazienti che non sono riusciti a prenotare, in questi mesi, nemmeno un esame radiologico: la giornalista di Report Claudia Di Pasquale ha raccolto la testimonianza di Elena Codrea. Paziente oncologica dell’ospedale Umberto I con un problema collaterale con la chemio, in reumatologia l’hanno mandata a fare la MOC e, chiamando il CUP ha ottenuto come risposta “mi dispiace ma l’Umberto I non fa la MOC”. Non solo adesso, nemmeno tra sei mesi, come se questo esame non esistesse: alla fine la MOC è stata fatta dalla signora Codrea in un altro ospedale privato convenzionato. Dopo l’intervista Elena Codrea ha chiamato il CUP dell’Umberto I per prenotare una radiografia toracica: “non c’è disponibilità presso l’Umberto I, non c’è l’agenda aperta” è stata la risposta, al che la signora ha spiegato come, secondo l’oncologo questa cosa non fosse possibile. Chi ha ragione, il CUP o l’oncologo?
Antonella Salva, presidente dell’associazione La Fenice spiega a Report che in Italia esiste una legge, la 266 del 2005, che vieta agli ospedali di chiudere le agende (e di fatto non accettare più prenotazioni per specifici interventi). La realtà è all’opposto: il covid, racconta Antonella Salva, ha rubato posti a pazienti fragili, pazienti oncologici, pazienti cardiologici, “noi abbiamo avuto segnalazioni di pazienti oncologici tenuti cinque giorni in barella al pronto soccorso.”

Alessandro Mantovani sul Fatto Quotidiano ha pubblicato un'anticipazione del servizio 

Se siete preoccupati nel vedere che la sanità pubblica soccombe alla logiche del business, stasera non guardate Report. Vi fareste il sangue amaro. Claudia Di Pasquale è andata a vedere che fine hanno fatto le risorse stanziate due anni fa, in piena emergenza Covid, per potenziare la rete ospedaliera, aumentare i posti letto di terapia intensiva e subintensiva e migliorare le condizioni nei pronto soccorso. Su un miliardo e 400 milioni di euro le Regioni hanno chiesto appena 335,5 milioni e la struttura commissariale anti-Covid ne ha trasferiti 250.

Il servizio è un viaggio angosciante nei pronto soccorso di Napoli dove i pazienti aspettano giorni e i medici scappano (come anche altrove), nel gigantesco trasferimento di risorse pubbliche attuato nel Lazio (due miliardi di euro solo nel 2020) a favore degli ospedali privati che hanno fatto la parte del leone nella gestione del Covid e non solo, nei ritardi della Lombardia che dopo tre-quattro ondate è ancora in fase di progettazione per alcuni degli interventi finanziati a suo tempo, nel disastro delle cure non Covid rimandate per l’emergenza che chissà quando saranno recuperate.

La scheda del servizio: IL PAZIENTE ITALIANO di Claudia Di Pasquale
Collaborazione Cecilia Bacci, Giulia Sabella

L'emergenza Covid è finita ma la sanità resta in stato di emergenza. I pronto soccorso sono al collasso, migliaia di visite e interventi sono stati sospesi, i medici sono in fuga dagli ospedali pubblici. Eppure, dopo la prima ondata, a maggio 2020 il Decreto Rilancio stanziava 1 miliardo e 400 milioni di euro per potenziare la rete ospedaliera italiana, aumentare il numero dei posti letto di terapia intensiva e subintensiva e per riqualificare i pronto soccorso. A distanza di due anni cosa è stato fatto?

I respiratori della Philips

Il servizio di Giulio Valesini si occuperà dei respiratori difettosi che la Philips lo scorso anno ha ritirato dal mercato, perché emettevano sostanze nocive (una schiuma fono assorbente potenzialmente tossica): tra i respiratori ritenuti pericolosi per la salute dei pazienti ci sono anche quelli non invasivi usati in epoca covid in ospedali, come il Trilogy, ma anche il modello E30 approvato in emergenza nel 2020 proprio per il coronavirus. Il management della Philips sapeva da tempo del particolato, ma non ha avuto problemi a dare l’E30 ai malati, salvo includerlo nelle recall dal mercato finita la seconda ondata covid.

“Noi non abbiamo mai portato dispositivi che sapevamo potessero i pazienti” spiega a Report Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips: tra i modelli ritirati c’erano Trilogy ed E30, che erano in uso, “ma abbiamo lasciato decidere ai medici se continuare o meno il trattamento con questo device.”

Philips ha aspettato troppo, prima di ritirarli dal mercato, vendendo tante macchine privilegiando il fatturato alla salute dei pazienti? “La sicurezza dei pazienti è sempre al centro di quello che facciamo, quello su cui si è basata la reputazione di Philips.”
FDA, l’ente governativo statunitense di controllo dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha rivelato a maggio di aver ricevuto, solo nell’ultimo anno, più di 21mila segnalazioni di incidenti seri tra cui 124 decessi, associati ai difetti di questi dispositivi, mentre Philips fino al 2021 ne aveva segnalato soltanto 30 di casi.

Sono dati parziali quelli della FDA, perché le segnalazioni devono essere sottoposte a controlli e perizie per accertare le vere cause, ma anche su queste perizie ci sono perplessità.

Lo racconta Jeanne Lenzer, collaboratrice del British Medical Journal: “FDA richiede di segnalare solo ciò che ha causato o contribuito a causare la morte o l’evento avverso grave. Secondo lei a chi spetta decidere se un dispositivo ha effettivamente causato la morte di un paziente? Il medico del paziente? La FDA? No è il produttore del dispositivo che spesso si autoassolve.”

Sempre a proposito di controlli, a inizio anno la Philips ha inviato dei test preliminari su questi dispositivi alla BFARM, l’ente sanitario tedesco che l’Europa ha delegato per vigilare sul caso: secondo BFARM i risultati sono rassicuranti. Anche la ERS la società europea dei medici per la respirazione, dichiara che non c’è bisogno di sostituire questi device e il nostro ministero si adegua e dirama una circolare che è un copia e incolla del parere dell’ente sanitario BFARM e delle raccomandazioni dell’ERS.

Quest’ultimi spiegano a Report che si deve mettere sul piatto da una parte il rischio di questi dispositivi e dall’altra parte il danno nell’interrompere il trattamento e la bilancia pende dal rischio nell’interrompere il trattamento, perché il rischio è ipotetico – racconta il prof. Winfried Randerath dell’ERS. Ma nemmeno lui ha visto i dati, “perché non siamo tossicologi” ammette, ma i dati sono stati resi noti alle autorità sanitarie.

Randerath ha risposto a Report sui suoi potenziali conflitti di interesse con Philips, ma è terminato spiega il medico: ma nello scorso 25 aprile è la stessa Philips a smentire a Randerath: i risultati dei test divulgati dall’azienda stessa sono preoccupanti, alcuni esami sulla schiuma falliscono per genotossicità. La multinazionale ha condotto i test su un numero esiguo di macchinari, alcuni solo su una macchina, altri su 5, non il massimo della rappresentatività come test.

La scheda del servizio: FINO ALL'ULTIMO RESPIRO di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella
Collaborazione Eleonora Zocca e Lidia Galeazzo

Il marchio Philips è sinonimo in tutto il mondo di alta qualità e design. Televisori, stereo, rasoi elettrici: il meglio dell’elettronica di consumo che ha fatto la fortuna della multinazionale olandese. Un colosso da quasi 20 miliardi di euro di fatturato l’anno che presidia anche il settore dei dispositivi medici. Ma i bilanci dorati adesso sono minacciati da possibili risarcimenti milionari: per anni Philips ha venduto dei respiratori, che aiutano i pazienti con l’apnea del sonno, contenenti però una schiuma fonoassorbente che si degrada e può finire nelle vie aeree. Il materiale oltre al particolato irritante emette anche composti organici volatili dei quali si stanno testando potenziali effetti cancerogeni. Ora l’azienda sta rimpiazzando tutti i dispositivi per tutelare gli utenti, ma si è trattato di un incidente di percorso o di una colpevole negligenza? E soprattutto come è stato possibile che questi dispositivi siano stati usati per curare numerosi pazienti Covid-19? Report ha provato a far luce sul caso.

Quanti vaccini abbiamo preso e cosa ne facciamo adesso?

Sta per esplodere un problema grosso in Italia e in Europa – racconta il conduttore Sigfrido Ranucci nell’anteprima del servizio dove si farà il punto sulla campagna di vaccinazione in Italia (quanti vaccini abbiamo comprato alla fine?) e sullo stato della sanità italiana.
Partiamo dai vaccini: ad oggi sono stipati nei container all’aeroporto di Pratica di Mare, centro nevralgico della logistica militare: i container sono tutti frigoriferi e contengono le fiale di Pfizer (conservate a -80 gradi), Novovax, Moderna (questi a -22). Le consegne delle case farmaceutiche non si fermano e il magazzino capace di contenere fino a 30 milioni di dosi
e continua a riempirsi: da qui poi le dosi sono inviate alle regioni, nel culmine dell’emergenza c’erano spedizioni giornaliere invece adesso, per il fatto che le vaccinazioni sono diminuite, si parla di una spedizione ogni due settimane - racconta a Report uno dei militari. Il magazzino continua a riempirsi perché, almeno una volta a settimana, ci sono arrivi dalle case farmaceutiche: a Pratica di Mare c’è circa il 50% della capacità nazionale di vaccini, si parla di 15 ml di dosi.
Ma ne abbiamo veramente bisogno di tutti questi vaccini (visto che con la fine delle restrizioni e degli obblighi vaccinali, la campagna di fatto si è fermata)?

Andiamo in Polonia, a Varsavia, dove con soli 200 casi e 5 morti al giorni il covid sembra un lontano ricordo, così le dosi si accumulano e il governo non si accontenta di rinviare le spedizioni, le vuole proprio interrompere: “la nostra campagna vaccinale è praticamente finita, non abbiamo bisogno di tutte queste dosi” racconta un funzionario a Report. Così da marzo la Polonia ha smesso di pagare, utilizzando la clausola di forza maggiore che è presente nel contratto e che per noi è legata all’attuale situazione in Ucraina.

Ma non è che la Polonia sta sfruttando la guerra in Ucraina per non pagare: “non è una scusa” rispondono dalla Polonia “la guerra sta avendo un grosso impatto sulla nostra economia.”

Nel frattempo in Europa e anche in Italia le dosi si stanno accumulando e, per evitare di dover buttar via questi vaccini, molti le donano ai paesi poveri, a cui però arrivano troppo a ridosso della data di scadenza. Manuele Bonaccorsi ha intervistato la direttrice della farmacia territoriale della ASL 1 di Roma, che rassicura sul tema: anche per un tema etico, tutte le dosi sono controllate, non le si fanno scadere, la campagna vaccinale non è terminata. Sulle scatole, però, le date di scadenza indicate non sono valide: “i vaccini hanno avuto una riclassificazione delle scadenze” spiega la direttrice. Anche il governo è consapevole di aver comprato troppi vaccini: in una lettera che la struttura commissariale ha inviato alle regioni lo scorso marzo, l’ex commissario Figliuolo spiegava come il surplus delle dosi sarebbe stato donato ai paesi in difficoltà, un bel gesto di solidarietà che però arriva in ritardo.

A livello europeo stiamo donando vaccini con scadenze molto ravvicinateracconta a Report la responsabile Oxfam Sara Albiani “secondo i dati dell’Unicef nell’ultimo mese del 2021 circa 100 ml di dosi donate non sono state somministrate perché erano con delle scadenze troppo basse.”

Gli stati non sono liberi di donare i vaccini, che hanno pagato, liberamente, ma devono prima chiedere il permesso alle case farmaceutiche col rischio di allungare i tempi. Lo scorso 1 agosto a Tunisi arriva un carico di circa 1,5 ml di dosi di vaccino donate dall’Italia, le autorità locali organizzano perfino una piccola cerimonia di ringraziamento, ma un’inchiesta del collettivo giornalistico Behind The Pledge ha svelato che sarebbero scaduto dopo appena due mesi. Stessa storia in Nigeria dove, nel passato dicembre, il governo locale è stato costretto a gettare in discarica oltre 1 ml di dosi, appena donate e già inutilizzabili.

Abbiamo comprato troppe dosi e anziché buttarle noi le facciamo buttare ai paesi africani, così facciamo un’operazione di maquillage per rifarci la faccia..

La scheda del servizio: QUALCHE VACCINO DI TROPPO di Manuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale

Con il calo dei contagi e l’avvicinarsi dell’estate, la campagna vaccinale è entrata in una fase di stallo: quasi l’85% della popolazione, del resto, ha già ricevuto la terza dose, mentre la quarta è riservata al momento solo alle categorie più deboli. L’Italia, però, continua a comprare vaccini. Report ha scoperto il numero esatto di dosi acquistate dal nostro Paese: è una cifra enorme, che rischia di superare di molto il fabbisogno effettivo, e andare sprecata. Ma non è un problema solo italiano, tutto il continente si ritrova nella stessa situazione. Infatti, in Europa sta per scoppiare il caso dei vaccini anti-Covid, con una fronda di Paesi critici guidati dalla Polonia che punta a rompere i contratti miliardari con le case farmaceutiche.

Il ritorno dei gattopardi

Oramai non fanno più nemmeno finta di nascondersi i gattopardi: in Sicilia le ultime elezioni amministrative sono state vinte da un candidato del centro destra sponsorizzato e appoggiato da due ex politici condannati per mafia come Dell’Utri e Cuffaro. Non solo, nei giorni precedenti le elezioni due candidati di questa lista sono stati arrestati perché si erano messi in contatto con esponenti mafiosi, con l’ipotesi di reati di voler mettere in piedi uno scambio politico mafioso.

Report ha seguito la campagna elettorale in Sicilia: a due giorni dal voto, la festa di compleanno di una candidata è stata l’occasione di una passerella per l’ex presidente Cuffaro, rimasto “vasa vasa”.



È una degna persona – raccontano le persone presenti alla festa - certo c’è stata la condanna, ma ora non farà mai gli stessi errori di prima.

Di certo, scontata la condanna a 7 anni per favoreggiamento aggravato alla mafia, oggi Cuffaro torna all’usato sicuro, la Democrazia Cristiana: “può darsi che l’insieme di Cuffaro e Democrazia Cristiana funzioni ancora .. se il test andrà bene noi con la Democrazia Cristiana vogliamo partecipare alla costruzione di un rassemblement di centro che comprende Forza Italia, Italia Viva, penso che in quest’area moderata e centrista uno di quelli che potrebbe aspirare ad una leadership è Matteo Renzi.”

Lo stesso Renzi che, lunedì scorso, nell’intervista a Giorgio Mottola giurava che mai e poi mai Italia Viva sarebbe mai andata con Lagalla (dopo che due suoi esponenti avevano dato appoggio alla coalizione di centro destra).

La scheda del servizio: DEGNE PERSONE di Luca Bertazzoni
Collaborazione di Edoardo Garibaldi

Alla vigilia delle elezioni per il sindaco di Palermo, sono scesi in campo schierandosi a favore del candidato di centrodestra Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri, condannati in via definitiva il primo per favoreggiamento verso esponenti mafiosi e il secondo per concorso esterno in associazione mafiosa. L'inchiesta racconterà gli ultimi giorni di campagna elettorale a Palermo con gli arresti per scambio elettorale politico-mafioso a poche ore dal voto.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

19 giugno 2022

I 50 anni dal Watergate, la trasparenza della democrazia e il caso Assange oggi

Curioso: oggi Repubblica dedica il suo inserto all’inchiesta del Washington Post sul caso Watergate, gli articoli che, partendo dalle cimici nella sede dei democratici, arrivano a scoprire il potere segreto, ben oltre i limiti della legge, del presidente Nixon e dei suoi “uomini”.

Lo stesso giornale non dedica nemmeno una riga ad Assange, che potrà essere estradato in America per essere processato in base ad una legge del 1917, l’Espionage Act.

I detrattori di Assange gli imputano il fatto di essere un hacker, non un giornalista, perché i giornalisti non rubano documenti segreti, non violano i pc.

Forse non lo sanno, i giornalisti di Repubblica, de Il Foglio e di altre testate che il NY Times e il Post, assieme ad altri giornali americani, nel 1971 sfidò il presidente Nixon pubblicando i Pentagon Papers, documenti segreti del Pentagono, con le analisi sulla disfatta di quella guerra, che dimostravano quanto Nixon e altri presidenti avessero mentito al paese.

Gli stessi Woodward e Bernstein, per i loro articoli fecero uso di documenti segreti, non pubblici, come l’elenco dei membri del comitato per la rielezione del presidente, oltre alle rivelazioni di “gola profonda”.

Le rivelazioni di Assange hanno svelato i crimini di guerra occidentali nelle loro guerre per esportare la democrazia, quella democrazia che, alla luce di questi documenti, si rivela ostaggio del potere segreto dentro cui, come scrive Stefania Maurizi, troviamo l’industria bellica e tutto il sistema militare e di intelligence.

La stampa serve chi è governato, non di chi governa - sancì la suprema corte quando rigettò l’atto dell’amministrazione Nixon che voleva censurare e bloccare gli articoli sul Pentagon Papers.

Una lezione che oggi, anche in Italia, si è dimenticata.

17 giugno 2022

La settima luna Piergiorgio Pulixi

 

Angolo tra via Scarlatti e via Macchi, Milano

Strega lanciò un’occhiata al collega al suo fianco e scosse la testa, divertito. «Si può sapere che c’è? La finisci di sghignazzare sotto i baffi? È un’ora che te la ridi, zio can» sbottò Bepi Pavan, gesticolando col rullo coi cui stava imbiancando la parete.

Un delitto rituale di una ragazza, rapita e uccisa e il cui corpo è abbandonato in mezzo agli acquitrini nella campagna pavese.

Un delitto che nasconde una ferocia, una premeditazione da far venire i brividi, dietro cui potrebbe nascondersi un serial killer che ha studiato le indagini del criminologo Vito Strega e della sua squadra (raccontati ne L'isola delle anime), che erano partite dal “cold case” di Dolores Murgia.

Ma nell'ultimo romanzo di Pulixi, questa volta ambientato in Lombardia, tra Pavia e Garlasco (luogo di un delitto mediatico) e non più in Sardegna, l'isola del sole, c'è anche tanto altro: la pazzia che arriva da anni di umiliazioni e violenze; il narcisismo esploso dentro una persona costretta a vivere nell'ombra, la placida provincia dove si nascondono i peggiori segreti, anche laddove non te li aspetti. Come un un gioco degli specchi, non bisogna mai fidarsi dell'immagine che ci si trova davanti e non sarà facile, seguendo gli indizi, distinguere l'immagine reale dal riflesso, la pista che porta alla all'assassino dalle tante false piste innestate nel racconto come tante trappole insidiose ..

Piccola premessa prima di partire con la storia: l'autore impiega la prima parte del libro per prendersi una pausa, noi assieme alle protagonisti dell'indagine sul “dentista” (Un colpo al cuore), l'assassino che annunciava i suoi delitti via social, chiedendo al mondo del web di emettere una sentenza. Vito Strega, il criminologo e le sue ispettrici Eva Croce e Mara Rais, assieme all'ispettore Pavan si trovano in Sardegna a riposarsi. Riposo meritato dopo tutte le fatiche per la caccia al “dentista” (e dopo il caso, altrettanto complicato, delle morti rituali nell'Oristanese), in cui avevano anche rischiato la vita.
Ma nel mentre Eva e Mara si stanno godendo questa tregua di pace, a qualche centinaio di km, nelle paludi del parco del Ticino, un uomo sta attraversando questa terra di nessuno sulla sua barca: diversamente dal Caronte mitologico, sta conducendo alla morte una ragazza che ha rapito, per portare a termine il suo disegno

Terre paludose, località sconosciuta
La malconcia lancia di legno risaliva il fiume controcorrente al minimo della velocità, fendendo la bruma che avvolgeva il corso d’acqua. L’uomo che la governava indossava una giacca a vento color senape

Della sparizione della ragazza se ne sta occupando l'ispettrice Clara Pontecorvo (altro personaggio femminile che l'autore ci racconta sviscerandone tutti i pensieri come anche le fragilità: perché Clara è una tipa determinata, certo, una poliziotta tosta, ma il suo punto debole è l'altezza. Quel suo metro e novantotto di altezza, quel suo aspetto massiccio le hanno creato e creano tante difficoltà nei rapporti con l'altro sesso.

E ora tocca a lei accogliere la denuncia della famiglia Poletto, venuta a Pavia dalla polizia a denunciare la scomparsa della prima figlia Teresa, studentessa di medicina a Milano, una ragazza molto bella, dedita anche al volontariato durante la settimana. E nei fine settimana aiutava i genitori con quell'albergo, che aveva avuto un momento di gloria grazie al macabro turismo nato col delitto di Garlasco.

Ad accompagnare i genitori dalla polizia (dopo che i carabinieri del posto non avevano fatto molto), la sorella di Teresa, Alice Poletto. Se Teresa è la ragazza perfetta (ma forse le ragazze perfette non esistono), Alice è l'esatto contrario: dall'aspetto remissivo, al vestire poco appariscente

Per un banale meccanismo di difesa psicologica si era trasformata nella nemesi silente di Teresa: se lei era brillante ed estroversa, Alice si era fatta umbratile e schiva. Se la sorella curava l’aspetto e l’abbigliamento, lei si rivestiva di trasandatezza ..

L'indagine dell'ispettrice “gigante” e il gruppo del professor Strega sono destinate ad unirsi dopo il ritrovamento del corpo di Teresa, adagiato su un cumulo di detriti in questa zona paludosa, terra di nessuno, dove solo questo Caronte, l'uomo che vive da solo coi suoi demoni, pare muoversi con agilità.

Clara girò intorno al cadavere. La poveretta era china a terra sulle ginocchia che affondavano per qualche centimetro nella rena umida. Era avvolta da un manto di pelli ovine. Le mani erano intrecciate dietro la schiena curva [..]

Una maschera lignea dalle lunghe corna bovine le celava il volto. Pontecorvo si inginocchiò e vide che sotto la lana di pecora la ragazza era nuda.

Quel delitto ricorda all'ispettrice Pontecorvo un altro caso, avvenuto a mille chilometri da lì, di cui aveva letto sui giornali. Quei delitti rituali, in luoghi simbolici, con delle maschere le cui origini affondano nell'antica storia nuragica dell'isola.
Così, seguendo una sua intuizione, i quattro investigatori vengono catapultati dal caldo dell'isola al freddo e umido inverno della pianura lombarda.

Perché queste due morti presentano forti analogie: entrambe ragazze giovani, entrambe trovate supine, con una maschera bovina a coprire il volto e con delle incisioni simboliche sulla schiena.

Ma se gli assassini di Dolores sono stati presi, chi ha compiuto questo delitto, così crudo, con queste modalità? Un assassino che ha voluto emulare quei delitti, un copycat?
E per quale motivo copiare proprio quei delitti, con quelle maschere?

Gli investigatori Croce, Rais e Pavan, assieme a Strega, iniziano questa indagine, in collaborazione con la Mobile di Pavia, con tante domande per la testa e con una sinistra sensazione: quel delitto sembra essere un segnale per loro, diventati delle celebrità dopo la risoluzione dei precedenti casi. Ma un segnale per cosa?

Una cosa è certa: quell'assassino va preso e fermato. Per un dovere nei confronti di Teresa, la ragazza “perfetta” e anche per far cessare quel coro di lamenti che, come Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti, affollano la mente del criminologo Strega.

Da qualche parte nella sua mente una voce si era aggiunta al lancinante coro delle vittime che lo angustiavano giorno e notte. Lui lo chiamava “il canto degli innocenti”.

Ma, attenzione, questa è un'indagine dove non bisogna farsi tradire dalle apparenze. Perché tutte le buone famiglie nascondono dei segreti, anche quella povera ragazza morta. E forse è andando a cercare in questi segreti che si può trovare la soluzione del caso.

Leggendo questo romanzo, che parte in sordina per prendere poi un ritmo sempre più incalzante, si trovano tanti rimandi alla cronaca reale. A Garlasco è avvenuto un delitto (la morte di Chiara Poggi) che è stato sulle prime pagine dei giornali per anni, per la giovane età della vittima e per i tanti giornalisti che hanno fatto scempio del dolore della famiglia, per qualche punto di share.

Ma non sono solo i giornalisti a cercare le luci della ribalta, attraverso i casi di cronaca, ci sono anche tanti investigatori e magistrati attratti dalle telecamere.

Non è questo però che spinge Strega e i suoi collaboratori:

.. studiò con attenzione tutte le foto del cadavere della ragazza, immortalato da diverse angolazioni. Sapeva che la risposta che stava cercando era lì, davanti a lui, tra quelle immagini.
“Perché non riesci a vederla, allora?” si disse.
Chiuse gli occhi e gli parve di sentire nitida la voce di Teresa aggiungersi al canto degli innocenti dentro la sua testa. Avrebbe potuto riaprirli e il coro, come per magia, sarebbe cessato all'istante. Ma non lo fece.

Aveva bisogno di impregnarsi di tutto quel dolore per trovare la forza di andare avanti.

Ancora una volta Pulixi ha fatto centro, con un thriller pieno di insidie, con un nuovo personaggio femminile (Clara Pontecorvo che si aggiunge alle colleghe che abbiamo già conosciuto Eva Croce e Mara Rais) che viene messo a nudo con profonda onestà, così come tutti gli altri protagonisti della storia, uomini e donne coi loro problemi personali ma uniti da una comune spinta verso la giustizia nei confronti delle vittime. Uniti da quell’amicizia che nasce dall'aver lavorato assieme, gomito a gomito, fino allo sfinimento, come una famiglia.

La scheda sul sito di Rizzoli

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


15 giugno 2022

Meno male che Draghi c'è

Vi ricordate i titoli dei giornali la scorsa estate? Come ci piace l'Italia di Draghi, che ci fa vincere in Europa  sia con la frizzante nazionale di Mancini sia con le canzoni dei Maneskin?

L'Italia di Draghi, un'Italia che vince ..

Euro 2020: Draghi celebra l'Italia al centro dell'Europa..

Europei: la vittoria dell'Italia rafforza anche Draghi in Europa

Meno male che Draghi c'è, meno male che non ci sono più i cialtroni di prima, a gestire la pandemia, il piano dei vaccini e, soprattutto, i soldi del PNRR..

Ecco, passato un anno, possiamo forse ammettere quanto questo entusiamo fosse solo tifo da stadio.

La pandemia è ancora tra noi, grazie al cielo in forma meno pesante come effetti: come siamo felici di tornare alla normalità, i concerti, gli stadi, basta mascherine.

Ma ve lo ricordate quanto si diceva nel 2020, quando i morti erano tanti e gli effetti del covid, non solo in termini economici, erano molto più palbabili?

Si parlava di riformare la sanità, superare il modello incentrato negli ospedali.

Ecco, la normalità (gli stadi, i grandi eventi in presenza come a Milano col salone del Mobile e fuori salone) non si è trasformata in normalità anche negli ospedali, nei pronto soccorsi, nelle code per le visite mediche.

Qui in Lombardia, l'assessora Moratti (che un pezzo del campo allargato del centro sinistra vedrebbe bene come candidata del campo del centro sinistra allargato a destra) ha partorito una riforma che è pure peggiorativa dell'attuale sistema sanitario.

Sistema dove mancano medici, infermieri e dove si registra i pronto soccorsi sono al collasso.

Meno male che Draghi c'è.. a parte lo spread? Ve lo ricordate lo spread? Pare non si sia ancora accorto del clima che è cambiato.
Non c'è rimasto nemmeno il calcio dopo un anno, fuori dai mondiali e con cinque pappine prese dalla Germania ieri sera.

Ma ora arrivano le riforme (con cui possiamo consolarci), quelle per cambiare il passo al paese: come la riforma della giustizia di cui ci ha ben parlato Report lunedì scorso: un giorno ci sveglieremo e non avremo più condanne per corruzione (e i giornali non ne parleranno per il diritto all'oblio)..

14 giugno 2022

Report – le toghe rotte (e la riforma Cartabia)

 TOGHE ROTTE di Giorgio Mottola in collaborazione Norma Ferrara

Ieri sera Report ha parlato della riforma della giustizia, con un'intervista all'ex presidente Renzi, che torna a parlare con Report dopo la vicenda dell'autogrill che, sabato scorso ad un incontro per i referendum, ha accolto caldamente.

Ma Renzi ha avuto buone parole anche nei confronti dei 3 pm che hanno aperto le inchieste su di lui, su Open e su suoi genitori. Nel suo libro ha criticato i procuratori di Firenze, raccontandone alcuni episodi secondo lui inquietanti: tra i pm che Renzi invece ha lodato ci sono Falcone e Borsellino, sebbene nell'ultima leopolda fosse presente un giornalista che ha smontato gli strumenti usati dalla lotta alla mafia, come la confisca dei beni e l'ergastolo ostativo.

Alcuni di questi strumenti devono essere ripensati – racconta Renzi – se a questo si aggiunge che a Palermo i renziani hanno appoggiato Lagalla, il cerchio da un certo punto si chiude.

Se vince Lagalla noi siamo all'opposizione – dice Renzi. Ma Chinnici e Costumati, due renziani a Palermo, appoggiano Lagalla: si dimetterranno da Italia Viva dove l'intervista a Report?

La riforma Cartabia e l'indipendenza della magistratura

La riforma Cartabia mina la separazione dei poteri, alla basa delle norme giuridiche in Europa e in Italia: sarà il parlamento a dire ai procuratori capi quali reati da perseguire, sarà il ministero della giustizia a coordinare il lavoro del pm.

Questa riforma segue il segno delle precedenti, dalla riforma Castelli a quella Mastella: l'azione penale si concentra nelle mani del procuratore capo, che aveva il potere di avocare le inchieste eliminando il potere diffuso dei sostituti.

Si torna sempre a parlare di scontro tra politica e magistratura, da Craxi a Berlusconi, fino ad arrivare a Renzi. La magistratura era accusata di bloccare l'azione della politica, gli appalti, le imprese.

Come rischiava di succedere a Renzi, la grande esposizione universale del 2015, fiore all’occhiello di Milano e dell’allora governo Renzi: l’ex presidente, fine esposizione, ebbe a ringraziare proprio i magistrati della procura di Milano, allora guidata da Bruti Liberati, per aver contribuito al successo di expo.

C’è stato un accordo tra magistratura, quella milanese, e la politica, l’esecutivo, per non bloccare l’evento con inchieste sugli appalti? Di questo ne ha parlato con Report l’ex procuratore aggiunto di Milano Raffaele Robledo: “[quello che è successo] è la prova di un intervento pesante della politica, sul procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati, per far si che non vi fossero intralci giudiziari su Expo.”

Nel 2015 Robledo era responsabile dei reati contro la pubblica amministrazione a Milano, nel 2014 aveva iniziato un’indagine sull’appalto per la piastra di Expo per 140 ml di euro. Appalto assegnato al colosso delle costruzione Mantovani SPA con un ribasso record del 40%.

“Facendo delle intercettazioni emerse che una persona aveva avuto, prima della valutazione della commissione, i risultati coi punteggi.” Il primo grande appalto di expo era così truccato o, per dirla in termini più corretti, c’erano indizi seri che facevano temere che portavano a pensare a questo.

Ma grazie ai poteri della riforma Castelli, Bruti Liberati avoca le indagini di Robledo e sposta il suo aggiunto ad un altro ufficio: il timore era salvare Expo, che Expo si poteva bloccare? Ma expo, spiega oggi Robledo, non si sarebbe fermata, le aziende si potevano commissariare.
La vicenda di Robledo era stata raccontata da Riccardo Iacona nel suo libro Palazzo d'ingiustizia.

Renzi nel suo libro racconta di aver incontrato Bruti Liberati prima in una saletta privata in un aeroporto: Renzi non ha chiesto di bloccare le inchieste al procuratore capo, sebbene poi ci sia poi stata la revoca alle inchieste di Robledo. Oggi Bruti Liberati, che ha accettato l'intervista, spiega che in questa storia tutti hanno svolto il suo ruolo, nessuna interferenza da parte della giustizia.

Report ha intervistato Riccardo Targhetti, che per un periodo ha avuto il ruolo di capo: certe scelte sono state prese da delle sfere in alto, racconta a Mottola, lasciando intendere di incontri con l'allora presidente Napolitano e i vertici della procura. L'ex presidente sarebbe intervenuto anche in un'altra vicenda poco chiara, quella di MPS.

La sanzione su Robledo nella vicenda contro Liberati arriva al CSM, dove era presente Luca Palamara: il CSM si spacca, racconta l'ex pm, ma alla fine si da ragione a Bruti Liberati e apre su Robledo diversi procedimenti disciplinari. Il sistema sacrificò Robledo, conclude Palamara.

Non solo, Bruti Liberati in un incontro con Robledo gli rinfacciò di aver preso la carica di aggiunto grazie proprio a lui, “potevo far uscire uno dei miei..”

“La vicenda Robledo Renzi non esiste” spiega oggi Bruti Liberati, che sul sul tema Renzi, Expo e Robledo non ne vuole parlare.

La politica per controllare il potere diffuso dei procuratori, può scegliere di controllare i capi, per bloccare le indagini – racconta oggi il giudice Di Matteo.

Non sono opinioni, i dati delle condanne avvenute dal 2005 sui reati dei colletti bianchi sono in netto calo:

per il reato di concussione, che riguarda chi fa pressioni per ottenere una mazzetta, le condanne definitive sono scese da 110 a 9 con una diminuzione del 91 per cento. Mentre per la corruzione sono calate da 248 a 90 (-63 per cento), mentre invece per voto di scambio politico mafioso in 16 anni ci sono stati solo 15 politici condannati in via definitiva. E la riforma Cartabia varata dal governo dei “Migliori” di Mario Draghi rischia di fare addirittura peggio: sarà il Parlamento a indicare al procuratore capo quali reati dovrà perseguire in modo più urgente.

E' un vulnus – non ha dubbi oggi il giudice Nino Di Matteo: si limita l'azione penale e si toglie di mezzo l'indipendenza della magistratura, con l'indicazione dell'azione penale che passa dall'esecutivo (dovrebbe essere il Parlamento secondo la riforma, ma di fatto in questi anni le camere sono state esautorate dal loro potere), allontanandoci da quel modello di giustizia che vuole l'Europa.

Forse domani non ci sarà più bisogno di incontrare un procuratore capo in un salottino di un aeroporto, come successo a Renzi.

Nella riforma Cartabia sarà inserito il criterio di valutazione, in cui sono coinvolti anche gli avvocati, gli stessi che i giudici si ritrovano in aula. La valutazione si baserà anche sulle sentenze che, nei vari gradi di giudizio, non sono state ribaltate: in questo modo si scoraggiano quei magistrati che vogliono portare avanti casi difficili.

E poi c'è la questione dell'improcedibilità: secondo Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, proprio per questo aspetto la riforma Cartabia è la peggiore riforma di questi anni, “questa riforma non serve a risolvere i problemi e i drammi della gente.”

La riforma introduce il concetto di “improcedibilità”: partendo dal giusto principio per cui ogni processo deve avere una ragionevole durata, la riforma stabilisce un numero massimo di anni (diverso a seconda dei gradi di giudizio) entro cui deve durare un processo. Il processo d’Appello potrà durare al massimo due anni, quello di Cassazione 12 mesi, se si supera questo limite il processo decade, vale a dire che il processo finisce senza che venga emessa alcuna sentenza.

A Napoli il presidente della Corte d’Appello De Carolis racconta come, almeno il 50% dei processi che arriva in Appello abbia superato i due anni dunque, se fosse già attiva la riforma Cartabia, A Milano sono aperti 8000 processi penali, pendenti, mentre a Napoli si arriva a 57mila: è un discorso di numeri, per fare i processi servono le risorse come racconta il servizio di Report: se alla corte d’Appello di Milano ci sono quasi 150 giudici per 8000 processi penali e quindi ogni giudici ha una media di 53 processi, a Napoli ci sono 39 giudici per 57000 procedimenti.

Cosa succederà dunque? Quando arriveranno i processi i giudici dovranno decidere se procedere prima con quelli più vecchi per evitare che finiscano in prescrizione o se invece partire da quelli recenti per evitare che diventino improcedibili. Dopo il dibattito parlamentare la ministra ha concesso una proroga ai due anni ai reati considerati più gravi come gli omicidi, i reati di mafia e le violenze sessuali aggravate. Ma ci sono altre decine di reati altrettanto importanti che rischiano la tagliola dell’improcedibilità.

Del rischio di impunità di massa ne parla il procuratore Gratteri: “con la riforma Cartabia rischiano l’improcedibilità gli omicidi colposi, gli incidenti sul lavoro, tutti si riempiono la bocca dal presidente della repubblica a scendere che è insopportabile e inaccettabile ma il 50% dei processi d’appello non si celebrerà, lo hanno detto tutti i procuratori generali delle corti di Appello. Tutti i processi per inquinamento, eppure questo governo ha dedicato un ministero alla transizione ecologica. E i reati contro la pubblica amministrazione non vi scandalizzano? Corruzione, concussione, peculato, perché non sono gravi? E sono anche processi senza detenuti, che non si celebreranno, metà non arriverà in appello.”

In molti Tribunali i reati dei colletti bianchi rischiano di non arrivare mai ad una sentenza ma rischiano anche i morti sul lavoro, gli incidenti sulla strada e i morti in tragedie come il crollo del ponte Morandi o il crollo della funivia a Mottarone. Per non parlare poi dei reati minori ovvero le truffe, le lesioni, le aggressioni o la violenza sessuale semplice.

È sempre il giudice De Carolis a spiegarlo “fino ad oggi, la violenza sessuale semplice sono riusciti a non farla prescrivere, ma adesso non so se riusciremo a farlo in un anno e mezzo, comunque sono processi delicati, non sono processi semplici.”

Stesso discorso per le truffe, già adesso tutte si prescrivono quasi tutte: “quelli che noi consideriamo reati bagatellari, sono spesso quelli che creano più danno sociale. Per esempio le truffe agli anziani sono un reato odioso. Quello che mi preoccupa” racconta il giudice al giornalista di Report “è il segnale che arriva, si rischia di avere l’impunità per una grande massa di reati.”

La riforma della giustizia ce l'ha chiesta l'Europa, soldi in cambio della riforma che abbassa la durata dei processi: in Svizzera bastano 377 giorni, mentre in Italia la media è sette anni.
Ma l'Europa ha chiesto anche la certezza del diritto, non di cancellare i processi del tutto, inoltre l'Europa chiedeva di partire dalla giustizia civile mentre in Italia il governo ha scelto invece di partire dal penale.
In media nei Tribunali italiani in corte d'Appello durano più di due anni, a Napoli solo per arrivare sul tavolo del presidente occorrono sei mesi. Le proroghe concesse dalla Cartabia solo solo una foglia di fico: molti reati rimarranno senza colpevoli, perfino tragedie come quella di Rigopiano e del Mottarone.

Cosa servirebbe fare allora?

Se volessimo agire sulla durata dei processi dovremmo usare altre leve: la digitalizzazione, snellire le notifiche, le rogatorie e le sue regole. E poi mancano cancellieri, mancano o sono insufficienti, mancano anche i magistrati: rispetto alla Germania abbiamo meno giudici e più avvocati (e questo spiega tante cose), mancano all'organico 1300 magistrati e il 40% delle forze di polizia giudiziaria, quelli che fanno materialmente le indagini.

Per selezionare i magistrati più meritevoli, servirebbe un CSM scevro da contatti con la politica, ma la riforma non tocca suo meccanismo elettivo. Qualche magistrato parla di un accordo tra CSM e politica, per evitare proprio di toccare il suo potere: l'ANM ha scioperato contro la Cartabia, l'ultima volta era capitato contro la riforma Castelli, ma lo sciopero non ha avuto una grande adesione, anche per l'atteggiamento pavido dell'ANM stessa.
Secondo alcuni magistrati, esiste un accordo silente, una tregua tra ANM e politica, per non toccare il meccanismo elettivo nell'autogoverno della magistratura e questo spiegherebbe l'atteggiamento dell'Anm sulla riforma. 
Con la Cartabia resterà intatto il potere delle correnti per nulla scalfito dalla riforma del sistema elettorale, in corso di approvazione al Senato.

Per Gratteri fresco di bocciatura da parte di Palazzo dei Marescialli per il posto di Procuratore nazionale antimafia, la nuova legge “è se possibile peggio di quella attuale. Crea un sistema dove già si può prevedere già quanti candidati prenderà una corrente, quanti un’altra, quanti un’altra. Il problema va risolto alla radice: la mamma di tutte le riforme è quella del Csm, bisogna arrivare al sorteggio”.

Paolo Itri, il procuratore campano intervistato da Report, racconta delle chat di Palamara: centinaia di magistrati facevano autopromozione, per se stessi. Dopo un anno dallo scandalo, la procura generale di Cassazione ha deciso che questo comportamento non è passibile di sanzioni, non è un comportamento illecito.

È impossibile eliminare le correnti dalla magistratura ed eliminare del tutto i rapporti con la politica: ma almeno che le correnti servano ad eliminare le mele marce, almeno che il CSM non sia più una camera di compensazione per far avvicinare quei poteri che dovevano essere indipendenti.
La riforma poteva introdurre un elemento di sorteggio, per evitare casi come quelli raccontati da Palamara: tutto questo per evitare che l'Italia da culla, diventi la tomba della giustizia.

Recentemente il CSM ha nominato il nuovo capo della procura nazionale Antimafia: alla fine ha vinto il procuratore Melillo, mentre si aspettava un ballottaggio con Gratteri. Si ritorna ai tempi di Falcone, quando fu bocciato prima come capo dell'Ufficio Istruzione poi come capo della super procura, poco prima di morire. 
La bocciatura di Gratteri, un magistrato che si è tanto esposto nella lotta alla mafia, rischia di farci ritornare a quei tempi.

Alla votazione per la nomina del procuratore capo della DNA, gli alti magistrati di Cassazione, Curzio e Salvi, hanno scelto di partecipare al voto, diversamente da quella che era la prassi nel passato: entrambi hanno scelto di votare per Melillo (per dare una maggioranza nitida alla persona che sarebbe stata scelta, ma come facevano a saperlo prima?).

L'imprimatur a Melillo era già stato scelto prima, perché appartiene alla stessa corrente di Salvi e Curzio – come racconta Palamara (le cui parole vanno sempre vagliate con cura)?
Prima di votare, Unicost e Area, avevano già raggiunto un accordo coinvolgendo anche i due alti magistrati di Cassazione?

Nessuno discute i meriti di Melillo – racconta Report – che è stato anche capo di gabinetto al ministero della giustizia fino al 2018: anche questo è un valore aggiunto, ammette Salvi (e si torna al rapporto tra politica e giustizia).

Anche Gratteri avrebbe potuto diventare ministro, ai tempi del governo Renzi: la sua nomina è saltata per volontà dell'allora presidente Napolitano (al suo posto arrivò Orlando).

Gratteri non sarebbe stato accettato come interlocutore con la politica: questo malumore dei procuratori capo arrivò fino al Quirinale – lo conferma anche Renzi nel suo libro che aggiunge anche il nome di Pignatone, tra i suggeritori della bocciatura di Gratteri.

La riforma Cartabia è un'occasione persa, sempre che ne avremmo un'altra nel futuro: questa riforma introduce anche altre norme come il diritto all'oblio secondo cui, in caso di archiviazione si devono eliminare dagli articoli i nomi degli imputati, una sorta di oblio di Stato, che non tutela il diritto all'informazione. Si limitano anche le possibilità ai procuratori di rilasciare interviste.

Riassumendo, dal 1 gennaio del 2025 ci sveglieremo in un paese più buono, senza corrotti o criminali, nel silenzio dei giornalisti che non potranno più raccontare dei casi in oblio, coi processi che, almeno al 50% finiranno in nulla, diventeranno improcedibili. Coi magistrati capi, scelti dal CSM (e coi condizionamenti con la politica) e coi sostituti che dovranno indagare secondo le direttive scelte dal parlamento.