13 marzo 2026

La vendetta di Odessa di Frederick Forsyth, Tony Kent


 

Prologo Washington D.C., Stati Uniti d’America Venerdì 23 maggio 2025 Il senatore Jack Johnson si rimirò allo specchio nel suo nuovo smoking sartoriale. Gli stava alla perfezione, e non poteva essere altrimenti: era costato più della sua prima automobile, ma valeva senza dubbio il prezzo.

Organizzazione degli ex appartenenti alle SS, in tedesco Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen: è il nome dell'organizzazione che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, quando era chiara la sconfitta dell'esercito tedesco, si occupò di mettere in salvo gli alti gerarchi delle SS consapevoli che, altrimenti, sarebbero stati chiamati a rispondere dei loro crimini.

Odessa, tra gli altri, consentià la fuga in Argentina di Adolf Eichmann, il burocrate dello sterminio, l'organizzatore della soluzione finale per lo sterminio degli ebrei in Europa.

Nel suo primo romanzo, Dossier Odessa (che considero una pietra miliare per questo genere di romanzi), Frederick Forsyth aveva raccontato, attraverso l'indagine del giornalista Peter Miller, di come Odessa fosse coinvolta in un piano per un attacco missilistico contro Israele.

Per un semplice caso, la notizia dell'attentato al presidente Kennedy il 23 ottobew 1963, la storia prese una direzione anziché un'altra. Odessa fu stroncata anche grazie a Peter Miller e alla sua determinazione nel voler dar la caccia a Edoard Roshmann, il boia di Riga. Responsabile della morte di 300 mila ebrei e anche di qualcuno che era molto vicino a lui.

In questo romanzo, ambientato ai giorni nostri, ritorna Odessa e ritorna anche Peter Miller, assieme al nipote Georg, anche lui giornalista. Ancora una volta è il caso a guidare il destino delle persone: se Georg Miller non si fosse fermato a parlare con quel malato che lo guardava fisso fuori dall’ospedale di Stoccarda, forse a quest’ora avremmo un partito nazista alla guida della Germania (e non è detto che non accada in un futuro)…

Ma andiamo per ordine: la storia si sdoppia in due filoni che sembrano muoversi su piani diversi.

A Stoccarda un gruppo di terroristi spara sugli spalti della curva dello stadio causando una strage: è l’ennesimo attentato di matrice islamica, in un momento di tensione (contro gli immigrati) per il paese per la scia di sangue che ha lasciato.

Riuscì finalmente a vedere uno degli uomini che stavano sparando. Registrò i suoi lineamenti in un istante: era un arabo, concluse, vestito con capi di tipo militare di color marrone che sembravano una tuta da volo.

Il giornalista Georg Miller si reca proprio a Stoccarda, all’ospedale, a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti, per scrivere un articolo che racconti i fatti, non il solito articolo di accusa contro gli immigrati e le politiche di accoglienza.

.. il paese era una polveriera pronta a esplodere in una direzione che Georg considerava impensabile. E per calmare la tempesta non era possibile affidarsi ai politici, un tempo tra i più liberali del mondo occidentale.

Georg se ne rende conto dalle impressioni che raccoglie in ospedale, questo attentato è colpa di quelli come lei – gli viene rinfacciato: quelli che hanno accolto tutte queste persone, che ci odiano, che sono la feccia del mondo e che adesso ci ammazzano.

Ma un uomo attira la sua attenzione: lo sta guardando fisso e gli dice qualcosa che sconvolge il gjornalista

«Ma tu sei morto» disse, più a sé stesso che a Georg. «Sei morto.»
Perché quell’uomo lo chiama Horst? Perché gli dice che è stato lui ad uccidere questo Horst.. Horst era il nome del padre di Georg, morto in un incidente.

Da questo incontro nasce l’indagine che porterà Georg Miller, giornalista del Komet, sulle tracce di Odessa, l’organizzazione criminale che si era insediata nel corpo della Germania Democratica e che si credeva morta proprio dopo le inchieste di Peter Miller, il nonno di Georg.
Georg si troverà, assieme alla fidanza, anche lei giornalista, al nonno, il mitico Peter Miller, di fronte alla più grave minaccia per la Germania.

Washington D.C., Stati Uniti d’America Vanessa Price terminò la frase che stava digitando e guardò il suo Apple Watch. Le 17.15. Per gran parte del mondo occidentale quell’orario rappresentava la fine della giornata lavorativa

A Washington, Vanessa Price lavora nello staff di Cole Grisham, astro nascente del partito Repubblicano, appena paracadutato al Senato dopo la morte del senatore Jack Johnson, ucciso per un incendio scoppiato nella sua villa assieme ad un’altra ragazza del suo staff. Lo scandalo era stato messo a tacere fin da subito, un senatore morto nella sua stanza assieme ad una giovane ragazza. Questa morte era stata il trampolino di lancio per Cole Grisham, considerato un outsider per Washington, uno che non fa parte del sistema, uno che dice le cose che la gente pensa. Un politico molto a destra, molto di più rispetto al presidente repubblicano (che ricorda da vicino l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump).
Il clima nello staff non è dei migliori: i vecchi membri dello staff di Johnson (che Grisham ha ereditato) sono stati cacciati tutti anche con pretesti poco puliti.

La stessa Vanessa comprende che stare dentro quel mondo, ipocrita, razzista, falso, è alla causa degli attacchi di panico sempre più frequenti.

«Ma in che modo? È il più giovane dei senatori junior del Campidoglio.» «È già sistemato. Prima di fine ottobre, Cole Grisham sarà vicepresidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, ho bisogno che tu tenga in riga il team.

Avrebbe anche deciso di andarsene, abbandonare quel gruppo dove non è riuscita a socializzare con nessuno, finché una scoperta sui finanziamenti del candidato Cole Grisham non la mettono di fronte alla scelta: far finta di niente oppure andar fino in fondo per capire meglio chi siano le persone dietro la carriera fulminante di Grisham.

Anche a costo di rimetterci la vita.

Le due indagini, quella di Georg, nata casualmente dall’incontro col malato dentro l’ospedale di Stoccarda e quella di Vanessa procederanno parallele: dietro l’attentato allo stadio, la morte di quel malato, ricoverato per demenza all’ospedale, la morte del senatore Johnson, si cela un piano preparato con tanta pazienza nel corso degli anni. Un piano preparato dai più grandi nemici della democrazia in Germania. Odessa non è morta.

Per bloccare questo piano bisogna essere pronti a rischiare la propria vita e ad uccidere per non essere uccisi. Perché il nemico che si ha di fronte non ha scrupoli.

Mi è piaciuto l’inizio di questo romanzo, con questi storie che procedono in parallelo e dove sembra di rivedere episodi della storia recente: gli attacchi di gruppi terroristici islamici, la crescita delle destre in Germania e in tutta Europa che dettano l’agenda politica nelle democrazia occidentali nel segno della xenofobia e del nazionalismo.

Nella seconda parte del libro ci si ritrova dentro un romanzo di azione: non ho trovato in queste pagine il Forsyth che ho amato in Dossier Odessa e ne Il giorno dello sciacallo. Manca lo stile giornalistico, apparentemente freddo e distaccato, con cui lo scrittore inglese prendeva spunto dalla realtà (e da fatti di cui era venuto a conoscenza come giornalista) per raccontare storie romanzate ma allo stesso tempo molto verosimili.

«Pensaci, Georg» continuò Peter. «Lo hai visto tu stesso: la rinascita dell’estrema destra, l’ascesa dell’AfD. Credi davvero che siano arrivate dal nulla?»

Uno stile che solo in parte ho ritrovato in queste pagine, in particolare quando a parlare è proprio l’anziano giornalista, Peter Miller: anziano ma ancora capace nel mettere assieme i puntini. L’avanzata delle destre, lo sdoganamento di slogan, idee, che pensavamo fossero banditi nelle democrazie moderne (e non perché esiste la cultura woke). Il declino delle democrazie e la crescita di leader politici populisti attorno a cui si consolida il culto della persona, come una religione.

«Ricorda che, se Hitler negli anni Venti e Trenta non avesse avuto i comunisti a spaventare le pecore, avrebbe dovuto inventarli.»

I comunisti ieri, gli immigrati oggi. Sono tutti spunti che dovrebbero far riflettere con molta attenzione.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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07 marzo 2026

Anteprima Presadiretta – cosa sta succedendo all’Ilva e Gaza con la pace dei forti

Quale futuro per l'Ilva a Taranto

Nonostante tutto, gli anni che passano, le inchieste sull’avvelenamento dell’ambiente, i processi, a Taranto si continua a morire per il lavoro. Si continua ad avvelenare l’acqua e l’aria di chi vive accanto all’Ilva. E si continua a non vedere alcuna prospettiva per questo sito industriale che sarebbe anche strategico per la poca industria nazionale che rimane.
Nell’ultimo mese sono morti, precipitando nel voto in un reparto che era stato chiuso precedentemente, due operai, l’ultimo si chiamava Loris Costantino, padre di due figli: solo dopo la minaccia di uno sciopero e di una manifestazione proprio sotto Palazzo Chigi, il ministro Urso ha pianificato un incontro coi sindacati.

Il destino dell’acciaieria di Taranto sarà al centro del racconto di Presadiretta Open di questa domenica.

Presadiretta ha incontrato don Alessandro Argentiero, prete del quartiere Tamburi, dove le case si affacciano sull’acciaieria: dopo aver visto l’ondata di sofferenze legate all’inquinamento del quartiere ora deve affrontare l’ondata della povertà causata dalla cassa integrazione.

Famiglie monoreddito o famiglie che dall’oggi al domani si trovano in cassa integrazione o licenziate, in 12 anni ho visto un cambiamento repentino, drastico, la gente si è impoverita. I nostri assistiti Caritas sono aumentati, tanto, prima erano 30 ora sono 75. La prima cosa che cerco di dare a questa gente è l’ascolto. Loro vengono qui e ti rovesciano sul tavolo, davanti a te tantissime cose, tantissimi problemi. E dicono ‘ grazie perché mi hai ascoltato’ ”.

Dentro la parrocchia che ha costruito don Alessandro mostra le cose che ha raccolto per i bambini, come i giochi, uno schermo. Qui il don ha appena organizzato una festa di carnevale per i piccoli. In un angolo c’è anche quello che fa per i grandi: zucchero, latte, scatolame, tonno, lenticchie..

Ma qual è il futuro dell’impianto industriale?

Il Tribunale di Milano ha chiesto alla proprietà di adeguarsi alle prescrizioni del ministero dell’Ambiente, per tutelare la salute delle persone. Assisteremo un’altra volta alla contrapposizione tra salute e profitto? Presadiretta ha intervistato il CEO di Flacks Group, Michael Flacks l’unico potenziale acquirente rimasto: “sapevamo che non sarebbe stata una sfida semplice, siamo consapevoli delle questioni legate ai sindacati, al governo, ai cittadini, alle emozioni della gente, stiamo parlando di Ilva, non è un’azienda qualunque. Per rispondere alla sua domanda, si vogliamo acquistare Ilva, abbiamo un ottimo rapporto coi commissari, col ministro Urso. Al di là delle opinioni politiche Ilva deve continuare a vivere per l’Italia, stiamo cercando di riportare rapidamente al lavoro 6500 persone e se porteremo la produzione a 6 ml di tonnellate di acciaio, come molti ritengono possibile, avremo bisogno di 10mila lavoratori ”

Il destino dei palestinesi

Quale sarà il destino dei palestinesi adesso? Sarà questa la domanda del secondo servizio di Presadiretta, a pochi mesi dal finto cessate il fuoco con l’esercito di Israele che continua a sparare ai civili e con la continua espansione dei coloni nei territori della Cisgiordania.

A pochi giorni dall’inizio di un nuovo conflitto in Medio Oriente, quello scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Dopo l’uccisione della “guida suprema” Khamenei che ha poi portato alla reazione dell’Iran coi missili sparati sui diversi paesi del golfo.

Presadiretta ci porterà a Gaza, in Cisgiordania, in Israele in un servizio che si è chiuso poco prima che lo spazio aereo venisse chiuso.

A cinque mesi dall’accordo sul cessate il fuoco nella striscia di Gaza, che veniva divisa in due zone, la zona ovest controllata dai palestinesi e la zona esterna controllata da IDF. L’accorod prevedeva il graduale ritiro dell’esercito israeliano dalla striscia che però, non è mai avvenuto. La linea gialla, da linea di demarcazione provvisoria da superare nelle successive fasi dei negoziati si è materializzata attraverso dei cubi di cemento.

Questa zona è pericolosa, se ti avvicini alla zona gialla ti sparano..” racconta al giornalista un ragazzo: possono solo raccogliere le poche cose rimaste sotto le macerie che possono recuperare ancora e spostarsi da un’altra parte. I cubi poi vengono spostati dall’esercito di Israele, costringendo la popolazione civili a doversi continuamente spostare, sempre più in là restringendo gli spazi per gli sfollati.

Riccardo Iacona ha intervistato l’ex ufficiale del Mossad Udi Levi a proposito dei finanziamenti ricevuto dal Qatar ad Hamas, specie all’ala militare e tutto questo è avvenuto già da molti anni. Udi Leva è stato a capo di una speciale unità che si occupava del finanziamento del terrorismo: ha ricostruito tutti i flussi finanziari dal Qatar che hanno reso Hamas così forte, così tanto da cacciar via nel 2007 i palestinesi della ANP con una campagna militare brutale. I soldi del Qatar hanno reso Hamas un esercito armato fino ai denti.

Le prime persone che hanno raccontato questi flussi di finanziamenti a Udi Levi sono stati proprio i palestinesi, non l’intelligence israeliana, ma quelli della Anp: “sono venuti da me e mi hanno detto, state dando soldi ai terroristi” e questo avveniva sotto gli occhi del governo. Di tutto questo il primo ministro Netanyahu era consapevole: “gli ho detto molte volte [a Netanyahu] che questo era un gravissimo errore, Netanyahu ha comunque una enorme responsabilità politica perché ha permesso al Qatar di finanziare Hamas per più di 10 anni, anche se noi del Mossad eravamo contrari. E alla fine è questo che ha portato al 7 ottobre, noi abbiamo nutrito questo mostro con così tanti soldi che loro ci hanno attaccato”.

Viene in mente la storia dei finanziamenti americani ai mujaheddin in Afghanistan in funzione anti sovietica. Fondamentalismi islamici da cui è nata poi Al Qaeda. Fino al’11 settembre.

Su Domani trovate un’anticipazione del servizio dove si parla dell’attacco di Stati Uniti e Israele ai giudici della corte penale internazionale, colpevole di aver accusato di genocidio Israele.

L’ultima giudice ad essere attaccata è la peruviana Luz del Carmen Ibáñez Carranza: “sia io che la mia famiglia siamo stati colpiti nelle questioni finanziarie, non abbiamo carte di credito, non posso ordinare un pasto online non possiamo usare western union per inviare soldi nei nostri paesi, non possiamo movimentare alcun conto in dollari”.

La censura colpisce chiunque abbia collaborato con la CPI, come la relatrice dell’Onu Francesca Albanese: i suoi beni sono stati congelati, le è stato impedito di fare qualsiasi transazione finanziaria perché nel sistema internazionale vige la legge americana. Per proteggere lei e gli altri cittadini europei sottoposti a queste sanzioni bisognerebbe attivare un provvedimento chiamato Blocking statute che protegge i cittadini e le istituzioni europee dagli attacchi di sanzioni americane. Ma al momento né l’Europa né lo stato italiano si stanno muovendo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 marzo 2026

I tredici colpevoli di Simenon, Georges

 

ZILIUK

Ad affrontarsi erano due pesi massimi, tanto che negli uffici della Procura molti pensavano che stavolta il giudice istruttore Froget avrebbe finito per prendere una batosta, cosa di cui non tutti erano dispiaciuti.

Freddo, impassibile, capace di rimanere in silenzio per minuti per osservare l’imputato che si trova davanti, con quella sua espressione indecifrabile, una spalla più alta dell’altra. Oppure a leggere le carte dell’indagine, con fare svogliato, apparentemente.

È questo il modo di condurre gli interrogatori del giudice istruttore Froget: nessuno scontro diretto con l’accusato che ha davanti

Di solito i giudici istruttori fanno domande su domande, si accaniscono a confondere l’indagato e solo così riescono a strappargli la frase che costituisce una confessione. Lui invece lasciava all’interlocutore il tempo di riflettere, persino di riflettere troppo.

Ed allora ecco che la prova per sostenere l’accusa arriva da una parola di troppo, da un commento fatto magari senza pensarci. Come nel primo racconto:

«La “prova” della sua colpevolezza?» scandì lento.
«Eccola: lei poteva leggere sul mio fascicolo solo la dicitura “Caso Stephen”. Ma mi ha detto: “Non conoscevo gli Stephen”. Questo plurale è la sua confessione».

Perché “i colpevoli” che il giudice istruttore si trova davanti (una figura che nel nostro ordinamento giudiziario ha abolito nel 1989), sono spesso dei criminali che pensano di essere furbi, più furbi di quel magistrato così sfuggente per il suo atteggiamento. Ed è questa spavalderia a fregarli.

Oppure, come in altri casi, sono solo dei poveracci che il caso, la sfortuna, il destino, li ha messi sulla strada del crimine.

Sono 13 racconti brevi, troppo brevi (e che seguono più o meno lo stesso canovaccio) che non fanno apprezzare del tutto le capacità di Simenon nel raccontare queste storie di tradimenti, avidità, senso di onnipotenza.

Sono storie che questo giudice annota minuziosamente sul suo taccuino e dove la sua figura non è quella dominante, la sua è quasi una voce narrante (a cui a volte si affianca quella dello scrittore) e dove il giudice Froget è costretto ad entrare dentro la vita delle persone, andando a svelare tutti i segreti.

Ma Froget non è un detective alla Maigret, che fisicamente occupa tutta la scena, lo potremmo definire un investigatore “impalpabile”, una sfinge per le persone che deve giudicare che si trova davanti. Ma una sfinge capace di cogliere le stranezze, le incongruenze, con una grande capacità di autocontrollo nei confronti delle provocazioni dei suoi “colpevoli”.

Attenzione, stiamo parlando di metodi di indagine e procedure che oggi sono fuori dal tempo: poche prove scientifiche, tutto il lavoro del giudice si basa sulla raccolta delle testimonianze e sulle contraddizioni dell’accusato, in un confronto che diventa una sfida tra il giudice e il colpevole e nessun altro. Una sfida dove l’obiettivo è trovare la “crepa” nelle parole dell’avversario, quella crepa che consente di arrivare al perché del delitto per ricostruire tutta la storia.

Qui gli altri racconti contenuti in questo libro (gli altri 13 colpevoli):

ZILIUK

IL SIGNOR RODRIGUES

LA SIGNORA SMITH

NOUCHI

ARNOLD SCHUTTRINGER

WALDEMAR STRVZESKI

PHILIPPE

NICOLAS

I TIMMERMANS

IL PASCIÀ

OTTO MULLER

LA NOTTE DEL PONT MARIE

LO YACHT E LA PANTERA


La scheda del libro sul sito di Adelphi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


02 marzo 2026

Mani legate di Antonella Mascali e Piergiorgio Morosini


 

La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia

Prologo di Piergiorgio Morosini

Correva l’anno 1979. Lo storico statunitense Christopher Lasch, tra gli intellettuali più originali e riflessivi dell’epoca, pubblicava “La cultura del narcisismo”. La sua analisi sulle tendenze delle società occidentali più avanzate profetizza il destino dei rapporti tra cittadino e istituzioni: “Nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per l’intolleranza quanto per l’indifferenza”. È un richiamo a riscoprire il valore della partecipazione civica, del confronto pubblico, dell’impegno collettivo. Perché la democrazia non si difende solo dai suoi nemici, ma soprattutto si nutre della passione e della responsabilità dei suoi cittadini. Alla base della denuncia di Lasch troviamo i guasti dell’individualismo e del consumismo.

Il 22 e il 23 marzo prossimi andremo a votare per il referendum confermativo su quella che viene chiamata riforma Nordio sulla giustizia, un disegno di legge che la maggioranza di destra ha imposto al Parlamento e che andrà a toccare ben sette articoli della nostra Costituzione.

Cosa contiene questa riforma che viene presentata, dai suoi sostenitori, come uno strumento per rendere la giustizia più giusta, per togliere di mezzo il vulnus delle correnti nella magistratura?
Qual è invece il vero disegno che sta dietro a questa riforma, che vede tra i suoi padri il venerabile Licio Gelli (a capo della loggia P2, una struttura deviata che è stata al centro di tante pagine buie della nostra storia) e di Silvio Berlusconi, il più volte presidente del consiglio condannato per frode fiscale nel 2013?

E di cosa avrebbe bisogno veramente la giustizia italiana per essere veramente “democratica” e rispettosa dei principi della nostra Costituzione?
Il punto di vista dei due autori di questo libro, la giornalista del Fatto Quotidiano Antonella Mascali e il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, è chiaro sin dal sottotitolo: questa riforma è lo strumento con cui questa maggioranza che sta governando il paese intende sottomettere la giustizia al potere esecutivo.

Lo si capisce andando a leggere in controluce i punti salienti dentro questa riforma, la separazione delle carriere, il doppio CSM che spacca l’unità della magistratura.

Solo una parte residuale di magistrati o giudici cambia funzione ogni anno, andando anche a cambiare regione, se questo fosse stato il vero obiettivo della riforma non serviva cambiare tutti quegli articoli della Costituzione.

E che dire del giudice che ora, separato dal magistrato, diventa improvvisamente terzo e con le stesse armi dell’avvocato della difesa? Magistrato inquirente e avvocato non hanno lo stesso ruolo di fronte alla legge, il magistrato infatti ha l’obbligo di trovare prove a favore dell’imputato, l’avvocato no.

Se si deve separare la funzione inquirente da quella giudicante per togliere di mezzo quel legame di sudditanza, perché non separare anche i giudici dei vari gradi?

C’è poi il la questione dell’alta Corte di giustizia che gestirà le sanzioni disciplinari dove aumenta la quota dei politici.

Chi governerà l’azione disciplinare contro questo o quel magistrato? Sarà la politica o, addirittura, il ministro della Giustizia? E quale giudice avrà voglia di mettersi di mettersi contro il potente di turno, magari un protetto della maggioranza, sapendo che rischia un procedimento disciplinare?

Dicono, i signori del si, che con questa riforma finalmente, si ferma l’intromissione della magistratura nella vita politica: non devono essere più i magistrati a decidere su come gestire i flussi degli immigrati, sulle politiche industriali, su come gestire gli appalti, su come devono essere progettati i ponti sullo stretto. Di fatto è una perfetta ammissione di quello che è il vero obiettivo di questa riforma: creare un nuovo magistrati che abbia le mani legate, che non si intrometta, come ha fatto la corte dei conti, sul progetto del ponte sullo stretto di Messina. Che non si permetta di bloccare la deportazione dei migranti verso il CPR in Albania.

Perché oltre alla riforma Nordio, la maggioranza sta presentando altre “riforme” molto pericolose: togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, togliere il controllo della polizia giudiziaria ai magistrati. Deve essere il governo, senza più l’impiccio della magistratura con la sua azione di controllo, a stabilire quali sono i reati da perseguire e quelli da lasciare perdere.

È tutto fatto alla luce del sole, basta mettere assieme i pezzi: la stretta sulle indagini per i colletti bianchi col blocco delle intercettazioni a 45 giorni; l’abrogazione dell’abuso d’ufficio; l’obbligo di un collegio di tre giudici per decidere dell’arresto di un imputato; una stretta sul traffico di influenze.

E, dall’altra parte, un giro di vite contro chi organizza i rave party (una vera emergenza si dirà), contro chi manifesta anche pacificamente ma blocca il traffico, il fermo preventivo per certi soggetti che potenzialmente potrebbero creare problemi durante le manifestazioni.. Un doppiopesismo in termini di garantismo che denota bene quale sia l’intento del governo Meloni (e anche di un pezzo di quella che dovrebbe essere l’opposizione).

Di tutto questo parlano, usando il meccanismo dell’intervista la giornalista e il magistrato, articolata nei seguenti capitoli:

  • Cosa prevede la riforma costituzionale

  • La separazione delle carriere: una riforma inutile e pericolosa

  • Due CSM sulle materie dell’hotel Champagne

  • Governo dei giudici versus volontà popolare?

  • I nodi veri della giustizia

  • Epilogo: il giudice che verrà.. con le mani legate


Per fermare questa riforma c’è bisogno dell’impegno di tutti i cittadini che hanno a cuore questa Costituzione, non importa che siano di destra o di sinistra. Perché, come scrive Morosini nel prologo, le democrazie muoiono anche per colpa dell’indifferenza: la giustizia è un tema che riguarda tutti noi.

Sul Fatto Quotidiano trovate un estratto dal libro:

Il disegno di legge Meloni-Nordio entrato a Montecitorio nel maggio del 2024, ha raccolto i quattro “sì” da Camera e Senato, senza la modifica di una virgola (…). Ora tocca ai cittadini, con il referendum (…). La posta in gioco è alta. La riforma non si limita a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri. Che è già un dato di fatto. Ambisce a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo (…). L’approfondimento sulle ragioni che ispirano le novità costituzionali, e l’indicazione dei relativi pericoli, lo affidiamo a un dialogo. Ci è sembrata la forma più corretta per i diversi ruoli ricoperti da chi scrive, un magistrato e una giornalista di cronaca giudiziaria (…).

Governo dei giudici versus volontà popolare?

A. M. La riforma costituzionale su cui si terrà il referendum è stata firmata da un magistrato in pensione, il ministro della Giustizia Nordio. Ed è fortemente voluta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Anch’egli magistrato, attualmente fuori ruolo, vanta pregresse esperienze di parlamentare e di viceministro dell’Interno in uno dei governi Berlusconi, secondo una prassi che tanti politici hanno definito delle “porte girevoli”. Tra i più ascoltati dalla premier Giorgia Meloni, è impegnato in prima linea in una narrazione che denuncia la volontà dei magistrati di sostituirsi al Parlamento e al governo. Lo ha ribadito lui stesso nel giorno del voto definitivo per la riforma in Senato, il 30 ottobre 2025. Inoltre, nella trasmissione di Rai1 5 minuti (ripresa dall’Ansa), sempre Mantovano ha replicato all’accusa di “volere i pieni poteri” rivolta dalle opposizioni al governo, sostenendo che “i pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica dell’immigrazione impedendo le espulsioni”, “di chi blocca la politica industriale fermando gli impianti”; “di chi non dà seguito alle indagini per i disordini a Roma”.

PG. M. In quelle affermazioni c’è il carburante ideologico-culturale di una volontà di “reagire” della politica al ruolo assunto negli ultimi anni dai giudici nelle istituzioni e nella società. Si colgono le ragioni profonde dell’iniziativa costituzionale di cui si discute, non riducibili alle sole dinamiche della giustizia penale, che aveva in mente la “riforma epocale” proposta nel 2011 da Silvio Berlusconi. La posta in gioco coinvolge la giustizia tout court e le sue implicazioni oggi più sensibili, su immigrazione, lavoro, ambiente, famiglia e altro. Terreni su cui possono manifestarsi punti di crisi tra indirizzi politici e valori fondanti ricavabili da norme costituzionali o euro-unitarie. (…). Dagli anni Sessanta, ai giudici si rivolgono privati o soggetti collettivi che non trovano ascolto in altre sedi istituzionali per il riconoscimento dei loro diritti. Più il parlamento è lento, o il suo intervento è frenato dalla forza di interessi particolari o dalla mancanza di un forte consenso sociale, maggiore è la ricerca del varco giudiziario impugnando la Costituzione. Ieri erano questioni di sicurezza sul lavoro, ambiente, fine vita. Oggi, sono pure tutele che riguardano il lavoro precario, i flussi migratori, le minoranze lgbtqia+. Il giudice, a differenza del politico o dell’amministratore, ha il do-ve-re di decidere e non può sottrarsi. (..).

Epilogo: il giudice che verrà… con le mani legate

L’obiettivo vero della riforma costituzionale è liberarsi di una magistratura che non può essere addomesticata da altri poteri. E lo si persegue smantellando istituti nevralgici per i costituenti del 1948, quali il Csm e la carriera unica per giudici e pubblici ministeri. Con quelle garanzie, da corpo di funzionari, pezzo della burocrazia dello Stato, la magistratura è diventata un potere autonomo, variabile indipendente dagli equilibri politici contingenti e come tale incontrollabile. Ma tutto questo non è in sintonia con l’idea di Stato che oggi si sta affermando un po’ ovunque nel mondo. E in particolare, con quella idea di magistratura “che deve collaborare col Governo”, e come tale deve essere innocua, silenziosa, ubbidiente, docile. (…).

Delegittimazione e tentativi di intimidazione dei giudici che si occupano di questioni politicamente sensibili, assieme al depotenziamento degli strumenti utili al controllo di legalità nelle istituzioni e nei circuiti economico-finanziari, sono il prologo della riforma costituzionale. Così le ragioni ufficialmente espresse per giustificarla, suonano formali e pretestuose. Non è credibile la tesi di una separazione delle carriere necessaria a garantire finalmente la “terzietà” del giudice. Già ora, in Italia, le richieste dei pubblici ministeri una volta su due sono bocciate dal giudice. (…). Il vero fulcro della riforma sta nell’indebolimento del Consiglio superiore della magistratura. È l’organo a difesa della indipendenza di tutte le toghe, quindi anche dei giudici, civili e penali. Con il pretesto della lotta al correntismo giudiziario, lo si smembra, lo si priva della competenza disciplinare e lo si cambia nella sua composizione. Con il sorteggio dei componenti togati, secondo la logica dell’ “uno vale l’altro”, diventano decisivi i componenti laici che, invece, sono scelti dalla maggioranza politica. Nelle mani di costoro saranno i destini professionali di tutti i magistrati (…).

Oggi, la magistratura italiana, compresa la Corte dei Conti, come peraltro la Corte di giustizia dell’Unione europea e la Corte penale internazionale, vengono vissute dalla maggioranza di governo come organi di resistenza ai nuovi indirizzi politico-istituzionali. Per i riformatori ciò che conta è solo chi vince le elezioni. E se è vero che l’articolo 1 della Costituzione attribuisce la sovranità al popolo quindi agli eletti; è altresì vero che la seconda parte della disposizione vuole che quella sovranità sia esercitata nelle forme e nei limiti previsti dalla legge e dalla Costituzione e, quindi, con i necessari controlli da parte degli organi di garanzia, magistratura compresa. Invece i fautori della riforma pretendono che esecutivo, legislativo e giudiziario debbano sempre “collaborare”, come in un “blocco unico”. (…).

Forse a qualcuno sarebbe piaciuta di più una disposizione sul tipo di quella adottata dallo Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici che Egli istituisce”, magari cambiando il termine “Re” con quello di Governo. O, se volete, di Presidente del Consiglio.

La scheda del libro sul sito PaperFirst
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28 febbraio 2026

Anteprima Presadiretta – la lunga storia del ponte di Messina e come allungare la vita

A che punto è il progetto per il ponte sullo stretto di Messina? E poi, vivere fino a 120 anni tra scienza e stili di vita e terribili truffe.

Il ponte sullo stretto di Messina


In Presadiretta Open si parlerà del ponte sullo stretto di Messina, la grande opera su cui il ministro Salvini e il governo stanno puntando tanto. Costo dell’opera, che ha già ricevuto una prima bocciatura da parte della Corte dei Conti (eh ma con la riforma Nordio nessun giudice si permetterà..), circa 13 miliardo. Al momento.

Che succederà adesso al progetto?

E che succederà adesso alle famiglie colpite dagli espropri necessari per costruire questa opera strategica, anche in funzione di un attacco militare da sud (così è stato affermato da eminenti ministro). Come la casa della signora Di Domenico, che si affaccia su uno dei posti più magici dello Stretto, vicino la spiaggia di Capopeloro che nel 2022 è stata premiata dal National Geographic come la spiaggia italiana col panorama più bello.

Questa zona sarà completamente trasformata dal progetto del ponte, stravolgendo la vita del territorio e delle persone che ci vivono.

Il valore delle loro case è stato diminuito per colpa del ponte, non conviene vendere o affittare, come anche fare lavori migliorativi, uno ci pensa prima di partire. Sono famiglie bloccate anche se gli espropri non sono partiti ancora e a rendere ancora più precaria la loro situazione è proprio l’ultima decisione della Corte dei Conti che ad ottobre 2025 ha negato il visto di legittimità, l’ennesimo stop che pesa sulla vita degli abitanti di queste zone e sul loro futuro.

Io sono arrabbiata” racconta a Presadiretta “perché avere questa gente che dice domani cominciamo, tra tre mesi cominciamo, insomma è ridicolo. Preoccupata no, perché lo so che il ponte non lo fanno. E lo sanno anche loro che non lo possono fare.”

La lunga vita


Si può vivere più a lungo, in salute, mantenendo uno stile di vita dignitoso. Si parla di questo nel primo servizio della puntata dove Presadiretta, per raccontare le nuove sfide della ricerca, è andata a Genova all’istituto italiano di tecnologia, tra i più importanti poli di ricerca in Italia. Qui è nata nel 2021 Corticale la prima startup italiana che produce interfacce neurali partendo da un prototipo nell’istituto: l’obiettivo di questa startup è portate questi prototipi dal mondo della ricerca neuroscientifica a quello della clinica – racconta Luca Boi uno dei tre fondatori.

Alla giornalista ha mostrato Sinaps un microchip piccolissimo che può essere impiantato nel cervello. I sensori sui chip raccolgono l’attività naturale, tutta questa informazione viene mandata all’unità di controllo integrata nel paziente che potrà rimettere in comunicazione il suo cervello col mondo esterno. Ancora meglio di quanto fa NeuraLink di Elon Musk perché i sensori di Sinaps sono n grado di raccogliere una quantità maggiore di informazioni.

Sinaps sarà impiantato in un uomo per la prima volta quest’anno e in un futuro nemmeno troppo remoto, attraverso il dispositivo, sarà in grado di controllate le protesi meccaniche restituendo al paziente anche tutte le funzioni percettive come il tatto e la possibilità di sentire il caldo o il freddo.

Ma la ricerca non si ferma: lo scopo adesso è diminuire la dimensione dei dispositivi aumentando in parallelo la capacità di estrazione dei dati. Lo spiega un altro dei fondatori di Corticale, Luca Bergondini: stiamo cercando di frammentare questi aghetti che raccolgono le informazioni in tantissimi piccoli dispositivi in mdoo che possano integrarsi simbioticamente col sistema nervoso - spiega a Presadiretta – un passaggio verso microdispositivi integrati.

Stiamo parlando di dispositivi invisibili ad occhio nudo, delle dimensioni di un granello di sabbia. È questa la nuova frontiera della ricerca, si apre alla possibilità di avere dispositivi fusi col tessuto, i più simbiotici possibile, col vantaggio di poter massimizzare il numero di cellule che possiamo monitorare nello stesso tempo. In un futuro è persino possibile introdurre degli stimoli alle cellule per compensare delle disfunzioni, pensando ad esempio al caso dell’epilessia – spiega ancora – “quando occorre un evento epilettico pensiamo di interrompere la crisi con la stimolazione elettrica.”

In generale sulla ricerca su come allungare la vita e sullo studio dell’invecchiamento si stanno investendo miliardi di dollari.


Ma in questo settore ci sono anche i ciarlatani che si approfittano delle disperazione delle persone ammalate per malattie gravi: Presadiretta ha scoperto un nuovo caso Stamina, una truffa a base di iniezioni di cellule staminali, il servizio mostrerà le foto su questa truffa, le testimonianze e farà i nomi delle persone dietro.

Si tratta di un gruppo di sedicenti medici provenienti dalla Polonia e dalla Bielorussia che arrivano in Italia e iniettano a domicilio porzioni di cellule staminali di cui, non si conoscono le origini, in casa di ammalati gravissimi in cambio di ingenti somme.

Una signora racconta di aver pagato, anticipatamente, 19 mila euro per queste iniezioni: dopo il pagamento sono arrivate a casa sua quattro persone, dalla Polonia.

Il marito della signora si è ammalato di sclerosi laterale amiotropica, la sla, una malattia spietata: questi presunti medici hanno fatto più iniezioni al marito, poi una flebo col “brodo di coltura delle cellule staminali”. In tre mesi le cellule staminali avrebbero dovuto fare il loro lavoro, sono stati mesi di grande attesa per la coppia, ma i miglioramenti non ci sono stati.

Le condizioni respiratorie del marito sono peggiorate in pochi mesi ed è stato ricoverato: “colpire nel momento in cui eravamo più scoperti e deboli merita tutto il nostro disprezzo.”

Domenica sera Presadiretta renderà tutto pubblico, nomi, cognomi, foto per evitare che altre persone possano cadere nella loro rete.

Lascheda del servizio:

Il Ponte sullo Stretto, tra questione ambientale, mancata gara, aumento dei costi, è al centro di “PresaDiretta Open“, in onda domenica 1° marzo, alle 20.30 su Rai 3. Nel reportage un’intervista all’ad della Società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, e un viaggio a Messina, la città col più alto tasso di spopolamento in Europa e dove solo un cittadino su tre riceve l’acqua 24 ore al giorno. Dopo la delibera della Corte dei Conti e il nuovo decreto del governo Meloni, si dà voce agli abitanti di Messina che rischiano l’esproprio delle abitazioni, ai comitati che si oppongono a un’infrastruttura da oltre 13 miliardi di euro e a quelli che la vogliono a tutti i costi. Il ponte, secondo uno studio di Unioncamere Sicilia, avrà un impatto sul Pil di oltre 23 miliardi, col paradosso che a beneficiarne saranno Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna. In studio per discutere con Riccardo Iacona la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo e il giornalista Marco Damilano, conduttore de “Il cavallo e la torre”.

E poi, PresaDiretta con la puntata “Lunga Vita”, tra prospettive e contraddizioni attorno a longevità, medicina rigenerativa, studi del cervello. Il racconto parte dall’Umbria, con la storia del signor Corrado Codignoni che a 105 anni guida l’auto, coltiva l’orto, fa la pasta a mano. Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il record con oltre 23mila e 500 ultracentenari. Per arrivarci in buona salute, la ricerca attira sempre più investimenti. Solo le start up Usa hanno un giro d’affari stimato in 27 miliardi di dollari. In primo piano il racconto del lavoro del consorzio di studiosi Age-It in Italia e del boom delle cliniche della longevità. E poi un viaggio nel mondo delle cellule staminali: dall’eccellenza del San Raffaele di Milano dove è in corso la prima sperimentazione di Fase 2 al mondo per le forme più gravi di sclerosi multipla al business delle Bahamas dove ricchi e vip fanno iniezioni per ringiovanire. E all’estero prosperano anche le cliniche che promettono di curare con le staminali SLA, autismo, sclerosi multipla e vari tipi di demenza. PresaDiretta ha realizzato un’importante inchiesta su una di queste società senza scrupoli che – a caro prezzo – effettua pseudo-terapie a domicilio addirittura sul territorio italiano. Questi trattamenti sono vietati dalla legge nazionale e quindi illegali e sfruttano la disperazione dei malati e delle loro famiglie.

Si racconterà anche a quale punto è una delle maggiori sfide sulla via della longevità: la cura delle malattie del cervello con un reportage realizzato anche a Bologna con la storia di Lory, affetta da Alzheimer precoce. E la quotidianità di un milione e 400mila persone in Italia affette da vari tipi di demenza e delle loro famiglie troppo spesso lasciate sole, nonostante la legge dica che il Servizio Sanitario Nazionale è obbligato a coprire il 50% delle rette di chi è costretto all’assistenza in una RSA. Le cause legali per ottenere risarcimenti sono in aumento e rischiano di essere una bomba a orologeria per la sanità pubblica.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

26 febbraio 2026

Il morto piovuto dal cielo e altri racconti di Georges Simenon

 


Anche i medici possono diventare investigatori, come i preti, le scrittrici o i classici poliziotti.

Jean Dollent è un giovane medico di una piccola cittadina francese, Marsilly, appassionato di misteri da risolvere. Piccoli casi che gli vengono sottoposti e che riesce a risolvere col suo intuito, la sua capacità nel cogliere dall’insieme di piccoli dettagli, il quadro che sta dietro un delitto, un furto, delle minacce.

È lui il protagonista di questi quattro racconti ambientati nella provincia francese, i primi due, il terzo a Parigi e l’ultimo infine a Bordeaux.

Jean Dollent è un medico giovane, dai modi poco appariscenti, quasi trascurato nel vestire, ma anche ambizioso nel volersi cimentare in inchieste sempre più grande, dove pur di arrivare ad una soluzione è disposto a fare qualche “giochetto” sporco, cosa che un vero poliziotto non potrebbe fare. Piccoli trabocchetti con cui giocare con le persone che si trova davanti, i potenziali assassini abituati a mentire, persone della borghesia di campagna dal carattere altezzoso, veri e propri criminali insomma, tutto l’universo umano che abbiamo incontrato nei grandi romanzi di Simenon.

Gli sposini del 1 dicembre

Pioggia e ancora pioggia, fitta, gelida, a secchi, a catinelle, pioggia che precipitava incessante da un cielo basso e nero, come se un nuovo diluvio universale si stesse abbattendo sul mondo.
Il treno stava per entrare nella stazione, e tutto quello che si scorgeva di Boulogne era un’infilata di tetti neri e lucenti, di strade buie dove sagome sbiadite acceleravano il passo al riparo degli ombrelli.

Jean viene invitato da un amico nella sua casa a Boulogne: sposato da poche settimane, gli confida di nutrire dei dubbi sulla moglie, Madeline, sospettando che conduca una doppia vita.

«Sa, è difficilissimo condurre un’inchiesta tra persone perbene, perché le persone perbene sono inevitabilmente le più maldestre...»

Il “dottorino” riuscirà a venire a capo di questa storia di sospetti tra i due sposini.

Il morto piovuto dal cielo

Jean Dollent viene ingaggiato da una giovane signora, bella ed elegante, per risolvere un caso di omicidio avvenuto a Dion, poco lontano da Marsilly.
Il morto sembra, come racconta il titolo, uno “ piovuto dal cielo”: un signore trovato nel giardino della villa (chiamata il castello) dei signori Vaquelin-Radot, senza documenti, senza soldi addosso, molto malmesso fisicamente e di cui nessuno nel paese ne conosce l’identità.
Piovuto dal cielo per morire accoltellato nel giardino di questa famiglia: ricorrendo anche a qualche inganno, necessario per superare le ostilità di questa borghesia di provincia che sembra ancora vivere nel mondo del passato, il “dottorino” riesce ad entrare nella villa dei Vaquelin-Radot e a risalire all’identità del morto e ai piccoli segreti di questa famiglia.

L’avventura galante dell’olandese

Era agosto. Jean Dollent aveva deciso di trascorrere a Parigi le due settimane di vacanza che si era concesso e di approfittarne per studiare i metodi della polizia giudiziaria. Per una fortunata coincidenza il commissario Lucas veniva dalla Charente, e a lui il dottorino era riuscito a farsi raccomandare da amici comuni.

Mai sfidare un poliziotto sul suo terreno: il dottor Dollent è riuscito a farsi raccomandare presso il commissario Lucas, a Parigi alla polizia giudiziaria, per studiarne le tecniche investigative.

E così, anche con un pizzico di cattiveria, Lucas lo “butta” dentro un caso di omicidio: un commerciante olandese che ha denunciato l’omicidio di una ragazza che aveva conosciuto la notte precedente.

Nonostate dei momenti in cui si sentirà scoraggiato, per l’atmosgera di Parigi, opprimente e calda, per questa sfida col commissario Lucas che forse non è giocata ad armi pari, Dollent condurrà la sua indagine parallela, facendo uso del suo fiuto e della sua capacità di mettersi nei panni dell’assassino per poterne poi intuire le mosse.

Il passeggere e il suo guardaspalle negro

C’erano momenti in cui Dollent doveva fare un enorme sforzo per non dare a vedere la gioia infantile che provava. Ancora non riusciva a credere che lui, il dottorino di Marsilly, con il suo scialbo completo grigio, la cravatta sempre annodata male, il vecchio cappello sformato dalla pioggia, lui, proprio lui, si ritrovasse seduto in un salone di prima classe rivestito di legni pregiati, con le gambe accavallate, il busto mollemente abbandonato contro lo schienale, in mano un bicchiere di whisky nel quale galleggiava un cubetto di ghiaccio e un avana da miliardario tra le labbra….

Oramai il dottor Jean Dollent si è fatto un nome e viene chiamato dal rappresentante di una compagnia di viaggi per un’indagine su un piroscafo che doveva sbarcare i suoi passeggeri partiti settimane prima dalle coste africane.

Indagine a parte, ho trovato molto interessante la descrizione di quella Francia, dove ancora esistevano le colonie e non c’era nessun “politicamente corretto” che impedisse l’uso della parola “negro”.

Sul piroscafo Martinique è stato assassinato un imprenditore che aveva fatto fortuna andando in Africa a depredare le ricchezze locali, “tagliatori di legno” venivano chiamati.

In questo viaggio verso la Francia, che – parole sue - doveva essere ultimo perché si era portato dietro un tesoro, viaggiava con un guardiaspalle di colore, chiamato Victor Hugo, che trattava come un oggetto di sua proprietà, tanto da portalo anche alla sua tavola a mangiare, suscitando lo scandalo dei “benpensanti”.

La scheda del libro sul sito di Adelphi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

21 febbraio 2026

Anteprima Presadiretta – la guerra in Ucraina, il sistema pensionistico di oggi e le pensioni di domani

4 anni di guerra in Ucraina

Il 24 febbraio saranno 4 anni dall’invasione russa dell’UCraina, l’operazione speciale come l’aveva cinicamente battezzata Putin.

Dopo 4 anni, nonostante il supporto occidentale, la guerra è rimasta in stallo, i soldati russi occupano stabilmente parte delle regioni russofone contese. E nei negoziati, anche grazie all’arrivo di Trump con la sua politica di disimpegno, il potere della Russia sembra aumentato.

LA guerra è entrata nel cuore dell’Europa, la guerra dei droni, dei sabotaggi, della corsa al riarmo (per la felicità dell’industria delle armi). Una guerra che è entrata nell’agenda politica dell’Europa


Accanto alla guerra fatta dai soldati c’è poi la guerra contro la popolazione civile, sotto le bombe, senza riscaldamento, una guerra vigliacca e ancor più criminale.

E poi, la guerra ibrida, quella combattuta con le armi della propaganda, con le infiltrazioni nei parlamenti. Presadiretta ha intervistato il membro del partito socialdemocratico tedesco (SDP) Kakan Demir che al giornalista racconta dei timori nelle commissioni nel condividere informazioni riservate: dal 2020 il partito di estrema destra AFD ha portato avanti 7000 interrogazioni nel Parlamento e nei lander regionali, sulle nostre infrastrutture critiche e su come vengono trasportate le armi in Ucraina, “in quali depositi vengono custodite le armi, quali i dispositivi di sicurezza di quei depositi, quali percorsi fanno i convogli di armi in Ucraina ..”. Normalmente queste interrogazioni si fanno per presentare proposte di legge migliorative, ma AFD non ha mai proposto nulla e il sospetto del deputato è che stiano girando queste informazioni a Putin.

Le pensioni di oggi e i pensionati di domani

La somma di meno lavoratori attivi (nonostante i numeri dati dal governo), di salari più bassi, situazioni lavorative più precarie, una popolazione in decrescita sta mettendo a rischio il sistema pensionistico in Italia: di questa fragilità ne siamo consapevoli da almeno 20 anni, Piero Angela lo aveva raccontato in una vecchia puntata di Quark, quando ci aveva detto che nel 2020 ci sarebbe stato, per ogni italiano in pensione, un solo italiano attivo sul lavoro.

I conti dell’Inps reggeranno?


Cosa possiamo fare – ha chiesto Presadiretta al giornalista Sergio Rizzo? Non possiamo alzare le tasse, nemmeno possiamo tagliare troppo le pensioni, per non mandare alla fame altre persone (i poveri in Italia sono già circa 6 ml). Dovremmo rendere più stabile il rapporto di lavoro, alzare i salari, introdurre un salario minimo, combattere seriamente lavoro nero e caporalato. Ma questo non è nelle priorità né del governo (nemmeno dei precedenti in verità) né di Confindustria o delle associazioni di categoria.

Il sistema pensioni è in disavanzo (per la differenza tra contributi versati e pensioni erogate) – racconta Rizzo – ogni anno lo Stato deve metterci 50 - 60 miliardi: nel 2046 per coprire questo deficit serviranno circa 200 miliardi, il gettito irpef di un anno

Ma oltre a questo abbiamo un altro problema che inciderà sulle pensioni di domani e sull’Italia di domani: i tanti giovani, non solo laureati, che se ne vanno all’estero a lavorare. Sono state 124 mila nel solo 2024

Persone come Federica che è andata a fare la parrucchiera in un salone a Berlino dove lavora con un contratto regolare, è ben pagata (1800 euro al mese con un contratto a tempo indeterminato a part time) e può lavorare 3 giorni su 5. Niente apprendistato eterno, niente sabati in nero, niente sfruttamento. All’estero, diversamente dall’Italia, lavoro non è sinonimo di sfruttamento, pretendere una vita e un salario dignitoso non sono richieste folli.

Anziché dare bonus (basati sull’ISEE), perché il governo, non questo certo, non si impegna a dare asili gratis, mese gratis, la scuola gratis, trasporti gratis (o a prezzi molto calmierati) per venire incontro alle famiglie?
Perché non si alzano i salari, per incentivare le persone ad andare a lavorare (anziché rimanere a casa)?

La scheda del servizio:

Torna Presadiretta, in onda domenica 22 febbraio alle 20.30 su Rai 3, con la puntata “Pensione mai”. Le lavoratrici di Savona, Parma e Napoli sconfitte nella battaglia per difendere Opzione donna e costrette ad attendere anni prima di andare in pensione. Le mancate promesse della politica e la lotta di chi in pensione c’è già, ma con importi che in cinque anni hanno perso il 15% del potere d’acquisto. Nell’inchiesta, le misure dell’ultima finanziaria del governo Meloni con le motivazioni della maggioranza, le critiche dell’opposizione, le analisi dell’ex ministra Elsa Fornero e dell’ex presidente dell’Inps Tito Boeri. “PresaDiretta” racconta quanto il sistema italiano, in cui le pensioni sono pagate da chi lavora, sia diventato insostenibile. In alcune regioni come il Molise, i pensionati sono già di più dei lavoratori. L’ex direttore del Pronto Soccorso di Isernia ogni due giorni torna, da pensionato, a dare una mano agli ex colleghi. Remo e sua moglie Venere, precari della scuola, fanno i pendolari tra Caserta e Roma e quanto riceveranno di pensione? E poi, le simulazioni sulle migliaia e migliaia di precari con salari sempre più bassi che versano sì i contributi, ma non sufficienti a raggiungere il minimo necessario e quindi non matureranno la pensione. Nel frattempo, nel 2024 l’Italia ha toccato il record storico di partenze: 156mila persone hanno scelto di andare all’estero, un trend che cresce. Un reportage in Germania per conoscere Alessio, ingegnere informatico della provincia di Verona, e Federica, parrucchiera di Torino. Con loro, lo chef milanese Simone e le mamme Marianna, Francesca, Giulia, Grazia. Ventenni, trentenni ma anche quarantenni che hanno scelto di vivere a Berlino dove lavoro, casa e welfare sono una certezza.

Un viaggio, infine, nel sistema dei bonus, nelle storture dell’Isee, nelle truffe dei falsi braccianti e delle cooperative “scatole vuote”. Con l’evasione contributiva stimata dall’Inps in 10-12 miliardi l’anno e con 119 miliardi di crediti accumulati, mentre per la classe politica i privilegi resistono.

Pensione mai” è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Marianna De Marzi, Alessandro Macina, Elena Marzano, Andrea Vignali, Emilia Zazza, Fabrizio Lazzaretti e Paolo Martino.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

19 febbraio 2026

Uomini a pezzi di Alessandro Bongiorni

 


Scavalcò il parapetto e si fermò sul cornicione. Era stanco, fradicio, aveva le gambe rigide. Il vento gelido gli sferzava la faccia, la pioggia arrivava a folate, i lampi illuminavano il cielo violaceo. Gli girava la testa. Iniziò a tremare. Milano, sotto di lui, era un’orgia multirazziale di luci al neon

Un ragazzo che si lancia dal cornicione di un hotel di lusso in una fredda notte di Milano.

Un vicecommissario di polizia costretto ad inghiottire pillole una dietro l’altra per nascondere il dolore delle ferite che si porta dentro. Un uomo di mezz’età che esce dal carcere riscoprendo la libertà, un magistrato lasciato a tappar buchi in Procura che passa le notti a pippare coca e poi un uomo che ha appena scoperto di stare per morire ...

Dopo “Favola per rinnegati”, Alessandro Bongiorni torna in libreria con questo Uomini a pezzi, quarto romanzo con protagonista il vicecommissario Rudi Carrera.

È lui, Carrera, uno degli “uomini a pezzi” per come è finita la brutta indagine sulla strage di piazza San Marco (“Favola per rinnegati”), quando dei ragazzini spararono su altri ragazzi seduti ad un bar con dei Kalashnikov. Un uomo a pezzi dopo la fine della relazione con Marta, che l'ha lasciato solo col suo lavoro e la sua disperazione per un incarico all’Europol all’Aia.

Nella sua testa, l’incubo che si ripete. Un dolore troppo grande. Un’altra donna della sua vita, un’altra donna che non era riuscito a salvare. Dopo Ane, Sanja, Monica e Giada, era il turno di Teresa.

Un uomo a pezzi per la morte di Teresa, la giovane ragazza che aveva usata per una sua indagine nel mondo dei trapper.

Sognava di diventare musicista, per sfuggire a quella miseria a cui sembrava condannata, ma è finita uccisa per una overdose anche per colpa sua.

Un altra donna che non è riuscito a proteggere, un altro passo verso quel baratro da cui sembra non poter sfuggire.

Finché non gli capita sulla scrivania un nuovo caso, che gli viene affidato da un procuratore in cerca di un'occasione per mettersi in mostra: un dipendente di una cooperativa che si occupa di cremazione nel cimitero di Lambrate viene trovato morto mentre stava bruciando il cadavere di un ragazzo di colore.

Il morto con un nome si chiama Nando, era stato più volte in carcere, viveva in un tugurio e, per tutti quelli che lo conoscevano, non aveva l'animo di un assassino.

L'altro, che viene battezzato John Doe, è fatto a pezzi e al suo corpo sono stati espiantati reni e fegato.

«All’uomo di colore mancano alcuni pezzi. I reni e il fegato, per l’esattezza. Ecco perché ho detto che è un po’ più complicato.» «Cristo santo» disse Carrera. «I tagli sono ben fatti» riprese il medico, «quindi non glieli hanno strappati, questi organi. Anche le ricuciture sono ben eseguite.»

Così, per sopravvivere ai sensi di colpa Carrera si getta in questa inchiesta coinvolgendo i suoi uomini, Esposito e Pelide, portandoli anche a rischiare la loro pelle.

Accanto a questa indagine che va a scavare negli angoli più bui del crimine, ci sono altre storie con altri uomini a pezzi che solo alla fine andranno a riunirsi in un unico racconto: un chirurgo famoso che è stato accusato di un delitto che non ha commesso e che ora, uscito dal carcere, è deciso a riprendersi la sua vita.

Il responsabile della sicurezza di un hotel di lusso, ex ufficiale della Finanza, che ha scoperto di avere ancora pochi anni, forse mesi, di vita, prima che la SLA si prenda tutta la sua vita.

Il magistrato tappabuchi della Procura, con due baffoni alla Escobar che in quell’indagine sul morto al cimitero di Lambrate, John Doe, il morto senza nome, sta cercando il suo riscatto.

Un ispettore di polizia a cui un’esplosione ha lasciato una profonda cicatrice in faccia che va a farsi giustizia da solo coi suoi uomini nella notte milanese, come tanti cowboy armati di corda e sapone.

Si parla di traffico di esseri umani in questa indagine tesa, dove sembra che ci sia qualcuno che stia spiando gli agenti per neutralizzare le loro mosse: uomini che vengono presi tra i tanti immigrati che sbarcano sulle nostre coste e che diventano buoni per espiantare organi che potrebbero salvare la vita ad altre persone, ciniche abbastanza di superare le remore per accettare un organo da un circuito non ufficiale.

Cosa saresti disposto a fare se sai che stai per morire e non puoi aspettare un organo da un donatore? Anche loro sono “uomini a pezzi”, uccisi, aperti come animali e usati come “come pezzi di ricambio”.

«I donatori provengono dai Paesi più poveri, immagino.»
«Questo è scontato. Mentre i riceventi vengono dai Paesi sviluppati. Dalle “democrazie”. Ma anche dai Paesi del Golfo. È il ricco che mangia il povero, un cannibalismo mascherato. Puro capitalismo.»

Il “cuore nero” dell’animo umano si è radicato anche qui a Milano, si trova a pensare Carrera: trafficanti di esseri umani, chirurghi con pochi scrupoli e broker che mettono assieme la domanda (persone con pochi scrupoli e tanti soldi) e l’offerta, a volte “volontaria”, di disgraziati che per soldi si vendono un organo. A volte non volontaria, come sembra per questo John Doe.
Per arrivare a capo di questa indagine Rudi Carrera sarà disposto a scendere a tanti compromessi, bruciando le strade di questa Milano che rimane sullo sfondo, una “pianura oscura che andava a fuoco” che attraversa come un giustiziere con tante macchie e tanti rimorsi.

Guardò il commissariato, dall’altra parte della piazzetta, e ripercorse nella sua mente tutti gli anni passati a entrare e uscire da Palazzo Castani. Le facce, le scelte, le donne della sua vita che non era riuscito a salvare, un’esistenza a cui si era donato anima e corpo pagandone sempre il prezzo.

Come me, arriverete alla fine dopo aver letto queste pagine senza riuscire mai a staccarsi e vi chiederete, avrà un futuro il vicecommissario Rudi Carrera? Noi lettori di Alessandro Bongiorni lo speriamo.

La scheda del libro sul sito Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon