22 ottobre 2021

Chi ha ucciso Sarah, di Andrej Longo

 


«Marò, che caldo» ha detto Cardillo. «Ma secondo voi è normale tutto 'sto caldo?».
E si sciosciava col berretto della divisa a cercare un refolo di fresco.

Io stavo provando a sistemare certe pratiche sopra al computer che da un mese tenevamo in dotazione. Però non ci capivo niente e un altro poco si squagliava pure il cervello.

Quello che state per leggere, o che avete già letto, è la storia di una indagine. La morte di una ragazza di poco più di vent'anni trovata morta dentro l'androne di un palazzo signorile, in via Cipriani, zona Posillipo, a Napoli.

Ma, attraverso le indagini portate avanti dal protagonista, l'agente Acamfora,io narrante di tutta la storia, l'indagine si allarga a tutto il palazzo, a tutto il quartiere, a tutta Napoli. Chi ha ucciso quella ragazza, così giovane e così bella, che conduceva una vita normale, gli studi, un ragazzo?

Stava sdraiata per terra, tra le scale e il portone dove mi trovavo io, con la faccia girata verso il pavimento. E stava intorcinata su sé stessa, come una gatta che dormiva.

Ma lei non dormiva.

Era morta.

Sarah Longo viveva in quel palazzo, assieme ai suoi genitori. Un fidanzato, con cui aveva litigato poco prima, che l'aveva lasciato a casa mentre lui era partito a Capri, per le vacanze.

E' lui l'assassino?

Gli occhi erano ancora aperti, spaventati, e neri, uguali a due pezzi di carbone. Pareva che mi guardava e voleva dirmi qualcosa. I capelli invece erano biondi, un po' arricciati. In mezzo alla fronte ci stava uno sgarro, una ferita bella profonda, come se l'avessero colpita in testa.

O forse è stato l'ex fidanzato, uno poco di buono, per dei precedenti e perché viene da un quartiere con una brutta nominata, non come a Posillipo, dove tutto e lindo e pulito e ci sta solo brava gente.

Forse è lui, l'assassino di Sarah, Genny, uno che viene chiamato “il pianista”, per quella sua tendenza ad alzare le mani.

Assieme al commissario Santagata, l'agente Acanfora inizia quell'indagine così difficile che lo coinvolge direttamente, perché è il suo primo delitto, perché non riesce a togliersi dalla mente quegli occhi che lo guardano fissi, quasi ad implorarlo nella ricerca dell'assassino e dei perché di quella morte:

Però a un certo punto, che finalmente pareva arrivato il momento, mi sono comparsi davanti gli occhi di Sarah. Io li chiudevo ma loro tornavano ad aprirsi, e mi guardavano fissi, che volevano dirmi qualcosa. Ho cambiato posizione, mi sono sforzato di pensare a un altro fatto, ma gli occhi stavano sempre là.

Avrebbe potuto fare altro nella vita, Acanfora, un ragazzo come tanti di Torre del Greco, per esempio il barcaiolo come il nonno oppure prendere una brutta strada, magari rimanendo invischiato nel giro della droga, come alcuni suoi amici.

Invece il posto fisso, la divisa e ora quell'indagine per un delitto che finisce sulle prima pagine dei giornali perché avvenuto in un quartiere della Napoli bene, in quel palazzo dove vive tanta brava gente, un avvocato, un ingegnere, gli stessi genitori di Sarah.

Eppure, nessuno ha sentito niente se non quell'ultimo incontro col fidanzato, quel pomeriggio, prima che tutto accadesse.

Forse si chiedeva perché mi interessavo tanta quella storia. La verità non lo sapevo nemmeno io. L'unica cosa era che, da quando avevo visto Sarah morta dentro al palazzo, mi pareva che quello che stava attorno non era più tale e quale a prima. E mi ero fatto la convinzione che solo se scoprivo come erano andate le cose, solo se pigliavamo a chi l'aveva ammazzata, riuscivo a trovare di nuovo un poco di tranquillità.

Una strana coppia, questi investigatori: da una parte il giovane poliziotto che vuole rendere giustizia a Sarah per trovare una sua pace interiore, dall'altra quello strano commissario - “non riesco mai a capire che gli gira per la testa” pensa Acanfora, che però piano piano riesce a conquistarsi una certa confidenza per scoprire i pensieri del commissario e anche le cause di quel peso che sembra portarsi dentro.

Ma l'indagine è anche l'occasione per vedere Napoli con occhi diversi, più maturi: una città piena di contraddizioni, palazzi residenziali dove tutto è pulito e lindo e quartieri popolari dove è meglio farsi i fatti propri, non vedere certe cose, non cercare di applicare la legge a tutti i costi.

Ma ci sono anche altre contraddizioni, più sottili: forse tutto quel lustro, quella pulizia nei quartieri alti è solo una questione di facciata, dietro c'è tanta sporcizia, tanta ipocrisia, un pizzico di razzismo contro gli altri, quelli che vengono da fuori.

Perché questa è una città che vede la monnezza solo quando arriva fin sulle strade dei ricchi:

«E' vero» ha detto mia madre, «è diventata una città pericolosa. Adesso non si può stare tranquilli neanche in casa propria».

Io non l'ho risposta, però mi è sembrato che era proprio come diceva il mio commissario, che si preoccupano solo quando la monnezza arriva nelle strade dei ricchi.

Oppure che vede la corruzione sugli appalti per la ricostruzione post terremoto, solo dopo che sono partiti gli avvisi di garanzia e gli arresti contro politici e professionisti.

Io stavo là, senza sapere che fare. Neanche capivo a che serviva che ero andato a quel funerale.

O forse sì che lo capivo.

Ero andato perché uno non può campare così, facendo finta di non vedere quello che gli capita attorno. Perché io, fino ad allora, era sempre a quella maniera che avevo fatto. Che solo delle cose mie mi interessavo. E il resto niente.

Forse ad uccidere fisicamente Sarah è stato uno solo. Ma le ferite, dentro, nascoste, gliele hanno lasciate in tanti, tra le persone che aveva attorno.

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21 ottobre 2021

A proposito di sanità pubblica

A proposito di sanità pubblica, notizia di ieri è che il gruppo Humanitas  in Lombardia, ha deciso, unilateralmente, di non seguire più i pazienti cronici. Perché non profittevoli, probabilmente.

La notizia è stata parzialmente rettificata, ma il senso rimane: della famosa sanità territoriale, che abbiamo scoperto essere così importante, cosa rimane nel PNRR, nell'agenda del governo dei competenti (che partiti e parlamento non devono disturbare)?

La regione Lombardia, che oggi torna a chiedere maggiore autonomia, sta preparando una nuova riforma della sanità in continuità con la vecchia gestione, i profitti al privato e le rogne al pubblico.

20 ottobre 2021

Ritorno al passato

 Il governo tira dritto, Draghi tira dritto, super Mario schiaccia il dissenso, sgonfia la piazza .. ma gli articolisti dei quotidiani italiani, quelli schierati senza sé senza ma con l'uomo solo al comando, si rendono conto di quanto si stanno rendendo ridicoli?

Soprattutto, si rendono questo che questo schierarsi per una forma di governo che schiaccia partiti e parlamento, è anche leggermente in direzione contraria a quella della Costituzione? 

Il Parlamento, che rappresenta (o dovrebbe farlo) gli elettori e le loro istanze attraverso i partiti, deve approvare i decreti dell'esecutivo senza permettersi di alzare un dito, di mettersi in mezzo.

Anche questa è antipolitica: fine dei partiti, non esiste più destra o sinistra (ma solo il partito di Draghi).

Il risultato è, da una parte la polarizzazione solo a destra del voto, dall'altra l'astensione al voto degli italiani.

Non mi sembra che ci sia molto da esultare: astensionismo alto (alle elezioni amministrative), la scomparsa della sinistra (a furia di votare il meno peggio), le piazze piene di manifestanti contro il green pass in uno scontro voluto dal governo (che non ha voluto imporre il vaccino) e di gruppi neofascisti (con tanto di leader con Daspo ma a cui è concesso di trattare con la polizia ai cortei).

Più che un governo proiettato al futuro, per risollevare il paese dalla crisi del covid, mi sembra un governo che ci stia portando indietro, un ritorno ai tempi in cui la politica (e il voto) erano legati al censo.

Siamo passati da un populismo delle masse, le persone che non riuscivano ad identificarsi dai partiti "tradizionali" come il PD e Forza Italia, ad un altro populismo, quello delle élite.

19 ottobre 2021

Presadiretta – il sassolino nella scarpa

L'industria della moda garantisce profitti alti ai top manager ma scendendo la filiera si scoprono salari bassi, basso rispetto dei diritti umani, delle norme ambientali, e non all'estero, anche qui in Italia.

All'interno dell'industria della moda, la scarpa è oggetto di un marketing ossessivo: ogni giorno produciamo 66ml di paia di scarpe al mondo, nel 2019 il mercato delle calzature sportive ha venduto per 140miliardi di dollari, tanto da convincere Federer e Di Caprio ad entrare nel mercato con un loro marchio.

Un mondo dove troviamo scarpe da migliaia di euro reclamizzate da influencer, scarpe indossate da attori famosi per fare pubblicità: ma queste scarpe producono tanta co2, alla faccia della sostenibilità.

LA produzione di calzature è in crescita dal 2010, con un tasso del 2% l'anno, non solo per i modelli in pelle, fatti a mano, anche per le più semplici sneakers che nonostante la semplicità per la produzione hanno costi alti sul mercato.

L'Asia copre più dell'80% della produzione mondiale al mondo e in questo continente a far la padrone è la Cina: qui sono popolari i brand italiani molto venduti anche ai giovani.

Ma anche l'Italia non se la passa male: vengono ad acquistare da noi fin da Dubai, dalla Russia e anche da altri paesi.

Il 66% del prezzo di una scarpa è racchiuso nella distribuzione e nel marketing: l'alta moda parla italiano, ma dietro le luci e i brand cosa si nasconde?

Presadiretta ha ripercorso la filiera della scarpa partendo dalla pelle: l'Italia ha la conceria più grande in Europa, ma la pelle prima di arrivare in Italia ha girato il mondo, per esempio partendo dall'Amazzonia, da pascoli rubati all'Amazzonia.

Per produrre un kg di pelle servono 4kg di foraggio per allevare bovini che vengono scuoiati in macelli che separano subito la pelle dalla carne.

Per bloccare la putrefazione della pelle questa viene sottoposta ad un prodotto chimico, detto concia: si usano sostanze come il cromo, che è molto inquinante ma che garantisce molta efficienza per la produzione.

Con altri prodotti chimici le pelli si colorano, si riconciano e poi vengono nuovamente trattate per renderle più sottili e pronti per diventare scarpe.

L'industria conciaria è leader europea, qui troviamo i più grandi distretti della pelle come ad Arzignano in Veneto e Santa Croce in Toscana, per un fatturato da 4 miliardi.

Ma con un residuo enorme di residui tossici: ad aprile 2021 la DDA ha aperto una indagine su aziende conciarie nella zona Santa Croce in Toscana, per sversamenti illegali in un canale di rifiuti aziendali non trattati. In questa indagine sono stati indagati sindaci locali, uomini della regione e un consigliere del PD che aveva presentato un emendamento per favorire queste aziende: questo emendamento avrebbe consentito una scorciatoia per sversare questi prodotti, ma è stato subito bloccato dal governo.

In queste questa indagine era presente anche la ndrangheta, che ha sepolto sotto una strada provinciale rifiuti tossici: l'indagine ha fatto emergere una commistione tra mafia, politica e industria conciaria che sta allarmando diverse associazioni di cittadini.

L'ONG abiti puliti aveva denunciato lo scorso anno tutte queste cose in un report, che puntava il dito contro i conciatori di Santa Croce: questo rapporto ha causato loro molti problemi, perché gli industriali sono arrivati fino commissione europea per cercare di bloccare i finanziamenti che ricevevano dall'Europa.

E' così importante il distretto toscano che qui a Santa Croce si sono spostati anche gruppi veneti, che si si sono mossi dall'altro distretto nella zona di Arzignano a Vicenza.

Anche in Veneto gli effetti della concia hanno causato danni all'ambiente e alle persone, costrette ad allontanarsi dalle concerie, come successo alla famiglia di Gianfranco Cecchin.

Le famiglie hanno scritto all'amministrazione di Zermeghedo (uno dei comuni del distretto conciario), ma il sindaco non ha mai risposto né alle mail delle persone e nemmeno alla richiesta di intervista di Presadiretta.

Il comitato “diritto di respirare” ha presentato ora una querela contro il sindaco e dovrà rispondere, almeno a questa.

Anche qui, come in Toscana, c'è un forte legame tra politica locale e le concerie: i comuni non controllano più le emissioni di idrogeno solforato, l'inquinamento di terreni e acqua, perché alle aziende sono stati concessi limiti per le emissioni più alti oppure sono proprio stati tolti.

Così, nonostante le centraline dell'ARPAV registrino valori di emissione per gli inquinanti sopra soglia, in questi comuni nessuno ha chiuso nulla, nessuno ha fermato le concerie.

LA giornalista ha anche scoperto che le pelli, che per regolamento della polizia locale non potrebbero essere tenute all'aperto sul piazzale, sono tenute proprio lì e ha pure ricevuto delle minacce da uno di questi conciatori che evidentemente pensa di fare quello che vuole.

“La pianura è morta, la frutta che si produce su questa pianura è piena di prodotti chimici” – è la denuncia di un medico di base – “tutto quello che si produce qui è morte e si diffonde per tutta la regione”.

Perché poi le acque reflue delle concerie finiscono nel fiume Frattagozzone e sono utilizzate per irrigare i campi, per la frutta che poi finisce sulle tavole dell'Italia.

La regione Veneto spenderà altri 11 ml di euro per spostare il collettore che convoglia le acque reflue “un po' più in là”, dal vicentino fino al veronese, non per risolvere il problema.

Perché il settore della concia vale l'1% del PIL, sono potenti in regione e anche a Roma.

Il ministero della transizione ecologica, su sollecitazione dei cittadini, ha scritto una lettera alla regione, che non ha ricevuto una risposta.

E nessuna risposta è arrivata nemmeno sul rischio del PFAS, un veleno anch'esso contenuto dentro le acque reflue: questi inquinanti velenosi sono entrati nel sangue delle persone in Veneto, a seguito dell'inquinamento di un'azienda chimica, la Miteni, oggi sotto processo per il danno ambientale.

Purtroppo i PFAS sono usati anche dall'industria della concia: la nuova Miteni è il distretto conciario che già nel 2019 doveva mettere a norma la produzione, su indicazione di un giudice, ma ad oggi non è stato fatto nulla, come per anni non era stato fatto nulla dalla regione Veneto per il PFAS trovato nelle acque e nella frutta coltivata.

Dal 2017 la regione non ha più fatto analisi sugli alimenti, non sta facendo analisi sulle acque, lo hanno fatto le mamme dell'associazione “mamme no pfas”.

Presadiretta non ha ottenuto risposte dalla regione Veneto, dall'assessore per l'ambiente, dal rappresentante del distretto della concia: in una lettere il direttore delle Acque del Chiampo ammette che il depuratore non riesce a trattenere il PFAS: il sospetto è che non sia in grado di controllare le aziende e gli scarichi dei PFAS. E' tutto lasciato nelle mani delle concerie, ammette il direttore, che di fronte alla giornalista aggiunge che toccherebbe alla regione mettere dei limiti sugli scarichi, perché l'impianto non è efficace.

Ma quello che conta, per la regione, è la mediana (non importa che in un giorno i valori siano superati), basta fare un controllo su base annuale: è così che si continua ad avvelenare il Veneto.

Dalla pelle si passa alla lavorazione per produrre le scarpe: questa parte della filiera è molto lunga e dentro troviamo aziende con salari da fame, per scarpe che costano quasi come uno stipendio di un impiegato.

In Italia abbiamo tante aziende che fanno produzione, anche in modo artigianale: 14,3 miliardi di euro era il fatturato di queste aziende prima del Covid, poi sceso del 15% nel 2020.

Il covid ha messo in crisi i piccoli artigiani che lavorano per i grandi gruppi che impongono margini bassi a chi lavora per loro.

“La filiera delle scarpe è una delle più complesse e meno indagate nel mondo della moda” – racconta la giornalista Giulia Bosetti - “ i marchi del lusso si forniscono di fornitori di primo, secondo e terzo livello, appalti e subappalti, per ogni brand decine o centinaia di terzisti tagliano, cuciono e assemblano le varie parti della scarpa, dalla tomaia che è la parte superiore, alla suola”.

Ci sono marchi dove la suola è fatta in Italia mentre il resto è fatto e assemblato in Turchia, con un costo da 25 a 27 euro, prezzo non paragonabile a quello che si trova nei negozi italiani, dove quelle scarpe si vendono anche a 400 euro.

Come è possibile che un prodotto venduto dal fornitore a 31 euro, arrivi ad un prezzo di mercato di 480 euro, con una ricarica di dieci volte?

Il produttore che ha accettato l'intervista non può fare il nome del brand, altrimenti perderebbe il contratto, perché tutti fornitori dei marchi del lusso sono costretti a firmare rigidissime clausole di riservatezza, se dichiari, per chi lavori, se ti lamenti dei prezzi che ti affamano, sei fuori dal mercato.

“Nessuno denuncia” racconta uno di questi subfornitori, Carla Ventura, che denuncia un vero e proprio sistema - “ad un certo punto ho dovuto arrendermi all'evidenza e dire ho fallito, non ce la faccio e ho gettato la spugna”.

Questa imprenditrice ha chiuso la sua attività: la sua colpa aver denunciato i ritardi nei pagamenti da parte di Tods, capofiliera della produzione.

Tods, dopo la denuncia di ingiunzione fatta dall'imprenditrice, le avrebbe tolto il lavoro: poiché questo marchio era uno dei principali committenti la signora Ventura ha dovuto chiudere.

Questo è un sistema dove, per ottenere prezzi sempre più bassi, i marchi si rivolgono all'estero, in Turchia e in Cina: lo fanno anche marchi che sul palco del Fashion Awards difendono i diritti civili delle persone. Ma la realtà è diversa perché i grandi brand producono gravi impatti laddove portano la produzione: impatti sull'ambiente, sulle condizioni di lavoro.

C'è una facciata dove si parla di codici etici, di controlli della supply chain, di dichiarazioni di trasparenza: ma la verità è che i brand del lusso vogliono spendere il minor prezzo possibile.

Un altro di questi imprenditori, che ha scelto di non mostrarsi, fa qualche nome di questi marchi, Givenchy, Barbery, il gruppo LVMH: “loro devono avere più margine possibile per avere il maggior profitto possibile.”

LVMH è una multinazionale del lusso, una delle più grandi al mondo, 75 maison, 44.7 miliardi di euro di fatturato, detiene brand come Luis Vitton, Fendi, Dior, Loropiana. L'azionista principale è Bernard Arnoult, molto felice del record di profitti raggiunto, uno dei tre uomini più ricchi al mondo, con un patrimonio, netto di 188 miliardi di dollari.

C'è poi il gruppo Kering, 13 miliardi di fatturato e una galassia di brand che vanno da Gucci a Yves Saint Loren, da Bottega Veneta a Valenciaga.

La persona intervistata dalla giornalista lavora per questi gruppi, il suo compito è fra produrre le collezioni in Italia e all'estero e vengono richiesti sempre tempi di consegna inferiori per prezzi sempre inferiori.

La differenza tra i prezzi con cui questi capi vengono venduti sul mercato e il prezzo a cui vengono pagati a queste aziende è enorme: “noi troviamo un capo spalla che il fornitore vende a 100 euro venire tranquillamente venduto a 2500, 3000 euro in negozio.. ”.

Se i margini sono alti, perché strozzano così tanto i piccoli produttori?

Giuseppe Iorio è un manager del settore della moda, direttore della produzione della ITIERRE: a Presadiretta racconta di aver delocalizzato aziende del settore per anni per i grandi gruppi “da un punto di vista economico io posso dire che hanno fatto un'operazione brillante perché comprare a 12 e vendere a 200, vuol dire che veramente hai il cervello, ma da un punto di vista morale, non è concepibile. Il tuo non è made in Italy ma sono prodotti nei peggiori tuguri della Tunisia ...

Questo gap, questa differenza finisce nelle tasche a dei produttori italiani che se ne sono andati in Romania, con la connivenza dei grossi marchi, con la connivenza di confindustria e soprattutto con la connivenza della camera della moda. ”

La Ong Abiti puliti ha fatto un report sulle nostre scarpe per capire quanto siano rispettosi del rispetto dei diritti umani: marchi come Geox che ha fatturato 535ml di euro e ora sta chiudendo uno stabilimento in Serbia aperto grazie ai fondi del governo Serbo.

Il gruppo Tods, 55 società controllate, 637ml di fatturato nel 2020, una icona del made in Italy.

MA come funziona la produzione negli stabilimenti in Serbia, in Romania e nell'est europeo? Sono veramente rispettosi dei diritti umani?

A Durazzo c'è uno stabilimento della Tods e Hogan, dove lavorano le operaie prese dai villaggi: si lavorano in condizioni difficili, non ci sono sindacati a tutelare le persone. Rideva, Renzi, quando invitava gli imprenditori a spostarsi in Albania, soprattutto quelli della moda e del calzaturiero, perché il costo del lavoro è molto basso in Albania.

E le Hogan fatte in Albania e vendute da 200 a 300 euro, sono made in Italy certo, ma sono prodotte da operaie pagate anche 1 euro l'ora.

230 euro al mese, questo guadagnano le operaie che lavorano per Hogan, Luis Vitton: alle operaie albanese non è concesso lamentarsi per le loro condizioni di lavoro agli italiani che dovrebbero fare il controllo di qualità.

Sperduta nelle campagne si trova un'azienda che lavora per il settore pubblico italiano: le t-shirt di carabinieri e guardia di finanza, per ospedali pubblici.

Anche il pubblico si comporta in Albania come il privato, imponendo ai terzisti albanesi prezzi sempre più bassi che nemmeno bastano a ripagarsi dei costi della produzione.

Eppure tutte queste filiere sono certificate da enti che dovrebbero certificare il rispetto ambientale, il rispetto dei diritti umani delle persone.

Ma non è vero.

Presadiretta ha elencato una serie di incidenti di petroliere e anche di navi per le crociere, tutte certificate dal Rina: “il Rina fa tutto quello che vuole Fincantieri, è interesse di tutti fare prove finte” si sente dire in una intercettazione fatta per le indagini della Costa Concordia.

Certificazioni erano presenti anche nell'azienda in Pakistan, la Ali Enterprises, dove lavoravano bambini, poi esplosa: anche qui la certificazione era del Rina.

La stessa storia per l'affondamento di un traghetto tra Italia e Albania: traghetto certificato dal Rina.

Rina è una holding che opera nel settore dei trasporti e nel settore delle certificazioni: la procura di Genova sta indagando su un giro di false certificazioni, come quelle rilasciate per la sostenibilità dei marchi della moda.

In Pakistan lo stabilimento esploso aveva la certificazione, eppure era una trappola per chi ci lavorava dentro, non si rispettavano le norme di sicurezza, nessun salario minimo pagato, i controlli erano concordati, perché altrimenti si perdevano i clienti – racconta un auditor a Presadiretta.

Se consentiamo alle fabbriche che lavorano per noi all'estero di lavorare senza rispetto dei diritti umani, poi questo si rivolta contro di noi: alla Texprint a Prato gli operai in picchetto sono stati presi a bastonate da picchiatori, venuti a bloccare lo sciopero. Altre squadracce sono venuti a picchiare gli scioperanti davanti la Fedex.

Come mai gli operai di Prato protestavano? La Texprint è una fabbrica tessile di Prato, sono stati licenziati dopo aver protestato per le condizioni di sfruttamento in cui erano costretti a lavorare. Lavoravano con un contratto da apprendistato per 7 giorni su sette e alla fine del periodo da apprendista venivano cacciati.

Non vogliono essere più schiavi, queste persone: una delle responsabili dell'azienda risponde a Giulia Bosetti che non è vero che lavoravano 12 ore, che i lavoratori stanno facendo un ricatto.

Ma tante aziende che lavorano conto terzi nel settore dell'abbigliamento lavorano così: sfruttando le persone, con controlli insufficienti per cambiare la realtà, perché le sanzioni sono insufficienti, spiega un sindacalista del SI Cobas.

Buste paghe false, contributi non versati, salari in nero, condizioni di lavoro poco igieniche, rischi per la salute per il contatto con sostanze chimiche, turni infiniti: queste le denunce degli operai di una di queste fabbriche del settore.

18 ottobre 2021

Anteprime Presadiretta – la filiera del calzaturiero

Il made in Italy va difeso, per tutelare le nostre aziende, le competenze delle persone che vi lavorano: ma cosa si nasconde dietro un marchio italiano?

Presadiretta si occupa della filiera del calzaturiero

Luci e ombre sull’industria calzature. Come funzionano filiera e sistema appalti e subappalti? Chi controlla sostenibilità e catena produzione? Come funziona la certificazione? Qual è il vero costo delle nostre scarpe?

Ci sono le acque inquinate dall'industria della pelle da cui si producono le scarpe, le piccole ditte che lavorano in subappalto e che sono strozzate dal ricatto dei grandi brand che impongono prezzi bassi. E poi le fabbriche nell'est Europa che producono le scarpe che poi compriamo come made in Italy, a prezzi folli, con dentro persone pagate con salari da fame, da 1 euro all'ora, perché questa è la paga.

La filiera delle scarpe è una delle più complesse e meno indagate nel mondo della moda – racconta nell'anticipazione la giornalista Giulia Bosetti - i marchi del lusso si forniscono di fornitori di primo, secondo e terzo livello, appalti e subappalti, per ogni brand decine o centinaia di terzisti tagliano, cuciono e assemblano le varie parti della scarpa, dalla tomaia che è la parte superiore, alla suola.

Ci sono marchi dove la suola è fatta in Italia mentre il resto è fatto e assemblato in Turchia, con un costo da 25 a 27 euro, prezzo non paragonabile a quello che si trova nei negozi italiani, dove quelle scarpe si vendono anche a 400 euro.

Come è possibile che un prodotto venduto dal fornitore a 31 euro, arrivi ad un prezzo di mercato di 400 euro, con una ricarica di dieci volte?

Il produttore che ha accettato l'intervista non può fare il nome del brand, altrimenti perderebbe il contratto, perché tutti fornitori dei marchi del lusso sono costretti a firmare rigidissime clausole di riservatezza, se dichiari, per chi lavori, se ti lamenti dei prezzi che ti affamano, sei fuori dal mercato.

Nessuno denuncia” racconta uno di questi, perché parliamo di un sistema - “ad un certo punto ho dovuto arrendermi all'evidenza e dire ho fallito, non ce la faccio e ho gettato la spugna”.

Questa imprenditrice che ci ha messo la faccia, ha chiuso la sua attività.

Un altro di questi imprenditori, che ha scelto di non mostrarsi, fa qualche nome di questi marchi, Givenchy, Barbery, il gruppo LVMH: “loro devono avere più margine possibile per avere il maggior profitto possibile.”

LVMH è una multinazionale del lusso, una delle più grandi al mondo, 75 maison, 44.7 miliardi di euro di fatturato, detiene brand come Luis Vitton, Fendi, Dior, Loropiana. L'azionista principale è Bernard Arnoult, molto felice del record di profitti raggiunto, uno dei tre uomini più ricchi al mondo, con un patrimonio, netto di 188 miliardi di dollari.

C'è poi il gruppo Kering, 10 miliardi di fatturato e una galassia di brand che vanno da Gucci a Yves Saint Loren, da Bottega Veneta a Valenciaga.

La persona intervistata dalla giornalista lavora per questi gruppi, il suo compito è fra produrre le collezioni in Italia e all'estero e vengono richiesti sempre tempi di consegna inferiori per prezzi sempre inferiori.

La differenza tra i prezzi con cui questi capi vengono venduti sul mercato e il prezzo a cui vengono pagati a queste aziende è enorme: “noi troviamo un capo spalla che il fornitore vende a 100 euro venire tranquillamente venduto a 2500, 3000 euro in negozio.. ”

Giuseppe Iorio è un manager del settore della moda, direttore della produzione della ITIERRE: a Presadiretta racconta di aver delocalizzato aziende del settore per anni per i grandi gruppi “da un punto di vista economico io posso dire che hanno fatto un'operazione brillante perché comprare a 12 e vendere a 200, vuol dire che veramente hai il cervello, ma da un punto di vista morale, non è concepibile. Questo gap, questa differenza finisce nelle tasche a dei produttori italiani che se ne sono andati in Romania, con la connivenza dei grossi marchi, con la connivenza di confindustria e soprattutto con la connivenza della camera della moda. ”

“Pochi lo sanno ma l'Italia ha il primato in Europa per l'industria della conceria” - racconta Iacona, ma ha anche un impatto ambientale della filiera: per produrre la pelle, il materiale base per le scarpe, servono tonnellate di agenti chimici, tra questi anche il cloro che è molto inquinante: ne sanno qualcosa nel distretto di Prato, dove la procura sta indagando per sversamenti illeciti da parte di industrie del settore, dove di mezzo c'era anche la ndrangheta.

O ad Arzignano, dove Presadiretta aveva fatto uno dei suoi primi servizi sul settore della concia della pelle: anche qui la pianura e la falda sono state inquinate dall'industria della pelle,

Salari da fame, inquinamento ambientale, ma chi controlla la filiera di queste aziende non si accorge di queste storture? Chi sono gli enti che danno le certificazioni alle aziende della moda?


Perché è un problema che non riguarda solo le aziende nel sudest asiatico o nell'est Europa, ma anche qui da noi: pochi giorni fa a Prato, gli operai che stavano scioperando davanti la Dreamland (azienda nel settore tessile) sono stati aggrediti con bastoni e mazze, come era già successo gli operai della Texprint
In questo paese pare stia diventando un rischio manifestare a difesa delle proprie condizioni di lavoro: “mai più schiavi” è quello che chiedono queste persone assunte con contratto da apprendista e che però lavorano da tre anni 12 ore al giorno per sette giorni, per una paga da 950 euro al mese. E quando finisce il contratto da apprendista, il padrone può cacciarli via: qui il contratto nazionale, con orari ben definiti, con tutele per tutti, è un tabù. Gli operai intervistati da Giulia Bosetti raccontano che se ti succede un incidente in azienda, si viene portati in ospedale con una macchina privata, non si chiama mai l'ambulanza per non tirare in ballo l'azienda.

Nel settore tessile a Prato c'è un sistema che si basa sullo sfruttamento (come anche in altre zone del paese) e queste persone stanno lottando per tutti, non solo per loro. E l'azienda cosa risponde? “hanno iniziato loro a picchiare, se la sono cercata”.

Lo stato, qui a Prato, come altre zone di caporalato e sfruttamento, dove sta?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 ottobre 2021

La prima inchiesta di Maigret, di Georges Simenon

 


La deposizione del flautista

Una balaustra nera divideva la stanza in due. Dal lato riservato al pubblico, contro la partete imbiancata a calce e coperta di avvisi e ordinanze, c'era solo una panca senza schienale, anch'essa verniciata di nero. Dalla parte opposta, banchi, calamai, scaffali stipati di registri enormi, neri anche quelli: insomma, una scena in bianco e nero. Ritta su una lastra di lamiera, troneggiava una stufa di ghisa come oggi se ne vedono solo nelle stazioncine di provincia ..

Ci troviamo a Parigi, in un aprile ancora fresco nel 1913: nel mentre la capitale è occupata con le celebrazioni per la visita di un regnante straniero, un giovane segretario del commissariato di Saint-Gerges riceve una denuncia di un uomo che si presenta al suo ufficio, si chiama Jules Maigret, Amédée, Francois.

Il denunciante che si è presentato al commissariato davanti Maigret, quella notte è un musicista, un flautista per la precisione, che quella notte, mentre passeggiava lungo rue Chaptal, ha prima visto una donna sporgersi da una finestra di una casa signorile, per poi udire uno sparo.

Precipitandosi al portone di questa casa – racconta il signor Justine Minard – è stato aggredito in malo modo dal maggiordomo, che dovrebbe chiamarsi Louis e messo alla porta.

Parte da questi pochi elementi la prima inchiesta di Maigret, non ancora commissario, non ancora “capo” della squadra omicidi, ma solo giovane poliziotto di belle speranze, a cui il capo della Sureté (amico del padre di Maigret) sta facendo fare esperienza, mettendolo ogni volta in uffici diversi.

La prima inchiesta che rischia subito di finir male, perché in rue Chaptal abita una famiglia importante, i Gedreau-Balthazar, proprietari del caffé Balthazar: alla villa Maigret, seguito dal flautista, viene accolto con asprezza, facendo pesare sul giovane segretario sia il grado sociale, sia la conoscenza personale col suo capo, il commissario Le Bret.

Con una certa perfidia, lo portano a visitare tutte le stanze della casa, o quasi tutte, perfino quelle delle domestiche, tirate giù dal letto senza troppo garbo.

In quella casa, in ogni caso, non c'è stato nessuno sparo, non c'è nessun cadavere, il testimone si sarà sbagliato.

Eppure.

Maigret non è ancora l'esperto poliziotto che poi diventerà, ma in questo suo primo caso dimostra tutte quelle doti che poi faranno la sua fortuna di investigatore: davanti casa Gendreau c'era una macchina, il testimone l'ha vista ferma per poi allontanarsi al momento dello sparo, per terra sono rimasti i segni dell'olio perso dal motore.

C'è poi l'atteggiamento strano delle persone in quella casa: l'altezzosità del giovane Richard Gendreau, quello distaccato del padre, Felicien, che ha assistito alla scena col cilindro in testa, come se fosse un estraneo in quella casa..

Diversamente da quanto si aspetta, il capo, il commissario Le Bret, non gli toglie il caso, non archivia il suo rapporto per non creare danno a quella famiglia influente.

Le Bret consente a Maigret di fare una sua indagine, prendendosi dei giorni di ferie, anche perché il giovane Richard Gendreau ha mentito: quel giorno la sorella, dalla cui stanza il flautista ha visto affacciarsi una donna, non era in vacanza, ma era proprio a Parigi.

«Vuole mettere qualcosa sotto i denti?»

Un omone grasso, tutto rosso, con gli occhi piccoli, guardava tranquillamente Maigret, che trasalì.

«Le va qualche fetta di andouille con un bel bicchiere di sidro? Non c'è niente di meglio quando uno è a stomaco vuoto.»
Così iniziò la giornata: Maigret ne avrebbe vissute molte di simili nel corso della sua carriera, ma quella prima gli fece l'effetto di un sogno.

La prima inchiesta di Maigret può così partire e il lettore seguirà il giovane segretario di Saint-Georges muoversi, con sempre maggiore disinvoltura, prima davanti la casa di rue Chaptal, con un bicchierino di sidro e di Calvados, per non dare nell'occhio con l'oste. Poi per le strade di Parigi alla ricerca del proprietario di quell'auto, andando a sentire una delle cameriere di casa Gendreau..

Quello che viene fuori è l'immagine di una famiglia ricca, avida, che deve la sua fortuna al lavoro del nonno, un venditore ambulante che grazie alle sue doti imprenditoriali aveva acquisito i beni di una famiglia nobile in decadenza. E dove questa fortuna aveva portato ad un odio tra i suoi discendenti, non solo per i soldi della dinastia Balthazar, ma per il potere.

Maigret, grazie a quella indagine, strappata al capo, per poi finire con una soluzione di comodo che non mettesse in imbarazzo nessuno (“lei è giovane, un giorno capirà”) capisce qual è il mestiere che vuole fare: non il medico, come avrebbe voluto il padre. Ma una specie di sacerdote capace di intuire l'animo delle persone da uno sguardo, capirne il destino e aggiustarlo grazie alle sue parole, al suo lavoro:

A dire il vero, il mestiere che aveva sempre sognato non esisteva. Da ragazzo, al paese, aveva come l’impressione che un sacco di gente non fosse al posto suo, o prendesse una strada sbagliata unicamente perché non aveva le idee chiare.
E immaginava un uomo di infinita saggezza, e soprattutto di infinita perspicacia, al tempo stesso medico e sacerdote, un uomo in grado di intuire con un’occhiata il destino delle persone.

Quel che aveva risposto poco prima a sua moglie a proposito di Germaine rientrava in questa linea: se fosse rimasta ad Anseval ... Un uomo da consultare come si consulta un medico. Una specie di accomodatore di destini. E non solo perché intelligente – forse non aveva neanche bisogno di un’intelligenza eccezionale –, ma perché capace di vivere la vita di chiunque, di mettersi nei panni di chiunque.
Maigret non aveva mai parlato di questo con nessuno. Né osava pensarci troppo seriamente per paura di sentirsi ridicolo. Non potendo portare a termine gli studi di medicina, era comunque entrato nella polizia, per caso. Ma era stato poi veramente un caso? E i poliziotti non sono qualche volta proprio degli accomodatori di destini?

Sarà una lezione importante, questa per il Maigret, futuro commissario capo, al Quai des Orfèvres, che l'esito di questa inchiesta porterà ad un passo dal firmare le sue dimissioni: non farsi mai schiacciare dal peso delle persone indagate, non trattare mai i suoi sottoposti, saper aspettare di fronte alla casa di un sospettato anche ore, sorseggiando un bicchierino di calvados o una birra. E diventare quel sacerdote accomodatore di destini che sognava da giovane.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Fate presto

Anche ieri due morti sul lavoro, dopo i 4 morti di venerdì. Fate presto, governo dei competenti, perché questa strage è intollerabile, anche una morta è troppo.

Il tempo per le discussioni e per le attese è finito: va creata una banca dati nazionale sugli infortuni, va creata l'aggravante del delitto colpo sul lavoro, va posta attenzione al tema dell'amianto (che continua ad uccidere gli operai che lavorano alle vecchie fabbriche e alle vecchie case costruite negli anni sessanta).

Mentre in Germania la coalizione tra verdi, social democratici e liberali (tedeschi, non italiani) sta discutendo di alzare il salario minimo a 12 euro (e a superare il modello Hartz 4), in Italia ancora non abbiamo un salario minimo, ci sono intere sacche di lavoratori che pur avendo un lavoro e un salario sono in una situazione di semi povertà.

Fate presto ad approvare questo salario minimo. Capisco che questo tema non appassioni (per usare un eufemismo) la destra italiana, e nemmeno parte del PD troppo attento a non scomodare le imprese.

Ma fate presto, questa povertà, queste situazioni di difficoltà, associate a chi sta perdendo il lavoro (magari per colpa delle delocalizzazioni) porteranno ad un clima di maggiore tensione nei prossimi mesi.

Fate presto. Qui non si tratta di Green pass, ma di vivere e lavorare dignitosamente, di tornare a casa dopo una giornata di lavoro. Qui è in ballo il collante di questa repubblica fondata sul lavoro, che deve essere ben retribuito, sicuro, tutelato.

15 ottobre 2021

E venne il giorno del green pass

E venne il giorno del green pass, obbligatorio per legge per poter accedere ai luoghi di lavoro.

Il governo tira dritto, niente green pass, niente lavoro, vaccinatevi oppure fare il tampone. 

Dice Salvini che non si possono lasciare le persone a casa senza lavoro, riferendosi alle persone senza green pass che, per le decisioni del suo governo, non potranno presentarsi al lavoro e nemmeno giustificarsi con lo smart working.

Eppure già ad oggi sono tante le persone lasciate a casa, per le delocalizzazioni oppure le ristrutturazioni delle aziende (solitamente fatte tagliando il personale). Anche la nuova compagnia di bandiera, ITA, parte con meno personale (8000 esuberi) e con contratti più competitivi (=meno salari).

Mai sentito prendersi cura di questi lavoratori. E nemmeno di quelli che ogni giorno subiscono incidenti o peggio.
C'è una certa confusione, su libertà, dittatura sanitaria, diritti sul lavoro..

14 ottobre 2021

Il cuore nero dello stato - da I soldi della P2

Esce per Paper First il libro I soldi della P2 (PaperFirst, pp. 502, euro 18) di Antonella Beccaria, Fabio Repici e Mario Vaudano, un viaggio nel cuore nero dello stato, seguendo il filone dei soldi passati attraverso la loggia P2 di Licio Gelli



Qui una anticipazione uscita sul Fatto Quotidiano:

I soldi della P2 (Paperfirst) – Neofascisti, mafia e casinò: gli sporchi traffici della loggia

Massoni tra sequestri e omicidi. Bruno Caccia, il magistrato ucciso a Torino dalle ’ndrine, è uno degli snodi di una storia da ricucire

Come in una fiction criminale, ma invece nei contorni sfumati eppure implacabili della realtà, cercare “i soldi della P2” significa mettere in fila morti ammazzati, coincidenze a un primo esame inspiegabili, depistaggi devastanti per una qualunque verità, complicità che affondano nel “cuore dello Stato”.

Follow the money, dunque, e per l’ennesima volta. Ma anche due magistrati uccisi (e all’apparenza dei processi, quelli sui loro omicidi, solo per le vendette del terrorismo fascista il primo, della ’ndrangheta salita alla conquista del Nord industriale il secondo): Vittorio Occorsio, pm di Roma, nel 1976, e Bruno Caccia, procuratore capo di Torino, nel 1983. Poi, un altro giudice scampato a un’autobomba, forse la prima nella storia del dopoguerra italiano, e infine morto suicida: il pretore di Aosta Giovanni Selis, nel 1982. Che cosa mai è in grado, però, di collegare quelle vicende, di andare oltre l’unico elemento comune dell’eliminazione riuscita o tentata di tre “servitori dello Stato”, di tessere il filo capace di portare tutto “a un livello superiore”, riconducendolo a uno scenario ben più ampio e che riguarda l’attacco alla Repubblica democratica?

I soldi della P2 (PaperFirst, pp. 502, euro 18), appunto, prova a cercarlo. Non con la certificazione impossibile di una sentenza penale, ma invece con la bussola, quasi la lampada sul casco di un minatore, indispensabile per trovare un qualche squarcio di luce, un possibile sentiero di intrecci nell’oscurità dell’universo criminale e assieme eversivo e più pericoloso della nostra storia repubblicana.

I suoi autori posseggono le “chiavi inglesi” per smontare e rimontare quei misteri, grazie alle loro esperienze di lavoro, a una ricerca accuratissima e alla memoria diretta. Antonella Beccaria, giornalista che da anni dedica il suo impegno allo studio dell’Italia delle stragi; Mario Vaudano, giudice in pensione che, all’inizio degli anni 80, guidò da Torino una delle più importanti inchieste sulla corruzione della politica e delle istituzioni, lo “scandalo dei petroli”, coinvolgendo i vertici della Guardia di Finanza, ministri e sottosegretari dc, il gotha dell’imprenditoria petrolifera italiana, il Vaticano, Licio Gelli e la P2, lambendo addirittura il “caso Moro” e l’omicidio Pecorelli; Fabio Repici, avvocato siciliano e legale delle famiglie delle vittime delle mafie, come quella del procuratore Caccia, il magistrato che aveva condiviso e difeso le indagini di Vaudano.

Torino e Roma, Selis, Caccia, Vaudano e Occorsio: luoghi, nomi e ruoli che per tutto il libro si intersecano senza sosta, ma con improvvisi cortocircuiti, assieme alle connessioni con il denaro della mafia e i casinò italiani e della Costa Azzurra, i sequestri di persona compiuti dalle ’ndrine nel Nord, l’uso dei sicari “neri” per regolare conti ed eliminare avversari. E infine il fiume di soldi gestito sotto l’egida della P2 di Gelli: la potente organizzazione massonica ed eversiva infiltrata all’interno dello Stato.

Gli scarti improvvisi e le ricostruzioni più difficili sono continui nell’opera di Beccaria, Repici e Vaudano. Nella quale anche l’uccisione di Occorsio, la più indagata nel tempo, offre nuovi spunti e pone altrettanti interrogativi. Ma è soprattutto l’omicidio Caccia quello indicato, ancora oggi, come il più deprivato della verità e di un’attenzione nazionale spesso negatagli dai media, trascorsa l’urgenza della sua attualità. Ci sono due sentenze, in epoche diverse, che hanno attribuito la sua morte agli uomini delle ’ndrine. Bruno Caccia, unico magistrato ucciso dalla ’ndrangheta e nella città della Fiat: quanto dovrebbe bastare perché rimanga fissato nell’agenda di uno Stato che vuol sapere come e perché sono stati uccisi i suoi servitori.

Torino e la vicina Aosta paiono allora quasi il baricentro, le “capitali”. dei misteri del libro. Caccia aveva cominciato la sua carriera in Vallée, indagando per primo su vicende legate al casinò di Saint Vincent: la stessa casa da gioco su cui stava lavorando Selis, prima dell’attentato. Sempre Caccia, poi, era stato il procuratore che aveva affiancato a Torino Gian Carlo Caselli nelle indagini sulle Brigate Rosse, aveva appoggiato quelle di Vaudano sul contrabbando petrolifero, aveva avviato l’inchiesta sullo “scandalo delle Tangenti” nel Comune di Torino e nella Regione Piemonte (anticipatrice di Mani Pulite), aveva incrociato la mafia catanese trapiantata in città e gli “alleati” calabresi con i sequestri di persona e il traffico di droga, aveva cominciato con la Procura di Milano a cercare le prove sull’infiltrazione di Cosa Nostra italo-americana nei casinò italiani. Aveva intuito infine (forse la sua “colpa” più grave) i rapporti tra alcuni colleghi del Palazzo di Giustizia subalpino e la criminalità locale.

Gli autori ripropongono così, tra le pagine, un interrogativo che dura da anni: può essere il suo omicidio solo riconducibile a una vendetta del milieu mafioso torinese? O non è invece quasi l’archetipo di quel fil rouge che Beccaria, Repici e Vaudano hanno provato a intrecciare nel sottotitolo del loro libro: “Sequestri, casinò, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli”?


13 ottobre 2021

Non basta sciogliere forza nuova

Dal mio giornalaio di fiducia questa mattina ho trovato, esposti assieme ad altri, anche il calendario di Mussolini.

Curioso ho chiesto se ci fosse ancora qualcuno che si compra questi calendari.

La risposta mi ha lasciato di stucco: "ma non sono dei nostalgici dei fascismo, sono persone nostalgiche di un tempo in cui c'era più ordine..".

Devo precisare che questa persona non ha simpatie del ventennio e nemmeno di Mussolini, semplicemente come tanti italiani, la propaganda neofascista ha fatto presa.

Avete presente?

Mussolini ha fatto anche cose buone.

Ai quei tempi le cose che dovevano essere fatte venivano fatte.

A quei tempi c'era più ordine.

Mussoli ha dato le pensioni agli italiani.

Tutte sciocchezze, frutto avvelenato di una propaganda che, complice anche la nostra ignoranza in storia, funzionano ancora.

Se questa è la situazione nel paese, lo scioglimento di Forza Nuova da solo serve a poco.

Serve rimettere mano ai libri di storia: come scrive oggi Robecchi, dopo aver mandato in onda in prima serata i virologi superstar, è ora il compito degli storici.

A tutti i nostalgici dei tempi di una volta, dove non è vero nemmeno che i treni arrivavano in orario, consiglio il libro "Mussolini ha fatto anche cose buone", di Francesco Filippi.

A proposito di pensioni, lo storico scrive che il fascismo creò un suo carrozzone pubblico Infps per controllare i fondi erogati in modo clientelare:

“Un tentativo propagandistico di impossessarsi di quello che nei fatti era stato il frutto di decenni di contrattazioni e lotte sindacali, di riforme attuate dai governi liberali e di iniziative delle associazioni di categoria dei lavoratori”

Altro che pensioni a tutti.

L'ultimo lupo di Corrado Fortuna

 


Prologo

Ma cu m’u fici fari? Era una notte calma e serena, rischiarata da una luna cinematografica: grande come quella davanti alla quale ET ed Elliott volavano in bicicletta. Amir aveva finito il conteggio serale, di nuovo con un piccolo brivido di freddo alle ossa.

Conoscevo Corrado Fortuna come attore (nella serie del commissario De Luca, ad esempio, dove interpretava il maresciallo Pugliese) e ora ho il piacere di conoscere Corrado Fortuna anche come scrittore, autore di questo giallo che mi è molto piaciuto.

E' stato scritto in questi due anni di pandemia, racconta l'autore nelle pagine dei ringraziamenti: un romanzo nero per questi due anni che sono stati neri per tutti gli italiani e magari anche un auspicio per un futuro migliore.

Un romanzo nero, dunque, che si apre con un pastore sui monti delle Madonie in Sicilia: regione che non è solo mare e sole, ci sono località come Piano Battaglia dove anche nelle sere di agosto senti i brividi per il fresco dalle montagne, ma non solo.

Ci sono i brividi nel trovarsi di fronte l'ultimo lupo, sopravvissuto su queste montagne. E quello che capita ad Amir, uno dei tanti immigrati sbarcati in Italia dall'altra sponda del Mediterraneo che ha avuto la fortuna di potersi integrare, pastore era nella sua terra e pastore è ancora qua in Sicilia.

Tancredi Pisciotta invece è un quarantenne nato e cresciuto tra quelle montagne e poi emigrato su al nord. Il suo ritorno al paese di Piano Battaglia, alla casa del nonno su due ruote è un modo per sfuggire ai suoi pensieri, a quella che lui chiama Camurrìa. Una storia di tensione interna, un “un frizzare tra le tempie”, per uno dei tanti rovelli che capitano ad una persona. E a lui di cose ne erano capitate in questo anno: la difficoltà nell'avere un figlio, dopo i tanti sforzi con la moglie, la morte improvvisa del fratello, per un tumore che nemmeno gli aveva lasciato tempo di accettare la cosa.

E ora il ritorno alla casa del nonno, alla fine di tutti i tornanti della montagna, al limite del bosco, lontano dalla città, dal mondo. In mezzo a tanti ricordi ..

Tancredi Pisciotta faceva lo stesso pensiero arrivando nella sua città natale. Quando l’aereo atterrava a Palermo, prima di toccare la pista, a sporgersi verso il finestrino gli sembrava di vedere una strada fatta di mare.

Purtroppo la Camurrìa non è finita per Tancredi: è lui ad imbattersi nella prima sera nella casa su ruote nel corpo di Amir, steso a terra con evidenti segni di un colpo alla nuca.

Un giallo in quel paese dove vivono quattro anime in croce, anzi sei per la precisione e tutti o quasi anziani? Che significato hanno quelle due parole, pronunciate da Amir, “il lupo”?

Chi poteva avercela col povero Amir, che era un ragazzo benvoluto da tutti?

Il nonno di Tancredi, Adelmo, che poi è anche il cacciatore che ha ucciso l'ultimo lupo su quelle montagne?

Oppure Abele, uno dei vecchi del paese, assieme ad Adelmo e Gaetano, il proprietario dell'ostello dove la sera si ritrovano tutti per bere qualcosa?

Oppure Piero, il figlio di Gaetano e Angela, sua figlia, una bella ragazza bionda ma un po' strana?

Sembra il classico delitto in una stanza chiusa, ma chi allora potrebbe avere il ruolo del maggiordomo? Forse quei ragazzi venuti da fuori ospiti nell'ostello, con tante idee sbagliate per la testa?

No, la soluzione dell'enigma sarà da ritrovare dal passato di quei vecchietti della montagna: in un alternarsi tra passato e presente, l'autore ci porta alla scoperta di un terribile segreto legato ad una brutta storia avvenuta tanti anni prima, giusto l'anno in cui Adelmo raccontò di aver ammazzato l'ultimo lupo, con grande rammarico del piccolo Tancredi e del fratello Ruggero.

Una storia di amore e di violenza e di un dolore rimasto dentro a covare, giorno dopo giorno, fino a farne una malattia.

.. non si può vivere coi mostri dentro, Angela, non si deve. Perché i mostri dentro di noi sono più pericolosi di quelli lì fuori. Ci cambiano piano piano, ci mangiano la felicità, la leggerezza. Ci logorano lentamente. Ci logorano lentamente. Ci addolorano. E con noi addolorano le persone che abbiamo intorno.

L'ultimo lupo è un romanzo nero che parla di lupi (immaginari, poiché in Sicilia questo predatore non esista più) ma anche della nostra vita, dei ricordi belli e brutti che ci portiamo dentro e di come, a volte, sia importante lasciarli scorrere via, questi ricordi, perché la vita è come un fiume che continua a scorrere nonostante le nostre preoccupazioni, le nostre paure, “a volte travolgendo tutto quello che trova, come un fiume esondato. A volte accarezzandolo ..”.

La scheda sul sito di Rizzoli e il pdf del primo capitolo.

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12 ottobre 2021

Presadiretta – la fabbrica dei vaccini

Tutto sul mondo dei vaccini: come funziona la loro produzione, il ruolo della ricerca, a che punto è il vaccino italiano, chi ci ha guadagnato tanto dai vaccini e infine lo scandalo dei paesi poveri, lasciati soli con la pandemia.

I vaccini basati su mRNA sono nati grazie al lavoro di ricerca di scienziati incredibili: tra questi la biochimica ungherese Katalin Karikò, la pioniera dell'RNA messaggero, la prima ad averne intuito le capacità ben prima dell'arrivo del covid.

“Ero ossessionato da questa proteina” racconta a Presadiretta, partendo dalla sua infanzia, dalla scelta di diventare scienziata da grande, gli studi in Biologia. La scoperta del RNA messaggero fatta nel 1961 iniziò subito ad interessarla: ci si chiedeva chi trasporta le informazioni del DNA fuori dal nucleo alle cellule? E' proprio il mRNA che venne sintetizzato in laboratorio in Ungheria da Katalin Karikò.

Col crollo del muro di Berlino e la realizzazione che in Ungheria non avrebbe potuto proseguire le ricerche, Katalin mise da parte i soldi e riuscì ad andare in America per poter riprendere i suoi studi.

Ma anche in America i primi anni sono stati difficili, per lo scetticismo nei confronti dell'RNA, ma lei sapeva che poteva servire a qualcosa, Katalin.

Ci sono voluti tanti sforzi, tanti fallimenti, prima di poter iniettare un mRNA artificiale dentro un organismo senza che si scatenasse nessuna infiammazione: dal 2005 la svolta, la sua ricerca inizia ad interessare anche altre aziende, come Biontech che inizialmente usarono questa scoperta contro il cancro.

Ma poi, nel 2020, l'arrivo del Sars Cov2, gli studi di Biontech “mutano” verso la sperimentazione di un vaccino contro questo virus, per arrivare poi al vaccino Biontech, il primo vaccino mRNA della storia.

Ci sono effetti a lungo termine per questo vaccino? Nel corpo si inietta solo una piccola parte del virus, per scatenare una reazione immunitaria, il virus è molto più pericoloso – la risposta immediata della scienziata ungherese.

Viva la ricerca, dunque: la gara al vaccino l'hanno vinta i paesi che nella ricerca hanno creduto e investito, ma come mai l'Italia a questa gara non ha nemmeno partecipato?

In Italia si fa solo “infialamento”, la fase finale della produzione, quella a minor valore aggiunto, seppur importante: i siti di produzione esteri portano in Italia la materia prima, che viene custodita in caveau, tanto è importante.

I vaccini sono prodotti biologici, sviluppati attraverso cellule viventi, non sono prodotti di sintesi chimica come l'aspirina: per produrre vaccini servono competenze e investimenti, servono i bioreattori per realizzarli, diventati oggi quasi un bene introvabile.

Dietro ogni fiala c'è una lavorazione di cento giorni, con 5000 passaggi diversi: le aziende specializzate per la produzione di questi vaccini sono altamente specializzati, con reparti asettici, con controlli ossessivi, come nello stabilimento belga GSK che Presadiretta ha visitato.

GSK non è riuscita a produrre un suo vaccino, ma ha stretto accordi con altre aziende per la produzione: inizialmente fu scelta Sanofi, per un vaccino proteico, per poi tornare indietro da questa scelta dopo il fallimento di questa strada.

Altri vaccini non sono andati avanti, dopo le prime sperimentazioni: il vaccino tedesco di Kurevac è fallito, così come la procedura per autorizzare Sputnik è ferma, racconta Guido Rasi, ex direttore Ema.

La primavera scorsa, per rafforzare una campagna vaccinale a singhiozzo, tra ritardi di consegna dei vaccini autorizzati e incognite sugli altri candidati, il commissario all’industria europeo, Thierry Breton, chiama a raccolta le aziende di tutta Europa per chiedere rinforzi alla filiera e anche l’Italia si dice pronta.

E il 4 marzo 2021 il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti lancia il piano di produzione di vaccini made in Italy, da realizzarsi nel nostro Paese in tempi rapidi e con obiettivo ambizioso: indipendenza vaccinale entro l’anno.

Sul piatto si mettono anche i soldi: 200 milioni di euro sono sbloccati subito nel decreto sostegni “per interventi di ricerca e riconversione industriale nella produzione di vaccini”. Altri finanziamenti, fino a 400 milioni, arrivano nel decreto sostegni bis, ma il consorzio italiano ancora è fermo oggi.

Cosa resta dei proclami del governo? Dei quattro vaccini contro il Covid finora autorizzati in Europa, nessuno è fabbricato in Italia a partire dal principio attivo. Da noi, si fa l’ultima parte della filiera, quella che in gergo tecnico si chiama “fill and finish”, cioè la fase di infialamento e confezionamento.

“Quella dell’infialamento non è alta tecnologia. Quindi l’Italia non ha voce in capitolo sulla parte produttiva. La parte produttiva rimane in capo al produttore”. Per Guido Rasi – microbiologo, ex direttore dell’EMA intervistato da Daniela Cipolloni – “la capacità produttiva dell’Italia è zero”.

In Puglia, alla Lachifarma si lavora per la produzione di un vaccino: qui hanno investito 20ml per fare produzione, non della materia prima, e stanno anche cercando un accordo col Mise.

Servono soldi per produrre vaccini e fare ricerca, come ha fatto l'America che nel marzo 2020 ha messo sul piatto 15 miliardi, mentre qui pur avendo un'industria farmaceutica, siamo rimasti indietro, e lo stesso è successo col vaccino italiano di ReiThera.

Presadiretta è entrata nei reparti di ricerca di ReiThera dove ha incontrato Stefano Colloca, responsabile della ricerca: qui hanno lavorato sul vaccino a partire dalla ricerca sul gorilla, si basa su un principio simile a quelli di Astra Zeneca, Johnson & Johnson o il vaccino russo Sputnik, si usa cioè un virus inattivo di scimmia che contiene le istruzioni genetiche per produrre la proteina spike del Sars-Cov2 e quindi generare gli anticorpi.

Qui sono pronti, con strutture nuove, enormi bioreattori, capaci di produrre fino a 100ml di dosi l'anno, partendo sin dalla materia prima del vaccino e diventando così la prima azienda italiana capace di produrre un vaccino anti-covid.

La sperimentazione del vaccino ReiThera si è fermata alla soglia della fase 3, quella che coinvolge migliaia di persone per verificare sicurezza ed efficacia: “stiamo aspettando di trovare il sostegno finanziario per passare alla fase 3, che è quella che costa di più e che noi non possiamo sostenere con le nostre risorse finanziarie, avremmo bisogno di circa 60ml” .

Fino a pochi mesi fa ReiThera aveva il vento il poppa, per il supporto della regione Lazio, dell'istituto Spallanzani, tutti facevano il tifo per il vaccino italiano.

La fase prima della sperimentazione fatta alla Spallanzani arrivano ad inizio 2021 ed erano incoraggianti: il governo Conte scommetteva su questo vaccino, lo Stato era entrato in ReiThera acquistandone delle quote tramite Invitalia.

Ma alla fine la Corte dei Conti ha bloccato tutto, bloccandone il finanziamento per la parte che riguardava il mutuo della sede di produzione.

Il blocco dei soldi sta fermando i lavori, poi è arrivato anche la questione Astra Zeneca, col rischio trombosi perché bisogna capire se tutti i vettori virali come quello ReiThera hanno questo rischio.

Anche il supporto dello Spallanzani cala, come anche quello della regione Lazio, la cui attenzione si è spostato sul russo Sputnik.

Ad aprile si è siglato un accordo con Mosca, per questo vaccino: un accordo di tre anni in cui si studierà la variazione dei virus, con uno scambio di dati e conoscenze tra Spallanzani e la Russia. Va ricordato che lo Spallanzani è stato il primo istituto ad isolare il virus.

Come mai lo Spallanzani ha abbandonato ReiThera? Come mai è la regione che sta seguendo gli accordi tra Spallanzani e la Russia, e non il ministero della Salute?

A rispondere alle domande di Presadiretta è stato il direttore scientifico Girardi che ha preso il posto del dottor Ippolito che spiega che hanno preferito seguire Sputnik dopo la pubblicazione dei risultati su Lancet della sua efficacia. Sputnik avrebbe una efficacia dell'81% mentre Pfizer è pari all'88%, non molto distante.

E il vaccino italiano ReiThera? Come spiega Stefano Colloca “non è vero che siamo fuori tempo massimo, ci sono le varianti che impazzano, c'è il mondo che ha bisogno di dosi di vaccino, c'è interesse in paesi esteri che hanno difficoltà ad approvvigionarsi del numero sufficiente di dosi e quindi riteniamo che un vaccino come il nostro che ha un costo decisamente più basso di quello dei vaccini RNA possa essere importante.”

Anche perché si conserva in condizioni più agevoli, a 4 gradi, in un normale frigorifero: anche se il vaccino ReiThera non ci avrebbe reso indipendenti, la nascita di un polo industriale avrebbe rappresentato un volano per la ricerca italiana: perché la ricerca è un'attività costosa e rischiosa – prosegue Stefano Colloca – perché non puoi sapere quando inizia a sviluppare un prodotto se avrà successo o no. Questa attività non può essere, specie nel caso di piccole biotech come ReiThera, finanziata a debito, devono essere finanziamenti a fondo perduto, ci deve essere una condivisione del rischio, in cambio si ha un ambiente favorevole alla ricerca sulle biotecnologie e che sarà utile sfruttare nel futuro.

In questo senso il confronto con paesi come Stati Uniti è impietoso: Moderna è stata finanziata in una fase molto precoce della pandemia con 1,2 miliardi dal governo americano, il finanziamento ricevuto da ReiThera, solo in parte a fondo perduto è di 60ml.

Il governo andrà avanti nella sperimentazione del vaccino italiano, assicurano Giorgetti e Speranza, il progetto ReiThera non verrà abbandonato.

Ma una cosa è certa, le aziende che hanno investito sui vaccini hanno ora il pallino in mano: possono imporre all'Europa e ai paesi nel mondo il prezzo per le fiale.

Nel 2022 a dominare la scena in Europa sui vaccini, dopo l'estromissione di Astra Zeneca, ci sono le multinazionali americane: Pfizer con la fornitura di 1 miliardo di dosi e Moderna per altre 150ml di dosi. Entrambe le compagnie con i contratti stipulati con la commissione europea hanno aumentato il prezzo del loro vaccino, come trapela da una rivelazione del Financial Times.

Una fiala di Pfizer ora ci costa 19,50 euro, contro i 15,50 di prima, mentre una fiala di Moderna 25,50 dollari rispetto ai 22,60 dollari precedenti (19 euro precedenti).

A giustificare i rincari sarebbe l'efficacia contro la variante delta.

Per capire se sono prezzi giusti i giornalisti di Presadiretta sono andati a Ginevra da una esperta di politica sanitaria globale a capo del Global Health Center, Suerie Moon: “non c'è una legge che regola i prezzi a livello internazionale, per questo quando i paesi hanno un disperato biisogno di vaccini, come è successo, il venditore ha un forte potere negoziale e può chiedere un prezzo più alto. Per me però idealmente le aziende dovrebbero vendere ad un prezzo vicino al prezzo di produzione, specie durante una pandemia, questa non è una situazione normale e a maggior ragione perché molte aziende non si sono assunte grandi rischi e non hanno messo molti investimenti di tasca propria. La maggior parte degli investimenti sono arrivati dal settore pubblico, dai governi. Ma davvero non credo ci sia alcuna giustificazione nel far pagare un prezzo alto.”

LE case farmaceutiche hanno ricevuti sussidi pubblici in tempi record, con ordini di pre-acquisti da parte degli Stati, anche se il vaccino non fosse stato efficace, altro che rischio di impresa. Ma le case farmaceutiche non la pensano così.

Secondo un rapporto pubblicato da Publiccitizen, organizzazione statunitense a tutela dei consumatori, produrre un vaccino mRNA costerebbe meno di tre euro a dose, mentre un vaccino a vettore virale, come quello di Astra Zeneca, poco più di 1 euro.

Ci sono vaccini economici come Astra Zeneca, venduto quasi a prezzo di produzione, al più caro, Moderna: per il 2021 Pfizer prevede un fatturato di 33 miliardi di dollari solo dalle vendite del suo vaccino. Moderna sfiora i 20 miliardi.

Pfizer racconta che sta offrendo questi vaccini al costo di un pasto completo, ma è una cosa giusta in un momento di pandemia?

Spiega Nicholas Lusiani di Oxfam America: “tutte le aziende comprese Johnson e Johnson e Astra Zeneca hanno dichiarato che quando la pandemia sarà finita non ci saranno più vincoli sul prezzo. Il direttore finanziario di Pfizer ha dichiarato che potrebbero alzare il prezzo a 150-175 dollari a dose, sarebbe un aumento di quasi il 900% sul costo dei richiami.”

Frank D'Amelio, CFO di Pfizer, ammette che a fine pandemia il vaccino sarà venduto a prezzo di mercato, perché è una importante occasione commerciale.

Ma come la mettiamo coi paesi poveri?

Non c'è niente di sbagliato nel profitto di per sé – continua Lusiani - ma ci sono due condizioni: se questi profitti vanno a discapito dell'accesso ai vaccini, allora è un problema. La maggior parte dei paesi poveri non avrà pieno accesso ai vaccini fino al 2024, e la massimizzazione dei profitti delle case farmaceutiche è uno dei responsabili. Il secondo aspetto riguarda ciò che fanno le aziende coi loro profitti, perché è logico pensare che se ci sono stati investimenti pubblici debba esserci anche un ritorno pubblico, un beneficio pubblico, ma non è stato così.


Ci sono esempi virtuosi, come Biontech, che ha investito tutti i profitti in ricerca, per le cure sul cancro ad esempio.

Ma altri colossi farmaceutici hanno pensato solo alla loro fortuna, pagando dividendi milionari che avrebbero potuto essere usati per vaccinare paesi africani. MA come hanno fatto ad ottenere questi prezzi alti?

Si torna alla Commissione Europea, agli accordi secretati, ai negoziatori degli accordi, alla scarsa trasparenza che purtroppo l'Europa ha mantenuto.

Certo c'era una grande pressione, sia da parte dei paesi europei, sia da parte delle aziende farmaceutiche, che hanno strappato quasi un accordo in bianco.

Nessun obbligo di consegna, nessun obbligo per gli indennizzi, a pagare in caso di problemi saranno gli stati, si sta creando un precedente per scaricare sul pubblico la parte negativa degli accordi.

Perché i verbali dei negoziati non sono pubblici? Il potere delle lobby in Europa è molto alto, come se la commissione avete più a cuore gli interessi commerciali che non la salute delle persone.

Nel mondo le dosi di vaccino non sono arrivate in modo equo: nei paesi poveri sono arrivate meno del 3% delle dosi, i paesi più ricchi si sono accaparrati le dosi per i loro cittadini (alle condizioni delle aziende, come si è visto) mentre in altri paesi le dosi sono un bene raro.

OMS sta criticando l'uso della terza dose da parte dei paesi europei: la questione cruciale è quella dei brevetti, grazie a cui le aziende possono dettare legge sulla produzione.

Alcuni paesi avevano proposto la sospensione dei brevetti, ma l'Unione Europea, Svizzera e Giappone si sono opposti alla votazione al WTO.

Altrimenti il rischio è far proliferare le varianti, che potrebbero bypassare questi vaccini.

Ma per big pharma il problema sono le materie prime, che iniziano ad essere scarse, citando il caso di Moderna che però non ha liberalizzato il suo brevetto, ha solo spiegato che non avrebbe fatto cause.

Ma oggi, con la pandemia in corso, con i governi che hanno pagato in anticipo la ricerca e la produzione dei vaccini ad aziende private, ha ancora senso parlare di brevetti e di tutela della proprietà intellettuale?

Suerie Moon è convinta che adesso si deve fare lo sforzo di andare oltre questo limite, per tutelare il mondo di domani.

Liberalizzare la produzione dei vaccini significa tutelare anche noi stessi: la variante delta è l'emblema di quello che può succedere in un ambiente con poca vaccinazione.

In India il virus ha trovato le condizioni migliori per mutare: terminata la prima fase sono cessate le restrizioni, niente mascherine né distanziamento e questa è stata la miccia della seconda ondata. In India sono arrivate a morire 4000 persone al giorno, ed era una stima in difetto: la variante delta, causata anche dalla scarsità di vaccini, ha poi attaccato l'Europa.

Eppure l'India è una potenza di fuoco in ambito farmaceutico: qui si producono i vaccini Astra Zeneca, ma ad un prezzo più altro del valore di produzione e così il paese è rimasto senza vaccini, causando anche situazioni di speculazione.

Non possiamo lasciare questa partita nelle mani del libero mercato: per capirlo, Presadiretta è andata assieme ad Amref per seguire la vaccinazione in Kenia.

Dove le persone vivono con pochi dollari al giorno, dove la salute delle comunità è in mano a pochi volontari scelti, dove l'acqua si paga, il governo non garantisce acqua o altri beni primari.

Sono operatori volontari come Patrick che si muovono nelle comunità locali, per spiegare come gestire il covid. Qui sentir parlare di no vax fa quasi rabbia.

Abbiamo fatto solo promesse ai paesi africani, arrivano poche dosi e pure in ritardo, altro che finta generosità da parte della ricca commissione europea.

Metà della popolazione del mondo è rimasta fuori dai vaccini, finché rimarrà questa situazione non potremmo pensare di eradicare il virus: a fine anno si deciderà della sospensione dei brevetti, nella speranza che questa volta il peso di miliardi di persone sia superiore a quello di poche migliaia di azionisti.

L'ultima parte del servizio è stata dedicata al centro oncologico di Nerviano, uno dei punti di ricerca sui tumori più importante in Italia, creato dalla ex Carlo Erba.

I suoi problemi sono nati col passaggio del centro al controllo dei frati dell'immacolata concezione che hanno indebitato il centro, nemmeno la regione Lombardia è riuscita a salvarlo.

Ora il centro di Nerviano è stato acquistato da un fondo cinese e non ci sono garanzie per il futuro.

Futuro che è nero in Italia, sia per il settore farmaceutico, da cui di fatto siamo stati tagliati fuori, sia in generale per la ricerca: dovremmo investire molto di più, come altri paesi europei, come Francia e Germania. Per non essere dipendenti da altri paesi, per vaccini e medicinali. Per la salute degli italiani. Ma evidentemente i governi, compreso quest'ultimo, hanno altre idee per la ricerca.