14 aprile 2024

Spigolature .. (a proposito di stampa libera e regime)

Oggi sembrano tutti delusi, i nostri editorialisti con l'elmetto, del fatto che l'attacco coi droni dall'Iran non abbia portato alla guerra.

La guerra contro l'Iran, che oggi è sotto monitoraggio dei nostri ministri, come Crosetto, l'ex lobbista dell'industria delle armi e Urso, ministro delle imprese che fino al 2021 con le sue imprese era in affari proprio con l'Iran.

Da l'Espresso:

Pezzi di ricambio di elicotteri. Giubbotti antiproiettile. Aerei adattabili all’uso militare. Incontri con alti funzionari della guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. E un contratto di collaborazione con una società coinvolta in un’inchiesta per traffico di materiale «dual use», dal doppio uso civile e militare, esportabile solo con specifiche autorizzazioni ministeriali. Sono i contenuti, che L’Espresso pubblica in esclusiva, di alcune lettere commerciali e contratti riconducibili alla Italy world services, società di cui è stato legale rappresentante fino al giugno del 2018 il senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso, presidente del Copasir, il comitato parlamentare che controlla i servizi segreti.

Oppure la guerra contro la Russia, dove il presidente Macron voleva mandare i soldati al fronte.

Lo stesso Macron che, leggendo sul Fatto Quotidiano, è il maggior acquirente europeo del gas liquido russo. Vedi il caso:

Parigi è il primo importatore di gas liquefatto russo in Europa. Nei primi tre mesi del 2024, la Francia ha aumentato silenziosamente e come nessun altro in Europa le importazioni da Mosca arrivando a 1,5 milioni di tonnellate di gnl, pari a più di 600 milioni di euro, più di qualsiasi altro Paese dell’Ue. È quanto emerge da un report del think tank Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea). Un dato che appare paradossale proprio mentre Emmanuel Macron ribadisce di non voler escludere l’invio di truppe Nato in Ucraina e si è ritagliato il ruolo di primo alleato di Kiev perché la Russia “non può e non deve vincere” questa guerra.

Certo, per leggere queste notizie diciamo scomode, che raccontano l'ipocrisia occidentale, servono giornalisti liberi, non sottoposti al controllo della politica, che sanno che devono rispondere delle notizie pubblicate, ma liberi da ricatti e censure.

Giornalisti che magari non intrattengono rapporti poco puliti coi servizi segreti, come successo anni fa con un ex giornalista di Repubblica oggi a Il Giornale che nei giorni scorsi si è messo a scrivere proprio dei colleghi di Report e del segreto di stato posto sull'incontro di Renzi con l'ex dirigente del DIS Mancini.

11 aprile 2024

Un indizio sulla pelle di Stephen Spotswood


«L’accusa chiama a deporre Lillian Pentecost.»
L’aula fu sommersa da un’ondata di bisbigli rumorosi. Il giudice Harman, un uomo dal martelletto facile, per una volta lasciò correre. Non se la sentiva di biasimare i presenti. Erano rimasti seduti spalla contro spalla sulle scomode panche del tribunale per tre lunghi giorni, guardando il calendario passare da luglio 1946 ad agosto 1946 mentre arrancavano tra i noiosi meccanismi del sistema accusatorio.

Un intero circo come scena del crimine, è questa l’ambientazione quanto meno inusuale per il secondo romanzo di Stephen Spotswood (“Un indizio sulla pelle”) con protagoniste la geniale detective Lilian Pentecost e l’assistente Will Parker. A me che sono un amante del cinema in bianco e nero, è subito venuto in mente il film del 1936 Il terrore del circo dove il detective Charlie Chan (inventato dallo scrittore Earl Derr Biggers) era ancora interpretato da Warner Oland.

Non più un delitto dentro la stanza chiusa, dunque, come nel precedente (e primo romanzo della serie) “La fortuna aiuta il morto” ma in delitto avvenuto dentro quel mondo magico e misterioso che è il circo, almeno in quegli anni dove il secondo conflitto mondiale era appena finito: un mondo che la giovane Will conosce molto bene, avendoci lavorato per diversi anni dopo essere scappata di casa e da un destino che poteva essere tragico.

Proprio dal proprietario di quella che un tempo era stata la sua casa, la sua nuova famiglia, il circo di Hart and Halloway’s, arriva un telegramma in cui Bob la informa della morte di Ruby Donner, la donna tatuata (“Un assurdo paesaggio di rose e giovani marinaie, cuori, sirene e galeoni dei pirati, oltre a un serpente verde smeraldo avviluppato attorno alla gamba sinistra”), trovata accoltellata in un vialetto interno della struttura.

A rendere ancora più drammatica la morte, la polizia ha arrestato, credendolo l’assassino di Ruby, il lanciatore di coltelli, Valentin Kalishenko, che era stato mentore di Will nella sua parentesi circense.

RUBY TROVATA ASSASSINATA. CIRCO ATTUALMENTE A STOPPARD, VIRGINIA. RICHIESTA ASSISTENZA PROFESSIONALE. BH
BH era Big Bob Halloway, proprietario e gestore dello Hart and Halloway’s Traveling Circus

Il telegramma raggiunge Will (e la signora P, come ogni tanto la chiama) mentre si sta chiudendo il processo contro un pompiere piromane, la cui maschera di difesa viene fatta crollare da un trucco psicologico messo in atto dalla signora Pentecost.
Le due donne si precipitano in treno verso la cittadina di Stoppard in Virginia, dove il circo di H&H aveva fatto tappa, per assistere l’amico Valentin, “il russo”.

Su di lui la polizia ha racconto una serie di indizi abbastanza schiaccianti anche se, come spiega il “Big” Bob Halloway a Willy, in questa circolano “parecchi mazzi truccati”: il coltello che ha ucciso Ruby era il suo e con lei quella sera avevano litigato. A peggiorare le cose c’è il fatto che il “russo” non si ricordi nulla di quella sera del delitto, per essersi sbronzato.
Questa indagine è per Will, che è la voce narrante di tutta la storia, come un viaggio nel passato: qui una ragazzina malconcia ed esausta era stata accolta, aveva lavorato un po’ con tutti, a fianco del mago, con l’esperto di serpenti, aveva ballato un burlesque con vestito attillato. Big Bob, come anche Valentin Kalishenko, avevano visto qualcosa in lei, quelle doti che poi avrebbe imparato a mettere a frutto come assistente della celebre detective Lilian Pentecost.
Con Ruby c’era stato anche dell’altro però, qualcosa di molto imbarazzante per Will che si era un po’ innamorata di quella ragazza “una ragazza in technicolor in un mondo in bianco e nero”.
Tutto questo è un motivo in più per scoprire il vero assassino e sconfessare la sicurezza del capo della polizia, non lo deve solo a Ruby ma anche al suo vecchio mentore.

Anche perché ci sono dei particolari che non tornano in questa storia: Ruby era scappata proprio da questa cittadina, Stoppard, tanti anni prima, quando si capiva subito che quel mondo provinciale, bigotto, chiuso, non faceva per lei. Non è un caso che sia stata uccisa poco dopo essere tornata lì. Non solo, quella sera, raccontano i suoi compagni, sembrava preoccupata, doveva dire a Bob qualcosa di importante prima di essere accoltellata, che cosa? E chi era quell’uomo con cui era stata vista parlare?

C’era un uomo misterioso che aveva conversato a lungo con Ruby meno di mezz’ora prima che venisse uccisa. Forse qualcuno del passato..

Chi poteva avercela con Ruby, all’interno del circo, dove nonostante le liti e le tensioni tra i membri, si è tutti una grande famiglia quando inizia lo spettacolo? Forse l’unico modo è seguire la regola della signora P.

Se dovessi attribuire un modus operandi a Lillian Pentecost, sarebbe proprio questo. Capisci la vittima e forse capirai le sue azioni. Se riesci a fare questo, potresti scoprire come si è imbattuta in un assassino.

Forse non tutti stanno raccontando la verità alle due investigatrici, forse nemmeno le persone del circo sono state sincere: c’è, nei loro racconti, quelli di Mysterio, del fachiro, di Madame Fortuna.. un non detto, come se stiano nascondendo qualcosa. Per proteggere la memoria di Ruby o per altro?
Ma anche quel piccolo paese nasconde qualcosa di oscuro dietro la facciata placida e tranquilla. A cominciare dalla comunità pastorale, dedita a salvare l’anima delle persone, ma non ben disposta a ricordare quella della povera Ruby, “anima perduta” per la morale di quelle persone semplici.

Lui e Sorella Evelyn si scambiarono un’occhiata.
«Lei si era un po’... persa» disse la donna. «Prima ancora di andarsene.»

«Persa?» «Con il Diavolo» spiegò, come fosse un’ovvietà.

O forse l’ex fidanzato di Ruby ai tempi del liceo, Joe, che oggi è un poliziotto in quella cittadina di campagna e con cui Will ha piccolo flirt (violando le regole che ogni investigatore dovrebbe rispettare, mai mischiare il lavoro col piacere).
O forse persino lo zio di Ruby, che con l’eredità lasciata potrebbe risollevarsi dalla miseria.
Chi ha ucciso la donna tatuata? Da chi devono guardarsi le spalle Willie e Lilian?

In questo secondo romanzo c’è l’indagine per omicidio che rimane al centro del racconto, ma c’è anche un omaggio alla magia del circo, un qualcosa che ha affascinato da piccolo Stephen Spotswood: un circo che è come una famiglia, che non è come quella dove nasci e non scegli, una famiglia con gioie e dolori.
E, in parallelo, l’io narrante di tutta la storia, Willowjean Parker , ci renderà partecipi del viaggio nel passato a cui è costretta, un viaggio in cui viene messa di fronte ai suoi problemi caratteriali, quella rabbia che si porta dentro e che deve imparare a gestire, prima di farsi molto male.

Rimasi sdraiata a rigirarmi pensando alle parole di Frieda. Al fatto che la cosa che mi muoveva davvero era la rabbia, e rischiava di farmi fuori prima ancora di un proiettile..

Dietro la morte della povera Ruby si nasconde una storia ben più complessa, che parla di vecchi rancori, di vecchie ferite (non solo metaforiche) della guerra, di gente pericolosa che nell’America del maccartismo preoccupava poco l’FBI.

Un intrigo che solo la mente brillante di Lilian Pentecost riuscirà a sbrigliare, nonostante la fatica di dover condurre un’indagine così scomoda lontano dalla sua casa, nonostante quella malattia con cui è costretta a convivere, la sclerosi. Perché, come tutti i grandi detective (come per esempio Nero Wolfe, a cui non è difficile fare un accostamento), Lilian Pentecost è capace di leggere tutti i particolari della scena del crimine e delle persone:

«È tutto rilevante» dissi.
«Sì» rispose il mio capo. «Quando si tratta di capire le persone, sì.»

La scheda del libro sul sito di Mondadori e il racconto del libro da parte dell’autore.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

08 aprile 2024

Presadiretta – A tutto idrogeno

Il viaggio dell’ultima puntata di Presadiretta parlerà dell’idrogeno verde, un gas che non emette co2, che ci consentirà di sganciarci dalle energie fossili.

Poi un passaggio in Svezia dove si producono le batterie a ioni di sodio.

In Italia invece il governo Meloni punta su costosi rigassificatori con cui trasformare l’Italia nell’hub del gas, perché, visto che si deve consumare (e si sta consumando) sempre meno gas?

L’idrogeno verde

Al centro Enea di Casaccia sta crescendo la prima Hydrogen Valley italiana, dove sperimentare l’idrogeno verde: idrogeno prodotto da energie rinnovabili (e non da combustibili fossili) il cui surplus può essere dedicato all’idrogeno “green”.

Per produrre idrogeno si usa il processo di elettrolisi per scindere la molecola dell’acqua: l’acqua diventa un gas combustibile pulito, che non ha nella sua molecola il carbonio.

Serve tanta energia elettrica e serve tanto idrogeno: Presadiretta è andata a Livorno dalla Erre2, dove si producono i macchinari per generare l’idrogeno verde, in loco proprio nelle grandi produzioni industriali che oggi usano fonti energetiche inquinanti.

La tecnologia ad idrogeno andrà in parallelo a quella dell’elettrico, può convivere: è uno strumento in più per arrivare alla decarbonizzazione, la ricerca intanto sta andando avanti per arrivare a celle per centrali a idrogeno meno ingombranti.

Alla Erre2 esportano le loro macchine in Francia e Inghilterra, sono fiduciosi che questa tecnologia, l’idrogeno green, avrà un futuro nella transizione energetica: la Hydrogen Bank sarà finanziata dalla banca europea e su questo settore siamo addirittura davanti alla Cina.
Questi impianti per la elettrolisi sono ancora montati a mano, ma man mano che l’idrogeno verde andrà avanti la sua produzione avrà costi minori.
Come per le altre energie rinnovabili, come il solare: dove c’è il sole oggi produrre energia dal fotovoltaico costa meno rispetto ad altre fonti – spiega Marco Alverà a Presadiretta – il mix del futuro sarà 50% elettricità e il restante deriverà da un combustibile (per le navi, per il riscaldamento, per fare l’acciaio). Questo secondo 50% sarà per metà combustibili a idrogeno e l’altra metà combustibili fuel.

Con l’idrogeno verde si potrebbe ridurre le emissioni per 4 tonnellate l’anno, per questo tanti paesi europei stanno investendo in questo settore.

L’energia in Danimarca

Il vento genera la metà dell’elettricità in Danimarca: questo paese è stato tra i primi a puntare sull’eolico, anche con impianti offshore. Entro il 2030 vogliono quadruplicare l’energia dall’eolico, il surplus di questa energia verrà usata per produrre idrogeno: Presadiretta è entrata nello stabilimento di Everfuel, uno dei più grandi in Europa che è alimentato solo da energie rinnovabili.
Questo impianto venderà anche le energie di scarto, come il calore, per il teleriscaldamento.
L’idrogeno verde è accumulato in tante batterie in serie (poi mandate nella rete), il loro progetto è distribuirlo anche fuori dalla Danimarca.

In Germania nella regione che si affaccia sul mare del nord sono pieni di pale eoliche: sono ovunque perché i contadini si sono messi in società, coltivano e lasciano le pale eoliche sui loro terreni.
Il governo tedesco ha deciso che Amburgo diventerà un grande cantiere per l’idrogeno verde: una centrale a carbone è stata convertita per l’idrogeno verde, che sostituirà il gas naturale entro il 2045, e dovrà riscaldare l’intera città, raccogliendo il calore di scarto da tutte le produzioni industriali (il cui calore non deve essere sprecato).

Intorno al porto di Amburgo sono concentrate decine di industrie pesanti che andranno convertite: questa è la sfida della città che si appoggia proprio all’idrogeno verde, prodotto da energie anche non rinnovabili nel periodo di transizione, ma alla fine si userà solo idrogeno verde.

Negli stessi giorni in cui si sono registrate le interviste, i trattori dei contadini tedeschi sfilavano per le strade protestando contro le scelte dell’Unione Europea, che ha portato al dietro front sui pesticidi. Ma il governo tedesco continua a puntare sulle energie rinnovabili, anche nei grandi processi industriali che hanno bisogno di tanta energia, come quello siderurgico.
Ad esempio alla Arcelor Mittal puntano all’idrogeno verde, al posto del gas (in Germania, non in Italia), per arrivare a produrre acciaio verde.

Comunque due terzi dell’idrogeno verde dovranno essere importati: non saremo mai indipendenti sull’idrogeno dunque, la Germania sarà sempre un consumatore di quello prodotto in altri paesi, per esempio i paesi del nord Europa o i paesi del sud, come il nord Africa.

Dobbiamo prendere l’energia laddove si può, come il nord Africa, e trasformarla in qualcosa che si può trasformare come l’idrogeno: questo è il futuro, nonostante ancora si punti sul gas naturale.

Il grande Hub del gas

In Abruzzo a Sulmona Snam vuole realizzare il centro della rete di smistamento del gas: ma questo progetto, il gasdotto che attraverserà l’appennino, è ancora sulla carta.
Costerà 2,5 miliardi di euro questo progetto che era stato abbandonato e poi risuscitato dal governo Draghi e Meloni poi.
Questo progetto sarà strategicità – spiega la presidente del Consiglio – ma la popolazione locale lo ha criticato per l’impatto ambientale, perché la centrale di Sulmona è in una zona sismica dentro una valle chiusa.
Non ci sarà nessuna ricaduta occupazionale: si tratta di un’opera di pubblica utilità? No perché è stata pensata nei tempi in cui ancora si puntava sul gas, la stessa regione Abruzzo si è detta contraria a questa opera, ma la contrarietà della regione è stata superata dai decreti dei governi Draghi e Meloni.
Il gasdotto dovrebbe passare sotto Paganica, vicino all’Aquila: qui ancora ci sono le cicatrici del terremoto del 2009, poco lontane dal tracciato del gasdotto che prosegue poi verso il nord.
Come si fa a parlare di sicurezza? Le popolazioni sul territorio non credono alle rassicurazioni della Snam e del governo, la gente ha paura.

Ferdinando Galletti è il presidente dell'amministrazione usi civici: a Presadiretta racconta che il suo ok all’opera non lo darà mai, perché prima viene la tranquillità delle persone.

Molti dei proprietari dei terreni su cui dovrà passare il gasdotto hanno già firmato dei documenti in cui consentivano l’opera, ma ora dopo il terremoto temono il pericolo: Snam sta tenendo conto del rischio terremoto, dell’impatto sulle case di questa opera?

L’istituto nazionale di vulcanologia INGV ha confermato queste paure: questoo gasdotto provocherà delle accelerazioni del suolo che potranno essere superiori a quelle previste per l’opera. Il governo Meloni ha chiesto di fare altri studi anche sulla tratta da Sulmona a Foligno e serviranno altri due anni, mentre non si farà nessuna indagine sul tratto verso l’Emilia Romagna.

Ma non si potranno aspettare due anni, perché la Snam deve completare l’opera entro il 2027 per prendere i soldi del pnrr e i lavori devono iniziare entro il primo semestre del 2025, ovvero prima della fine degli studi.

Secondo Snam l’unico tratto dove serve l’analisi di INGV è quello verso Foligno, negli altri tratti le indagini sono sufficienti.

Ma il problema è che il consumo di gas in Italia è in calo: questo è il vero punto, quest’opera è inutile, lo racconta il think tank Ecco.
Anche con una transizione più lieve, il consumo di gas non giustifica investimento, a meno che i consumi di gas crescano (cosa molto improbabile).

Il rischio che la dorsale adriatica verrà ripianato dai consumatori italiani è dunque molto reale: il costo di questo gasdotto, di cui si vanterà questo governo, lo pagheremo noi due volte, prima col Pnrr (che sono soldi dell’Europa) e poi con le bollette.

Salvatore Carollo è stato a capo del trading del gas per Eni: a Presadiretta spiega che questo mercato del gas non interesserà il resto dell’Europa, come nemmeno il gas liquido (che costa anche molto di più).

Perché la Germania dovrebbe comprarsi il gas liquido da noi?

Il presidente Marsilio scarica le colpe al governo Draghi – racconta il conduttore Iacona in trasmissione: il governo Meloni ha solo confermato queste scelte.

Il gas liquido

Per la strategia energetica italiana, fondamentale sarà il rigassificatore davanti Ravenna: in Italia Snam ha acquistato una nave per la rigassificazione, col decreto energia Meloni ha fatto rinascere due progetti per rigassificatori, in Sicilia e in Calabria a Gioia Tauro.

Peccato che, a parte l’essere una fonte energetica vecchia e inquinante, lo stabilimento di Gioia Tauro è abbandonato e usato anche da una comunità di migranti.
A San Ferdinando sono preoccupati del rigassificatore e delle opere accessorie, promesse ma mai messe sulla carta: il sindaco vorrebbe delle garanzie su questa ennesima opera strategica (vecchia e costosa), prima di vedersi depredata un’altra parte del loro territorio.

Conviene investire su questi rigassificatori, la cui costruzione richiederà altri 4-6 anni? Come giustificano queste opere Iren e Surgenia anche di fronte al calo della domanda di gas?
Ci sono ragioni di sicurezza strategica, risponde Iren, che però chiede un forte sostegno economico allo stato, perché sanno benissimo che queste opera non si ripagherebbero da sole. Anche qui saremo sempre noi con le bollette a pagare queste opere.

Abbiamo bisogno anche di nuovi fornitori di gas per il nostro piano: tra i fornitori c’è anche Israele, che vorrebbe essere nostro partner nel piano sull’hub europeo, assieme a noi vorrebbero realizzare un gasdotto dai giacimenti italiani fino a Cipro, poi la Grecia per arrivare alla costa pugliese.

Estmed Poseidon costerebbe miliardi: nemmeno l’Europa ci crede più a questo progetto, ma nonostante questo c’è un grande lavoro di lobby in Parlamento per convincere lo stato a finanziare questa opera.
Le riserve di gas di Israele sono minuscole, anche questo è un fattore che dovrebbe farci riflettere sull’investire o meno su un nuovo gasdotto.

Estmed non servirà nemmeno a trasportare idrogeno verde, perché nel futuro l’idrogeno sarà prodotto – come si è visto prima – laddove sorgono i grandi impianti di elettrolisi.

Combustibili alternativi

Ci sono carburanti a base di idrogeno che possono funzionare anche nei motori termici: il problema è che costa tanto e dunque si pensa di usarlo nei trasporti a lungo raggio, come navi o aerei.

L’idrogeno può essere anche usato nei mezzi pesanti, come i trattori che spostano le merci nei porti: li stanno sperimentando sempre all’Enea con le loro fuel cell, che funzionano in un processo di elettrolisi inversa, l’idrogeno diventa acqua e energia elettrica (vapore acqueo e nessuna emissione di co2).
Ci sono anche le auto ad idrogeno: sono poche e funzionano anche loro col principio della fuel cell, emettono acqua a partire dall’idrogeno.
Sono auto con motore elettrico, con una batteria più piccola, nei serbatoi è contenuto idrogeno e non benzina: il modello della BMW ha una autonomia tra i 5-600 km, al momento sono solo prototipi, ma alla fine di questo decennio pensano di produrla in serie.

Lo svantaggio è il costo e la mancanza di una infrastruttura capillare per il rifornimento dell’idrogeno: in Italia ce ne sono solo due, in Germania ne esistono 60 circa.

Le batterie senza litio

Oggi stiamo costruendo le prime batterie al sodio, senza nemmeno un grammo di litio: questa è la nuova sfida dell’industria, alla faccia dei tanti detrattori dell’elettrico. Non solo, le stesse batterie al litio stanno diventando sempre più efficienti.

Assieme alla rivista indipendente Motor1.com, Presadiretta ha testato nuove auto elettriche per misurarne le performance, in termini di autonomia, di costo per km. Serviranno sempre più auto elettriche, da collegare alla rete per stabilizzarne i picchi quando serve.

In Svezia, dove circolano tante auto elettrico (nonostante il freddo) stanno lavorando a nuove batterie agli ioni di sodio, con un processo più semplice – raccontano dalla Altris: Il processo di produzione per gli ioni di litio o di sodio è lo stesso al 95%, possiamo usare gli stessi macchinari. Il vantaggio è che rispetto alle batterie al litio qui possiamo usare un unico tipo di rame anziché due ha dichiarato all’inviato Alessandro Macina il co-fondatore e CTO di AltrisRonnie Mogensen fare le batterie al sodio è un processo più semplice e le batterie sono più facili da riciclare, i materiali sono sostenibili e tutto quello che c’è in queste celle viene dall’Europa, non bisogna più importare niente.
Dunque non ci sarebbe più bisogno dei metalli delle terre rare con questa tecnologia basata sugli ioni di sodio che al momento è usata per le cosiddette applicazioni stazionarie, dove vengono utilizzate come batterie di accumulo per l’energia prodotta dalle rinnovabili, ma qui in Svezia sono pronti per il grande salto e cioè portare le batterie al sodio anche nel settore dei trasporti, nelle auto elettriche. Sarebbe un bel passo in avanti per la filiera dell’auto elettrica che ci renderebbe più indipendenti dalla Cina.
“Abbiamo celle che possono caricarsi in 15 minuti e sono utili in applicazioni come i veicoli elettrici o come quando è necessaria molta energia in tempi rapidi, la densità energetica diminuisce leggermente, ma possiamo creare celle al sodio per ogni applicazione, la cella giusta per il lavoro giusto e per il consumatore non cambia nulla, userà la stessa colonnina di ricarica di prima, sodio o litio l’infrastruttura è la stessa. Parliamo di pochi anni al massimo, non stiamo parlando di un decennio. Abbiamo clienti automotive che ce le chiedono già ora. Questa cella è davvero molto vicina al mercato. Stiamo recuperando terreno sul litio settimana dopo settimana” ha aggiunto ancora Mogensen a PresaDiretta.

È molto promettente questa tecnologia: ad oggi queste batterie sono più pesanti, ma col tempo diventeranno sempre meno ingombranti: alla Altris immaginano un futuro dove le batterie al litio e al sodio conviveranno, per applicazioni diverse.

A questo progetto delle batterie agli ioni di sodio è interessata la Northvol, il più grande produttore europeo di batterie, che stanno aprendo la prima gigafactory europea del riciclo delle attuali batterie al litio. Dopo aver aperto un primo impianto in Norvegia destinato al riciclo del più grande mercato di auto elettriche, in questi laboratori hanno messo a punto un nuovo processo automatizzato in cui si fa tutto, dal disassemblaggio fino alla black mass, la polvere catodica contenente i materiali per le nuove batterie. Emma Nehrenheim è la responsabile sostenibilità ambientale di NorthVolt “questa polvere nera contiene tutto, grafite, nichel, cobalto, manganese e litio nel processo, aumentando lentamente il ph, riusciamo a separare tutti i diversi metalli fin quando non li avremo ognuno nella sua forma più pura”, il nichel o il cobalto riciclato, che la responsabile ha mostrato al giornalista, spiegando come “la cosa bella dei metalli è che possono essere riportati alla loro forma elementare, cobalto rinnovabile che non è estratto da una miniera, è lo stesso cobalto che continuiamo a tenere in circolo, è questa la chiave della sostenibilità ambientale per i veicoli elettrici perché, o apriamo nuove miniere in Europa oppure investiamo nel riciclo. Ma credo che questo investimento valga molto di più a lungo termine sia in termini di sostenibilità che economici.”
La nuova gigafactory riciclerà 125mila tonnellate di materiali per batterie all’anno, il vantaggio dei metalli riciclati è che le loro prestazioni nelle nuove batterie sono equivalenti o superiori a quelli dei metalli appena estratti e poiché non esauriscono mai le loro proprietà, possono anche essere riciclati più volte, così nel 2021 in questi laboratori NorthVolt ha prodott
o le prime celle 100% riciclate.

Nel loro impianto il riciclo si fa da batterie che vengono da tutto il nord Europa: la strategia è rendere l’Europa indipendente dalla Cina, per le batterie e per il litio, occorre essere pronti a far partire il processo industriale del riciclo appena arriveranno a fine vita le prime batterie.

L’Europa ha messo obblighi di riciclo su ogni materiale e questo farà nascere una grande industria europea del riciclo. Sono previste 41 gigafactory al 2030 con investimenti per 2,6 miliardi ma i ricavi saranno almeno il doppio, ha calcolato il Politecnico di Milano.
Anche per l’Italia il riciclo delle batterie potrebbe essere un mercato promettente: il professor Colledani parla di un mercato da almeno 600 ml di euro l’anno e questa promessa del riciclo è quella che rende l’elettrico diverso dal motore endotermico.

Tutti le grida d’allarme sui rischi del motore elettrico, che ci renderà dipendenti dalla Cina, sono solo propaganda. Oppure ignoranza.

Quanto idrogeno verde produrremo (coi soldi del pnrr)?

Sono circa 3,6 miliardi di euro i fondi del pnrr destinati all’idrogeno verde: Presadiretta è andata a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, dove un’azienda italiana attiva nelle energie rinnovabili prevede di installare 100 megawatt di fotovoltaico per riconvertire un’ex grande area industriale in una Hydrogen Valley: produrre idrogeno verde può essere un buon modo per riutilizzare siti industriali dismessi ma che abbiano ancora infrastrutture utilizzabili.

Il CEO di Ge-Group Federico Parma racconta che in questo sito ci sia ancora una linea per l’alta tensione già connessa, basta girare una leva dell’interruttore, sono presenti 11 pozzi di acqua, una condizione fondamentale per andare a produrre, ci sono 60mila metri quadri coperti e poi il sito è su una dorsale della A1, quindi in una situazione favorevolissima, come tanti altri siti dismessi, “chi è che vorrebbe dieci raffinerie di più in Italia, ma dieci elettrolizzatori ad idrogeno in più non creano problemi, male male emettono ossigeno.. ”
In questo progetto con il calore di scarto per la produzione di idrogeno si climatizza una vertical farm che coltiva in ambiente protetto frutta e ortaggi mentre con l’ossigeno si alimentano allevamenti ittici.
Ma per il fatto che questo progetto è così vario e non prevede la produzione di solo idrogeno verde gli ha impedito di accedere ai fondi del pnrr.

Lo racconta ancora il CEO: “non siamo riusciti in alcun modo ad intercettare alcun fondo per finanziamento pubblico, tenendo conto che questo progetto rientra in dodici misure del pnrr. Creare un’economia circolare dove è tutt’uno non è stato proprio concepito nel pnrr. Fondamentalmente andiamo avanti con soldi 100% privati. ”

Per l’idrogeno in Italia dai fondi pubblici del pnrr sono stanziati 3,6 miliardi di euro, oltre 700ml sono destinati proprio alla creazione di siti di Hydrogen Valley con cui produrre 700 mila tonnellate di idrogeno verde da qui al 2030. ReCommon sta seguendo questi progetti: “lo scenario migliore è quello dove si produce e si utilizza in loco per ad esempio decarbonizzare le industrie ” racconta Elena Gerebizza a Presadiretta, per evitare i problemi del trasporto e della distribuzione dell’energia.
Di progetti simili finanziati dal pnrr ce ne sono più di 50 in quasi tutte le regioni d’Italia, protagonisti sono i grandi operatori dell’energia da Snam a Eni. Quelli dell’associazione ReCommon hanno fatto i conti e si sono accorti che con i soldi stanziati si produrrà solo una minima parte di idrogeno verde, prodotto cioè con le energie rinnovabili, solo 7mila tonnellate: “siamo molto lontani dagli obiettivi e questo lascia immaginare che gli elettrolizzatori che si installeranno nelle Hydrogen Valley utilizzeranno sia energia prodotta in loco, principalmente da fotovoltaico, ma anche energia che circola nella rete [dove l’energia rinnovabile è solo al 40%], quind
i sarà un idrogeno prodotto tramite elettrolisi ma non è necessariamente verde.”

In Italia potremmo produrre poco idrogeno verde, perché manca l’energia rinnovabile di partenza – spiega il professor Setti a Bologna: l’idrogeno verde che parte da un principio buono, parte male in Italia dove manca il surplus di energia rinnovabile. Gli elettrolizzatori saranno alimentati da impianti di rinnovabili dedicati altrimenti prendiamo l’idrogeno che arriva dalla rete.
Il rischio che tutto l’idrogeno che produrremo sarà generato da fonti non green: stiamo investendo per sviluppare un mercato dell’idrogeno che porterà vantaggio solo ai grandi player del settore, che hanno già una filiera pronta.

Oggi paghiamo il prezzo di non aver installato tutta l’energia rinnovabile come avremmo dovuto fare nel passato: siamo appena al 40% dell’energia rinnovabile sul totale, dovremmo arrivare al 60%, c’è ancora una lunga strada da percorrere.

Anteprima Presadiretta – A tutto idrogeno

A che punto è la scommessa per l’idrogeno verde, la fonte per l’energia green su cui hanno puntato Eni e Snam e il governo Meloni che ha intenzione di trasformare l’Italia nell’hub del gas?

L’idrogeno verde, secondo le promesse, dovrebbe alimentare le navi, gli aerei, le acciaierie: sarebbe tutto bello, ma è un sogno realizzabile nel futuro o è già realtà?


Presadiretta è andata a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, dove un’azienda italiana attiva nelle energie rinnovabili prevede di installare 100 megawatt di fotovoltaico per riconvertire un’ex grande area industriale in una Hydrogen Valley: produrre idrogeno verde può essere un buon modo per riutilizzare siti industriali dismessi ma che abbiano ancora infrastrutture utilizzabili.

Il CEO di Ge-Group Federico Parma racconta che in questo sito c’è ancora una linea per l’alta tensione già connessa, basta girare una leva dell’interruttore, sono presenti 11 pozzi di acqua, una condizione fondamentale per andare a produrre, ci sono 60mila metri quadri coperti e poi il sito è su una dorsale della A1, quindi in una situazione favorevolissima, come tanti altri siti dismessi, “chi è che vorrebbe dieci raffinerie di più in Italia, ma dieci elettrolizzatori ad idrogeno in più non creano problemi, male male emettono ossigeno.. ”
In questo progetto con il calore di scarto per la produzione di idrogeno si climatizza una vertical farm che coltiva in ambiente protetto frutta e ortaggi mentre con l’ossigeno si alimentano allevamenti ittici.
Ma per il fatto che questo progetto è così vario e non prevede la produzione di solo idrogeno verde gli ha impedito di accedere ai fondi del pnrr.

Lo racconta ancora il CEO: “non siamo riusciti in alcun modo ad intercettare alcun fondo per finanziamento pubblico, tenendo conto che questo progetto rientra in dodici misure del pnrr. Creare un’economia circolare dove è tutt’uno non è stato proprio concepito nel pnrr. Fondamentalmente andiamo avanti con soldi 100% privati. ”

Per l’idrogeno in Italia dai fondi pubblici del Pnrr sono stanziati 3,6 miliardi di euro, oltre 700ml sono destinati proprio alla creazione di siti di Hydrogen Valley con cui produrre 700 mila tonnellate di idrogeno verde da qui al 2030. ReCommon sta seguendo questi progetti: “lo scenario migliore è quello dove si produce e si utilizza in loco per ad esempio decarbonizzare le industrie ” racconta Elena Gerebizza a Presadiretta, per evitare i problemi del trasporto. Di progetti simili finanziati dal pnrr ce ne sono più di 50 in quasi tutte le regioni d’Italia, protagonisti sono i grandi operatori dell’energia da Snam a Eni. Quelli dell’associazione ReCommon hanno fatto i conti e si sono accorti che con i soldi stanziati si produrrà solo una minima parte di idrogeno verde, prodotto cioè con le energie rinnovabili, solo 7mila tonnellate: “siamo molto lontani dagli obiettivi e questo lascia immaginare che gli elettrolizzatori che si installeranno nelle Hydrogen Valley utilizzeranno sia energia prodotta in loco, principalmente da fotovoltaico ma anche energia che circola nella rete [dove l’energia rinnovabile è solo al 40%], quindi sarà un idrogeno prodotto tramite elettrolisi ma non è necessariamente verde.”

I giornalisti di Presadiretta sono andati a Livorno, dove ha sede uno degli stabilimento della Erre2, che produce elettrolizzatori da più di 20 anni e collabora con Cnr, Enea e Università di Pisa:

PresaDiretta ha visitato gli stabilimenti di produzione, il dipartimento di ricerca e sviluppo per vedere da vicino le innovazioni del settore, intervistando i vertici dell’azienda e il fondatore e presidente Enrico D’Angelo. Quando D’Angelo ha iniziato 38 anni fa a costruire i primi elettrolizzatori in maniera artigianale, per l’industria orafa e altri settori di nicchia, mai si sarebbe immaginato l’esplosione di questa industria. Oggi ha 100 dipendenti in buona parte soci dell’azienda e una nuova sede in apertura, perché il loro sapere è finito al centro della transizione energetica.

Presadiretta ha visitato anche il centro ricerche di Enea di Casaccia, la prima HydrogenValley italiana.


Mentre in Italia il governo Meloni (assieme a Eni e Snam) sta puntando su questo progetto del gas, Presadiretta è andata in Svezia a visitare la fabbrica dell’azienda Altris che produce le batterie agli ioni di sodio (che si ricava dal sale) e non più al litio:

Il processo di produzione per gli ioni di litio o di sodio è lo stesso al 95%, possiamo usare gli stessi macchinari. Il vantaggio è che rispetto alle batterie al litio qui possiamo usare un unico tipo di rame anziché due ha dichiarato all’inviato Alessandro Macina il co-fondatore e CTO di AltrisRonnie Mogensen fare le batterie al sodio è un processo più semplice e le batterie sono più facili da riciclare, i materiali sono sostenibili e tutto quello che c’è in queste celle viene dall’Europa, non bisogna più importare niente.
Dunque non ci sarebbe più bisogno dei metalli delle terre rare con questa tecnologia basata sugli ioni di sodio che al momento è usata per le cosiddette applicazioni stazionarie, dove vengono utilizzate come batterie di accumulo per l’energia prodotta dalle rinnovabili, ma qui in Svezia sono pronti per il grande salto e cioè portare le batterie al sodio anche nel settore dei trasporti, nelle auto elettriche. Sarebbe un bel passo in avanti per la filiera dell’auto elettrica che ci renderebbe più indipendenti dalla Cina.
“Abbiamo celle che possono caricarsi in 15 minuti e sono utili in applicazioni come i veicoli elettrici o come quando è necessaria molta energia in tempi rapidi, la densità energetica diminuisce leggermente, ma possiamo creare celle al sodio per ogni applicazione, la cella giusta per il lavoro giusto e per il consumatore non cambia nulla, userà la stessa colonnina di ricarica di prima, sodio o litio l’infrastruttura è la stessa. Parliamo di pochi anni al massimo, non stiamo parlando di un decennio. Abbiamo clienti automotive che ce le chiedono già ora. Questa cella è davvero molto vicina al mercato. Stiamo recuperando terreno sul litio settimana dopo settimana” ha aggiunto ancora Mogensen a PresaDiretta.

A questo progetto è interessata la Northvol, il più grande produttore europeo di batterie, che stanno aprendo la prima gigafactory europea del riciclo delle attuali batterie al litio. Dopo aver aperto un primo impianto in Norvegia destinato al riciclo del più grande mercato di auto elettriche, in questi laboratori hanno messo a punto un nuovo processo automatizzato in cui si fa tutto, dal disassemblaggio fino alla black mass, la polvere catodica contenente i materiali per le nuove batterie. Emma Nehrenheim è la responsabile sostenibilità ambientale di NorthVolt “questa polvere nera contiene tutto, grafite, nichel, cobalto, manganese e litio nel processo, aumentando lentamente il ph, riusciamo a separare tutti i diversi metalli fin quando non li avremo ognuno nella sua forma più pura”, il nichel o il cobalto riciclato, che la responsabile ha mostrato al giornalista, spiegando come “la cosa bella dei metalli è che possono essere riportati alla loro forma elementare, cobalto rinnovabile che non è estratto da una miniera, è lo stesso cobalto che continuiamo a tenere in circolo, è questa la chiave della sostenibilità ambientale per i veicoli elettrici perché, o apriamo nuove miniere in Europa oppure investiamo nel riciclo. Ma credo che questo investimento valga molto di più a lungo termine sia in termini di sostenibilità che economici.”
La nuova gigafactory riciclerà 125mila tonnellate di materiali per batterie all’anno, il vantaggio dei metalli riciclati è che le loro prestazioni nelle nuove batterie sono equivalenti o superiori a quelli dei metalli appena estratti e poiché non esauriscono mai le loro proprietà, possono anche essere riciclati più volte, così nel 2021 in questi laboratori NorthVolt ha prodotti le prime celle 100% riciclate.
L’Europa ha messo obblighi di riciclo su ogni materiale e questo farà nascere una grande industria europea del riciclo. Sono previste 41 gigafactory al 2030 con investimenti per 2,6 miliardi ma i ricavi saranno almeno il doppio, ha calcolato il Politecnico di Milano. 

La scheda del servizio:

Quale gas per il nostro domani? “PresaDiretta” – in onda lunedì 8 aprile alle 21.20 su Rai 3 con Riccardo Iacona - mette a fuoco l'idrogeno verde nella transizione energetica.  Che ruolo può avere nel nostro mix energetico? I piani del Governo per trasformare l’Italia in hub del gas. A che punto siamo? “A tutto idrogeno” fa il punto sull’Italia e sulle strategie in campo per raggiungere la piena decarbonizzazione entro il 2050. La sfida è ora. Secondo molti è il vero protagonista della transizione green, il tassello mancante che renderà possibile la decarbonizzazione dei nostri sistemi energetici. È l’idrogeno verde, il gas pulito, prodotto dall’acqua, che non emette CO2. “PresaDiretta” è stata presso il Centro Ricerche Enea di Casaccia, la prima Hydrogen Valley italiana, per scoprire come si produce e quali sono le sue applicazioni.  Fondamentale è il suo ruolo per gestire e immagazzinare l'energia in eccesso prodotta da fonti rinnovabili. 

In sommario anche una visita in esclusiva alla prima grande centrale europea pronta a produrre idrogeno verde – un impianto da 20 Mw di potenza in Danimarca – e una ad Amburgo, in Germania, dove si sta realizzando un parco energetico in cui l’idrogeno verde giocherà un ruolo di primo piano. In questi paesi si stanno facendo sperimentazioni per sfruttare il potenziale dell’idrogeno in settori tradizionalmente a impronta fossile come la chimica e la siderurgia. È questa la chiave per un futuro più sostenibile?
Obiettivo, poi, sull’Italia: il Governo vuole realizzare rigassificatori e gasdotti per trasformare il Paese nella porta di ingresso del gas in Europa: è il piano "Italia Hub del Gas". “PresaDiretta” punta l’obiettivo su alcuni progetti chiave di questa strategia: la Dorsale Adriatica, un investimento di 2,4 miliardi, 400 chilometri che dovrebbero collegare l’Abruzzo con l’Emilia-Romagna; il rigassificatore di Gioia Tauro in Calabria che mira ad essere il più grande d’Europa; il progetto EastMed e Poseidon, il gasdotto che dovrebbe collegare Israele alla Puglia.
Non mancano i progetti legati all’idrogeno verde. La strategia italiana è efficace e sostenibile? Quanti progetti ci sono in Italia e come sono finanziati? “PresaDiretta” è stata a Figline, in Toscana, dove è stato creato il primo polo energetico circolare agroalimentare.

E infine, un aggiornamento su auto e batterie elettriche: in Svezia, per vedere come nascono le batterie agli ioni di sodio e per visitare la prima gigafactory europea del riciclo batterie. Un modello di circolarità che potrebbe finalmente aiutarci a superare i modelli produttivi ed economici degli attuali motori endotermici.  “A tutto idrogeno” è un racconto di Riccardo Iacona con Marcello Brecciaroli, Marianna De Marzi, Alessandro Macina, Fabrizio Lazzaretti.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

04 aprile 2024

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo di Benedetta Tobagi

 

Introduzione

Questo saggio prende in esame la dialettica tra magistratura servizi segreti e potere esecutivo (in particolare la presidenza del Consiglio l'autorità politica a cui risponde l'intelligence) in relazione alle inchieste e ai processi per le stragi terroristiche avvenute tra il 1969 del 1980. La ricerca si concentra sul periodo compreso tra la riforma dei servizi segreti del 1977 e la metà degli anni novanta, quando l'Italia comincia a riassestarsi dopo i terremoti politici seguiti alla fine della guerra fredda e si vale di documentazione di intelligence inedita declassificata a partire dal 2014 [la direttiva Renzi].

A partire da questa prospettiva il saggio affronta due questioni più ampie che attraversano tutte le grandi democrazie contemporanee, connesse al problema della trasparenza (disclosure) e al diritto di sapere (right to know). Da una parte, le possibilità e limiti di un controllo politico, pubblico e democratico sui servizi segreti; in particolare se come si possa esercitarlo ex post, a tempo debito, attraverso la documentazione d'archivio anche al di fuori dell'ambito della giustizia penale. Dall'altra, più in generale ancora, come i limiti della trasparenza e le vaste lacune documentarie condizionino la ricostruzione storica di vicende, nel nostro caso dell'Italia repubblicana, in cui la dimensione politica si intreccia o collide con quella criminale, per riflettere su presupposti di una metodologia di ricerca che affronti in modo rigoroso anche la dimensione occulta della vita politica di un paese.

Arrivati alla fine di questo - ben documentato - saggio sui servizi segreti (in relazione al periodo tra gli anni sessanta – inizio novanta) prevale una sensazione di sconforto: le tante lacune della nostra storia moderna che riguardano in particolar modo le stragi avvenute in Italia negli anni della strategia della tensione potrebbero non venir mai colmate per l’impossibilità ad accedere agli archivi segreti custoditi, possiamo dire gelosamente, dai nostri servizi di sicurezza (e non solo loro se pensiamo agli archivi dell’Arma).

Per usare l’espressione del procuratore di Catanzaro Porcelli, uno dei magistrati del processo per la strage di Piazza Fontana, non sappiamo nemmeno quanti scheletri abbiamo nei nostri armadi.

Non è colpa dei servizi di sicurezza, dell’intelligence in sé: sono apparati dello Stato che, per costituzione (e in rispetto si spera della Costituzione) devono lavorare ai confini della legge, devono muoversi in una zona grigia tra Stato e antistato, raccogliere informazioni su possibili rischi sulla nostra sicurezza. Ma sono servizi che devono anche rispondere al principio di trasparenza, fin dove possibile, nei confronti di noi cittadini, attraverso il Parlamento e nei confronti della magistratura.

La storia recente però ci dice che non è sempre stato così: al centro della ricerca di Benedetta Tobagi ci sono quelli che sono definiti come dei veri arsenali, gli archivi dei servizi dove sono state accumulate, nel corso degli anni, le più svariate informazioni. Non sempre per fini previsti dalla loro funzione e non sempre nel rispetto dei principi della Costituzione.

Stiamo parlando dei segreti di Stato che i servizi, con l’avvallo della presidenza del Consiglio, hanno opposto nei confronti della magistratura quando quest’ultima chiedeva informazioni che potessero far luce su stragi, attentati, i tanti episodi che hanno costellato il periodo della strategia della tensione che hanno causato – tra il 1969 e il 1984 – 135 morti.

Stiamo parlando dei depistaggi, attuati da esponenti dei servizi, per bloccare, intralciare l’azione della magistratura che, ad eccezione di pochi casi, non è stata in grado di arrivare ad una sentenza di condanna sui responsabili e sui mandanti.

Stiamo parlando di episodi specifici come la velina del SID del dicembre 1969 inviata ai magistrati milanesi grazie a cui, assieme all’azione depistante dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, fu creata la falsa pista rossa sugli Anarchici responsabili della bomba di Piazza Fontana.
Stiamo parlando del depistaggio messo in atto dal Sismi (controllato dalla P2) per indirizzare i magistrati bolognesi verso la fantomatica pista internazionale dietro la bomba alla stazione del 2 agosto 1980.

Come racconta in modo chiaro l’autrice, ci sono notizie che devono rimanere riservate o segrete, ma il problema di questo paese è che ci sono anche notizie, informazioni “indicibili”, che non possono in alcun modo essere divulgate al paese.

Pensiamo alle protezione di cui hanno di fatto goduto gli stragisti neri grazie a pezzi dello Stato mentre altri pezzi dello stesso Stato cercavano le prove degli attentati.

Pensiamo anche al rapporto stato – mafia, un tema che è rimasto tabù per anni, al centro del processo passato alla cronaca come processo sulla trattativa (ma che invece parlava d’altro).

Ma oltre alle informazioni riservate e indicibili, esiste anche un altro genere di informazione raccolta e gestita in modo “sporco” dai servizi: si tratta dei dossier, legali o molto spesso illegali, su personaggi ostili alla maggioranza del momento, contro i magistrati che si permettevano di indagare (e magari di portare a processo i vertici delle istituzioni, come successo a Catanzaro).
Che fine hanno fatto questi dossier, queste notizie, spesso scandalistiche, spesso legate alla sfera intima dei vari personaggi “attenzionati”: non lo sappiamo.

Non sappiamo che fine abbiano fatto i dossier del Sifar raccolti all’indomani del piano Solo, non sappiamo che fine abbiano fatto i fascicoli dell’Ufficio Affari Riservati. La pratica dei dossier non è solo memoria del passato, visto quello che si è scoperto sul Sismi di Pollari e dell’ufficio di Pio Pompa.

Come mai in Italia è successo tutto questo? I depistaggi, i comportamenti fuori dalla Costituzione e non solo fuori dalla legge benché legittimi per la difesa delle istituzioni come uno ci si aspetterebbe? I dossier con cui portare avanti le azioni di ricatto che sono state alla base della prima e della seconda repubblica?

Nonostante questo volume non abbia l’ambizione di raccontare la storia dei servizi, Benedetta Tobagi affronta il cuore oscuro di questo paese, intrecciato alla genesi della repubblica nata dai panni del regime (i vertici di magistratura, esercito, pezzi dei servizi erano in servizio sotto il fascismo) e in un mondo diviso in blocchi secondo gli accordi di Yalta.

I nostri servizi dovevano essere obbedienti alla Repubblica ma dovevano essere fedeli anche a quanto deciso oltreoceano, a Washington. E spesso tra queste due fedeltà a prevalere era la seconda.

I nostri servizi, nati come servizi militari, sono rimasti per anni senza una vera regolamentazione, sul segreto di stato, sulla trasparenza degli atti. C’è voluta la riforma del 1977 per iniziare a costituzionalizzare il mondo dell’intelligence italiana, iniziando a creare una struttura di controllo democratico, il Cesis, organo parlamentare, per togliere parte della discrezionalità e del controllo che fa capo normalmente alla presidenza del Consiglio.

Ma anche la riforma del 1977, come racconta ampiamente Benedetta Tobagi, ha mancato i suoi obiettivi: i tempi non erano maturi, la presenza del mondo in blocchi, l’ostilità della politica e quella degli “spioni”. C’è voluta una seconda riforma, quella del 2007 che ha portato alla nascita di Aise e Aisi, per formalizzare la durata del segreto di Stato.

Nonostante tutte le riforme, tutti i passi in avanti, molto rimane da fare: negli ultimi due capitoli del saggio si parla degli archivi dei servizi, al plurale, perché nemmeno sappiamo quanti siano in Italia. E nemmeno sappiamo come attingere alle informazioni in esso contenuti, nemmeno sappiamo se ancora contengono tutte le informazioni che vi erano contenute.

Esiste l’archivio Russomanno, dal nome del dirigente dell’Ufficio Affari Riservati, legato al prefetto Umberto D’Amato, dominus dei servizi del Viminale, ma non abbiamo le “chiavi” per accedere ai contenuti, perché le cartelle seguono una classificazione singolare.
Lo stesso vale per l’archivio di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, resa pubblica con una mossa a sorpresa da Andreotti nel 1990: ma è un archivio parziale, mancano molti documenti, come manca probabilmente l’elenco completo dei “gladiatori”.

L’accesso parziale, impedito dalle leggi, dalla burocrazia di Stato, dalla scomparsa colpevole di documenti importanti, rende la conoscenza della nostra storia solo parziale. Tutto questo fa gioco di quanti, potendo nascondere il passato, soprattutto le pagine più imbarazzanti, possono permettersi oggi continuare ad avere un ruolo politico. Gli eredi dei politici di ieri, dei partiti di ieri, responsabili almeno politicamente di quanto successo in Italia.

Sono gli eredi di quella “destra profonda” che, come racconta Aldo Giannuli “comprende settori della classe dirigente, del mondo economico, dalle banche all’industria e degli ambienti militari; una ‘destra profonda’ ben più estesa della sua espressione parlamentare che, come denuncia più volte Aldo Moro a partire dal 1962, una componente conservatrice e reazionaria che ha tentato di sfruttare a fondo la guerra fredda per bloccare o comunque ostacolare una più profonda democratizzazione della società”.

Ecco il perché delle bombe, dei depistaggi per addossare le colpe alla sinistra, dei dossier per ricattare politici o esponenti pubblici. Ecco il perché dei legami con la destra estrema, da Ordine Nuovo ad Avanguardia Nazionale, utili idioti della strategia della tensione.

La politica, sempre, non solo negli anni della strategia della tensione, ha usato i servizi come fosse una sua ditta privata (uso l’espressione che il direttore del Sid Miceli rivolse al ministro Tanassi a Catanzaro, riferendosi al caso Giannettini).

Chi controlla il passato controlla il futuro – sta scritto così nel romanzo di George Orwell, 1984: purtroppo in Italia rischiamo questo, in assenza di una verità storica, riconosciuta, condivisa da tutti, che il nostro passato risulti incompleto e dunque manipolabile. E che questa assenza di memoria storica condizioni ancora il nostro futuro come Repubblica democratica fondata sull’antifascismo (valore, quest’ultimo, nemmeno riconosciuto dall’attuale maggioranza di governo).

Servirebbe un ulteriore sforzo da parte della politica e una maggiore pressione dell’opinione pubblica, che non può essere più trattata come un bambino che non è in grado di comprendere. Gli archivi sono un’importante arma di potere, di condizionamento e di potenziale ricatto. Devono essere gestiti da un ente terzo, non possono essere lasciati nella discrezionalità di pochi pezzi delle istituzioni “senza un vero controllo”.

L'atteggiamento ingannevole dei servizi che abbiamo incontrato innumerevoli volte, quando ripetevano alle autorità giudiziaria di aver consegnato tutto il materiale di interesse - per essere poi regolarmente smentiti - si ripropone ora a fronte della pressione dell'opinione pubblica per i versamenti e la declassifica. Finché l'ente produttore [i servizi] mantiene pieno controllo e accesso esclusivo al proprio archivio e seleziona in autonomia cosa eventualmente versare all’Archivio Centrale dello Stato, questo vanifica ogni speranza di controllo democratico ex post da parte delle istituzioni preposte, del giornalismo investigativo e della ricerca storica.

Non saremo mai una vera Repubblica democratica e antifascista finché non riusciremo a rendere effettivo questo controllo democratico, che non ci riporti indietro ai tempi della P2, dove il potere, le nomiche, erano altrove rispetto al Parlamento.
A questo va aggiunta un’altra considerazione: oggi al governo abbiamo una destra che non solo non si dichiara antifascista ma nemmeno ha reciso del tutto i legami con la destra degli anni Settanta (a prescindere dalle sentenze della magistratura), ma che sta usando tutto il suo potere per riscrivere la storia recente del nostro paese e cancellare colpe e sentenze già passate in giudicato (come la strage alla stazione di Bologna).

Non è solo un problema degli storici, ma della nostra vita di cittadini.

Il video della presentazione del libro fatta da Claudia Moroni della Fondazione Flamigni

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


01 aprile 2024

Presadiretta malati di cibo

La nuova pandemia, così è chiamata l’obesità nel mondo e anche in Italia: quali sono le cause profonde, anche evolutive e psicologiche? Che ruolo giocano i prodotti ultra processarti che creano dipendenze?

E i nuovi farmaci che fanno perdere peso come funzionano, chi li deve utilizzare? E, poi, come mai proprio tra i poveri ci sono i più obesi?

Il cibo ha preso sempre più spazio nel nostro mondo, anche nell’immaginario: dal lontano 1974 quando per la prima volta in Rai si iniziò a parlare di cucina con Ave Ninchi, all’ora di cena, oggi sulle televisioni si parla sempre più spesso di cibo, dalla mattina alla sera.

Protagonisti sono le food star, lanciate dai programmi come Master Chef, un programma presente in diversi paesi: oggi è il formato culinario di maggior successo di tutti i tempi.

I chef sono diventati le nuove rockstar, inventano parole come impiattare, le finali delle serie sono viste da milioni di spettatori, non si ferma nemmeno con Sanremo.

Il mondo del cibo è un genere televisivo, come il crime, raccontano da Discovery, kolossal del cinema, che ha un canale interamente dedicato al cibo.

Sono programmi dove si parla di cibo, ma dentro c’è anche la sfida: hanno successo perché il cibo è buono, perché il pubblico è molto trasversale, perché cucinare oggi “è figo”.

Tanto è vero che Gambero Rosso si è quotata in borsa, i suoi articoli sono visti da milioni di utenti in internet.

Bisogna saper comunicare però: come fa Max Mariola, chef che è diventato famoso sui social coi suoi video su youtube e tik tok, girati sulla sua casa a Roma dove cucina ricette in pochi minuti: “la gente è attratta da sto cibo, perché è un modo per godere..”

I cibi devono essere ben presentabili nei video, mangiare come godere, in rete ci sono giovani che si strafogano di cibo in dirette video che durano ore.
Il cibo sostituisce gli altri piaceri, discorsi che si facevano come la moda –
racconta l’antropologo Niola: ora il nostro problema è l’abbondanza, con tutti i problemi che si porta dietro.

Ma tutto questo si porta dietro un problema, quello dell’obesità: sul mercato sono arrivati farmaci che fanno passare la fame e dunque fanno dimagrire.

Ma come fanno presi e da chi?

Il farmaco che fa passare la fame in Danimarca

Vicino Copenaghen c’è lo stabilimento della Novo Nordisk, un’azienda che ha lanciato sul mercato un farmaco per curare l’obesità, chi lo prende perde peso subito, fino al 20% del peso, senza far sudore in palestra.

L’azienda produce farmaci per l’insulina, ma a fine 2022 la sua storia ha preso una svolta per questo farmaco: un suo consulente, il professor Holst, ha scoperto un farmaco che blocca un ormone che influisce sul diabete. Da un farmaco per il diabete si passa al farmaco per l’obesità: le vendite dei farmaci in Danimarca sono schizzati del 25%. L’azienda non riesce a star dietro alla produzione, la domanda per il farmaco è troppo grande.

La crescita della Novo Nordisk ha cambiato l’economia della Danimarca: è cresciuto il pil del paese, così da dover cambiare la politica monetaria del paese. La banca centrale del paese ha dovuto tenere bassi i valori della moneta per non creare problemi.

Ora nel settore dell’obesità ci vogliono entrare tutti: è un mercato che vale 150 miliardi di euro quello del peso, perché mancano dei farmaci, mentre non mancano i pazienti che chiedono quel farmaco che funziona, come quello della Novo Nordisk.

Questo ha messo in crisi le assicurazioni private, che non riescono a rimborsare i farmaci per i rimborsi, lo stesso succede per il sistema sanitario.

Anche i conti della sanità pubblica sono messi a rischio da questo farmaco: Hanne Rued, consigliera regionale nel Midtjylland spiega come siano cresciuti di moltissimo i rimborsi per questo farmaco, sono passati dal 20% al 60% “questo trattamento ha inciso sul nostro bilancio, abbiamo dovuto prendere i soldi da un’altra parte, dal servizio delle ambulanze per esempio e abbiamo ridotto il personale sanitario.”
Ma questi farmaci ci aiuteranno a risparmiare risorse costi sanitari in futuro perché le persone che li prendono saranno più sane: “sarà così, ma il problema è che io devo pagare quest’anno e non ce li abbiamo i soldi, bisogna assolutamente capire come usare questi nuovi farmaci contro l’obesità, li devono prendere veramente tutti o per alcuni possiamo usare altri trattamenti. Così si rischia che saltino i conti della sanità pubblica.”

I medici di base possono prescrivere il farmaco per l’obesità in base all’indice di massa corporea: siccome è un indice che copre buona parte della popolazione danese, sono stati sommersi di richieste, anche da persone sane.

Non c’è tempo per seguire i pazienti cronici, raccontano i medici a Presadiretta, il medico è entrato nel mercato troppo in fretta, non si conoscono gli effetti a lungo termine, non sanno a chi darlo e a chi no, mancano le linee guida.

Ma l’indice di massa corporea è indicativo per capire a chi somministrare il farmaco? Secondo il dottor Sorensen non è così, dipende da dove si trova il grasso, per capire se si malato o meno.

Dovremmo limitare il farmaco solo alle situazioni cliniche accertate, non conosciamo gli effetti tra qualche anno, servirebbero altri studi su persone malate e anche persone leggermente sovrappeso.

Il farmaco danese è venduto in America, il paese dove l’obesità è già una drammatica epidemia: Abraham ha portato la sua testimonianza di ex obeso a Presadiretta, ha 38 anni e un anno ha perso più della metà del suo peso, circa 128 kg, cambiando abitudini alimentari.

Il suo medico un giorno gli ha prescritto un farmaco per l’obesità, che si inietta nella pelle e che gli ha fatto perdere chili e fame. Ora si sente un uomo nuovo, non si vergogna più della sua forma.

Il numero di persone sovrappeso sta crescendo in America, l’obesità uccide più delle armi, per malattie come il cancro, come il diabete.

Queste medicine rivoluzionarie che stanno cambiando l’approccio all’obesità sono dunque molto richieste: nel 2022 FDA ha autorizzato il farmaco danese, poi è stato autorizzato il farmaco della Ely Lilly.

Sono farmaci che possono ridurre l’obesità e tutte le malattie correlate, ma costano molto: le assicurazioni andrebbero in bancarotta se dovessero coprirle.

Sono 1100 dollari al mese, ma non tutti se lo possono permettere, ci sono persone che si sono indebitate per comprarsi il farmaco (e per non riprendere il peso).

Gli obesi combattono una battaglia contro lo stigma e contro lo stimolo della fame, non basta mangiare meglio.

C’è un gene nel nostro organismo che regola il nostro appetito nell’ipotalamo: l’obesità ha una componente genetica nel 70-80% dei casi, non dipende solo da quello che mangiamo oggi, una volta mancava il cibo e le calorie per diventare obesi.
C’è però chi gioca sporco su questo impulso della fame, che è insito in noi. Lo racconta Abraham: p
rima della cura a colazione da Mc Donalds si prendeva due Mc Muphin con salsiccia e uova, due tortini di patate fritte, un frappè al caramello grande e anche due tortine di mele, poi andava a lavoro dove spesso qualcuno aveva portato le ciambelle e lì ne mangiava una o due, poi le patatine alla macchinetta, ovviamente assieme ad una bevanda gassata. Poi a pranzo un mega panino con un’altra bibita e magari altre patatine. Ma non è finita: “mentre va a casa che fai, non ti fermi per un altro spuntino? Così mi mangiavo un altro paio di hamburger prima di cena, poi cenavo e prima di andare a dormire mi mangiavo un gelato, non un gelatino, mi prendevo una bella ciotola e non mi importava di me stesso, mi importava solo di soddisfare quel desiderio perché in quel momento non volevo nient’altro anche se sapevo che dopo mi sarei sentito a pezzi. Eppure il giorno dopo lo rifacevo, uguale. Che vita.. Qual è la differenza tra un tossicodipendente e qualcuno che è dipendente dal cibo? Nessuna, è una dipendenza.”
La droga di Abraham negli Stati Uniti la puoi comprare per poco e dovunque, su ogni marciapiede, ad ogni angolo, in ogni supermercato, nei diner, nei fast food, si chiama junk food, cibo spazzatura.

A Bethesda, Presadiretta ha incontrato Kevin Hall, che ha raccontato dei prodotti ultra processati, la droga di Abraham: qui hanno fatto un esperimento su due gruppi di persone che mangiavano (a volontà loro) due tipi di diete, una con cibi ultraprocessati e un secondo gruppo che mangiava cibo più naturale, meno lavorato.

Il primo gruppo mangiando cibi ultra processati ha fatto ingrassare le persone: mangiavano più calorie del necessario.

Il 60% del fabbisogno calorico giornaliero di un adulto arriva proprio dagli alimenti ultraprocessati, per capire cosa c’è dentro questi prodotti i giornalisti di Presadiretta hanno fatto la spesa in uno di questi supermercati assieme a Jerold Mande, scienziato e nutrizionista ad Harvard, ha ricoperto incarichi di alto livello in materia di sicurezza alimentare e politica nutrizionale nelle amministrazioni Bush, Clinton e Obama.

Leggendo l’etichetta su una confezione di pane in cassetta si legge propionato di calcio, acido ascorbico, zuccheri, lecitina di soia, acido citrico, “non è pane, è una schiuma emulsionata industriale che viene venduta come pane” le aziende americane hanno inventato un nuovo pranzo, per vendere di più i loro prodotti alimentari e aumentare i profitti “io credo che abbiano intenzionalmente studiato degli alimenti iper-palatabili progettati per dare estasi, per essere irresistibili, per essere consumati in eccesso”.

Il dottor Mande continua: “Qui l’obesità è una forma di pandemia che sta colpendo tutti, persino i nostri bambini che ora sono diabetici. Non era mai successo, non era mai accaduto prima, e pochi giorni fa [rispetto alla data dell’intervista] hanno persino autorizzato nuovi farmaci anti obesità per i bambini dai 12 anni in su, parliamo di farmaci a vita, vuol dire che li dovrebbero prendere per 70 anni.. E’ folle, quindi nel nostro paese da una parte abbiamo un’industria alimentare che ci fa ammalare e dall’altra abbiamo un’industria farmaceutica che ci cura le malattie che invece avremmo dovuto prevenire attraverso i cibi più sani.”

Lo scienziato italiano Walter Longo ha lanciato un allarme: ci stanno imbottendo di calorie e dobbiamo prendere sempre più medicine. Longo è uno dei fautori della riduzione calorica: il sistema americano non ti rimborsa la riduzione della dieta ma solo il medico che ti prescrive un nuovo farmaco.

L’obesità in Italia

Anche in Italia abbiamo un problema con l’obesità: Presadiretta ha incontrati dei ragazzi già alle prese con questo problema, alcuni si sono rivolti alla chirurgia, la riduzione gastrica a cui ci si rivolge solo nei casi gravi, quando si è vicini al punto di non ritorno.

Al Bambin Gesù di Roma fanno questi interventi anche sui minori, qui arrivano pazienti da tutto il paese: ragazzi che alle spalle hanno problemi di alimentazione, di sovrappeso, problemi cardiaci e di respirazione.

Qui si operano bambini di 11 anni che pesavano più di cento kg: il 25% dei bambini è sovrappeso, assieme a Cipro e Spagna abbiamo la situazione più drammatica in Europa.

Esiste poi una differenza geografica: sono le regioni del sud quelle dove l’obesità ha maggior “peso”, per esempio in Campania.

Bambini che sono monitorati nell’ospedale di Torre del Greco: ma questo è l’unico centro per bambini obesi nella Asl di Napoli 3, troppo poco per l’ASL e per la Campania.

Come mai tanti bambini obesi in Campania? Sedentarietà e cattiva alimentazione: c’è una correlazione tra classi disagiate e obesità, perché i poveri ingrassano più dei ricchi.

Nelle zone più povere di Napoli dove mancano campi da calcio, dove manca il lavoro, le persone vivono in casermoni senza servizi, si fa fatica a trovare soldi per il cibo, figuriamoci fare attività sportiva.

Ci sono ragazzi che hanno difficoltà a muoversi, a camminare: sono ragazzi che vanno riprogrammati, per farli muovere, per farli fare sport.

Su questo stanno lavorando persone come Cesare Moreno: a Napoli lo conoscono tutti, pedagogista, educatore, maestro di scuola elementare dal 1983, quando ha deciso di abbandonare la carriera di fisico a Pisa per tornare nella sua città ed occuparsi degli ultimi: ha salvato migliaia di ragazzi dalla strada, dall’obesità, stanandoli strada per strada e casa per casa.

I ragazzi stanno chiusi in casa e ingrassano, a Presadiretta racconta del cibo che “riempie i vuoti affettivi che non vengono riempiti in altro modo”.

In una ex scuola a Ponticelli dedicata a Ciro Colonna, il ragazzo di 19 anni ucciso per errore nel 2016 dalla camorra sotto casa sua, i maestri di strada organizzano laboratori di musica, teatro, arte, pallacanestro.

In queste giornate capita – come racconta lo stesso Moreno – che i ragazzi si fossero dimenticati di mangiare, “perché stavano mangiando altre cose, molto più importanti, infatti noi parliamo di relazioni nutrienti”.

Secondo l’Oms i bambini con basso livello di reddito e di educazione hanno il doppio delle probabilità di diventare obesi con tutte le complicanze.

Presadiretta ha raccolto la testimonianza di Giuseppe: ha iniziato ad ingrassare a 11 anni, ingrassare è un disagio che inizi a farlo tuo – racconta alla trasmissione – ma alla fine la tua vita sociale è ridotta a zero. Lavori, poi torni a casa da solo e inizi a mangiare.

Si vive male coi chili in più: “non te ne rendi conto di quanto stai ingrassando, solo quando arrivi al punto che ci sono cose che non riesci a fare più”.

Chi è obeso ha delle disabilità nella vita quotidiana, hanno delle difficoltà a respirare, sono persone che poi tendono ad abbandonarsi a sé stesse, mangiano i cibi più semplici da procurarsi, quelli più calorici.

Per riportarli ad una vita “normale” devono essere curati nel fisico, per evitare che il grasso diventi fibrosi.

Il costo del sovrappeso nel nostro paese è responsabile del 9% del costo delle cure dei tumori e del 70% dei costi per il diabete, il costo di queste malattie è superiore alla crescita del PIL italiano.

Ma in Italia manca la cultura per affrontare questa malattia, sia dal punto di vista medico che sociale: chi non ha i soldi, rischia di diventare un malato cronico, chi ha i soldi invece può pagarsi i soldi per ridurre il peso.

La corsa al farmaco in America

Jill Kargman è una sceneggiatrice e scrittrice, nel suo libro più importante parla della vita delle mamme del suo quartiere, l’upper east side, il quartiere più ricco di Manhattan, un quartiere di bianchi, ricchi, alla moda e ora sempre più magri. Sempre più magri grazie a questi farmaci: “ora il gioco più in voga è indovinare chi prende il farmaco” racconta alla giornalista Elena Marzano “le persone vedono uno e scommettono ‘quello si fa la puntura’. Uno degli effetti è che se vado a mangiar fuori con gli amici o con i genitori della scuola dei miei figli, la gente ha tutta una serie di trucchetti per non mangiare come spezzettare il cibo o ordinare piatti in comune con la tavolata” perché con il farmaco gli è passata la fame.

Così questo quartiere si è organizzato per queste persone che prendono i farmaci e dunque sono sazi: locali che vendono bevande alla verdura, che offrono pietanze più piccole.
Tutto è nato attorno a Hollywoood: le star del cinema e della TV hanno pubblicizzato il farmaco per dimagrire, tanto che ora è partita una corsa per accaparrarselo. Chi assume questi farmaci deve poi ricorrere alla chirurgia plastica per ridurre gli effetti della perdita del peso, specie nel viso.

È nato anche un mercato parallelo di questi farmaci, senza indicazioni cliniche, senza prescrizioni mediche, sono nati ambulatori medici che li prescrivono senza problemi, basta pagare.

Sono 550 dollari al mese, come si è vista chiedere la giornalista di Presadiretta, la metà rispetto al prodotto originale danese o americano: sul mercato ci sono troppi prodotti, magari che non danno tutte le garanzie.

Il punto è che questi farmaci dovrebbero essere dati alle persone che veramente ne hanno bisogno: sono farmaci che andranno presi per tutta la vita, altrimenti il tuo corpo ritorna al suo peso massimo.

C’è poi il punto degli effetti collaterali: Presadiretta ha raccolto una testimonianza di una paziente che, dopo aver iniziato le iniezioni, ha avuto problemi di stipsi e diarree. Si è accorta di avere un problema allo stomaco, la gastroparesi, che la costringe a prendere insulina ogni giorno.

Sono effetti collaterali che dovevano essere riportati nelle avvertenze: la gastroparesi non ha una cura, ma i due colossi farmaceutici hanno ribattuto che questi effetti avversi sono ben indicati.

Ma che succede al nostro cervello se sopprimiamo lo stimolo della fame?

Il rischio di questi farmaci è sul cervello: la perdita di appetito può avere impatti sulla perdita di interesse, portare ad una depressione, far perdere la memoria.

Questi farmaci non sono una bacchetta magica: dovremo valutarne l’impatto nei prossimi anni.

Vale la pena prendere questo farmaco, off label, senza ricetta, solo per perdere pochi kg?

La guerra ai cibi spazzatura

L’Inghilterra ha dichiarato guerra ai cibi troppo calorici, con troppi zuccheri e grassi e alle bevande gassate.

Lo stato ha avuto il coraggio di attaccare le multinazionali del cibo: la BBC ha trasmesso in diretta una autopsia su un cadavere di una persona obesa, mostrando gli effetti del grasso sul nostro corpo, quelle non direttamente visibili. È stato un messaggio potente sulla salute pubblica: anche il Regno Unito è alle prese con l’obesità che colpisce due cittadini su tre, un costo per il sistema sanitario di 19 miliardi di sterline.

Così oggi su tram e metro sono sparite le pubblicità su dolciumi e bibite gassate, nei menù dei locali sono indicate bene le calorie.

La responsabile nutrizione del dipartimento dell’assistenza sociale ha combattuto la sua battaglia contro l’industria del cibo: i prodotti ricchi di zuccheri, come quelli di Kellog’s sono stati tolti dagli scaffali dei supermercati nei posti più visibili.

Ma sono battaglie, le multinazionali hanno un pil più alto di quello di uno stato e influenzano le scelte dei governi.

Jamie Oliver è uno chef che sta portando avanti queste battaglie: i giovani devono mangiare cibo sano, non cibo spazzatura, specialmente i bambini e i ragazzi.

La sua associazione, Bite Back, si sta battendo contro il cibo spazzatura, contro la pubblicità di questi cibi in televisione, per far sì che sia più facile mangiare cibo sano.

Servono leggi apposta, perché l’industria alimentare non starà a guardare: la sugar tax, la legge che colpisce le bibite gassate ha costretto le aziende a ridurre gli zuccheri nelle bibite, ma non ha ridotto i volumi delle vendite.

La critica alla tassa, che è una tassa contro i poveri, è stata smontata: i benefici in salute sono di gran lunga a vantaggio delle persone a basso reddito.

Sono misure che aumentano la consapevolezza delle persone su questo problema ed è questo quello che spaventa le industrie.

In Italia questa legge non passa perché il rapporto tra la politica e l’industria alimentare è complesso: in Italia la sugar tax ha avuto una opposizione bipartisan, è stata approvata nel 2019 ma la sua applicazione è sempre rimandata.

Le associazioni di categoria si difendono dicendo che questa legge avrebbe degli effetti sulla salute: le bevande sono poco consumate dai ragazzi, dicono.

Le associazioni si difendono usando le scuse che sono state smontate già in Inghilterra, queste tasse ridurrebbero i volumi, colpirebbero le fasce più povere, le aziende perderebbero dei profitti.. Ma non è vero, come si è visto in Inghilterra.

Ma la sugar tax è solo uno degli strumenti per combattere l’obesità – racconta l’OMS, per gli impatti che questa malattia potrebbe avere sul nostro futuro.