07 maggio 2021

Come delfini tra pescecani di Francois Morlupi



Mi chiamo Biagio Maria Ansaldi e sono il dirigente del Commissariato di polizia di Monteverde, a Roma. La mia squadra investigativa è una bella squadra, davvero. Una gran bella squadra, non mi posso lamentare. Certo, a essere sincero, non rimarrei sorpreso se qualcuno mi facesse notare che negli altri commissariati della capitale ci considerano strani, da Guinness dei primati. Come dargli torto?

Terzo romanzo dello scrittore (e informatico come me!) di origine francese Francois Morlupi, questo “Come delfini in mezzo tra pescecani” è uno di quei gialli che io chiamo anomali, con dentro tanti buoni spunti che lo distinguono dal resto dei romanzi di genere e qualche peccatuccio di gioventù.

Protagonisti sono gli uomini del commissariato di Monteverde a Roma, che devono investigare su un caso di suicidio, uno di quelli che si avrebbe tanta voglia di archiviare subito per togliersi una rogna di mezzo. Ma le cose non andranno proprio così..

A guidare questa squadra (e la scelta di questo vocabolo non sarà casuale) è il commissario Ansaldi: tanti anni di esperienza alle spalle, una vita dedicata al lavoro e alla cura della sua ansia, quella malattia che ti assale e che impedisce di goderti la vita con tutti i suoi imprevisti, gli alti e i bassi.

Una vita da single, giusto un cane come compagnia, qualcuno ha detto che è un'ottima cura per imparare a dedicarsi a qualcuno e sarà forse vero.

In casa un intero armamentario di medicinali con cui curarsi da quella febbre imminente, quei 36 e 8 che indicano chiaramente un febbrone imminente..

.. Ansioso all’inverosimile, mi rifugio nell’arte per sfuggire alle mie paturnie quotidiane e a un’ipocondria feroce che attanaglia il mio girovita generoso.

Ma anche gli agenti del commissariato sono molto singolari: cominciando dalla vice-ispettrice Eugenie Loy, come il commissario una vita da solitaria, nessun amicizia, nessuna relazione (e una brutta ferita rimasta dentro). Un carattere che definire chiuso è riduttivo ma anche un intuito da vero sbirro e una forte determinazione a seguire la sua pista che la porta anche a disobbedire a qualche ordine.

Ci sono poi i due ringo boys, gli agenti scelti Di Chiara e Leoncini: uno di colore, bello e statuario con una passione per la seconda guerra mondiale, le battaglie, i personaggi, le curiosità. Con una certa perversione per il nazismo..

Di Chiara invece è il classico ragazzo che si crede, in buona fede, bello, attraente, simpatico, la punta della squadra di calcetto. Fino a quando qualcuno non ti fa notare il contrario, a Roma si dice “un bambacione”. Amano così tanto stuzzicarsi i due ringo boys, che per questo devono lavorare sempre assieme.

Infine Alerami, la nuova arrivata: giovane e bella (Di Chiara la considera la sua futura moglie ma lei ancora non lo sa) e anche molto ambiziosa, una di quelle che vuole fare carriera in polizia, ma usando le sue capacità.

Il suicidio del signor Gordi sarebbe uno di quei casi che, in mano a poliziotti poco attenti, finirebbe dritto dentro un fascicolo da archiviare.

Ma è proprio la vice-ispettrice Loy ad accorgersi che c'è qualcosa che non va: sembra tutto troppo perfetto, in quella stanza. C'è poi la vicina di casa, l'unica nel condominio che aveva un buon rapporto con lui, che da l'impressione di non aver voluto raccontare tutto. Certo, Gordi era una persona poco amata dagli altri condomini, ma chi avrebbe potuto avercela con lui?

A qualche giorno di distanza, in un altro commissariato, viene segnalato un nuovo suicidio. Non a Monte Verde, ma nel quartiere di San Basilio e ad occuparsene è un commissario che, con la sua aria e la sua pipa, assomiglia ad un Maigret trascinato nella città del cupolone.

Il morto è un ex giocatore che, anni prima, era una giovane promessa nelle giovanili della Roma: una carriera poi finita male, perché invischiato in una storia di calcio scommesse.

Ma è un nome che fa notizia, tanto da attirare sulla “scena del crimine” niente meno che il signor ministro degli interni: uno di quelli che al Parlamento preferisce le dirette facebook, l'ossessione della sicurezza, specie nei casi a rilevanza mediatica come questo (forse vi ricorda qualche ex ministro?). Il nostro Amaldi, che non segue i social, ha un pessimo rapporto persino con la stampante di casa, non trova di meglio che starnutirgli in faccia, di fronte al codazzo di giornalisti che seguono il ministro della sicurezza...

Il Questore lo copre, di fronte a questa figuraccia, ma gli concede i consueti 2 giorni di tempo, per seguire la sua pista, capire se veramente il primo suicidio è in realtà un omicidio e se esiste qualche relazione col suicidio della meteora del calcio.

Certo, in una città come Roma, succede che la gente muoia, ma due persone a pochi giorni di distanza potrebbe non essere un caso. Specie se tra le due persone esiste una qualche relazione.

E gli uomini del commissariato di Monte Verde vengono sguinzagliati in giro per la città per trovarla questa relazione, questo filo comune che li lega.

Filo che viene fuori, alla fine e che porta ad una squadretta di calcio, il Tor di Quinto, di cui il signor Gordi era presidente negli anni in cui Bombardini, l'ex calciatore, aveva giocato da adolescente prima del salto nella grande squadra.

Il mondo del calcio è come quell'oceano in cui nuotano i pescecani che danno il titolo al libro: i pescecani sono i procuratori che seguono le giovani promesse sperando di trovare quel talento da poi rivendere a prezzo maggiorato alle squadre dei professionisti.

Presidenti che considerano i giocatori della loro squadra non come sportivi, ma come animali da allevamento, da crescere e poi sfruttare, per vendere il loro cartellino al maggior prezzo possibile.

Genitori che inculcano nei loro figli l'ossessione del vincere, del primeggiare a tutti i costi (perché nessuno si ricorda di chi arriva secondo). E giovani ragazzi che crescono credendo che non è vero che l'importante è partecipare. Ma vincere.

In questo mondo è cresciuto quel ragazzo, di cui scopriremo l'identità solo alla fine e di cui leggiamo i capitoli del suo diario che aveva scritto tanti anni prima, aspettando il gran giorno dell'Evento.

Il giorno in cui con la sua squadra avrebbe giocato la partita della sua vita, di fronte ai procuratori e agli osservatori delle squadre importanti.

Ansaldi e i suoi uomini, prendono questa indagine sul serio, nonostante abbiano in mano solo pochi indizi e molte sensazioni: comprendono che per risolvere questo giallo e rispondere ai tanti perché devono tornare indietro nel tempo, scavare nel passato dei due morti negli anni in cui le loro strade si sono incrociate su quel campetto a Tor di Quinto.

Ma non è scritto da nessuna parte che nella battaglia tra delfini, come lo sono i nostri protagonisti, con le loro idiosincrasie e i loro aspetti positivi, debbano soccombere di fronte ai pescecani.

Perché a volte, incredibile ma vero, i delfini possono uscire vittoriosi: anche da uno scontro con i pescecani.

E in questa storia finirà proprio così, una volta tanto i pescecani rimarranno a bocca asciutta.

Quello che ho apprezzato molto in questo romanzo, oltre all'originalità dei protagonisti del romanzo, è il racconto della città in cui vivono.

La colpa del catastrofico degrado della città più bella del mondo era anche dei cittadini che non rispettavano le norme sanitarie, civili e sociali, basilari per una civile convivenza.

Roma, la città del traffico caotico, dell'incuria nel verde, dei lavori in corso e dei cantieri aperti per anni, dei quartieri uno diverso dall'altro, come tante città attaccate l'una all'altra. Ma è la Roma delle meraviglie, dei monumenti che all'improvviso ti si parano davanti, una città in cui si sopravvive ai tanti problemi con l'arma del sarcasmo.

Giusto una piccola osservazione: qualche volta l'autore si è lasciato prendere la mano, nel raccontare alcuni aspetti intimi e personali dei personaggi, passaggi che appesantiscono la lettura.

La scheda del libro sul sito di Salani

I link per ordinarlo su Amazon e Ibs

05 maggio 2021

Cos'è il sistema

Sapete cos'è il sistema? L'informazione dei TG e sui principali quotidiani che il giorno dopo l'inchiesta di Report che smonta l'audio del giudice Franco non fa una piega. Nessuna reazione nemmeno alla notizia dell'incontro insolito di Renzi con un dirigente dei servizi (immaginate a parti inverse che sarebbe successo se ci fosse stato Conte o un altro esponente grillino).

Il sistema è l'informazione che, in modalità fotocopia, racconta dell'ennesima morte sul lavoro ma non una parola sull'insicurezza nel mondo del lavoro, sui controlli degli ispettori inefficaci, sulla mancanza di formazione sul lavoro. E quanto si investirà in sicurezza nel pnrr?

Il sistema è dire bravo Fedez, ma non esageriamo. Perché siamo razzisti ma mica possiamo far cadere il governo Draghi, altrimenti come facciamo a prendere i miliardi dall'Europa?

Il sistema è tacere dell'uscita di Durigon, dell'inchiesta sui commercialisti della Lega, del caso Consip che tocca generali, manager di Stato e politici (che va avanti e non è il più grande depistaggio della storia italiana, il vulnus come è stato ripetuto mesi fa).

Il sistema è continuare a mantenere la linea del generale, l'accelerazione dei contagi, l'obiettivo raggiunto delle 500mila dosi, bravo generale, mica come quell'incompetente di Arcuri (e di Conte).

Il sistema è raccontare di questa fantomatica loggia Ungheria, di cui ha parlato l'avvocato Amara nei verbali poi fatti arrivare ad alcuni giornali, per attaccare Davigo e imporre quella riforma della giustizia tanto amata dal centro destra (e anche dal centrosinistra).

Così sul Foglio (ma anche su Repubblica e Corriere) nella home potete leggere delle indagini su Davigo e Storari dai bravi reporter, mica quei "piccoli inquisitori" di Report (parole di Ferrara).

04 maggio 2021

Report – dietro il complotto di Berlusconi

Il filmato dell'incontro misterioso di Renzi con un dirigente dei servizi e l'audio di un giudici che aveva condannato Berlusconi: queste le due storie al centro delle inchieste di Report di ieri sera.

Prima un servizio di Giuliano Marrucci sulle console dei giochi e sugli effetti che hanno sui ragazzi.

Gli effetti dei videogiochi

Si stima che il mondo dei videogame possa arrivare valere 300 miliardi nei prossimi anni: il giornalista ha scoperto perché osservando i figli che giocavano a Fortnite durante il lockdown, un gioco online in cui si gioca con altre persone in rete.

“Ci shoppi le skin su Fortnite, altrimenti ci bannano dal team”?

Se vuoi giocare e mantenerti a livello degli altri giocatori devi comprare con soldi veri dei profili virtuali: siccome dobbiamo apparire più fighi nel mondo virtuale, dobbiamo comprare, questo dice l'azienda dei videogame che oggi sta influenzando il linguaggio dei ragazzi.

Coi soldi veri si comprano le v-buks, monete virtuali con cui comprare poi le skin, gli aspetti che i personaggi hanno nel gioco: con 20 euro ti compri una skin, non cambia nulla nel gioco in sé, è solo immagine. Come l'immagine del trapper che ha cantato all'evento online di Fortnite lo scorso anno: il gioco si è trasformato in un mondo parallelo.

Ci sono giochi dove più spendi e più hai possibilità di vincere e poi giochi dove anche se spendi non hai certezze di vincere e non sai nemmeno su cosa spendi: un esempio è Fifa, per esempio, quando compri le bustine virtuali (pagate con soldi veri) non sai cosa prendi, è come se fosse una giocata d'azzardo.

La strategia è questa, giochi gratis da scaricare ma poi paghi per avere delle features per essere più figo, per comprare le bustine: la commissione europea sta studiando questo mondo per capire le conseguenze e le dipendenze che si creano nei ragazzi.

I ragazzi di dieci anni vengono spinti per comprare di più coi soldi dei genitori, con microtransazioni da poche decine di euro?

Dove finiscono poi questi soldi? Finiscono in “quasi” paradisi fiscali, in Irlanda, in Lussemburgo, in Londra, dove la fiscalità per le aziende è agevolata, al 10% degli introiti al netto delle spese (il 5% per i soldi che finiscono in Svizzera)

Gli acquisti dalla Play station finiscono a Londra, dove si paga il 10%. Niente rimane in Italia, chi ci pagherà la sanità (per quei ragazzi a rischio ludopatia)?

L'Oms aveva iniziato uno studio sulla dipendenza, ma poi con la pandemia è arrivata persino a consigliare i video giochi.

L'incontro inedito di Renzi – babbi e spie

Può capitare che un senatore incontri un dirigente dei servizi segreti, non c'è nulla di male.

Ma perché in autogrill?

Il 12 aprile Report si era occupata delle trame e della corruzione in Vaticano, di Becciu e dei legami coi servizi di Cecilia Marogna (che aveva messo in piedi un servizio segreto parallelo) per delegittimare i vecchi dirigenti dei servizi in scadenza.

Un intreccio in cui dentro troviamo il faccendiere Ferramonti, uno dei promotori delle leghe meridionali ai tempi delle stragi, poi tornato alla notorietà per la vicenda del padre dell'ex ministro Boschi. Proprio sulla deputata di Italia Viva Ferramonti aveva fatto pressioni per far cadere il governo Conte: “se buttavano giù quel cretino di Conte gli davamo una mano”, portando dei voti – aveva confidato Ferramonti. Telefonate (che secondo Ferramonti erano rivolte a Renzi) a cui l'ex ministra non ha mai risposto.

Renzi, nell'intervista che ha concesso a Report, è stato netto: non conosce Ferramonti e invita i giornalisti di Report a spendere meglio i soldi del contribuente.

Nei giorni delle telefonate di Ferramonti, Renzi attaccava Conte sulla delega ai servizi, sebbene anche Gentiloni non aveva ceduto la delega dei servizi: “E' diventato uno scontro politico dopo due anni che Conte non cedeva la delega e dopo l'incontro di Conte con esponenti del governo Trump” – ha spiegato l'ex presidente.

Il 23 dicembre 2020 Renzi a L'aria che tira chiede polemicamente come mai Conte si tenga le deleghe e poi va a trovare Verdini in carcere. Tornando a casa, all'autogrill di Fiano Romano incontra una persona che lo stava attendendo.

Dentro l'autogrill qualcuno li nota e li riprende: la persona con cui Renzi parla è Marco Mancini, dirigente del DIS che, a fine incontro, dice a Renzi che sa dove trovarlo, mettendosi a disposizione.

“Chi ve lo ha dato il video?” ha chiesto Renzi, secondo cui l'incontro con Mancini era previsto a Roma ma poi è saltato e così ha chiesto al dirigente dei servizi di raggiungerlo in autostrada.

Ma come faceva Renzi dell'esistenza di questo video, visto che il giornalista di Report non l'aveva menzionato ad inizio intervista?

Certo, difficile pensare ad un caso, per questo video, come difficile pensare che all'incontro si siano scambiati solo i babbi natale di cioccolato.

A dicembre 2020 c'erano in ballo le nomine dell'Aise e del DIS: Mancini sperava in una nomina più importante, poi saltata.

L'ex collaboratrice di Becciu Marogna stava facendo dossieraggio in Vaticano, assieme ai servizi nazionali: aveva rapporti col direttore dell'AISE Carta con cui ha vantato diverse operazioni di cooperazione, ma dopo che Carta si dimostra meno collaborativo, la Marogna si rivolge ad un altro funzionario dei servizi, Tavaroli, che la mette in contatto con Mancini.

L'idea di Mancini e Tavaroli era “disturbare” Carta, dice la Marogna: sembra una storia di spionaggio, un thriller, dove si fa fatica a seguire il filo del discorso e capire cosa sia vero o cosa inventato, tutto ruota attorno ai servizi, centrale nella crisi di governo, centrale anche nei dossier della Marogna.

Il nome di Marco Mancini è ingombrante, come anche Tavaroli: quest'ultimo cercava di mettere le mani sulla chat della Marogna con Carta, per poterlo poi attaccare: queste chat le erano state chieste anche dall'ex giornalista Luca Fazzo, sospeso nel 2006 per i suoi rapporti poco trasparenti col Sismi e con Mancini, ai tempi del rapimento di Abu Omar.

Le indagini dei magistrati di Milano scoprirono che c'era una strategia per cui nel Sismi si davano indicazioni ai giornalisti su cosa dovevano scrivere – racconta il giudice Spataro: tra i giornalisti imbeccati dal Sismi viene citato Renato Farina, autore di diversi articoli a difesa di Becciu, dopo le inchieste de l'Espresso.

Marco Mancini è stato uno dei protagonisti della rendition di Abu Omar, un episodio che non fa onore alla storia del nostro paese, perché conferma che anche in questo paese per combattere il terrorismo si deve fare terrorismo, della sudditanza del nostro paese nei confronti degli Stati Uniti – è sempre Armando Spataro a parlare.

Il Sismi era stato informato dell'operazione e ha dato spazio ad agenti della Cia per rapire l'Imam: Pollari e Mancini sono stati condannati in primo grado ma poi assolti in appello perché poi tutti i governi, da Berlusconi a Renzi, hanno posto il segreto di stato.

Mancini è stato coinvolto anche nella vicenda dello spionaggio dentro la Telecom, con dossier compilati su uomini dello spettacolo e dell'informazione.

LA vicenda dello spionaggio Telecom si collega al suicidio di Adamo Bove, ex direttore della security Tim, che aveva consegnato alla Digos i numeri di cellulare degli agenti del Sismi coinvolti.

Nonostante questi incidenti di percorso, Abu Omar e Telecom, la carriera di Mancini non si interrompe, grazie ai suoi rapporti con la politica racconta un ex agente del Sismi.

Mancini cercava una sponda in Renzi per la nomina di Mancini?

L'ex presidente ha negato aggiungendo anche che da quando non è più presidente non mette più bocca su queste nomine e insinuando un pagamento fatto da Report in Lussemburgo.

Sigfrido Ranucci ha chiarito che non è stato pagato nulla per quel video, nessun bonifico in Lussemburgo c'è stato, aggiungendo anche che Renzi farebbe bene a chiarire bene quell'incontro, per il ruolo che ha in Italia.

Dall'inchiesta di Report emersa una rete che pensavamo non ci fosse più: la fonte Betulla, Farina, che scrive contro Report, l'agente Mancini, Tavaroli, la Marogna e il cardinale Becciu.

Erano gli anni del dossieraggio di Pio Pompa, un impiegato del Sismi, contro giornalisti e politici avversi all'ex presidente Berlusconi.

Dossieraggi per creare quella macchina del fango che non ha mai smesso di funzionare.


Il complotto contro Berlusconi

La campagna stampa dei giornali di Berlusconi contro il giudice Esposito è stata una vergogna, basandosi di confidenze raccolte da persone durante le cene a cui il giudice aveva partecipato.

LA sua colpa aver condannato l'ex presidente per frode fiscale, per la frode carosello con cui aumentavano i costi in modo fittizio dei film acquistati dall'estero.

Fatale fu la cena a base di pasta e patate a Scalea, con Franco Nero: in questa cena l'imprenditore Massimo Castiello racconta di alcune dichiarazioni che Esposito oggi nega di aver mai fatto. Castiello non parla col giornalista, perché sotto processo.

Alla cena era presente anche un altro commensale, Domenico Fama, che quelle frasi non le ha sentito, come confermato anche da Franco Nero.

Titoli e prime pagine basate sulle parole sentite da un imprenditore, questo è il giornalismo di Sallusti.

Giornalismo su cui si è basata la denuncia dell'avvocato Saccomanno, ora a fianco di Salvini: denuncia finita poi nel nulla.

Il giudice Esposito ha presentato una denuncia contro Castiello per false dichiarazioni: davanti ai giudici sono chiamati sia Fama che Franco Nero. I magistrati di Milano condannano la moglie di Castiello, che avrebbe agito così per visibilità politica.

LA seconda vicenda in cui è stato coinvolto Esposito riguarda la sua vacanza a Ischia all'Hotel Svizzera negli anni precedenti la sentenza: l'albergo è di proprietà del coordinatore di Forza Italia De Siano e anche qui alcuni dipendenti riportano diverse frasi del giudice contro Berlusconi, registrando anche un video nello studio dell'avvocato Larosa.

Oggi il bagnino dell'albergo (che ha riportato le affermazioni di Esposito) abita nella villa di De Siano sull'isola e oggi, assieme al cameriere, ha scelto di non rispondere alle domande di Luca Chianca.

Tutto fatto di loro spontanea volontà, garantisce oggi il senatore De Siano, non ha fatto alcuna pressione per portarli davanti all'avvocato e registrare quel video, usato poi da Berlusconi per il suo ricorso di fronte alla corte dei diritti dell'uomo in Europa.

Infine l'audio del giudice Amodeo Franco, pubblicato dal giornale Il riformista, dove la sentenza veniva definita una porcata.

Berlusconi l'ha tenuta riservata per anni quella registrazione, fino alla morte del giudice Franco: Franco si è incontrato con Berlusconi per tramite di Cosimo Ferri, ex magistrato dalle mille relazioni.

Chi ha registrato questo audio? Il regista dell'operazione rimane Berlusconi, il suo staff ha registrato di nascosto il giudice Franco in questi incontri anomali.

Nelle registrazioni Franco parla dell'incompetenza della sezione feriale, una affermazione falsa, poiché in quella sezione c'erano giudice competenti (tra cui lo stesso Franco) come Esposito e D'Isa.

Dunque di che complotto parlano Porro, Sallusti e Sansonetti? Confondono i processi Mediatrade col processo Mediaset: per questo Sansonetti è stato sanzionato dall'ODG del Lazio.

C'è dell'altro: Report ha scoperto che il giudice Franco aveva cercato di registrare i colleghi mentre erano riuniti in camera di consiglio e stavano decidendo sulla condanna di Berlusconi.

Lo hanno raccontato due altri giudice del collegio, Aprile e D'Isa, che però non lo hanno denunciato successivamente la sentenza.

Aprile lo ha raccontato a Palamara che, intervistato da Chianca, racconta a sua volte delle pressioni ricevute da Franco per arrivare alla condanna: ma se non era d'accordo con la condanna, perché ha firmato quella sentenza?

Franco con Berlusconi racconta di aver parlato della “porcheria” col consulente giuridico di Napolitano, Lupo e che dunque l'ex presidente della Repubblica sapeva.

Le richieste affinché Franco intervenisse presso il presidente Napolitano, nei giorni prima della sentenza, non è la sola anomalia: negli audio si sente la voce di Berlusconi dire che Letta era andato dal presidente della Cassazione, Santacroce.

“È andato Gianni Letta da Santacroce e ci ha detto: ‘Ormai avete quel collegio lì e ve lo tenete. Abbiamo un relatore assolutamente sopra le parti’ (Franco, ndr)”.

Anche il procuratore della Cassazione Mura sarebbe stato “toccato”, racconta Berlusconi:

“Il procuratore di Cassazione, andiamo a toccarlo con un nostro amico”.

Ma alla Cassazione, Mura fa una requisitoria dura. Tutto questo materiale è sul tavolo della corte dei diritti dell'uomo a Strasburgo, che dovrà decidere sulla terzietà dei giudici che hanno condannato Berlusconi, su nastri dove parla una persona morta e di testimonianze di bagnini e camerieri di un senatore di Forza Italia.

03 maggio 2021

Anteprima delle inchieste di Report: il complotto contro Berlusconi e i videogame

Questa sera si parla di audio e filmati, come quello del giudice Franco sulla sentenza della cassazione su Berlusconi e, successivamente, quello a cui si è arrivati seguendo il filo della corruzione in Vaticano e che porta ad un altro ex presidente del Consiglio.

La puntata non è ancora andata in onda e già sono partite le polemiche, “siete ossessionati da Renzi”, “perché non parlate di Conte e di Davigo..”: anche questo è frutto del “sistema” dentro la Rai, secondo cui è bene quando si fa giornalismo non si deve scomodare la politica (e il potente di turno) e dove si deve attaccare la parte avversa quando è in disgrazia.

Report si era occupata mesi fa del caso Eni, del finto complotto per screditare Zingales, delle trame dell'avvocato Amara, di sentenze pilotate.

Come anche Report aveva incalzato l'ex commissario Arcuri sui suoi acquisti (e lo stesso aveva fatto Presadiretta, l'altra trasmissione di inchiesta): solo persone che non hanno mai seguito Report o che sono in malafede possono pensare che le inchieste siano fatte per screditare o meno una parte politica.

Il complotto contro (?) Berlusconi

Ce l'aveva sempre fatta Berlusconi, una volta per prescrizione, una volta per una legge ad personam che cancellava il reato. Fino al 1 agosto 2013 quando la corte di Cassazione presieduta dal giudice Esposito convalidò la sentenza di condanna per frode fiscale, Mediaset ha evaso tasse per 7 milioni di euro.

Sette anni dopo la condanna spunta un audio su cui è registrata la voce di uno dei giudici di quella corte che definisce una “porcheria” quella sentenza. Oggi quel giudice è morto e nessuno potrà chiedergli conto di quella frase, ma ci sono delle domande a cui possiamo dare una risposta: chi lo ha registrato e perché?

Luca Chianca ha intervistato il presidente della collegio che condannò Berlusconi:

“dopo quella sentenza ricevetti molte lettere minatorie, telefonate di ingiurie, di minacce ..”

Ed era solo l'inizio: i giornali dell'ex presidente dedicarono oltre quaranta articoli contro il giudice Esposito in una campagna stampa andata avanti per giorni.

Dopo la sentenza spuntano dei testimoni, dei partecipanti ad alcune cene precedenti la sentenza, in cui il giudice Esposito dava dei giudizi tranchant su Berlusconi e addirittura annunciava che gli avrebbe fatto un mazzo così” - racconta il diretto de Il giornale, Alessandro Sallusti.

Cene avvenute nella località scelta dal giudice per trascorrere le sue vacanze, all'Hotel Svizzera a Ischia, di proprietà del senatore di Forza Italia De Siano.

Nel marzo 2014, il responsabile del ristorante, il bagnino e il cameriere dell'albergo del senatore De Siano vengono convocati nello studio dell'avvocato di Berlusconi Bruno La Rosa che li registra mentre dicono quello che avrebbero ascoltato dal giudice Esposito, ospite dell'albergo

“chi è il vostro proprietario? .. ah, sta con quella chiavica di Berlusconi .. se mi capita gli farò un mazzo così”.

Domenico Porcera, bagnino della struttura e accusatore del giudice vive oggi in un villa dove compare il nome del coordinatore di Forza Italia in Campania, Domenico De Siano.

L'altro testimone è il cameriere Giovanni Fiorentino: anche lui riporta nel video alcune espressioni pronunciate da Esposito sull'ex presidente: Luca Chianca è andato ad ascoltarlo oggi, senza successo poiché il cameriere ha declinato l'intervista, “se no va a finire male”.

Così il giornalista è andato ad incontrare di persona il senatore De Siano, dopo una serie di contatti telefonici finiti in niente: non li ha forzati a raccontare quelle cose, quelle cose il giudice le ha dette, i suoi dipendenti (che oggi vivono nella sua villa) le hanno ascoltate. E' stata, secondo il senatore, una decisione spontanea dei dipendenti.

Le cene in vacanza non hanno portato bene ad Esposito: nel 2011 a Scalea, in un bar un suo amico gli presenta il suo socio d'affari, Massimo Castiello. Si parla di pasta con le patate e dell'arrivo di Franco Nero a Scalea: il giudice era appassionato dei suoi film e così, due anni prima della sentenza, cenano tutti assieme a Villa Sandra, davanti il golfo di Policastro.

In quella cena Esposito avrebbe confidato di “punire” Berlusconi: lo racconta sempre a Il giornale Massimo Castiello, padrone di casa e ammiratore di Berlusconi.

Esce un articolo, “se becco Berlusconi gli faccio un mazzo” dove Castiello riporta le parole pronunciate da Esposito durante la cena: parole mai dette dal giudice. Chi ha ragione, Castiello o Esposito?

L'imprenditore ha scelto di non rispondere alle domande di Report perché sotto processo: “io rispondo solo al mio giudice naturale”.

Esposito dovette rispondere di fronte al CSM anche della sua intervista a Il Mattino, fatta da Antonio Manzo ad un'ora di distanza dalla sentenza : “cominciai a parlare della sentenza di condanna” ricorda il giornalista che era anche amico del giudice, che non voleva parlare del processo.

Il 5 agosto Manzo richiama Esposito per fare una vera intervista e decidono di concordare un testo che deve essere approvato da entrambi: nel testo era presente questa frase “il presidente spiega la sentenza” e si aggiunge anche che “Berlusconi è stato condannato perché sapeva ..”.

Che è una stupidaggine, commenta oggi Esposito, perché un imputato non viene condannato perché sa, ma perché ritenuto responsabile dei fatti imputati.

L'intervista de Il Mattino e quel titolo “Berlusconi condannato perché sapeva” viene ripresa da tutti i TG e al CSM, su richiesta dei membri laici del PDL viene aperta un'istruttoria contro il giudice per aver anticipato le motivazioni della sentenza.

“Ma vi pare che dire 'Berlusconi sapeva' significa anticipare 208 pagine di motivazione in cui si descrive tutto il sistema delle frodi carosello: noi condanniamo perché Berlusconi era l'autore, il creatore, colui che porta avanti il sistema.”

Nella commissione disciplinare che deve giudicare Esposito si trova l'ex magistrato Luca Palamara, appena eletto al CSM: “stavamo giudicando la storia recente d'Italia” fu il suo commento, perché “se avessero condannato il presidente Esposito avrebbe sicuramente influito uno dei componenti del collegio che quella decisione aveva emesso”.

Ma il CSM dove discutere “solo” dell'opportunità o meno di fare quella intervista, non della sentenza di condanna: alla fine il CSM assolse Esposito per l'intervista che rimane dunque legittima, anche perché avvenuta dopo una sentenza di condanna definitiva.


Ma per Il giornale, quell'intervista sarà tema di prima pagina, dove Esposito è definito come bugiardo: ma cosa si sono detti l'ex giudice e il giornalista de Il Mattino?

“Il principio del non poteva non sapere è giuridicamente sostenibile?”

“Ma no, assolutamente no, non poteva non sapere che significa, chista è una stupidaggine, si ma non m'fa non m'purtà 'ncopp a stu terreno.. noi non andremo a dire chill 'non poteva non sapere, potremo dire, diremo nella motivazione eventualmente tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva.”

Non è la stessa cosa, sono sottigliezze: Il Mattino e il suo giornalista mettono in bocca al giudice Esposito cose non dette: il titolo del giornale è una sintesi giornalistica, c'è poi l'inserimento di una domanda mai fatta, che secondo i giornalisti rende più chiara l'intervista, perché altrimenti sembrava troppo generica.

Anche su questa intervista c'è stato un processo contro il giornalista Manzo, finita con la sua assoluzione in primo grado.

Ma in questo articolo c'erano le anticipazioni della sentenza, tali da dividere l'Italia in due mondi, pro o contro Esposito? “Onestamente no” la risposta di oggi di Manzo.

E poi c'è questo video, in cui parlano Berlusconi e l'ex giudice Amedeo Franco:

“presidente io che devo dire, io per me se trovo un modo anche per sgravarmi la coscienza perché mi porto questo peso, ci continuo a pensare ..”

Franco era relatore del collegio presieduto da Esposito: dopo la sentenza, Franco si incontra in modo riservato con Berlusconi almeno tre volte senza sapere di essere registrato.

E qui entra in scena l'ex magistrato dalle mille relazioni, oggi in Italia Viva, Cosimo Ferri: alle cene erano in tre, Ferri Berlusconi e Franco, quindi uno dei tre ha registrato: “io non ne sapevo niente” ha risposto l'ex magistrato Ferri a Luca Chianca. E dunque rimane Berlusconi unico registra dell'operazione?

Ai margini di questo nastro, raccontava ieri sera Sigfrido Ranucci, si sente Berlusconi che confessa di aver tentato di “avvicinare” il procuratore generale della Cassazione.

Si parlerà poi di un altro audio, relativo all'incontro avvenuto in un autogrill tra Matteo Renzi e Marco Mancini, agente dei servizi, nei giorni in cui il leader di Italia Viva chiedeva a Conte la delega ai servizi: questo incontro è avvenuto successivamente alla visita di Renzi a Verdini, in carcere ed è stata filmata da una testimone che era presente e che ha scritto alla redazione (dopo la puntata dello scorso 12 aprile).

La persona con cui Renzi si è incontrata e l'ex agente del Sismi Marco Mancini di cui Report aveva parlato nel servizio di aprile sulla corruzione in Vaticano.

Oggi Mancini è un dirigente del DIS, il dipartimento dei servizi che coordina e controlla le attività di AISI e AISE: l'ex presidente Renzi ha correttamente accettato di rispondere alle domande di Danilo Procacciati sul perché di questo incontro, “inusuale”: si doveva incontrare a Roma con Mancini e per un disguido l'incontro è avvenuto all'autogrill.

La scheda del servizio: IL COMPLOTTO di Luca Chianca con la collaborazione di Alessia Marzi

Silvio Berlusconi viene condannato il 1 agosto 2013 per frode fiscale nel processo Mediaset. La sentenza parla di 7,3 mln di euro evasi. Secondo i giudici Berlusconi è l'ideatore e sviluppatore del sistema che consentiva la disponibilità di denaro occulto direttamente o attraverso persone di sua fiducia. Presidente del collegio arbitrale è il giudice Antonio Esposito che dopo la lettura del dispositivo di condanna dell'ex presidente del Consiglio diventa il bersaglio di una campagna di stampa che si è protratta fino ai giorni nostri. Quando esce la sentenza spuntano diversi testimoni che sostengono che il giudice Esposito avrebbe dato dei giudizi tranchant su Berlusconi.

Report si è messo sulle tracce dei testimoni, scoprendo che poi alcuni smentiscono, altri vengono indagati e una donna è condannata per falsa testimonianza. La vicenda torna d'attualità la scorsa estate perché viene diffusa la notizia che la sentenza sarebbe stata un'esecuzione politica per mano giudiziaria. A raccontarlo a Berlusconi è Amedeo Franco, morto due anni fa: è il relatore del collegio che qualche mese dopo la sentenza va a Palazzo Grazioli dal Cavaliere. Il giudice però durante quegli incontri riservati viene registrato a sua insaputa. Report è entrato in possesso dell'audio originale di quelle conversazioni, alcune inedite, che ribaltano il racconto fatto finora da alcuni organi di stampa e ha ricostruito quanto accaduto in Cassazione anche grazie alle interviste esclusive a tre giudici che facevano parte di quel collegio.

Il business dei videogame

Giuliano Marrucci racconterà di come l'industria dei videogiochi punti ai ragazzini, creando una dipendenza per spingerli a comprare nuove features per essere al passo con gli altri giocatori online.

La scheda del servizio: GAME OVER di Giuliano Marrucci con la collaborazione di Eleonora Zocca

Con le restrizioni contro i contagi da Covid-19 l’industria dei videogame si è affermata come il settore dell'intrattenimento con il maggiore giro d’affari. Un modello di business innovativo, dove all’acquisto del titolo in uscita si è sostituito un incentivo continuo a effettuare piccole spese mentre si gioca, ricorrendo in alcuni casi a meccanismi tipici del gioco d’azzardo. Solo che in questo caso i giocatori sono spesso ragazzini e sulle paghette che riversano in queste piattaforme i big del settore hanno trovato il modo di pagare poco o niente.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 maggio 2021

E verrà un altro inverno, di Massimo Carlotto

 

Prologo

Robi continuava ad agitare le mani sotto lo spicchio di luce di un lampione che illuminava il cruscotto dell’auto. Assomigliava a un prestigiatore che prova un nuovo trucco di magia.

«Smettila» lo ammonì Michi, passandosi un fazzoletto sul collo.

«Questi guanti verdi sono ridicoli.»

«Al supermercato avevano solo quelli» mentì l'altro.

Dopo “La signora del martedì”, Massimo Carlotto ci regalo un altro giallo dove si cambiano ancora una volta le regole e dove l'autore torna nel suo nordest, nella provincia italiana a chilometri di distanza dalla grande città ma soprattutto ad una distanza di secoli dal presente.

Perché nella valle dove avviene questa storia di delitti, ricatti e tradimenti, di maggiorenti e di popolino, sembra di essere tornati indietro al secolo passato. Ai tempi dei nobili, per volere di Dio, che potevano disporre del come e del quando della vita del loro feudo, una sorta di casta chiusa, dove chi sta sopra era bene che non si mischiasse con chi stava sotto, pronto a raccogliere tutte le briciole cadute dalla tavola dei commensali.

Dimenticatevi il giallo con un delitto, un colpevole che si nasconde nel buio tra i tanti sospettati e un investigatore che, tra mille difficoltà, riesce a sbrogliare la matassa: niente di tutto ciò, nessuna lotta tra buoni e cattivi, nessuno si salva tra i protagonisti della storia che inizia con due balordi, i cugini Michele e Roberto Vardanega che sono stati pagati per spaventare Bruno Manera, marito della figlia di una famiglia di industriali del posto

La loro vittima arrivava dalla città. Si chiamava Bruno Manera. Poco più di un anno prima aveva sposato Federica Pesenti, una donna del posto

Bruno nel paese è considerato uno di fuori, non si è mai stato accettato dalle persone della valle quando si è trasferito qui dopo il matrimonio con Federica Pesenti. Tanto che, imbeccate dal maresciallo del paese che più che tutore dell'ordine, sembra la pettegola del paese, iniziano a circolare voce secondo cui gli attentanti che ha subito derivano dai suoi loschi rapporti di affari.

L'unica persona con cui può confidarsi è una guardia giurata, che staziona davanti la banca tutto il giorno, a controllare che nessuno rubi i beni dei maggiorenti della valle, Manlio Giavazzi.

E' proprio Manlio a fargli aprire gli occhi, a fargli capire che la moglie ha una relazione e che proprio questa relazione è la causa delle violenze che sta subendo.

Potrebbe finire così, una storia di corna, i pettegolezzi nel paese, un marito ancora innamorato della moglie, molto più giovane di lui e una moglie che invece si è accorta troppo tardi di non amare quell'uomo, così diverso da lei.

Per un attimo era stata anche tentata di lasciare Bruno. Il problema era che la famiglia Pesenti non glielo avrebbe mai perdonato, perché in quel modo avrebbe servito su un piatto d’argento occasioni irripetibili di pettegolezzo ..

E invece, no.

Perché in questa storia i personaggi hanno un volto meschino e malato: come la guardia giurata, un uomo all'apparenza così dimesso, pacato, rimasto solo dopo la morte del figlio che non ha saputo curare dalla sua malattia e abbandonato dalla moglie, che non riusciva più a stare accanto ad una persone incapace di superare quel dramma.

Il signor Manlio Giavazzi decide di risolvere lui tutta la situazione, andando a parlare con i responsabili degli atti di violenza. Risolverla a modo, senza mettere in mezzo la legge, senza raccontare in giro la verità

«E Manera?»

«Bruno è un uomo per bene ma è di città, è arrivato da poco e non ha ancora avuto modo di capire come funziona da queste parti» rispose il vigilante. «Dobbiamo sistemare la faccenda tra paesani, ..»

Salvare il buon nome dei Pesenti, evitare il carcere ai due cugini balordi, due uomini deboli e insicuri, salvare il posto all'uomo che li aveva pagati per gli attentanti al signor Pesenti : non solo per soldi, ma per avere la riconoscenza dei maggiorenti del paese, per uscire da quella vita sempre dove ogni giorno è uguale agli altri, dove ogni inverno è destinato a cedere il passo ad una nuova stagione, in attesa di un altro inverno...

La guardia giurata metterà un moto un meccanismo che porterà a mettere i protagonisti gli uni contro gli altri, rosi dal sospetto di finire ricattati, sospettati o peggio ancora, esposti al pettegolezzo e al disprezzo delle persone del paese.

Qualcuno dovrà essere sacrificato in questo gioco cinico e fuori dalla legge, ma pazienza. Tutto pur di poter entrare nelle confidenze, essere vicino ai maggiorenti della valle, “gli appartenenti alle famiglie di imprenditori e industriali”.

Ma questo gioco di ricatti e di meschinità, organizzato dalla guardia giurata, sarà destinato a scontrarsi col potere dei maggiorenti, la loro influenza, la loro consapevolezza nel saper manovrare e influenza le persone, con le loro relazioni e coi loro soldi.

«La verità è che alla fine, qui in valle, siamo sempre noi maggiorenti, le famiglie con il nome a caratteri cubitali sui tetti delle aziende, a trovare le soluzioni giuste per superare i momenti difficili. Voi siete solo capaci di approfittare, di chiedere e di lamentarvi.»

Quello che esce da questo romanzo è il “cuore di tenebra della provincia ricca” (come lo ha definito Carlotto in una intervista), l'animo oscuro e anche un po' malato di persone cresciute in un ambiente chiuso e senza contaminazioni dall'esterno, dove l'amicizia e le relazioni diventano complicità, dove chi arriva da “fuori” è visto con sospetto. Dal maresciallo del paese “terrone”, al signor Manera.

Un mondo dove il cinismo e il disprezzo delle regole, l'assenza di ogni umanità, non è solo di chi sta in basso, (muratori, sciampiste o consulenti bancari), ma anche dei signorotti locali: in diversi passaggi si fa cenno alle tante morti sul lavoro, nei cantieri e nelle fabbriche, sicuramente causate dalla sbadataggine dei dipendenti

La mortalità in valle non era un evento così raro, con tutti gli incidenti sul lavoro che si verificavano nelle fabbriche e nei laboratori. I dipendenti erano sempre sbadati.

Morti che non causano alcun rimorso perché sono cose che succedono, perché tutto finirà nel dimenticatoio, perché nulla deve perturbare questo mondo imperfetto e cristallizzato nelle sue divisioni di casta.

Forse questa valle è un po' l'emblema di tutta l'Italia, di quello che sta diventando.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli, il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

30 aprile 2021

Aspettando un nuovo primo maggio

Il tema del salario minimo sparito dal recovery plan (o piano di resilienza) e in generale la riforma degli ammortizzatori sociali ferma al palo.

Un mondo del lavoro che si è spinto così avanti da essere tornati al cottimo e ai lavoratori schiavizzati: penso ai dipendenti di Amazon che ci consegnano la merce "in un click" e che devono correre, correre, affinché Bezos sia sempre più ricco.

Ma della gig economy ci sono anche i rider di Glovo che hanno scoperto, da un giorno all'altro, che la paga per ogni consegna era dimezzata, ma in compenso avrebbero preso dei bonus extra.

Aspettiamo ancora una volta il primo maggio sperando un giorno di rivedere se non il sol dell'avvenire, almeno che il lavoro sia rispettato, ben pagato e tutelato. Dove le morti bianche sono una disgraziata eccezione, non un numero a cui si fa assuefazione.

Ma dobbiamo accontentarci di molto meno: del record delle vaccinazione a fine mese del generale sempre in divisa, del battimani colmi di entusiasmo al pnrr, il vecchio recovery plan che curerà tutti i mali.

Ma non si occuperà di salario minimo, non si occuperà delle politiche sulla casa, non si occuperà dei rider e nemmeno dei pendolari che purtroppo per loro non viaggiano in alta velocità.

Chi si occupa oggi in parlamento di loro? Il governissimo che ha dentro un pezzo di destra e un pezzo di centro sinistra?

Le famiglie sotto sfratto, i rider, le persone che hanno o stanno perdendo lavoro per le delocalizzazioni (o per la crisi) non sono i ristoratori, capaci di smuovere le decisioni di Draghi sulle riaperture e sui colori delle regioni.

Ci dovremo aspettare una estate molto calda, non solo dal punto di vista delle temperature, se pensiamo ai licenziamenti e agli sfratti che arriveranno.

Se lo chiedeva Montanari ieri sera a Piazza Pulita: chi rappresenta oggi gli ultimi in Parlamento?

Nel piano di ripresa e resilienza si parla tanto di concorrenza, eppure si mantengono le attuali condizioni di semi monopolio in settori strategici come energia, telecomunicazioni e trasporti (sull'AV in particolare), col rischio che così Enel e Eni continuino ad usare gas e carbone come fonte per le centrali (anche perché in questo paese non si aumenterà la spesa per la ricerca pubblica). Si chiama greenwashing, altro che svolta green.

Aspettando il primo maggio che verrà, mi viene da dire che più che ad un piano per le "next generation", questo del governo sia un piano per le past generation, dove è più importante fare un ponte sullo stretto o l'alta velocità degli asili per i bambini. E penso anche che domani ci toccherà sentire le solite frasi di circostanza sul lavoro.

Comunque in questo secondo anno di pandemia, per qualcuno le cose sono andate bene ("andrà tutto bene", vi ricordate?): AstraZeneca ha raddoppiato i propri profitti nel primo trimestre 2021.

PS: mentre aspettiamo questo primo maggio non possiamo non dimenticare l'anniversario della morte di Pio La Torre, ucciso dalla mafia (per una oscura convergenza di interessi tra mafia e politica, come per altri delitti eccellenti) a Palermo nel 1982.

A proposito, avete ancora sentito parlare di lotta alle mafie in questi mesi?

29 aprile 2021

La credibilità dello Stato e la giustizia per le vittime del terrorismo

Giustizia è fatta, anche a distanza di anni.

Vendetta dello stato, a cinquant'anni di distanza, da parte dello Stato.

E allora i terroristi neri?

Grazie al governo che da credibilità alle istituzioni.

Come da prassi, l'arresto dei sette italiani condannati per crimini compiuti negli anni settanta (alcune ex BR, l'ideologo dei PAC e un dirigente di Lotta Continua) hanno suscitato reazioni da tifo da stadio.

Non si riparano del tutto i danni compiuti con questi arresti (e comunque dovremo attendere l'iter dell'estradizione), ma rimane il fatto che dietro questi arresti ci sono degli omicidi, con tanto di processi finiti con una sentenza passata in giudicato.

Come ha scritto Mario Calabresi ieri (figlio di Luigi Calabresi, ucciso da un commando di Lotta Continua nel 1972) "non devono esistere zone franche per chi ha ucciso. La giustizia è stata finalmente rispettata. Ma non riesco a provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo".

Forse potremmo approfittare di questi arresti e del loro ritorno in Italia per fare anche qui quello che è stato fatto in Sudafrica alla fine dell'apartheid.

Chiudere gli anni di piombo facendo luce su tutte le zone d'ombra, comprese le responsabilità di pezzi delle istituzioni su tanti episodi (cominciando dalla strage di piazza Fontana su cui si aspetta sempre i nomi dei mandanti).

La destra italiana può tanto esultare, per questo barlume di giustizia che non rinfrancherà del tutto i parenti delle vittime, ma per ridare completa credibilità allo Stato, al nostro stato, servirà qualche passo in più.

Ieri sera su La7 nello speciale sulla mafia si parlava del delitto Borsellino, alla luce delle "nuove" dichiarazioni di Maurizio Avola.

Passati più di venti anni, l'unica cosa certa è il depistaggio di stato con la falsa pista Scarantino, conosciamo alcuni dei mafiosi presenti in via D'Amelio, ma ancora non sono chiari i perché. C'entrava la trattativa che si stava imbastendo con la mafia dopo Capaci? C'entrava il dossier su mafia e appalti?

Dunque, quanto successo ieri non può definirsi vendetta, ma il percorso per dare giustizia a tutte le vittime del terrorismo, nero e rosso, e ridare credibilità alle istituzioni, la strada è lunga.

27 aprile 2021

Perdenti di Gianluca Ferraris

 


Ettore Capobianchi uscì tirandosi alle spalle il portone. Baldo, che durante il breve tragitto in ascensore non aveva smesso di saltellare intorno al suo padrone rivolgendogli piccoli guaiti disperati, strattonò subito il guinzaglio puntando al platano più vicino. L'uomo diede il massimo di lenza e lo seguì di buon passo.

C'è una Milano raccontata dalle pagine dei giornali: gli aperitivi, i palazzi a specchio, la gente sempre di corsa, perché Milano non si ferma.

E poi c'è un'altra Milano, quella dei “perdenti”, quelli che stanno in fondo alle classifiche, che si devono arrangiare in qualche modo per campare. Come il signor Ettore Capobianchi, che dopo aver portato a spasso il suo cane, scopre che la porta di casa del suo vicino è rimasta aperta e che dentro c'è il cadavere del suo proprietario.

Non c’era nulla di strano, a parte due sedie rovesciate. E il morto, naturalmente. Ettore Capobianchi non si avvicinò per tastargli la vena sul collo né urlò.

Tra i “perdenti” di questa storia c'è anche l'uomo triste, che avrà un nome e una storia solo alla fine del romanzo: è uno di quelli che non è riuscito a costruirsi nulla di solido nella vita, uno che ha perso quasi tutto e che ora può solo galleggiare, cercando un piacere effimero che anestetizzi per qualche ora il suo dolore tra night club e locali per uomini soli.

L’uomo triste si accomodò sulla poltrona e sfregò l’assegno che teneva piegato tra pollice e indice, come aveva preso a fare da qualche tempo. La donna, in piedi di fronte a lui, aveva un sorriso da Gioconda che ne amplificava l’inespressività degli occhi.

Ci sono poi persone come il protagonista, l'avvocato Lorenzo Ligas, io narrante di questo legal thriller, che sono diventati “perdenti”, pur provenendo dall'altra Milano, quella delle luci, del lusso, del buon vestire e dei locali esclusivi.

La pratica di sbronzarmi e poi finire a letto con sconosciute dal comportamento sessuale nella migliore delle ipotesi disinvolto si è già rivelata nociva per la mia salute

Lo conosciamo subito dopo aver incontrato il morto, Emanuele Farinetti poliziotto e il signor Ettore. Si chiama Lorenzo Ligas avvocato e socio dello studio legale Petrillo Chieffi Ligas, di cui è il penalista, un lieve problema di autismo che gli consente di ricordare eventi e brani letti anni fa (e rimasti conservati da qualche parte nel suo cervello), una passione per i vestiti di marca, per le serie televisive dove si parla di indagini, poliziotti e avvocati.

Studi brillanti nel passato ma in presente che sta franando: una ex moglie ex che sta pensando di trasferirsi in Svizzera per lavoro, rendendogli difficile vedere la figlia, Laura di otto anni.

La cattiva abitudine di prendere appuntamenti al buio con donne incontrate su Tinder, e una brutta dipendenza dall'alcool che lo rende poco lucido, dimenticandosi qualche appuntamento in studio, fino a quando i soci non lo mettono alla porta

.. è meglio per tutti, anche per la reputazione dello studio, se ti prendi semplicemente una pausa. La reputazione dello studio…”

Ma c'è un altro perdente in questo giallo, una delle tante meteore della musica pop italiane, Giacomo Nava, Jack Zero: è stato un cantante famoso grazie a quell'hit, unico, che ha suonato dappertutto. Poi più nulla, l'incapacità di scrivere altre canzoni di successo, la dipendenza dalla droga e uno sprofondare in gironi sempre più bassi, da festivalbar all'idroscalo milanese.

E' lui la persona che secondo la polizia ha ucciso il poliziotto: non ci sono dubbi, è stato visto litigare con la vittima per causa della ex moglie di Farinetti, ora la compagna del cantante. Non solo, una testimone lo ha pure visto “sulla scena del crimine” da una testimone.

E' il cliente giusto per l'avvocato Ligas: proprio di lui chiede il signor Nava, alias Jack Zero, al magistrato che lo sta interrogando. L'ex meteora della canzone leggera italiana sarà difesa dal quasi ex avvocato, cacciato fuori dal suo studio, che però a questo caso si aggrappa come un naufrago alla zavorra.

Perché, sebbene sembri la classica causa persa in partenza, Ligas è convinto dell'innocenza dell'assistito e poi il nostro avvocato è uno che crede nel mestiere che fa: garantire alla persona che ha affidato a lui la sua libertà (e che ora è finita dietro le sbarre a San Vittore) la migliore difesa.

Cominciando a chiedersi chi altri poteva avercela col poliziotto: in modo metodico compila una sua lista

Ex moglie

Figlia

Amante

Creditori

Ricattatori

Non solo, l'indagine della polizia è stata a dir poco grossolana, non hanno cercato altri presunti colpevoli oltre il cantante in disgrazia, hanno tralasciato di fare verifiche importanti sulla scena dell'omicidio, come se ci fosse qualcosa di personale contro l'indiziato. Come se ..

E in questi dubbi, indagando laddove la Mobile non aveva guardato, tra le pieghe della vita del morto, che Ligas inizia a scoprire qualcosa.

Negli ultimi tempi il poliziotto era nervoso, più aggressivo con la ex moglie, a cui aveva smesso di dare i soldi.

«Era un uomo triste e arrabbiato.»

«Si spieghi meglio.»

«Era sempre a caccia di soldi, oppure di donne. Prostitute, ragazzine, night… Beveva, anche. Troppo. E sul lavoro era diventato ingestibile.»

Sono tanti i punti oscuri sulla vita di Farinetti e sulla sua morte, per questo Ligas si fa aiutare in questo da un'hacker, Daniela Scandura “Security consultant” che in modo non proprio legali, gli consentirà di fare luce su tutto. E forse Jack Zero è solo la persona che si è trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato, mentre le persone che conoscevano il morto hanno tante domande a cui rispondere, tanti perché da chiarire.

Nel corso del racconto l'autore lascia, qua e là, delle tracce che portano all'assassino (come giusto che sia in un giallo) che confesserà tutto in un colpo di scena finale.

Ma in questo romanzo si parla anche della condizione carceraria, di come oggi il carcere sia concepito più come uno strumento di pena e non di redenzione, “non si vuole più condannare un reato ma punire un reo”. Nessuna pietà per chi sta dentro, “nessuna condanna è sufficiente”, gettiamo la chiave e via. E a chi importa di come si vive dietro una porta chiusa a chiave.

C'è il popolo che reclama la sua condanna e fuori del palazzo di giustizia c'è il mondo dei giornalisti pronto a soddisfare la sua fame: non tutti i giornalisti sono così, l'autore dedica un cameo ad alcuni personaggi letterari con taccuino in mano pronti a raccontare del delitto e delle accuse contro Jack Zero

Riconosco Enrico Radeschi del Corriere, Gabriele Sarfatti di Scenario, Steno Molteni della Notte. I migliori.

Nel romanzo dei perdenti la Milano che viene fuori è diversa da quella stereotipata: una città dove, diversamente dai tempi di Giorgio Scerbanenco, la gente è stanca, sfinita, “l’ultima grande metropoli di una nazione che sta affondando all’estremità di un continente affamato”, Ferraris, tramite il suo personaggio, la definisce “una metropoli antisesso, vista l’enfasi e la carica quasi erotica che i suoi abitanti preferiscono investire su denaro, successo e carriera”.

Ma questa storia di perdenti sarà anche una storia di riscatto, per Ligas prima di tutto: l'occasione per scrollarsi di dosso tutta la ruggine e dimostrare ancora di essere vivo.

La scheda del libro sul sito di Piemme editore

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Report – la guerra in Vaticano e il giallo veneto

Chi ha messo una microspia nell'ufficio del revisore dei conti in Vaticano? Come mai Crisanti non lavora più nella sanità veneta? Chi sono quei politici che stanno in due partiti prendendo due volte il 2xmille?

Il doppio due per mille di Luca Chianca

A chi danno il 2xmille gli elettori della Lega? Alla vecchia Lega o alla nuova?

La vecchia Lega nord, anche se non si presenta alle elezioni, continuerà a prendere soldi perché è sufficiente che qualche rappresentante eletto si dichiari vicino alla lega di Bossi.

Lo ha ammesso il commissario della commissione che verifica lo statuto dei partiti, Amedeo Federici, consapevole che le domande di Report lo avrebbero portato in un ginepraio.

E' come se ci fosse una newco, la lega per Salvini premier e poi una bad company, che ha in pancia i 49ml da restituire allo Stato. Ma entrambe percepiscono il 2xmille, sebbene la vecchia Lega non abbia agibilità politica e non si presenta alle elezioni.

Se nessuno vota la vecchia Lega come mai prende ancora il 2 per mille? I due partiti sono stati messi in piedi per la truffa dei 49 ml da restituire, per i finti rimborsi elettorali: la procura di Genova non è riuscita a trovare i soldi nelle leghe locali, per una serie di contenzioni sorti sul territorio, e così si è deciso di fare questo accordo, per cui i 49ml saranno restituiti in 70 anni.

I membri della vecchia Lega nord sono pochi, tra questi Giovanni Fava: aveva chiesto di poter usare il simbolo del partito alle elezioni locali a Igor Iezzi, commissario della Lega indicato da Salvini. Ma ha ricevuto un no come risposta: la vecchia Lega non potrà presentare liste nei comuni, nessuna agibilità politica: è un partito tenuto in piedi solo per prendere i soldi pubblici da ridare allo stato per una truffa sui soldi pubblici.

Una doppia truffa e una beffa alla procura, ma purtroppo rispettando le leggi: una storia paradossale ma legittima, spiega Federici, presidente della commissione che certifica gli statuti dei partiti (e così prendere il 2xmille).

Se la Lega decidesse di non pagare, nemmeno ci si potrebbe rifare sulla Lega di Salvini, che pure raccoglie il suo 2xmille dal 2018, sono 7ml di euro, un bel gruzzolo.

La Lega di Salvini ha una bella liquidità che potrebbero essere dati allo Stato, ma forse – commentava ironicamente il consulente di Report Bellavia - la lega di Salvini non ha nulla a che fare con la lega di Bossi.

Una bella confusione, tanto che molti eurodeputati nemmeno sanno se sono stati eletti da una parte o dall'altra. E anche il simbolo di Alberto da Giussano, appare e scompare a seconda della convenienza: sul sito che raccoglie il 2xmille per esempio lo mette in bella mostra.

Le due leghe hanno due statuti dove si fa divieto di far parte di due partiti diversi: ma Iezzi, Fontana, Centemero e Calderoli fanno parte delle due Leghe.

Tutto regolare? Beh, il presidente Federici non può controllare, non ha poteri di polizia: “lo chieda al legislatore .. ”

E chi sarà mai questo legislatore?

La cimice nella stanza del revisore del papa

I magazzini Harrod's sono il simbolo di uno degli investimenti più opachi della santa sede: oggi non vale più di 290 ml di euro e fu pagato 400ml di euro.

Il palazzo di Londra è stato gestito dal broker Fincione, nel passato si era occupato delle pensioni di Enasarco: nel 2013 fu chiamato dal Vaticano e dalla segreteria di Stato per gestire i suoi fondi, soldi usati per le scalate bancarie.

Le voci su questo investimento arrivano al papa, che mette un uomo di fiducia per sbrogliare la matassa, fa dimettere dalla segreteria di Stato il cardinale Becciu ma lasciando al loro posto alcuni collaboratori dell'ex sostituto segretario (come Perlasca, Tirabassi).

Nella scorsa puntata di Report attorno a questa vicenda era emersa anche una storia di ricatti, messa in piedi da Tirabassi (un funzionario laico), capace di influenzare le scelte dei preti in Vaticano grazie a video compromettenti e ottenere così commissioni milionarie fatte passare attraverso società offshore.

Monsignor Perlasca, collaboratore di Becciu, aveva paura di dover giustificare l'investimento di Londra a Libero Milone (ex presidente di Deloitte Italia, che aveva gestito dossier delicati come quelli di Parmalat e Fiat), nominato dal papa revisore generale della Santa Sede (e anche gli investimenti della segreteria di Stato di Becciu), che proprio nel 2015 aveva iniziato a ficcare il naso negli investimenti a Londra del Vaticano

ho visto dei documenti contabili che dicevano che c'erano investimenti a Londra, allora ho chiesto i documenti che non mi sono mai stati dati ”

Milone chiede un incontro coi vertici della segreteria di Stato e coi collaboratori laici, ma furono sempre stati “rimbalzati”. Milone scopre anche che i soldi della donazione finiscono anche in conti correnti del responsabile dell'ente, un errore, gli fu detto.

Il santo padre chiese di indagare anche sull'AFSA, l'ente che gestisce gli immobili: anche qui furono trovati documenti di investimenti rischiosi.

Il Vaticano si è sempre opposto alla pillola del giorno dopo, ha sempre fatto pressioni sui farmacisti affinché facessero obiezione: suona strano allora che il Vaticano e Afsa abbia investito in società farmaceutiche come la Sandoz, che quelle pillole le produce.

Un paradosso incredibile del Vaticano, segnalato dall'ufficio di Milone al papa e alla fine le quote furono vendute.

Dopo pochi mesi l'ufficio di Milone subisce una intrusione, anticipata dall'uomo degli intrighi, Luigi Bisignani: qualcuno entrò nel suo ufficio senza fare nessuna infrazione, e aveva installato un malware per trasferire documenti verso l'esterno.

Chi era entrato aveva le chiavi e non si era occupato solo di pc, ma aveva installato anche una microspia: chi l'aveva messo era interessato alle segnalazioni anonime che riceveva, come quella che parlava di Becciu e dei contributi non versati all'inps.

Questo foglio di carta con la segnalazione su Becciu fu depositata nell'archivio nell'ufficio di Milone, ma dopo qualche mese il cardinale convocò proprio Milone contestandogli quel pezzo di carta, che non avrebbe dovuto conoscere, accusandolo di averlo usato fare dossieraggio.

Libero Milone subisce una perquisizione dell'ufficio da parte della gendarmeria, viene interrogato per ore con l'accusa di dossieraggio, di peculato e così Milone e il suo aggiunto furono costretti alle dimissioni.

Cosa ancora più strana, Milone dovette firmare una lettera di dimissioni retrodatata, con la minaccia di rivelare alla stampa e alla famiglia dell'accusa di peculato.

Chi ha messo la microspia nell'ufficio di Milone? Chi aveva timore del revisore indipendente, che stava “ficcando il naso” negli investimenti della segreteria di Stato, come il palazzo di Londra?

Milone è una delle ultime vittime tra i revisori che hanno cercato di fare luce sui conti del Vaticano: già nel 2010 Ratzinger aveva incaricato il cardinale Nicora di mettere in piedi una struttura di controllo in Vaticano, l'AIF, la prima struttura anti riciclaggio, con a capo un ex funzionario della banca d'Italia, De Pasquale.

Il Vaticano stava infatti finendo nella lista dei paesi pirata: ma il direttore dello IOR mise dei paletti all'AIF, che non poteva indagare sulle operazioni antecedenti alla sua istituzione.

Altri paletti furono messi dalla segreteria di Stato che riscrisse il codice dell'AIF nel 2012, facendo dei passi indietro: la segreteria mise sotto controllo di monsignor Balestrero l'azione dell'AIF in Europa, poi finito sotto indagine per riciclaggio.

La riforma voluta da Ratzinger fu così depotenziata che fino alla fine del 2017 non esisteva in Vaticano alcun processo per riciclaggio: primo perché le norme per contrastarlo erano troppo complesse da applicare, e poi perché la segreteria di Stato ha sempre cercato di sottrarsi al controllo dell'AIF.

Tra i flussi di denaro che non dovevano arrivare al controllo dell'AIF erano quelli che passavano attraverso l'ambasciata iraniana: il giornalista di Report è venuto in possesso di un documento del 2011 in cui la segreteria di Stato vaticana autorizzata l'ambasciata dell'Iran a depositare in contanti il denaro presso il loro conto allo IOR e poi a far uscire i soldi tramite bonifico. Un'autorizzazione inusuale che, tecnicamente, consente di fare riciclaggio di denaro sporco. E poi, come mai questa autorizzazione dall'ambasciata?

In Italia l'ambasciata iraniana queste operazioni non può farle, sarebbero segnalate immediatamente alle autorità competenti.

Il cardinal Nicora viene sostituito da un avvocato svizzero, ex consulente della segreteria vaticana, un uomo legato al dipartimento di stato americano.

Al posto di Di Pasquale il genero dell'ex presidente della banca d'Italia Fazio, de Ruzza, oggi indagato per la vicenda dell'investimento londinese.

L'indipendenza dei revisori, come l'indipendenza dei controllori, degli scienziati, non è sempre una dote apprezzata.

La seconda ondata della pandemia in Veneto 

Quella del dossier del dottor Crisanti ricorda la storia del ricercatore dell'Oms Zambon: anche qui c'è un documento che non deve veder la luce perché metterebbe in imbarazzo chi è al potere.

Crisanti aveva gestito la prima ondata del covid in Veneta: testare coi tamponi e tracciare, il modello Vo Euganeo, un modello celebrato in tutto il mondo.

Durante la seconda ondata le cose si sono messe male: è successo in Veneto quello che era successo in Lombardia a Bergamo.

La regione ha deciso di scaricare Crisanti, per dimostrare che era solo merito loro la buona gestione in regione: rispetto alla media nazionale, qui ci sono stati più deceduti e più ricoveri.

Duemila decessi in più perché?

Colpa della folata di vento fuori dal comune, un virus con una sintomatologia più aggressiva, ha cercato di spiegare il presidente Zaia. Ma era cambiata la strategia della regione che ha investito molto nei tamponi rapidi, che era il test di riferimento anche nelle strutture per anziani.

Così le RSA si sono trasformate in focolai, dopo che diversi test rapidi si sono rivelati falsi negativi: ogni 4 giorni il test molecolare non si può fare – si è giustificato Zaia.

Eppure Crisanti aveva fatto uno studio sull'efficacia dei tamponi rapidi dell'azienda Abbott, scoprendo che fallivano nel 30% dei casi.

Il direttore della sanità Flor spiega che non c'era una autorizzazione per fare quello studio e che quello studio non esiste: ma lo studio esisteeccome , Crisanti lo aveva inviato proprio a Flor su input dell'unità di crisi dell'ospedale di Padova.

Ma i due primari che aveva chiesto lo studio prima smentiscono il lavoro di Crisanti perché – racconta Report – avevano subito delle minacce dal direttore generale Flor (“siamo stati presi per il collo”).

A microfono spento, Luciano Flor, spiega ha bloccato lo studio di Crisanti sui tamponi: “Detto inter nos la ditta ci fa causa quindi meglio dire lo studio non c’è. Cazzo, glielo dico sette volte e non capisce…” dice di Crisanti.

“Ora lui, cazzo, è un puro. È un ingenuo. Non riesce a star zitto”.

Meglio essere ingenui come Crisanti oppure dei cinici calcolatori come questi dirigenti della sanità? Chi è indipendente e puro non è governabile, poteva mettere in crisi la strategia della sanità veneta, quella dei tamponi rapidi.

La regione è rimasta in zona gialla, nonostante i morti nelle RSA e nonostante l'occupazione dei posti negli ospedali: nessun lockdown è stato fatto in regione, il virus ha così potuto circolare bene di paese in paese, di famiglia in famiglia.

L'istituzione di una zona rossa quante persone avrebbe salvato? Negli ospedali e nelle RSA anche: i medici avevano lanciato il grido d'allarme a novembre e dicembre.

Avevano chiesto l'aiuto all'ex senatrice Laura Puppato, ex medico, questi medici: la senatrice denuncia la situazione negli ospedali nel trevigiano, come nell'ospedale di Montebelluna.

Arrivò così una ispezione, annunciata da una settimana, che non rilevò nulla: anche qui c'è un giallo, perché si parla di alcuni pazienti spostati e di alcuni medici spostati per abbellire la situazione, prima dell'ispezione.

Il dissenso (contro la regione Veneto che era rimasta in zona gialla) non è amato in regione Veneto (come in altre regioni): se ti esponi mediaticamente vieni fucilato immediatamente – racconta un medico in anonimo, ha paura di denunciare anche il presidente dell'Associazione medici di base.

La regione ha dichiarato mille posti letto in terapia intensiva, un numero che le ha consentito di rimanere in zona gialla: ma erano numeri contestati, numeri gonfiati, perché non erano posti reali, non c'era un numero di anestesisti a sufficienza.

Colpa dell'ISS, ha spiegato Flor, che ha ricevuto i dati della regione Veneto e ha applicato solo l'algoritmo.

Come mai se la regione Veneto è così brava a tracciare (fino all'85% diceva Zaia), non è stata capace di bloccare l'infezione?

Il giornalista di Report ha raccontato storie di diversi cittadini secondo cui il tracciamento è saltato in regione a novembre, riportando tante storie di infetti che non sono mai state contattate per risalire ai contatti.

Non solo, per un certo periodo la regione non inviò i dati all'ISS, perché era in corso la migrazione dei sistemi: anche qui, stranamente, l'ISS lasciò la regione in zona gialla.

Altra stranezza è quella degli asintomatici: i tracciatori avevano notato un inghippo nella procedura di inserimento dati, per cui le persone venivano inserite in default come asintomatiche (il dato era precompilato). Il sintomo era uno dei fattori che indicava se il sistema sanitario poteva reggere, le strutture sanitarie non sono sotto pressione: un problema tecnico, ammette la dirigente della regione Veneto.

A novembre in Veneto gli asintomatici erano il 95%, dato riportato dalla regione, mentre in Italia il dato medio era al 60%.

In Sicilia, come racconta il servizio di Walter Molino, si è arrivati al cinismo di voler spalmare i morti, per abbellire i numeri e salvaguardare l'economia di una regione.