La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia
Prologo di
Piergiorgio Morosini
Correva l’anno
1979. Lo storico statunitense Christopher Lasch, tra gli
intellettuali più originali e riflessivi dell’epoca, pubblicava
“La cultura del narcisismo”. La sua analisi sulle tendenze delle
società occidentali più avanzate profetizza il destino dei
rapporti tra cittadino e istituzioni: “Nel mondo contemporaneo la
democrazia corre seri rischi non tanto per l’intolleranza quanto
per l’indifferenza”. È un richiamo a riscoprire il valore della
partecipazione civica, del confronto pubblico, dell’impegno
collettivo. Perché la democrazia non si difende solo dai suoi
nemici, ma soprattutto si nutre della passione e della
responsabilità dei suoi cittadini. Alla base della denuncia di Lasch
troviamo i guasti dell’individualismo e del consumismo.
Il 22 e il 23 marzo
prossimi andremo a votare per il referendum confermativo su quella
che viene chiamata riforma Nordio sulla giustizia, un disegno di
legge che la maggioranza di destra ha imposto al Parlamento e che
andrà a toccare ben sette articoli della nostra Costituzione.
Cosa contiene questa
riforma che viene presentata, dai suoi sostenitori, come uno
strumento per rendere la giustizia più giusta, per togliere di mezzo
il vulnus delle correnti nella magistratura?
Qual è invece il
vero disegno che sta dietro a questa riforma, che vede tra i suoi
padri il venerabile Licio Gelli (a capo della loggia P2, una
struttura deviata che è stata al centro di tante pagine buie della
nostra storia) e di Silvio Berlusconi, il più volte presidente del
consiglio condannato per frode fiscale nel 2013?
E di cosa avrebbe
bisogno veramente la giustizia italiana per essere veramente
“democratica” e rispettosa dei principi della nostra
Costituzione?
Il punto di vista dei due autori di questo libro,
la giornalista del Fatto Quotidiano Antonella Mascali e il presidente
del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, è chiaro sin dal
sottotitolo: questa riforma è lo strumento con cui questa
maggioranza che sta governando il paese intende sottomettere la
giustizia al potere esecutivo.
Lo si capisce
andando a leggere in controluce i punti salienti dentro questa
riforma, la separazione delle carriere, il doppio CSM che spacca
l’unità della magistratura.
Solo una parte
residuale di magistrati o giudici cambia funzione ogni anno, andando
anche a cambiare regione, se questo fosse stato il vero obiettivo
della riforma non serviva cambiare tutti quegli articoli della
Costituzione.
E che dire del
giudice che ora, separato dal magistrato, diventa improvvisamente
terzo e con le stesse armi dell’avvocato della difesa? Magistrato
inquirente e avvocato non hanno lo stesso ruolo di fronte alla legge,
il magistrato infatti ha l’obbligo di trovare prove a favore
dell’imputato, l’avvocato no.
Se si deve separare
la funzione inquirente da quella giudicante per togliere di mezzo
quel legame di sudditanza, perché non separare anche i giudici dei
vari gradi?
C’è poi il la
questione dell’alta Corte di giustizia che gestirà le sanzioni
disciplinari dove aumenta la quota dei politici.
Chi governerà
l’azione disciplinare contro questo o quel magistrato? Sarà la
politica o, addirittura, il ministro della Giustizia? E quale giudice
avrà voglia di mettersi di mettersi contro il potente di turno,
magari un protetto della maggioranza, sapendo che rischia un
procedimento disciplinare?
Dicono, i signori
del si, che con questa riforma finalmente, si ferma l’intromissione
della magistratura nella vita politica: non devono essere più i
magistrati a decidere su come gestire i flussi degli immigrati, sulle
politiche industriali, su come gestire gli appalti, su come devono
essere progettati i ponti sullo stretto. Di fatto è una perfetta
ammissione di quello che è il vero obiettivo di questa riforma:
creare un nuovo magistrati che abbia le mani legate, che non si
intrometta, come ha fatto la corte dei conti, sul progetto del ponte
sullo stretto di Messina. Che non si permetta di bloccare la
deportazione dei migranti verso il CPR in Albania.
Perché oltre alla
riforma Nordio, la maggioranza sta presentando altre “riforme”
molto pericolose: togliere l’obbligatorietà dell’azione penale,
togliere il controllo della polizia giudiziaria ai magistrati. Deve
essere il governo, senza più l’impiccio della magistratura con la
sua azione di controllo, a stabilire quali sono i reati da perseguire
e quelli da lasciare perdere.
È tutto fatto alla
luce del sole, basta mettere assieme i pezzi: la stretta sulle
indagini per i colletti bianchi col blocco delle intercettazioni a 45
giorni; l’abrogazione dell’abuso d’ufficio; l’obbligo di un
collegio di tre giudici per decidere dell’arresto di un imputato;
una stretta sul traffico di influenze.
E, dall’altra
parte, un giro di vite contro chi organizza i rave party (una vera
emergenza si dirà), contro chi manifesta anche pacificamente ma
blocca il traffico, il fermo preventivo per certi soggetti che
potenzialmente potrebbero creare problemi durante le manifestazioni..
Un doppiopesismo in termini di garantismo che denota bene quale sia
l’intento del governo Meloni (e anche di un pezzo di quella che
dovrebbe essere l’opposizione).
Di tutto questo
parlano, usando il meccanismo dell’intervista la giornalista e il
magistrato, articolata nei seguenti capitoli:
Cosa prevede la
riforma costituzionale
La separazione
delle carriere: una riforma inutile e pericolosa
Due CSM sulle
materie dell’hotel Champagne
Governo dei
giudici versus volontà popolare?
I nodi veri
della giustizia
Epilogo: il
giudice che verrà.. con le mani legate
Per fermare questa
riforma c’è bisogno dell’impegno di tutti i cittadini che hanno
a cuore questa Costituzione, non importa che siano di destra o di
sinistra. Perché, come scrive Morosini nel prologo, le democrazie
muoiono anche per colpa dell’indifferenza: la giustizia è un tema
che riguarda tutti noi.
Sul
Fatto Quotidiano trovate un estratto dal libro:
Il disegno di
legge Meloni-Nordio entrato a Montecitorio nel maggio del 2024, ha
raccolto i quattro “sì” da Camera e Senato, senza la modifica di
una virgola (…). Ora tocca ai cittadini, con il referendum (…).
La posta in gioco è alta. La riforma non si limita a separare le
carriere tra giudici e pubblici ministeri. Che è già un dato di
fatto. Ambisce a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a
liberare la politica da ogni controllo (…). L’approfondimento
sulle ragioni che ispirano le novità costituzionali, e l’indicazione
dei relativi pericoli, lo affidiamo a un dialogo. Ci è sembrata la
forma più corretta per i diversi ruoli ricoperti da chi scrive, un
magistrato e una giornalista di cronaca giudiziaria (…).
Governo dei
giudici versus volontà popolare?
A. M. La riforma
costituzionale su cui si terrà il referendum è stata firmata da un
magistrato in pensione, il ministro della Giustizia Nordio. Ed è
fortemente voluta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Alfredo Mantovano. Anch’egli magistrato, attualmente fuori ruolo,
vanta pregresse esperienze di parlamentare e di viceministro
dell’Interno in uno dei governi Berlusconi, secondo una prassi che
tanti politici hanno definito delle “porte girevoli”. Tra i più
ascoltati dalla premier Giorgia Meloni, è impegnato in prima linea
in una narrazione che denuncia la volontà dei magistrati di
sostituirsi al Parlamento e al governo. Lo ha ribadito lui stesso nel
giorno del voto definitivo per la riforma in Senato, il 30 ottobre
2025. Inoltre, nella trasmissione di Rai1 5 minuti (ripresa
dall’Ansa), sempre Mantovano ha replicato all’accusa di “volere
i pieni poteri” rivolta dalle opposizioni al governo, sostenendo
che “i pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la
politica dell’immigrazione impedendo le espulsioni”, “di chi
blocca la politica industriale fermando gli impianti”; “di chi
non dà seguito alle indagini per i disordini a Roma”.
PG. M. In quelle
affermazioni c’è il carburante ideologico-culturale di una volontà
di “reagire” della politica al ruolo assunto negli ultimi anni
dai giudici nelle istituzioni e nella società. Si colgono le ragioni
profonde dell’iniziativa costituzionale di cui si discute, non
riducibili alle sole dinamiche della giustizia penale, che aveva in
mente la “riforma epocale” proposta nel 2011 da Silvio
Berlusconi. La posta in gioco coinvolge la giustizia tout court e le
sue implicazioni oggi più sensibili, su immigrazione, lavoro,
ambiente, famiglia e altro. Terreni su cui possono manifestarsi punti
di crisi tra indirizzi politici e valori fondanti ricavabili da norme
costituzionali o euro-unitarie. (…). Dagli anni Sessanta, ai
giudici si rivolgono privati o soggetti collettivi che non trovano
ascolto in altre sedi istituzionali per il riconoscimento dei loro
diritti. Più il parlamento è lento, o il suo intervento è frenato
dalla forza di interessi particolari o dalla mancanza di un forte
consenso sociale, maggiore è la ricerca del varco giudiziario
impugnando la Costituzione. Ieri erano questioni di sicurezza sul
lavoro, ambiente, fine vita. Oggi, sono pure tutele che riguardano il
lavoro precario, i flussi migratori, le minoranze lgbtqia+. Il
giudice, a differenza del politico o dell’amministratore, ha il
do-ve-re di decidere e non può sottrarsi. (..).
Epilogo: il
giudice che verrà… con le mani legate
L’obiettivo
vero della riforma costituzionale è liberarsi di una magistratura
che non può essere addomesticata da altri poteri. E lo si persegue
smantellando istituti nevralgici per i costituenti del 1948, quali il
Csm e la carriera unica per giudici e pubblici ministeri. Con quelle
garanzie, da corpo di funzionari, pezzo della burocrazia dello Stato,
la magistratura è diventata un potere autonomo, variabile
indipendente dagli equilibri politici contingenti e come tale
incontrollabile. Ma tutto questo non è in sintonia con l’idea di
Stato che oggi si sta affermando un po’ ovunque nel mondo. E in
particolare, con quella idea di magistratura “che deve collaborare
col Governo”, e come tale deve essere innocua, silenziosa,
ubbidiente, docile. (…).
Delegittimazione
e tentativi di intimidazione dei giudici che si occupano di questioni
politicamente sensibili, assieme al depotenziamento degli strumenti
utili al controllo di legalità nelle istituzioni e nei circuiti
economico-finanziari, sono il prologo della riforma costituzionale.
Così le ragioni ufficialmente espresse per giustificarla, suonano
formali e pretestuose. Non è credibile la tesi di una separazione
delle carriere necessaria a garantire finalmente la “terzietà”
del giudice. Già ora, in Italia, le richieste dei pubblici ministeri
una volta su due sono bocciate dal giudice. (…). Il vero fulcro
della riforma sta nell’indebolimento del Consiglio superiore della
magistratura. È l’organo a difesa della indipendenza di tutte le
toghe, quindi anche dei giudici, civili e penali. Con il pretesto
della lotta al correntismo giudiziario, lo si smembra, lo si priva
della competenza disciplinare e lo si cambia nella sua composizione.
Con il sorteggio dei componenti togati, secondo la logica dell’
“uno vale l’altro”, diventano decisivi i componenti laici che,
invece, sono scelti dalla maggioranza politica. Nelle mani di costoro
saranno i destini professionali di tutti i magistrati (…).
Oggi, la
magistratura italiana, compresa la Corte dei Conti, come peraltro la
Corte di giustizia dell’Unione europea e la Corte penale
internazionale, vengono vissute dalla maggioranza di governo come
organi di resistenza ai nuovi indirizzi politico-istituzionali. Per i
riformatori ciò che conta è solo chi vince le elezioni. E se è
vero che l’articolo 1 della Costituzione attribuisce la sovranità
al popolo quindi agli eletti; è altresì vero che la seconda parte
della disposizione vuole che quella sovranità sia esercitata nelle
forme e nei limiti previsti dalla legge e dalla Costituzione e,
quindi, con i necessari controlli da parte degli organi di garanzia,
magistratura compresa. Invece i fautori della riforma pretendono che
esecutivo, legislativo e giudiziario debbano sempre “collaborare”,
come in un “blocco unico”. (…).
Forse a qualcuno
sarebbe piaciuta di più una disposizione sul tipo di quella adottata
dallo Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è
amministrata in suo Nome dai Giudici che Egli istituisce”, magari
cambiando il termine “Re” con quello di Governo. O, se volete, di
Presidente del Consiglio.
La scheda del libro
sul sito PaperFirst
I
link per ordinare il libro su Ibs
e Amazon