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24 settembre 2018

Il capitale umano nel lavoro – le inchieste di Presadiretta


L'acqua pubblica (e quella che stiamo perdendo), i cambiamenti climatici (e gli effetti sulle nostre vite), la sicurezza nelle nostre città (cosa si sta sbagliando oggi e cosa si potrebbe fare).
Le inchieste di Presadiretta proseguono stasera con un servizio dedicato al mondo del lavoro: non è la prima volta che Iacona si occupa di lavoro, dopo le inchieste sugli effetti del jobs act (è un modello che crea nuovi posti di lavoro?) e sui lavoratori alla spina,persone che lavorano a ore, a giornate, la domenica, gratis.
Sono passati ormai tre anni dal jobs act, la riforma del governo Renzi, che ha sì creato nuovi contratti di lavoro, dato un impulso alla crescita dell'economia e del PIL.
Ma che ha contribuito a destrutturare un mondo del lavoro con sempre meno regole e tutele: siamo ancora distanti dalle ore di lavoro di prima della crisi e ancora più distanti in termini di salari e tutele.
Perché da noi il “capitale umano”, la benzina che fa andare avanti il mondo del lavoro, è così bistrattato?

Ma il servizio di Presadiretta farà un passo avanti andando a chiedersi cosa serve fare oggi per colmare il gap tra domanda e richiesta: la politica dovrebbe occuparsi di questo, visto che il capitalismo di Stato è un retaggio del passato.
Dovrebbe occuparsi cioè dei centri per l'impiego, di potenziare l'offerta per le scuole che formano quegli studenti che l'industria chiede (ovviamente per l'industria che è sostenibile nel nostro paese), di formazione per far sì che i disoccupati non siano tagliati fuori dal mondo lavorativo.
Di scuola e di università (visto che abbiamo il tasso di laureato tra i più bassi).

Alcuni di questi argomenti sono stati affrontati dai passati governi: l'alternanza scuola lavoro per esempio doveva servire ad avvicinare gli studenti di oggi alle imprese.
Ma senza controlli, si è spesso trasformata in manodopera gratis per fare lavori senza valore aggiunto.
Di centri per l'impiego dovrebbe occuparsi questo governo, che si dice del cambiamento ma che, almeno in ambito lavorativo, sta ancora facendo poco: si parla di flat tax, di reddito di cittadinanza (che dietro ha l'obbligo di svolgere lavori per il tuo comune, di dover valutare le offerte che ti arrivano, pena la perdita del sostegno). Ma non di potenziare questi uffici, che ad oggi hanno fallito il loro obiettivo: solo il 3% delle persone che vi ricorrono ottengono poi un lavoro.

Come per le altre inchieste, Presadiretta ha girato l'Italia per raccontare diverse realtà: come la Bonfiglioli a Rovereto, nel Trentino: si tratta di un'azienda internazionale altamente tecnologica che ha superato gli 800 ml di fatturato, che ha un piano di investimenti per 145 ml di euro in tre anni.
Erano in trenta, tre anni fa e oggi sono arrivati a 90 persone, assumendo persone nel territorio, con un contratto di tipo indeterminato.
Eppure fanno fatica a trovare lavoratori: i profili che servono sono nel ramo dei diplomati tecnici e degli ingegneri, con una esperienza nel settore.
Sono ancora pochi i diplomati dagli istituti tecnici e ancora meno gli ingegneri, ma la formazione specifica chi gliela dovrebbe dare?
Eppure gli investimenti in formazione sono oggetto di sgravi fiscali, per una legge del passato governo.

Presadiretta ha confrontato la situazione nei nostri centri per l'impiego con quelli di altri paesi europei: “in Europa la rete di centri per l’impiego garantisce sostegno e formazione a chi ha perso il posto di lavoro e favorisce l’incontro tra domanda e offerta”.
Dovrebbero offrire per esempio dei corsi di formazione come previsto dalla riforma del lavoro.
Ma, come racconta un dirigente di un centro a Campobasso, “non mi risulta che ci siano corsi organizzati per lavoratori”: in tre anni dal jobs act nemmeno un corso.
Come mai? “E' una domanda che dovremmo fare allo stato e alle regioni” la disarmante risposta.
Come a dire che la riforma di Renzi è stata monca almeno in questo punto e non solo in questo: carente dal punto di vista dei controlli (gli ispettori del lavoro che sono rimasti nel limbo, come raccontato in una precedente inchiesta), i centri con computer vecchi o con computer non in rete.
I sistemi che non dialogano tra loro perché disallineati: “ogni posizione lavorativa va ricostruita a mano sulla base di più banche dati che non sono nemmeno aggiornate”.
Non esiste cioè un unico sistema informatico centralizzato con dentro le domande dei disoccupati (e le loro esperienze lavorative) e le domande.
Così, domanda e offerta di lavoro non si potranno mai incontrare: è un problema che riguarda tutti i 552 centri per l'impiego italiani, mentre – racconta sempre la giornalista nel servizio

Alla Gefran (società che si occupa di automazione e sensori), i corsi di formazione li paga l'azienda e sono svolti durante l'orario di lavoro: come ad esempio il corso per “public speaking” cui Iacona ha potuto assistere.
Se le persone stanno meglio, lavorano meglio – racconta un dirigente dell'azienda: quello che cercano qui non è solo l'esperienza ma l'approccio al lavoro, improntato alla voglia di imparare.
Perché il lavoro che fai oggi non è detto che ci sia domani.
Qui essere donne e madri non è un handicap, non preclude le promozioni: “l'azienda sono le persone” racconta la responsabile del personale, Patrizia Belotti.
E la presidente Maria Chiara Franceschetti aggiunge “le persone hanno imparato ad imparare e questo ha fatto sì che oggi è il nostro capitale umano ..”.

Un'altra bella storia che verrà raccontata stasera riguarderà il Salone del lavoro organizzato a Foggia dall'Università:

Nella puntata di lunedì 24 settembre, intitolata “Capitale umano” e interamente dedicata al mondo del lavoro, la trasmissione “Presa diretta” curata e condotta da Riccardo Iacona (Rai Tre, ore 21,15) si occuperà anche del Salone del Lavoro e della Creatività dell’Università di Foggia. Segnatamente del grande successo della prima edizione, tenuta al Quartiere fieristico di Foggia dal 15 al 17 maggio scorsi (http://jobunifg.it/): oltre 7000 presenze in tre giorni, più di 6000 colloqui che si sono tradotti in 250 tra proposte di contratto e assunzioni vere e proprie, 60 aziende partecipanti che hanno sostenuto in media 50 colloqui al giorno (con punte anche di 250 relativamente alle aziende di dimensioni nazionali e internazionali): un risultato con pochi precedenti nelle politiche di reclutamento adottate dalle università italiane, certamente mai verificatosi prima tra gli atenei del Mezzogiorno. 
Un successo raccontato dall’inviata di “Presa diretta” Roberta Ferrari, che ha realizzato un servizio sul salone ascoltando le voci di aziende, studenti e laureati: umori, prospettive e soprattutto aspettative che lo hanno caratterizzato. Il Salone del Lavoro e della Creatività dell’Università di Foggia, nella puntata del 24 settembre, rappresenterà il “buon esempio” all’interno di un quadro generale – quello del mondo del lavoro in Italia – molto depresso e caratterizzato da burocrazia, incertezze, assenza di meritocrazia e precarietà. «È stata un’esperienza davvero straordinaria – commenta il Rettore dell’Università di Foggia, prof. Maurizio Ricci – che assolutamente dobbiamo ripetere, sempre in sintonia e col sostegno della Regione Puglia e degli altri partner. Un’esperienza che ha fatto registrare un successo enorme perché, chi ha ideato il Salone, ne ha indovinato l’unica possibile chiave di lettura: saltare la filiera della burocrazia, passare direttamente dall’offerta alla domanda di lavoro, mettendo di fronte necessità e bisogno, facendo dialogare persone e professioni che forse, almeno in Capitanata, non avevamo mai dialogato». 
E proprio all’ideatrice e organizzatrice del Salone del Lavoro e della Creatività, la dott.ssa Rita Saraò responsabile dell’Area Orientamento e Placement dell’Università di Foggia, l’Ateneo si sente di “dedicare idealmente” la puntata del 24 settembre di “Presa diretta”. «Se tutto ciò è successo – conclude il Rettore – lo dobbiamo a lei».


Il servizio partirà con un'intervista al presidente della Camera, Roberto Fico.

La scheda della puntata: Capitale umano
PresaDiretta nella puntata in onda su Rai3 lunedì 24 settembre alle 21.15, torna sul tema del lavoro, per capire come interrompere il cortocircuito che si crea quando la domanda e l’offerta non si incontrano e cosa bisogna fare per valorizzare davvero il Capitale Umano. Un viaggio tra le imprese, i lavoratori e i disoccupati, i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro che si occupano di formazione professionale.Un fenomeno che si chiama mismatch occupazionale, cioè la mancanza di incontro tra domanda e offerta. Confindustria ha calcolato che equivale a 250mila posti di lavoro che ogni anno vanno in fumo. Un problema che il mercato del lavoro italiano, con una disoccupazione attorno all’11%, non si può più permettere.
Come mai allora i Centri per l’impiego, le strutture pubbliche che dovrebbero mettere in contatto chi cerca lavoro con chi lo offre, non sono mai decollati? Perché non c’è una banca dati nazionale in grado di mettere in rete il fascicolo di un lavoratore a livello nazionale? I lavoratori italiani sono tra i meno “formati” d’Europa. Quanto perde il Sistema Italia a causa del deficit di investimenti sul Capitale Umano? E come vengono spesi i soldi pubblici destinati alla formazione professionale?
E poi ci sono le imprese che hanno capito che investire risorse e tempo sul Capitale Umano conviene. Imprese che hanno scelto la strada della formazione professionale permanente dei propri lavoratori. E la differenza si vede.
PresaDiretta è andata in un paese dove perdere il lavoro non fa paura. E’ l’Olanda, che ha un tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa e una rete di strutture per il contrasto alla disoccupazione e per la formazione professionale quasi interamente pubblica. Un modello che funziona.
CAPITALE UMANO” è un racconto di Riccardo Iacona con Marcello Brecciaroli, Roberta Ferrari, Paola Vecchia, Massimiliano Torchia, Pablo Castellani.

12 gennaio 2017

Fondata sul lavoro

La riforma del lavoro doveva spazzar via l'apartheid che separava lavoratori di serie A (i tutelati) e quelli di serie B (i precari).
Doveva consentire ai precari di sposarsi e persino di pianificare un futuro, una famiglia, dei figli.
Dove creare occupazione i cui numeri, gonfiati dagli sgravi contributivi (costati circa 20 miliardi) e da una loro presentazione parziale, ci sono stati sbattuti in faccia ogni giorno. Visto, cari gufi?

L'altro paese, quello che non vive nel mondo della narrazione, era invece alle prese coi problemi della scuola, degli insegnanti di sostegno che mancano, con la precarietà che è rimasta, con la disoccupazione giovanile.
Sappiamo, ce lo dice Boeri, che i voucher li ha usati perfino la CGIL, sebbene non aggiunga poi che l'uso dei pensionati dello SPI sia corretto mentre il problema consista nell'allargamento di questo strumento a troppe forme di lavoro.
Senza aver contribuito molto nell'emersione del nero.

La Consulta ha giudicato non ammissibile il quesito sul ripristino dell'art 18, uno dei tre referendum proposti dalla CGIL.
Quesito che non ripristinava il vecchio ma estendeva le tutele, per questo è stato bocciato: se ne congratula Poletti e Ichino ("sarebbe stato pericoloso l'allargamento dell'art 18"). 
Pericolosa la crina che stiamo prendendo: un paese diviso, in cui le tensioni sociali non sono risolte e dove la politica più che luogo di risoluzione dei problemi, sia luogo da tifo.

La Consulta ha deciso e così, il rispetto della nostra Costituzione è salvo.
Escludendo forse, il principio stabilito dal primo articolo (e non solo quello).

Sul blog di Gilioli trovo questa considerazione sulla modernità delle politiche sul lavoro:
E anche questi referendum abrogativi - sia quello bocciato sull'articolo 18, sia quello ammesso sui voucher - pongono oggi una semplice ma dirimente questione: è contemporaneità, è modernità, è futuro sostenibile la discontinuità acrobatica di reddito? È contemporaneità, è modernità, è futuro sostenibile una situazione in cui sempre più persone (e quasi tutte le nuove generazioni) sono costrette per sempre a raccattare "bullshit jobs"?Ecco, la domanda è tutta qui.Perché possiamo discutere tranquillamente sui cambiamenti strutturali dell'economia, su modelli di produzione postindustriali che non garantiscono più un lavoro a vita, su quello che già 17 anni fa Rifkin chiamava "modello hollywoodiano", cioè gruppi di lavoro che si mettono insieme per un obiettivo a termine (tipo fare un film) e poi ciao, si ricomincia da un'altra parte. Possiamo discutere di gig economy, di intelligenza artificiale e algoritmi che si mangiano più posti di lavoro di quanti non ne creino, di robotizzazione, di Uber, Foodora e altre app, insomma di tutto.Ma quello che non possiamo fare, se guardiamo al presente e all'immediato futuro, è pensare che tutto questo si traduca in un modello di società in cui nessuno può programmarsi decentemente l'esistenza per eccesso di rarefazione-saltuarietà di reddito.Non lo possiamo fare perché semplicemente non regge. Non regge a livello economico, non regge in termini di tenuta sociale, di coesione tra le persone, di convivenza civile.Altre che "avanguardia": non si può. Proprio non si può andare verso un modello così, non regge, non funziona. Il There is No Alternative di thatcheriana memoria si è rovesciato come un boomerang contro chi lo proponeva: non c'è oggi nessuna alternativa possibile che ideare e implementare strumenti che consentano una maggiore continuità di reddito nella crescente fascia di popolazione a cui questa continuità è negata.
Poi, di nuovo, possiamo discutere del come, perché sul campo le proposte sono infinite da sinistra da destra: reddito minimo universale o no, diminuzione dell'orario, tetti massimi agli stipendi, cogestione, redistribuzione attraverso patrimoniali o imposte sulla finanza - e possiamo parlare perfino di tassazione negativa, eccetera eccetera.Possiamo parlare di tutti i "come" possibili, purché si sgombri il campo dalla narrazione farlocca secondo cui sarebbe "modernità" un modello di società sempre più diseguale, con bullshit jobs e intermittenti redditi da fame per quasi tutti, mentre sarebbe "retroguardia" andare nella direzione opposta. Perché, semplicemente, è una truffa.

21 settembre 2015

Presa diretta: tutele crescenti

La domanda cui la puntata di Presa diretta ha cercato di rispondere era: Ma il jobs act ha creato veramente nuovi posti di lavoro?

Segnali postivi di crescita – dice il primo ministro nel tele messaggio ai telecittadini del paese: sono i dati dell'Istat sul lavoro (44mila occupati), sono i dati in decimi di percentuale sul pil e sui consumi, sono i cinquantenni che hanno un lavoro ma non per il jobs act, ma per la riforma delle pensioni (Fornero).
I dati dell'Istat indicano una crescita del PIL, dei consumi (0,3%): Renzi nell'intervista al Foglio parla di una svolta.
Siamo fuori dalla recessione - ripete Padoan: grazie alle riforme strutturali, sostegno alle imprese, sostegno alla competitività.
Sono le politiche del governo che sono enfatizzate: tra queste il jobs act, la riforma che ha tolto l'articolo 18, ma i numeri danno ragione al governo.
Ma il segno più è frutto del jobs act o degli sgravi ai nuovi contratti? Poletti, intervista spiega come i nuovi posti siano figli di entrambe le cause. Gli sgravi e la flessibilità nei contratti.
Ma quanto pesa una e quanto l'altra: da una parte c'è un costo per la collettività, dall'altra ci sono minori tutele per chi lavora.
Poletti è chiaro: la riforma è positiva, vogliamo aumentare il numero dei contratti a tempo indeterminato.
Ma la CGIL ha un'altra opinione in merito: il segno più è figlio della decontribuzione. Erano collaborazioni a progetto trasformate in contratti a tempo indeterminato internamente alle aziende.
Senza incentivi non ci sarebbero questi numeri: servivano incentivi sulla nuova occupazione e su periodi lunghi. Si è di fatto solo finanziato il turn over.
Questi sono i termini della discussione della riforma del lavoro.

I segni dell'Istat giustificano l'ottimismo del governo?
L'hashtag della puntata è stato #truffalavoro, per svelare i contratti truffa in Italia: è vero che ora le banche concedono i mutui, per esempio?

Il far west del mercato del lavoro: il primo servizio di Federico Ruffo a Napoli riguarda il mondo delle guardie giurate.
Il ponte”, si chiama l'intermediario per entrare nel mondo delle guardie giurate: a lui bisogna dare un regalo. Lui conosce le società che assumono.
Sono 20000 euro da dare all'azienda, a Napoli funziona così.
Si compra il posto di lavoro, sembra fantascienza.
Si lavora quasi gratis per un anno, e dopo due anni, passati gli sgravi, l'istituto può anche lasciarti a casa.

Il mondo del lavoro e degli annunci è questo: Federico Ruffo ha cercato negli annunci, tutti dicono che c'è la crisi, dunque niente colloqui, ti danno un lavoro ma niente assunzione.
Fuori dalla stazione di Tiburtina a Federico fissano un colloquio per un'azienda di pulizie.
Lì fuori si trovano i ragazzi che vendono porta a porta i contratti di luce e gas.
Niente fisso e niente rimborsi. Solo contratti a chiamata, a cottimo, senza assicurazioni sul lavoro: i ragazzi dicono che questo è l'unico lavoro che si trova in Italia.
Il colloquio per l'impresa di pulizie è una trappola: ti mandano porta a porta a vendere contratti Telecom e Acea.

Altro colloquio a Tor Marancia: l'azienda segue start up di imprese e cercano figure per aiutare clienti. G.D.O. Per esempio.
Il lavoro non è chiaro: è un altro porta a porta, per convincere la gente a cambiare il gestore del gas. Ovvero convincere la gente a cambiare contratto a qualunque costo.
Anche dicendo che si tratta di personale Enel, che devono fare controlli...
Le tutor di Federico si inventano una tassa nella fattura del gas, per intortare le persone contattate.
Una sorta di truffa, lo sanno anche loro.

L'obiettivo è far passare la gente da Acea a Enel energia, cambiando gestore: le tutor sono esperte nel lavorarsi gli anziani, che si fidano delle due ragazze, fanno vedere le fatture.
Molti anziani ci cascano: Enel lo sa, di queste truffe.

La società fa parte del gruppo Juice: nel sotterraneo della sede romana i venditori si allenano ad approciare la gente, le stesse scene mostrate nel film di Virzì “Tutta la vita davanti”.
“Juice on juice” è il grido!
Lavorare anche con la febbre, anche sotto la pioggia, anche carpendo la fiducia della gente.
Il manager dell'azienda si chiama Di Giacomo: Ruffo, una volta svelato il suo lavoro, gli ha chiesto conto di quello che fa.
Io non posso sapere cosa dice il venditore”,si difende il manager.
Tamara Carone ha lavorato nella filiale di Catania: prendeva 900 euro al mese ed era una delle più brave a vendere.
900 euro senza le spese: benzina, pasti, colazione. Al netto erano 500 euro: si viene pagati a contratto, e dunque ci si spingeva a vendere di più.
Non ha mai firmato un contratto, Tamara: solo un foglio word, senza valore legare.
La busta paga era un foglio excel: lo ha scritto nel blog intelligenzasprecata. Qualcuno l'ha minacciata per quello che ha scritto, i nomi delle aziende, le sedi delle società.

Torre del Greco: una società che gestisce call center, gli operatori vendono contratti telefonici.
Si viene assunti per turni misti, lunedì a sabato: 11 ore alla settimana.
Il compenso fisso è però variabile, legato ai contratti venduti: l'azienda fa pure una gara di produttività (sempre il film di Virzì).
Caserta: qui c'è la sede di un'altra società di call center, dove nemmeno si sa quanto si prende.
250 euro, fisso, poi un variabile a contratto: per arrivare al massimo a 800 euro al mese.

La formazione è non pagata: ti viene insegnato cosa dire ai clienti, ovvero convincerli a farsi aiutare per apparire su google.
Qui si trovano ragazzi che prendevano 3 euro lordi per contratti in altri call center, che pure non li hanno pagati.
Si inizia a lavorare senza aver firmato un contratto: nella sala ci sono operatori che chiamano piccole aziende che per conto di Google, cercano di aiutarle a far salire il ranking dei loro siti.
Ma in tempi di crisi è difficile.

Un contratto vale 1000 euro per l'azienda finale, meno per il call center. Ancora meno per chi lavora nel call center. 5 o 8 euro.

Il jobs act cosa dice sui call center? Fa eccezione proprio il settore dei call center: i contratti pre esistenti continueranno a lavorare così. Col far west.
Col fisso che c'è e poi sparisce. Con la parte variabile che è mortificante.
Poletti ha spiegato che se avessero posto paletti, i call center sarebbero scappati all'estero: se c'è un accordo sindacale si può mantenere i contratti di call center.
Che è un contratto a progetto, dunque senza turni né orari: la ma realtà è diversa. Nessuno controlla. Nemmeno il ministro.

Dalla rete arrivano le segnalazioni ai giornalisti in studio di Presadiretta: gli studi tecnici dove i laureati lavorano a partita iva, i dipendenti in cassa integrazione che lavorano in nero, cameriere che lavorano in nero...
I giovani laureati fanno ancora fatica a trovare lavoro, peggio di noi solo la Grecia: solo 1 su due trova subito lavoro.

Il contratto a tutele crescenti.
Entriamo a Melfi: qui sono stati assunti 1200 operai questa estate.
Qui si producono le 500 X della FCA: dopo 2 anni di cassa integrazione l'impianto nel 2014 è tornato ad essere produttivo.
Qui si produce anche la Renegade: sono le auto più vendute in Europa la 500 e la jeep, allora FCA ha assunto 1500 interinali. Assumiamo perché ne abbiamo bisogno, ma Marchionne ha apprezzato anche la possibilità di licenziare.
A maggio Renzi è andato a visitare Melfi: lo spot per il jobs act è stato fatto direttamente nello stabilimento lucano. Gli altri discutono, io sono il governo che fa, che crea le condizioni per il lavoro.
Chi sono i nuovi assunti? Diplomati e laureati alla prima occupazione, che sperano di rimanere in Fiat per anni. Perché qui non c'è niente, non ci sono altri lavori.
Vengono a lavorare qui anche da molto lontano, alzandosi all'alba, dopo due ore di viaggio.
14 ore di vita legati alla fabbrica: un sacrificio che si fa per un futuro.
Anche facendo il terzo turno, quello della notte: così alta la fame di lavoro che anche questo si accetta. Un lavoro.
L'alternativa è l'emigrazione.
Anche se sei laureato con 110 e lode sei ora un operaio.
Un lavoro come quello della Fiat in questa terra dimenticata dagli uomini è una benedizione”, dice uno di loro, laureato con 110 e lode.

Il 27 luglio la Fiat ha assunto 1500 interinali col contratto a tutele crescenti: col nuovo contratto non c'è obbligo di reintegro in caso di licenziamento, la Fiat accede agli sgravi del governo.
Un risparmio di 11 ml di euro, per tre anni: un regalo del governo alla Fiat, dicono i sindacalisti, anche quelli della Uilm, che hanno firmato gli accordi.
La Fiat doveva assumerli quei dipendenti: la loro assunzione era legata alle vendite.
Se poi i modelli non si vendono, questi 1500 neo assunti saranno allora licenziati?
De Palma, coordinatore Fiom, è convinto che la Fiat ha assunto perché doveva farlo, il jobs act è stato un regalo, perché Fiat doveva produrle le auto.
Ora gli assunti possono però essere licenziati.

La fabbrica sforna 1000 auto al giorno, un record internazionale: un record legato alla nuova tecnica di organizzazione del lavoro. È la posizione del lavoro dei lavoratori alla catena di montaggio, che porta ad una maggiore produttività degli operai che però si riposano di meno. Meno della BMW e meno della VW: si lavora 7 giorni su 7 giorno e notte, su 20 turni.
Anche per dieci giorni consecutivi.
Come topolini in un esperimento, dice una operaia, che si firma Ape operaia.

Ora Fiat ha messo un giorno di riposo tra i 6 giorni + 4: si lavora comunque con pochi secondi per operare sui pezzi. Il tempo di saturazione delle linee è vicino al 100%, da tenere per 7,5 ore.
Con tre pause da 10 minuti. Prima erano pause da 20 minuti.
Alla lunga è un ritmo che logora.

Emilio Fidanzio giornalista, segue la Fiat da anni: qui la Fiat si permette di chiedere condizioni agli operai che altrove non chiederebbe, perché non ci sono altre possibilità.
Nel contratto nazionale si lavora su 15 turni, al massimo: tre turni per cinque giorni. Al massimo uno straordinario la mattina.
Fiat ci guadagna dalla nuova organizzazione 10 minuti di pausa, per 7000 persone, per i giorni di lavoro: un bel ritorno dal punto di vista economico.
Un ritorno che non ha corrispondenze nella busta paga, più bassa dei colleghi degli altri stabilimenti.

È una sorta di prezzo da pagare per tenere il lavoro qui, dicono gli altri sindacalisti. Con lo scopo di ottenere poi migliori condizioni.
Come, non si sa. Visto che sono assunti con un contratto che rende più facile il licenziamento.
Ma non tutte le aziende dell'auto si comportano come FCA.

S Agata: la fabbrica Lamborghini (gruppo Audi).
La dimostrazione che in Italia si può produrre auto e rimanere sul mercato è qui: gli operai fanno una pausa a metà turno, lavorano di meno e sono più pagati.
Su 15 turni: sono previste nuove assunzioni che non sono figlie del jobs act, ma perchè l'azienda vuole produrre un nuovo modello.
Qui la Audi ha deciso di assumere non seguendo le scelte del governo e degli sgravi.
Alla Lamborghini l'azienda ha voluto aprire al dialogo con le RSU, per mantenere le tutele sui licenziamenti, per non avere in azienda operai di serie A o B.
Il nuovo contratto integrativo ha aumentato lo stipendio: 88 euro in più al mese senza aumenti di carichi di lavoro.
Qui si punta alla qualità del lavoro.

Nicola Patelli mostra i nuovi accordi sottoscritti in Emilia, dove si cerca di mantenere l'articolo 18, nei nuovi contratti: persino a Bologna, negli appalti pubblici, si è scelto di andare oltre il jobs act.
Il sindaco è del PD, Virgilio Merola.
Niente gare al massimo ribasso, mantenimento delle condizioni di lavoro precedenti al jobs act.

I furbetti del jobs act.
Ci sono tante aziende, come la Inalca (gruppo Cremonini), che ha licenziato per assumere poi le persone col jobs act.
Nel giro di qualche giorno, Inalca ha disdetto il contratto per un consorzio che produceva la carne, con l'obiettivo (è il sospetto dei dipendenti) di riassumerli a tempo indeterminato entro dicembre. Per prendere gli sgravi da 8000 euro.
Il jobs act non lo permetterebbe direttamente, ma se poi il lavoratore lo fai assumere da un'agenzia interinale per 6 mesi, lo puoi riassumere dopo con gli sgravi, diventa come una lavatrice.
Succede anche a Pordenone: prima il licenziamento e poi la promessa di essere riassunti dopo sei mesi. Succede a Parma. Cambi di appalto strumentali che sono stati denunciati all'ispettorato del lavoro.
In questo modo si gonfiano i numeri delle assunzioni e delle stabilizzazioni.
Poletti afferma che la norma è chiara: se aggiri la norma non hai diritto a ricevere gli sgravi, noi il fenomeno lo stiamo osservando. Rischiano il processo, assicura Poletti.

L'altro pericolo del jobs act è quello del licenziamento ingiusto: l'indennizzo dell'azienda è meno dell'incentivo e ci si guadagna pure.
Se si licenzia entro il primo anno non ci rimette (per un lavoratore da 22mila euro): dopo il secondo anno si risparmia anche 12mila euro.
Non sono stati previsti dei deterrenti, sugli aiuti indiscriminati: si doveva premiare chi assume di più, non chi fa turn over.

L'analisi di Marta Fana sui numeri del ministero: i contratti attivati sono 327mila, di questi due terzi sono trasformazioni, 117mila sono vera nuova occupazione.
Sono pochi, per tutti gli sforzi fatti e per le condizioni favorevoli al contorno: molti di questi sono poi over 55 anni in su.
Non stiamo aggredendo il dramma della disoccupazione giovanile: hanno precarizzato il lavoro stabile e non siamo riusciti fino ad oggi a spostare di molto l'occupazione – dice la segretaria Camusso.
È passata anche l'idea che un comportamento ingiusto (i licenziamenti senza causa) sia possibile, lecito.
Abbiamo svoltato, dicono al governo: ma questo è grazie al prezzo del petrolio, al QE di Draghi.
Gli effetti interni continuano a non vedersi.

L'intervista a Poletti- seconda parte.
Il contratto a tutele crescenti deve essere mantenuto strutturalmente: ma nel 2016 andremo a decalare la dose di sgravi.
Dovremo trovare una modalità per cui il contratto a tempo indeterminato costi di meno: sarà più flessibile e costerà di meno.

È stata legalizzata un'ingiustizia, però, l'obiezione rivolta al ministro da Iacona: gil indennizzi in cambio di un licenziamento ingiusto.
Poletti spiega che nel 2014 molti lavoratori precari queste tutele non le aveva.
Chi le aveva prima non sono stati toccati, la riforma riguarda i nuovi assunti, chi è entrato dopo.
Ma a Melfi non è così: Marchionne doveva assumere, perché le linee erano pronte.

Gli sgravi a tutti (quasi 12 miliardi in tre anni): perché non filtrare i soldi solo a quelli che aggiungevano occupazione?
Si è preferito togliere burocrazia e controlli, ha risposto il ministro.
E il -84mila posti nell'occupazione giovanile? È un problema dell'Europa, poi abbiamo anche il problema delle pensioni.
Ma serve una espansione della base produttiva e del rilancio dell'economia.

E allora perché il governo sta facendo la festa? Siamo fuori della crisi?
Poletti tira fuori i numeri della cassa integrazione e dei mutui, dei consumi .. le cose stanno migliorando.

Cosa dicono gli economisti?
Giavazzi è convinto che sia stato il jobs act a far ripartire le cose. Per tre anni il lavoro cresce e poi ci penseremo...
Pietro Garibaldi è il fondatore de Lavoce.info: ottimismo si, ma cauto. L'incertezza è nel 2016, se verranno mantenuti gli sgravi per i neoassunti.
Il governo ha dato priorità a togliere le tasse sulla casa, sarà difficile trovare risorse per mantenere gli sgravi.
Luca Ricolfi è un sociologo, scrive per il sole 24 ore: per lui è la decontribuzione che ha fatto aumentare i numeri dell'occupazione.
C'è il rischio di creare una bolla, se gli imprenditori assumono persone per usufruire del bonus, ma di cui non ne hanno bisogno. E se poi arriva lo sboom, l'anno prossimo?
I numeri degli occupati non sono esplosivi, se si tiene conto dei soldi investiti. Ne è valsa la pena, ma potevamo spendere quei soldi meglio.

Le parole di Stigliz: l'obiettivo è abbattere le diseguaglianze, di reddito e di giustizia.
L'Italia sta facendo tanto per le diseguaglianze, per allargarle: una brutta classifica.
Se i ricchi diventano più ricchi non è vero che diventano più ricchi le fasce più basse: è una vecchia ricetta che non funziona.
Meno opportunità per tutti, poveri sempre più poveri. Questa dovrebbe essere la preoccupazione più grande dei nostri politici.

L'Italia – dice Stiglitz – ha la peggiore mobilità sociale tra i paesi industrializzati. Stati Uniti, UK e poi l'Italia.

Il figlio dell'operaio non può più diventare ingegnere, siamo andati indietro.
La diseguaglianza è una scelta politica, non è frutto del capitalismo: le diseguaglianze fanno accrescere l'economia,fermano la crescita.

E finché rimarremo in cima a questa classifica, non potremmo dire di avere svoltato.

20 settembre 2015

Presa diretta – la riforma del lavoro

Un milione di posti di lavoro … era la promessa con la quale il cavaliere della (presunta) rivoluzione liberale aveva sedotto milioni di italiani.
Il milione di posti non l'abbiamo visto in compenso la riforma del lavoro chiamata Biagi (anche se fu approvata dopo la morte del giuslavorista) creò una generazione di precari. Giovani che entravano nel mondo del lavoro dalla porta posteriore e condannati a rimanere nei gironi infernali del lavoro a sei mesi, ad 1 anno, senza tutele, con pochi diritti ..
Ci dicono però che non bisogna essere schizzinosi, che così è il mondo, che dobbiamo fare concorrenza ai polacchi, ai cinesi.
Anzi, per essere ancora più competitivi, i nostri governanti e gli esperti del lavoro altrui hanno deciso che bisognava togliere tutti i paletti che governavano la licenziabilità.
Il famoso articolo 18.
Arriveranno investitori a frotte. Erano i tempi di Monti e Fornero.

Poi è arrivata la stagione della rottamazione, dopo una breve pausa del governo Letta e Alfano.
La promessa al popolo è sempre la stessa, si vede che l'allievo aveva imparato bene le tecniche del maestro.
Un milione di posti di lavoro (per bocca del  ministro del lavoro Poletti, quello della figuraccia estiva), arriverà la crescita, abbiate fede (e in effetti la politica è ormai diventata questione di dogmi, di fede).
Il jobs act è una delle riforme, fiore all'occhiello dell'attuale legislatura, che recentemente ha pure avuto il plauso di Moody's (una volte le agenzie di rating erano invise, quando ci declassavano il rating).
Jobs act, ovvero riforma del lavoro: al centro il nuovo contratto a tutele crescenti, per cui non vale più l'articolo 18. Via, sparito. Roba vecchia. Tabù.
Il licenziamento, eccetto che per chiari (?) motivi discriminatori viene ora monetizzato. Tu lavoratori, che sia tuta blu o impiegato di concetto, sei solo il prezzo del rimborso per mandarti via.

Tolti i paletti, e concessi gli incentivi a tre anni per i nuovi contratti (con la legge di stabilità), siamo qui ad aspettare la crescita, l'Italia che riparte, le assunzioni.
Servirebbe un ente esterno che certificasse: l'Istat, per bocca del presidente Alleva, ha criticato l'uso che il governo ha fatto dei numeri sull'occupazione.
Un inseguire decimali, confrontando mese su mese.
Un calcolare i nuovi contratti, confondendoli con nuovi posti di lavoro, dimenticandosi delle cessazioni.
Numeri sparati sulle prime pagine deigiornali, nei TG, lanciando al popolo del telecomando il messaggio chiaro: togliamo di mezzo le tutele, togliamo di mezzo i sindacati, togliamo di mezzo la concertazione (roba vecchia, antica, come mettere il gettone nell'Iphone).
Siamo solo io e te, dipendente.

I numeri indicano un aumento dei nuovi contratti, più dovuto agli sgravi fiscali (che prima o poi finiranno e vedremo) che altro. Ci sono stati anche i furbetti che hanno licenziato per assumere (e qualcuno avrebbe dovuto controllare, visto che sono soldi pubblici).
Ma i numeri dicono anche i per le fasce giovani questa crescita non c'è. Che i contratti a tempo determinato (che dovevano morire) continuano ad esserci. Che l'occupazione che cresce o che si mantiene è quella degli over 50, per la riforma Fornero sulle pensioni.

Ma è come andare contro i mulini a vento … Chi critica le riforme, chi solleva dubbi, chi si permette di cantare fuori dal coro, è gufo, disfattista.
E chi se frega del demansionamento, del controllo a distanza, dell'assenza di controlli sulle discriminazioni, sulla qualità del lavoro che viene offerto. Il Fatto Quotidiano aveva fatto notare come questa riforma ricalchi in buona parte, le proposte fatte nella primavera scorsa da Confindustria.
Che ora, in uno slancio di ottimismo, getta il cuore anche più in là del governo: arriveremo al milionedi posti di lavoro e il PIL crescerà più dell'1 %.
Come a dire, lasciate fare a noi, questo paese è rimasto bloccato per anni proprio dai sindacati. Lo ha detto il presidente di Confindustria Squinzi e lo ha ripetuto anche il ministro Boschi. L'avvocato che la sorte ci ha dato come ministro delle riforme.
Peccato che poi siano state proprio le grandi imprese quelle che, in questi anni, non hanno investito nel paese (siamo quasi i peggiori in Europa), se ne sono andate, delocalizzando la produzione (caso Omsa).

Presa diretta questa sera farà il check in della riforma del lavoro, andando in giro per l'Italia, dal nord al sud, da Mirafiori a Melfi. A che punto siamo con le tutele crescenti?

La scheda della puntata: TUTELE CRESCENTI
A sei mesi dell’entrata in vigore del Jobs Act, PRESADIRETTA dedica la 2’ puntata proprio alla riforma del mercato del lavoro.E’ servita questa riforma a creare nuova occupazione? Stiamo costruendo nuovi e buoni posti di lavoro?A PRESADIRETTA un viaggio dal nord al sud del paese, dalla Fiat di Melfi alle piccole imprese del nord, tra chi ha ripreso a lavorare e chi è fermo al palo, tra storie positive di chi assume e continua a garantire l’articolo 18 e chi invece licenzia e riassume approfittando degli sgravi governativi, i cosiddetti “furbetti del jobs act”.Le telecamere di PRESADIRETTA sono entrate nella giungla del precariato in cui devono destreggiarsi i giovani alle prese con la ricerca del primo impiego. Tra annunci on line e sui giornali, dove c’è chi propone di tutto: dalla “vendita” di un posto di lavoro alla truffa vera e propria. Un far west al quale la riforma del mercato del lavoro non ha ancora posto fine.PRESADIRETTA ha raccolto le analisi e un primo bilancio di numerosi economisti italiani, le interviste di Riccardo Iacona al ministro del Lavoro Giuliano Poletti e al segretario generale della Cgil Susanna Camusso. E infine un bellissimo ragionamento sulla disuguaglianza del Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz.
TUTELE CRESCENTI” è un racconto di Riccardo Iacona con Alessandro Macina, Federico Ruffo, Sabrina Carreras, Lisa Iotti, Marina Del Vecchio, Antonella Bottini.

PS: non c'entra direttamente col tema della puntata, ma non posso non citare quanto è avvenuto venerdì, aseguito dell'assemblea dei dipendenti dei musei romani.
Lo scandalo, la vergogna, la misura che è ora colma. Che ha costretto il governo ha decretare con urgenza: da oggi i dipendenti museali fanno un servizio di pubblica necessità.
Possono rimanere per mesi senza essere pagati degli straordinari, possono pure continuare a lavorare male, con una cattiva dirigenza centrale e con i vuoti di organico.
Ma ora i turisti possono stare tranquilli.
Che importa se Pompei crolla ed è visitabile solo un quarto della città?
Se molte delle opere d'arte dei musei italiani sono nascosti, perché non ci sono spazi per mostrarli e personale a sufficienza?
Che importa se l'Italia spende in cultura (il servizio essenziale, sentite come suona bene?) solo lo 0,19% del PIL. Meno di un quarto di quando si spendeva negli anni '50, scriveva sabato Stella sul corriere.
Abbiamo trovato il colpevole dei mali di Roma e dell'Italia: non i Casamonica, non mafia capitale, non la compravendita dei senatori, non la presidente della commissione antimafia della Campania indagata per voto di scambio.
I colpevoli sono i lavoratori che pretendono rispetto e anche uno stipendio dignitoso e regolare.
Oggi è chiedere troppo.


01 settembre 2015

Veggenti

Un decimo di punto percentuale in più sul PIL, una piccola crescita di occupati, ed è già trionfo.
Visto, il jobs act funziona! Gufi che non siete altri.
Il jobs act del telecontrollo di cui nessuno parla, del demansionamento, dei licenziamenti senza giusta causa, dei contratti a tutele crescenti che tutelano un po' meno.
Tutto questo nell'estate dove le vittime del caporalato (e dei lavoro massacranti) hanno purtroppo fatto notizia.

Siccome siamo gufi, però, una domanda la dobbiamo fare: come faceva ieri il governo ad essere già ottimisti sui dati usciti oggi dell'Istat?
Ecco, ora, di fronte a questa vittoria, come fa la minoranza PD, i ribelli alla Asterix, ad opporsi alla riforma del Senato?

19 giugno 2015

Se non c'è nulla da nascondere

Dice Squinzi che se uno non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere:"Chi ha la coscienza pulita non dovrebbe temere nessun tipo di controllo, non deve aver paura di controlli a distanza". 
Si riferisce alla norma nel decreto attuativo del jobs act dove si parla di telecontrollo.
Il ministero poi chiarisce:
La nota chiarisce diversi punti della norma: innanzitutto non ci potrà essere alcun controllo senza un precedente accordo sindacale o un’autorizzazione “della Direzione territoriale del lavoro o del ministero”. Gli stumenti utilizzati su tablet, pc e smartphone poi, non devono assolvere la funzione di controllo fine a se stesso, ma “possono essere installati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale“. Che il controllo non sia fine a se stesso è ribadito dal ministero: “Non si autorizza nessun controllo a distanza. Si chiariscono solo le modalità per l’utilizzo degli strumenti tecnologici impiegati per la prestazione lavorativa ed i limiti di utilizzabilità dei dati raccolti con questi strumenti”.
Alcune domande: chi controllerà che non ci saranno abusi?
Anche dopo la norma in legge di stabilità sugli sgravi per i nuovi contratti si era detto che nessun imprenditore avrebbe licenziato per riassumere e prendersi così i soldi. Invece ..
Secondo: comunque il dipendente dovrà dare il suo beneplacito. E se non lo da all'azienda? Rischia delle ritorsioni?
Magari il demansionamento. Magari di essere licenziato senza giusta causa e vedersi monetizzato il licenziamento..
Non è una bella cosa.

E' un'altra norma che rende sempre più squilibrato il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore.
Infine, una mia considerazione, riprendendo la frase del presidente: come mai se non c'è nulla da nascondere, temete così tanto la reintroduzione del falso in bilancio?
Siamo maliziosi a pensar male?

31 marzo 2015

Effetto rimbalzo (e anche un po' propaganda)



La #svoltabuona è durata giusto il tempo dei brindisi, poi rovinati prima dall'ennesima inchiesta (che svela il lato B della politica che mischia affari e tessere), poi dall'articolo del Sole 24 ore (che non si può considerare ostile all'esecutivo).
Contratti, solo un effetto rimbalzo - Caludio Tucci"L’aumento di contratti a tempo indeterminato registrato a gennaio e febbraio è dipeso essenzialmente dalla trasformazione di rapporti a termine e da un effetto “rimbalzo” dopo le frenate di fine 2014 in attesa degli incentivi ai rapporti stabili previsti dalla legge di Stabilità, e in vigore da gennaio .."Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/CjhWpx
Dal Fatto Quotidiano:
"... l’aumento di 79mila unità dei contratti a tempo indeterminato registrato dal ministero del Lavoro a gennaio e febbraio “è dipeso essenzialmente dalla trasformazione di rapporti a termine e da un effetto “rimbalzo”, visto che negli ultimi tre mesi del 2014 le attivazioni di contratti sono scese gradualmente in attesa dell’entrata in vigore dei forti incentivi fiscali” previsti dalla manovra. Non solo: "Al netto delle cessazioni, i nuovi contratti a tempo indeterminato nei primi due mesi dell’anno sono pari a 45.073", poco più della metà dei 79mila sbandierati nei giorni scorsi.
Domenica scorsa Ricolfi in un editoriale aveva scritto come nel marzo scorso, i contratti attivati erano stati 217mila "un numero molto maggiore di quello che ora viene considerato uno straordinario successo".
"Proprio per far chiarezza, martedì – giorno in cui l’Istat ha comunicato che la disoccupazione giovanile a febbraio è tornata a salire – il giornale economico ha messo in fila una serie di numeri che mostrano come il quadro sia meno roseo di quanto sostiene la vulgata ufficiale. Per prima cosa, appunto, la prima condizione citata da Ricolfi non risulta rispettata perché i datori di lavoro hanno in effetti sospeso le assunzioni a fine 2014 aspettando gli incentivi. Poi, per esempio, nel primo bimestre dell’anno sono aumentate anche le cessazioni di contratti a tempo indeterminato: dalle 243.655 del 2014 a 257.945 del gennaio e febbraio 2015. E anche le cessazioni di contratti a termine segnano un incremento, il che dimostra come molti dei nuovi rapporti stabili siano il frutto della trasformazione di contratti di lavoro già esistenti.
Conclusione: prima di parlare di ragionevole successo occorre attendere il dato trimestrale dell’Istat sulle attivazioni e verificare perlomeno se in seguito alle politiche del governo le attivazioni stabili sono state almeno il 30% del totale, contro il 15-16% registrato in media fino a oggi. Per ora, l’entusiasmo è prematuro".
Insomma, stiamo ancora giocando coi numeri, sulla pelle degli italiani (quelli in cerca di lavoro e quelli che lo stanno perdendo per la crisi): ieri pomeriggio, a Milano ad un incontro dove si parlava di Expo, il ministro Poletti stimava in un milione di contratti di lavoro che veranno attivati entro l'anno.
Non specificando quanti nuovi contratti, quanti contratti a termine trasformati.

28 dicembre 2014

Anno uno dell'era renziana, giorno 4 post jobsact

Vedremo subito se la riforma del lavoro sarà una vera rivoluzione copernicana: nel frattempo è bene registrare e tenere a mente alcune cose.
Primo: si doveva superare il dualismo tra protetti e non protetti.
Il dualismo rimane e se ne aggiunge un altro: quello tra quanti sono assunti prima jobs act e post jobs act (come dopo Cristo e prima di Cristo).
I primi sono tutelati anche per licenziamenti che un giudice terzo ritiene illegittimo. Gli altri no: dovranno essere loro a dimostrare che il licenziamento è nullo oltre che per motivi discriminatori.

Secondo: NCD, proponeva ulteriori modifiche al momento non passate. La prima, l'opzione opt out (bello no, mascherare in termini inglesi porcate che non si ha il coraggio di dire): la monetizzazione con un indennizzo extra anche dei licenziamenti per cui ancora è previsto ancora il reintegro.
Toh, peones esoso: non ti accontenti di quelle poche mensilità? Così vuoi rilanciare l'occupazione del paese?

La seconda, la proposta di introdurre anche il licenziamento per scarso rendimento. Che sarebbe un po' come tornare al cottimo, al Mimì de La classe operaia va in paradiso.
In quest'anno la maggioranza dei nuovi contratti sono stati stipulati a termine: riusciranno le norme sull'indennizzo in sostituzione del reintegro a far cambiare idea agli imprenditori? I grandi imprenditori dubito. I piccoli hanno forse ben altri problemi.
Possiamo parlare della questione delle partite Iva, dei soldi per la disoccupazione che non sono sufficienti nemmeno per la crisi attuali ....

Infine, la questione dei tavoli di crisi: il presidente del Consiglio Renzi ha twittato su Terni, Meridiana, Termini, Taranto, spiegando ai suoi followers che se queste crisi sono rientrate è anche merito del jobs act (e del governo).
Primo: se il governo ha affrontato i casi Termini, di Meridiana è perché i lavoratori sono andati dal papa, hanno occupato le piazze e le autostrade. Secondo, le crisi sono risolte ma solo sulla carta. A Terni nulla è scontato per i prossimi mesi, in Meridiana l'accordo prevede 1600 licenziamenti (non proprio una cosa piacevole). A Taranto non vorremmo rivedere un altro caso Alitalia: guadagni privati e perdite in carico al pubblico.
Se il governo intende risolvere i problemi del lavoro in questo modo, con spot e hashtag, faccia pure.

Il tempo almeno lui, è galantuomo.

12 dicembre 2014

Lo sciopero nazionale per il lavoro




Lo striscione di Allianz
I dipendenti di Yahoo



Non è vero che in piazza oggi per lo sciopero nazionale c'erano solo vecchi e pensionati.
C'erano anche tante persone giovani, come la precaria (da cinque anni) della provincia di Milano, come gli impiegati delle banche (Deutsche Bank) o della assicurazioni (dietro gli striscioni di Allianz e UnipolSai). Come anche i dipendenti di Yahoo Italia.
Faceva freddo questa mattina: ma io, per coerenza, ho scelto di stare in piazza a manifestare.
Non mi piace passare per quelli (tanti, troppi) che si lamentano ma poi non fanno niente.
A me nessuno potrà dire, tu dov'eri.
Io c'ero.
Per dire il no al jobs act che non curerà i problemi del mercato del lavoro ne creerà nuovi posti.
Per dire che ci sono altre scelte, altre proposte da seguire per far uscire questo paese dalla crisi.
Non gli 80 euro, non le ferie dei magistrati.
Non gli sgravi alle tasse senza nessuna garanzia in cambio.
Ma investimenti nel capitale umano, nella conoscenza, nella formazione, nelle persone.

09 ottobre 2014

La sceneggiata (al Senato)




Ieri pomeriggio il Senato ha votato la fiducia ad un emendamento del governo, che riformula il jobs act da come era uscito in commissione.
Un emendamento con cui il parlamento (organo legislativo) delega al governo di riformulare una legge.
Peccato che quello che si è votato ieri sia solo una scatola vuota.
Datemi fiducia, sembra dire Renzi per bocca del suo ministro Poletti.
Dunque questo è quello che è successo: l'articolo 18 cmoe verrà mantenuto? Come verranno gestiti i contratti atipici? Quali nuovi diritti si daranno ai neo assunti? Come verrà gestito il demansionamento? Non lo sappiamo. Bisognerà aspettare i soliti decreti attuativi (e il passaggio alla Camera, dove nulla è scontato).
Dunque, trattandosi di una riforma così importante e delicata, chi è che ha fatto la sceneggiata?
Era dai tempi di Berlusconi che non sentivo parole così sprezzanti sull'oppozione, sui sindacati, sulla minoranza PD.
Non è un caso: la concezione degli organi intermenti dentro le istituzioni è la stessa. Un ostacolo per la propria gloria.
Renzi si aspettava il voto al Senato proprio durante l'improduttiva riunione a Milano con Merkel, Hollande e Van Rompuy.
Riunione dove non si è deciso niente.
Ma si sono elogiate le riforme "strutturali" basate sul niente.

Anche qui, chi ha fatto la sceneggiata?
Le dimissioni del senatore Tocci sono l'emblema di quello che è diventato il Partito Democratico: un partito del pensiero unico, il suo.
Quello delle riforme da sbandierare, dei tweets, del centralismo (poco) democratico, del patto del nazareno dove si lascia sotto il tappetto tutta la sporcizia.

A proposito delle belle parole di frau Merkel:
"Fiducia nell'Italia e nelle sue impressionanti riforme strutturali" [Repubblica 24/11/2011].
"Ogni Paese deve fare i propri compiti, l'Italia ha già compiuto un pezzo di strada" [Huffington post del 30 aprile 2013].

La prima era riferita a Monti, la seconda a Letta.
Non è che i complimenti del cancelliere tedesco portino proprio bene.