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22 novembre 2025

Anteprima inchieste di Report – le liste d’attesa, il garante della privacy, le tasse universitarie, il governo e il tennis e i macelli di carne

Che interessi difende il garante?

Report tornerà giocoforza a occuparsi del garante alla privacy: notizia di questi giorni le dimissioni del segretario generale Fanizza dopo che Report stessa aveva scoperto un documento in cui chiedeva ad un dirigente dell’area IT di poter spiare i dipendenti e poter individuare la fonte che aveva svelato tutti gli altarini ai giornalisti della trasmissione.

Che garante è quello che è disposto a spiare i suoi dipendenti pur di vendicarsi contro dei giornalisti che hanno fatto il loro dovere?
L’authority pensata a presieduta inizialmente è caduta proprio in basso: da Rodotà a Stanzione e Ghira, “noi abbiamo sempre creduto in questo ufficio” risponde a Report un dipendente dell’agenzia che a fatica tratteneva la commozione e la rabbia per quanto sta succedendo, “noi ci crediamo e abbiamo sempre creduto alle nostre capacità in questo ufficio, di decisioni competenti a favore dei cittadini.”

Al momento si è dimesso solo il segretario Fanizza, sostenendo di aver agito da solo: secondo una fonte riservata di Report Fanizza ha agito secondo le decisioni del collegio, una scelta politica dunque. Esiste anche un audio in cui Fanizza di fronte all’assemblea dei dipendenti ammette di aver agito in nome del collegio per questa discovery – un modo elegante per dire caccia alla fonte di Report.

Un popolo senza istruzione

L’ignoranza è forza – è uno degli slogan del partito di potere nel mondo immaginato da Orwell nel suo celebre 1984.

L’ignoranza (e la paura, e l’oppressione..) sta alla base di tutte le democrazie a scartamento ridotto, le democrature o autocrazie.

Cittadini senza istruzione e senza cognizione dei propri diritti. Che futuro può avere un paese senza istruzione, che non investe in cervelli ma che anzi, sembra voler far di tutto per farli andar via (vi ricordate quando Calenda da ministro si vantava del fatto che in Italia gli ingegneri prendessero uno stipendio più basso che altrove?).

Nel servizio di Antonella Cignarale si parlerà dei costi universitari molto alti e di come alcuni atenei non rispettino i limiti sulle tasse imposte dal governo.

O di come, in assenza dei normativa ministeriale attuativa, la norma per lo scorporo dei contributi a carico degli studenti internazionali non può essere applicata.

Ci sono università condannate a restituire le tasse eccedenti agli studenti – come Torino dopo il ricorso presentato da diversi studenti – che ha costretto l’ateneo ad abbassare le tasse.

La norma di cui parlerà il servizio è quella che impone ad una università di non superare con le tasse agli studenti la soglia del 20% rispetto ai contributi versati dallo Stato.

Ma non essendo applicata, gli studenti sono costretti a fare continui ricorsi -racconta Pasquale Scordo dell’unione universitari italiani.

Che dice la ministra Bernini? Che solleciterà le università per evitare lo scontro: le università devono fare quello che si impone loro tramite le leggi e le sentenze, ma è stato proprio il Consiglio di Stato a dire che mancano i decreti attuati, dunque? Nel frattempo che la ministra andrà a parlare col presidente del Consiglio di Stato, una decina di atenei continuerà ad incassare i contributi illegittimamente.

Come ha scoperto Report, gli atenei applicano tre norme diverse per calcolare i contributi: di fronte ad una norma univoca esistono tre diverse interpretazioni – spiega il commercialista Stefano Capaccioli – una situazione paradossale incompatibile con uno stato di diritto.
LA giornalista di Report è andata anche ad incontrare i rettori al convegno dei direttori generali tenuto a settembre.

LAB REPORT: OLTRE IL LIMITE

Di Antonella Cignarale

Collaborazione Evanthia Georganopoulou

Rispetto ai 38 paesi membri dell’Ocse, l’Italia è sotto la media per gli investimenti nell’istruzione universitaria rispetto al Pil. A spiccare, invece, c’è la Svezia dove l’accesso all’università è gratuito, ma con numero limitato di iscrizioni. L’Italia è anche penultima a livello europeo per numero di giovani laureati e tra le cause emergono i costi che gli studenti devono sostenere per studiare. A loro tutela la legge ha posto un limite: in un anno la somma dei contributi degli studenti iscritti ai corsi di laurea che una università incassa non può superare il 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario che riceve dallo Stato. Il limite di legge è stato superato più volte imponendo agli studenti tasse troppo alte. E intanto gli atenei non applicano un calcolo univoco per rispettare il limite di legge sui contributi.

Il mistero delle liste d’attesa

Domenica e lunedì si vota per elezioni regionali in Campania: i candidati (e le loro liste) verranno giudicati anche per quello che hanno fatto sulla sanità, uno degli ambiti (e dei capitoli di spesa) più importanti a livello regionale.

Report è andata a verificare se quanto ha raccontato il governatore uscente De Luca sia vero, relativamente al miracolo delle liste d’attesa.

E non è così: sulle visite urgenti solo il 27% è nei tempi, meno della metà della media nazionale che è al 69%. Anche per gli esami va male, appena il 34% è nei tempi, laddove la media sta all’80%. Inoltre la regione Campania ha ben 15 criticità per ritardi nel fornire visite con priorità urgenti, brevi e non differibili nelle strutture pubbliche e 68 per gli esami diagnostici. La Campania sta al 3 e 8 posto nella classifica dei peggiori: ma Report ha scoperto che la regione truccherebbe i dati per nascondere una situazione peggiore di quanto rappresentato al ministero. Così a difendere i cittadini ci devono pensare le associazioni di privati.

A Napoli l’associazione Abaco presenta da oltre un anno centinaia di diffide alle ASL Campane quando i tempi di attesa per i pazienti non sono rispettati.


Chi non ha i soldi si rivolge a noi e noi cerchiamo di intervenire con delle diffide – racconta Giuseppe Ferruzzi a Report. Ma non in tutti i casi si riesce ad ottenere la visita. Sono molti i casi di rifiuti dei pazienti alle visite offerte dalle ASL Campane in tempi brevi, salvo poi accettarne una un anno dopo. C’è un problema però: il rifiuto alla prima visita è avvenuto all’insaputa del paziente.

Report racconterà la storia di un paziente che ha chiesto una colonscopia a luglio 2025 e gli arriva la disponibilità per agosto 2026: dopo il ricordo l’ASL ha ridotto di cinque mesi i tempi della visita ma si rimane sempre oltre i 120 giorni previsti dalla legge. Il paziente avrebbe poi scoperto di aver rifiutato una data del 20 agosto 2025, cinque giorni dopo la prenotazione. Ma il paziente non ha rifiutato proprio nulla: il documento della regione sarebbe un falso, fatto per dimostrare che l’ASL ha cercato di rispettare i tempi e così questa mancata visita non finisce nelle liste d’attesa.

Il mistero delle liste d’attesa viene chiarito dal funzionario ministeriale, che decide di contattare Report in forma anonima: questo funzionario può vedere la situazione reale delle liste regione per regione, dati che non sono mai stati resi pubblici.

Questa persone tutti i trucchi messi in piedi per falsificare i dati: per esempio in Campania sembra che i cardiopatici non abbiano fretta di essere curati, le visite programmabili che a livello nazionale sono al 40-50% (significa stare nei 120 gg) mentre in Campania il 90% delle visite cardiologiche sono programmabili (e così la regione ha molto più tempo per smaltire le visite urgenti e non fa la figura di chi sfora i tempi). Ma molti di questi pazienti dovrebbe essere visitata in tempi stretti: significa che le visite diventano programmabili quando i dati sono inviati al ministero? Questo sarebbe roba da NAS – spiega il funzionario a Report. Le visite urgenti, brevi e non differibili dovrebbero essere smaltite entro i 30 gg invece verrebbero trasformate in programmabili e così la regione ha più tempo e può presentarsi come virtuosa..

E questo sistema non vale solo per cardiologia, Report è venuta in possesso di un documento da cui si evince che venga applicato a diverse specialità nella regione di De Luca, come la TAC al cranio, visita ginecologica, sembra che i pazienti campani stiano così bene da poter essere curati con calma.

Dalla Campania alla Puglia: nonostante la produzione dell’Ilva sia ai minimi storici (col rischio di chiusura dei forni), un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità riporta che qui ci si ammala di più con eccessi di ospedalizzazione per tte le patologie. Si muore di più per tutti i tumori maligni, per le malattie del sistema circolatorio e dell’apparato digerente. Troppe anche le leucemie dei bambini, anomalie congenite rilevate alla nascita.

Al quariere Tamburi vivono molti operai dell’Ilva con le loro famiglie: Report ha raccolto le loro storie, di malati oncologici che si trovano davanti prenotazioni per una TAC a settembre 2026.

Prenotazione che il malato ha disertato perché “a settembre 2026 chissà cosa può succedere”, preferendo andare a pagamento. Pagando 320 euro magicamente le code svaniscono.

La regione Puglia è la peggiore in Italia per i tempi delle liste di attesa, analizzando i casi più gravi di ospedali incapaci di dare determinate prestazioni per tempo ce ne sono 390 sul pubblico, nelle visite 264 negli esami diagnostici.

Cardiologia di Bari, prescrizioni con priorità B, a dieci giorni: la maggior parte riceve una prenotazione a sei mesi o anche ben oltre un anno. Come convocarli all’obitorio è la battuta che esce a Giulio Valesini di fronte all’assessore alla sanità pugliese.

Che però non riesce ad andare oltre le scuse ai cittadini della sua regione: vi è un problema di organizzazione, c’è bisogno di cardiologi ma se dopo il concorso solo uno è disposto a firmare per la regione, siamo punto e a capo. C’è poi – continua l’assessore – un secondo problema di richiesta inappropriate che ingolfano le liste.

Come in altre regioni, le richieste senza esito di prestazioni finiscono per ingolfare i pronto soccorso. Secondo un documento di cui Report è venuta in possesso a Taranto persino la ASL appesantisce il pronto soccorso, perché si invitano i medici a spedire i pazienti in questi reparti. Il contrario di quanto la ASL dichiara pubblicamente.

È una tattica per snellire le liste ed è tutto nero su bianco (la faccia dell’assessore a fine intervista è molto esplicativa).

Ai pazienti che non possono aspettare anni per una visita viene anche proposta la soluzione dell’intramoenia, si paga per una visita privata al medico che lavora nella struttura pubblica. Un metodo che conviene al medico stesso e alla regione che prende una percentuale. Succede al De Bellis dove l’intramoenia segna un record e dove il direttore sanitario ha perfino cercato di giustificare questo trend. Che è consentito dalla legge, che consente questi squilibri pubblico-privato. Se paghi aspetti 20 giorni per una visita gastroenterologica, se invece chiedi una visita al pubblico aspetti anche 274 giorni.

Ma anche al nord la situazione non è tutta rose e fiori: in Emilia Romagna a Parma ci sono agende chiuse, pazienti che chiamano esasperati il CUP senza ricevere un appuntamento. Ad alcuni viene proposto l’inserimento in una pre-lista (come la signora Letizia per una visita oculistica), dove inserire le persone in attesa della riapertura delle liste.

LE liste non possono essere chiuse e la risposta che si sente sempre dai cup “non abbiamo disponibilità” non può essere accettata.

Questo è proprio illegale” racconta a Report l’ex sindaco Vignali – anche lui alle prese con visite bloccate per le agende chiuse.

Con le agende chiuse si va ad invalidare il sistema di monitoraggio delle liste (e capire se una regione è “virtuosa” o meno).

Ci sono anche, sempre in Emilia, assegnazioni fittizie: prenotazioni non vere, messe su carta ma che in realtà sono false perché mancano i posti. Sii tratta di una “fogna amministrativa dove scaricare i ritardi” spiega il giornalista di Report.

La scheda del servizio: MIRACOLO ITALIANO

di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella, Lidia Galeazzo

Collaborazione Samuele Damilano, Alessia Pelagaggi

Per combattere le inefficienze che causano lunghe liste di attesa per visite mediche ed esami, il ministro Schillaci ha iniziato a raccogliere i dati di tutte le ASL italiane in modo da stanare quelle che lavorano male o non coordinano le agende e pesare la gravità dei ritardi. Ma i dati di dettaglio che dovrebbero essere presentati in un cruscotto online non sono ancora pubblici perché le Regioni si oppongono. Report rivelerà i veri numeri del fenomeno delle liste di attesa in Italia e i trucchi di alcune Regioni per abbellire i dati del cruscotto.

Le mire del governo sul tennis italiano

Tutto fa brodo per cercare di risollevare l’immagine di questo governo, alle prese con la finanziarie di austerità, i salari fermi, la sanità a pezzi.. Anche i successi di Sinner su cui il governo ha puntato.

Grazie a Sinner (e al tracollo della nazionale di calcio) il tennis è sempre più sport nazionale al punto che i successi di Jannik sono diventati un caso politico, quello che riguarda le ATP finals, il tradizionale torneo di fine stagione coi più forti giocatori del pianeta che l’Italia ospiterà fino al 2030. L’ultima edizione si è svolta a Torino alla presenza di di tifosi da tutto il mondo, venuti a vedere il campione pagando fino a 300 euro per un biglietto. Tutto questo successo ha attirato l’attenzione della politica, visto che l’evento riceve un finanziamento pubblico da 100 ml nei prossimi cinque anni, il governo ha deciso di entrare direttamente nell’organizzazione del torneo attraverso la società statale “Sport e salute”, un’invasione di campo non digerita dalla Federazione.

Siamo passati da una legge in cui si diceva ‘dovete arrangiarvi da soli’ e noi ci siamo arrangiati egregiamente da soli ad una legge in cui il braccio armato del governo, Sport e salute, opera direttamente – racconta a Report Angelo Binaghi presidente della Federazione tennis. È un po’ come se un arbitro improvvisamente incominciasse anche a giocare.

La scheda del servizio: FRATELLI DI SPORT

di Lorenzo Vendemiale, Carlo Tecce

Dal successo di Jannik Sinner e dell'intero movimento del tennis al centro sportivo "Pino Daniele" di Caivano, Report racconta come il governo vuole controllare e gestire lo sport attraverso la società "Sport e Salute", la cassaforte pubblica che muove circa 500 milioni di euro all'anno. Con documenti inediti e testimonianze esclusive, il servizio svela come sono stati scelti i dirigenti di Sport e Salute e quali possibili conflitti di interessi si nascondono.

Cosa c’è dietro la carne da macello?

Del maiale non si butta via niente. E nemmeno della carne scaduta in un macello. Perché tutto fa profitto, anziché brodo. E se poi nessuno fa controlli lato regione, meglio ancora.

La scheda del servizio: NON SI BUTTA VIA NIENTE

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Pacchi di carne scaduti messi a scongelare, operai che tolgono la parte superiore marrone con il coltello, riconfezionano e appongono una nuova etichetta con dati falsi. Sono le immagini choc, raccolte in un grosso macello in provincia di Mantova, che Giulia Innocenzi ha sottoposto all’Ats Valpadana che è prontamente intervenuta. A chi è stata venduta quella carne potenzialmente pericolosa per i consumatori? Chi c’è dietro al macello? Da quanto tempo andava avanti questo sistema di “riciclaggio” della carne scaduta?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

15 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – le promesse mancate sulla sanità, gli indennizzi agli agricoltori, la champions delle poste e la birra trappista

 Vi ricordate del covid? Quando la politica di fronte alle migliaia di morti, all’impreparazione in cui ci siamo trovati con la pandemia, all’assenza di un di posti letto, aveva promesso un cambio nella sanità, col passaggio da una visione ospedalo centrica ad una sanità territoriale.

Che fine hanno fatto le case di comunità? E la promessa di ridurre le liste di attesa per esami e visite?

E poi l’ospedale covid tirato su in tempi record all’interno della Fiera di Milano, finanziato con donazioni private: che fine hanno fatto quei fondi?

Gli indennizzi agli agricoltori

In caso di alluvione agricoltori vengono indennizzati, almeno sulla carta: è importante, sempre che vogliamo tenere in vita questo settore che sulla carta è tanto caro al governo sovranista e al ministro Lollobrigida, che gli indennizzi siano sostanziosi e immediati.

Ma, come racconterà il servizio di Report, spesso non avviene né una cosa né l’altra, perché esistono casi dove dopo due anni agli agricoltori non è arrivato ancora nulla, “Agricat è stato un fallimento” racconta uno di loro che non si fa problemi a scomodare il mondo politico.
Chi doveva controllare gli indennizzi erogati da questo ente che dipende dal ministero dell’agricoltura?
Secondo Antonio Diomeda – consigliere delegato del centro di assistenza agricola di confagricoltura – “non è un problema di controlli, non c’è la colpa di qualcuno, c’è una norma che va modificata, la cosa grave è se la norma non si modificasse.”
La legge andrebbe modificata in diverse parti: ad esempio in Appennino l’aiuto di Agricat è stata una falsa promessa, agli imprenditori agricoli non arriva nulla, sono in un abbandono totale, anche dopo alluvioni che hanno rovinato interi raccolti.

Un agricoltore colpito da uno di questi alluvioni, Coldiretti ha riportato la risposta di Agricat, ovvero che dagli strumenti satellitari non si vedeva l’acqua stagnante sui terreni (dunque nessun rimborso): ma avere acqua stagnante sarebbe stato impossibile perché, nel caso mostrato dal servizio di Report, il terreno ha una pendenza del 30% a 600 metri sopra il livello del mare, “se ci fosse acqua stagnante sarebbe sommersa tutta la Romagna..”

Insomma, è Agricat che ha stabilito tra i suoi criteri che se non si stagna l’acqua non c’è un danno.

LAB REPORT: PERDITA ASSICURATAIl balletto degli indennizzi

Di Antonella Cignarale

Collaborazione Evanthia Georganopoulou, Eleonora Numico

Per coprire i danni alle coltivazioni causati dalle catastrofi c’è il Fondo Mutualistico Agri-Cat. Nel 2023, anno in cui il fondo Agri-Cat diventa operativo, l’Emilia-Romagna viene travolta da due violente alluvioni nel mese di maggio, i danni stimati sono stati di 8 mld e mezzo. Un duro colpo è stato inferto alle coltivazioni del territorio, rimaste per giorni sott’acqua in pianura e franate in collina e montagna.

A due anni dalla catastrofe Report ha incontrato gli agricoltori che hanno subìto i danni dell’alluvione. Molti credevano che l’intervento del Fondo avrebbe garantito indennizzi rapidi e sostanziosi, ma non è andata così: molte aziende non hanno ancora ricevuto un euro da Agri-Cat. La società che gestisce il fondo, la Agricat srl, oltre non aver brillato per celerità nelle erogazioni, non è stata in grado di individuare al primo colpo tutte le aree agricole danneggiate per calcolarne i danni. Inoltre, il fondo ha una dotazione di 350 milioni di euro ogni anno, il 30% deriva dai contributi versati dalle aziende agricole che ricevono i finanziamenti dalla PAC, ma per le aziende gli indennizzi promessi non coprono neanche i costi delle produzioni perse.

Le promesse mancate sulla sanità pubblica

Secondo i dati della fondazione Gimbe sono 6 milioni gli italiani che hanno rinunciato alle cure a causa delle lunghe liste di attesa o per motivi economici.

Per capire se questi dati sono veri, servirebbe un confronto coi dati in mano alle regioni: ma non è facile perché, come racconta il professor Cartabellotta “le modalità con cui sono resi pubblici i dati sulle varie piattaforme regionali non sempre corrispondono ai processi che ci stanno dietro”, per esempio perché molte agende non comprendono il privato accreditato, che ci siano le liste di galleggiamento, il fatto che le liste siano chiuse, tutto questo non rende questi dati resi pubblici uno specchio fedele della realtà. Su questo - prosegue il presidente del Gimbe – è chiaro che le regioni hanno le loro responsabilità.

Così per avere dati reali il ministero della salute ha mandato i NAS a fine 2024 ad indagare sulle regioni: 3000 ispezioni in ambulatori Cup e uffici Asl. Report è venuta in possesso di un documento esclusivo dove i Nas scrivono che nel 27% dei casi ci sono evidenti criticità a partire dallo sforamento del tempo di ricovero o tempo di visita massimo previsto sulla ricetta. Poi ci sono 184 strutture che avevano le liste non accessibili (le agende chiuse, cosa vietata), errori nelle priorità delle prenotazioni e irregolarità nell’attività di intramoenia.

In Lombardia, a Brescia, si sforano di 42 giorni i tempi per visite urgenti in dermatologia invece che 72 ore; a Cremona ci sono ritardi su tutte le prime visite di endocrinologia, dermatologia e gastroenterologia ma anche per colonscopia ed ecodoppler. A Milano poi i Nas segnalano che alcuni pazienti visitati in intramoenia (libera professione) da medici interni sarebbero poi stati agevolati illecitamente per saltare la lista d’attesa. Il segnale dal sistema è chiaro: se paghi passi davanti a tutti.

C’è un quadro sicuramente molto migliore a quello che ho letto delle altre regioni italiane” commenta a Report l’assessore al Welfare Bertolaso: ma sulle liste di attesa la Lombardia, la regione dell’eccellenza, siamo al “mal comune mezzo gaudio”.

Il problema delle liste d’attesa è un dramma per molti italiani, costretti a rinunciare alle cure: così importante da meritare uno spazio persino nel discorso di fine del presidente Mattarella, perché qui c’è di mezzo la vita delle persone.

Report racconterà la storia di Ilaria De Piscopo, insegnante precaria che ha dovuto rinunciare proprio alle cure perché priva delle risorse necessarie per farvi fronte. Ilaria, nel gennaio di quest’anno, nel corso di una visita a Nocera da un otorino a pagamento, scopre di avere un polipo alla corda vocale destra e le è stato dunque detto che doveva operarsi.

Abbiamo chiesto i tempi e mi è stato detto che c’erano un paio d’anni perché la lista d’attesa è lunghissima..” ha raccontato l’insegnante a Report.

Questi due anni erano un’attesa che non poteva essere accettata, perché Ilaria non riusciva a parlare né a respirare: così il medico le propose un’alternativa, quella dell’intramoenia, ovvero pagarsi di tasca sua l’operazione per un costo da 4500 euro.

Per me 4500 euro sono tantissimi per un qualcosa che potrei comunque fare in ospedale” il commento di Ilaria.

Report è andata a verificare i veri tempi di attesa e anziché due anni erano 14 mesi, comunque tanti: il messaggio che passa da vicende come queste è devastante, se il paziente paga può fare quello che vuole. Anche sulla cifra dell’intervento i conti non tornano.

C’è poi il tema delle case di comunità: dovevano essere finanziate dal pnrr, dove però il legislatore si è dimenticato di metterci dentro medici e infermieri.

Sono state inaugurate in pompa magna qui in Lombardia dall’allora assessora Moratti, ma erano ancora i tempi delle elezioni regionali.


Com’è andata a finire? Report ha visitato
la nuova casa di comunità di Cernusco sul Naviglio, era previsto fosse finanziata coi fondi del pnrr in un edificio nuovo di zecca. Ma poi i fondi sono stati dirottati altrove e, senza i fondi della regione, è stata riadattata la vecchia sede del medico di guardia. Avrebbero dovuto essere strutture aperte tutto il giorno, per snellire il carico sugli ospedali e i pronto soccorso, ma alla fine in assenza di personale, sono strutture che spesso devono rimanere chiuse.

Dunque, la promessa di un potenziamento della sanità territoriale, una delle lezioni da imparare dopo il covid, non è stata mantenuta. E nemmeno si sono potenziati gli ospedali pubblici: Report racconterà la vicenda del Sacco di Milano che ha perso completamente il reparto di cardiochirurgia e la terapia intensiva.

Ne parla il direttore responsabile di cardiologia Maurizio Viecca: “quando una cardiologia non ha più la spalla della cardiochirurgia, ovviamente ne risente, soprattutto l’emodinamica. Per esempio per legge ci vuole presente un’equipe cardiochirurgica che interviene in caso di complicazioni ..”

La cardiochirugia del Sacco viene chiusa ufficialmente nel 2022 per trasferirla al Policlinico di Milano: “l’assessore Moratti, con la scusa dei trapianti portò la cardiochirurgia al Policlinico ma lì i trapianti non li hanno mai fatti, quindi è stata una scusa patetica ..”

Al Policlinico nemmeno c’era un primario – continua il racconto del dottor Viecca – “è stato fatto un concorso, poi il risultato di questo concorso non andava bene, per cui adesso lo rifaranno”. Dopo tre anni dal trasferimento il primario ancora manca e così la terapia intensiva cardiochirurgica è sparita: al Sacco una volta si facevano tre interventi al giorno e oggi al Policlinico se ne fa uno solo al giorno, al Sacco c’erano 30 posti letto mentre al Policlinico ce ne sono solo 12, “qualcuno dovrebbe spiegarmi perché la cardiochirurgia è stata trasferita, funzionava bene, aveva un’esperienza trentennale..” si chiede oggi il dottor Viecca.
La risposta sta a pochi km di distanza: poco distante dal sacco sempre nel 2022 apre il Galeazzi Sant’Ambrogio, il nuovo polo ospedaliero del gruppo privato San Donato: di fatto si è voluto favorire tramite una scelta della regione Lombardia, un privato che, nel nuovo ospedale, ha fatto dentro la la cardiologia, la cardiochirurgia e l’ortopedia.

La scheda del servizio: LA LUNGA E VIGILE ATTESA

di Giulio Valesini, Lidia Galeazzo e Cataldo Ciccolella

Collaborazione Alessia Pelagaggi

Nel 2024 quasi 6 milioni di pazienti hanno rinunciato a prestazioni sanitarie a causa di lunghe liste di attesa o per motivi economici. Anni di tagli alla sanità e fuga di medici e infermieri prima, poi il Covid che ha bloccato ospedali e ambulatori. È ormai esperienza comune chiamare il centralino regionale e sentirsi offrire una colonscopia o un ecocardiogramma per l'anno successivo. Cosa stanno facendo le Regioni per risolvere il problema? E che risultati ha ottenuto il Ministro della Salute Orazio Schillaci con la sua legge per abbattere le attese? Report ha indagato sul campo per scoprire qual è la situazione reale.

La vicenda dell’ospedale Covid in Fiera.

Nei giorni di marzo 2020 il covid fa chiudere l’Italia così, nei padiglioni della Fiera di Milano, si decide di allestire un nuovo ospedale covid sotto la supervisione di Guido Bertolaso.

I primi quattro moduli vengono inaugurati dall’arcivescovo Delpini il 31 marzo 2020. Un ospedale di altissima qualità – così veniva presentato dal presidente Fontana. Pazzali, il presidente della fondazione Fiera lo presentava come un miracolo, abbiamo fatto in 10 giorni quello che normalmente si fa in un anno. Bertolaso logiava l’allestimento di 250 letti per terapia intensiva “una grande struttura dotata tra l’altro di tutti quei servizi diagnostici per un centro di questo livello..”

Per realizzare questo ospedale furono raccolti in donazioni oltre 25 ml di euro: tra i donatori c’era anche lo studio dell’avvocato La Scala che contribuì con 10mila euro.

Ecco, che ne è stato di quelle donazioni? Quanti letti in terapia intensiva sono stati effettivamente comprati? Nessuno ci ha mai detto niente – commenta oggi l’avvocato – e soprattutto nessuno ci ha detto che fine ha fatto l’investimento.

A giugno 2023 è stata firmata una convenzione per trasferire i beni dell’ex ospedale a Gallarate in un ex deposito dell’aeronautica militare dove la regione Lombardia vuole realizzare il nuovo hub per le emergenze sanitarie.

Quell’ospedale non esiste più – racconta oggi l’assessore Bertolaso -è stato trasferito, ma rimane orgoiglioso di quesll’ospedfale che è stato chiamato come lui “Bertolaso hospital”.

Lì sono stati ricoverati 538 pazienti, su 221 posti letti iniziali ne sono stati realizzati solo 157: dove sono oggi questi letti? Sono stoccati in alcuni depositi in attesa del completamento del grande centro da realizzare a Gallarate, spiega Bertolaso alla giornalista di Report.

Riuscirà Claudia Di Pasquale a visitare l’hub di Gallarate come promesso da Bertolaso?

Alessandro Mantovani sul Fatto Quotidiano ha pubblicato un’anticipazione del servizio:

L’ospedale Covid alla Fiera: dopo 5 anni tutto nei depositi

di Alessandro Mantovani

Sulle tracce dei letti e degli strumenti dell’“Astronave” milanese di Bertolaso, costati 14,5 mln. Terapie intensive: 40% dei fondi non spesi

Ricordate, quando il Covid travolse la Lombardia nel 2020, l’ospedale tirato su di corsa in due padiglioni della Fiera di Milano? Fu un’idea di Guido Bertolaso, oggi assessore regionale al Welfare. Lo chiamavano “l’astronave”. Molti clinici non condividevano la scelta di separare le terapie intensive dagli altri reparti e di dividere medici e infermieri su diverse strutture. Passò alla storia per un costo enorme a fronte di appena 538 pazienti ricoverati tra l’autunno 2020 e il 2022: dovevano essere 400 letti, poi 300, poi 221 e alla fine 157. Secondo i rendiconti oggi disponibili spesero 14 milioni e mezzo su 25 milioni di donazioni, senza contare i costi del personale.

Report stasera su Rai3 ci racconta che (brutta) fine ha fatto gran parte delle attrezzature comprate allora e passate alla Fondazione del Policlinico di Milano, che sta costruendo un nuovo ospedale: “Verranno quasi tutte riutilizzate in parte, quelle che si può”, assicurano. Ma a tre anni dalla chiusura dell’“astronave” stanno per lo più nel magazzini, in particolare a Gallarate in un ex deposito dell’Aeronautica già usato per le vaccinazioni Covid e destinato – pare nel 2028 – a diventare un hub per le emergenze sanitarie. Alcuni letti non si capisce dove siano. Ci sono poi monitor, ventilatori polmonari, flussimetri, umidificatori, generatori per caschi cpap: “Hanno bisogno di temperature basse, di manutenzione e di essere attivati periodicamente – dice Maria Rozza, consigliere Pd in Lombardia – È chiaro che le temperature d’estate sono a 50 gradi e d’inverno magari sottozero”. Altri letti comprati allora non potevano essere utilizzati perché privi del marchio Ce: sono al vecchio Sant’Anna di Como, chiuso.

La scheda del servizio: AD OSPEDAL DONATO…

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Giulia Sabella

Sono passati cinque anni dallo scoppio dell'emergenza Covid, la regione più colpita allora è stata la Lombardia. Qui per far fronte alla pandemia fu allestito in pochi giorni un ospedale Covid all'interno della Fiera, grazie alle donazioni di tante imprese e cittadini. Ma che fine hanno fatto tutti i letti, le apparecchiature e le attrezzature acquistate in quelle drammatiche settimane?

All’interno delle Poste

Ecco a cosa serve l’informazione libera e indipendente: a raccontare storie, come quelle che verranno mostrate stasera, su dei brutti comportamenti dentro il mondo di Poste Italiane.
Dei consulenti finanziari all’interno di Poste avrebbero concesso prestiti concessi a clienti senza i necessari requisiti, in cambio di finanziamenti fittizi per lavori di ristrutturazione.

Certo i clienti non dovevano fare questi lavori – racconta a Report un ex consulente finanziario di Poste a Report: “molte volte erano ignari del tipo di prestito che veniva loro proposto e cosa succedeva? Puntualmente i nostri responsabili creavano ad hoc dei preventivi non veritieri , non fatti dalle aziende, da caricare nelle pratiche..”

I preventivi non erano veri, erano preventivi falsi forniti dai responsabili commerciali di zona in maggior parte.
Tra i consulenti – continua il servizio – giravano dei moduli per preventivi per ristrutturazioni edili pre impostati dove bastava modificare il saldo finale in base al prestito chiesto dal cliente.

Preventivi nei quali la stessa ditta, che avrebbe dovuto provvedere alla ristrutturazione è completamente all’oscuro: Report è andata a sentire i responsabili di queste aziende che sono rimasti sgomenti di fronte a queste carte, dei documenti totalmente fasulli.

Oltre ai finti finanziamenti, una sorta di storno (per non dire pizzo) sui prestiti erogati, ci sono altre storie emerse dalle tante segnalazioni arrivate alla redazione di Report: un altro ex consulente finanziario racconta di aver convito un cliente (che aveva bisogno di denaro) alla cessione del quinto sullo stipendio piuttosto che riscattare la vecchia polizza. Il quinto dello stipendio garantisce un tasso di interesse anche del 10% mentre il riscatto della polizza avrebbe tolto soldi a Poste italiane.

Di fatto si è consigliato ad un cliente di poste di indebitarsi, un consiglio che non guarda all’interesse del cliente ma solo al profitto dell’azienda.

Nella chat dove l’ex consulente presentava questa storia si responsabili commerciali i commenti ricevuti erano tutti positivi, dalla referente protezione al referente finanziamenti fino alla referente commerciale che invita il consulente a vendere al cliente altri prodotti..

Il gioco che si fa alle spalle dei clienti lo si comprende meglio da un’altra chat dove un consulente spiega di aver venduto 5000 euro di BTP, ma siccome sui BTP i margini di Poste sono minori rispetto ai suoi prodotti i referenti del consulente non sono contenti: è intervenuta subito la referente commerciale che scrive in chat con la faccina allarmata “ancora BTP”?

Altro consulente e altri 75mila euro in BTP e ancora una volta la responsabile che li ammonisce, state facendo troppi BTP e pochi prodotti di Poste, “basta coi BTP” scrive la responsabile, “devono essere esclusi dalla champions e ora dobbiamo compensare con la raccolta che deve superare di almeno l’80% i BTP sottoscritti”..

Esiste effettivamente una sorta di champions, una competizione tra gli analisti che vendono prodotti finanziari ai clienti, all’interno delle filiali di Poste: vince chi vende più prodotti di Poste italiane, chi si distingue va a Roma a festeggiare la vittoria..

E i clienti cosa ne pensano?

E la magistratura?

La scheda del servizio: LA CHAMPIONS DI POSTE

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Dopo la puntata del marzo scorso su Poste Italiane, la redazione di Report è stata invasa da decine di segnalazioni da parte di alcuni dipendenti. Un vero e proprio vaso di pandora, per raccontare cosa non va nella loro azienda. Nel frattempo, in Veneto qualcosa si è mosso. A marzo scorso la Guardia di Finanza è andata negli uffici postali della provincia di Belluno, quelli raccontati nella precedente puntata dedicata a Poste Italiane. Questa volta, però, non abbiamo parlato soltanto con i portalettere: siamo stati contattati da un gruppo di oltre 100 consulenti postali che hanno raccontato quali prodotti devono piazzare ai clienti. Inoltre, Report ha scoperto, con documenti esclusivi, come vengono erogati prestiti a chi non ha le garanzie adatte: attraverso la presentazione di preventivi di lavori di ristrutturazione che però non vengono mai fatti.

Le birre di Abbazia

Bernardo Iovene torna ad occuparsi di birra dopo il servizio di settimana scorsa: dopo le birre artigianali vere e quelle fintamente artigianali, ora tocca alle birre prodotte nelle abbazie, le birre prodotte dai monaci dell’ordine di Trappa.

Come quella prodotta in Belgio dai monaci trappisti di Notre Dame de Scourmont: qui i monaci producono birra da 150 anni, la Chimay, ma l’abate chiarisce subito che quello che conta per loro è la vita monastica, poi la birra e quello che possono fare grazie alla vendita di questa birra.

I ricavi vanno in parte all’abbazia, alla comunità monastica, una parte ad una associazione di solidarietà ad altre comunità monastiche per assistenza sociale e medica in Belgio e in tutto il mondo, in particolare in Africa. Poi una terza parte va ad una fondazione che si occupa dei comuni nella regione dell’abbazia.

I monaci bevono la loro birra? Solo durante le feste religiose o quando ci sono ospiti, ammette l’abate.

La produzione della birra all’interno delle mura è affidata a dei laici sotto il controllo di don Damien, l’abate: Alessandro Bonin, l’export manager di Chimmay ha accompagnato Iovene nella zona di produzione, gli ingredienti della birra, come il lievito, lo stesso da 70 anni, che viene trattato come una ampolla santa nei laboratori, la forma delle cellule viene controllata continuamente, che deve essere un po’ allungata a fagiolo.

La scheda del servizio: ORA ET BEVI BIRRA

di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo

Le birre Leffe e Grimbergen si definiscono birre di abbazia, in realtà sono prodotte da 2 multinazionali, AB-inBev per la Leffe e Carlsberg per la birra Grimbergen. Le trappiste invece sono vere birre d’abbazia, e hanno regole precise: produzione in abbazia, controllo dei monaci e ricavi destinati alla beneficenza. La troupe di Report è stata in due abbazie trappiste in Belgio e ha verificato tutte le attività di beneficenza finanziate con i proventi della birra. Infine, con i maggiori esperti del settore Report ha fatto un confronto tra le birre d’abbazia prodotte dalle multinazionali e le birre trappiste.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.