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27 gennaio 2024

I sommersi e i salvati di Primo Levi


 

Le prime notizie sui campi d'annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell'anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe, tuttavia fra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità.

E' significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli; molti sopravvissuti (tra gli altri, Simon Wiesenthal nelle ultime pagine di Gli assassini sono fra noi, Garzanti, Milano 1970) ricordano che i militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: «In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. [..] La storia dei Lager, saremo noi a dettarla».

Se in “Se questo è un uomo” la narrazione è concentrata sui ricordi della non vita dentro il lager, scritti nell’imminenza della liberazione con l’obiettivo di non disperdere nulla di quel male, questo secondo saggio di Primo Levi, scritto molti anni dopo, si pone su una prospettiva diversa. Non c’è più l’assillo nel voler testimoniare cosa è stato che nasceva da quell’incubo che assillò Levi come altri sopravvissuti ai lager, il rivolgersi ad una persona cara che si volta e se ne va via: qui Primo Levi vuole fare una profonda, onesta e lucida analisi su quanto successo in Europa col nazismo, andando anche a sfatare i tanti stereotipi che si sono radicati.

Come mai non avete combattuto? Come mai non ve ne siete andati prima dall’Italia, dall’Europa occupata? Come erano i vostri carcerieri, le SS? Erano dei bruti?

Non c’è mai, in nessun capitolo di questo saggio, una parola di odio nei confronti delle SS, dei tedeschi (anzi, l’ultimo capitolo è dedicato alle lettere scambiate con lettori tedeschi del suo Se questo è un uomo), nemmeno quando si parla dell’inutile crudeltà a cui erano sottoposti gli ebrei (come gli zingari, come gli omosessuali) dentro i lager: il dover evacuare in pubblico, un trauma per le persone anziane, il dover far tutto (dal bere alle esigenze corporali) con una sola gamella, il dover rifare ogni mattina il letto rispettando delle regole assurde

«Visto che li avreste uccisi tutti… che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà?», chiede la scrittrice a Stangl, detenuto a vita nel carcere di Düsseldorf; e questi risponde: «Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile fare ciò che facevano».
In altre parole: prima di morire, la vittima doveva essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della colpa.

Levi cerca sempre di comprendere, i perché, le cause, con una sola grande motivazione: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.”
Attenzione, ci ammonisce tutti quanti, è vero che oggi è difficile che si riproducano le condizioni che hanno portato Hitler al potere: “lo stato di guerra; il perfezionismo tecnologico ed organizzativo germanico; la volontà ed il carisma capovolto di Hitler; la mancanza di solide radici democratiche”, ma un intero paese ha creduto alle favole di Hitler, quando le sue posizioni erano già chiare dopo la pubblicazione del Mein Kampf. Questa è la colpa che l’autore fa al popolo di Goethe, il non aver voluto vedere quanto era sotto i loro occhi

.. c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, cosí da non vederla e non sentirsene toccato: cosí hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani

C’è un’altra ammonizione che ci fa Levi: il genocidio del popolo ebraico è stato qualcosa che, si spera, rimarrà un evento unico nel corso della storia. Ma quella violenza contro persone inermi si è riprodotta poi nei decenni successivi senza che il mondo intero avesse imparato la lezione.
Levi scrisse questo saggio prima delle guerre in Iraq o in Afghanistan, quando per esportare la democrazia abbiamo ritenuto, noi occidentali, che qualche migliaio di vittime civili fosse un danno collaterale accettabile. Ma Levi aveva vissuto gli anni del Vietnam, col napalm sui villaggi, il golpe in Cile, i desaparecidos in Argentina.
La memoria da sola non basta:

...anche se un nazismo identico al precedente non ha nessuna possibilità di ripresentarsi, comportamenti come quelli che ne hanno reso possibile l' avvento, non sono invece rari. Levi aveva ragione, la memoria è necessaria; ma oggi noi dobbiamo aggiungere: tuttavia non basta. Perché? Perché tutti noi abbiamo la tendenza a sfruttare la memoria a nostro vantaggio. Se ci identifichiamo con le vittime innocenti, questo ci dà a priori il diritto di esigere riparazioni; se ci identifichiamo invece con eroi irreprensibili, questo ci permette di passare sotto silenzio i nostri misfatti. [dalla prefazione di Tzvetan Todorov]

Se da una parte non traspare mai odio nei confronti dei carnefici, anche il giudizio su quella che lui chiama la “zona grigia” rimane sospeso: il kapo, i detenuti funzionari, i membri dei Sonderkommando, medici come Miklos Nyiszli, l’anatomo patologo (lavorò con Mengele e fu uno dei pochi sopravvissuti di Auschwitz, anus mundi).

Non è facile del resto esprimere un giudizio su queste persone oggi, per noi: uno degli effetti delle condizioni dei campi era quello di togliere alle persone il loro aspetto umano, la dignità, il senso di solidarietà, l’empatia.

In particolare il lavoro nei forni crematori, nella preparazione dei nuovi arrivati alle camere a gas (le docce) era fatto da ebrei dentro queste unità chiamate Sonderkommando:

“dovevano essere gli ebrei a mettere nei forni gli ebrei, si doveva dimostrare che gli ebrei, sotto-razza, sotto-uomini, si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se”.

Attenzione, Levi sa benissimo e lo ripete continuamente, tutto questo (le botte prese dai kapo, gli ordini urlati in faccia, uno choc per i nuovi arrivati che nemmeno conoscevano la lingua) non cancella il fatto che da una parte c’erano le vittime e dall’altro i carnefici.

Ma Levi non dimentica il “senso di colpa” e di vergogna che rimase addosso a lui, come ad altri superstiti una volta liberati, una volta cioè in cui era stata restituita loro la dignità umana. La possibilità di pensare come un uomo.
Era il senso di colpa per quel pane non condiviso col compagno, per quella volta che non avevi voluto ascoltare i lamenti di quell’uomo nella stessa baracca a fianco a te.

Il senso di colpa per aver rubato: “alle cucine, alla fabbrica, al campo, insomma «agli altri»”.

Eccolo, il senso del titolo, i sommersi e i salvati:

Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare.

Se questi erano le vittime, come Primo Levi, chi erano dunque le SS? È una delle domande che più spesso sono state fatte allo scrittore, nel corso degli anni. Anche questo rappresenta uno stereotipo che va cancellato: non erano bestie, non erano mostri. Erano uomini come noi, “fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi”.

Uomini come Stangl, comandante di Treblinka, o burocrati come Eichmann, il volto della “banalità del male” (per citare un altro importante saggio sulla Shoà di Hannah Arendt):

“avevano il nostro stesso viso ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo ubbidienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita e imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori”.

Eccolo, dunque, il punto finale: non solo la memoria, ma l’educazione. L’educazione al pensiero libero, al non lasciarsi assoggettare dalla pigrizia mentale, alle belle parole del leader di turno.

Viviamo tempi difficili oggi, se nel mondo non ci sono Hitler, non mancano leader forti a capo di nazione che dispongono dell’arma atomica che hanno dimostrato scarso amore per le libertà. Le libertà di pensiero, delle minoranze, delle opposizioni.

Abbiamo accettato le guerre per la democrazia, la violenza di Stato, in questo momento sta soffiando in occidente un brutto vento di guerra, si sta facendo passare il messaggio falso che le guerre sono inevitabili:

.. di guerre e di violenze non c’è bisogno, in nessun caso. Non esistono problemi che non possano essere risolti intorno ad un tavolo, purché ci sia la volontà buona e fiducia reciproca: o anche paura reciproca..

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

25 gennaio 2024

È avvenuto, può accadere di nuovo - l'incomunicabilità dentro il lager

Una buona parte delle dei deportati moriva nei primi giorni perché non conosceva alcuna parola del tedesco parlato dalle guardie, coi loro ordini urlati in faccia.

Nessuno ti spiegava cosa dovevi fare, cosa i guardiani si aspettavano da te: il linguaggio era un problema principalmente per gli italiani, specie quelli catturati dopo il 1943, Primo Levi ricorda in uno dei capitoli de I sommersi e i salvati quanto per lui sia stato fondamentale per sopravvivere avere un minimo di conoscenza del tedesco, grazie ai suoi studi di chimica.

Noi abbiamo vissuto l’incomunicabilità in modo piú radicale. Mi riferisco in specie ai deportati italiani,[..] Per noi italiani, l’urto contro la barriera linguistica è avvenuto drammaticamente già prima della deportazione..

Ma anche superati i primi giorni, all'interno delle baracche, sui luoghi di lavoro, non c'era alcuna forma di comunicazione "civile" tra i deportati.

Si imparavano a memoria il proprio numero, quello tatuato sul braccio, il numero della persona prima di te nella fila per il rancio, per non perdere il posto.

Anche l'assenza di qualsiasi forma di comunicazione, il passaggio ad un linguaggio "da animali" è stato un altro passaggio verso l'abbrutimento dell'uomo.

Nessuna forma di comunicazione, di discussione, la fine dell'uomo come essere pensante.

Tutto questo si ricollega ad un altro tema, che chi ha letto Orwell ha ben compreso: nelle dittature si tende a ridurre l'espressività del linguaggio, il ragionamento deve essere binario, senza sfumature, senza alcuna concessione alla complessità del mondo.

Da qui l'osservazione che fa Levi: quando muore per inedia la discussione, dilaga l’ignoranza delle opinioni altrui, trionfano le opinioni imposte

24 gennaio 2024

È avvenuto, può accadere di nuovo - Il tema della vergogna (I sommersi e i salvati )

Un altro capitolo importante ne I sommersi e i salvati riguarda le domande a fine prigionia: chi sono quelli che si sono salvati dallo sterminio? Perché io e non altre persone, più meritevoli?

Come mai molti dei sopravvissuti hanno provato, al termine della prigionia nell'inferno in terra, un senso di vergogna?

In quel momento, in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta;..

Si ridiventava uomini fuori dal campo, all'improvviso ci si rendeva conto del male che si era fatto dentro il campo, quella volta che non avevi condiviso il pane col tuo compagno di baracca, o quel poco di acqua che scendeva da un tubo per placare la sete:

Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della «zona grigia», le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sí innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione,

Era la vergogna per la consapevolezza che "avevamo sopportato la sporcizia, la promiscuità e la destituzione soffrendone assai meno di quanto ne avremmo sofferto nella vita normale".

Prima bisognava badare a sé stessi, poi, se c'era la forza, il tempo, la pazienza.

Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui [..] Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare.

È avvenuto, può accadere di nuovo - La zona grigia

Con grande onestà intellettuale, Primo Levi in "I sommersi e i salvati" parla anche della zona grigia, tra le vittime e i carnefici: si tratta dei detenuti dei lager diventati Kapo, che avevamo un piccolo potere con cui pensare di sopravvivere qualche giorno, qualche mese in più.

Sono i detenuti che si occupavano delle camere a gas e della cremazione, i Sonderkommando, vittime anche loro, pronti ad abbaiare ordini contro altri ebrei che non erano pronti a spogliarsi per la "doccia" che li avrebbe igienizzati.

Ogni vittima è da piangere, ed ogni reduce è da aiutare e commiserare, ma non tutti i loro comportamenti sono da proporre ad esempio. L’interno dei Lager era un microcosmo intricato e stratificato; la «zona grigia» di cui parlerò più oltre, quella dei prigionieri che in qualche misura, magari a fin di bene, hanno collaborato con l’autorità, non era sottile, anzi costituiva un fenomeno di fondamentale importanza per lo storico, lo psicologo ed il sociologo.

I primi colpi nel lager, ricorda lo stesso Levi, spesso arrivavano da un altro prigioniero come te, con la divisa a strisce, colpi a cui era pericoloso rispondere.

Nel lager l'abbrutimento, la regressione messa in atto dai nazisti, che fosse studiata o meno, aveva distrutto quel senso di solidarietà tra uomini: il nuovo arrivato era un estraneo, un concorrente alla lotta per il cibo. Tra i prigionieri ce ne erano di privilegiati, chiamatia a gestire quei compiti burocratici (tra cui anche il controllo della piegatura delle coperte) che non mancavano neppure in un luogo di sterminio, prigionieri funzionari che magari parlavano una lingua che non conoscevi e che, come ammette lo stesso Levi, costituirono una buona parte dei sopravvissuti.

Si riproduceva cosí, all’interno dei Lager, in scala piú piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall’alto,

I kapo, i detenuti funzionari e infine i membri dei Sonderkommando: detenuti su cui Levi sospende ogni giudizio, ebrei che doveano uccidere altri ebrei, spogliarne i cadaveri, metterli nei forni in cambio di qualche privilegio

.. si rimane attoniti davanti a questo parossismo di perfidia e di odio: dovevano essere gli ebrei a mettere nei forni gli ebrei, si doveva dimostrare che gli ebrei, sotto-razza, sotto-uomini, si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi

Una scelta voluta, far ricadere sigli ebrei anche questa colpa.

Erano vittime anche loro, perché i nazisti uccidevano i membri di questi gruppi ogni due-tre mesi perché nessuno potesse testimoniare dello sterminio.

Ripeto: credo che nessuno sia autorizzato a giudicarli, non chi ha conosciuto l’esperienza del Lager, tanto meno chi non l’ha conosciuta.

23 gennaio 2024

È avvenuto, può accadere di nuovo - il dovere della memoria

Le prime notizie sui campi d'annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell'anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe, tuttavia fra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità.

E' significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli; molti sopravvissuti (tra gli altri, Simon Wiesenthal nelle ultime pagine di Gli assassini sono fra noi, Garzanti, Milano 1970) ricordano che i militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri:

«In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. 

E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere

creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager, saremo noi a dettarla».

Da I sommersi e i salvati di Primo Levi Einaudi editore - Prefazione

Eccola, l'importanza della memoria, seppur attraverso i ricordi (a volte fallaci, lo ricorda lo stesso Levi), da tramandare, generazione dopo generazione: ricordare cosa è successo in Europa negli anni quaranta del secolo passato.

Altrimenti la storia che rimane, passati gli anni, diventa la narrazione del vincitore, quella di comodo. Anche per le nostre coscienze.

22 gennaio 2024

È avvenuto, può accadere di nuovo - la lezione dimenticata della storia

 ...anche se un nazismo identico al precedente non ha nessuna possibilità di ripresentarsi, comportamenti come quelli che ne hanno reso possibile l' avvento, non sono invece rari. Levi aveva ragione, la memoria è necessaria; ma oggi noi dobbiamo aggiungere: tuttavia non basta. Perché? Perché tutti noi abbiamo la tendenza a sfruttare la memoria a nostro vantaggio. Se ci identifichiamo con le vittime innocenti, questo ci dà a priori il diritto di esigere riparazioni; se ci identifichiamo invece con eroi irreprensibili, questo ci permette di passare sotto silenzio i nostri misfatti. Basta cioè cambiare luogo, etichetta, circostanze, e non vediamo più nessun buon motivo per trarre dal passato lezioni che potrebbero applicarsi anche a noi. I resistenti e i combattenti francesi della Seconda guerra mondiale non ignoravano gli orrori nazisti; eppure questo non ha impedito loro, dopo la Liberazione, quando occupavano posti di comando nell' esercito o nel governo, di reprimere nel sangue le richieste di un po' più di autonomia fatte dalle popolazioni delle colonie: 15 000 morti a Sétif, in Algeria, nel 1945; 40 000 morti in Madagascar, nel 1947 - prima di arrivare all' uso sistematico della tortura, ancora in Algeria, a partire dal 1954. I dirigenti israeliani non ignoravano niente, se ne può essere certi, delle persecuzioni subite dagli ebrei durante la guerra; ciò non ha impedito loro, in diversi momenti della storia recente, di perseguitare a loro volta i palestinesi che avevano il torto di trovarsi ancora su quella terra che aveva smesso di essere la loro. Non era un genocidio, fortunatamente; ma se prima di indignarsi bisogna aspettare che le sofferenze umane raggiungano l' apice di Auschwitz, allora si potrà ancora per molto tempo, e con la coscienza tranquilla, fare orecchie da mercante ai lamenti di uomini e popoli. 

Non è dunque necessario che siano presenti tutte le caratteristiche tipiche dello Stato totalitario perché ricompaiano alcune delle sue pratiche. Levi lo sa bene: la violenza illegittima (se non «inutile») non è prerogativa solo dei regimi nazisti e comunisti, si incontra anche negli Stati autoritari del Terzo mondo e anche nelle democrazie parlamentari. 

I sommersi e i salvati di  Primo Levi Einaudi - dalla prefazione di Tzvetan Todorov

Sono parole importanti, quelle dello storico Todorov, contenute nella prefazione del libro di Levi, perché ci svelano l'ipocrisia dell'occidente, capace di vedere gli orrori degli altri ma incline a perdonarsi le proprie. In Iraq, in Afghanista,

Parole che acquistano un valore ancora più importante oggi, con la guerra a Gaza, con le tante, troppe vittime civili.

La storia non ha insegnato nulla.

27 gennaio 2015

Perché questo è stato – cosa rimane della giornata della memoria

Ma cosa rimane oggi della giornata della memoria?
Leggendo i giornali, la notizia delle celebrazioni si mischia a tante altre: alcune importanti (come le elezioni in Grecia, le elezioni del presidente della Repubblica). Altre decisamente meno: gossip politico, trash televisivo ..
Non si riesce o forse non si vuole ricordare quella che dovrebbe essere la lezione che dovremmo aver imparato, dopo la Shoa.
Che esistono dei diritti fondamentali che nessuno stato, nessun uomo di Stato può arrogarsi il diritto di cancellare. Il diritto di non essere chiuso in un ghetto o in campo, privato del cibo, costretto a vivere di stenti.
Non è successo solo nella seconda guerra mondiale: quello passato sarà stato sarà ricordato come il secolo dei genocidi anche. Di popoli, etnie, massacrati per la sola colpa di esistere.
Orrori che ancora oggi facciamo fatica a comprendere nella loro interezza, perché la nostra mente quasi rifiuta di credere a quelle immagini che testimoniano cosa è stato.


Vengono in mente le parole di Primo Levi (citate da Robert Harris nel suo libro Fatherland)
In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per poter portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perchè noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei lager, saremo noi a dettarla.
Ufficiale SS, citato in
"I sommersi e i salvati" di Primo Levi.

Srebenica
 Tutto questo è stato e continua ad essere ogni volta che c'è un dittatore che reprime l'opposizione, le persone con la pelle di un altro colore, di un'altra religione.
Eh sì, abbiamo perso la guerra, ma abbiamo dominato il mondo e continuiamo a farlo, in silenzio o urlando, tu conosci quello che accade, in Jugoslavia abbiamo vinto noi, e in Rwanda e ogni volta che qualcuno si alza e afferma la panzana demente di fascismo buono, una bontà che non abbiamo mai voluto o rivendicato, perché l'unica cosa che avevamo in mente era di essere giusti della nostra giustizia, senza la lettera maiuscola o i comandamenti o i precetti di chiunque, giusti perché lo avevamo deciso, non buoni.
Ogni volta che accade, per ogni saluto col braccio teso, per ogni dittatore che reprime un oppositore o lo zittisce, per ogni essere umano che si crede onnipotente, noi vinciamo e per ogni silenzio o dimenticanza, noi vinciamo, e per ogni silenzio o dimenticanza, noi vinciamo, e per ogni singolo pensiero che cerca odio con cui affermare la propria rivalsa, anche il tuo nei miei confronti [..] noi vinciamo, e vinciamo per un semplice motivo, abbiamo affermato come regola l'inaffermabile, proprio quel libero arbitrio di cui tanti blaterano, il nostro libero arbitrio, che non riconosce nulla al di sopra di sé, in cielo o in terra[..]
Guardati intorno, pensa al mondo in cui vivi. E quando resti solo, chiediti se ci avete sconfitti davvero.
Patrick Fogli, Dovrei essere fumo
Chiediamoci se abbiamo veramente imparato la lezione. Ancora su Facebook vedo girare post con la faccia del Duce. Gente che inneggia al fascismo, in base ad una presunta (e menzognera) concezione di dittatura dell'ordine. Gente che inneggia a Putin, che tiene la Russia pulita (anche dai giornalisti che fanno domande scomode). Ci siamo già dimenticati i gulag, le leggi razziali, le carceri piene di gente imprigionata senza processo. Ci siamo dimenticati di Aktion T4 e degli indesiderabili che venivano eliminati per un senso di “pietà” da Hitler: i bambini con problemi di handicap, deformi, inabili.
Ausmerzen, come ha raccontato Marco Paolini: eliminare tutte le vite indegne perché IMPRODUTTIVE.
Perché non ce lo possiamo permettere di aiutare gli ultimi, perché c'è il mercato e il profitto, perché chi non rimane al passo è un parassita.
Non le avete sentite anche oggi queste parole? No, forse la lezione non l'abbiamo ancora imparata.

Perché questo è stato - I sommersi e i salvati Primo Levi

Adolf Eichmann - capo ufficio IV B4 - RSHA
Guardie del campo di Auschwitz
Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri «aguzzini». Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal Drill delle SS. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari. Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le « belle parole » del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico.



Perché questo è stato - Primo Levi “Se questo è un uomo”:

Prigionieri del campo di Auschwitz
Distruggere l'uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.
E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.
Se questo è un uomo - pagina 182
E chi erano questi tedeschi (ma non solo tedeschi) di cui parla Primo Levi nel suo libro?
Non sono solo gli aguzzini delle SS, come li immaginiamo noi.
Dietro lo sterminio c'erano anche quelli che pianificavano i trasporti, quelli che hanno progettato i campi (fino a quanto possiamo stipare le stanze, per massimizzare l'occupazione?), quelli che hanno studiato il metodo migliore per uccidere gli ebrei e gli indesiderati nel modo migliore.

Medici, come il dottor Pannwitz

..quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità, dell’anima umana.
Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza,della grande follia della terza Germania.
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato: Il cervello che soprintendeva a quegli occhi azzurri, e a quelle mani coltivate diceva: “Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere ‘che è ovviamente opportuno sopprimere..”

04 settembre 2012

Ausmerzen di Marco Paolini

Ausmerzen: vite indegne di essere vissute.
Il 26 gennaio 2011
Marco Paolini raccontò, in prima serata su La7, la storia del progetto Aktion T4: lo sterminio di massa di circa 300000 persone, nella Germania nazista. Erano disabili, persone con disagi psichici, bambini nati con deformità: non sono i milioni di morti passati per il camino per la “soluzione finale” (zingari, ebrei, comunisti, gay). Tutto questo avvenne prima, col beneplacito di una legge di stato, di buona parte della comunità scientifica tedesca, col silenzio della popolazione. E continuò anche dopo la fine della guerra, quando tutto era finito.
Di questo sterminio, ci ha raccontato Paolini, se ne parla poco: forse perché qui a morire erano pazzi, persone deformi, persone con problemi. Forse anche perché le idee, le teorie scientifiche che portarono a questo sterminio non furono solo del nazismo e della Germania di Hitler.


No: dietro Aktion T4 ci sono le teorie dell'Eugenetica, nate alla fine dell'800 con la Belle Epoque, col progresso scientifico, con lo sviluppo delle grandi industrie (che finanziarono proprio le ricerche in ambito di Eugenetica), con la nascita di un primo benessere borghese, che poteva essere minacciato dalle masse di emigrati in cerca di una vita migliore.

Ausmerzen è una parola dal suono dolce, e anche l'Eugenetica stessa è una teoria nata per un principio etico, secondo alcuni nobile. Quello di decidere, sulla pelle altrui, cosa è normale e cosa non lo è. Cosa è curabile, e dunque può rimanere all'interno della società, da cosa non è recuperabile e dunque può essere eliminato. Ausmerzen: come i piccoli agnellini che per la transumanza di marzo andavano eliminati perché deboli. 

Questo libro è un approfondimento del racconto trasmesso in televisione, una sua riscrizione in cui si parte da Aktion T4, per arrivare al rischio di una nuova eugenetica sociale, nelle democrazie di oggi. Dove, pare, ancora si debbano selezionare quanti sono produttivi e competitivi per il mercato globale, da quanti non lo sono più e possono essere messi da parte.

Il libro di Paolini parte dalla belle epoque, epoca in cui i dottori sviluppano questa filosofia per migliorare il mondo e la società: Galton (che da la definizione di Eugenetica), Graham Bell (che fece degli studi sulla sterilizzazione dei sordomuti, per impedire che la malattia si espandesse), Konrad Lorenz e l'italiano Lombroso. Quello per cui dalla faccia, dai lineamenti di una persona si poteva capire quanto era disposto al crimine. E, dunque, se il tuo male è qualcosa che ti porti dentro e non è curabile, è giusto che tu non possa procreare.
Prima di Aktion T4, ci sono state le sterilizzazioni di massa in tanti paesi nel mondo: da Wikipedia

Germania: 1933-1941: oltre 400.000

Stati Uniti: 1899-1979: circa 65.000
Svezia: 1934-1976: 62.888
Finlandia: 1935-1970: 58.000
Norvegia: 1934-1977: 40.891
Danimarca: 1929-1967: 11.000
Canada: 1928-1972: circa 3.000
Svizzera: 1928-1985: meno di 1.000
Nel suo libro
Mein Kampf, Hitler cita espressamente gli Stati Uniti e la loro politica per la sterilizzazione, per la purificazione del paese. 

“ L’Unione americana rifiuta gli elementi cattivi dell’immigrazione, ed esclude semplicemente certe razze dalla concessione della cittadinanza – e con ciò professa già, in pronunciamenti ancora deboli, una mentalità che è propria del concetto nazionale di Stato.”

Come si vede, è facile passare da un principio apparentemente nobile (chi non vorrebbe avere attorno a se persone sane, senza malattie), all'orrore.

Basta assumersi l'onore di decidere per gli altri. Senza preoccuparsi del dolore che si crea, della condizione in cui stanno i più deboli.
D'altronde, per anni anche dopo la guerra si è continuato ad effettuare l'elettroshock sui matti (in Italia in anestesia solo dal 1963), e la lobotomia. 

I principi dell'Eugenetica furono l'alibi per la politica “purificatrice” di Hitler: nel 1933, quando arrivò al governo, usò l'arma della propaganda (il cinema soprattutto) per far passare nella società tedesca l'idea che gli anormali erano un peso per tutti. 
Una delle prime leggi è quella sulla sterilizzazione degli anormali (dopo aver sterilizzato gli altri partiti):
“persone affette da una serie di malattie ereditarie - o supposte tali - tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington e deficienza mentale. Inoltre la legge prevedeva la sterilizzazione degli alcoolisti cronici.”

Furono create delle corti genetiche, composte da medici e giudici, col compito di applicare questa legge. 
Nel 1939 si arrivò all'Eutanasia di Stato: ovvero l'eliminazione fisica delle vite “indegne”. Si iniziò con in bambini. Qui nasce la struttura, in Tiergartenstrasse 4 a Berlino (da cui la sigla T4), dove si gestì l'intero ciclo di gestione dello sterminio: la gestione delle sedi dove procedere con l'eliminazione di bambini e adulti; la gestione degli elenchi di persone da “trattare”, che arrivavano dagli psichiatri consulenti dell'organizzazione; la gestione dei trasporti e infine la riscossione dei crediti.

Come si intuisce, molte delle cose apprese durante Aktion T4 furono poi messe a frutto quando lo sterminio divenne di larga scala. Come si uccide in modo più veloce? Col veleno, col gas, con la denutrizione?
Come si devono trattare i “malati” all'ingresso? 

Alle dipendenze della cancelleria personale di Hitler fu creato il «Comitato del Reich per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite gravi» a capo del dottor Brandt: un modo elegante per indicare le persone che, secondo lo spirito della nuova nazione hitleriana, dovevano essere eliminati. Ovvero prelevati dalla famiglie, anche con l'aiuto dei medici di famiglia, per essere portati nelle strutture dove poi venivano uccisi.
Abbiamo il nome del primo bambino che subì questo trattamento, il figlio dei signori Knauer.
Non abbiamo però i nomi di tutti gli altri 5000 bambini, uccisi col falso consenso dei genitori (quale genitore non vorrebbe che il figlio venisse curato?) a Grafeneck, Bernburg, Hartheim, Sonnenstein, a Hadamar, a Kaufbeuren a Brandemburg.

La guerra, scoppiata nel 1939, rese più semplici queste operazioni di morte, la pretesa pietà nei confronti di bambini con handicap, anche per il principio portato avanti dalla propaganda per cui non è giusto che mentre i sani muoiono al fronte, i malati vengano curati nelle strutture sanitarie: come disse Hermann Pfannmüller, fervente nazista ed uno tra i medici coinvolti nell'Aktion T4,
“è per me intollerabile l'idea che i migliori, il fiore della nostra gioventù, debbano perdere la vita al fronte perché i deboli di mente ed elementi sociali irresponsabili possano avere un'esistenza sicura negli istituti psichiatrici”.

Nel 1941 si passa alla fase 2 di Aktion T4, con l'eliminazione degli adulti. Le sedi erano già pronte, la struttura statale (e in parte
esternalizzata in strutture private) già rodata: si calcola che nel totale furono uccise 300000 persone nei centri di Aktion T4. Uccisi da personale medico, infermiere, da suore “coscienziose” con iniezioni letali, diete che portavano alla morte per denutrizione, camere a gas. 

Ma non è solo questo: queste persone furono anche usate come cavie per esperimenti scientifici (o presunti tali), come fossero state cavie o semplici cose. Fino a quanto regge un corpo immerso nell'acqua fredda? Cosa succede a lanciare per aria una bambina più volte?
Per far avvicinare il lettore a questa tragedia, per non far sì che questa rimanga una storia di numeri e statistiche, Paolini racconta una di queste morti:
Lossa Ernst, un rom di 13 anni, ucciso a Kaufbeuren. Colpevole di avere un carattere insopportabile, di rubare piccole cose, di essere irrequieto coi compagni e i superiori. 


Eugenetica oggi.
Ausmerzen inizia con le parole di Primo Levi sul dottor Pannwitz in “Se questo è un uomo”:

..quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità, dell’anima umana.

Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza,della grande follia della terza Germania.
Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato: Il cervello che soprintendeva a quegli occhi azzurri, e a quelle mani coltivate diceva: “Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere ‘che è ovviamente opportuno sopprimere..”


Il dottor Pannwitz era colui che esaminava i candidati in un reparto chimico di Auschwitz: come fossero non persone, cose. Come pesci dentro un acquario o bestie dietro le gabbie di uno zoo.

Paolini immagina il suono del cervello del dottor Pannwitz: è come quello di un telefono fisso, che suona a vuoto. Ed è lo stesso suono che esce dalle teste di chi pensa che ci siano vite “sacrificabili”, di chi divide le persone in normali e non, di chi si arroga il diritto di poterle eliminare. Magari non fisicamente, ma semplicemente, girando la testa dall'altra parte per non vederle soffrire, facendo finta che non esistano. 

Le persone chiuse nelle carceri, nei Centri di identificazione. Negli ex manicomi.

Il vescovo Van Galen, una delle poche voci che si alzò contro la politica del governo nazista di eutanasia, disse “Hai tu, ho io il diritto alla vita solo finché siamo produttivi, ritenuti produttivi da altri?”.

Sono parole che assumono un valore profondo ancora oggi, dove c'è chi pensa che anche la Democrazia, il welfare, aiutare chi sta indietro, non è produttivo, chi non sta al passo coi mercati, sia un costo che non ci possiamo permettere. Secondo la logica per cui bisogna ridurre i costi della società, a qualunque costo. 
Non è anche questa eugenetica sociale?

Il racconto di Paolini, così pieno di sdegno, di passione ma anche condito con dosi di houmor, termina col racconto di una di queste morti, di “vite indegne di essere vissute”. Il piccolo Hurbinek, la cui memoria è stata salvata da Primo Levi ne “La tregua”:
Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva.Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo.La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno piú che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo».Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata. O meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavano in silenzio, ansiosi di capire, e c’erano fra noi parlatori di tutte le lingue d’Europa: ma la parola di Hurbinek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione: forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morí ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento.Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole

La prima parte del racconto televisivo andato in onda nel 2011:



La scheda del libro sul sito di
Einaudi.
Il primo capitolo del libro in pdf.
Il racconto sul sito di Jole film.

Il link per ordinare il libro su internetbookshop.

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29 gennaio 2012

Se questo è un uomo di Primo Levi

Il 27 gennaio 1945 l'esercito russo entrava nei cancelli del campo di concentramento di Auschwitz: i tedeschi avevano lasciato già il campo 10 giorni prima abbandonando i pochi detenuti ebrei al loro destino.
Tra questi, pochi e fortunati, lasciati vivi non per merito o capacità ma anche per fortuna o destino,  Primo Levi. Che era stato catturato per la delazione di un italiano e consegnato agli aguzzini nazifascisti nel dicembre 1943: passando prima per il campo di Fossoli, Levi arrivò nel lager di Auschwitz Monowitz, lager satellite del complesso di Auschwitz e sede dell'impianto Buna-Werke, nel marzo 1944, varcando in una notte gelida il cancello con la scritta “Arbeit macht frei”.

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.

“Se questo è un uomo” è il racconto della sua detenzione, della sua discesa agli inferi, del suo non essere più uomo: un non-uomo in mezzo ad altri non uomini. Un Haftling senza più nome, ma un numero 174.517, da imparare in fretta per pronunciarlo di fronte alle guardie e ai kapos, pena botte e bastonate. 
Che soffre qualcosa che non può essere nemmeno definito “fame”, “freddo”, “paura”: non ci sono parole per descrivere quello che quotidianamente, per mesi e mesi, dall'inverno alla primavera all'estate fino al nuovo inverno, Primo Levi ha visto e documentato qui.

Un viaggio nell'inferno (quello Dantesco, spesso citato nel libro, come il canto di Ulisse) che la mente umana fa fatica a comprendere: un inferno in cui la differenza tra la vita e la morte la fa il caso, il capriccio di un SS che non ti seleziona per il “camino”, il destino che ti consegna ad un incarico meno gravoso (come capitato a Levi, appunto, finito nel laboratorio chimico del dottor Pannwitz col Kommando 98, perchè laureato in chimica) rispetto a quello assegnato ad un altro compagno. Spostare tubi di acciaio nel fango, sotto la neve e il vento gelido dei Carpazi.

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
Pagina 29

Un inferno in cui ogni non essere del campo doveva imparare subito la legge del campo: non fare domande, mettersi nella posizione giusta nella fila per la zuppa, difendere con le unghie tutti i beni di cui si è in possesso, guardarsi dal vicino che alla minima disattenzione potrebbe rubarti la gamella, il cucchiaio, il pezzo di pane che ti sei tenuto nascosto.
Come tutti quelli che sono riusciti a sopravvivere, anche Levi imparò la parola “organisacja”, il traffico illegale di merce da e fuori il campo, l'unico modo che aveva una non persona di sopravvivere alla non vita del campo. Sempre che uno avesse voglia di sopravvivere: quanti ne ha visti, Levi, di non uomini che si lasciavano morire nella fatica del lavoro quotidiano.

Distruggere l'uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.
E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.
Pag 188

Un inferno in cui, come in quello dantesco popolato da diavoli delle Malebolge, anche tra i detenuti ci sono caste, la gerarchia delle Prominenze: ci sono i detenuti per reati comuni, le stelle verdi, con incarichi di Kapo e capo baracca, i detenuti politici con la stella rossa e infine gli ebrei, con la stella gialla.
E anche tra questi ultimi, i “sommersi e i salvati”, come li chiama l'autore. I sommersi: quelli morti nel campo senza lasciar traccia (senza nessun ricordo dietro, che la memoria è bandita nel campo)

La loro vita è breve ma il loro numero sterminato; sono loro, i Musulmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana.
Pag 113

E i salvati: quelli che seppero adottare diverse strategie per riuscire a sopravvivere. 
L'arte dell'ingegno e dell'astuzia, anche denunciando altri compagni pur di prenderne posto o un premio.
Curando l'aspetto in modo da essere considerati diversi e superiori dalla massa degli altri.
Tra i salvati anche quelli cui il fisico forte rendeva indistruttibili alle fatiche del lavoro e quanti sapevano usare la pietà come arma, per circuire i prigionieri di guerra inglesi (che vivevano in condizioni nettamente migliori).

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Non c'è desiderio di vendetta, nelle pagine di questo libro, dove l'aspetto più sorprendente  forse   è l'amarezza di fondo, il pessimismo del dover vivere senza poter pensare che all'oggi quotidiano, a come sopportare il freddo e il vento, a come sfuggire le fatiche (gli stratagemmi per recuperare del cibo).
La psicologia del non-uomo, abbruttito costretti a non-vivere secondo regole complesse e incomprensibili:l'assenza di pietà, se non in poche e fidate persone, la necessità di non potersi curare degli altri e per entrare nel gruppo dei privilegiati che, dentro questo inferno, riusciranno a vedere il domani.
Purtroppo, questo è stato.

Le citazioni del libro sono state prese da Wikiquote.
Il link per ordinare il libro su ibs.
La scheda del libro dell'ultima edizione Einaudi.
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27 gennaio 2012

Se questo è un uomo

Se questo è un uomo


Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi. 


(Primo Levi, nell'introduzione di Se questo è un uomo, 1947)


La crisi, lo sdoganamento da parte di certa politica dei fascismi, l'ignoranza da una parte e i razzismi mai sopiti, rendono purtroppo ancora attuale il monito di Primo Levi: non dimenticate, scolpite queste parole, e le immagini dell'Olocausto, nella memoria e nel vostro cuore!
Forse non basta una sola giornata della memoria, per ricordare.


Perchè se questo è stato






Anche questo è stato



02 settembre 2009

Frammenti di patria – I sommersi e i salvati

Altro spunto preso dalla lettura di “Patria 1978-2008”.
Nel 1987 moriva Primo Levi: aveva scritto l'anno prima il saggio “I sommersi e i salvati”, in cui partiva dalla sua esperienza nei campi di concentramento nazisti, per allargare poi il discorso a tutte le forme di oppressione, della storia recente.
Nelle ultime pagine parla dei suoi carnefici, delle SS. Non bestie, ma frutto di una generazione educata dal verbo nazista.

Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri «aguzzini». Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine.

Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti.

Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal Drill delle SS. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari.

Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le « belle parole » del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico.
[I sommersi e i salvati pagina 153]
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