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20 luglio 2025

Il biennio di sangue di Luca Tescaroli

 

1993-1994. Le menti e gli esecutori degli attentati di cosa nostra nel continente

Lavoravo alla procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta quando si verificarono gli attentati nelle città di Roma, Firenze e Milano, e stavo iniziando ad occuparmi di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992, e dell’attentato dell’Addaura pianificato per il 21 giugno 1989 per colpire Giovanni Falcone e i componenti della delegazioni elvetica in quei giorni a Palermo.

Avevo ancora nella mente le immagini desolanti dell’enorme cratere, di quella Croma scagliata a oltre sessanta metri di distanza dall’enorme deflagrazione, con all’interno i cadaveri straziati di Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, quella folla enorme e scomposta di persone che si riversavano nell’area aperta a tutti per andare a rendere omaggio alle vittime o semplicemente a curiosare [..]

Immagini che mi apparvero come lo specchio su cui si rifletteva uno Stato assente e distratto, che per tanti anni aveva tollerato o, forse, favorito, il dilagare del crimine organizzato.

Come sono stati individuati gli autori delle stragi del “biennio di sangue”, 1993-1994? Quali le prove che hanno consentito agli inquirenti di portarli a processo e ai giudici di condannarli a svariati anni di carcere? In che modo si è giunti alle condanne a Spatuzza, i fratelli Graviano, Riina e Bagarella i vertici dell’ala corleonese che in quegli anni comandava dentro cosa nostra?

La prima parte del racconto si occupa proprio di questo elencando nomi, circostanze, le confessioni degli stessi esponenti delle cosche rese davanti ai magistrati, una volta presa la scelta di diventare collaboratore di giustizia.

Luca Tescaroli oggi procuratore a Prato (dove ha chiesto di aprire una nuova direzione distrettuale antimafia per contrastare la criminalità organizzata cinese) si concentra sulle stragi di Firenze in via dei Georgofili del 26 maggio 1993, sulla strage in via Palestro a Milano e sugli attentanti a Roma del 27 luglio 1993. Oltre agli attentati al giornalista Maurizio Costanzo, il 14 maggio 1993, al fallito attentato a Totuccio Contorno nel 1993 e all’ultima bomba, l’ultima di questa scia di sangue e tritolo (e molto altro) cominciata con la bomba a Capaci, il 23 giugno 1992.

Un biennio di sangue che ha rappresentato la più grave minaccia contro le istituzioni italiane portata avanti da cosa nostra, in prima linea, su cui ancora si deve chiarire se ci siano stati, oltre a i boss, altri mandanti a volto coperto da ricercare sia dentro le istituzioni stesse, sia dentro altre centri di potere tra cui massoneria e pezzi dei servizi.

Come ricorda lo stesso autore, lo stragismo non rappresentava una novità nella storia del nostro paese: quelli che sono passati alla storia come gli anni della strategia della tensione sono stati caratterizzati da attentati contro banche, treni, sindacati riuniti in piazza, tentativi di colpi di stato che avevano come obiettivo quello di lanciare messaggi a chi di dovere dentro le istituzioni.

Quello che colpisce della scia di attentati del 1992-93-94 è quanto abbiano inciso nelle scelte politiche fatte dai vari governi: come per le bombe fasciste di Milano 1969 e Piazza della Loggia 1974 l’obiettivo era destabilizzare per stabilizzare l’asse politico in senso centrista e ostacolare la crescita dei partiti di centro sinistra, l’obiettivo delle bombe di cosa nostra era lo stesso, destabilizzare per non poi trovare all’interno dei partiti nuovi referenti politici.

Cambiare tutto per non cambiare nulla negli equilibri tra stato e mafia.

C’è un filo nero che lega le stragi fasciste a quelle mafiose (sempre che sia solo mafia): la presenza di esponenti dell’arcipelago nero come Paolo Bellini, condannato per la strage fascista di Bologna del 1980 e confidente dei carabinieri nel 1993. Nonché suggeritore a Nino Gioè della strategia di colpire le opere d’arte come strumento di ricatto per lo stato.

E poi Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, nata da una scissione del movimento sociale, indagato più volte per le stragi fasciste degli anni settanta e sempre assolto.

La pista nera arriverebbe anche a lui: come racconta il collaboratore dei carabinieri Alberto Lo Cicero, Delle Chiaie sarebbe stato visto a Capaci nei mesi precedenti la strage.

Il retroterra stragista degli anni Settanta e Ottanta e il momento di massimo pericolo per la democrazia nel nostro Paese

Lungo il sentiero del tempo che attraversa gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, membri appartenenti alla destra eversiva e all’associazione mafiosa denominata Cosa nostra incisero profondamente nella vita democratica della nostra Nazione con il ricorso a dirompenti ordigni esplosivi che hanno prodotto plurime stragi, seminando panico, distruzione, lutti e una diffusa insicurezza nella collettività. Alle bombe nere dei neofascisti degli anni della strategia della tensione [..] si affiancarono le stragi volete ed eseguite dai corleonesi giunti alla guida di cosa nostra, nel quadro delle ipotizzate convergenze di interessi con soggetti esterni alla stessa organizzazione.

Prosegue poi Tescaroli:

Nella fascia temporale che ha preceduto l’esecuzione di queste otto stragi [quelle del 1993 e il mancato attentato allo stato di Roma nel gennaio 1994] sono affiorati e, comunque, sono rimasti sullo sfondo rapporti tra esponenti della destra estrema, come Paolo Bellini risultato in contatto con il mafioso Antonino Gioè, che riportavano alla mente le stragi neofasciste degli anni Settanta e Ottanta.

L’aggressione rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia, che venne profondamente ferita, e l’attacco più grave posto in essere da Cosa nostra.

La parte più interessante del racconto però è quella successiva: nella seconda metà si raccolgono tutti quegli spunti investigativi ancora da seguire perché o legati a punti poco chiari delle indagini o perché spunti meritevoli di approfondimento.

Perché una cosa va chiarita: nonostante le celebrazioni, le parole di circostanza da parte della politica (la stessa che poi attacca i magistrati quando toccano i loro interessi, la stessa che depotenzia la magistratura togliendo strumenti per fare indagini), siamo ancora lontani dalla piena verità su Capaci, sulla strage di via D’Amelio e sugli attentati avvenuti a Firenze, Roma e Milano.

.. occorre evidenziare che, in ordine ai fatti stragisti terroristico-eversivi del biennio 1993-94, dai processi celebrati, sono emersi spunti investigativi che hanno imposto e impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso [..]
Tutto questo fa parte di altri filoni di indagini, che impongono di continuare a indagare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria delle vittime innocenti e dei tanti feriti, unitamente al condizionamento provocato da tali attentati alla nostra democrazia, che lo richiede.

Partiamo da Capaci: come mai il commando che era stato mandato a Roma, di cui faceva parte anche Gaspare Spatuzza, nella primavera del 1992 per seguire Maurizio Costanzo e Giovanni Falcone in previsione di un attentato, è stato richiamato poi in Sicilia da Riina?

Perché l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e la sua scorta a soli 57 giorni dalla morte di Giovanni Falcone?
Come mai pezzi delle istituzioni hanno costruito il finto pentito Scarantino, un piccolo spacciatore ritenuto credibile in tre gradi di giudizio? Forse per allontanare le indagini dai fratelli Graviano?

Va chiarito il ruolo di Paolo Bellini, confidente dei carabinieri e suggeritore della strategia terroristica di colpire le opere d’arte: “Come mai le anticipazioni sulle intenzioni degli appartenenti a Cosa nostra veicolate a esponenti delle Forze dell’Ordine da Bellini, non hanno consentito di impedire l’escalation di violenza del 1993?”

Meriterebbe un approfondimento la morte di Nino Gioè uno degli autori della strage di Capaci, morto in uno strano (e poco credibile) suicidio in carcere, dopo aver scritto una lettera-testamento dove citava pure Bellini.

Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso”, diceva Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Giorgio Napolitano al Quirinale, intercettato mentre parlava al telefono con Nicola Mancino. Ai magistrati di Palermo spiegò il senso delle sue parole: “A me quel suicidio non mi è mai suonato… mi ha turbato, mi turbò nel ’93 e mi turba ancora”. Il corpo senza vita di Gioè lo trovano la notte tra il 28 e 29 luglio del ’93: esattamente 24 ore dopo la stragi di via Palestro, di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio in Velabro.

Anche sulla strage di via Palestro c’è un buco nero: chi ha materialmente compiuto gli ultimi atti della strage a Milano? Il racconto dei mafiosi termina diverse ore prima, come se i mafiosi avessero lasciato l’operazione ad altri soggetti esterni alla mafia.

Come quella misteriosa donna bionda vista da testimoni vicino alla Uno bianca poi esplosa nella notte del 27 luglio.

Il 1993 è stato l’anno di tangentopoli, dello scandalo dei fondi neri del Sisde, del tentato golpe alla rai di Saxa Rubra, del rinvenimento dell’esplosivo sul rapido Siracusa-Torino, collocato da un funzionario dei servizi di Genova, della crisi economica del Paese.

Un anno di forti sconvolgimenti che hanno destabilizzato il paese, anche per le rivendicazioni fatte da una misteriosa sigla “Falange armata”: chi c’era dietro queste rivendicazioni, non solo sulle bombe ma anche sui delitti compiuti dalla Uno Bianca in Romagna?

E poi la trattativa stato-mafia: nonostante l’opera incessante dei negazionisti della trattativa (ovvero del ricatto a organi dello stato portato avanti da cosa nostra con gli attentati), questa trattativa c’è stata.

Lo dicono gli stessi ufficiali del Ros, se ne è ricordato dopo anni di distanza lo stesso Martelli: gli incontro tra uomini dello stato e intermediari mafiosi ci sono stati. Come ci sono state le reazioni da parte del governo Amato in reazione alle stragi, il 41 bis revocato a diversi mafiosi, l’avvicendamento al DAP in primis.

Scrive la Cassazione nella sentenza sulle strage di Firenze in via dei Georgofili:

[…] L’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata a indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti.

Commenta Tescaroli:

Dunque, sono stati acquisiti dati probatori, attraverso i processi celebrati, idonei a ritenere che siano esistite delle trattative, che i vertici dell’organizzazione mafiosa abbiano ricevuto oggettivamente un segnale istituzionale idoneo, nella loro prospettiva.

Sono domande che allargano l’orizzonte delle indagini andando oltre la sola cosa nostra: come mai le stragi sono finite nel 1994, poche settimane prima dello scioglimento del governo Ciampi e delle nuove elezioni, quelle in cui vinse il partito di Berlusconi, Forza Italia.

Il partito si cui, secondi diversi pentiti, si sarebbero convogliati i voti della mafia.

Il partito di Marcello Dell’Utri, il partito di Antonio D’Ali, entrambi condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

La scheda del libro sul sito di Paper First

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08 giugno 2023

1993 – il romanzo delle stragi, di Andrea Cottone

 

Le bombe a Roma, a Firenze e Milano. Un viaggio alla scoperta dei misteri che hanno cambiato l’Italia.

Potete leggere questo romanzo, scritto dal giornalista Andrea Cottone, come un romanzo appunto: un ragazzo che decide di chiudere un lungo e travagliato corso universitario con una tesi, affidata ad un professore importante. Una tesi sull’Italia del 1993, uno degli anni cruciali della nostra storia recente, l’anno delle bombe di Firenze, Roma e Milano. L’anno che comincia con la cattura di Totò Riina, come aveva annunciata il ministro Mancino che, sebbene non sia un oracolo, aveva annunciato un bel regalo allo stato italiano, messo in ginocchio dai due attentati alle figure simbolo della lotta alla mafia, i giudici Falcone e Borsellino, uccisi nel 1992 a soli 57 giorni di distanza.
Ma il 1993 è anche l’anno in cui accadono altri eventi: si scioglie la Democrazia Cristiana, il partito che ininterrottamente dal 1948 aveva guidato il paese. Scoppia lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il vecchio partito comunista, sciolto alla Bolognina, si prepara forse a vincere per la prima volta le elezioni. È un anno di cerniera, questo 1993, tra la prima e la seconda Repubblica: compito di Ottavio, questo il nome dello studente, è compiere un’indagine storica

.. sono scoppiate delle bombe. Deve risalire alla causa e anche all’effetto prodotto da questi avvenimenti. Ci sono sentenze, testimoni che può ascoltare e tenga d’occhio anche le cronache più recenti.

Anche il tempo presente in cui avviene questa storia è un anno molto particolare: il terzo o quarto governo Berlusconi è messo in ginocchio dagli scandali, dalla crescita dello spread, dai mercati che non si fidano più del nostro paese e nemmeno del suo presidente del consiglio.
Il romanzo comincia proprio coi festeggiamenti la sera delle dimissioni, a cui seguì il governo tecnico di Mario Monti, passato alla storia come salvatore della patria, a capo di un governo fintamente tecnico che però, riuscì almeno a dare un po’ di credibilità. E anche qualche taglio alla spesa e alle pensioni.

Il nostro studente si getta con molto entusiasmo in questa ricerca: attraverso i vari capitoli del libro ci vengono raccontati i preparativi delle stragi di Firenze, di Roma e Milano. La mafia, dopo il maxiprocesso, anzi, anche prima della sentenza della Cassazione del 1992 aveva messo nel mirino Falcone, Costanzo e Martelli. Un commando mandato da Riina a Roma si era messo sulle tracce di Falcone, ma fu poi richiamato. C’era da preparare un botto più grande in Sicilia, c’era da fare scruscio. Era l’attentatuni di Capaci contro Falcone e poi, quello strano, anomalo, di via D’Amelio contro Borsellino.

Le bombe del 1993 furono preparate da un nucleo ristretto di persone dentro cosa nostra, anche dopo la cattura di Riina: da Messina Denaro (che non era il vecchietto che si faceva i selfie, come abbiamo visto nelle cronache dopo il suo arresto), a Giuseppe Graviano, madre natura, il boss trapanese Mariano Agate, Leoluca Bagarella. I camion con l’esplosivo fatti arrivare dalla Sicilia, i viaggi di Spatuzza per cercare gli obiettivi. E i morti: quelli mancati, come nell’attentato a Costanzo, fallito per un errore del mafioso che non riconobbe la macchina del giornalista. E quelli veri, come le vittime di Firenze e Milano. Anche qui però, attentati con diversi errori da parte del commando: una macchina piazzata male, una bomba esplosa troppo presto, come in via Palestro.

Ma che c’entravano quegli obiettivi con mafiosi semi analfabeti come Bagarella o Riina? E che c’entravano quelle vittime innocenti, come la bambina della famiglia Nencioni, con la vendetta della mafia? “Quelle morti non ci appartenevano” è il pensiero di uno dei mafiosi del commando, Spatuzza, uno che pure aveva sulla coscienza decine di omicidi.

Ma sarebbe potuto accadere anche di peggio: a Roma, lo raccontarono anni dopo i pentiti, allo stadio Olimpico, questa cupola ristretta che aveva dichiarato guerra allo stato aveva preparato un attentato con ancora più morti allo stadio Olimpico. Attentato che per un caso, fallì.
Ma quelle bombe, quelle morti, avevano portato ad una reazione: se dopo la morte di Borsellino lo Stato aveva deciso una reazione forte contro la mafia, con l’approvazione del 41 bis (il carcere duro voluto da Falcone), con lo spostamento nelle supercarceri dei mafiosi, quelle bombe creano una prima crepa nelle istituzioni.

Ci sono i contatti tra il Ros del colonnello Mori con Ciancimino, per capire se si poteva fare qualcosa, per fermare questa guerra – è quanto hanno ammesso gli stessi ufficiali.
Ci sono le lettere dei familiari dei detenuti al 41 bis, indirizzate al papa, al presidente della Repubblica, al vescovo di Firenze.
A seguire il filo della storia c’è il rischio di non capirci molto: come potevano questi mafiosi conoscere questi obiettivi dal valore artistico? Si parlava addirittura di colpire la Torre di Pisa.
Mafiosi che avevano commesso degli errori nella preparazione degli attentati.

A questo punto nel romanzo, e nella vita di Ottavio, si inserisce una voce da fuori: è qualcuno che conosce molto bene la storia di quei giorni, cosa è avvenuto in Italia tra il 1992 il 1993, qualcuno che si inserisce nel suo computer, come un hacker, invitandolo ad andare in Sicilia per incontrare il magistrato che sta indagando, nel 2011, sulla trattativa stato mafia, ovvero sul possibile reato di violenza contro un corpo dello stato.
Quelle bombe erano un messaggio, da parte di un’entità criminale come la mafia, per costringere lo Stato a smetterla con la linea dura?

Qui Ottavio conosce la storia del boss Luigi Ilardo, grazie al suo coraggio il Ros avrebbe potuto arrestare Provenzano nel 1995. Ma forse Provenzano doveva rimanere libero, come conseguenza di un patto scellerato tra un pezzo delle istituzioni la nuova cosa nostra. Un patto per far terminare le stragi, per far tornare la pace in questo paese.

Questo spiegherebbe come mai certi avvicendamenti politici e nelle istituzioni: Mancino al posto di Scotti, Conso al posto di Martelli, lo stesso guardasigilli che avrebbe, da solo, non prorogato il 41 bis a più di 300 mafiosi come segnale di distensione.

Dopo lo scoppio delle bombe di luglio, i primi di agosto la DIA scrive di 41 bis, di come i boss fossero “delegittimati” e stessero perdendo potere all’interno dell’organizzazione e perciò avevano bisogno di riaffermarsi «anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado di indurre le istituzioni a una tacita trattativa». Quindi, il 10 agosto 1993, si parlava di trattativa praticamente in tempo reale, in documenti riservati, conoscibili a pochi. Se segnala il crescente malcontento nelle carceri da parte della classe media della mafia nei confronti dei capi, a cui vengono sollecitate «azioni di ritorsione contro lo Stato». Con tutte queste premesse , ed è forse questo il passaggio più importante della relazione, scrive la DIA: «E’ chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’art. 41 bis, potrebbero rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato. Intimidito dalla “stagione delle bome”». Boom. Più chiaro di così era difficile essere per chi firma quel documento. Gianni De Gennaro..

Scalfaro, allora presidente della Repubblica, in questa storia che forse non è solo un romanzo, avrebbe avuto un ruolo importante, in particolare nell’avvicendamento al DAP, la polizia penitenziaria, da Amato a Capriotti e al suo vice, Di Maggio.

La mafia cambiava pelle, come spesso le era successo nel passato: era entrata in borsa, come aveva intuito Falcone, entrando nel capitale dei gruppi industriali, stringendo accordi con l’alta finanza. E poi, col passaggio da Riina a Provenzano, aveva nuovamente cambiato pelle. Basta bombe, basta scruscio, si torna in immersione, nascondendosi agli occhi dei benpensanti.

Ottavio sarebbe pronto a chiuderla così, questa storia, questo romanzo che purtroppo si basa sulle pagine delle sentenze, sulle carte processuali, su testimonianze di pentiti.
Ma ancora una volta, questo strano personaggio che lo ha avvicinato una prima volta, lo ricontatta. Se già così questa storia di bombe e di ricatti allo stato fa paura, c’è un ulteriore livello di verità che fa ancora più terrore. Perché porta dentro i segreti dello stato.
C’è ancora tempo per chiudere la tesi: Kar93, così si fa chiamare questa persona, porta Ottavio a vedere questa storia partendo da prima del 1993, dalla caduta del muro, dalla fine della guerra fredda, dalla fine della necessità di uno scontro tra est e ovest. Dall’Italia che con l’inizio dell’inchiesta di Tangentopoli ha vissuto una breve parentesi di speranza di togliersi di dosso tutte le scorie del passato..

Sono gli anni in cui, era il 1990, il governo Andreotti decide di rivelare al paese l’esistenza di Gladio: si tratta di un nucleo di militari che avrebbero dovuto opera di sabotaggio in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia (quando si pensava che i russi avrebbero potuto invaderci).

Ma dietro Gladio c’è qualcosa di molto peggio: lo scoprirà, passaggio dopo passaggio, Ottavio, che come Dante col suo Virgilio, viene accompagnato dentro l’inferno che è stata la nostra storia recente. Da Portella della Ginestra fino a Piazza Fontana, alla bomba di Brescia per arrivare alla bomba alla stazione di Bologna. Dietro quelle bombe, si intravede sempre lo stesso grumo nero: pezzi di servizi, uomini delle istituzioni e manovalanza nera con uomini della mafia.
Cosa è successo in Italia in quegli anni successivi alla caduta del muro di Berlino? Succede che si saldano diverse anime criminali del nostro paese, la mafia che aveva bisogno di cercarsi nuovi referenti politici, i superstiti delle strutture deviate dei servizi (che non intendono affatto finire processati dopo aver servito la causa anticomunista), la Gladio nascosta, pezzi della massoneria che volevano tornare a servire il mazzo delle carte, finanzieri d’assalto che decidono di spolparsi l’industria italiana, tutti uniti in patto scellerato.

Essendo venute meno le coperture politico-istituzionali, bisognava attaccare frontalmente lo Stato per generare la destabilizzazione della compagine governativa e l’apertura di una trattativa con nuovi referenti politici.

Destabilizzare il paese per spaventare le persone, per riportare a più miti consigli chi dentro le istituzioni avrebbe potuto dare aria agli armadi e ai cassetti che dovevano rimanere chiusi.
Come ai tempi di Milano nel 1969.

Come con le bombe sui treni.
O nelle stazioni. O nelle piazze durante una manifestazione dei sindacati.

Il “sistema criminale” era in connessione con altri personaggi legati al mondo “affaristico-economico” per perseguire degli scopi politici. Negli anni infatti, le organizzazioni mafiose, Cosa Nostra in testa, si sono adoperate per ripulire i denari proventi da affari illeciti, immettendoli nell’economia legale. «Il sistema finanziario, attraverso i suoi meccanismi, ha creato negli ultimi anni strumenti giuridici ed economici che lo hanno portato ad assumere un ruolo preminente rispetto a quello industriale. Tanto è vero che la proprietà industriale si è andata ad inserire nel sistema finanziario.», spiega la DIA nel 1994. Il mercato finanziario è quello in cui «è più agevole nascondere i capitali di illecita provenienza, in quanto lì è difficile individuarne le fonti».
Così, attraverso il mercato finanziario, con un meccanismo simile al contagio, la mafia è riuscita a raggiungere il sistema industriale. «In poche parole, attraverso il mascheramento dei capitali, gruppi di mafia possono essere entrati preponderantemente in gruppi finanziari, anche di livello nazionale, e attraverso questi, nel mondo industriale». Del resto, Giovanni Falcone l’aveva detto in tempi non sospetti: «La mafia è entrata in borsa».

Ancora una volta, anche in questo secondo livello di verità, viene da chiedersi, ma è tutto vero oppure è solo un romanzo?

Sarebbe bello se lo fosse. Se fosse vero, come raccontano tutti, che la mafia è stata sconfitta, è finita con la cattura di Riina, di Provenzano e di Messina Denaro (l’imprendibile primula che si faceva i selfie coi compagni di terapia).

Il concetto era fin troppo semplice, se le azioni erano rivendicate con delle telefonate bastava intercettarle. Così un gruppo di carabinieri per mesi è stato chiuso in uno stanzino di un’agenzia di stampa, in attesa che arrivasse la chiamata. (…) Ma quello non è stato l’unico tentativo, ci aveva provato anche l’ambasciatore Paolo Fulci, ai tempi capo del Cesis, la struttura che coordinava i due servizi segreti italiani: il Sismi e il Sisde. L’ambasciatore aveva già dovuto affrontare la discovery di “Gladio” nell’agosto 1990 mentre era ambasciatore alla Nato. Un vero guaio. Gladio era la struttura supersegreta che rientrava nel filone americano di “Stay behind” (letteralmente “stare dietro”), creata nel dopoguerra per opporsi al Patto di Varsavia e che agiva nella guerra non convenzionale, quella psicologica, e si esercitava per prevenire invasioni sovietiche. Fulci era il primo non militare a ricoprire quel ruolo. Ed è stato un incubo, anche perché non appena arrivato scoperchia uno scandalo legato a fondi neri, viene spiato nella sua residenza, incontra numerosissime resistenze. Due giorni prima che assumesse quel ruolo, quando ancora la notizia era segreta, la Falange armata già lo minaccia, preventivamente. Come potevano mai saperlo? L’unica possibilità era che fosse una voce interna agli stessi servizi.

Ma non è finzione la storia della Falange Armata, la sigla che ha annunciato (oltre alle operazioni criminali della banda della uno bianca) anche diversi omicidi politici di quegli anni, come quello di Salvo Lima.
Non è finzione la sovrapposizione tra i luoghi delle telefonate e le sedi coperte del Sismi (di cui parla il libro in questo passaggio), come scoprì l’allora ambasciatore Paolo Fulci, messo dal governo Andreotti a capo del Cesis

K93: Ecco.

8: Cosa? Che vuol dire?

K93: È molto semplice: i punti indicati nella mappa che hai messo sotto sono le sedi coperte dei servizi e il secondo foglio…

8: Perché ti sei fermato?

K93: Beh, il secondo foglio sono i punti da cui sono partite le telefonate della Falange armata.

8: Praticamente…

K93: Praticamente coincidono.

8: Cristo santo, ma tu lo sapevi?

K93: Sì ma finora non avevo prove(…).

Non è finzione l’esplosione delle leghe meridionali, fondate da mafiosi con dentro massoni e vecchi personaggi dell’eversione nera, che avrebbero dovuto prendere il controllo del sud (e nemmeno è finzione il modello dell’Italia divisa in tre come immaginato dall’ideologo della Lega Miglio).
Come non è finzione che le bombe, le stragi, finiscono nel 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi a capo di un partito fondato da Marcello Dell’Utri.

Come non è finzione quello che la lasciato scritto l’ex presidente Ciampi dopo le bombe del 1993 a Roma: avevo la sensazione di essere nell’imminenza di un colpo di Stato.

Ma forse questa è solo finzione, la mafia non esiste, è stata sconfitta, lo Stato ha vinto, la politica e le istituzioni hanno resistito e non ci sono segreti da nascondere.

Possiamo accontentarci di questa versione di comodo, come Neo, il protagonista di Matrix di fronte alla scelta, pillola blu o pillola rossa?

Come è avvenuta la transizione tra prima e seconda repubblica?

La scheda del libro sul sito dell'editore Aliberti

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23 maggio 2023

Report – l’arresto di Messina Denaro, la latitanza, la trattativa

La verità, vi prego, sulla mafia, sull’arresto di Messina Denaro e su chi ne ha garantito la latitanza – viene da parafrasare il poeta Auden, per questa puntata di Report, all’indomani delle celebrazioni sulla morte del giudice Giovanni Falcone ucciso a Capaci 31 anni fa assieme alla moglie e ai componenti della scorta.

Sos Emilia Romagna

Ma l’anteprima della puntata è dedicata all’alluvione in Emilia Romagna, con le immagini dei campi allagati, gli allevamenti dove gli animali rischiano di affogare nell’acqua.
L’acqua nei campi ha raggiunto l’altezza di 1 metro e venti centimetri: significa la morte delle piante, dei laboratori, dei frigoriferi, di tutte le strutture nelle aziende agricole o negli allevamenti.
Andrea Benzenati – l’allevatore che ha aperto a Report il suo allevamento deve salvare le sue scrofe che sono rimaste nell’acqua fredda per più di 24 ore.

Passata l’emergenza arriverà poi il momento della conta dei danni.

La pupiata di Paolo Mondani

Nei vocali presi dal telefono di MMD si sente parlare il boss della sua vita privata: la cattura del boss è diventata una soap opera, le amanti che litigano, il paese omertoso sullo sfondo, la sua cartella clinica squadernata davanti a tutti.

Possibile che la sua rete di fiancheggiatori finisca con l’alter ego, il medico massone e l’autista?

Ancora mancano pezzi della cattura, non sappiamo chi abbia garantito la sua latitanza: il giudice Di Matteo parla di garanzie ad alto livello, in una provincia, Trapani, che non è una provincia qualsiasi. Qui si legano mafia, logge massoniche, servizi segreti.
Nelle logge si ritrovano mafiosi, politici che si ritrovano assieme. A Trapani si trovava la base dell’aeronautica usata da Gladio: dopo l’arresto di MMD si scoprì che il suo fiancheggiatore era il medico Tumbarello, i cui contatti cui servizi erano noti da anni, medico anche iscritto alla massoneria.

MMD aveva messo in piedi una rete massonica tutta sua: è stato l’architetto Tuzzolino a raccontarlo alla magistrata Principato. Alcune sue rivelazioni si sono rivelate false e ne hanno causato l’arresto, ma altre sono state riscontate: come quelle sui rapporti tra Messina Denaro e l’ex sottosegretario D’Alì, sul fatto che quest’ultimo fosse iscritto alla loggia La Sicilia, come un Gran Maestro.
Le indagini sulla massoneria si sono poi fermate: a queste super logge segrete appartenevano imprenditori trapanesi e politici che tutelavano la latitanza del boss.
Tuzzolini incontrò Messina Denaro più volte, in diversi incontri che gli diede una mano in un suo progetto a New York.
La Loggia La Sicilia era una diretta emanazione della P2 – racconta il servizio: sin dai tempi di Bontade la mafia era in contatto con la loggia di Gelli. Diversi pentiti hanno dettagliato di viaggi in Sicilia di Gelli in Sicilia, dove questi si incontrava coi boss mafiosi.
Dunque la rete di protezione di MMD (scoperta dalla pm Principato) è di derivazione da quella di Gelli: politici, giornalisti, professionisti, tutti dentro questa loggia itinerante, senza sede, che dava consigli e contatti per chi voleva investire all’estero.

Dentro questa loggia, raccontano i pentiti, anche l’ex senatore D’Alì, lo zio era iscritto alla loggia P2: oggi l’ex senatore è in carcere per la condanna di concorso esterno.

L’ex collaboratore Morsicato ha raccontato a Report dei familiari di MMD con cui era entrato in contatto: si sapeva che il boss era protetto da uomini dello stato. Lo stesso Tuzzolino spiega come nelle logge fossero presenti uomini delle forze dell’ordine e dei servizi.

Giovanni Savalle è un imprenditore che è stato considerato dalla GDF come il tesoriere di MMD: lo scorso anno è caduta l’accusa di essere in relazione col boss, per tramite di altri imprenditori, come Gianfranco Becchina. Secondo la DIA Becchina sarebbe a capo di una rete di trafficanti in opere d’arte. Altri rapporti con Maria Guttadauro, figlia di Filippo Guttadauro (sposato con la sorella di MMD), con Luca Bellomo (nipote del boss).. Buoni rapporti non solo coi parenti del boss ma anche con la politica, di destra o di sinistra: Totò Cuffaro gli aveva chiesto di candidarsi.

Tumbarello, il medico massone di MMD, era una fonte dei servizi: lo si sapeva da anni – racconta una fonte a Report che lavorava nella polizia giudiziaria: l’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino aveva proprio Tumbarello come tramite per raggiungere Messina Denaro. L’operazione Vaccarino era gestita dal Sisde e serviva per concordare la consegna spontanea del boss: una sorta di pre tavolo di trattativa.

Nelle lettere che MMD scrive a Vaccarino il boss spiega le sue condizioni, a modo suo: al centro della trattativa c’è l’ergastolo, il 41 bis.

Poi arriva la malattia e le abitudini del boss cambiano: è come se volesse lasciare delle briciole nel suo percorso per farsi arrestare, come il cellulare lasciato ad altre pazienti della clinica.

O era troppo fiducioso della rete di protezione oppure si è lasciato arrestare.

Il funzionario di polizia giudiziaria che è stato sentito da Report racconta della mancata cattura nel 2022: c’è un’ultima lettera con dentro dei pizzini, in cui MMD parla in codice “è andato tutto a scatafascio”, come se sapesse dell’indagine grazie ad una talpa.
Le indagini erano fatte da polizia e carabinieri, le cimici nella casa della sorella Rosalia erano state inserite dalla polizia e i carabinieri volevano inserirne una nel bagno
nel dicembre 2022.
Qui c’è un mistero, un pizzino che prima c’è, poi scompare: un pizzino dove si parla della malattia del capomafia, quel pizzino poi servì ai carabinieri per arrivare alla cartella clinica e poi arrivare alla cattura.
La sorella Rosalia si accorge dei movimenti di polizia e carabinieri, che si pestano i piedi: nel pizzino il boss dichiara di non voler usare la posta perché non sicura, ma rimane a Campobello, dove si sentiva sicuro.

I servizi segreti non vogliono che Matteo Messina Denaro fosse catturato nel maggio 2022, col governo Draghi”: sarebbe cioè il secondo round di una trattativa partita tramite uno scambio di lettere (le lettere a Svetonio) tra il mafioso e l’ex sindaco Vaccarino.
Lettere dove si parla del 41 bis, che rimane ancora un nervo scoperto per la mafia: quelle lettere servivano a preparare il terreno per la consegna di Messina Denaro.

L’arresto del latitante era stato annunciato da Salvatore Baiardo: nel processo del 2020 Ndrangheta Stragista aveva parlato di aver incontrato coi Graviano l’ex presidente Berlusconi.

Massimo Giletti aveva ospitato a La7 Baiardo dove quest’ultimo aveva annunciato l’arresta di Messina Denaro come regalo al governo, “quando allo stato farà comodo..”
L’arresto dei corleonesi in cambio della fine del 41 bis?

Report ha chiesto conto a Baiardo di questa cattura annunciata? Chi lo ha detto a Baiardo?
A Report Baiardo parla di un coinvolgimento dei servizi, che avrebbero interloquito col boss.

A Omegna sarebbe stata scattata la foto di Graviano con Berlusconi e l’ex generale Delfino: ex generale del Sismi, indagato per gli attentati del 1993. Cosa ci faceva sul lago D’Orta assieme ai Graviano? Quelle foto esistono veramente?
“Se non va tutto come deve andare le foto escono nel libro” racconta poi a Mondani: le foto sono state mostrate a Paolo Berlusconi – racconta ancora Baiardo.
L’avvocato di Paolo Berlusconi racconta di insinuazioni, si tratta solo di una richiesta di denaro.

Dopo la chiusura della trasmissione di Giletti e dopo l’uscita della storia delle foto, Baiardo inizia a ritrattare tutto facendo dei video su Tik Tok.
Altro che foto, sono tutte fesserie..

Ma all’autorità giudiziaria Giletti racconta di questa foto polaroid dove ha riconosciuto Berlusconi, l’ex generale Delfino e poi un’altra persona che Giletti non ha riconosciuto.

In uno scambio di messaggi Baiardo fa riferimento ad una data, l’8 marzo, data in cui la Cassazione inizia a discutere dell’ostacolo ostativo: a che gioco sta giocando Baiardo e per conto di chi?

Strane coincidenze in questa storia: la profezia del veggente Baiardo che da Giletti annuncia il regalo al governo Meloni, l’arresto del latitante Messina Denaro il 15 gennaio.

E, anni prima, la profezia del generale Delfino che nel 1992 annuncia la cattura di Riina, come favore al ministro Martelli.

Graviano, in una deposizione, racconta di essere venuto a conoscenza del pentimento di Balduccio Di Maggio, di cui non avvisò però Riina.

Oggi Martelli racconta di una visita, nell’estate del 1992, del generale Delfino: “non si preoccupi, le portiamo noi Riina” gli disse.
Già a luglio qualcuno nello stato sapeva della disponibilità di Di Maggio nel consegnare proprio Riina?
Era stato Graviano a portare Di Maggio a Borgomanero – racconta Baiardo oggi: è stato poi Graviano a portare Di Maggio dal generale Delfino, vendendo così Riina allo stato.
Questo si incastra con le rivelazioni fatte da Spatuzza, quando a Roma Graviano felice, spiega al suo soldato che avevano aggiustato tutto con quello di canale 5 e col paesano di Palermo.

I fratelli Graviano erano ad un passo di Berlusconi, sempre smentiti da quest’ultimo.
E questo porta
a raccontare di due verbali della Dia dimenticati nel cassetto: nel 1996 Francesco Messina era alla Dia e indagava sulle stragi del '93 insieme al magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi, quando firmò due verbali con le rivelazioni di un confidente fino ad allora sconosciuto, Salvatore Baiardo. Quest’ultimo confessa a Francesco Messina di aver assistito nella sua casa tra il 1991 – 92 a conversazioni telefoniche tra Filippo Graviano e Marcello Dell’Utri dalle quali si evinceva che i due avevano interessi economici comuni in Sardegna.

Oggi il prefetto Messina è direttore del servizio centrale anticrimine e racconta a Mondani di quel verbale: “disse di aver assistito ad una conversazione telefonica tra Graviano e un tale Marcello, questo bisogna dirlo per onore della cronaca.”

Baiardo aveva capito tramite un commercialista di Palermo, Fulvio Lima parente del politico Salvo Lima (ucciso dalla mafia nel marzo 1992), che venivano trasferiti ingenti capitali proprio a Marcello Dell’Utri: “parlò di questo interessamento anche di Fulvio Lima a questo trasferimento di denaro, ma anche questo fu riferito all’autorità giudiziaria.”
La villa dove i Graviano stavano dopo le stragi del 1993 era ubicata a Punta Volpe (in Sardegna) ed è Baiardo che paga l’affitto per conto dei Graviano: “Baiardo raccontò di aver dovuto recapitare una valigia ai fratelli Graviano che si trovavano in vacanza in Sardegna e che questa valigia ad un certo punto fu recapitata in una villa che era nel comprensorio
vicino alla villa del prossimo presidente del Consiglio..”
Cosa aveva intuito Chelazzi (il pm fiorentino che indagò sulla bomba ai Georgofili) alla fine del suo percorso investigativo sulla strage di Firenze, sulla strage di Milano e sulle stragi del 1993?

Io credo che lui avesse percepito chiaramente da tempo che dietro a questi fatti non c’era soltanto l’ala militare di cosa nostra corleonese.”

Baiardo è stato interrogato dal pm Tescaroli a Firenze sulle stragi di Firenze e Milano: erano stragi per spazzar via la vecchia mafia e far emergere la mafia nuova, l’ala di Provenzano.
Sulla trattativa stato mafia la Cassazione ha confermato le assoluzioni a politici e carabinieri, il fatto non è reato: ma nella sentenza di appello era stato scritto come Dell’Utri aveva tramato per favorire interessi dei mafiosi.
Oggi l’indagine sui mandanti esterni per queste stragi si sono riaperte, gli investigatori stanno cercando le tracce di denaro tra i Graviano e Berlusconi (secondo i Graviano erano investimenti fatti nelle sue aziende).

Sulla strage di via dei Georgofili il pentito Spatuzza ha detto che questi morti non ci appartengono: o mafiosi non avevano tutto quell’esplosivo poi fatto esplodere sotto la torre. Secondo il giudice Donadio altri (chi?) hanno messo altro esplosivo oltre a quello dei mafiosi: i periti, sentiti da Report, parlano di Tritolo, Pentrite, T4, esplosivi che si ritrovano anche per uso civile.
Un ex agente della polizia giudiziaria di Firenze ha raccontato di una indagine svolta: la Torre dei Pulci poteva essere un obiettivo diverso,
perché quella Torre era ospitato un centro forse collegato ai servizi (forse dietro al scelta di quell’obiettivo c’erano altre menti raffinatissime?).
Un ex carabiniere poi passato ad una società privata avvisò gli investigatori con una minaccia nemmeno troppo velata. L’indagine fu poi troncata da un importante magistrato.

A Milano e a Firenze diversi testimoni parlano di una bionda e di una bruna: di questi strani agenti parla l’ex compagna del poliziotto Peluso, Marianna Castro, che parla di una rete (di agenti o ex agenti) composta da "faccia da mostro" e dall'ex funzionario del Sisde Contrada.

Da Firenze a Milano: il 27 luglio 1993 in via Palestro a Milano esplode una bomba uccidendo 5 persone ferendone 12. I magistrati ritengono che ci sia un buco di 48 ore nella ricostruzione della preparazione della strage, perché nessuno dei collaboratori di giustizia sa dire cosa accadde dopo, come se i mafiosi avessero passato nelle mani di altri l’esecuzione.
Altri chi? Ma non era stata solo la mafia a preparare e gestire quelle bombe?
Il giornalista Fabrizio Gatti nel 2019 ha scritto
Educazione americana, la storia di un agente della Cia di stanza a Milano che gli rivela i retroscena della strage.
“Dice di chiamarsi Simone Pace, il suo nome convenzionale, quindi credo che sia anche il nome finto, racconta e rivela che in quegli anni degli attentati, così come prima e negli anni successivi esiste in Italia e anche a Milano una squadra clandestina della Cia, formata da cittadini italiani e americani. In particolare lui, nei mesi precedenti all’attentato di via Palestro viene coinvolto dal suo capo americano, che dice di chiamarsi Viktor, viene coinvolto in un sopralluogo in via Palestro.”

Ancora Gatti racconta che Viktor chiese a Pace di comprare dei componenti chimici per realizzare una bomba: poco distante dalla casa di Viktor stavano i due mafiosi che hanno portato l’esplosivo per Milano.

Pace si definiva un facilitatore della storia, uno che fa si che la storia segua un certo corso – spiega Gatti a Mondani.

La nostra storia è stata facilitata grazie alle bombe, alle stragi, dietro cui si ritrovano spesso le stesse facce: un paese che non teme la mafia, che non ha nulla a che spartire con mafia e terrorismo (di tutto i colori), che non teme i ricatti dei mafiosi DEVE sapere svelare questi misteri, queste facce.

Sarà questo il compito della prossima commissione antimafia? Sarà questo l'obiettivo di questo governo?