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30 marzo 2011

Pizzo in terra leghista

Esponenti del clan Madonia terrorizzavano imprenditori della zona di Varese, a Brusto Arsizio, con la richiesta del pizzo, estorsioni, atti intimidatori.
Imprenditori terrorizzati, usati come bancomat per cene, auto, buoni pasto e spogliati dei propri beni. Qui al nord.

VARESE - Estorsioni con metodi mafiosi a imprenditori di Busto Arsizio: chi non paga subisce un incendio, chi paga diventa schiavo di un gruppo di 5 affiliati al clan Madonia Rinzivillo. È uno spaccato alla Don Vito Corleone quello scoperto dalla Dda di Milano (pm Ilda Boccassini e Nicola Piacente) e dalla squadra mobile di Varese. Una banda di gelesi terrorizzava i titolari di imprese edili e di pizzerie, scegliendo come vittime solo compaesani: forse perché abituati al terrore mafioso e al silenzio, oppure perché in qualche caso li sapevano navigare in una zona grigia tra legalità e illegalità. Gli arrestati sono Rosario Vizzini, 51 anni, Fabio Nicastro, 39, Dario Nicastro, 37, Emanuele Napolitano, 43, Rosario Bonvissuto, 38. Sono tutti pregiudicati e professionisti del pizzo.

Secondo le accuse sotto le loro grinfie finiscono, dal 2002, decine di imprenditori. C'è il caso di due commercianti all'ingrosso di Busto Arsizio che vengono costretti a cedere un ramo d'azienda con un blitz dal notaio. E quello di un'impresa di Lecco che viene costretta a entrare in un finto affare anticipando 20mila euro, soldi che finiscono nelle tasche degli arrestati. In quest'ultimo caso l'imprenditore vittima del racket viene umiliato: paga la vacanza a uno degli affiliati, Fabio Nicastro: un mese di soggiorno nelle Marche, a Pedaso, con i parenti. Sborsa soldi per l'alloggio, i pranzi, le cene, le colazioni, persino gli ingressi allo stabilimento balneare.

Pesanti angherie subisce anche un facoltoso ristoratore di Busto Garolfo, che viene avvicinato per comprare una villetta con terreno del valore di 300mila euro. I boss gli danno degli assegni che dovrà riscuotere a termine. Ma poi gli chiedono di aspettare a incassarli. Infine si presentano a casa e glieli sequestrano. E poi lo usano come bancomat: si tengono la villetta, vanno a mangiare gratis al ristorante, si fanno dare centinaia di buoni pasto, e per chiudere il conto gli prendono «a prestito» tre auto, una Porsche e due Mercedes.

Gli incendi nei cantieri edili sarebbero inoltre all'ordine del giorno: la polizia ne ha tracciato una mappa sentendo tutti i titolari coinvolti e ricavando decine di testimonianze. Un imprenditore racconta che, dopo avergli chiesto soldi, gli arrestati si sono presi il suo scooter e se ne sono andati. Tra i motivi del pizzo c'è anche il sostentamento delle famiglie degli affiliati al clan in carcere: due fratelli di Busto Arsizio dicono «no» e si ritrovano la Mercedes bruciata in cantiere. Sempre a Busto Arsizio, i professionisti del pizzo incendiano una ruspa in una ditta che non vuole pagare: alla fine ottengono comunque 10mila euro.

Nel dicembre del 2009 rischiano di ammazzare dei vigili del fuoco durante un agguato a Induno Olona, in cui fanno esplodere tre macchine per punire un fornitore edile del quale non si fidano più. A un barista di Busto, qualche giorno dopo, fanno saltare il locale perché non li aiuta a rintracciare l'uomo. La filosofia è chiara. La polizia ascolta in un'altra occasione Fabio Nicastro mentre dal carcere - dove è finito per tentata rapina - dà istruzioni alla moglie su cosa rispondere a un imprenditore (non identificato) che vuole indietro la sua auto. Sono precise parole: «Gli dici di chiamare... di dirgli che se si prende la macchina come esco lo scanno... lo ammazzo a lui e a quella p. di sua moglie... gli brucio tutta la casa... gli dici, mio marito guarda che ti fa passare le pene dell'inferno. Ti fa fare una brutta fine... e macchina non ce n'è».[corriere]

03 settembre 2010

Operazione Drago a Varese

Un altro segnale che putroppo tutta l'Italia è paese: l'operazione Drago a Varese, che ha portato all'arresto per usura Giuseppe Drago zu Pippo e della sua organizzazione, che avvicinava le vittime (piccoli imprenditori) in un bar di Busto Arsizio.

Da Varesenews:

Giuseppe Drago, nato nel '51 a Catania ma da sempre residente a Magnago, era soprannominato "Zu' Pippu" ed era il vero perno dell'organizzazione. Pluripregiudicato, condannato per reati di droga e per un tentato omicidio, Drago è stato anche tra gli indagati (anche se non fu condannato) dell'operazione "Infinito", una delle prime che rivelarono la presenza delle infiltrazioni mafiose nel nord Italia. Nell'inchiesta di questi giorni, è risultato che Drago trattava direttamente con le vittime, e questo era il punto vincente della banda. Nelle intercettazioni, i Carabinieri si sono resi conto, ad esempio, che mentre Drago si rivolgeva alle vittime con il "tu", queste a lui davano del "lei" o, addirittura, del "voi". Evidente, quindi, il tono di deferenza e rispetto e il potere di soggezione del capo sulle vittime dell'organizzazione.
Al "boss" si affiancava una rete di "intermediari" che agivano solo su specifica delega, gestendo di volta in volta le vittime che venivano loro assegnate nominativamente, ad esempio quando il capo trascorreva periodi di vacanza presso la sua abitazione di Lido delle Nazioni in provincia di Ferrara. A loro il compito di occuparsi delle operazioni di riscossione. Gli incontri avvenivano presso "uffici volanti", ma veniva preferita l'area all'esterno di un bar di Busto Arsizio.

La banda di usurai individuava le vittime prevalentemente tra piccoli imprenditori – talvolta a rischio di fallimento – e in nuclei familiari in gravi difficoltà economiche. A questi, dopo aver beneficiato di prestiti (da 4 a 60 mila euro), applicavano tassi che superavano il 20% mensile ed il 200% annuo. Complessivamente è stato verificato un volume d'affari pari ad oltre 500.000 euro. Oltre 30 sono le vittime accertate, quasi tutti imprenditori della zona.

In diverse occasioni i debitori, in preda alla disperazione, sono stati costretti a far contrarre ai propri familiari ulteriori debiti, oppure si sono dovuti rivolgere ad amici e parenti per ottenere denaro in prestito. Le richieste di denaro avevano un'accelerazione verso la fine di ogni mese, quando le "scadenze contrattuali" prevedevano il rientro degli interessi e/o dei capitali. Il sistema adottato dalla banda era quello tipico del "cappio usuraio": spesso i debiti venivano "prorogati" mediante il versamento dei soli interessi mensili, con l'effetto collaterale di prolungare "l'agonia" finanziaria della vittima, fino a portarla alla cessione dell'attività. Molte delle vittime, spesso non avevano neppure iniziato a pagare il capitale, che restava invariato mentre gli usurai incameravano gli esorbitanti interessi

Gli usurai proponevano anche metodi di pagamento alternativi: gli inquirenti stanno esaminando alcune compravendite di immobili di proprietà delle vittime, ceduti agli strozzini per pagare i debiti tramite operazioni fittizie. In altri casi i debitori sono stati costretti a prestazioni lavorative gratuite presso alcune imprese edili riconducibili all'organizzazione, sia come manodopera che come materiale. E proprio nel settore dell'edilizia avveniva il riciclaggio del denaro, sia attraverso imprese che attraverso false fatturazioni emesse tramite imprese compiacenti. Alcuni debitori, in corrispondenza delle scadenze, hanno anche cercato di sottrarsi all'azione assillante del "boss" e dei suoi "soci", non rispondendo più alle chiamate. Ma Drago è sempre stato comunque in grado di raggiungerli, per "ricordare" le condizioni da rispettare, aumentando così lo stato di totale sudditanza delle vittime.

Cemento, mafia, usura, senso di impunità in un territorio lontano dal sud. Uno scenario che non è isolato: a luglio, in brianza, c'era stata la maxi operazione con i 300 arresti per ndrangheta.