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27 giugno 2023

Report – i resti dell’emergenza e il crollo del ponte Morandi

LE SCORIE DEL COVID di Lorenzo Vendemiale

Lo stato italiano sta pagando le mascherine di FCA anche dopo la produzione, paghiamo le macchine di FCA che non stanno più producendo nulla (costo di circa 600mila euro)

Paghiamo anche l’affitto di stabilimenti di SDA contenenti vecchi dispositivi medici (comprati magari a caro prezzo durante l’emergenza) che oggi non servono più.

L’eredità della struttura commissariale è di circa 3 miliardi di dispositivi, il valore complessivo è di circa 600ml, il costo dell’affitto che paghiamo a SDA è di 85ml: molto del materiale (come le mascherine) è in scadenza e il governo sta cercando di regalarlo ad enti di volontariato o scuole, che però ne hanno fin troppe.

Le scuole avevano scritto alla struttura commissariale per interrompere le forniture, che arrivavano anche dopo l’emergenza: purtroppo non possono nemmeno smaltirle, perché sono rifiuti speciali. Altro che nuove mascherine, le scuole vogliono solo che qualcuno se le venga a prendere.

Verranno bruciate le mascherine? Purtroppo rimane l’unica soluzione, perché non si riuscirebbe a riciclare nulla.

LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO di Danilo Procaccianti

Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, il presidente del Consiglio Conte e altri politici proposero la revoca della concessione ai Benetton, per inadempienza. Passati cinque anni, Report ha raccontato la vicenda del ponte prima e dopo il crollo che causò la morte di 43 persone.

Si parla tanto di garantismo, dei diritti degli imputati, ma spesso ci si dimentica delle vittime e dei loro diritti: ora a stabilire se gli atti dei dirigenti di Atlantia e Aspi spetta ai giudici, dopo le indagini della Procura.

Quel ponte poteva crollare da un momento all’altro – racconta oggi il procuratore Cozzi, una frase che fa riflettere, visto che dopo il crollo Castellucci negò ogni responsabilità.

Non solo Spea fece azioni di bonifica dei computer, attuò ogni mezzo per impedire le intercettazioni, altro che collaborazione con la Procura.
L’ex responsabile della manutenzione di Aspi, Donferri, aveva contatti con generali in pensione per chiedere trattamenti di favore per Castellucci, per difenderlo dai giornalisti.
Infatti Castellucci nel giorno in cui andò in Procura a riferire fu scortato da alti ufficiali dei carabinieri.

Donferri chiede ai collaboratori di cancellare documenti in cui emergeva la cattiva documentazione dell’autostrada, insultando anche le persone che si sentivano in forte imbarazzo.
Oggi di fronte alle domande di Report, risponde che non è vero, c’è una indagine in corso .. come se le intercettazioni non esistessero (e ora si capisce come mai questo governo come tanti altri vuole bloccare la pubblicazione delle intercettazioni).
Perché era importante l’archivio documentale del ponte Morandi?
L’ingegnere Morandi, il costruttore, era consapevole del rischio dell’usura dei cavi di acciaio, per colpa dell’umidità: la corrosione dei cavi era noto da anni, ma Donferri liquidò le proposte di ricostruzione in malo modo. E alla fine Donferri è arrivato al numero due di Aspi.

Oggi è consulente di una società che si occupa di appalti e subappalti a Pomezia, anche in nero – racconta Report.

Il crollo del Ponte Morandi è emblema dell’Italia che si prende cura del bene comune, l’importante è incassare, tanto e subito, anche risparmiando sulla manutenzione, anche a rischio della vita delle persone.

Potrebbe essere l’ultima volta che sentiremo intercettazioni come quelle trasmesse da Report sui Benetton: se passa la riforma Nordio noi cittadini non sapremmo nulla.

Ma ci sono intercettazioni di Donferri che prendeva in giro le proposte di manutenzione: le riunioni non furono registrare dai magistrati ma dall’ex responsabile della sorveglianza di Spea, Vezil, forse per timore di prendersi responsabilità per colpa di altri.

Oggi nessuna delle persone indagate, Castellucci, Donferri, Berti dimostra un qualche rimorso, una forma di rimorso per quanto è successo, anzi, sono proprio i Benetton ad esprimere i giudizi peggiori nei confronti dei manager di Atlantia.

Nessun rimorso, nessuna voglia di chiarire di fronte ai giornalisti, nessuna parola anche a loro tutela: Castellucci è stato descritto dal GIP come una persona senza rispetto per le regole, nonostante prendesse uno stipendio da 400mila euro. Report ha scoperto che l’anno del crollo del Ponte ha avuto il picco dello stipendio, mentre ha preso una buonuscita da 13 ml, nonostante fossero note le sue responsabilità sulla cattiva manutenzione del ponte.
La certificazione del ponte arrivava da autocertificazione – racconta in una intercettazione Mion AD di edizioni Holding (la cassaforte dei Benetton): ma nonostante tutte le preoccupazione nemmeno Mion fece nulla, sebbene sia forse uno dei pochi in questa storia ad aver dimostrato un minimo di ammissioni di colpa.

Mion, Gilberto Benetton, Alessandro Benetton e altri sapevano di questa auto certificazione: potevo fare casino ma non l’ho fatto dice oggi Mion, per conservare il posto, forse.

A novembre 2020 vanno agli arresti domiciliari Berti e Castellucci per una inchiesta parallela: a soccorrerli arriva il solito Donferri, che sapeva che la resina usata per le barriere antirumore era non omologato.
Tutto pur di risparmiare, a Genova come ad Avellino nel viadotto dove sono morte 40 persone (per un pullman caduto dal ponte) nel 2017: bastava spendere 20mila euro per rimettere bulloni nuovi su quel ponte (che era in concessione ad Aspi) e non ci sarebbero stati dei morti.
Per quel crollo Berti è stato condannato in primo grado ma ora pende appello: ci sono delle intercettazioni su quel processo di Avellino dove si sente parlare di risparmi sulle opere di manutenzione, tutto per distribuire più utili ai Benetton.

Aspi era la gallina delle uova d’oro per i Benetton: nel 2016 avevano 3 miliardi liquidi, così ogni anno, potevano costruire un ponte ogni anno, per manutenzioni hanno speso meno del 10% dei soldi incassati dai pedaggi. Dal 2009 al 2019 hanno preso 6 miliardi di dividendi: una valanga di soldi, che ha snaturato la natura imprenditoriale della famiglia Benetton, perdendoci un po’ la faccia e la credibilità.

Il giorno dopo il crollo la famiglia Benetton non rinunciò alla grigliata di ferragosto: anche questo è stato un colpo per i familiari delle vittime, “hanno dato la sensazione di essere senza animaammette lo stesso Mion.

Alessandro Benetton ha scritto a Report una lettera dove parla delle sue critiche fatte alla gestione dei suoi manager, di aver ammesso le colpe in diverse occasioni.
Quando non avevamo tanti soldi avevamo tanta credibilità – ammette: ma chi gli ha consentito di gestire così l’autostrada? Report racconta delle colpe della politica, l’estensione della concessione fatta dal governo Prodi, senza che la politica mettesse dei limiti al concessionario, senza che si mettessero dei paletti ai Benetton,
costringendoli a fare degli investimenti programmati (a questo servivano i pedaggi).

Dopo il crollo del ponte il presidente Conte chiese la revoca della concessione, suscitando la reazione sdegnata dei garantisti all’italiana: purtroppo la concessione vigente aveva una postilla, siglata dal governo Berlusconi, che riconosceva un indennizzo ai Benetton anche in causa di inadempienza.

Il ministro Toninelli cercò di eliminare questa postilla per legge, ma l’iter fu fermato dal ministro Tria, tirando in ballo l’interesse dei fondi internazionali: e l’interesse dei familiari delle vittime?
Anche Salvini si dimostrò tiepido sulla revoca della concessione.

Alla fine cambia il governo Conte 1 e, soprattutto, cambia il ministro Toninelli che oggi racconta che Conte non ebbe abbastanza coraggio né nel difendere il suo ministro e nemmeno nel portare avanti un contenzioso coi Benetton.

Con la nuova maggioranza entrano nel governo PD e Italia Viva di Renzi che non vogliono sentir parlare di revoca e così si inizia a parlare di accordo coi Benetton: la famiglia inizia a tessere i rapporti con Renzi, i 5 stelle, col PD. Con chi hanno interloquito i Benetton?

Sappiamo che alla fine si arrivò all’accordo nel 2020, in cui i Benetton vendono la società a CDP, senza stabilire il prezzo di vendita. Che era la soluzione che volevano i Benetton, che in una intercettazione dicevano che l’unico modo per salvare Atlantia era uscire da Aspi. Coi soldi dello Stato.

Lo Stato italiano nella bozza dell’accordo firma una resa: lo Stato italiano scrive che non revocherà mai la concessione, anche se Atlantia decidesse di non vendere.
Alla fine i Benetton dal crollo del Morandi ci hanno pure guadagnato,
con 8,18miliardi di euro – racconta il giornalista Giorgio Meletti a Report.

Ora la struttura societaria di Aspi è una struttura complessa: altro che nelle mani dello stato italiano, ora è nelle mani di società tedesche, australiane, cinesi e americane. Società straniere che vogliono solo soldi, altro che manutenzione.
Allora, lo stato italiano ha fatto gli interesse degli italiani o dei fondi di speculazione stranieri? Oppure dei Benetton?

25 giugno 2023

Anteprima inchieste di Report – lo stato del paese, la manutenzione dei ponti, del territorio, le scorte delle mascherine

Report si occuperà del crollo del Ponte Morandi cinque anni dopo e dell’alluvione in Emilia Romagna oggi: l’Italia che non sa gestire la quotidianità, la manutenzione del territorio o dei ponti, dei viadotti, delle autostrade in concessione a privati.

Poi un servizio sulla memoria che manca in questo paese, quella che a fatica portano avanti i familiari delle vittime della strage di Ustica, infine un servizio sulle scorte delle mascherine che abbiamo comprato, durante l’emergenza

Il crollo del ponte Morandi

Cinque anni fa, nell’agosto 2019, crollava il ponte Morandi: 43 persone sono morte per colpa della cattiva manutenzione da parte del privato che ha gestito quell’autostrada in concessione.
Vi ricordate ancora i giorni all’indomani del crollo? Da una parte quelli che gridavano via le concessioni e dall’altra parte quelli che, no, basta con questo giustizialismo, dobbiamo aspettare i processi.. Ecco, oggi i
l processo ci dice che erano in tanti a sapere che quel ponte era malato: le accuse principali mosse dalla procura di Genova sono omicidio colposo plurimo, omicidio stradale e crollo doloso, il principale imputato è Giovanni Castellucci.


Ogni volta che a processo finiscono uomini legati al potere (politico, imprenditoriale..) si tira fuori la parola magica, garantismo: basta processo in piazza, basta con le gogne. E i diritti delle vittime di questa strage? E le famiglie delle vittime che hanno dovuto aspettare anni (e ancora ne dovranno aspettare) per avere forse uno spicciolo di giustizia?
Per il processo hanno montato un tendone dentro il Tribunale perché non c’erano aule capienti per i 59 imputati, il principale è Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e di Atlantia, la società dei Benetton che controllava Autostrade. Per l’accusa gli imputati pur sapendo dei problemi del ponte non avrebbero fatto nulla. A parte incassare i profitti dai pedaggi.

Danilo Procaccianti ha cercato di avvicinare l’ex AD Castellucci chiedendo conto delle accuse che gli sono mosse, l’essere un uomo senza scrupoli, ma quest’ultimo ha preferito non rispondere.
Il GIP lo ha definito come un uomo dalla personalità spregiudicata e incurante del rispetto delle regole, eppure negli anni il suo lavoro è stato lautamente ricompensato, mediamente 400mila euro al mese. Report ha scoperto un’amara sorpresa: il massimo del suo stipendio l’ha raggiunto proprio nell’anno del crollo del ponte, quando prese più di 5ml di euro.

La scheda del servizio: LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO

di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

Sono passati quasi cinque anni dal crollo del Ponte Morandi che ha provocato 43 morti. Da qualche mese si è aperto il processo che vede imputate 59 persone tra cui l'ex amministratore delegato Giovanni Castellucci che si è portato a casa 13 milioni di euro di liquidazione. Poi i Benetton si sono resi conto che forse non era il caso e glieli hanno chiesti indietro. Del processo si parla poco ma stanno emergendo fatti importantissimi: il principale è che tanti, troppi sapevano che quel ponte era ammalorato e non avrebbero fatto nulla. Per la prima volta andranno in onda gli audio originali delle intercettazioni e si ascolterà in tempo reale il racconto di quello che succedeva dalle voci dei protagonisti. Nel frattempo, ci hanno detto che Autostrade è tornata allo Stato. È veramente così?

Cosa è successo in Emilia Romagna

Cosa è successo in Emilia Romagna tra il 16 e il 17 maggio?

In due giorni ha piovuto così tanto e in così poco tempo da portare all’allagamento di intere zone della regione: ma sono solo queste le cause del disastro (ambientale, sociale, industriale) che ci costerà diversi miliardi di euro oppure c’è anche dell’altro, come l’abbandono della manutenzione del territorio?

Sulla zona dell’appennino Romagnolo sono caduti fino a 250mm di pioggia su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni non aveva mai piovuto così tanto, inondando tutta la pianura romagnola, mentre le strade in collina sono sprofondate sotto l’impeto dell’acqua.

Report è andata sul territorio colpito, come nel comune di Santa Sofia, in provincia di Forlì Cesena: “è una zona che da sempre è fragile, a livello geologico, ma nessuno ricorda qualcosa di simile, sembra un terremoto” – racconta il sindaco, di fronte all’immagine del crollo delle strade, alle fratture dell’asfalto.

Ci sono zone che hanno tenuto bene – continua il sindaco – sono quelle dove negli anni si sono fatti degli interventi: in tutta la Romagna sono state registrate più di 800 frane, ma nella regione se ne erano registrate, prima dell’alluvione, già 80mi, la. Come gli smottamenti a Predappio alta, dove la frana ha scavato il terreno sotto le case: qui gli abitanti puliscono i fossi, fanno manutenzione come possono, ma qui dalla regione e dagli altri enti non arriva nessuno.
“Nel passato, coi patti agrari si scrivevano con grande puntigliosità quelli che erano gli obblighi di manutenzione” – racconta la geografa Paola Bonora a Report – “perché attorno ad ogni campo c’erano delle canalette che bloccavano il flusso dello scorrimento delle acque.”

L’abbandono dell’Appennino spiega in parte cosa sia successo a valle: un’onda di acqua, fango e alberi partita dalle montagne ha investito tutto il territorio perché i torrenti costretti dentro piccoli canali, con poca manutenzione non hanno retto all’urto.

Emblematica la storia raccontata dal coltivatore di kiwi Ivano Gagliani: “se i fiumi sono puliti l’acqua scorre senza problemi” racconta a Luca Chianca mostrando invece la situazione del fiume che costeggia il suo campo ora sommerso dal fango. Ma non c’è stata nessuna operazione di pulizia: dopo l’alluvione di inizio maggio si era accorto che un albero era franato nell’alveo del fiume, così aveva scritto alla regione, chiedendo che fosse rimosso. Ma è arrivata prima la seconda alluvione del 16, così l’acqua è arrivata in massa dal fiume, l’albero ha fatto da diga e ha deviato l’acqua sul campo. Per il coltivatore è una perdita stimata in 250mila euro, perché andrà rifatto tutto l’impianto e tre, quattro anni di mancata produzione.

Quando ha scritto in regione cosa le hanno risposto?

Hanno risposto a lei? A me non hanno risposto..”

Report ha sentito poi la versione della regione Emilia Romagna, intervistando la vice presidente Priolo: “è evidente che in un evento come questo emerga come la frammentazione normativa non ci aiuta in questi ambiti qua: la difesa del suo è del ministero dell’Ambiente, la pianificazione e programmazione dell’Autorità di Bacino che pianifica e programma il rischio alluvione. Noi diventiamo l’ente attuatore se però il piano viene finanziato, capisce che è complicato..”.
Ed è proprio all’Autorità del bacino del Po, che deve scrivere i progetti per contrastare questi fenomeni che il governo ha tolto 6ml di euro, prima dell’alluvione. Eppure è l’ente che ha lo sguardo completo su tutto il bacino Padano, dal Piemonte al delta in Romagna.
A cosa servivano i 6 ml tolti? – è stata la domanda fatta ad Alessandro Bratti, segretario dell’autorità di Bacino del fiume Po - “oltre che alle spese di consumo dell’energia, anche per dare come successo nel passato, qualche incarico di progettazione che per noi è assolutamente importante.”
Tra i progetti da finanziare c’era anche un progetto indirizzato alle aree colpite dall’alluvione, note da anni come zone fragili dal punto di vista del dissesto idrogeologico.
Il progetto, non le opere, arriverà a costare quasi 2,5-3 ml di euro: sono finanziamenti già presenti sulla parte straordinaria, spiega il segretario dell’Autorità Bratti, che però non si possono spendere prima di luglio “se li avessi avuti prima li avrei spesi dal primo gennaio.”
Insomma, è sempre un tema di risorse da assegnare sulla base di scelte politiche: soldi che potevano essere assegnati a progetti per la messa in sicurezza e trasformazione del territorio che l’uomo ha iniziato qui ben 2000 anni fa, coi romani. Quando le paludi nel corso dei secoli sono diventate terre coltivabili grazie all’azione dell’uomo.
“La gestione del territorio, dal dopoguerra ad oggi” continua Bratti “è stata una gestione improntata sulla massima produttività in agricoltura e una fortissima urbanizzazione che sicuramente ha dato ricchezza. Oggi quel tipo di sviluppo lì, in quest’area qua, a mio parere non regge più.”

In Emilia Romagna dalla fine della guerra ben tre generazioni hanno assistito alla cementificazione del suolo che è passato da 500km quadrati a quasi 2000 km quadrati. Strade, capannoni, case.

Lo racconta l’urbanista Piero Cavalcoli dirigente della pianificazione territoriale della provincia di Bologna “quello che abbiamo prodotto noi, di cui siamo responsabili, è di aver impermeabilizzato tre volte il territorio di quello che era dai tempi dei romani. Questo è un dato spaventoso.”


In provincia di Ravenna il suo consumato tra il 2017 e il 2021 è stato di ben 331 ettari, 83 ettari l’anno, il doppio degli anni precedenti.
Nel comune di Forlì proprio nel 2021 il consumo del suolo si è attestato al 16% più del doppio della media nazionale: Report mostrerà le immagini aeree dell’Ispra dove si vedono interi campi sparire, sepolti dal cemento. Solo nell’ultimo anno l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per consumo di suolo.

La scheda del servizio: LA GRANDE MINACCIA

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Tra il 16 e il 17 maggio scorso sulla fascia dell'Appennino romagnolo sono caduti fino a 250 mm d'acqua, su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni, non aveva mai piovuto così tanto da inondare tutta la pianura romagnola. E le strade in collina sono sprofondate sotto l'impeto dell'acqua. A 20 giorni dall'alluvione Report è andata in quelle zone per capire cosa sia realmente successo e cosa ci aspetterà negli anni futuri. Ormai a causa del cambiamento climatico dobbiamo abituarci a vivere queste stagioni, caratterizzate da eventi estremi. Ma i segnali sono sotto i nostri occhi da fin troppo tempo. Lunghi periodi di siccità si alternano a violenti nubifragi. E nel resto del mondo non va meglio. Gli inviati i Report sono andati negli Stati Uniti, seguendo il corso del Colorado River, uno dei fiumi più importanti al mondo. Oggi è sull'orlo del collasso a causa della siccità che lo ha colpito negli ultimi 20 anni e la sua acqua se la stanno contendendo ben sei Stati per continuare a sopravvivere in mezzo a un deserto.

Ustica e il filo della memoria

C’è un filo che lega assieme il lavoro di Daria Bonfietti, presidente dell’associazione delle vittime della strage di Ustica, col lavoro dell’artista francese Boltansky: è il filo della memoria, quella delle persone morte nell’abbattimento di un aereo civile su cieli del Tirreno nel corso di un combattimento tra aerei militari. La memoria che deve sopravvivere all’oblio, ai depistaggi di stato, alla cattiva coscienza degli uomini dentro le istituzioni che avrebbero dovuto garantire la sicurezza di quelle 81 persone morte nella sera del 27 luglio 1980.
Anche
Teshima è un luogo che ha sofferto e ha una storia da raccontare: “ricordare di aver sofferto significa ricordare di avercela fatta”, così le persone vengono su quest’isola a lasciare il loro battito del cuore o ad ascoltare il battito del cuore di altre persone. Per mettersi in contatto con l’umano, non con una singola persona.

La scheda del servizio: L’ARCHIVIO DEI BATTITI DEL CUORE

di Alessandro Spinnato

Collaborazione Ai Nagasawa

L'arte come la verità non si trova in superficie e la si deve cercare sul fondo.” Così Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari delle vittime di Ustica, chiude il lungo viaggio che da Bologna l’ha portata, insieme agli inviati di Report, a Teshima, una remota isola del Giappone. Durante il racconto si incrociano tre percorsi: il viaggio di Daria Bonfietti con la sua storia personale, la tragedia di Ustica, le bugie di stato e le verità raggiunte; l’opera di Christian Boltansky, artista francese scomparso nel 2021, che della ricerca della memoria ha fatto la sua cifra stilistica e che tra le tante installazioni sparse per il mondo, ha realizzato il Museo per la Memoria di Ustica e un museo a Teshima che raccoglie i battiti del cuore di decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo; infine la storia di questa isola, per decenni discarica abusiva di rifiuti tossici, oggi sede della più importante triennale d’arte contemporanea giapponese, anche grazie a uno degli uomini più ricchi del Giappone, Soichiro Fukutake, che alle telecamere di Report racconta di una vera e propria folgorazione da cui ha maturato una critica radicale a quel capitalismo che lui stesso ha rappresentato per tanti anni.

Cosa rimane del Covid

E’ quasi beffardo scoprire come, ancora oggi, stiamo pagando le mascherine prodotte dalla FCA, nonostante la produzione sia terminata: a febbraio marzo 2020 non avevamo nulla, nessun protocollo, poche linee guida, nessun dispositivo nelle scorte. E oggi, finita l’emergenza, finita la paura, stiamo stipando il materiale inutilizzato (che abbiamo comprato in emergenza in operazione poi finite sotto l’attenzione della magistratura).

La scheda del servizio: LE SCORIE DEL COVID

di Lorenzo Vendemiale

Collaborazione Carlo Tecce

Il 30 giugno chiude i battenti quella che è stata l’ex struttura commissariale Covid: è una data simbolica, perché segna la fine di un’era. Ma cosa resta dell’emergenza? Migliaia e migliaia di tonnellate di materiale inutilizzato, che oltre al danno dello spreco rischiano di presentarci anche il conto della beffa: Report ha scoperto che lo Stato sta spendendo decine di milioni di euro per conservare tutte le mascherine e gli altri dispositivi avanzati. Tra questi, ci sono anche le mascherine targate Fca, che stiamo continuando a pagare ben oltre la fine della produzione.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

14 aprile 2020

Report – la telemedicina, come affrontare la crisi e i cambiamenti climatici

Nell'anteprima della puntata, si parla di Telemedicina: immaginate i notri anziani che possano essere sottoposti ad un check up senza fare la fila dai medici di famiglia, senza contagi, un futuro senza ricette su carta, senza file al pronto soccorso, con delle malattie che possono essere curate da remoto.

PROVE DI SANITÀ DIGITALE di Michele Buono

Il dottor Pillon ha illustrato al giornalista di Report le nuove tecnologie nella medicina per poter fare visite a distanza, per poter monitorare a distanza le persone.
Dispositivi che si tengono addosso per misurare i parametri del sangue, fare un elettrocardiogramma, misurare la pressione e trasmettere i dati a distanza.
C'è un dispositivo per misurare il sonno, per far si che possa essere controllato come in ospedale ma a casa tua: tutti i dati raccolti potrebbero costituire il fascicolo sanitario digitale, che un algoritmo di intelligenza artificiale potrebbe analizzare per comprendere le tue malattie.

Immaginatevi oggi questo ai tempi del corona virus: tutto questo è realtà all'istituto radio medico internazionale, ma non sono mai stati invitati ad un tavolo sulla medicina del futuro.
Anche per questo scontiamo un ritardo digitale: potremmo costruire nuovi ospedali digitali che ci farebbero risparmiare almeno 15 miliardi di euro (secondo una stima del Politecnico di Milano), con infermieri digitalizzati, dati che viaggiano in rete...
Ma serve una politica che abbia una visione chiara per non perdere anche questa occasione.

COME NE USCIREMO? di Paolo Mondani

Abbiamo aperto la produzione di caccia F35 ma non abbiamo mascherine a sufficienza: lo Stato ha messo soldi per sostenere le imprese in questo momento di crisi, col decreto cura Italia, per un totale di 400 miliardi. Dovremo mettere dei filtri perché ci sono anche degli imprenditori furbetti, magari quelli che prenderanno i soldi e poi licenzieranno i dipendenti.

Paolo Mondani ha chiesto un parere a diversi economisti, come Giovanni Dosi: in Germania lo stato entra nelle imprese facili, per evitare che chiudano, da noi abbiamo la mafia che potrebbe fare campagna acquisti in momenti di difficoltà.

Ai lavoratori dipendenti o precari serve dare sostegno, ma anche a chi è in difficoltà con una estensione del reddito di cittadinanza diffuso.
La pandemia ci ha fatto riscoprire il welfare, le disuguaglianze, la necessità di uno stato centrale: oggi i paesi del sud Europa chiedono i corona bond per avere la copertura delle spese che si faranno per il coronavirus.
Ma i paesi del nord si oppongono: dovremo ricorrere ai vecchi sistemi di finanziamento, ovvero i tagli alle spese sanitarie, al welfare in nome dell'austerità?

Il problema è globale, in Italia in Europa e anche negli Stati Uniti dell'economista Stiglitz: al giornalista ha spiegato che il coronavirus ci costringe a pensare ad un nuovo modello di economia, di una società più equa.
Negli Usa il fondo da 500 miliardi non sarà dato a pioggia, ma grazie allo sforzo dei democratici, ci sarà un controllo su chi prenderà questi fondi.
Fondi che potrebbero arrivare anche alla famiglia Trump.

In Germania a Merkel ha stanziato miliardi per i lavoratori e per le aziende, contributi a fondo perduto, non basta il reddito di disoccupazione ma bisogna occuparsi di chi ha un basso reddito, di chi non sta lavorando.

“Se dopo Covid-19 l’Europa cercherà di imporre le vecchie regole, i movimenti nazionalisti non avranno più freni” - conclude Stiglitz.
Alla fine di questa storia cosa ci lascerà il coronavirus? “Avremo un mondo dove sarà urgente ripristinare l'equilibrio tra il popolo, il potere e il profitto, se non lo capiremo, questa crisi ne preparerà un'altra peggiore, lei se la immagina una peggiore di questa?”.
Ci ricorderemo dei paesi del nord Europa che si oppongono ai corona bond, come l'Olanda il paradiso fiscale in Europa, dove risiedono molte società italiane.
E non ci dimenticheremo di investire nelle tecnologie e nelle idee che contrastano i cambiamenti climatici.


IL COSTO DELLA CARNE di Luca Chianca in collaborazione di Alessia Marzi

La Globalizzazione ci porta a prendere in maggiore considerazione l'effetto farfalla: l'inquinamento è un problema globale, il disgelo nell'artico è legato all'ondata di gelo in America a Chicago. E se ci fossero legami tra inquinamento e virus?

Questo ci dice che non possiamo più prendere sotto gamba i cambiamenti climatici: il servizio di Luca Chianca è partito da una visita ad un allevamento intensivo a Reggio Emilia, maiali cresciuti tutti assieme in spazi angusti, che devono crescere in fretta con pochi operai (che costano troppo) e, almeno in teoria, con tanti controlli sulla salute degli animali.
Le tute per visitare l'allevamento sono le stesse che vedi indossare ai medici oggi per lavorare in tempi di coronavirus.

Sono allevamenti che emettono ammoniaca, generano liquami che finiscono nei campi, creando problemi per le famiglie che vivono lì vicino ma anche creando effetti negativi sull'ambiente.

La zootecnia è cambiata in Emilia: non ci sono più piccoli allevatori, non ci sono animali al pascolo, ma grandi allevamenti dentro stalle enormi, che si sono spostati in Lombardia e Veneto. E dove il letame, che era un bene prezioso per il concime, che è oggi un rifiuto: quanto sono sostenibili questi impianti?

Da Reggio a Brescia: negli allevamenti ci sono enormi vasche piene di liquami, che evaporano e entrano nell'aria, anche adesso che è tutto fermo.
In certe zone del bresciano ci sono più animali che persone: non tutti gli allevatori rispettano le regole sullo smaltimento dei liquami, i controlli ci sono ma è difficile essere multati.

Gianni è un allevatore a cui hanno sequestrato il campo: aveva fatto uno spandimento mentre pioveva (ed è vietato), tra l'altro il rischio è che i liquami arrivino in falda.

Da Brescia arriva anche il presidente di Coldiretti, Prandini: anche lui è un allevatore, che sarebbe stato multato per uno spandimento su un suo terreno quando c'era un blocco.
Non è noto chi sia stato a fare lo spandimento sul terreno, ma quei liquami non dovevano esserci.

Il problema reale è dove mettere i liquami prodotti dagli animali: ci sono regole da rispettare, non si scarica sui reflui, si fanno spandimenti solo nei periodi giusti.
Ma non tutti rispettano le regole: i liquami entrano nelle falde, inquinano le acque, ma secondo l'assessore lombardo all'agricoltura, bresciano pure lui, c'è ancora bisogno di nitrati.

In Lombardia si tutelano gli allevatori e i loro dipendenti, ma forse non si tutela abbastanza la loro salute: Luca Chianca si è confrontato con Sabrina Piacentini, ex comandante dei vigili di Quinzano, che gli ha spiegato come liquami e deiezioni debbano essere sparse raso terra, non verso l'alto.
La mappa sulla densità di ammoniaca in atmosfera, in nord Italia, è rosso fuoco nel triangolo tra Brescia, Mantova e Cremona, dove è concentrato il maggior numero di allevamenti, per capire quanto incide l'ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti nella formazione del pm10 è stato interpellato anche il responsabile dell'ARPA Lombardia, Guido Lanzani.
Gioca un ruolo soprattutto nelle stagioni dove lo spandimento dei reflui è più importante” è la risposta del responsabile: secondo Arpa l'85% dell'ammoniaca deriva dai liquami degli allevamenti ed è uno dei fattori per la formazione del pm10.

Esiste cioè una correlazione tra spandimenti di liquami e aumento del pm10: in Pianura Padana gli allevamenti intensivi sono il responsabile dell'inquinamento dell'aria, alla pari del traffico su strada e la combustione di legna nei caminetti e le attività industriali – spiega Riccardo De Lauretis (tecnico dell'Istituto superiore di protezione e ricerca ambientale), siamo al paradosso che la domenica dovremmo fermare le mucche piuttosto che le auto, il commento del giornalista.
Ma le associazioni di categoria si sono dimostrate poco disponibili ad accettare le proposte da parte dell'Istituto). Non solo: la regione Lombardia ha consentito nel mese di febbraio ben sette spandimenti nella zona del bresciano, anche se era in vigore il blocco.
Fabio Rolfi, assessore all'agricoltura in regione ha spiegato che questi obblighi sono qualcosa di “ancestrale”, la proposta della regione è di arrivare allo spandimento a bollettino agrometrologico, legare gli spandimenti alle previsioni del tempo, se non piove non si fa spandimento.
Ma i giorni in cui sono stati concessi gli spandimenti, a febbraio, coincidono con gli sforamenti dei limiti del pm10 in provincia di Brescia.

Pochi giorni fa, l'associazione medici per l'ambienta (Sima) ha pubblicato un “position paper” secondo cui il pm10 abbia aiutato la diffusione del coronavirus in Pianura Padana: lo ha spiegato in collegamento video il dottor Alessandro Miani, queste correlazioni sono già state scoperte per altri virus come l'aviaria, il morbillo, “in certe condizioni [di inquinamento ambientale] il metro di distanza di sicurezza potrebbe non essere abbastanza”.
Secondo lo studio, cioè, il particolato avrebbe trasportato come un aeroplano, anche a decine di metri le particelle di virus: il 4% delle particelle che troviamo sul particolato sono proprio virus - conferma il prof Leonardo Setti dell'università di Bologna, citando uno studio fatto in Cina, nel 2013, sul particolato cinese.
Gli studi fatti a Bologna hanno messo in evidenza che laddove c'erano stati i maggiori sforamenti del pm 10 nel mese di febbraio, quando abbiamo avuto l'espansione della virulenza del coronavirus, statisticamente sono aumentate le persone contagiate: “non solo contagiamo le persone che stanno a due metri di distanza, ma contagiamo anche quelle che stanno a dieci metri”.
Lo studio cita proprio il caso bresciano, la zona dove Report ha girato le immagini degli allevamenti e dei liquami sparsi nei campi.
Lo studio mette in correlazione lo spandimento, sforando i limiti di legge, con l'espansione del virus nel bresciano: serve massima cautela, serve fare altri studi, ma questo studio da una risposta alla domanda, come mai a Brescia tanti malati per coronavirus?

I ricercatori si sono basati su uno studio precedente fatto dai ricercatori di Shangai, che hanno analizzato l'aria inquinato di Pechino, negli anni 2010-13.
Uno studio analogo è stato fatto anche negli Stati Uniti ad Harvard: nelle contee con una maggiore presenza di particolato sarebbe presente una maggiore percentuale di malati di coronavirus.

Lo studio è stato presentato all'ISS e al dottor Brusaferro: ha confermato che l'Italia ha come obiettivo combattere il crescere delle polveri sottili, dovremo ridurre i fattori favorenti del covid, tra cui anche il pm10.
Dopo aver bloccato le auto e i camion, anche gli allevamenti intensivi, considerati da diversi studi come responsabili dei cambiamenti climatici.

Il servizio si è poi occupato della bresaola che si mangia in Italia: la bresaola DOP valtellinese è prodotta in modo diverso rispetto ai grandi allevamenti, le mucche sono libere negli alpeggi.
Ma la maggior parte della carne che poi finisce nella bresaola che ci mangiamo viene dall'estero: tra i maggiori produttori di bresaola c'è la Rigamonti, comprata da una società brasiliana (la JBS) che non ha rilasciato alcuna intervista a Report.

La bresaola industriale viene fatta con la carne di zebù, che non è simile ad una zebra (come sostiene il presidente Prandini): Luca Chianca è andato allora a visitare un allevamento in Mato Grosso, dove pascolano gli zebù.

Sono animali che arrivano dall'India, simili alle mucche: l'allevamento visitato da Report una volta era una savana che l'uomo ha eliminato, ha disboscato negli anni 90 per migliaia di ettari, cambiando in modo irreversibile l'ambiente.
La carne della JBS produce tonnellate di co2, è stata multata perché ha comprato carne da allevatori che hanno disboscato terreni, multe che poi però non sono state pagate.

Report non è potuta entrare dentro lo stabilimento della JBS, potendo parlare solo con un dipendente all'esterno.

Oggi la deforestazione si sta spostando verso l'Amazzonia: questa deforestazione – dice il ricercatore De Marco - è una delle cause della trasmissione di virus dagli animali selvatici all'uomo.
La prossima pandemia è pronta?
Nella foresta sconosciuta dell'Amazzonia si nascondono 600 mila virus.
Questa foresta che viene distrutta dai tagliatori di legna, che incendiano gli alberi, che i fazendero si sono presi con la forza e che oggi il governo brasiliano di Bolsonaro vuole loro condonare.

Fazenderos che non pagano multe, che si muovono con furbizia ai limiti della legalità, fregandosene dei problemi ambientali.
Non è un problema locale, perché questi produttori di carne poi la vendono a noi (tramite la JBS), prendono soldi da investitori esteri che dovrebbero stare attenti dove mettono i loro soldi.

JBS nega sia le accuse di corruzione, avrebbe firmato una sorta di patteggiamento e di non vendere carne proveniente da zone deforestate.

Dobbiamo cambiare stile di vita, ridurre le nostre esigenze, perché il nostro pianeta non è sufficiente e l'attuale sistema di produzione del cibo non è più sostenibile.

L'ultimo servizio, di Giuliano Marrucci, è dedicato alla battaglia dei Mapuche in Patagonia in Argentina, contro i Benetton, per la difesa del loro territorio.

13 aprile 2020

Le inchieste di Report – lunedì 13 aprile


Sono diversi gli argomenti toccati dai servizi che andranno in onda nel corso della puntata di Report di questa sera, sempre legati al tema della pandemia per il corovavirus: la correlazione tra inquinamento tra pm 10 e la diffusione del virus in Pianura Padana; alcune idee per cambiare l'economia mondiale quando arriveremo alla fine della pandemia; un modello digitale per la sanità italiana; la situazione della sanità in Umbria, dopo lo scandalo della giunta PD e infine gli ultimi latifondisti al mondo, i Benetton.

Il lato nascosto (e il costo nascosto) degli allevamenti intensivi

Perché il virus ha colpito in modo così violento proprio le province della pianura Padana e non altre zone del paese, altamente popolate e con relazioni con la Cina?
Solo sfortuna, oppure c'è dell'altro?

Nel servizio di Luca Chianca si parla di allevamenti intensivi, qui nel nord Italia, dei legami con l'inquinamento del territorio: avreste immaginato che per visitare un allevamento di maiali ci si dovesse bardare come per affrontare una guerra batteriologica?
La visita all'allevamento in provincia di Reggio Emilia è stata fatta ad inizio febbraio, quando si considerava il coronavirus solo un problema cinese: “questa visita ci fa capire come il rapporto tra uomo e animale è una materia da maneggiare con cura“ spiega il giornalista.
Si entra bardati nelle zone con gli animali per non infettarli: assieme al responsabile dell'allevamento entrano in una zona di “biosicurezza”, ma sembra di star entrando in una zona di quarantena.
L'attuale pandemia è causata da un virus che è passato dagli animali all'uomo, un meccanismo già avvenuto con quelle passate, la Sars, la Mers, Zica e Ebola.
Che livello di sicurezza garantiscono allora gli allevamenti intensivi qui in Italia?
Luca Chianca è entrato di notte in un allevamento, a Brescia, qualche giorno dopo aver visto quello di Reggio, assieme all'associazione “Essere animali”: nel reparto infermeria animali in agonia, feriti, lasciati lì abbandonati; animali morti lasciati assieme a quelli vivi.
In alcuni casi sono stati proprio gli allevamenti intensivi di maiali il vettore del virus, come il virus Nipah, in Malesia nel 1998.
Moreno di Marco, ricercatore del dipartimento Charles Darwin alla Sapienza di Roma: “questo è un virus che è passato dal pipistrello all'uomo, perché c'erano degli allevamenti intensivi di maiali a ridosso delle foreste tropicali, in cui vivevano le specie di pipistrelli. Quindi i maiali che venivano allevati in alte densità in quelle zone tropicali, si sono presi il virus e l'hanno trasmesso all'uomo e le persone hanno cominciato a morire”.

Torniamo in Italia: come vengono gestiti gli allevamenti nelle province del nord Italia e come vengono smaltiti i liquami degli animali, responsabili del pm 10?
Spesso sono smaltiti nei campi (come mostrano le immagini per l'allevamento di Brescia), inquinando l'ambiente: Luca Chianca si è confrontato con Sabrina Piacentini, ex comandante dei vigili di Quinzano, che gli ha spiegato come liquami e deiezioni debbano essere sparse raso terra, non verso l'alto.


La mappa sulla densità di ammoniaca in atmosfera, in nord Italia, è rosso fuoco nel triangolo tra Brescia, Mantova e Cremona, dove è concentrato il maggior numero di allevamenti, per capire quanto incide l'ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti nella formazione del pm10 è stato interpellato anche il responsabile dell'ARPA Lombardia, Guido Lanzani.
“Gioca un ruolo soprattutto nelle stagioni dove lo spandimento dei reflui è più importante” è la risposta del responsabile: secondo Arpa l'85% dell'ammoniaca deriva dai liquami degli allevamenti ed è uno dei fattori per la formazione del pm10.
Esisterebbe cioè una correlazione tra spandimenti di liquami e aumento del pm10: in Pianura Padana gli allevamenti intensivi sono il responsabile dell'inquinamento dell'aria alla pari del traffico su strada e la combustione di legna nei caminetti e le attività industriali – spiega Riccardo De Lauretis (tecnico dell'Istituto superiore di protezione e ricerca ambientale), siamo al paradosso che la domenica dovremmo fermare le mucche piuttosto che le auto, il commento del giornalista.
Ma le associazioni di categoria si sono dimostrate poco disponibili ad accettare le proposte da parte dell'Istituto). Non solo: la regione Lombardia ha consentito nel mese di febbraio ben sette spandimenti nella zona del bresciano, anche se era in vigore il blocco.
Fabio Rolfi, assessore all'agricoltura in regione ha spiegato che questi obblighi sono qualcosa di “ancestrale”, la proposta della regione è di arrivare allo spandimento a bollettino agrometrologico, legare gli spandimenti alle previsioni del tempo.
Ma i giorni in cui sono stati concessi gli spandimenti, a febbraio, coincidono con gli sforamenti dei limiti del pm10 in provincia di Brescia.

Pochi giorni fa, l'associazione medici ambientalisti ha pubblicato un “position paper” secondo cui il pm10 abbia aiutato la diffusione del coronavirus in Pianura Padana: lo ha spiegato in collegamento video il dottor Alessandro Miani, queste correlazioni sono già state scoperte per altri virus come l'aviaria, il morbillo, “in certe condizioni [di inquinamento ambientale] il metro di distanza di sicurezza potrebbe non essere abbastanza”.
Secondo lo studio, cioè, il particolato avrebbe trasportato come un aeroplano, anche a decine di metri: il 4% delle particelle che troviamo sul particolato sono proprio virus - conferma il prof Leonardo Setti dell'università di Bologna, citando uno studio fatto in Cina, nel 2013, sul particolato cinese.
Gli studi fatti a Bologna hanno messo in evidenza che laddove c'erano stati i maggiori sforamenti del pm 10 nel mese di febbraio, quando abbiamo avuto l'espansione della virulenza del coronavirus, statisticamente sono aumentate le persone contagiati: “non solo contagiamo le persone che stanno a due metri di distanza, ma contagiamo anche quelle che stanno a dieci metri”.
Lo studio cita proprio il caso bresciano, la zona dove Report ha girato le immagini degli allevamenti e dei liquami sparsi nei campi.
Il giornalista è andato anche a vedere gli allevamenti di Zebù in Brasile, da dove arriva la carne per la bresaola industriale: animali simili ai nostri bovini, con una gobba sul collo come i dromedari, ma del tutto diversi dalle zebre (come pensava il presidente di Coldiretti)..
Qui per favorire i grandi allevamenti di carne, necessari per soddisfare tutta la richiesta, si sta disboscando la foresta, portando a delle situazioni simili a quelle avvenute nella foresta asiatica, con l'avvicinarsi degli animali selvatici, portatori di nuovi virus, all'uomo.
La prossima pandemia è pronta?

La scheda del servizio: IL COSTO DELLA CARNE di Luca Chianca in collaborazione di Alessia Marzi
Se fino agli anni sessanta il letame prodotto dal bestiame era considerato oro per una piccola azienda agricola, oggi è diventato un problema. Tutto è legato agli allevamenti intensivi in cui poche e grandi aziende gestiscono migliaia di capi in piccoli spazi, con la necessità di smaltire i liquami prodotti che però producono grandi quantità di ammoniaca e nitrati con un forte impatto sia nella formazione del Pm10, sia nell'inquinamento delle falde acquifere. Solo pochi giorni fa è uscito uno studio preliminare della Società italiana medici ambientali che, in collaborazione con alcune università italiane, ipotizza una correlazione tra la diffusione del coronavirus in pianura padana e l'inquinamento da Pm10. Il caso monitorato è quello di Brescia e della sua provincia, che insieme a Bergamo, ha raggiunto il più alto numero di contagi. Ed è a Brescia che siamo stati tutta la prima metà di febbraio a documentare come avvengono gli spandimenti di liquami sui terreni, mentre il virus si stava diffondendo tra la popolazione. Il problema dell'impatto ambientale nella produzione di carne esiste anche se l'Italia è un paese importatore perché non riesce a soddisfare la domanda sempre più crescente. Tra i maggiori produttori, con oltre 200 mln di capi bovini c'è il Brasile, a cui si rivolgono alcuni produttori italiani di bresaola. Siamo partiti per il Mato Grosso e il Parà, nel cuore dell'Amazzonia, per capire quanto gli allevamenti sono legati alla deforestazione e quanto questo possa sviluppare nuove pandemie.

Idee per come uscire dalla crisi

Paolo Mondani ha intervistato Joseph #Stiglitz, il premio Nobel per l'economia: “Se dopo Covid-19 l’Europa cercherà di imporre le vecchie regole, i movimenti nazionalisti non avranno più freni”.

Fondo Salva stati, mes, pareggio di bilancio, regola del deficit al 3% .. tutto materiale per la propaganda dei partiti sovranisti, come la Lega in Italia(che pure ha le sue responsabilità su questi strumenti).
Alla fine di questa storia cosa ci lascerà il coronavirus? “Avremo un mondo dove sarà urgente ripristinare l'equilibrio tra il popolo, il potere e il profitto, se non lo capiremo, questa crisi ne preparerà un'altra peggiore, lei se la immagina una peggiore di questa?”.
La scheda del servizio: COME NE USCIREMO? di Paolo Mondani in collaborazione di Norma Ferrara

Con la pandemia avanza anche la crisi economica globale. Ci troviamo di fronte alla più pericolosa delle recessioni economiche. Ma sarà anche un’occasione per rifondare l’economia? Mentre in Europa ci si scontra sugli Eurobond, Report è andata in cerca di risposte dai più influenti economisti del mondo.

Un modello digitale per la sanità

Il futuro della sanità non dovrà essere più fatti di prescrizioni su carta, di esami stampati che un medico deve consultare solo su carta, di strutture e centri che si parlano in formato digitale, in rete.
E forse nemmeno avremo bisogno del medico a portata di mano (e questa infezione ci ha fatto capire quanto siano preziosi i medici e i presidi sul territorio): già ai tempi dell'invenzione della radio da parte di Marconi, il suo medici gli disse “pensa con questa invenzione tutti quelli che sono a bordo delle navi potrebbero essere curati”.
Così nacque la radiomedicina e nel 1935 anche il “Centro internazionale Radio Medico”, primo presidente Guglielmo Marconi, secondo presidente la regina d'Italia.
Occorreva una radio, una valigetta coi soccorsi, un fonocardiogramma, una stazione ricevente con un medico e la salvezza dei marinai viaggiava sulle onde radio: oggi abbiamo molto di più e quello che era la valigetta del pronto soccorso potrebbe essere composta dai dispositivi che raccolgono i nostri parametri vitali, casa per casa e li trasformano in dati che viaggiano in rete verso medici e ospedali.
Michele Buono ha intervistato Sergio Pillon, direttore del centro internazionale radio medico: “queste sono tutte tecnologie disponibili e molte sono basate sulla normale video conferenza, ma anche poco meno di quello che noi abbiamo in whatsapp (il sistema di messaggistica)”.

Tutti abbiamo bisogno del medico di base, con buona pace dell'ex sottosegretario leghista Giorgetti, ma forse non abbiamo più bisogno di muoverci fisicamente negli studi dei medici.
Il servizio racconterà anche la bella iniziativa di alcuni medici italiani nel mondo, che si sono messi a disposizione per delle visite online, per fare delle diagnosi online: l'iniziativa si chiama vicinivinciamo e ci si può registrare sul sito www.davincisalute.com


La scheda del servizio: PROVE DI SANITÀ DIGITALE di Michele Buono
Se il Sistema Sanitario Nazionale fosse organizzato come un’infrastruttura digitale, sarebbe possibile integrare dispositivi che consentono il monitoraggio dei pazienti in remoto con i servizi delle strutture sanitarie. In questo modo diminuirebbero le degenze e gli ospedali potrebbero concentrarsi solo sulle patologie acute. Sarebbe un sistema più efficiente, non solo per fronteggiare le emergenze ma anche per gestire l’ordinaria amministrazione, con un grande risparmio sui costi migliorando contemporaneamente la qualità dei servizi.

La sanità in Umbria

In Umbria molte strutture sono state commissariate, non erano preparate all'arrivo dell'emergenza: la risposta all'arrivo del virus è arrivata dall'alta flessibilità (organizzativa e gestionale) che è stata messa in campo dal personale, spiega il commissario dell'ospedale di Perugia.
In questa regione in molti pongono speranze nei test rapidi contro il virus, come quelli che stanno facendo in Veneto, per rivelare la presenza di anticorpi nel nostro sistema immunitario.
Questi test sono fatti all'ospedale di Perugia, accanto ai tamponi: a differenza dei tamponi, questi test sul sangue danno una risposta veloce, anche se sono ancora da validare.
Secondo la direttiva del ministero della Salute, che ha fatto chiarezza, questi test non possono sostituire il test molecolare, basato sull'identificazione dell'RNA virale, cioè il classico tampone.
Antonella Mencacci, direttrice del laboratorio di microbiologia, ha spiegato che questi test possono servire a gestire in questa fase epidemica, molto rapidamente il paziente eventualmente positivo: “l'idea è che un paziente con gravi sintomi, febbre, tosse, debba essere immediatamente ricoverato, se in quindici minuti riusciamo a capire con questo test, se è infetto, riusciremo a trattarlo nel modo migliore”.
Servono però altri studi per dimostrare che un positivo a questi test è veramente un caso positivo al coronavirus.
In assenza della certificazione, rimane il tampone, col problema che in questa regione i reagenti per fare i test scarseggiano.

La scheda del servizio: LA GUERRA DEGLI INFERMIERI di Lucina Paternesi in collaborazione di Giulia Sabella
«Qui ce so le domande, tra quelle lì... sta’ tranquilla». Diceva così il direttore dell'azienda ospedaliera all’allora presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini. Neanche un anno fa l’intera classe dirigente del Pd umbro veniva spazzata via dall’inchiesta Concorsopoli, in cui venne arrestato l’ex sottosegretario agli interni Gianpiero Bocci, l’ex assessore regionale alla sanità e indagata, assieme ad altre 35 persone, anche la governatrice Marini. Nelle carte si profila un’associazione per delinquere che, per almeno tre anni, avrebbe pilotato tutti i concorsi all’ospedale di Perugia. Un anno dopo, con l’intera sanità totalmente commissariata, come sta reagendo l’Umbria all’emergenza Coronavirus? Si scontano ritardi e penuria di medici e infermieri e chi lavora oggi in emergenza lo fa con gravi carenze di dispositivi di protezione. Eppure la Regione aveva un piano pandemico fin dal 2007, che non è stato mai aggiornato. La nuova giunta di centro destra ha dato l’incarico di assessore regionale alla sanità a un fedelissimo di Salvini, il geometra Luca Coletto. In ritardo, rispetto alle altre regioni, è stata disposta la stabilizzazione dei precari mentre gli specializzandi, oltre che le altre categorie sanitarie, hanno già aderito a bandi di altre regioni.

Gli ultimi latifondisti


Report è andata in Patagonia ad intervistare la leader del movimento di recupero delle terre ancestrali indigene Moira Ivana Millán: i latifondisti, gente famosa e ricca che viene da lontano, hanno a poco a poco, causato la disgregazione della comunità Mapuche – racconta al giornalista nella sua intervista.
Voi di sacro avete la proprietà, noi di sacro abbiamo la vita. Voi vedete la terra come una forza produttiva, per noi è qualcosa di identitario e spirituale, la nostra logica è quella di vivere in armonia, reciprocità e amore con questa terra. Questo è un territorio recuperato, lo hanno riconquistato le donne Mapuche, mia madre, mia sorella e io, e tutti coloro che sono voluti arrivare sin qui. Le donne sono le grandi vittime di queste politiche di acquisto: siamo le grandi rifugiate dei cambiamento climatico, siamo noi a doverci muovere, siamo noi a doverci muovere quando il nostro fiume diviene inquinato, siamo noi quelle che alla fine devono fare i conti con quello che i nostri figli troveranno nel piatto. Per questo siamo noi a lottare contro chi è alla ricerca di laghi, fiumi, dei nostri spazi sacri. L'acquisto di questa terra non solo mette in gabbia le nostre famiglie, soprattutto viola la nostra spiritualità, la nostra economia, alimentata da noi donne. Noi Mapuche, ma soprattutto noi donne, crediamo di aver diritto a questa terra perché la terra è il nostro corpo e il nostro corpo è la terra che abitiamo. Questo fiume che difendiamo, corre anche dentro ognuna di noi, la terra che calpestiamo, vive dentro di noi. La lotta per recuperare il nostro legame con la terra è fondamentale perché è la lotta della famiglia. Stiamo lottando per le guerriere e per i guerrieri del futuro, per i guardiani e per le guardiane della natura che stiamo mettendo al mondo. ”

La scheda del servizio: IL LATIFONDISTA di Giuliano Marrucci in collaborazione di Giulia Sabella
Sette gigantesche tenute, centinaia di migliaia di pecore, decine di migliaia di mucche, migliaia e migliaia di ettari di monocolture di Pini, ma soprattutto tanta, tanta terra inutilizzata, per un totale di oltre 900 mila ettari, come la Regione Marche. Sono i numeri impressionanti dei possedimenti Benetton in Patagonia: il più grande latifondo di tutta l’Argentina. Terra che però le popolazioni locali rivendicano. Sono le combattive comunità Mapuche, che hanno dichiarato guerra ai Benetton.

09 dicembre 2019

Le inchieste di Report: l'inchiesta sul CSM, le concessioni di autostrade e piste da sci e i Benetton


Sono diverse le inchieste di questa puntata di Report: dall'inchiesta sulle nomine pilotate nel CSM, alle reti autostradali (quanto sono sicure?), gli affari della famiglia Benetton.

Si parte con l'inchiesta di Claudia di Pasquale sulle piste da sci (due settimane fa la giornalista si era occupata degli impianti realizzati per le olimpiadi invernali di Torino 2006 e di quelli che saranno realizzati per le prossime a Cortina).

NATALE IN BIANCO di Claudia Di Pasquale

La nuova stagione sciistica è alle porte e Claudia di Pasquale è andata a vedere in che condizioni sono gli impianti: per esempio in Piemonte, al comprensorio della via Lattea, 47 impianti e 400 km di piste, costo dello skipass 38 euro al giorno.
Il presidente del consiglio di amministrazione di Sestriere SPA, ha raccontato che gli impianti consentono ricavi per 5 ml (3ml dopo le tasse) per un fatturato di 30ml di euro (nei dieci anni).
L'azienda sta bene, gli ultimi due anni sono stati straordinari, ammette il presidente: oggi con la Sestriere SPA gestisce 31 impianti privati e i 16 impianti realizzati per le olimpiadi di Torino 2006, finanziati con soldi pubblici.
Ma quanto paga la Sestriere SPA per averli in concessione?
Organizzare le Olimpiadi è come firmare un assegno in bianco, spiega Bent Flyvbjerg, docente di Oxfod che ha studiato i costi di tutte le Olimpiadi: i costi aumentano sempre, dopo le stime iniziali, gli stati si indebitano e a guadagnare sono solo i privati.
Chi non ha mai sognato di trascorrere le vacanze di Natale sulla neve? A dicembre si inaugura la nuova stagione turistica invernale con la riapertura degli impianti di risalita, che devono essere pronti e ben manutenuti. E perché tutto funzioni alla perfezione serve però lei, la neve, e se non ha ancora nevicato la neve bisogna produrla artificialmente e spararla con i cannoni. Servono i bacini di innevamento che però costano e spesso vanno realizzati in zone vincolate. Una volta però che le opere sono state realizzate, chi le gestisce e come funzionano le concessioni per gli impianti?

Il caso CSM

Dalle intercettazioni captate (grazie al trojan di cui si era occupata una passata inchiesta di Report sulla cybersecurity) dall'ex capo dell'ANM Luca Palamara, emerge l'inchiesta che coinvolge le alte sfere della magistratura e due parlamentati, Luca Lotti e Cosimo Ferri.
Nelle intercettazioni si parlava delle nomine di magistrati, tra cui quelli candidati alla procura di Roma: i due parlamentari puntano (almeno così emerge dalle intercettazioni) a far eleggere Marcello Viola a discapito di un altro magistrato, Giuseppe Creazzo, “colpevole” forse di aver aperto una indagine prima sui genitori del senatore Renzi, leader di Italia Viva e poi sui finanziamenti stessi ricevuti dalla fondazione Open negli anni tra il 2012 e il 2014, quando Renzi conquistò la segreteria del PD.

Renzi e la sua fondazione hanno raccolto 6 milioni di euro, arrivati anche da imprenditori e aziende: su questi soldi i magistrati stanno indagando per finanziamento illecito.
La fondazione non è un partito politico – così si è difeso Renzi nella conferenza stampa: la differenza tra fondazione e un partito la decide un politico o un magistrato?

Anche l'inchiesta scoppiata questa estate tocca il nervo scoperto della separazione dei poteri tra politica e magistratura: il 9 maggio il consigliere Palamara si è incontrato con 5 altri magistrati e i due deputati Lotti e Ferri, con l'obiettivo secondo i pm che li indagavano, di pilotare le future nomine delle procure italiane.
Per la nomina di procuratore a Roma puntano su Marcello Viola, procuratore generale a Firenze. Ma in lizza c'è anche il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo (che ha indagato i genitori di Renzi e ora ha aperto il fascicolo sui finanziamenti ricevuti da Open).

Sia Lotti che Ferri, contattati dal giornalista, smentiscono la ricostruzione: a Renzi è stato chiesto se il vulnus siano le perquisizioni della finanza oppure gli incontri dove si pilotavano le nomine (o si sarebbero pilotate).
“LA corrente di Palamara supportava e ha portato i voti in sede di commissione il giudice Creazzo ..” la risposta ottenuta: a cosa si riferiva Lotti quando diceva allora “bisogna fare la guerra contro Creazzo”?
Domande che non sono piaciute al senatore Renzi, che ha tacciato di maleducazione il giornalista.
Il presidente della Repubblica, nonché presidente del CSM, ha definito il quadro emerso dall'inchiesta sul CSM “sconcertante”, non proprio una questione di maleducazione.
Nel plenum al CSM Mattarella era seduto poco distante dal pg della Cassazione Fuzio, amico di Palamara: è lui che firma i procedimenti contro i consiglieri coinvolti nello scandalo, ma a luglio dovrà lasciare l'incarico quando si apprende che era indagato per “rivelazione di segreto d'ufficio”.

Riccardo Fuzio aveva scritto una lettera a Fiammetta, la figlia del giudice Paolo Borsellino: in essa spiegava come avesse voluto far luce sui misteri della strage di via D'Amelio ma che gli era stato impedito.
Un'offesa, così la considerata Fiammetta Borsellino: Fuzio e il CSM avevano altro da fare questo 19 luglio, 27 esimo anniversario della strage.
Perché il depistaggio del falso pentito Scarantino è potuto accadere anche grazie al cattivo lavoro di magistrati, contro cui i familiari del giudice avrebbero voluto che fosse aperto un procedimento.
Invece nulla, passano i mesi e si rimane in uno stato di inerzia: una situazione che Fiammetta ha esposto al presidente Mattarella.

La vicenda delle nomine si intreccia anche con un piccolo evento nel comune di San Luca, in Calabria, terra di 'ndrangheta: il giornalista Klaus Davi, eletto consigliere in questo comune ha raccontato a Luca Chianca la storia della mancata partita del cuore.
Si dovevano fronteggiare cantanti, magistrati, un evento che tutta la comunità di San Luca aspettava.
A pochi giorni dalle elezioni comunali è tutto saltato, senza che nessuno abbia dato spiegazioni: il capitano della squadra dei magistrati era Palamara (ex presidente dell'associazione nazionale magistrati) e, secondo Davi, potrebbe dare lui una spiegazione.
E' stato lui il promotore di questa iniziativa che ha visto la luce la prima volta due anni fa e che ha consentito la rinascita della squadra di calcio locale.
Un qualcosa di importante, in una terra martoriata dalla 'ndrangheta.
L'incontro di calcio salta per colpa dell'inchiesta di Perugia sulle nomine: l'inchiesta ha già causato le dimissioni di alcuni magistrati dall'ANM, come Pasquale Grasso.

Chi è stato tirato dentro l'inchiesta si è difeso dicendo che si è sempre fatto così: ma è una giustificazione che non possiamo più accettare.

La scheda del servizio: IL CASO CSM di Luca Chianca in collaborazione di Alessia Marzi
A Report il caso Csm: quando la politica cerca di influenzare le toghe. Il magistrato Luca Palamara, cinque componenti del Consiglio superiore della magistratura e i deputati Luca Lotti (Pd) e Cosimo Ferri (Iv) vengono registrati mentre discutono le nomine ai vertici delle procure. Per quella di Roma, in particolare, puntano su Marcello Viola, attuale procuratore generale di Firenze. In lizza c'era anche Giuseppe Creazzo, capo della Procura di Firenze che ha indagato sia i genitori del segretario di Italia Viva Matteo Renzi sia la Fondazione Open.

Lo stato della nostra rete autostradale

Da una parte si invocano maggiori investimenti (pubblici) per nuove infrastrutture, dall'altra parte vediamo come le attuali soffrano di carenze di manutenzione: i viadotti in Liguria sono solo la punta dell'Iceberg (il ponte Morandi coi report sulla sicurezza falsati).

In condizioni stanno i viadotti, anche quelli fuori dalla Liguria?
Manuele Bonaccorsi è andato a vedere come sta il viadotto Cerrano lungo la A14: nell'anticipazione del servizio andata in onda nel TG regionale dell'Abruzzo, si parla di problemi sulle cerniere di taglio, un pezzo dell'infrastruttura. Secondo l'ingegnere Migliorino i viaggiatori non sono a rischio, così ha scritto nella relazione ad Autostrade per l'Italia, ma chiede comunque lo stop dei mezzi pesanti sul viadotto Cerrano.

Ma Aspi non ha proceduto allo stop, ritenendo “non sussistenti le condizioni di rischio”.
La lettera coi rischi è stata dunque inviata al Prefetto di Teramo, chiedendo un intervento sul viadotto in via sostitutiva, ma i prefetti non sono concordi sulla possibilità di porre un divieto al transito.
Spiegano i prefetti che questo esula dalle loro competenze e invece ricade su Anas e società concessionarie: l'unico potere che ha l'ingegnere Migliorino, che rappresenta il ministero dei trasporti, è chiedere alla società concessionaria di porre in atto le prescrizioni richieste.
Di fatto, ha meno poteri di Aspi, che è una società concessionaria privata: la regolamentazione del traffico è una prerogativa esclusiva della concessionaria.

Sul Fatto Quotidiano un'anticipazione del servizio

Infiltrazioni della camorra negli appalti di Autostrade. La puntata di Report in onda stasera su Rai 3 racconta un ulteriore capitolo del sequel che dal crollo del Ponte Morandi a Genova ha acceso i fari sulla società Aspi. In prima serata ci sarà la testimonianza di un testimone di giustizia, Gennaro Ciliberto, 45 anni, di origini napoletane, che da quando ha denunciato vive sotto protezione.

La scheda del servizio: LA RETE AUTOSTRADALE di Manuele Bonaccorsi in collaborazione di Giusy Arena
Il conto lievita. Il degrado della rete autostradale lascia un lungo segno, fatto di code, circolazione dai porti in affanno, riduzioni di corsie a rischio, gallerie non a norma e ponti chiusi al traffico. Dopo l’ennesimo crollo in Liguria in un tratto dell’A6, lo scorso 24 novembre, e dopo la chiusura improvvisa del viadotto sul’A26, si è capito che la ferita aperta dal ponte Morandi è molto più estesa. Autostrade per l’Italia toglie il monitoraggio delle sue infrastrutture alla sua controllata, SPEA engineering, finita sotto inchiesta. E mentre il governo discute se revocare la concessione, alcune procure italiane vanno avanti tra nuovi sequestri e blocchi al traffico dei mezzi pesanti. Con un rilevante dubbio, alla vigilia dell’esodo natalizio: il problema riguarda solo la Liguria o tutta Italia?

Gli affari dei Benetton

I Benetton non sono solo Atlantia, ovvero la società che attraverso Aspi, è concessionaria di autostrade: il loro business è anche quello dell'abbigliamento e di questo si occupa il servizio di Giuliano Marrucci.
Nel 2010 Benetton aveva tremila punti vendita in Italia, oggi ne sono rimasti circa mille.

Centinaia di piccoli imprenditori, dietro questi punti vendita, sono finiti sul lastrico: il giornalista racconterà le loro storie.

La scheda del servizio: UNITED VICTIMS OF BENETTON di Giuliano Marrucci in collaborazione di Giulia Sabella e Silvia Scognamiglio
In un periodo dove le vicende del Ponte Morandi sono tornate a occupare le prime pagine dei giornali, Report torna a parlare di Benetton laddove tutto era cominciato: dalla moda. Ancora nel 2010 Benetton soltanto in Italia contava su una rete commerciale di circa 3000 punti vendita, comprese decine e decine di megastore negli angoli più prestigiosi delle principali città italiane. Di quei negozi a oggi ne sono rimasti appena un migliaio. A rimetterci, tanti piccoli imprenditori che al marchio avevano legato a doppio filo tutta la loro esistenza. Vendevano alle condizioni imposte da Benetton, ma senza che fosse riconosciuto loro nessun diritto, neanche quello di firmare un contratto.