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15 giugno 2020

Le vedove del decisionismo

Sul corriere di oggi, 15 giugno, potete leggere l'editoriale di Panebianco, sugli Stati Generali: solo una passerella perché l'Italia è bloccata dai veti (di impiegati e funzionari pubblici). 
Nel duello fra «l’Italia della decisione» e «l’Italia dei veti» (dell’immobilismo assicurato dalla forza e dal numero dei poteri di veto), la seconda Italia è, da tanto tempo, molto più forte della prima. Non è un caso che tutte le volte che si è cercato di rafforzare l’Italia della decisione tramite riforme costituzionali, l’Italia dei veti sia riuscita a sconfiggere tali tentativi. Da ultimo è accaduto con il referendum costituzionale del 2016 (la riforma Renzi). L’Italia dei veti capì benissimo quale fosse il «succo» della riforma: dare più potere al governo ridimensionando almeno in parte quantità e vitalità dei poteri di veto. Capì, si mobilitò e vinse. 
Qui ci vorrebbe un vero governo decisionista, par di capire.
Strano che tra i veti non si inserisca tra chi ha potere di veto gli avvocati, contrari ad alcune proposte di riforma del processo telematico.
Gli impiegati pubblici col potere di bloccare le potenti riforme costituzionali (come quella di Renzi, perché sempre lì si cade) è una frase senza senso.
Il paese è bloccato perché manca una dorsale informatica all'altezza, colpa di Tim e di Open Fiber.
Il paese è bloccato perché le varie riforme della giustizia hanno ingolfato i tribunali, a cui manca il personale.
Il paese è bloccato perché i servizi dello Stato non sono allo stesso livello in tutte le regioni.
Il paese è bloccato dalle mafie, dall'evasione che tutti vogliono combattere a parole, ma poi si torna sempre ai soliti condoni.

Certo, combattere mafie, evasione, lobby e consorterie varie è difficile, mentre parlare di burocrazia negli uffici pubblici è così facile.

15 settembre 2013

L'esondazione del diritto penale

L'editoriale di Panebianco a difesa dei Riva, che accusa velatamente la magistratura di voler abbattere l'industria italiana (e portare l'Italia alla decadenza), assieme ai neo ecologisti.
La vicenda dell'Ilva di Taranto doveva essere gestita con buon senso. Si doveva contemperare l'esigenza della bonifica e la salvaguardia di una industria di grande importanza. A questo miravano richieste e provvedimenti dei governi. Non è stato così. Anziché procedere con la cautela che la problematicità del quadro consigliava si sono irrisi gli esperti che invitavano alla prudenza nei giudizi e la magistratura è andata avanti come un caterpillar. Ora se ne paga il prezzo.
Due sono gli aspetti di questa vicenda che, anche al di là del caso Ilva, fanno temere che il declino economico del Paese sia inarrestabile. Il primo riguarda l'esondazione del diritto penale. Il diritto penale è, fra tutte le forme del diritto, la più primitiva e barbarica: precede storicamente le forme più sofisticate (il diritto civile, amministrativo ecc.) che la civiltà ha via via inventato. Per questo, dovrebbe, idealmente, essere attivato solo in casi estremi, dovrebbe avere un ruolo circoscritto. Ma quando il diritto penale (come nel caso dell'Ilva e come avviene ogni giorno in ogni aspetto della vita del Paese) diventa il mezzo dominante di regolazione dei rapporti sociali, allora ciò che chiamiamo civiltà moderna è a rischio estinzione.

Chi se ne frega che a Taranto ci si ammali e si muoia pure, non importa. Come dicevano i Riva, "due tumori in più, una minchiata".
Che i Riva non abbiano rispettato nessuna prescrizione imposta dalla magistratura e dal governo.
Dei soldi all'estero, che non sono stati usati per mettere in sicurezza il territorio.

Il problema è l'esondazione del diritto penale. Cioè quando la magistratura si permette di entrare dentro il lavoro dei padroni delle ferriere perché riscontra dei reati.
Come se in Italia non ci fosse alternativa, non si possa fare un'industria pulita e rispettosa del lavoro e dell'ambiente.