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24 aprile 2023

Anteprima inchieste di Report – energie (pulite) per l’Europa

Questa sera Report si occuperà di indipendenza energetica, quella che potremmo avere se l’Europa si muovesse come un entità politica indipendente (e non come oggi, dove ogni paese segue i suoi interessi).

Questa indipendenza potrebbe arrivare se ci fosse una rete energetica europea interconnessa dove ogni paese dovrebbe essere in grado di mettere in comune l’energia prodotta (da fonti rinnovabili), con sistemi comuni di produzione, trasmissione e di stoccaggio.
Ci sarebbe un notevole impatto economico e ambientale: perché non lo facciamo?

Il canone dei campanili

Nell’anteprima della puntata verrà trasmesso un servizio sul canone che incassa la Chiesa per ospitare sui campanili le antenne per la telefonia.

Per far installare le antenne sui campanili l’ente ecclesiastico incassa l’affitto di locazione dal gestore telefonico. Questo però comporta l’uso del campanile per finalità commerciali. Come spiega a Report l’avvocato Dario Capotorto esperto di contrattualistica pubblica, “gli immobili destinati al culto non possono essere destinati per finalità commerciali. La locazione implica invece l’uso del bene per finalità commerciali ..”
Dunque su quegli edifici la chiesa dovrebbe pagare le tasse allo stato italiano.

Ma qual è la posizione delle varie diocesi in Italia su questo punto: Chiara De Luca ha intervistato il vescovo di Acireale, contrario all’affitto dei campanili, “innestare un ripetitore significa un po’ violentare un tipo di architettura che rappresenta prima di tutto una cultura, un’epoca. Lì devi pagare l’imu, perché cambia la natura dell’istituzione dell’ente che sta usufruendo del bene..”

La scheda del servizio: SEGNALI DIVINI di Chiara De Luca
Collaborazione Marzia Amico

L’Italia è nota come il paese dei mille campanili. Per la loro altezza e la posizione centrale dagli anni 2000 sono stati scelti per l’installazione di antenne telefoniche. L’ente ecclesiastico incassa un canone dalle aziende di telecomunicazioni: questo comporterebbe l’uso del campanile per finalità commerciali e la perdita dell’esenzione fiscale dedicata agli immobili della chiesa destinati al culto. Come si sono comportate le diocesi italiane?


La rete energetica europea

In questi anni, sia il governo Draghi che il governo Meloni hanno stretto accordi con diversi paesi, africani e asiatici, per l’importazione del gas, per rendere l’Italia indipendente dal gas russo (a cui ci eravamo legati con accordi stretti tra Eni e Gazprom), con l’obiettivo di rendere l’Italia l’hub del gas nel Mediterraneo.

Altri accordi commerciali sono stati presi con produttori di gas liquido dall’America.

Ogni paese europeo, compresa l’Italia, sta trovando la sua strada per l’indipendenza energetica che passa ancora per il fossile e per il carbone: il risultato è procrastinare ancora per anni una vera transizione verso le fonti rinnovabili e, di fatto, renderci ricattabili da paesi stranieri che non sempre sono delle democrazie (difficile pensarlo dell’Egitto o del Qatar).


Ma esiste anche un’altra strada. Nel mare del nord esiste un parco eolico collegato non solo alla Germania ma anche alla Danimarca e altri paesi dell’Europa del nord: se vuoi coltivare il vento qui fai un affare – racconta Michele Buono nell’anteprima del servizio – perché questo parco eolico potrebbe diventare la centrale elettrica pulita di tutta l’Europa.
In questa regione il vento tira forte, fino all’Irlanda dove si sposta il servizio: anche qui si coltiva il vento con grandi soddisfazioni, il 35% dell’elettricità è stata prodotta dal vento lo scorso anno, nei momenti in cui non bastava si è dovuto ricorrere al gas naturale e al carbone e questa non è una cosa buona, racconta al giornalista
John Fitzgerald, AD di Supernode (azienda specializzata nel settore dei conduttori di energia prodotta da fonti rinnovabili) , “dovremmo importare anche il sole ma occorrono collegamenti migliori con l’Europa continentale per esportare la nostra energia e importarla quando necessaria.”
Dove sta il sole e l’energia solare? In Sicilia ad esempio: qui c’è chi coltiva il sole e l’elettricità solare, e quella in più potrebbe prendere la strada del nord quando in eccesso perché gli elettroni vanno dove li facciamo andare, anche fuori dalla rete elettrica nazionale
spiega a Report Aurelio Campanella di C&C Engineering.
Ci vogliono le strade per far correre gli elettroni, una rete intelligente che sappia sempre quale fonte rinnovabile stia producendo in abbondanza per inviare l’elettricità a chi ne ha poca in quel momento, batterie di vario tipo per conservarla l’energia pulita.
Ci sarebbero dei vantaggi per tutti con queste reti, come spiega Hendrik Samish fondatore di Next Kraftwerke “Più i mercati sono grandi e legati tra di loro, più sono bilanciati i prezzi dell’elettricità”: nessun sistema in mano a pochi monopolisti che dettano i prezzi dell’energia.
A lungo termine avremo un’energia più economica le cui fonti appartengono all’Europa – continua il presidente di Supernode: “se i 27 paesi membri si mettessero insieme restando uniti sarebbe come giocare in un torneo ma nella stessa squadra.”

Se tutto questo non succede è perché le reti non sono interconnesse tra di loro e manca “l’intelligenza” per spostare l’energia prodotta laddove serve.
In un’Europa connessa si parla di scambi, non si parla di importazioni o esportazioni perché si è alla pari, si è solidali, “perché un sistema comune significa un beneficio comune” racconta Robberta Battaglini, AD di Renewables Grid.

La scheda del servizio: UNA RETE ELETTRICA PER L’EUROPA di Michele Buono
Collaborazione Edoardo Garibaldi, Filippo Proiett
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Se ci fosse una super rete elettrica europea, l’energia sarebbe conveniente, sicura e i suoi approvvigionamenti sarebbero stabili. Il dibattito odierno si sviluppa però su uno solo degli ingredienti della decarbonizzazione: l’installazione di nuova capacità energetica da fonti rinnovabili. Non si parla di come far viaggiare l’energia tra i singoli Stati europei e di come accumularla. Se infatti le rinnovabili sono energie non programmabili, mettendo insieme il vento dei paesi del nord e il sole dei paesi del sud, si potrebbe compensare questo effetto rendendo il Vecchio continente un’unica grande centrale elettrica da fonti rinnovabili. Per far questo è necessario migliorare le infrastrutture su cui viaggia l’energia per non perdere quella prodotta in eccesso in alcuni momenti dell’anno. Le tecnologie ci sono e le materie prime non potranno esserci sottratte da nessun dittatore, ci vuole solo la volontà politica. L’Europa ha conosciuto la pace dopo la creazione della Comunità del carbone e dell’acciaio. Potrebbe conoscere nuovamente un periodo di grande prosperità. Basterebbe volerlo, per davvero.

I beni della curia di Napoli

Danilo Procaccianti è tornato a Napoli, riprendendo il servizio dove raccontava dei beni che la curia ha dato in gestione ai privati, con risultati non proprio encomiabili.
Come la storia della canonica della chiesa di San Biagio ai Taffettanari occupata abusivamente da una famiglia nota alle forze dell’ordine.

“Se volete fare un report che vuole indicare delle verità, dite la verità” esorta don Emanuele Casole, della chiesa di San Biagio: quell’immobile non è della curia, secondo il prete, il giornalista farà dunque delle verifiche “ma a me che me ne importa..”

In effetti sul sito della curia stessa la proprietà della chiesa dei San Coffettanari viene attribuita ad una confraternita e se così fosse, in punta di diritto canonico, a vigilare sul bene sarebbe appunto la curia. Poi c’è la delibera del 2005 della regione Campania che eroga dei contributi per i luoghi di culto e a chiederli per la chiesa di San Biagio sarebbe stato proprio don Emanuele Casole. Un ex dipendente della curia ha inviato un foglio excel a Report in cui compaiono i locatari morosi degli immobili della curia, e compare almeno fino al 2008 il nome di Margherita Macor, indicata come abitante al primo piano di via dei Taffettanari.
Procacciati ha chiesto alla famiglia Cortese (che abita in questo stabile) se esiste un rapporto o un contratto con la curia: hanno chiesto un contratto alla curia ma non c’è stato dato, “perché si dice che queste case non sanno di chi sono, come se non avessero padrone, però noi per vent’anni chi abbiamo pagato?”
Perché la curia non ha fatto chiarezza, perché non se ne è occupata prima di queste situazioni? “Perché spesso è molto più facile girare la testa dall’altra parte che far rispettare le regole” spiega a Report il deputato Daniele Borrelli di Alleanza Verdi Sinistra.

La scheda del servizio: ANDATE IN PACE di Danilo Procaccianti
collaborazione Goffredo De Pascale, Andrea Tornago

Una parrocchia cinquecentesca in pieno centro storico occupata da anni abusivamente da una famiglia, una parte della quale ha scontato lì anche gli arresti domiciliari; il borbonico Cimitero monumentale delle 366 fosse che è stato modificato, seppur vincolato dalla Soprintendenza…
Prosegue così l’inchiesta di Report sulla gestione dei beni della Curia di Napoli, tra assenza di controlli, singolari attività imprenditoriali e cospicui lasciti gestiti senza tenere conto delle volontà testamentarie, come è accaduto per il maestoso complesso immobiliare che domina la collina di Posillipo, lasciato alla Curia purché destinato a scopi di beneficenza, istruzione ed educazione, ma messo in vendita con il nulla osta dell’Arcivescovo Emerito di Napoli, Crescenzio Sepe.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

07 marzo 2023

Presadiretta – la guerra dei chip

La questione di Taiwan riguarda i cinesi – sono le parole del presidente cinese Xi che, secondo il capo della Cia, starebbe organizzando un’invasione di Taiwan.

Attorno a Taiwan si stanno scaldando i motori di una nuova guerra: la visita dell’ex portavoce Nancy Pelosi hanno alzato la tensione tra i due paesi, i cinesi l’hanno considerata una provocazione dando vita ad una risposta diplomatica e ad una azione militare davanti l’isola.
Il presidente Biden, in risposta a queste azioni ha detto che il suo paese è disposto a difendere Taiwan: l’isola oggi vive in uno stato di sospensione perché pochi paesi al mondo la riconoscono come stato autonomo, per paura delle rappresaglie della Cina.
Taiwan ha un parlamento, elezioni libere, ministeri: nell’università di Taipei i muri sono pieni di immagini di Hong Kong, qui temono di fare la stessa fine, racconta il professore Lev Nachmann.
Il conflitto nasce da lontano: su quest’isola si sono rifugiati i soldati sconfitti da Mao, che non hanno riconosciuto la vittoria di Mao e si sono considerati stato a sé.
Presadiretta ha ascoltato il Taiwan New Foundation, il partito che si sta battendo per l’indipendenza dell’isola e per il suo riconoscimento come stato riconosciuto: Xi Jin Ping ha già pronti i piani per l’invasione, ma il vero obiettivo è dare scacco matto all’America nel Pacifico.

Mentre la Cina mette in mostra tutta la sua forza militare con le grandi manovre navali, Taiwan è sotto attacco cibernetico: Presadiretta è andata a visitare il Cyberlab, un edificio governativo di recente apertura dove ci si addestra a combattere gli attacchi informatici, con tanto di esercitazioni per essere pronti ad eventuali attacchi. Su un enorme monitor montato su una parete è proiettata una mappa con tutti i principali attacchi al paese, che arrivano ogni giorno, ogni minuto, la maggior parte dei quali parte dalla Cina. A volte – racconta uno dei responsabili al giornalista – questi attacchi cercano di installare dei malware, programmi che possono controllare i tuoi sistemi, come ad esempio i treni ad alta velocità. Cosa potrebbero cercare di fare, una volta preso il controllo? Potrebbero farli scontrare, distruggere la rete elettrica, sarebbe peggio di un attacco missilistico.
Dopo la visita di Nancy Pelosi, l’ex speaker della Camera degli Stati Uniti e con l’inizio delle esercitazioni cinesi, in un solo giorno abbiamo ricevuto 2,6 ml di attacchi.

Taiwan riceve aiuti militari dagli Stati Uniti, missili, sistemi di sorveglianza, componenti per caccia F16: ma l’esercito potrebbe resistere di fronte a quello cinese? L’analista della difesa taiwanese parla di strategia del porcospino, facendo uso della difesa missilistica contro navi e aerei, con missili in numero sufficiente per scoraggiare attacchi via nave. Oltre a scorte di cibo e di petrolio che li rendano indipendenti per anni.

La popolazione si sta addestrando alla guerra: ci sono campi militari frequentati da civili che si stanno preparando per le emergenze, il conflitto in Ucraina ha cambiato la percezione della guerra dando loro la forza e la consapevolezza di resistere.
Ci sono poi radioamatori che organizzano corsi nelle scuole per poter garantire le comunicazioni in caso di guerra, ci sono organizzazioni che preparano i civili nelle cure da ferite da fuoco, usando lo slogan “sii pronto”: queste persone sono consapevoli di dover rispondere ad una minaccia di un governo come quello cinese capace di tutto.
A Taiwan Presadiretta ha incontrato Wang Dan, uno degli studenti che era in piazza Tien An Men: per combattere il partito comunista cinese oggi è venuto su quest’isola contro l’imperatore Xi Jin Ping, quest’ultimo non può accettare un paese vicino ai suoi confini dove vige una democrazia.

La guerra dei chip

LA Cina ha interrotto l’importazione dei prodotti taiwanesi, mettendo in crisi gli agricoltori e i pescatori dell’isola: la Cina usa le sanzioni contro la frutta ma non contro i chip, perché altrimenti la sua industria si fermerebbe. Ben il 65 % dei chip è fabbricato qui: questo è l’oro di Taiwan che tutti vogliono.

Il destino di Taiwan e del mondo intero dipende dai chip: la loro produzione è la più efficiente al mondo con costi più bassi, hanno ricavi tali da garantire anche forti investimenti.
Il governo si è impegnato su questo fronte, investendo nella ricerca e nella formazione: formano più di cento ingegneri l’anno che poi andranno a lavorare nel processo dei semiconduttori, processo che bisogno di un luogo di lavoro “pulito”, una clean room.
Al dipartimento di nanotecnologie gli studenti lavorano a stretto contatto con le aziende, in modo da essere preparati poi per il lavoro: si parte dal wafer per arrivare, con una struttura a strati, al semiconduttore. Per arrivare a chip sempre più miniaturizzati, sempre più all’avanguardia: il mondo ancora non ha capito l’importanza dei semiconduttori, senza i quali non ci sarebbe l’intelligenza artificiale dentro le auto, dentro gli smartphone.
La tecnologia dei semiconduttori può influenza la geopolitica nel mondo: Nancy Pelosi nella sua visita ha voluto proprio visitare la PSMC, la maggiore industria del settore a Taiwan.
Quella dei microchip è una catena di produzione che tocca tutto il mondo che ha però un anello importante a Taiwan: senza chip, niente Apple, prodotti in Cina.
Taiwan si prepara ad esportare la sua tecnologia in America: si tratta della fabbrica in Arizona che nel giro di pochi anni sarà in grado di produrre i semiconduttori più avanzati anche negli Stati Uniti: questo paese ha capito che i microchip sono un punto focale nella guerra contro Cina, che ha un ritardo di circa sette anni dal punto di vista tecnologico.

Un vantaggio che vale anche nella guerra coi chip dual use: ce ne siamo accorti anche nella stessa guerra in Ucraina, dove i chip sono montati sui droni e l’Ucraina sta vincendo perché è riuscita ad avere i chip migliori.
È quello che si chiama lo scudo di silicio di Taiwan: l’impatto economico di una invasione dell’isola da parte dell’esercito cinese sarebbe devastante, il mondo se ne era accorto già con la pandemia quando le aziende dell’auto aveva dovuto aspettare mesi per i chip, bloccati sull’isola.
Taiwan teme che la Cina possa bloccare le catene di approvvigionamento per i chip, così gli Stati Uniti hanno deciso di importare la tecnologia all’interno, come backup: ma se gli USA diventassero indipendenti da Taiwan, poi vorrebbero difenderla dalla Cina?
Ma ci sono anche esponenti politici favorevoli agli accordi con la Cina: siamo nel mezzo di un equilibrio di rapporti tra Cina, Taiwan e Stati Uniti.
Gli interessi dell’isola potrebbero essere diversi da quelli di Biden e di Zi Jin Ping: senza lo scudo di silicio, cosa ne sarà del futuro di Taiwan?

Al momento la guerra è solo commerciale: Biden ha firmato il chips and science act, una legge per rilanciare il settore del microchip con un investimento da 200miliardi di dollari.
Gli USA vogliono guidare il mondo nella produzione di questi microchip avanzati, America is back – dice Biden con un tono che ricorda Trump.
I chip sono dappertutto, sono dispositivi essenziali anche nel reparto bellico, perché sono capaci di raccogliere e analizzare informazioni per indirizzare droni e missili.
Chris Miller insegna storia: il suo libro Chips War ha vinto un premio, a Presadiretta racconta di come i chip oggi siano essenziali nella vita moderna, una interruzione nella loro fornitura porterebbe ad una crisi dell’industria manifatturiera.
Cina, dopo il chips act, ha risposto in modo drastico: l’hanno vissuta come una misura protezionistica, perché sono sussidi con cui il governo USA convincerà nel tornare a casa dopo la delocalizzazione in Cina. Oggi in casa non si producono chip avanzati, gli USA dipendono dall’Asia centrale per questi: gli Stati Uniti vogliono tagliare le dipendenze dalla Cina, per i chip e anche per le batterie per le auto elettriche (Presadiretta se ne era occupata settimana scorsa).
Nessun paese al mondo sarà mai autonomo per la produzione dei chip, in realtà: obiettivo per Biden è bloccare il progresso tecnologico dell’esercito cinese, su cui il presidente Ping sta investendo miliardi.
Pechino è in ritardo nella produzione di chip avanzati, dipende dai suoi concorrenti come Taiwan e Seul: la storia ha dimostrato di saper raggiungere i suoi obiettivi, come l’atomica o come i satelliti fino al 5g.
Questa guerra, che dietro ha interessi di sicurezza nazionale, si combatte andando a soffocare la tecnologia dell’avversario: sono le sanzioni imposte dall’America nei confronti della Cina.
Ma secondo l’ex sottosegretario Geraci (ai tempi del governo Conte aveva firmato gli accordi sulla via della seta) la pensa in modo diverso: tra cinque anni la Cina sorpasserà l’occidente e noi rischieremo di finire nelle economie stagnanti, noi non abbiamo piani industriali, noi non produciamo nulla. Loro sono statalisti, non sono democrazie, crescono, mentre noi no.
Che impatto avranno le sanzioni sulla Cina? Fermeranno gli sviluppi, come quelli sull’intelligenza artificiale: Nick Bostrom è uno degli esperti di questo settore, il primo a lanciare un allarme sull’uso non controllato dell’AI.
Biden ha bisogno che i suoi alleati seguano la sua battaglia senza offrire nulla: di diversa opinione Chris Miller secondo cui l’Europa per anni ha potuto sviluppare la sua economia (e resistere nella guerra in Ucraina) grazie agli investimenti fatti dagli USA nel settore dei microchip.
Chi vincerà questa guerra dei chip? Si scaldano i motori della guerra, aumentano le spese militari da ambo i fronti..

In studio la sinologa Giada Messetti ha commentato questa guerra: la Cina è l’unico paese che può mettere in discussione l’egemonia economica degli Stati Uniti.
La Cina oggi teme la politica americana che tende a contenere la sua espansione economica e militare, perfino nell’area del Pacifico.
La Cina che in questi mesi non ha condannato la guerra in Ucraina: è una scelta per tenere gli americani lontani dall’indo pacifico, ma dall’altro è meno contenta di questa guerra che le crea problemi economici. La sua posizione ambigua sulla guerra è ideologica e politica, non può mollare la Russa perché non accetta più un mondo sotto il controllo della sola America.

William Reinsch consigliere del SCIS spiega il perché del protezionismo tecnologico voluto da Biden: è uno sgambetto per fermare la Cina, impedirle di crescere e mettere le mani su tecnologie che non vorremmo dare loro.
Presadiretta è entrata nella sede di Nvidia: qui hanno realizzato un chip che è l’oggetto più tecnologicamente avanzato al mondo, si chiama H100 ed è il fulcro di tutti i programmi di intelligenza artificiale. Dalla traduzione multilingua fino alla simulazione dentro le città di come si muovono le persone, l’illuminazione..
Dentro Nvidia lavorano anche per l’auto a guida autonoma: le aziende che non useranno l’intelligenza artificiale rimarranno tagliati fuori dal mondo, spiegano a Presadiretta.
Ci sono poi le applicazioni per uso militare: per questo motivo il governo americano ha proibito la vendita di H100 alla Cina, ma ci sono anche altre aziende nella Silicon Valley che senza il mercato cinese rischiano il fallimento, come la Synaptic.

La lobby dei semiconduttori – SIA - è preoccupata per questa ondata di protezionismo e per il distacco dalla Cina: senza la Cina l’innovazione sarebbe troppo costosa, vorrebbero che il mercato cinese rimanesse aperto, sia per i chip per uso civile sia per i ricercatori e ingegneri dalla Cina.
Con Trump è iniziata una caccia alle streghe contro i cinesi, con la legge “China initiative”: Biden ha cancellato questa legge, ma il clima di sospetto rimane ancora.
All’MIT lavora il professor Chen: è stato arrestato nel 2018 con l’accusa di essere una spia di Pechino, poi è stato rilasciato dopo un anno ma la sua carriera come ricercatore è stata bloccata.
Oggi non vuole più lavorare coi semiconduttori, che considera un ambito troppo sensibile, per le scelte politiche del governo americano, decidendo così di spostare le sue ricerche sull’acqua.
Ma a preoccupare dovrebbe essere il fatto che tutto sta diventando sensibile: la scienza deve rimanere libera, i ricercatori non dovrebbero avere paura per la propria vita, di dover essere accusati di essere spie.
L’America rischia di perdere molti talenti, se molti ingegneri, ricercatori asiatici dovessero abbandonare il paese: non è solo la tecnologia che serve, servono anche i cervelli, come i moltissimi cinesi che vivono e lavorano in America.
La guerra dei chip e le tensioni tra America e Cina hanno generato una guerra nella scienza, tra cervelli: un mondo diviso in blocchi, con questi due paesi egemoni nella loro zona di influenza, non porterà la pace nel mondo anzi, sta bloccando la crescita economica soprattutto in Cina.
Racconta Giada Messetti che la Cina oggi ha grandi problemi interni: il nazionalismo è un’arma che Pechino potrebbe usare per nascondere questi problemi.

Le industrie europee consumano il 20% dei chip ma ne producono solo il 9%: dipendiamo dalle importazioni, anche perché non produzione nessun chip sotto i 4 nanometri, siamo indietro rispetto a Cina, USA, Giappone. Per questo l’UE ha varato l’European Chips Act, ambendo ad arrivare al 20% di quote di mercato nel settore dei chip.
Ma noi stiamo investendo poco e in ogni caso non esiste una industria europea, non esiste una Silicon Valley europea, ogni nazione fa da sé.
Dovremmo cambiare mentalità, dovremmo reperire ingegneri e operai specializzati, investendo anche nell’università.
Ma noi abbiamo un vantaggio: a Eindhoven ha sede la ASML, dove si producono le macchine che incidono la superficie dei wafer che poi portano ai chip.
Qui producono la macchina che tutti vogliono: ogni componente della macchina dei chip ha dietro un componente sviluppato ad hoc, come le lenti Zeiss uniche lenti al mondo per una macchina unica al mondo, per produrre dei microchip unici al mondo…
Gli Stati Uniti hanno impedito di vendere il loro prodotto alla Cina: è stato un colpo per la ASML, è un problema commerciale, sono preoccupati delle limitazioni imposte dalla politica che porterebbero il mondo diviso in blocchi.
L’Europa dovrebbe avere una propria visione, non rimanere in scia di America e Cina, per scivolare in fondo alle posizioni in campo tecnologico.

Nella relazione dei servizi italiani è presente una infografica: si parla anche dei semiconduttori, le tensioni nell’indopacifico hanno creato interruzioni nelle forniture aziendali che hanno impattato anche le nostre aziende.
La Cina ha paura che l’Europa si appiattisca sulle posizione dell’America – racconta Giada Messetti: dobbiamo fare una riflessione sui rischi e sulle opportunità del mercato cinese, infatti per l’Europa la Cina è il primo mercato.

I chip usati dalla Russia

Nonostante le sanzioni europee contro la Russia, le armi russe continuano ad usare i microchip occidentali che arrivano all’est di contrabbando.

Si tratta di chip dual use, possono essere usati sia per uso civile che militare: in questo modo la Russia bypassa le sanzioni.
La Russia inoltre ha fatto scorte di chip prima della guerra, quando preparava l’invasione.
Il drone russo Orlan 10 viene usato per individuare le posizioni ucraine: usa dei componenti sotto sanzione, usando società fittizie e passando anche per Hong Kong, crocevia dei traffici dei chip nel mondo.
Milioni di chip olandesi sono arrivati in Russia senza nessuna violazione, passando per intermediari cinesi: lo hanno scoperto i giornalisti di NOS, che hanno raccontato di come per questa vendita non si siano violate leggi o sanzioni, perché non ne esistono contro la Cina, in un mondo globalizzato, le sanzioni hanno poco effetto.

Ma la Cina è stata attenta in questi mesi a non violare sanzioni vendendo armi alla Russia – racconta alla fine Messetti: sarebbe un suicidio per questo paese, è una situazione da tenere d’occhio, perché quando arrivassimo a questo significherebbe che siamo a ridosso di una guerra mondiale.
Il piano di pace presentato dai cinesi è un “position paper”, una posizione che spiega secondo il loro punto di vista come vivere assieme in una situazione pace, è la visione del nuovo ordine mondiale secondo la Cina. Questo paese si propone come fattore di stabilità nel mondo, in contrapposizione a Russia e Ucraina, percepiti come instabilità.

È un messaggio per il sud del mondo, non per l’Europa.

29 marzo 2022

Presadiretta – cessate il fuoco

Ultima puntata per questa stagione di Presadiretta dedicata alle due guerre: quella in Ucraina dove tutti vogliono la pace, ma solo a parole. E la guerra nascosta contro il covid, con gli ospedali ancora in difficoltà e i cui sintomi si sono abbattuti contro i più giovani.

Un mese di guerra è passato e questa diventa più cattiva e insidiosa, non solo nelle parole, ma anche col rischio che si allarghi all'uso di armi chimiche.

Con quali armi si sta combattendo in Ucraina, cosa vogliono e cosa pretendono i mediatori, quale la linea rossa oltrepassata la quale la pace si allontanerà per sempre?

Il consigliere politico di Naval’nyj

Per capire cosa passa in testa a Putin Presadiretta ha intervistato il consigliere politico di Naval’nyj, Vladimir Milov: Naval’nyj ha lavorato nei settori critici del paese come quelli energetici e oggi è in Inghilterra, dove è stato avvelenato col Polonio.

Putin ha attaccato Naval'nyj perché quest'ultimo da anni denuncia il suo sistema: il suo yacht, la dacia sul lago dove era stato ospite anche Berlusconi, su un terreno dello stato.

Sono stati denunciati anche gli affari privati del ministro Lavrov, del portavoce della comunicazione Peskov, un sistema di arricchimenti personali e di corruzione, coi soldi nascosti nei paradisi fiscali.

Un sistema clientelare che sta arricchendo gli oligarchi vicini a Putin e che sta però uccidendo la Russia: le persone non possono curarsi perché gli ospedali non funzionano.

La giornalista ha chiesto se sia possibile arrivare ad un colpo di stato in Russia:

“in questo momento gli imprenditori, le elite, odiano Putin perché ha disconnesso la Russia dal sistema globale, dal mondo, e ci sono anche molte persone nel suo governo che vorrebbero deporlo. Ma è molto difficile perché Putin ha una sua guardia personale di fedelissimi agenti strapagati, con un extra budget segreto, un apparato di intelligence di circa 50 mila persone che controlla tutti quelli che entrano in contatto con lui. Anche nel suo entourage stanno bene attenti a parlar bene di lui, anche quando ci si incontra da soli, perché sanno che qualsiasi informazione verrà riferita al capo. L’unica strada è introdurre sanzioni ancora più pesanti, possono fare davvero la differenza perché pezzi importanti del cerchio magico di Putin potrebbero abbandonarlo.”

Una crepa si è aperta nella cerchia di Putin: Borisovic Chubais, un amico stretto di Putin e artefice delle privatizzazioni ai tempi di Eltsin è scappato dalla Russia coi suoi segreti sui soldi e sui segreti della cerchia di Putin.

La situazione in Ucraina

Le ultime notizie dal fronte russo sulla guerra risalgono al 24 marzo: in una conferenza un generale russo ha raccontato di come i risultati della prima fase siano stati raggiunti e che ora la guerra si sposterà nella zona est del Donbass e, purtroppo, con la stressa a Mariupol, la città martire.

Qui le persone vivono nei rifugi senza acqua e senza cibo: Mosca vuole cancellare la città dalla faccia della terra – accusa il sindaco della città.

La guerra al sistema sanitario ucraino

Sono 72 gli ospedali e i presidi sanitari colpiti dai russi con l'obiettivo di rendere la vita della popolazione civile impossibile.

Come Yulia, madre di una bambina disabile, con una madre non autosufficiente: non può scappare da Kiev ed è rimasta bloccata in mezzo ai bombardamenti, senza assistenza.

Mancano le medicine, perché un deposito di medicinali è stato bombardato: ogni volta che c'è un raid la figlia si rifugia in corridoio, per la paura.

“Questa è una guerra contro i civili” racconta un medico, non è una guerra contro i governi: una guerra contro persone che non possono curarsi, tutto è un bersaglio, persino gli ospedali oncologici. Al 23 marzo sono 65 le strutture danneggiate, 9 i medici morti: questi attacchi devono cessare, racconta un portavoce di una ong, perché si impedisce alle persone di curarsi. I volontari di MSF si eserciti in situazioni con feriti di massa, addestrandosi a riconoscere velocemente chi curare e chi no, in base alle ferite sul corpo.

A Kiev, al centro cardiologico sono curati i bambini orfani, che non potevano essere curati altrove: qui ci sono bambini che dovrebbero essere operati, in condizioni critiche, perché i letti non possono essere tenuti occupati a lungo, per l'arrivo dei feriti.

A Kiev arrivano rifugiati senza vestiti, senza cibo e all'ospedale cercano di dare loro assistenza, come possono.

A Leopoli le madri fanno partorire i figli in bunker sottoterra, sempre per timori dei bombardamenti: qui Yuri e la moglie sono stati accolti a Leopoli dalla comunità di Sant'Egidio.

Il covid si aggiunge al problema delle bombe: non ci sono statistiche e non ci sono strumenti per curare i malati, le bombe contro gli ospedali cono crimini di guerra, spiega un funzionario di Human Right Watch, i responsabili devono essere presi e condannati per mandare un messaggio a tutto il mondo, come non è stato fatto un Yemen e negli altri teatri di guerra.

La comunità di Sant'Egidio

Ospite in studio l'ex ministro Riccardi a cui Iacona ha chiesto “con tutti i mediatori in Europa, come mai in un mese non si sia riusciti ad imporre un cessate un fuoco, che blocchi questi massacri?”

Dobbiamo impedire che questa guerra diventi come la Siria o come la Georgia: davanti a questo orrore, cosa impedisce un cessate il fuoco, mi sono interrogato sulle volontà della Russia che ha invaso l'Ucraina. Ma anche sulla volontà della comunità internazionale nel cercare una via d'uscita, tante telefonate eppure si combatte ancora.

Da una parte Putin che cerca territori da conquistare dall'altro Zelenski che rivendica la vittoria nell'aver respinto la Russia e che chiede più armi: gli Ucraini, una popolazione divisa in tante etnie, si è dimostrato unito, ha scelto di combattere contro gli invasori e questo ha sorpreso Putin.

Ogni giorni muoiono bambini, muoiono ragazzi russi e ucraini: serve il cessate il fuoco, serve la volontà per imporre il cessate il fuoco.

Le faticose settimane di mediazione

C'è stata la mediazione tra Macron e Putin, nel febbraio scorso, dove si evocavano gli accordi di Minsk per bloccare i venti di guerra. Questi sono gli accordi firmati nel 2014 dopo l'invasione della Georgia, ma non sono mai stati rispettati a partire dal cessate il fuoco, da entrambe le parti. Ma a febbraio Putin tira fuori la questione che lo interessa, l'ingresso della Nato dell'Ucraina e la minaccia di una guerra che coinvolgerà l'Europa.

Arriva a fine febbraio la guerra voluta da Putin e per questo oggi il presidente russo non può fermarsi, non può tornare indietro senza aver nulla in mano perché perderebbe la faccia.

Dopo Macron tocca ad Israele la mediazione, passano i giorni e non succede niente, fino ad una nuova mediazione dei turchi: “vediamo che le parti sono vicine ad un accordo” dice il ministro turco, ma ancora nessun accordo.

Nel frattempo il presidente ucraino appare in video, rivendicando i successi della resistenza, la pace non arriva perché le due parti vogliono arrivare alle trattative dalla posizione di maggior forza. Nel frattempo nessuna super potenza è scesa in un ruolo di vera mediazione: servono nazioni grandi non la Turchia o Israele. In questa partita politica il convitato di pietra è la Cina, che ora teme le sanzioni internazionali per la sua alleanza con la Russia.

La Cina è di fronte ad un dilemma: sfidare l'ordine americano, sostituendoli nel ruolo di egemonia politica ed economica, oppure tenersi lontano. Se volessero mettersi in un ruolo di mediatore e poi fallissero l'obiettivo, sarebbe un danno di immagine per il presidente cinese.

A chi conviene questa guerra che sta armando mezzo mondo e che ha rinvigorito la Nato, in crisi dai tempi di Trump? A chi conviene questo crescendo della tensione?

Il professor Natalizia parla di equilibri globali, sopra la guerra in Ucraina: il passaggio verso un nuovo modello di ordine mondiale dopo la guerra fredda, tra Cina, Russia e Stati Uniti.

Gli ultimi negoziati tra Russia e Ucraina

Domani ci sarà una due giorni in Turchia, con Erdogan fiducioso di portare avanti una trattativa: forse quello del presidente turco è solo ottimismo, ma Erdogan ha interesse nel fermare il conflitto, ha aperto entrambi i canali verso Kiev e Mosca, aveva condannato la presa della Crimea ma allo stesso tempo non ha rotto i rapporti con Putin.

Attenzione però, ha commentato Iacona, nelle ore in cui Biden dava a Putin del macellaio, Erdogan sosteneva che al presidente russo si deve far trovare una via d'uscita, un taglio pragmatico per fermare la guerra.

Ma su quali basi? Lo ha raccontato Lucia Goracci, parlando di neutralità dell'Ucraina, nessuna adesione all'alleanza atlantica, la garanzia di potenze straniere per questo accordo. La Russia chiede la fine delle misure contro l'uso della lingua russa, la denazificazione del paese, la conquista di Mariupol (che chiude il mar D'Azov all'Ucraina). C'è da chiarire il ruolo del Dombass.

Il ruolo europeo nella guerra in Ucraina

Siamo già coinvolti in questa guerra: l'esercito ucraino ha fermato i carri russi, grazie agli aiuti degli Stati Uniti che hanno speso 3 miliardi di euro per l'addestramento e l'armamento dell'esercito. LE spese militari dal 2015 sono decuplicate, con nuove armi sofisticate anche contro la guerra elettrica: ma l'integrazione tra Nato e forze ucraine va avanti da anni, anche nella base Nato bombardato qualche settimana fa vicino la frontiera polacca.

Tra la fine del 2021 e il 2022 questo paese ha ricevuto aiuti che hanno impedito il crollo del paese: oggi Zelenski sta chiedendo nuove armi alla Nato e alle nazioni europee, cosa che potrebbe alzare la tensione di Putin contro l’occidente, sarebbe un inserimento ancora più massiccio nell'intervento.

Decisive sono le informazioni sulle mosse dell'avversario, movimento dei mezzi, approvvigionamenti, tutto questo avviene grazie ai droni che controllano dall'alto la situazione a terra. Siamo già in guerra allora, come belligeranti?

Al vertice del 23 marzo della Nato si è deciso di fornire altre armi e arrivare a nuove sanzioni, ma niente aerei e niente carri armati al momento, ma le ultime dichiarazioni di Biden di questi giorni fanno pensare che le cose stiano cambiando: si sta preparando un cambio di regime a Mosca, con un colpo di stato?

Gli Stati Uniti stanno portando avanti una guerra per procura per colpire la Russia di Putin usando l'Ucraina come proxy?

E dove sta la linea della Russia? Noi forniremo all'Ucraina armi anti carro, addestramento nell'uso dei droni, come reagiranno i russi di fronte a questa nostra ambiguità?

Siamo di fronte ad una linea rossa mobile, i russi potrebbero cambiare la percezione del nostro intervento, se dovessero cambiare le cose sul campo.

Ha ragione papa Francesco quando ha condannato la spesa per comprare più armi, in risposta a quanto sta succedendo. Una pazzia. Serve un modo diverso per governare un mondo, ormai globalizzato.

Il messaggio del papa è anche politico – spiega Riccardi: abbiamo dimenticato il discorso della pace, ci siamo dimenticati della guerra, di cosa è stata la seconda guerra mondiale, si sta rivalutando l'idea di guerra come forma di risoluzione dei problemi, guardiamo come parlano i leader, questa non è diplomazia. La pace è il bene dell'Ucraina, dell'Europa e del mondo intero: ci troviamo di fronte ad una guerra, l'evento più grave dal 1945, con un paese belligerante che ha l'atomica. La guerra potrebbe diventare come in Ucraina, durare anni e potremmo anche dimenticarcene.

Le armi nucleari

In questi giorni c'è una esercitazione Nato ai confini della Russia, in Norvegia. Dall'altra parte ci sono i sommergibili russi con le testate nucleari. Putin in un suo discorso ha già parlato di allerta speciale mettendo in allerta l'arsenale nucleare, il giornalista Marzio Mian che era per lavoro in quella zona ha testimoniato alla trasmissione movimenti di truppe e di mezzi come se si fosse dentro una guerra, “si sentiva nell'aria la minaccia nucleare”.

Anche Biden ha detto che si potrebbero usare queste armi: ci si sta preparando da tempo a questa dottrina, usare le armi nucleari come deterrente, per lanciare un segnale all'avversario.

Entrambi le superpotenze hanno aumentato il loro arsenale nucleare con armi sviluppate per essere usate in modo più semplice, come se fossero armi da usare in scenari di guerra militari, sono le armi tattiche meno potenti ma non meno pericolose.

Sono armi meno distruttive, dieci o venti volte di Hiroshima, ma che non fanno meno paura: queste arme sono presenti anche in Italia e saranno messe anche sugli F35 che noi italiani stiamo comprando.

Questi aerei sono pronti per partire col loro carico nucleare, da Aviano e da Ghedi, senza nemmeno che l'esercito americano sia costretto ad avvisarci.

Nel 2017 la Russia e i paesi della Nato come l'Italia non hanno firmato l'accordo per eliminare le armi nucleari: queste armi servono a questi paesi per portare avanti un ricatto, come quello di Putin all'Europa, non interferite con la guerra in Ucraina altrimenti uso le armi nucleari.

In uno scenario di guerra nucleare, che oggi non è più tabù, l'Italia sarebbe spazzata nei primi dieci minuti.

“Oggi la guerra è troppo pericolosa per combatterla” commenta Riccardi, il rischio è di cadere di guerra in guerra nella distruzione del mondo.

A vedere questa Europa, con la sua cultura, con la sua economia, che sia fuori dai giochi diplomatici è una cosa incredibile – rispondeva Iacona alle parole dell'ex ministro: serve arrivare ad una politica estera europea, una politica comune di difesa europea non dipendente dall'America o ricattabile dalla Russia o dalla Cina.

Non perdoneremo mai ai grandi della terra una escalation militare, né a Putin né agli altri.

In un mondo ancora sotto choc per la pandemia, sei milioni di morti, i soldi dovevano andare alla cura, a chi ha perso il lavoro e la salute, a mettere a posto il sistema sanitario nazionale.

Il sistema sanitario dopo il covid

Per mostrare la situazione del sistema sanitario e della sua prima linea, Presadiretta ha passato una notte al pronto soccorso del Pertini a Roma: pazienti che cercano un posto rimanendo fermi nelle lettighe delle ambulanze nei corridoi del PS perché mancano posti, perché la capacità assistenziale nei reparti è inferiore al numero di pazienti che arrivano col 118.

Il tempo di attesa per un posto in reparto è superiore alle due ore, possono passare anche giorni fermi nel Pronto Soccorso dove ricevono le prime cure, senza privacy, senza un vero letto, dove le persone perdono la cognizione del tempo.

Il covid ha peggiorato il fenomeno del “boarding”, ovvero la permanenza in Pronto Soccorso: qui il lavoro si moltiplica per il virus, per i tamponi, per le corsie separate, per le terapie intensive separate dentro la zona di soccorso.

Al Pertini nell'area di soccorso covid per 30 pazienti c'è un solo dottore, poi ci sono anche pazienti più gravi: mancano medici e mancano anche infermieri per l'assistenza, anche qui siamo in guerra, in trincea.

I reparti stanno in piedi grazie al sacrificio dei medici e del personale: il ssn sta perdendo una delle sue colonne, manca il 30% di medici, mancano le risorse umane per coprire i turni al pronto soccorso, non si vedono vie d'uscita perché non si riescono ad assumere più persone, nessuno vuole entrare a lavorare in queste situazioni.

Si sta negando un diritto alle persone e si sta mettendo in crisi la sicurezza nei reparti: tutto questo è legato al taglio dei costi nella sanità cominciato con la “cura” del governo Monti.

Quello che è avvenuto in questi dieci anni è stato un massacro sulla sanità, abbiamo perso 173 ospedali, 42 mila sanitari, con decine di migliaia di posti letti in meno: questo vuol dire maggiore occupazione nei Pronti Soccorsi e nella medicina di urgenza, un imbuto da cui viene schiacciato.

Ma a questo si è aggiunto anche il covid e gli interventi saltati per la pandemia: 2 milioni di ricoveri, 600mila interventi chirurgici programmati, 14 milioni di visite specialistiche, questi sono i numeri degli interventi saltati nel 2020 per il covid.

C'è poi un'altra malattia, quella del disagio mentale che colpisce i giovanissimi, gli adolescenti: per loro non esiste offerta pubblica per curarsi dal sistema sanitario.

Sono ragazzi che durante la pandemia, per colpa della fragilità emotiva, per la fine della socialità, sono caduti in depressione.

Almeno il 16-20 % degli adolescenti soffre di depressione, racconta Stefano Vicari del Bambin Gesù: ragazzi poi ricoverati in ospedale, perché per esempio hanno cercato di suicidarsi.

Ansia, depressione, anoressia: la pandemia ha fatto sentire i ragazzi soli e abbandonati, l'età media dei ricoveri si è abbassata da 15 a 13 anni.

Ci sono regioni che non hanno nemmeno posti letto per l'accoglienza di questi adolescenti.

Presadiretta ha raccolto la testimonianza di Ella, una di questi adolescenti: dopo un atto di autolesionismo è stata ricoverata al Policlinico Umberto I, dove ci sono 14 posti letti, sempre pieni e dove i medici cercano di rimettere assieme i pezzi di giovani che si sono persi.

La rete di assistenza territoriale per neuropsichiatria è in affanno, anche in Lombardia che pretende di essere la regione virtuosa in ambito sanitario: mancano posti per la psichiatria infantile, per ragazzi con problemi perché le strutture sono fatiscenti, i medici nelle strutture non hanno contratti stabili, la regione non investe in questo settore a sufficienza.

Così, chi può, si rivolge al privato. E chi non può, non può scegliere di curarsi.

L’Europa che blocca i migranti alla frontiera

Altro che guerra, altro che armi, ecco dove dobbiamo mettere i soldi: nella cura delle persone!

Ma l'Europa ha messo a bilancio 35 miliardi per la gestione delle frontiere, miliardi per alimentare un'industria che controlla le frontiere, per bloccare i migranti, non gli ucraini, ma tutti gli altri.

Droni, sistemi di riconoscimento facciale, muri di contenimento: l'industria che si occupa di questi sistemi diventa sempre più florida, per realizzare muri virtuali sempre più grandi.

Anche la nostra Leonardo sta lavorando ad un drone che presidierà le frontiere, pagato coi nostri soldi.

A far da apripista è stata la Grecia, paese andato quasi in default che oggi spende milioni per droni e per cannoni che fanno un rumore tre volte superiore alle soglia tollerabile per far scappare i migranti.

“Io ringrazio la Grecia per essere il nostro scudo” dice la Von der Leyen: l'Europa ha investito 720 milioni per trasformare le isole a Samos, dove sono reclusi i migranti, in lager tecnologici.

La parola accoglienza nei confronti di altre persone è qui bandita. Un sistema altamente tecnologico controlla da remoto tutti i campi, questo il compito del ministero dell'immigrazione.

Si chiama Centaur il sistema di monitoraggio, un grande fratello che sta oggi suscitando l'interesse degli altri paesi europei che vorrebbero replicare nei loro paesi.

Per l'Europa il campo di Samos è una pietra miliare della politica dell'immigrazione: eppure sono dei carceri, con tanto di filo spinato. Dove stanno i principi democratici tanto sbandierati oggi per la guerra in Ucraina?

L'Europa volta la testa dall'altra parte di fronte a queste violazioni dei diritti umani, di fronte ai respingimenti alla frontiera o in mare, nel Mediterraneo. Dai guardia coste greci o dai guardia coste libici.

Vergogna, vergogna vergogna!!!

Non possiamo accettare il doppio volto dell'Europa nei confronti dei profughi ucraini, a cui diamo assistenza e uno status di protezione, anche da parte degli stati che nel passato non hanno accettato profughi con la pelle dal colore scuro.

Da questa guerra i primi a rimetterci saranno i paesi poveri nel mondo, i maggiori importatori del grano ucraino e russo che domani non avranno più cibo: la guerra causerà la peggiore carestia mondiale, salirà l'inflazione, si altera la politica energetica, non si troverà il vaccino per tutti, non si combatteranno i cambiamenti climatici …

Dobbiamo fermare la guerra, non abbiamo alternative.

29 giugno 2018

Ridicola Europa, ridicolo paese




Il finto accordo sui migranti e la questione dei vitalizi: sono queste le due notizie che occuperanno le prime pagine e di cui si discuterà oggi (giornata senza calcio mondiale, tra l'altro).
Non so quale delle due sia la più ridicola.
L'accordo che non c'è su come gestire i flussi dei migranti di fatto è un piegare la testa ai desiderata del gruppo di Visegrad, della destra popolista, una difesa arroccata della civile Europa che pensa di risolvere una questione epocale con hotspot (che suona meglio di centri di detenzione o lager) e con la gendarmeria in outsourcing a Turchia e Libia.

La pantomima del taglio ai vitalizi: non salveremo di certo i conti col taglio ai vitalizi (ovvero al taglio di quei vitalizi che dietro non hanno versamento di contributi corrispondente all'esborso dello Stato).
Ma lo Stato, i nostri rappresentanti, hanno modo di salvare la faccia in un momento come questo in cui è alta la sfiducia nelle istituzioni.
Certo, i diritti acquisiti non si toccano: non dovrebbero essere toccati nemmeno i diritti ad una istruzione adeguata, alle cure sanitarie, a poter vivere con un salario dignitoso senza ammalarsi per i veleni nell'aria e nell'acqua.
Come per i migranti, siamo di fronte ad un sistema che si arrocca in difesa di privilegi, facendosi scudo con la parola diritti.

Chiaro che se questa, sui migranti e sui vitalizi, è la risposta delle istituzioni massime, i populisti avranno sempre vita facile.

27 maggio 2018

La repubblica degli hashtag

Siamo passati dall'hashtag #senzadime a #vogliamosavona.

Passeremo da un governo scelto da un segretario di partito ad un altro governo il cui presidente è scelto dai due leader politici.

Passeremo sempre dalle forche caudine dell'Europa, dell'America dei mercati, dello spread.



La Lega e il M5S ci porteranno in Ungheria: il partito di Orban, dentro il partito popolare europeo, a fianco della Merkel.



Savona non va bene perché anti Europa. Mentre quelli di prima erano europei quando promettevano (il pil in crescita, la riduzione del debito) e anti europei quando toglievano la bandiera europea dalle spalle.

Passerà tutto, forse anche questa ipotesi di governo. Rimarremo sempre un paese a sovranità limitata per colpa dei nostri limiti: primo fra tutti una politica debole, fatta di personalismi, di tigri da tastiera sui social, con poche idee ma confuse.

23 febbraio 2018

Il populismo pro europeista

C'era una volta il suffragio non universale: sembra l'incipit di una favoletta, ma per molti forse rappresenta un soglio.
Che belli i tempi in cui si votava per censo, per titolo nobiliare (e pure per sesso).
Questo penso quando sento parlare gente come Juncker sulle elezioni prossime, con una colpevole leggerezza.
State attenti a come votate, i mercati vi guardano.
Tutte le persone deluse della politica, arrabbiate da un sistema che si è preoccupato (giustamente) della salute delle banche e meno di chi doveva fare controlli e non il ha fatto, degli amministratori spregiudicati.
Di tutti quelli che hanno perso il lavoro perché l'azienda ha deciso di delocalizzare dove era più conveniente ovvero, tradotto in soldoni, dove si trova un governo disposto a mettere sul piatto soldi pubblici per sgravare le tasse alle imprese.
Come fatto in Italia col famoso Piano industria 4.0 e con gli sgravi del governo Renzi (ma in un mondo senza regole comuni c'è sempre qualcuno disposto a prendere un salario inferiore al tuo).

Ieri sera seguivo con interesse il confronto tra la candidata Bonino (+ Europa che diventava forza Europa) ad Otto e mezzo: serve più Europa, serve più federalismo, serve più coerenza.
Peccato sia la stessa Europa ad essere incoerente come incoerenti sono, di fatto, tutti gli europeisti (spesso col sedere degli altri).
Sono dichiarazioni come quelle di Juncker (a capo di un organo non eletto, che è pure lo Juncker dello scandalo Luxleaks) che allontanano le persone dall'Europa.

Non serve più Europa: serve un'Europa diversa, servono anche europarlamentari diversi e servono pure politici diversi.
Non si può rispondere al populismo anti europeista con un altro populismo europeista:

Centrata tuttavia anche la sua campagna, basata sull'antipopulismo estremista (viva la Ue, viva Maastricht, viva il pareggio di bilancio, viva la legge Fornero eccetera): una forma di populismo rovesciato a sua volta, populismo di minoranza che si crede migliore perché "testa non pancia", insomma esattamente il bacino della borghesia liberale e dei primi municipi. 

06 febbraio 2017

Scolpite sulla sabbia

L'euro è irreversibile.
Dall'Euro non si esce.
Dall'Europa non si esce.

La Grecia nel 2015 aveva osato sfidare l'Europa e gli economisti (quelli col sedere al caldo) e tutti ripetevano le stesse cose: prima pagate tutti i debiti poi forse negoziamo. Non sono riusciti a pagare i debiti e stanno ancora peggio di prima.

Ma le regole, i dogmi, a cui tutti si sono inginocchiati sono rimasti lì, scolpiti sulla sabbia.
Prima le regole: non quelle dei diritti civili, nei confronti dei cittadini interni, nei confronti dei profughi e dei migranti.
Mentre da una parte si combatteva la guerra nei confronti dei ribelli (le tigri di carta come Renzi), dall'altra si alzavano muri, non si rispettavano gli accordi sulle quote di migranti da accogliere, pure la Germania ha continuato a fare i suoi comodi sulle esportazioni.

Così i cittadini dei paesi europei, che da questa Europa del dumping salariale, hanno ricevuto poco o nulla, alle urne hanno disubbidito agli ordini.
"Voi istituzioni non mi ascoltate più? E io voto contro".

E ora che si vota in Germania e in Francia, ora che si teme l'arrivo della mareggiata come in America, le regole sulla sabbia iniziano a cancellarsi.
L'Euro a due velocità, l'Europa con serie A e B.
Abbasso l'Europa, viva l'Europa dei confini e degli omini forti.

Sul suo blog Piovono Rane, Alessandro Gilioli fa poi notare come oggi la ricetta dei neo-trumpisti sia la parola chiave "protezione", una parola che fa pensare allo statalismo da paesi dell'est, qualcosa che abbiamo messo in soffitta in favore della competitività, del libero mercato, del capitalismo:
Si sa che la pulsione alla protezione è propria delle epoche in cui le cose non vanno bene (e allora si sente l'esigenza dell'intervento dello Stato) mentre quando tutti pensano di poter migliorare la propria condizione, ecco che lo Stato non lo si vuole più tra i piedi, "basta lacci e laccioli".Quindi questa prevalenza della protezione sulla competizione è anche dovuta a fattori contingenti, cioè la crisi iniziata nel 2008.È tuttavia opinione abbastanza comune che gli effetti di questa recessione non saranno brevi, anzi dureranno molti anni, quindi è improbabile che la tendenza si inverta sul breve.Quindi, al netto di ogni giudizio valoriale e/o ideologico sulla competizione, credo che una sinistra ancorata al dogma degli ultimi trent'anni - "viva la competizione perché crea più ricchezza" - sia destinata a perdere ancora molto a lungo. E a lasciare spazio ai Trump e alle Le Pen, se questi sono gli unici a rispondere al bisogno di protezione.Ecco perché chi si sente lontano dalle ricette con cui i Trump e le Le Pen pensano di rispondere a questo bisogno - nazionaliste, militariste, autocratiche e xenofobe - farebbe oggi molto male ad arroccarsi nei dogmi competitivisti.E dovrebbe caratterizzarsi invece per una radicale protezione solidale: welfare, casa, scuola, salute, diritti universali e continuità di reddito.È questa, oggi, l'unica alternativa possibile alle estreme destre. È questa l'unica possibilità di offrire agli sconfitti un bivio, l'unica chance per non spedirli a milioni verso i nuovi fascismi.Ed è, credo, l'unica issue su cui valga la pena discutere, invece di stare a fare i violinisti sul Titanic baloccandoci su Emiliano contro Renzi, Raggi contro Lombardi, Fratoianni contro Scotto - e altre simili inutilità.

31 agosto 2016

Come è unita questa Europa

L'Europa viene tirata in ballo per ogni dove, dall'emergenza profughi all'emergenza terremoto all'emergenza terrorismo.
Serve una soluzione europea per l'accoglienza dei profughi, si diceva. Sono passati mesi e ancora la stiamo aspettando, una soluzione accettata da tutti i paesi.
E, nell'atteggiamento da tenere nei confronti di Turchia, Libia, Siria, ogni paese fa storia a sé. 
La Libia (o meglio il governo provvisorio di Serraj) può ricattarci (chiedendo soldi) usando l'arma dei profughi e del petrolio.
Lo stesso fa la Turchia di Erdogoan facendo leva sul rapporto privilegiato con la Germania.
Per l'Egitto, è bastato seguire l'inchiesta di Presa diretta sul caso Regeni per capire come stiano le cose.

L'Europa serve come scudo per nascondere le ipocrisie dei singoli stati, dove contano più i rapporti economici che le questioni su diritti civili.
L'intelligence europea? Lo scambio di informazioni? La divisione dei flussi dei migranti?

Ma l'Europa val bene quando si tratta di trovare una scusa su bilanci e conti.
Renzi avverte l'UE - titolava ieri l'Unità : "Quel che serve lo prendiamo".
Servono i 2 miliardi l'anno per il piano Italia, senza mettere altre tasse o fare altro debito.

Certo, se i precedenti governi ci avessero pensato per tempo alla messa in sicurezza del territorio, avremmo poi potuto risparmiare quei miliardi impiegati per la gestione dell'emergenza. E ora non dovremmo chiedere altra flessibilità.
E lo stesso vale per l'emergenza per gli sfollati, per la ricostruzione (non sempre fatta rispettando le regole), per i profughi, per i centri di accoglienza ..

Così, mentre l'Europa rimane al suo posto, scopriamo (per usare un eufemismo) che un paese membro come l'Irlanda è stata multata dall'Europa stessa per la tassazione favorevole concessa alla Apple.
Apple ha tirato fuori la minaccia dei posti di lavoro (forse lo spot "stay hungry", significava questo, affamare i paesi) e Turchia e Gran Bretagna si sono già fatti avanti per prendere il posto dell'Irlanda.
Ma come è unita questa Europa ..

08 giugno 2016

L'Europa e gli immigrati - Da L'altro capo del filo (Camilleri)


Dall'ultimo romanzo di Camilleri “L'altro capo del filo”: sul piccolo commissariato di Vigata e sui suoi uomini ricade il compito di gestire il flusso di profughi che, dopo il duro viaggio sui barconi, sbarca sulle coste siciliane.
Sono scene di gente disperata, stanca, stremata dal viaggio.
Dopo una notte passata al porto, a gestire questi arrivi, Montalbano si trova seduto sul suo scoglio, a parlare con un granchio:
«Che ne pensi tu dell'Europa?» spiò al grancio che dallo scoglio lo stava a taliare.Il grancio non arrispunnì.«Prifirisci non compromittirisi? Allura mi compromitto io. Io penso che doppo il granni sogno di st'Europa unita, avemo fatto tutto il possibili e l'impossibili per distruggirinni le fondamenta stisse. Avemo mannato a a catafottirisi la storia, la politica, l'economia 'n comuni. L'unica cosa che forsi restava 'ntatta era l'idea di paci. Pirchì doppo avirinni ammazzati per scoli l'uni con l'autri non nni potivamo cchiù. Ma ora ce lo semu scordati, epperciò stamo ttrovanno la bella scusa di 'sti migranti per rimittiri vecchi e novi confini coi fili spinati. Dicino che tra 'sti migranti s'ammucciano i terroristi 'nveci di diri che 'sti povirazzi scappano proprio dai terroristi».Il grancio che non voliva esprimiri la sò pinioni prifirì sciddricari nell'acqua e scompariri.Andrea Camilleri L'altro capo del filo - Sellerio


11 aprile 2016

Report – le banche popolari e il salvataggio dell'Ilva

Puntata interessante di Report dove si è parlato dei falsi miti dell'alimentazione: il consumo di latte, spinaci, i grassi idrogenati, i grassi trans (che possono non essere indicati in etichetta).
Ma, prima, ci siamo fatti il fegato grasso per l'inchiesta sulle Popolari e sugli aiuti di Stato che non piacciono all'Europa.

Le banche popolari: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca nel servizio di Giovanna Boursier(Saltimbanche), qui il pdf con la trascrizione della puntata.

In Veneto molti risparmiatori sono diventati azionisti delle popolari su indicazioni delle stesse banche: negli ultimi anni il titolo della BPVI è cresciuto fino all'ispezione della BCE, del 2014. Dopo l'ispezione il titolo crolla e le banche hanno bloccato l'azione dei risparmiatori che volevano rivedere loro i titoli.
117 mila risparmiatori hanno visto le loro azioni scendere, senza poter fare nulla: avevano comprato le azioni della popolare perché sembrava un titolo solido.
A Vicenza quasi in ogni casa c'è un problema legato ai soldi persi con la banca, pensando che non avrebbero rischiato nulla: qualcuno ha perso tutti i risparmi, dopo aver firmato sulla fiducia una montagna di carta. Senza conoscere nemmeno cosa firmava.

Come funzionavano le cose dentro BPVI la Banca d'Italia lo sapeva da prima, nel 2008, ma ha solo sanzionato la banca: nel 2011 il professor Bini della Bocconi ha pure alzato il prezzo (che Bankitalia pensava fosse sovrastimato). Poi è arrivata la BCE che ha chiesto un aumento di capitale, constatando una perdita di capitale e così il titolo perde il 23%.
Alla BPVI vendevano e ricompravano azioni a clienti, per gonfiare i conti, del fondo azioni proprie.
Altri clienti venivano costretti a comprare azioni in cambio di finanziamenti.
In Bankitalia raccontano di aver vigilato e che non potevano fare altro.

Gianni Zonin gestiva per anni la banca, oggi indagato insieme ad altri manager: ostacolo alla vigilanza, associazione a delinquere, aggiotaggio le accuse della procura di Vicenza, dove raccontano di un prezzo stimato ad almeno il doppio del giusto.

Veneto Banca è l'altra popolare del territorio: anche qui mascheravano credito vendendo azioni anche a clienti inesperti.
I problemi per BV iniziano con l'ispezione del 2013 di Bankitalia: dopo il crollo del titolo nessuno riesce a vendere più le azioni comprate.
Uno che invece è riuscito a vendere è Vespa, che conosceva il vecchio AD Consoli, oggi sotto inchiesta: dopo molte insistenze, Vespa è riuscito a vendere le azioni, pur avendo perso parte dei suoi risparmi investiti in obbligazioni.
8 ml di euro incassati nel 2013, al valore massimo delle azioni.
Le obbligazioni convertibili gli hanno causato una perdita di 873mila euro.

Anche Stefanel e Renzo Rosso sono riusciti a rivendere le loro azioni delle popolari, poco prima che le azioni iniziassero a crollare, facendo crescere il sospetto che qualcuno, in questo disastro si sia salvato perché in buoni rapporti coi vertici delle banche.
Risulterebbero anche lettere della banca a questi fortunati...

L'ex vice presidente Rigon racconta di elargizioni in Toscana e a Porto Viro, in zone dove Zonin, l'ex presidente, aveva interessi personali: sono donazioni ad un convento della sorella di Zonin e a parrocchie dove ha dei vitigni.
Oggi sarebbe in Sudafrica, ma il suo avvocato assicura che tornerà per tempo in Italia, ma nel frattempo non parla con gli azionisti che oggi hanno perso tutto: serve l'Europa per capire come sta veramente una banca - si chiedeva ironicamente la giornalista?

Daniele Nouy è la presidente del cons. di Vigilanza della BCE che ha seguito le ispezioni: nelle banche italiane c'era un grande problema dei crediti deteriorati e delle dimensioni.
Questo valeva per il vecchio CDA: il nuovo però è composto anche da vecchi membri, tra cui anche l'ex ragioniere dello Stato Monorchio.

Zonin, in questi ultimi anni ha ceduto i suoi beni alla moglie e ai figli: terreni, ville, vitigni, immobiliare. Si è portato avanti col lavoro, per diventare nullatenente (e non pagare nulla)?

Report ha ricevuto una lettera da BPVI, dove si chiedeva di spostare la puntata perché stavano decidendo dell'aumento di capitale e della quotazione in borsa: quando si chiedono soldi al mercato bisogna essere trasparenti – la risposta della Gabanelli.

Ora la banca sta chiedendo soldi agli azionisti per quotarsi in borsa: il cda si è riunito il 17 febbraio, i soci sono stati convocati il 5 marzo, per decidere appunto della quotazione.
O si tirano fuori i soldi o la BCE commissaria la banca: in molti hanno votato sì, perché era l'unico modo per rivedere i soldi.
Anche Zaia, il governatore, ha perso 30mila euro nelle due banche, come molti altri cittadini veneti: Zaia ha votato si alla quotazione, sapendo che questo porterà al massacro le banche, perché sul mercato si dovranno trovare soci che metteranno in bilancio quello che manca.
Come CDP e Unicredit.

Ma il sistema non era solido?
Lo dicevano tutti, da Napolitano a Visco a Renzi: alcune banche sono nel mirino, “è il mercato”.

Nel mirino erano Banca Etruria e le altre tre popolari: 2 miliardi di sofferenze che hanno portato poi al salvataggio per decreto, attraverso il bail in.
Molti degli obbligazionisti di Etruria hanno comprato questo strumento finanziario senza conoscerlo: ora hanno perso tutto, senza troppi complimenti.
Tutta colpa dell'Europa? Della Merkel?
Un portalettere che nel crac dell'Etruria ha perso tutto, racconta a Giovanna Boursier la sua storia: sulle carte firmate c'era scritto "imprenditore" e anche che era una persona esperta di finanza. Carte truccate sul rischio degli investimenti: tutto per far passare i sottoscrittori delle obbligazioni come persone consapevoli del rischio.

Nel 2011 la Consob ha tolto l'obbligo di pubblicare una paginetta, con cui si informa il cliente del rischio di quello che si sta comprando: forse perché quel prospetto era troppo chiaro, per le persone?
Era meglio che i clienti non fossero troppo informati, perché l'importante era vendere?

Le obbligazioni erano vendute per aumentare il capitale sociale (piuttosto che non i BOT), e le filiali erano pressati per vendere questi titoli: un ex dipendente ammette di non aver sempre informato i clienti, perché i vertici della stessa rassicuravano gli stessi dipendenti.
Ma dove sono finiti i soldi?
L'ex membro del cda Soldini ha raccontato di prestiti a consiglieri, amici, parenti: per far passare il prestito serve un voto del CDA, senza il consigliere interessato. Ma spesso si votava senza andare troppo per il sottile.
Sono questi crediti concessi con troppa facilità, che ora sono in sofferenza, per un totale di 2 miliardi.

Il salvataggio della banca lo stanno pagando i risparmiatori e i vertici, tra cui il padre del ministro Boschi, sono indagati dalla procura: sindaci, amministratori, presidenti.
Come il presidente Rosi, come il capo del comitato rischi, come Bronchi che se ne è andato con una liquidazione da 1,2 ml.
Bankitalia ha vigilato? Il DG Rossi ha spiegato che poteva solo commissariare e andare in procura a raccontare i fatti.

La fusione con la Vicenza era sponsorizzata dall'ex ragioniere Monorchio, in buoni rapporti con Bankitalia, fusione poi saltata.
Qui poi entrano in ballo Carboni, Ferramonti, Mureddu, per trovare nuovi manager per la banca e il mistero si infittisce.

Il governo sta oggi varando una riforma per il credito cooperativo: si dovranno accorpare, eccetto quelle toscane con capitale sopra i 200 mila euro.
Tra queste la popolare di Cambiano e Chianti Banca: hanno tutte e due legami strette con chi decide della riforma.
Sui crediti deteriorati ci sono interessi poco chiari e anche qui compare un fondo che fa riferimento a Bini Smaghi.

Perché l'Europa ci ha impedito di salvare le banche attraverso il fondo interbancario?
Dal 2013 è entrata in vigore la norma europea del bail in: anche gli azionisti partecipano al rischio, peccato che Bankitalia abbia perso tempo per trattare con l'Europa. Pensando di avere pure ragione.
MILENA GABANELLI IN STUDIOInsomma, stiamo dicendo: ma l’Europa non può impedirci di fare quello che abbiamo sempre fatto e cioè sistemare le nostre cose attraverso il fondo interbancario. Che cos’è? É un fondo regolato da una legge dello Stato dove tutte le banche ci mettono un po’ e attingono quando ne han bisogno per mettere a posto e sistemare le loro magagne. Mica sono soldi pubblici! Infatti. Però la storia è un’altra e cioè: dal 2013 entrano in vigore le nuove regole europee e bisogna adeguarsi: quando una banca va a male, a pagare sono anche gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati perché comprano un prodotto rischioso, hanno un rendimento alto, lo sanno e quindi partecipano al rischio. L’Europa mica sa che noi vendiamo dei prodotti rischiosi anche  ai pensionati e ai postini. Noi che lo sappiamo, prendiamo tempo, speriamo che la crisi passi e cominciamo a trattare con l’Europa, che dice: “ma voi usate pure i soldi che volete, basta che rispettiate le regole”, anche perché dal primo gennaio 2016 a pagare saranno anche i correntisti sopra i 100.000 euro quando una banca va male. Si chiama bail-in, è legge e l’abbiamo firmata pure noi. Però noi sempre lì ad insistere a dire: “ma perché con noi siete così poco elastici quando invece con la Germania chiudete un occhio?” Bene. Andiamo a vedere se con la Germania hanno chiuso un occhio, o siamo noi che abbiamo capito male.
In realtà in Germania i due lander si sono mossi per tempo, prima che entrasse in vigore la legge.
Chi rappresenta l'Italia in commissione affari monetari? Tajani, Martusciello (ex dipendente di Bankitalia, indagato per concorso esterno in ass. mafiosa), Lara Comi e Roberto Gualtieri (storico).
Tutti hanno votato il bail in: Gualtieri presidente della commissione era contrario alla legge ma l'ha votata.

La domanda che ci dovremmo porre è chi abbiamo mandato in Europa? Persone competenti che almeno leggono le leggi che poi votano?
MILENA GABANELLI IN STUDIOPerò pare poi che nelle trattative non avevamo capito bene. In conclusione, adesso che le regole bisogna applicarle, è tutto il sistema che è venuto al pettine. Il fatto di 200 miliardi di crediti deteriorati non è tutta colpa della crisi.Troppi sportelli, troppi direttori con rapporti incestuosi con la clientela, consigli d’amministrazione che danno crediti a loro stessi senza rimborsarli - chissà che qualcuno di loro non li abbia magari portati a Panama - e una vigilanzatimorosa. Così queste banche hanno cercato di far quadrare i loro conti truffando anche i poveracci, e se mai rivedranno qualcosa, sarà il governo a darglieli.
E vogliamo dare la colpa all'Europa?

L'Italia e l'Europa per le industrie: il caso Ilva e il caso Peugeot a confronto, nel servizio di Giorgio Mottola.

Siamo noi che non capiamo bene le regole o ci stanno fregando?
Fino a tre anni fa Peugeot era a rischio bancarotta, oggi è in salute dopo il prestito da parte del governo di 1,2 miliardi, rimborsati interamente.
Il governo francese ha deciso di supportare una delle aziende più importanti francesi e nel 2013 l'UE ha dato via libera all'operazione.
Il prestito dello Stato ha però bloccato le sovvenzioni europee.

ILVA dovrebbe essere salvata dai soldi pubblici, per le bonifiche: la commissione ha aperto un'inchiesta sugli aiuti di stato, che bloccano quei finanziamenti.
Col rischio ambientale e sociale: il trattato europeo vieta aiuti diretti alle aziende.
Perché l'Europa ha detto si ai salvataggi di aziende tedesche e vuole invece soffocare l'Ilva? Per interessi europei nel settore dell'acciaio?
Anche il nostro governo teme che dietro l'infrazione europea ci sia un complotto dei paesi che hanno interesse nell'acciaio.

L'infrazione nasce dal rischio che i soldi pubblici non servano solo a fini ambientali: l'Europa non si fida più di noi, dell'Ilva, del rispetto delle normative ambientali da parte dell'Italia.
Abbiamo perso tempo negli anni passati, coi grazie decreti salva Riva.
Anche Peacelink teme che gli 800ml pubblici saranno usati per tenere in vita l'azienda e non per le bonifiche: in parte i soldi sono solo liquidità per tenere in vita l'azienda.
Abbiamo provato ad imbrogliare l'Europa, con una misura ad aziendam: negli ultimi anni l'Italia ha avuto 46 bocciature per aiuti di stato in Europa.
Abbiamo pasticciato molto in Europa: nel 2009 Berlusconi decise di sospendere le tasse in Abruzzo, ma poi è stato chiesto loro di restituire gli aiuti ricevuti dal governo.
Avevamo omesso di notificare questa misura all'Europa: negli anni in cui in Europa c'era, ad esempio, il sottosegretario Gozi e Tajani.