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24 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – il made in Italy, il controllo dei magistrati, i pendolari dello Stato

C’era una volta il made in Italy

Domenica scorsa Report ci aveva mostrato come una parte importante della produzione del made in Italy, che da lustro al nostro paese, si basi su piccole aziende cinesi dove non valgono le norme sul lavoro. Il tutto perché i grandi brand chiedono profitti sempre più alti spremendo i fornitori finali a cui chiedono capi dal costo sempre più basso.

Parliamo di operai che lavorano senza contratto, senza tutele, in capannoni non a norma. E succede tutto sotto i nostri occhi.

Come a Prato dove Report ha seguito un controllo eseguito dalla Procura su queste aziende cinesi: ancora una volta si vedono operai senza permesso di soggiorno, senza contratto. E non era nemmeno la prima volta, come racconterà il servizio già nel 2022 in un precedente controllo erano stati trovati lavoratori in nero tra cui anche dei clandestini. Stesso proprietario che però, al momento dei controlli, era irreperibile. Ma poteva controllare l’operato dei dipendenti (regolari o meno) con una telecamera.

LAB REPORT: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.

I pendolari della scuola


Report racconterà la vita dei pendolari della scuola, insegnanti, personale tecnico, che per andare al lavoro devono partire alla 4 di mattina per arrivare al lavoro. Dalla Campania verso scuole di altre regioni, come le scuole di Roma. Un disagio fisico per il doversi alzare presto per prendere il treno delle 4 di notte da Aversa a Roma. Ma c’è anche un impatto economico perché questi viaggi si mangiano parte del loro misero stipendio. Abbonamento del treno, della metro, del parcheggio alla stazione di partenza, si arriva a pagare 500 euro al mese. Alla faccia della storiella, che era girata molto sui giornali, della bidella che aveva scelto di fare la pendolare perché così risparmiava..

Dalla Campania ogni giorno partono 6000 persone che con ostinata speranza si recano al lavoro sperando un giorno di potersi avvicinare a casa. Molti di loro fanno questa vita da anni, anni da precari della scuola: “lo Stato ci guadagna dai precari, sono cavie” racconta un’insegnante “siamo state cavie e lo saremo sempre.”

Ma è anche un problema dei bambini che ogni anno si ritrovano un insegnante diverso.

Ci sono poi insegnanti che fanno il viaggio da pendolari dall’interno della stessa regione Lazio: come Antonella che dalla provincia di Frosinone deve arrivare a Roma prendendo l’autobus. Poi la metropolitana, per un totale di più di 4 ore di viaggio.

Un paese civile può tollerare tutto questo sulle persone che hanno in mano il futuro dei nostri figli?

Il servizio di Report racconterà anche di come funziona il mondo dell’interpello: ci si può candidare per una supplenza rivolgendosi direttamente alle scuole, anche senza aver mai messo piede in una scuola, basta una laurea triennale (la giornalista di Report ha usato la sua laurea in filosofia). Basta arrivare all’orario concordato un po’ prima per fare l’ingresso, poi si è pronti per entrare in classe, senza corsi (antincendio, primo soccorso) né formazione senza nemmeno doversi informare sul programma. All’insaputa dei genitori.

E il ministro del merito (e del governo della legge e della sicurezza) che dice? Niente intervista, “ho detto al portavoce di mettervi a disposizione tutti i dati ”

La scheda del servizio: DIETRO LA CATTEDRA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c'è "dietro" le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.

Il software di monitoraggio sui pc dei magistrati

A sollevare tante perplessità, se non peggio, non è tanto il fatto che sui pc dei magistrati italiani sia presente un sw per la gestione remota del software o dei problemi. Quanto il fatto che i magistrati non ne fossero stati messi a conoscenza. Parliamo del sw ECM/SCCM di Microsoft installato sui 40000 pc del personale amministrativo del ministero della giustizia compresi i magistrati. Chi ha i privilegi di amministratore può attivare il sw senza che l’utente ne sia a conoscenza.
Report ha raccolto la testimonianza del magistrato Aldo Tirone di Alessandria che ha scoperto l’esistenza di questo sw da una confidenza di un tecnico informatico “mi ha detto che sui ns computer è installato un sistema che consente, all’insaputa dell’utente di essere ‘spiato’”.

Qualcosa che collide con la segretezza delle indagini: il giudice del Tribunale di Alessandria ha messo alla prova il tecnico con un esperimento in cui effettivamente è possibile spiare le attività fatte sul pc all’insaputa dell’utente, vedere i file creati, le modifiche a file o cartelle esistenti.. Nessuna autorizzazione o warning sull’attività di controllo è apparsa sul desktop del pc del giudice Tirone. E questo smentisce le dichiarazioni dell’attuale ministro della giustizia Nordio secondo cui le funzioni di controllo non sarebbero mai state attivate e che “in ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell'utente e di una sua conferma esplicita”.



A quanto pare così non è. Stai a vedere che anziché spiare i mafiosi e i signori delle mazzette, ad essere spiati sono stati i magistrati.
Report ha intervistato l’ex ministro Bonafede, era ministro quando fu scelto di installare questo sw: come ministro poteva dare indicazioni politico-amministrativo, non indicazioni tecniche su questa applicazione. Ma se avesse saputo che questo sw poteva creare problemi di sicurezza al sistema giustizia, avrebbe chiesto approfondimenti.

Non basta rispondere che in tutte le aziende esistono sistemi di monitoraggio da remoto (per motivi leciti e consentiti): stiamo parlando della giustizia italiana e dobbiamo essere certi della riservatezza delle indagini e degli atti processuali, uno dei pilastri su cui si fonda l’ordinamento giudiziario italiano.

Secondo quanto scrive Report nelle anticipazioni, il ministero della Giustizia sarebbe stato avvisato di questo potenziale rischio nel 2024 ma avrebbe silenziato tutto.

Sul Fatto Quotidiano trovate delle anticipazioni del servizio che andrà in onda domenica sera: l’articolo di Thomas Mackinson sul dialogo tra un tecnico informatico e un dirigente del ministero della Giustizia che faceva pressioni per far installare il sw ECM sul pc dei magistrati

Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che ci sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da soli”.

È la frase chiave che emerge dai dialoghi anticipati in esclusiva da Report che aggiunge un pezzo all’inchiesta sul software installato nei pc di 40mila tra giudici e magistrati che consente il controllo da remoto senza che se accorgano.

A parlare è Giuseppe Talerico, dirigente del Coordinamento dei sistemi informatici del Ministero della Giustizia, e un tecnico informatico, registrati nel maggio 2024. Il Fatto lo ha contattato ma ha deciso di declinare: “Guardi lasci stare, non parlo”.

Ripeto: se fosse tutto regolare, ci aspettiamo che questo sw sia installato anche sui pc dei nostri parlamentari con tanto di controllo da remoto autorizzato senza consenso del deputato/senatore. Diremmo ancora che è tutto normale?

La scheda del servizio: IL TROJAN DI STATO

di Carlo Tecce - Lorenzo Vendemiale

Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?

Dietro l’efficienza di Amazon

Cosa si nasconde dietro l’efficienza di Amazon? In una precedente inchiesta Report aveva raccontato di come vengono eseguite le indagini interne sul personale: usando meccanismi di interrogatorio condotti da manager che hanno avuto una esperienza di polizia, come se fossero ufficiali di polizia giudiziaria.

Ma sul lavoro dei magazzinieri e degli operai gravano controlli ai limiti della violazione della privacy. Tipo manager di Amazon che vanno a controllare quanto tempo si sta in bagno, che vanno ad aprire le porte dei bagni vedere cosa stanno facendo i lavoratori

La scheda del servizio: AMAZON FILES

di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci

Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – le spese del garante, le passioni del generale, la plastica che non ricicliamo, il made in Italy che non c’è

Lo chiamavano garante (ma di chi?)

Le inchieste di Report sui membri del collegio della privacy hanno portato all’apertura di una indagine portata avanti dalla Guardia di Finanzia: le spese “allegre” dei membri, le situazioni da potenziale conflitto di interesse, la caccia dei membri alla talpa di Report con l’accesso agli uffici e l’assurda richiesta di far spiare i dipendenti dell’autority (che in teoria dovrebbe proprio tutelare la privacy degli italiani). E anche alcune scelte fatte dal collegio molto discutibili: la riduzione della multa a Meta (con possibile danno erariale), la multa a Report per l’audio di Sangiuliano (con tanto di visita in via della Scrofa ad Arianna Meloni di Agostino Ghiglia)..

Eh, ma questo collegio è stato nominato dal precedente governo – si difendono a destra: ma gli atti, le spese, le decisioni, fanno pensare ad un collegio in difesa degli interessi del governo di destra.

Ma questa sera Report si occuperà delle spese del collegio che, per quanto riguarda le sole spese di rappresentanza, sono decuplicate dal 2022 per aumentare negli anni successivi (siamo a 400 mila euro)

La scheda del servizio: I GARANTISTI

di Chiara De Luca

Collaborazione di Eleonora Numico

Report torna a occuparsi dell'autorità Garante della Privacy, a seguito delle perquisizioni e dei sequestri ordinati dalla Procura di Roma, che ha indagato i quattro membri del Collegio per peculato e corruzione. Sotto la lente della Procura ci sono anche gli oltre 400mila euro di spese di rappresentanza, che, come dimostrano documenti inediti, forse potevano essere limitate.

L’illusione del made in Italy

Ci si riempie la bocca col made in Italy, con la difesa dell’eccellenza italiana: capi di vestiario venduti a migliaia di euro, che danno lustro al nostro paese ma che dietro nascondono storie di sfruttamento, caporalato, elusione del fisco.

Storie che vengono raccontate dalle tante inchieste giudiziarie sui grandi marchi, ben poco raccontate dai giornali per non sporcare l’immagine dorata dei grandi brand.

Ha ancora senso parlare del made in Italy?”

No, perché le immagini della proprietaria dell’azienda l’Alba a PRato che va a picchiare i suoi operai che si erano permessi di protestare fuori dallo stabilimento in protesta contro il licenziamento parlano da sole.


Lavoratori stranieri che avevano stirato e lavorato capi di abbigliamento del made in Italy, vestiti che troviamo nelle vetrine a 300, 400, 500 euro - racconta a Report Luca Toscano del sindacato COBAS di Prato – e l’hanno fatto per anni con un contratto da addetti alle pulizie con straordinari non pagati, tutti i sabati a lavorare gratis, lavorando anche dieci ore al giorno.

LA filiera del lusso, che garantisci altissimi profitti ai proprietari dei brand e agli azionisti, si basa si queste filiere.

Dove tutti sanno e nessuno parla: tutti sanno che un capo viene a costare poche decine di euro sebbene venga venduto a dieci volte tanto. Capi del lusso prodotti da persone con uno stipendio da 1100 euro al mese lavorando 60 ore a settimana.

Nel servizio verrà intervistato il consulente Gian Gaetano Bellavia che farà le pulci sui conti di queste società del lusso: la sua intervista ha già scatenato un vespaio da parte della destra, a causa del furto che ha subito da parte di una sua ex collaboratrice.

La scheda del servizio: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Dopo le misure di amministrazione giudiziaria nei confronti di molti brand della moda, il Procuratore capo di Milano Paolo Storari ha richiesto la misura interdittiva del divieto di fare pubblicità per 6 mesi per Tod’s. Con un’intervista esclusiva a Diego Della Valle, l’inchiesta ricostruisce la filiera della produzione dei beni di lusso, che dalla casa madre verrebbero appaltati a società italiane senza struttura produttiva che a loro volta subappalterebbero ad opifici cinesi.

Il generale sovranista (con molto tempo libero)

Pur essendo un eurodeputato (della Lega), l’ex generale Vannacci dispone di tanto tempo libero.

Per organizzare manifestazione (con scarso pubblico) fuori Montecitorio. Per fare le sue dirette social, come quella contro Report e il giornalista Luca Chianca, un “cane da tartufo”.

Chissa che volere cercare su di me – si chiede ironicamente l’eurodeputato che, almeno, ha accettato l’intervista: compito del giornalista fare domande, scavare nella vita dei politici per cercare di dare risposte alle tante domande. Per esempio, come mai questo continuo rimandare al ventennio fascista? “Non sono fascista perché oggi è assurdo definirsi fascista, perché il fascismo è finito 85 anni fa..”.

Questa è la classica risposta alla “Meloni”: fascista io? Ma se sono nata nel 1977?
Eppure. L’attacco ai poteri di controllo, la voglia di centralizzare tutto il potere dentro l’esecutivo, lo scavalcare i poteri intermedi (dai sindacati al Parlamento).

E anche il rispondere, come ha fatto Vannacci, che lui non è nostalgico del fascismo MA solo nostalgico dei valori che hanno caratterizzato l’Italia dal 1948 ad oggi, non depone molto a suo favore. Tra i valori fondanti della Repubblica italiana, che piaccia o meno a questa destra, ci sta l'antifascismo.

La scheda del servizio: I FRATELLI DEL GENERALE

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Qualche mese fa, il generale Roberto Vannacci è finito al centro del dibattito, tutto interno al partito di Matteo Salvini, per aver deciso di non finanziare le casse della Lega. Vannacci risulterebbe, infatti, l'unico eletto nel partito a non contribuire, tra i mal di pancia degli iscritti e dei militanti. Nel frattempo, però, Report ha scoperto che Vannacci avrebbe dato vita a un nuovo soggetto politico, oltre all'associazione il Mondo al Contrario. Si chiamerebbe associazione Fondazione Generazione Xa, la Presidente è sua moglie e non sarebbero ancora noti gli scopi. Parallelamente, il generale ha dato vita anche a uno nuovo centro studi, Rinascimento Nazionale, insieme a Luca Sforzini, che a Report ammette di essere massone, con sede nel suo castello in provincia di Alessandria. Ma chi sono gli altri "fratelli" che il generale frequenta sempre più spesso?

Morire di plastica – che non ricicleremo


Conviene importare la plastica riciclata dall’estero piuttosto che non riciclarla in Italia, perché costa troppo: così succederà che moriremo seppelliti da questa plastica (che continuiamo a produrre come se niente fosse). È quello che sta succedendo nei centri di recupero della plastica, dove la plastica stoccata (già lavorata) rimane a fare ingombro per almeno il 50%: “il rischio collasso è giornaliero, è come se fosse una bomba ad orologeria”.

Un danno economico per gli impianti di riciclo della plastica, un danno ambientale per il paese e anche una beffa, perché la plastica riciclata la dobbiamo importare da fuori.

LAB REPORT: CRISI PLASTICHE

di Antonella Cignarale

collaborazione Evanthia Georganopoulou

Le feste sono alle spalle mentre tutto quello che abbiamo scartato e consumato è ancora in cammino lungo la filiera del riciclo, e i rifiuti dagli imballaggi in plastica stanno andando più a rilento delle altre frazioni. Lo scorso settembre le associazioni che rappresentano le aziende di riciclo di materie plastiche in tutta Europa hanno chiesto alla Commissione europea interventi immediati per sostenere la filiera messa in ginocchio da una profonda recessione. La concorrenza dei polimeri riciclati importati da paesi extra europei è diventata feroce. Secondo Plastic Recyclers Europe le chiusure dei centri di riciclo sono aumentate del 50%. Nell’economia circolare basta che un anello si blocchi che ne risentono tutti gli altri e se i polimeri riciclati dai rifiuti non si vendono il rischio è che i rifiuti che continuiamo a produrre non li vuole più nessuno.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

06 ottobre 2024

Anteprima Presa diretta – Italia in vendita

 


Italia in vendita, a buon prezzo anche: serve fare cassa per rispettare le regole di bilancio europeo ed ecco che si svendono asset nazionali, dai cavi di Telecom, pezzi di Poste Italiane, Eni..
La presidente del Consiglio ha incontrato il CEO del fondo di investimento BlackRock (quello dei cavi) nella speranza di nuovi investimenti (leggi shopping) in Italia.

Aspettando PresaDiretta – PFAS gli inquinanti eterni
Nella prima parte della trasmissione PresaDiretta tornerà ad occuparsi dei PFAS, “l’inquinante eterno” che ha avvelenato acque e terreni in Piemonte e Veneto: sono sostanze chimiche persistenti la cui pericolosità è stata ormai accertata scientificamente come sostanze cancerogene. Presadiretta mostrerà quanto è esteso l’inquinamento nel nostro paese e cercherà di dare una risposta a questa domanda, è vero quello che ha scritto l’ex presidente Mario Draghi che dei pfas non ne possiamo fare a meno, perché sono sostanze che servono alla transizione energetica?

Il professor Philippe Grandjean ha studiato le molecole dei PFAS per decenni: sono molecole che non si rompono, per questo sono estremamente pericolose – spiega a Presadiretta – servono temperature di almeno 1000 gradi per distruggerli. Questi materiali sono connessi a diversi tipi di malattie: “possono aumentare il colesterolo, contribuire al diabete e all’obesità, influenzano la funzione della tiroide, la fertilità, forse anche il sistema nervoso centrale. In una gravidanza possono causare aborti spontanei o un basso peso del bambino alla nascita. Certamente i PFAS aumentano il rischio di un cancro ai reni e probabilmente anche al seno e ai testicoli e alla vescica, perché agiscono sul sistema immunitario che ha l’importantissima funzione di eliminare le cellule disfunzionali. Quindi il nostro corpo non si può difendere dal cancro”.
LE parole del professor Grandjean sono state confermate nel novembre scorso da uno studio dell’Agenzia Internazionale del Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha certificato che il PFOA, il tipo di PFAS prodotto in Veneto per cinquant’anni è un cancerogeno certo.

“Ma il fatto più importante” aggiunge il professore “è che che visto che i PFAS passano dalla placenta un bambino piccolo avrà concentrazioni nel sangue molto più alte, proprio nella fase della vita in cui gli organi si stanno sviluppando ”.

Su Today.it potete trovare una anticipazione del servizio che andrà in onda:

La serata di apre con la densa introduzione "Aspettando PresaDiretta", che affronta stavolta questioni legate all’inquinamento causato dai Pfas, sostanze chimiche presenti in numerosi prodotti di uso comune. Insieme a Riccardo Iacona ci sono Giuseppe Ungherese di Greenpeace e due rappresentanti del Comitato Mamma No Pfas, Giovanna Dal Lago e Michela Piccoli. L'indagine spazia dal Veneto al Piemonte, dove queste sostanze vengono prodotte, per analizzare l’impatto ambientale, con particolare attenzione all’inquinamento delle acque e dei terreni. L’inchiesta indaga anche sulla contaminazione del sangue dei residenti, esaminando il potenziale legame con varie malattie e la presenza di Pfas persino in discariche lontane dai centri industriali. Le battaglie legali per fermare la costruzione di nuovi impianti di lavorazione sono al centro della discussione, insieme ai preoccupanti risultati delle analisi del sangue a cui si sono sottoposti volontariamente alcuni cittadini, pagando di tasca propria per ottenere dati sul loro stato di salute. L'inchiesta si espande anche oltre i confini nazionali: ci si concentra ad esempio sul Belgio, dove una multinazionale è stata costretta a sospendere la produzione di Pfas dal governo locale. La trasmissione racconta di imprese che hanno deciso di produrre senza l'uso di queste sostanze dannose.

Italia in vendita
Dalle industrie e al loro impatto sull’ambiente e sulla nostra salute (che dovrebbe venire prima del profitto con buona pace di Draghi), alla salute dell’industria italiana: lo si capisce dal fatto che le grandi multinazionali e i fondi di investimento vengono da noi e si comprano le nostre aziende migliori. È successo nel passato con la moda, con l’industria e adesso si stanno comprando persino i nostri formaggi, il made in Italy per eccellenza (dovremmo avere un ministro a tutela della sovranità alimentate se non sbaglio). Quali sono le conseguenze di questo shopping sulla nostra industria agro-alimentare e per la sovranità alimentare? Chi sono i nuovi padroni del cibo nel mondo?

Presadiretta è andata a New York alla Summer Fancy Food, una delle più importanti esposizioni alimentari del mondo: l’Italia partecipa con più di 100 produttori suddivisi per regione, sono tutti qui per far conoscere le eccellenze del cibo italiano. Qui c’è di tutto, dai salumi, all’olio, dalle passate di pomodoro, ai dolciumi, dalle olive alla pasta fatta a mano al caffè. E poi, cooking show, esposizioni, conferenze, degustazioni: tutto ruota attorno al cibo italiano.
Roberto Savarese è AD della Sorrento Sapori e Tradizioni Sr, a Presadiretta racconta di essere alla fiera perché per loro il mercato americano è quello principale di riferimento; stesso racconto che arriva dallo chef Mario Fiasconaro, della SRL omonima, “per una azienda che ha l’ambizione di esportare, frequentare questo genere di fiere per poter ambire al territorio nazionale, alla propria regione ma anche esportare nel mondo, credo che sia fondamentale, se si vuole espandere, se si vuole crescere ..”
In questa fiera si trovano molte varietà di formaggio: provoloni, mozzarelle, formaggi freschi e stagionati, per tutti i gusti. A poca distanza si trova Lactalis col suo stand: quello della multinazionale francese è il più grande di tutti, in bella mostra ci sono anche le ultime acquisite, i nostri marchi come Ambrosi che oramai fanno parte del loro portafoglio. Ad inaugurare la cerimonia di apertura dello stand italiano il ministro dell’agricoltura Lollobrigida: “gli Stati Uniti non sono per noi un mercato qualunque, sono un mercato straordinariamente importante, il più importante fuori dai confini dell’Unione Europea, l’Italia è rpesente complessivamente facendo sistema e cercando di promuovere le sue eccellenze che rafforzano la ricchezza del nostro paese, dei nostri imprenditori eccezionali che qui vengono a promuovere quello che sanno realizzare da generazioni ..”. Di fronte ai giornalisti ha spiegato come l’Italia non stia vendendo i suoi assett, ma garantisce ricchezza interna, aumentando il proprio export.

Ma è proprio così come dice il ministro Lollobrigida, alle prese in questi giorni con la sua battaglia del grano col servizio civile per i giovani? Perché dati alla mano i prodotti italiani, pur essendo prodotti di eccellenza, trovano poco spazio sui mercati internazionali.
Presadiretta è andata a sentire la versione degli allevatori a Lonigo, in provincia di Vicenza: “siamo degli agricoltori che producono in Italia e come tale vogliamo avere dei cambiamenti perché altrimenti le nostre aziende moriranno nel giro di un anno o due, non dico che moriranno tutte, ma si dimezzeranno”.
La situazione nell’allevamento visitato da Presadiretta è desolante: sale mungitura vuote, la stalla dove fino allo scorso agosto dello scorso anno stavano 40 capi è anch’essa vuota, il silenzio domina la stalla, non c’è più nessun rumore dei muggiti, non c’è più vita, “questo è il simbolo della morte del settore agricolo, questo silenzio”.
Perché si è arrivati alla chiusura della stalla? “I nostri costi sono cresciuti in modo esorbitante però i prezzi sono rimasti a quarant’anni fa..”. Stiamo parlando dei 50 centesimi al litro, pagato pure a 60 giorni, “non è un prezzo che copre i costi di produzione ..”
Gli allevatori sono sottoposti al ricatto della catena di produzione nel settore caseario: non mi vuoi vendere il latte a 50-60 centesimi? E io vado a prendere il latte in Polonia, costa 30 centesimi, perché hanno costi di produzione bassi, il tuo latte tientelo.
E tutto questo avviene sotto gli occhi del ministero della sovranità alimentare.

La scheda della puntata:

L’utilizzo di Pfas e i rischi sanitari correlati a queste sostanze chimiche utilizzate in migliaia di prodotti della vita quotidiana. “Aspettando PresaDiretta”, in onda domenica 6 ottobre, alle 20.35 su Rai 3, viaggia tra Veneto e Piemonte, nei luoghi dove vengono prodotti, per verificare inquinamento delle acque e dei campi, racconta la contaminazione del sangue dei cittadini e il possibile legame con varie patologie, la presenza di Pfas in discariche lontane dalle aree industriali e le battaglie legali per fermare impianti di lavorazione. In primo piano anche i drammatici risultati del biomonitoraggio sui cittadini che si sono fatti analizzare il sangue a proprie spese. Un’inchiesta che prosegue anche all’estero, in Belgio, dove una multinazionale è stata costretta dal governo a bloccare la sua produzione. E infine le imprese che - sia in Italia che all’estero - producono senza usare i Pfas. Ospiti di Riccardo Iacona in studio: Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace e due rappresentanti del Comitato mamma No Pfas, Giovanna Dal Lago e Michela Piccoli.
A seguire, “PresaDiretta” propone la puntata “Italia in vendita”, un viaggio nell’industria agroalimentare italiana da Nord a Sud che, tra fusioni e acquisizioni di multinazionali e fondi di investimento, è entrata nel catalogo dei grandi colossi stranieri, a partire dalla filiera del latte e dei formaggi. Mozzarella, pecorino, parmigiano reggiano: i formaggi simbolo di italianità per eccellenza sono diventati “francesi” perché acquistati dal colosso mondiale Lactalis. Si va negli stabilimenti Parmalat a Collecchio, Nuova Castelli a Reggio Emilia, Alival a Reggio Calabria e in Toscana e poi in Francia, la patria di Lactalis. “PresaDiretta” è andata anche a New York, alla Summer Fancy Food, una delle più importanti esposizioni alimentari del mondo per capire perché i marchi di eccellenza del formaggio italiano non sono forti come potrebbero sul piano commerciale. La battaglia sul prezzo del latte, il dramma delle fattorie che chiudono e il confronto con la legge francese che impone un prezzo equo per tutti i protagonisti del settore. E poi l’ingresso dei Fondi di Investimento stranieri negli asset strategici italiani: storie di acquisizioni, investimenti, dismissioni, chiusure. Riccardo Iacona ne parlerà in studio, in diretta, con il giornalista Stefano Feltri. Infine, un reportage che attraversa la pesante eredità lasciata dalla crisi del 2008. Solo a Torino, nel settore metalmeccanico, in 16 anni hanno chiuso 500 aziende e hanno perso il posto di lavoro 35 mila persone. Tra cancelli chiusi e operai sempre più poveri: un viaggio nel mondo degli appalti, subappalti, cooperative e nella giungla dei contratti che hanno modificato il mondo del lavoro e allargato a dismisura il precariato. 
“Italia in vendita” è un racconto di Riccardo Iacona con Pablo Castellani, Roberta Pallotta, Teresa Paoli, Paola Vecchia, Emilia Zazza, Eugenio Catalani, Fabio Colazzo, Matteo Delbò, Paolo Martino.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

31 gennaio 2023

Report – i conti degli chef, i ghetti e i soldi del PNRR

IL CONTO DELLO CHEF di Luca Bertazzoni

Report ha fatto i conti in tasca agli chef stellati e ai ristoranti con le stelle: come quello in riva al Lago di Como di proprietà di un imprenditore con la passione per la vela.
Il suo ristorante è costato più di 4 ml di euro: ma alla fine la sua attività è finita nelle mani della Guardia di Finanze, le spese per la società col ristorante erano drenati per sue spese.

Negli anni ha accumulato debiti con lo Stato per 107 ml di euro e in dieci anni ha rateizzato il debito.
Nel suo ristorante oggi lavora uno chef che cerca di tener viva la stella Michelin: ogni chef ha un imprenditore alle spalle, racconta ed entrambi puntavano alla seconda stella.

Luca Vissani l’ha vinta la sua seconda stella: ma nel suo ristorante tira aria di magra, nel suo ristorante si lavoro solo metà giornate, solo 16 giorni, lavora solo un forno.
LE spese non sono coperte dai guadagni dei ristoranti stellati, spiega oggi Vissani, che nel 2020 ha perso la seconda stella.
Ma ci si guadagna o no con la cucina stellata? Si parla di poche migliaia di euro l’anno, colpa della tassazione raccontano padre e figlio Vissani.

Una volta fatturavano più di un milione e oggi solo 750 mila euro: dimezza il suo fatturato ma l’utile è sempre quello spiega il consulente Bellavia a Report.
Vissani è stato condannato a sei mesi di reclusione per le tasse non pagate, pena poi convertita con una sanzione pecuniaria: “non sono un santo, devo trovare anche io un modo di sopravvivere .. chiamiamola sopravvivenza”.

Ma con le tasse si paga anche la sopravvivenza di altri, con ospedali e scuole.
I ristoranti stellati sono strutture sostenibili dal punto di vista commerciale?
Pare di no, vedendo il caso Vissani: gli chef esaltano le caratteristiche della nostra cucina,
vanno sovvenzionati quando serve, ma dobbiamo controllare come lavorano, per evitare soprusi e casi di tasse non pagate.
Oggi le chef non bastano, racconta Antonello Colonna: una volta generavano reddito, oggi ci sono i social, dunque bisogna differenziarsi, trovare quel qualcosa di diverso per attirare clienti.

Nel suo ristorante ad esempio sembra di stare in una spa, con bagni turchi e piscine.
Ma tutto questo costa, sin nei dettagli, non solo i cuochi e il personale: ma in ogni caso anche lui racconta che fa fatica a coprire i costi.

Valerio Visintin è un critico culinario intervistato da Report: nasconde il suo volto per poter assaggiare in incognito le creazioni dei migliori ristoranti d’Italia, quelli stellati. Mangia in questi ristoranti i piatti elaborati, non semplici pastasciutte “molte di queste creazioni sono immaginifiche” racconta il critico “cose che non c’entrano niente con la cucina ma che giustificano l’allure di artista che si portano dietro gli chef più quotati.”

Ma non tutti i grandi cuochi stellati fanno così, ce ne sono altri come Giorgio Barchiesi che cucinano piatti molto meno elaborati, per quanto riguarda l’occhio ma non il palato. “Io do da mangiare nel senso che comunque preparo delle cose che non sono così complicate: come vedete cosa stiamo facendo [rivolto alla telecamera di Report], stiamo mettendo aromi e ciccia dentro una pentola.. Uno si deve divertire, se abbiamo l’ansia da prestazione anche in cucina diventa una tragedia, ma che stiamo a fare? La rivoluzione francese? Stiamo a cucinà..”.

Eppure alla presentazione della guida Michelin nel 2023 non sembrava che si stesse solo a cucinare: la Michelin non comunica come vengono assegnate le stelle, coi suoi 90 ispettori per tutta l’Europa. Ma alla fine, racconta Visentin, Michelin si concentra solo sui soliti stellati, è come se fosse l’oscar della cucina.

Dietro le stelle c’è in realtà un mercato di nicchia, gli stellati rappresentano infatti lo 0,2% dei ristoranti italiani e hanno un fatturato che non raggiunge lo 0,4% del totale.
Ogni stella fa aumentare il prezzo del pasto, ma anche i costi per i ristoratori, per avere un ambiente di lusso, per avere dei cuochi all’altezza.

Barchiesi si prende la libertà di comprare carne e verdura di stagione, prendendola dagli allevatori.
Ma in altri ristoranti sono legati ad una offerta non sostenibile:
“Sono quasi tutti ristoranti che sono insostenibili dal punto di vista economico ” racconta il critico “consumano come una Ferrari ma vanno come una 500.”

Gli chef stellati non ci guadagnano nel ristorante: l’essere uno chef stellato genera notorietà, genera immagine che si riverbera in modo positivo per lo chef stellato: come per Alessandro Borghese, che condurrà in televisione un programma suo, un game show, dove inserirà qualche elemento di cucina.
Canavacciuolo è uno degli chef televisivi, che ha vinto il massimo premio da Michelin: guadagna sia dai ristoranti, sia dalle apparizioni televisive, anzi più da quest’ultima, più di 1 ml di euro l’anno.
Bottura ha un giro d’affari da 11 ml di euro, con 2,7ml di utile.
Bastanich ha un volume d’affari da 500mila euro con utili da 3600 euro.
Cracco ha un giro da 700mila euro con un utile da 250mila euro ma le sue società hanno debiti cumulati.
Da 284 ml nel 2019, il fatturato dei ristoranti stellati è passato a 327ml di euro, in crescendo: ma come ha raccontato report, si guadagna di più facendo le apparizioni in televisione e i programmi.
O magari inventandosi un gesto particolare per costargere il sale sulla cane, come successo al macellaio turco, che oggi ha aperto diversi ristoranti nel mondo, da Abu Dhabi a Miami.
Posti dove una bistecca si paga anche 1600 euro.

Ci sono cuochi artigiani e cuochi come Gordon Ramsey, il cuoco cattivo, terrore nelle cucine. O anche Joe Bastianich, suo allievo: istrioni, feroci con gli altri cuochi, capaci di trasformare le cucine come luogo di stress.
Cracco è invece un cuoco che si è pentito, oggi si occupa a tempo pieno dei suo
i ristoranti e ha diminuito le apparizioni televisive: paga 1,2 ml di euro d’affitto in Galleria a Milano, dove il suo ristorante è in perdita. Eppure nel suo bistrot i prezzi sono molto alti, 8 euro una bottiglia d’acqua, un menù da degustazione da 200 euro.
Le società di Cracco hanno debito per 16 ml di euro, “ma dicono che la pizza è buona”, racconta Bellavia.
La TV t
i da un valore aggiunto, come anche i social, ma questo valore non appartiene a te – ammonisce “Giorgione” di fronte a Bertazzoni.

Alessandro Borghese è uno chef che mesi fa ha dichiarato di non trovare personale perché i giovani non amano fare sacrifici.
Ma oggi quanto conviene ai giovani lavorare dentro un ristorante?

A Frignano (CE) a Villa Andrea si tengono tanti eventi, compleanni, feste: dentro lavorano da 15 a 30 persone, ma a bilancio ci sono solo 5 dipendenti, il resto sono lavoratori a chiamata.
Ma c’è anche l’altro lato della storia: sono i dipendenti della ristorazione che protestano assieme ai sindacati di base, come successo l’agosto scorso a Forte dei Marmi. Sono ragazzi che lavorano per più di dieci ore, per pochi euro l’ora, meno del costo delle pizze di Briatore.

Camerieri a chiamata, cuochi a chiamata: il mondo della ristorazione è fatto da giovani che hanno iniziato un ciclo di studi per diventare chef.

Ragazzi che poi dalla scuola finiscono in uno stage, che per l’80% delle volte viene mollato, perché non ce la fanno.

Borghese dice che in pochi vogliono fare gli chef perché tutti pretendono turni regolari: “sono stato male interpretatoracconta a Report, il suo è un mestiere con tanti sacrifici, lavori quando gli altri sono in vacanza.
Il problema e che si pretende senza avere le basi, c’è da faticare, dovrebbero essere i giovani a pagare per lavorare e fare esperienza – secondo Borghese.
I bilanci dei ristoranti di Borghese sono in perdita mentre l’altra sua società che si occupa di apparizioni televisive è invece in attivo: conviene stare in televisione allora?
Il business vero è la TV – spiega il consulente Bellavia a Report: “il business vero è quello, non compra la carne, non paga la luce, non paga l’affitto.”

Nonostante gli iscritti agli istituti professionali, per diventare cuochi, siano in calo, la voglia di lavorare dietro i fornelli c’è ancora: molti dei ragazzi (quelli che non hanno spirito di sacrificio) provano la via dei corsi nelle scuole di cucina. Ci sono corsi base da 5000 euro, racconta a Report una ragazza, mentre il corso superiore circa 13000: sono scuole che danno poi l’opportunità di frequentare degli stage, dove però i ragazzi trovano condizioni allucinanti, fino a 17 ore di lavoro, si inizia alle 8 di mattina per finire a mezzanotte. “La scuola sa di determinate strutture e come funzionano, mi è stato detto benvenuta nel mondo della ristorazione..”

Per gli stagisti valgono le 40 ore settimanali? Non proprio: “la scuola ci ha detto che se anche facciamo 11-12 ore al giorno sempre otto ore dobbiamo scriverci. Mi assentavo un attimo per andare in bagno e sentivo lo chef che urlava il tuo nome, mi metteva angoscia. A scuola ti fanno il brainwashing, ti dicono che questo è normale, quando tu devi iniziare questo percorso per poter fare carriera nella tua vita.”

Ma il problema non è solo la gavetta, anche chi torna dall’estero trova in Italia un sistema con nero, turni fuori contratto, tutto con la scusa che lavori con uno chef stellato.

Che offerte di lavoro trovano gli chef che arrivano a Milano? “Se ti va bene facciamo 15 giorni senza contratto e ti do mille euro” racconta a Report un altro testimone di questo sistema “noi abbiamo uno staff del bangladesh che non vanno mai a casa perché abitano lontano, quindi si riposano qui dentro, sui divani e poi riattaccano loro alle 5.30 – 6.00. Sono macchinette che camminano e lavorano molto bene.”

1000 euro in nero per 15 giorni di prova, questa la prima offerta ricevuta, nel secondo colloquio almeno si parla di un contratto ma il livello e lo stipendio non sono adeguati alla posizione di chef.
Sempre da una conversazione carpita tra un datore di lavoro e uno di questi chef venuti a lavorare da fuori: “Tu mi hai accennato al telefono ad un quinto livello, ma il ruolo di responsabile della cucina è un primo o un secondo livello..”
“Il livello primo e secondo non possiamo permettercelo, è solo una questione di costi, quindi che mi stai chiedendo?”
“2200 tutto dentro è meglio, so che a te costa molto di più, però lì dentro ci sono anche i contributi che poi vanno alla mia pensione.”

E come funzionano i controlli degli ispettori del lavoro?
A Roma Report ha seguito il lavoro di queste persone: controllo dei contratti di chi lavora nelle cucine, evitando le scene di fuga.
E così si imbattono tanti lavoratori in consulenza, il 40% dei lavoratori in nero, che porta poi ad una multa per il ristoratore, con tanto di minaccia, se non assumi il ristorante viene chiuso.
Ma gli ispettori sono pochi, rispetto ai locali in Italia.
Così in Italia gli iscritti agli istituti alberghieri sono in calo, quello nei ristoranti non è più un lavoro che attira, è finito l’effetto masterchef,

Ma noi italiani non siamo nemmeno bravi a tutelare il nostro made in Italy, come ha raccontato il servizio di Emanuele Bellano LA GUERRA DEL DOP.

Tutto questo perché tra Italia e Stati Uniti non esistono accordi per la tutela dei marchi e in questo vuoto normativo, con marchi americani che vendono prodotti dall’italian sounding (asiago, fontina, gorgonzola) che passano per italiani.
Si tratta di una concorrenza sleale, ci sono produttori che fanno il San Marzano secondo le regole del DOP e ci sono produttori che invece le regole non le rispettano, sempre col nome San Marzano.
Tanto basta mettere sul barattolo la scritta certified, con tanto di ente certificatore che fa “una certificazione volontaria”, che nemmeno potrebbe essere apposta sul barattolo, perché fasulla.
Sono produttori italiani che vendono negli Stati Uniti, dove i pomodori “normali” non San Marzano senza bollino hanno quasi lo stesso prezzo del dop.
Ma nel business si sono buttati anche produttori locali creando un far west totale delle denominazione dei nomi: ma vai a spiegare ai consumatori che esiste una differenza tra il san Marzano vero col dop e l’etichetta col marchio che suona come fosse italiano.

Report ha intervista Beatrice Ughi di Gustiamo Inc, una società che importa dall’Italia solo prodotti di alta qualità, certificati da dop e igp: hanno però difficoltà perché sono invasi dall’italian souding o l’italian fake.

Come è possibile? Risponde il presidente dell’istituto italiano del commercio estero a NY: dipende dalle normative che devono essere regolamentate da accordi bilaterali, questi accordi non ci sono stati, sono accordi sulla protezione dei marchi dop. In questo vuoto di normative operano quei produttori che fanno cattiva concorrenza ai nostri prodotti.

Tutto colpa del conflitto tra Boeing e Airbus, se in America troviamo il provolone dal Maryland.

La Belgioioso Cheese è nata da un produttore italiano trasferito negli USA dove produce formaggi italiani che però non possono essere venduti in Europa perché violano le regole del dop.
Tutta colpa dello scontro tra USA ed Europa sulle sovvenzioni per l’Airbus, dentro cui si è inserita la lobby dei produttori di formaggi americani che è stata accolta dai senatori americani e dal presidente Trump.

USCIRE DAI GHETTI di Bernardo Iovene

Le persone che raccolgono i prodotti del nostro made in Italy sono l’argomento del servizio di Iovene, che racconta dei ghetti nel sud.

Ma Iovene racconta anche della storia di Soumahoro, come l’ha raccontata dal Francesco Caruso, sindacalista dell’USB: le loro strade si sono separate, dopo una raccolta di fondi ai tempi del lockdown, soli che in parte sarebbero spariti secondo Caruso.

Il deputato ha creato una sua lega braccianti, non un sindacato: Iovene l’ha incontrato in un ghetto di Foggia dove aiutano i braccianti nei loro rapporti con la burocrazia.

30 gennaio 2023

Anteprima inchieste di Report – gli chef stellati, i ghetti in Italia e il made in Italy

Questa sera Report si occuperà dei grandi chef stellati: sebbene il loro è un mercato di nicchia, gli stellato sono solo lo 0,2% dei ristoratori e hanno un fatturato che non raggiunge solo lo 0,4% del totale. Ristoranti insostenibili dal punto di vista economico, perché il vero business è altro, la notorietà e poi le apparizioni in TV.

Il servizio racconterà anche di come si difende il made in Italy: la sovranità alimentare esiste davvero?

Un altro servizio sarà dedicato ai fondi del PNRR per il superamento dei ghetti ai margini delle grandi città, mentre continuano i morti nelle baracche.

Gli chef stellati

L’uomo mascherato intervistato dal giornalista di Report non è un pentito della mafia o una fonte anonima che non vuole rivelare l’identità per non rischiare ripercussioni nel lavoro: si chiama Valerio Visintin ed è il critico gastronomico del Corriere della Sera, nasconde il suo volto per poter assaggiare in incognito le creazioni dei migliori ristoranti d’Italia, quelli stellati.


Molte di queste creazioni sono immaginifiche” racconta il critico “cose che non c’entrano niente con la cucina ma che giustificano l’allure di artista che si portano dietro gli chef più quotati.”
Ma non tutti i grandi cuochi stellati fanno così: ce ne sono altri che cucinano piatti molto meno elaborati, per quanto riguarda l’occhio. “Io do da mangiare nel senso che comunque preparo delle cose che non sono così complicate: come vedete cosa stiamo facendo [rivolto alla telecamera di Report], stiamo mettendo aromi e ciccia dentro una pentola.. Uno si deve divertire, se abbiamo l’ansia da prestazione anche in cucina diventa una tragedia, ma che stiamo a fare? La rivoluzione francese? Stiamo a cucinà..”.
Dietro le stelle c’è in realtà un mercato di nicchia, gli stellati rappresentano infatti lo 0,2% dei ristoranti italiani e hanno un fatturato che non raggiunge lo 0,4% del totale.

Sono quasi tutti ristoranti che sono insostenibili dal punto di vista economico ” racconta il critico “consumano come una Ferrari ma vanno come una 500.”
Ma l’essere uno chef stellato genera però notorietà, genera immagine che si riverbera in modo positivo per lo chef stellato: come per Alessandro Borghese, che condurrà in televisione un programma suo, un game show, dove inserirà qualche elemento di cucina.
Il business vero è la TV – spiega il consulente Bellavia a Report: “il business vero è quello, non compra la carne, non paga la luce, non paga l’affitto.”
Perché tenere in piedi un ristorante stellato ha un costo molto alto: Vissani ad esempio tiene aperto il suo soltanto 16 giorni al mese, perché non si può tenere aperto per altri giorni per sole due persone, specie quando si arriva a pagare quasi 3000 euro di frutta e verdura
.
Il servizio di Bertazzoni racconterà anche di come si lavora nei ristoranti stellati, come quello di Briatore dove la pizza stellata non ha superato il test di Bernardo Iovene in un passato servizio, pizze che valgono come 10 ore di lavoro. O come quello di Alessandro Borghese, autore di una dichiarazione che causò diverse polemiche: i giovani oggi mancano di spirito di sacrificio, per questo motivo oggi fa fatica a trovare personale (tutti questi ragazzi che si permettono di chiedere salari e diritti..).
Nonostante gli iscritti agli istituti professionali, per diventare cuochi, siano in calo, la voglia di lavorare dietro i fornelli c’è ancora: molti dei ragazzi (quelli che non hanno spirito di sacrificio) provano la via dei corsi nelle scuole di cucina. Ci sono corsi base da 5000 euro, racconta a Report una ragazza, mentre il corso superiore circa 13000: sono scuole che danno poi l’opportunità di frequentare degli stage, dove però i ragazzi trovano condizioni allucinanti, fino a 17 ore di lavoro, si inizia alle 8 di mattina per finire a mezzanotte. “La scuola sa di determinate strutture come funzionano, mi è stato detto benvenuta nel mondo della ristorazione..”
Per gli stagisti valgono le 40 ore settimanali? Non proprio: “la scuola ci ha detto che se anche facciamo 11-12 ore al giorno sempre otto ore dobbiamo scriverci. Mi assentavo un attimo per andare in bagno e sentivo lo chef che urlava il tuo nome, mi metteva angoscia. A scuola ti fanno il brainwashing, ti dicono che questo è normale, quando tu devi iniziare questo percorso per poter fare carriera nella tua vita.”

Ci sono poi gli chef che, dopo aver lavorato in giro per il mondo, provano a tornare a lavorare in Italia: che offerte di lavoro trovano? “Se ti va bene facciamo 15 giorni senza contratto e ti do mille euro” racconta a Report un altro testimone di questo sistema “noi abbiamo uno staff del bangladesh che non vanno mai a casa perché abitano lontano, quindi si riposano qui dentro, sui divani e poi riattaccano loro alle 5.30 – 6.00. Sono macchinette che camminano e lavorano molto bene.”

1000 euro in nero per 15 giorni di prova, questa la prima offerta ricevuta, nel secondo colloquio almeno si parla di un contratto ma il livello e lo stipendio non sono adeguati alla posizione di chef.
Sempre da una conversazione carpita tra un datore di lavoro e uno di questi chef venuti a lavorare da fuori: “Tu mi hai accennato al telefono ad un quinto livello, ma il ruolo di responsabile della cucina è un primo o un secondo livello..”
“Il livello primo e secondo non possiamo permettercelo, è solo una questione di costi, quindi che mi stai chiedendo?”
“2200 tutto dentro è meglio, so che a te costa molto di più, però lì dentro ci sono anche i contributi che poi vanno alla mia pensione.”

La scheda del servizio: IL CONTO DELLO CHEF di Luca Bertazzoni
Collaborazione Marzia Amico

Milioni di follower sui social e star della tv: un tempo si chiamavano cuochi, oggi per tutti sono i grandi chef. Un business, quello degli stellati, che muove milioni di euro fra ristoranti, indotto e soprattutto comunicazione. Ma cosa c’è dietro a questo mondo? Secondo il famoso chef Alessandro Borghese, ai giovani manca la passione, lo spirito di sacrificio, la voglia di lavorare. È davvero così? Con un lungo viaggio dentro i ristoranti stellati, Report fa i conti in tasca agli chef più famosi d’Italia, indagando sul business delle loro attività commerciali, sia nel campo della ristorazione, sia in quello dei media. E poi un racconto delle condizioni di lavoro nel mondo della ristorazione.

L’Italia dei ghetti

Domenica 4 dicembre c’è stato un incendio a Borgo Mezzanone che ha distrutto quattro baracche costruite nel ghetto vicino a Foggia, un insediamento spontaneo dove vivono oltre 1500 migranti.

L’onorevole Soumahoro è andato in visita alla baraccopoli con Bernardo Iovene: “è vita questa? Di questo stiamo parlando. Poi mi si chiede perché sei indignato sempre? Io sono indignato perché vedo le persone vivere in queste condizioni. Ci ho vissuto in passato e sono riuscito a venirne fuori, ma non mi dimentico da dove sono partito.”
Nelle baracche andate a fuoco vivevano braccianti: stavano dormendo dentro queste case di lamiere e si stavano riscaldando con mezzi di fortuna, questo avrebbe causato l’incendio.
Da queste baracche si deve partire, racconta a Report il deputato: “quando si mangiano i prodotti agricoli bisogna chiedersi da dove provengono, piovono dal cielo? No da qui si parte e da qui si ragiona per migliorare, per chi vuole migliorare.”

Bernardo Iovene ha intervistato il deputato anche sull’inchiesta che ha coinvolto la moglie e le cooperative di accoglienza ai migranti, dei selfie, del lusso: “Provo a risponderti sui selfie. Visto che si parlava dei braccianti solo quando c’è il morto mi sono detto, visto che ci sono i social media trasformo i miei canali social in uno strumento per rilanciare e condividere coi cittadini che a casa mangiano e non sanno da dove proviene il cibo”.



In Puglia arriveranno 114 ml di euro dai fondi del PNRR per i ghetti: di questi 53,4 a Manfredonia per far uscire proprio dal ghetto di Borgo Mezzanone i 4000 braccianti agricoli. Una buona notizia di cui però i braccianti non ne sanno nulla: “a noi non servono i soldi del governo per aiutare, noi non vogliamo questo” racconta a Bernardo Iovene uno di questi, Abdullah Ismail “vogliamo usare la nostra energia, lavorare e guadagnare. Non serve: dai loro [i braccianti] i documenti e loro vanno a lavorare e prendono la cassa integrazione da soli.”
Alla base servono documenti e lavoro in regola: i 53 ml che arriveranno al comune di Manfredonia serviranno a questo, il comune dovrà realizzare un piano di azione e rispettare i tempi, altrimenti questa valanga di soldi si perderà.
Qual è la posizione del sindaco?
“Sono tanti soldi, ma soprattutto non ci veniva detto cosa fare perché può essere una opportunità, ma può anche essere un problema. Io ho detto alla Regione ‘scusate io sono sindaco da sei mesi, in un comune dove abbiamo dissesto finanziario, una struttura di personale ridotto come faccio ad adempiere a quelle date che loro avevano predisposto ?’.”
Arrivano i soldi al comune ed è un problema?
“Il rischio è quello, dobbiamo essere onesti su questo.”
Come uscirne? Iovene ha sentito anche l’assessore al bilancio della regione Puglia Raffaele Piemontese:
“Facciamo in modo che le università, a partite dal Politecnico, possano dare un supporto ai comuni.”
I soldi del PNRR sono stati stanziati in base alla presenza dei lavoratori nel ghetto che sono in gran parte senza documenti.
In automatico dovrebbe scattare un permesso di lavoro, inserire questa nuova figura di permesso – spiega a Report Daniele Iacovelli segretario della CGIL di Foggia – che però sia istantaneo al momento che un lavoratore possa dimostrare che ha un rapporto di lavoro valido: “però la possibilità e l’occasione di questo pnrr, che potrebbe essere l’ultima possibilità reale.. ”
Ultima possibilità di non avere più un ghetto come questo, nel paese che si vanta essere una potenzia industriale e una democrazia.

A San Severo c’è un altro ghetto, quello di Torretta Antonacci: il comune ha dichiarato che qui vivono 2000 persone e quindi riceverà 28ml di euro per la dismissione del campo.
“Nel progetto che viene fatto sull’immigrazione e sugli aiuti non c’è nessuno che parla di documenti. Quello che interessa agli immigrati non ci sta.” Sambare Soumalia è un immigrato che si è occupato di tutte le questioni burocratiche dei migranti del ghetto. Ad aiutarlo, tra le complicate normative e le richieste ai vari enti c’è l’ex deputato Francesco Caruso.
All’interno del ghetto c’è un ufficio dove tutti i giovedì c’è uno sportello aperto per queste pratiche: ad esempio il comune di San Severo non riconosce il cedolino della Questura che invece è a tutti gli effetti un documento in attesa della consegna del permesso di soggiorno.
Con questi cedolini, dice la norma, si potrebbe chiedere ed ottenere l’iscrizione all’anagrafica del comune: il problema più grosso di queste persone sono i documenti, perché il comune non va incontro a queste persone?

Francesco Miglio, sindaco di SanSevero ha risposto alla domanda “Non è possibile fare una cosa del genere, c’è un’interlocuzione in atto tra di noi [all’interno del comune]..”
Grazie a queste persone, con o senza documenti, il comune riceverà 28 ml di euro dal pnrr: ma quando Iovene ha chiesto a Caruso se come USB partecipano al tavolo con gli altri sindacati e i comuni sui fondi del pnrr, quest’ultimo ha risposto che non stanno ascoltando gli abitanti di Torretta e che con 29 ml tu costruisci un villaggio, “dopodiché questi rimarranno qua perché non hanno i documenti”. Dunque senza documenti = illegale, dunque clandestino, dunque sempre sfruttabile dai caporali e dalle aziende agricole.

La scheda del servizio: USCIRE DAI GHETTI di Bernardo Iovene
Collaborazione Lidia Galeazzo

Dietro un piatto di spaghetti al pomodoro c’è il lavoro di migliaia braccianti agricoli, che vivono in baracche senza acqua né luce e riscaldamento. La loro condizione di irregolari crea dipendenza dai caporali che speculano sulla paga già bassa e sui trasporti. Per superare questa situazione negli anni sono stati stanziati milioni di euro su progetti ancora in corso sia per lo smantellamento delle baraccopoli che per creazione di moduli, container provvisori affiancati da progetti di formazione e inclusione gestiti da associazioni e volontari. L’ultimo progetto viene dal PNRR: 200 milioni di euro. Questa volta il Ministero del Lavoro ha incaricato l’Anci, quindi i comuni, di fare un censimento dei ghetti, e stanziare dei fondi in base alle presenze. In Puglia arriverà la fetta più grossa, 114 milioni. Quali sono i progetti e i tempi di realizzazione che hanno un cronoprogramma da rispettare pena la perdita del finanziamento? Siamo stati nei ghetti del foggiano, abbiamo visto le condizioni e le esigenze dei migranti braccianti che li popolano, e analizzato i progetti dei comuni. Infine, un’attenzione maggiore al gran ghetto di Torretta Antonacci, dove l’onorevole Aboubakar Sumahoro aveva lanciato la raccolta fondi durante il lockdown. Francesco Caruso, che era all’epoca con Sumahoro, ci ha segnalato i suoi rendiconti.

Difendere il made in Italy

Il governo Meloni ha voluto marcare sin da subito la sua difesa della patria: col ministero dell’ambiente e dell’indipendenza energetica, col ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare (al cognato, così la sovranità si difende meglio).
Ma l’indipendenza energetica è stata affidata al buon cuore del gas algerino e del gas liquido americano. E forse, tra qualche anno, a quello libico.

Come siamo messi invece per la difesa della nostra alimentazione, a parte la guerra contro gli insetti? In che modo il governo sta difendendo i nostri marchi all’estero?
In America i consumatori si sono sensibilizzati alla differenza tra un pomodoro qualsiasi e un pomodoro italiano così i marchi della distribuzione americana hanno creato un nuovo nome, “san Marzano style”: è il far west totale delle denominazioni, dei nomi, tutti in italiano perché è questo il brand che tira.

Ma vai a spiegare ai consumatori che esiste una differenza tra il san Marzano vero col dop e l’etichetta col marchio che suona come fosse italiano.

Report ha intervista Beatrice Ughi di Gustiamo Inc, una società che importa dall’Italia solo prodotti di alta qualità, certificati da dop e igp: hanno però difficoltà perché sono invasi dall’italian sounding o l’italian fake.

Come è possibile? Risponde il presidente dell’istituto italiano del commercio estero a NY: dipende dalle normative che devono essere inter-regolamentate da accordi bilaterali, questi accordi non ci sono stati, sono accordi sulla protezione dei marchi dop. In questo vuoto di normative operano quei produttori che fanno cattiva concorrenza ai nostri prodotti.

La scheda del servizio: LA GUERRA DEL DOP di Emanuele Bellano
Collaborazione Chiara D’Ambros

120 miliardi di euro: tanto vale secondo un rapporto diffuso da Coldiretti il mercato dei finti prodotti tipici italiani nel mondo. I più danneggiati sono i prodotti che in Italia e in Europa appartengono alle filiere Dop e Igp perché produrre un alimento di qualità costa di più. Se però finisce nello scaffale di un negozio americano o asiatico a fianco a un altro con un nome simile ma realizzato non rispettando le regole o usando un metodo e un procedimento meno complessi, contadini, allevatori e distributori ci rimettono tanti soldi. Tra Stati Uniti ed Europa non è mai stato firmato un accordo per il rispetto e la protezione dei marchi Dop e Igp e così produttori italiani e americani hanno invaso il mercato mondiale prendendo in prestito nomi di specialità alimentari famose senza però alcuna certificazione. Nello stato americano del Wisconsin si producono Asiago, Gorgonzola, Fontina, Provolone o in California pomodori San Marzano Style. Siamo andati a vedere come vengono fatti, quali trucchi vengono usati per confondere il consumatore e quanto questi prodotti sono diversi dagli omonimi certificati Dop.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.