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18 ottobre 2025

Anteprima Presadiretta – trafficanti di uomini

Per i trafficanti di esseri umani i migranti sono una miniera d’oro: prendono i soldi da loro quando vengono in Libia, poi li rinchiudono nei lager e chiedono il riscatto ai familiari, altri soldi sono chiesti per partire per l’Italia . E la politica italiana, destra o sinistra, non fa nulla, concretamente, per fermare questo. Anzi. La destra italiana campa sulla propaganda avvelenata contro i migranti. E questa politica d'odio contro i migranti si è estesa, non da oggi, all'Unione Europea.

Il parlamento italiano, composto in gran parte da (presunti) cattolici, ha recentemente respinto l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e anche per il sottosegretario agli interni Mantovano, sul caso Almasri, il torturatore libico su cui pende un mandato di cattura internazionale per i reati che gli vengono attribuiti.

Il Parlamento ha deciso che se il governo non ha consegnato Almasri alla Corte Penale Internazionale e lo ha rimpatriato in Libia lo ha fatto per motivi strategici nazionali e per la sicurezza nazionale – racconta Riccardo Iacona nella presentazione della puntata.

A Presadiretta nell’ultima puntata della stagione 2025 si parlerà proprio del caso Almasri partendo da una domanda: come mai la sicurezza nazionale italiana passa attraverso un capobanda mafioso libico? Presadiretta ricostruirà i rapporti che l’Italia ha avuto con la Libia sin dal 2009, ai tempi in cui Gheddafi era al potere. Presadiretta ricostruirà le reti internazionali attraverso le quali i trafficanti libici di uomini vanno a prendere i loro “clienti” anche a migliaia di chilometri di distanza e accenderà le luci su quello che succede in Senegal e in Bangladesh.

E pensare che questo governo aveva dichiarato guerra senza quartiere a chi lucra sulla disperazione della gente, dando la caccia ai trafficanti di uomini “su tutto il globo terracqueo”. Ma quando ha avuto l’occasione di consegnare alla giustizia internazionale un criminale, Osama Almasri, che per anni ha torturato e sfruttato i migranti in Libia, non lo ha fatto. Almasri è stato rimandato a Tripoli, a casa sua, con un aereo di Stato. A Tripoli è stato festeggiato come un eroe dal suo clan.

La foto, incredibile, mentre Almasri scende dal nostro aereo dei servizi è stata scattata da un attivista libico, Husam El Gomati, avvisato da una sua fonte a Torino: “l’Italia ha rimandato in Libia un criminale a sue spese, facendolo viaggiare in prima classe.. ”
LA corte penale internazionale ha indagato su di lui per anni raccogliendo numerose prove e testimonianze: secondo il mandato di cattura nella prigione di Almasri sarebbero stati uccisi 34 detenuti, altri 22 (almeno) abusati sessualmente, persino un bambino di 5 anni.

A Tripoli una cosa è certa, hanno cominciato a preparare i festeggiamenti prima ancora che Almasri salisse sull’aereo” continua Husam El Gomati nel suo racconto davanti a Riccardo Iacona.

Chi ha fatto pressioni dalla Libia affinché Almasri non finisse alla Corte Penale Internazionale?

L’attivista ha mostra a Iacona un video dove parla il primo ministro della Libia Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, non sono stato io a fare pressioni sull’Italia, sono stati altri membri della milizia di Almasri a contattare l’ambasciata italiana a Tripoli. Il primo ministro della Libia ha di fatti ammesso pubblicamente che la liberazione di Almasri è il frutto di un accordo politico tra una milizia e Roma.

La storia di due migranti in Libia Thdyane e Serifo


Il lungo viaggio di Thdyane e Serifo è partito da Dakar, la capitale del Senegal, passando per l’inferno della Libia: in aereo sono sei ore di volo ma per chi parte senza visto il viaggio verso l’Europa può durare anni. Il Senegal è uno degli hub del traffico di migranti dall’Africa occidentale: da qui partono due rotte, quella atlantica a bordo di piroghe, verso le Canarie. E quella via terra, attraverso il deserto, fino alla Libia e da lì il salto verso l’Italia. Ai giornalisti di Presadiretta sono arrivate le foto di ragazzi senegalesi detenuti nei lager in Libia vittime di violenze e torture. Presadiretta ha percorso al contrario il loro viaggio da Dakar verso il loro paese natale, nella regione di Casamance, assieme a dei volontari del Vis, il volontariato internazionale per lo sviluppo. Una ONG che assieme ai salesiani di Don Bosco lavora coi migranti di ritorno, vittime dei trafficanti. Dopo due giorni di strada finalmente il villaggio da cui i ragazzi delle foto arrivate a Presadiretta sono partiti da qui: qui nel 2017 è partita Thdyane assieme ad uno dei suoi fratelli, Serifo. Vivevano in una capanna senza acqua né luce con altri dieci tra fratelli e sorelle. Fanta è la loro sorella maggiore e a Presadiretta racconta del lungo viaggio fino alla Libia dove sono stati sequestrati e imprigionati più volte, ogni volta veniva chiesto un riscatto alla famiglia “ti chiamano degli sconosciuti, ti dicono solo ‘pagate o li uccidiamo’ e noi dobbiamo trovare i soldi anche se non abbiamo niente.” Adesso sono liberi ma non stanno bene, si stanno ancora curando le ferite. Ai trafficanti la famiglia ha pagato già migliaia di euro, un enorme somma se si pensa che in questa regione del Senegal si vive con meno di due dollari al giorno. Sono tante le testimonianze di persone che hanno dovuto pagare più volte il riscatto per dei loro parenti finiti nelle mani dei trafficanti in Libia: persone che si sono indebitate per pagare, hanno dovuto vendere i loro animali. E le persone per cui è stato pagato il riscatto sono ancora bloccate in Libia.

Il post alluvione in Romagna

Le telecamere di Presadiretta tornano in Emilia, nelle zone colpite dall’alluvione del 2024 per capire ad un anno di distanza qual è lo stato dei lavori di messa in sicurezza del territorio e se i ristori sono stati sufficienti a far ripartire imprese e famiglie.

Perché ci sono famiglie che sono fuori casa da un anno, che non possono rientrare in casa e far partire i lavori perché ancora non si sentono in sicurezza: “io non rientro perché ho paura, non mi sento sicura, mi sono salvata una volta, non posso rischiare una seconda volta.”

A settembre una nuova ordinanza commissariale ha previsto contributi fino ad un massimo di 2350 euro al metro quadro per i proprietari di case che hanno subito danni gravi a seguito delle alluvioni, per costruire altrove.

Ma tanti cittadini non ci stanno e chiedono che sia messo in sicurezza il territorio anziché andarsene: come in Val di Zena, fuori Bologna, una delle aree più colpite nell’ultima alluvione. Vicino all’argine del fiume c’è un gruppo di case con tantissime famiglie che si dovrebbero spostare che non hanno intenzione di abbandonare tutto – racconta a Presadiretta Pietro Latronico il presidente del comitato degli alluvionati della Val di Zena.

Dopo la prima alluvione del 2023 avevano già ristrutturato casa, con tanto entusiasmo, sono stati fuori casa otto mesi, poi sono rientrati finché non è arrivata la seconda alluvione l’ottobre scorso. E ora in casa c’è nuovamente da rifare tutto, impianti elettrici, riscaldamento “ma se non mettono in sicurezza il fiume non spendo i soldi neanche a morire” spiega il signor Latronico.

Noi siamo qua nel limbo, aspettiamo questa politica lenta, abbiamo in Italia una politica lenta e burocratica, la gente vuole i fatti ..”

L’obiettivo non è ritornare come eravamo prima – spiega ai suoi cittadini il presidente De Pascale in un intervento pubblico a Castel Bolognese – “l’obiettivo è vivere in una terra più sicura di quando siamo stati colpiti”.

Presentando i piani di messa in sicurezza il presidente spiega di come ci sia bisogno di risorse, per gli investimenti costosi, per una cassa di espansione si parla di decine di milioni di euro, di norme che semplifichino.

A queste assemblee pubbliche partecipano sia le autorità che i cittadini: tutti chiedono risposte serie per interventi veloci “perché non è che possiamo vivere anche quest’inverno spostando i mobili mettendo dei sacchi” racconta una signora.
Se ci sono i soldi cosa stanno facendo? – è la domanda che si pongono in tanti delle persone colpite, tutti chiedono tempi certi per i lavori, perché tutti devono pagare le tasse, le spese per l’energia, per i lavori nelle case alluvionate.
Si sono perse tre estati, dal 2023 al 2025 – ricorda Riccardo Galassi un geologo esperto in idraulica consulente della commissione di inchiesta parlamentare sul rischio idrogeologico – non si può più perdere tempo: “qui stiamo ancora parlando di affidare degli incarichi a delle società che facciano le progettazioni, dopo di che c’è la valutazione della progettazione, poi la valutazione dell’opera, poi l’affidamento dell’incarico dell’opera, poi devono cominciare i lavori, dopo di che sa cosa significa questo? Che lei torna nel 2027 mi fa la stessa intervista.. questo significa, solo che lasciamo passare altri due anni e la gente è li e ha paura.”
Da qui al 2027 quante pioggie e quanti alluvioni ci prenderemo ancora? – Si chiede un’altra residente della val di Zena “questa è la cosa grave, questa è la cosa che non mi fa stare tranquilla, neanche un po’”.
Le persone hanno paura quando piove, vedono i lavori che non partono e si sentono prese in giro, lavori che inizieranno forse tra due anni, “nei prossimi due anni ci fanno andar via tutti o crepiamo.”

Ma quando partiranno i lavori? A questa domanda risponde il presidente De Pascale: “se stessimo ai finanziamenti del governo, nel 2027, noi vogliamo partire il 2026, anticipando le risorse. Il miliardo del governo parte dal 2027 e dura dieci anni, noi abbiamo detto bene, la regione li anticipa. Quindi noi nel 2026 il nostro obiettivo è iniziare a muovere la terra ..”
Vedremo allora le ruspe per le casse di espansione, anti tracimazione: l’idea della regione è completare entro il 2025 la progettazione e far partire le opere nel 2026, compito che spetta ora alla regione. De Pascale aggiunge che fino al giugno di quest’anno non c’era nulla come finanziamenti (per la messa in sicurezza), tutte le risorse erano solo per ricostruire, “la mia battaglia è stata convincere il governo a stanziare risorse aggiuntive .. Abbiamo perso tempo ma finalmente siamo sul binario giusto, la rabbia la frustrazione dei cittadini è totalmente giustificata.”
Ma 1,1 miliardi di euro sono sufficienti per questi lavori? Secondo il presidente non sono sufficienti, ma non ho voluto rituffarmi nella polemica – spiega a Presadiretta – quando avremo speso i primi 800 ml verremo a discutere richiederne altri.

La scheda del servizio (raiplay):

Un viaggio di PresaDiretta tra Bangladesh, Senegal, Tunisia e Svezia per indagare le rotte del traffico di esseri umani dalla Libia all'Europa. Un'inchiesta che svela i crimini della rete internazionale che sfrutta la disperazione di chi cerca una vita migliore. Al centro, la vicenda del generale Al-Masri, le testimonianze di vittime di torture, oppositori libici e investigatori impegnati a smascherare il sistema. Le telecamere di PresaDiretta raggiungono le famiglie dei migranti in Asia e Africa, raccontando le storie di chi parte e di chi viene ricattato. Emerge l'ipotesi di un coinvolgimento tra Tunisia e Libia di membri delle amministrazioni statali, con prove sconvolgenti tratte dal Rapporto "State Trafficking", realizzato da ricercatori europei. In esclusiva, le immagini della vendita di migranti alla presenza di militari libici e tunisini, un traffico che le autorità tunisine continuano a negare. In studio con Riccardo Iacona, il giornalista e scrittore Gabriele Del Grande, per discutere di politiche migratorie, e Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, per approfondire la vicenda dello spyware Paragon e dei numerosi personaggi finiti sotto sorveglianza.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

01 luglio 2023

Italia Libia 1980 - Italia Russia 2023

Sarà perché l'ho appena finito di rileggere il libro di Purgatori, Lucca e Miggiano su Ustica, e dunque è un periodo che ho fresco nella mia testa, ma penso che se dobbiamo proprio fare un parallelo storico col passato con quanto sta succedendo oggi in Italia, allora si dovrebbe pensare al periodo attorno al 1980.

La tensione internazionale, la corsa al riarmo, l'equilibrio del terrore sull'uso dell'arma nucleare (di cui aveva parlato Berlinguer in una intervista al corriere del luglio 1980). 

«Io non sono d'accordo con chi dice che la guerra non sarebbe una guerra nucleare, che sarebbe una guerra convenzionale. Le guerre si fanno per vincerle e per vincerle si usano le armi di cui si dispone. Le armi di cui si dispone sono armi nucleari e [..]insomma bisogna ridurlo questo equilibrio del terrore»  
Enrico Berlinguer intervista al Corriere della Sera luglio 1980

C'è poi tutto il capitolo dell'eterna ambiguità dalla politica estera italiana, sulla carta nell'area atlantica di fatto con ottimi rapporti commerciali e militari col colonnello Gheddafi nel 1980. Negli anni del nuovo millennio i rapporti ambigui sono stati quelli con Putin, grande amico del più volte presidente del consiglio Berlusconi, ma in buoni rapporto con tutti i successivi presidenti.

Giusto per citare un episodio, Putin è stato ben accolto da Renzi all'Expo del 2015 (dove chiese la fine delle sanzioni contro la Russia): il suo governo acconsentì alla vendita di blindati Lince, nonostante l'embargo dopo la guerra in Crimea del 2014.

Quel periodo di tensione a cavallo tra gli anni 80 culminò poi con l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno, il 27 agosto del 1980: l'areo civile si trovò nel mezzo di una battaglia tra aerei della Nato e aerei libici. Colpito per un errore di un caccia (al momento non sappiamo di quale nazionalità, possiamo solo fare ipotesi) che pensava di colpire un altro aereo militare  nascosto sotto l'ombra del DC9.

Presumibilmente, secondo la ricostruzione degli esperti (e secondo il giudice Priore, autore della sentenza di rinvio a giudizio che ha portato al processo di diversi ufficiali dell'aeronautica), si trattava di caccia americani Phantom che dall'Inghilterra stava arrivando in Egitto, per proteggere l'alleato Sadat contro "il pazzo di Tripoli", all'interno dell'operazione Proud phantom.

Su quella battaglia, per la solita ragione di Stato, per l'essere stati l'anello debole della Nato (per i rapporti ambigui con Tripoli, a cui avevamo venduto armi e forse anche spifferato il trasferimento dei Phantom dall'Inghilterra), i vari governi italiani non hanno potuto rivendicare giustizia per quelle 81 vittime.

E ora, cosa vogliamo fare? Continuare con la corsa agli armamenti, con questo crescendo di tensione?

28 marzo 2016

Il consigliere dei libici coinvolto in Mani Pulite – Lo stato parallelo


Un altro estratto (preso dal sito de l'Espresso) del libro appena uscito di Andrea Greco e Giuseppe Oddo, “Lo Stato Parallelo” (Chiarelettere).
...Gheddafi avrebbe potuto agitare come una clava contro il nostro governo [argomenti compromettenti]. Questioni che magari non coinvolgevano direttamente Berlusconi, ma che avrebbero potuto metterlo in difficoltà per la sua vicinanza al colonnello, anche perché la Libia, dopo la firma del trattato di amicizia, aveva investito in primarie società italiane: dall’UniCredit all’Eni, unico caso di azienda petrolifera occidentale partecipata da un Paese produttore; dalla Finmeccanica, all’ex gruppo bancario Capitalia, alla Juventus. 
Una fonte che [...] vanta rapporti storici con il sistema di potere libico ci racconta degli incontri che Saif al Islam Gheddafi organizzava quasi una volta al mese in un hotel di Salisburgo. Ospiti fissi di queste riunioni erano: l’allora primo ministro Shukri Ghanem (ex numero uno della società petrolifera di Stato libica), che nell’aprile del 2012 fu ritrovato a Vienna, dove era fuggito in esilio, morto nel Danubio; il vicepresidente della Libyan Investment Authority Mustafa Zarti, considerato il cassiere della famiglia Gheddafi, rifugiatosi anch’egli nella capitale austriaca prima del definitivo collasso del regime; e l’ex primo ministro, nonché ex segretario del Congresso generale del popolo, al Baghdadi Alì al Mahmoudi.
A questo comitato d’affari, che si riuniva per discutere dell’amministrazione del patrimonio della famiglia Gheddafi, sembra si aggregassero l’ex ambasciatore libico a Roma Abdul Hafed Gaddur e un ex agente di cambio romano che era stato arrestato durante Mani pulite ed era bene introdotto negli ambienti berlusconiani. Come mai i libici ricorressero alla consulenza di un personaggio del sottobosco finanziario capitolino, pur avendo rapporti con l’alta finanza internazionale per la gestione della liquidità generata dalla vendita di idrocarburi, è un mistero. [...].
 
Le figure più rilevanti del comitato, dove erano pattuite le retrocessioni di denaro a Gheddafi sui più grandi affari della Libia, erano Ghanem e Zarti. Il primo aveva studiato negli Stati Uniti e sapeva tutto dei rapporti personali e finanziari tra Gheddafi e i leader internazionali; Zarti che vive a Vienna dall’adolescenza (è figlio di un diplomatico dell’Opec) ed è stato compagno di studi di Saif al Islam, era inserito nei più importanti circoli finanziari austriaci. Entrambi gestivano fondi riconducibili alla famiglia Gheddafi, il cui patrimonio complessivo la nostra fonte stima tra i 100 e i 150 miliardi di dollari: fondi dapprima congelati dalle autorità austriache e poi rimessi a disposizione degli intestatari dei conti.
Probabilmente Ghanem era anche al corrente del contributo di 50 milioni di dollari che Gheddafi aveva fatto avere a Nicolas Sarkozy per la campagna presidenziale del 2007. Resa pubblica al momento opportuno, la notizia avrebbe potuto distruggere politicamente il presidente della Repubblica francese. «Sarko» sapeva che sulla sua testa pendeva una spada di Damocle e temette il peggio quando da alleato di Gheddafi divenne suo principale nemico. [...] .
 
Il francese Robert Dulas, consigliere di vari capi di Stato africani, francomassone per sua ammissione, strettamente collegato ai separatisti tuareg del Mali, ha scritto - nella sua contro inchiesta sull’uccisione dell’amico Pierre Marziali - che il 14 aprile 2011 Sarkozy ricevette «discretamente una delegazione di insorti libici accompagnata [all’Eliseo] dal filosofo Bernard-Henri Lévy», e che della delegazione avrebbe fatto parte «un certo Mustafa el Sagezli, il numero due della Brigata dei martiri del 17 febbraio», [...] il quale avrebbe chiesto al presidente francese kalashnikov, lanciamissili, mezzi blindati, autocarri, materiale di trasmissione.
Ex militare del reggimento paracadutisti della marina francese, Marziali aveva fondato una società militare privata, la Secopex (Société d’appui stratégique & opérationnel), che prestava servizi di consulenza e di addestramento militare (attività considerate lecite dalla legge francese) e che aveva individuato in Libia opportunità di crescita. Dulas era il suo braccio destro. Marziali era malvisto e mal tollerato nell’ambiente militare da cui proveniva, che gli rinfacciava di reclutare ex colleghi per formare milizie mercenarie (attività, questa, vietata dalla legge francese) e di lavorare per dittatori africani sanguinari nel nome del dio denaro. Dopo la sua morte, il ministero degli Esteri francese dichiarò che la sua presenza in Libia non era nota al Quai d’Orsay, anche se è presumibile che i servizi francesi fossero informati dei movimenti della Secopex. Dal libro di Dulas emerge un fatto clamoroso. Quando si parlava ancora in termini positivi della primavera araba, e si riteneva che la rivolta anti-Gheddafi fosse l’effetto di una reazione popolare contro il regime, Marziali e Dulas avevano consegnato un cd a un commissario dell’Eliseo contenente le immagini delle torture praticate dagli insorti di Bengasi: un modo per mettere in guardia i vertici della sicurezza francese e l’Occidente sulla presenza dell’islamismo più radicale dietro l’esercito dei ribelli. Nel cd c’era la prova della partecipazione alla massa dei rivoltosi di una «nebulosa terroristica» composta da Hezbollah, Hamas, al Qaeda nel Maghreb islamico e rinforzata da uomini provenienti dall’estero. Uno degli elementi di spicco di questa nebulosa era Faouzi Abou Kataf (noto anche come Fawzi Bukatif), numero uno della Brigata dei martiri del 17 febbraio, capo di quel Mustafa el Sagezli condotto al cospetto del presidente francese da Bernard-Henri Lévy. [...]
 
Marziali sarebbe stato dunque assassinato, secondo Dulas, non in modo accidentale, durante un tentativo di arresto, ma perché prossimo a scoprire i presunti inconfessabili legami tra i capi della Brigata dei martiri del 17 febbraio, i servizi francesi e l’Eliseo, con cui la Brigata era in contatto attraverso un proprio emissario (el Sagezli).
Perché Sarkozy si sarebbe compromesso fino a questo punto con uno dei capi della rivoluzione? Perché la Francia, che aveva in corso un programma di cooperazione bilaterale con la Libia nel campo delle tecnologie, del nucleare civile, della difesa e della formazione, ambiva ad acquisire attraverso la Total la fetta più grossa delle attività di esplorazione e produzione.
Le manovre di avvicinamento della Total alla Libia erano cominciate qualche anno prima. Già nel 2009, nel fallito tentativo di aggiudicarsi un contratto di gas dalla Libia, la compagnia transalpina aveva versato un acconto di 9,8 milioni di dollari al faccendiere francolibanese Ziad Takieddine con il benestare dell’allora segretario generale dell’Eliseo, Claude Guéant, futuro ministro dell’Interno di Sarkozy. E sarà proprio Takieddine a dichiarare ai giudici francesi che l’ex capo di gabinetto di Gheddafi, Bashir Saleh, sarebbe andato «a più riprese a incontrare Guéant al ministero dell’Interno», tra il dicembre del 2006 e il gennaio del 2007, per fornirgli «le indicazioni bancarie necessarie al versamento» dei 50 milioni per la campagna di Sarkozy.


Lo Stato parallelo – Chiarelettere, di Andrea Oddo e Giuseppe Greco.

31 agosto 2011

La guerra in Libia, Orwell e la mutabilità del passato


Chi ha letto 1984 di Orwell sa di cosa parlo: uno dei principi del Socing, il partito unico che governa il continente, dove vive l'ultimo uomo, Winston, è la "mutabilità del passato" ovvero
.... per impedire che qualcuno possa smentire le affermazioni o le previsioni del Grande Fratello, la realtà e il passato vengono continuamente modificate. Questo è d'altronde il lavoro di Winston al ministero della Verità (di poter raccontare il falso senza essere smentiti). Winston passa la giornata a riscrivere o correggere articoli (i cui originali vengono gettati dentro il “buco della memoria”) che contengono parti che poi si sono rivelate sbagliate col tempo. O a cancellare dal passato (nei libri o nei giornali) persone che sono finite in disgrazia. Persone che sono state “vaporizzate” , sparite, scomparse. Persone di cui si è persa la memoria.
Come recitano alcuni slogan del regime: “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.
Non esiste passato (se non quello che afferma il Grande Fratello), non esiste memoria. Il passato è mutabile (secondo le esigenze, quando cambiano le alleanze durante le guerre): esiste solo un unico, eterno, perenne presente. Un presente che scorre con gli occhi del Grante Fratello che vi fissano dai cartelloni, con gli elicotteri della psicolizia a pattugliare le strade.

Come commentare altrimenti la guerra civile in Libia, dove la Nato per la prima volta è entrata direttamente tra le forze terrestri, con i giornali che quotidianamente ci parlano degli orrori del regime di Gheddafi?
Lo stesso Gheddafi che l'anno passato, solo 12 mesi fa, veniva accolto con tutte le gheddafine, dalle massime cariche dello stato, da industriali, e elogiato dai giornalisti per i soldi che portava?

28 giugno 2011

C'erano tutti (alla cena per Gheddafi)

Tutti in coda a omaggiare Gheddafi

31 agosto 2010

Bisignani chiama l'ambasciatore libico a Roma Hafed Gaddur, suo amico. Commentano la serata del giorno prima, quando il governo ha omaggiato Gheddafi con una festa.

Bisignani: Grande!
Gaddur: Dove stai?
B: Che bello vederti ieri sera lì con la tua tunica, ero così contento per te, guarda, a me fregava solo di te, il resto non me ne fregava niente.
G: Grazie. Ti ha chiamato la Prestigiacomo?
B: Mi ha mandato un messaggio stanotte. Perché, che le hai detto?
G: Sì, tutto, le ho fatto vedere il leader (Gheddafi, ndr), hanno parlato, fatto la fotografia.
B: Ah.
G: L'ha invitata a Tripoli, ha detto che si fa il protocollo, tutto quello che vuole....Veramente lei è stata contenta, poi con la Gelmini, tutti li ho fatti parlare, uno ad uno, poi alla fine tutti i ministri con lui hanno voluto fare le foto... a un certo momento, io sono fuori da questa foto...mi chiama il leader, e dice: "Ora una foto anche con noi perché tu sei un ministro nei gabinetti del presidente Berlusconi" (ride) "guarda presidente, noi non abbiamo nessun rapporto con un altro ambasciatore come ce lo abbiamo con lui".
B: assolutamente, ma è vero.
G: Ma comunque tutti, poi Fazio, c'era anche Fazio.
B: Sì sì me l'ha comunicato
G: C'era Maroni, c'era Frattini, c'era La Russa, tutti...

Pochi mesi dopo la cena d'onore, l'Italia dichiarerà guerra a Gheddafi.

Sempre dalle intercettazioni sul caso P4

30 aprile 2011

Pure cazziati da Gheddafi

"Il mio amico Silvio Berlusconi ha commesso un crimine così come l’ha commesso il Parlamento italiano. Ma ci rendiamo conto che non esiste un Parlamento in Italia, né tanto meno la democrazia".

L'ultima dichiarazione di Gheddafi, dopo averci dichiarato guerra.
Anche lui ha capito quanto vale la parola del cavaliere, e il senso dello stato dei nostri parlamentari.

02 marzo 2011

Una fazza una razza

Il rais:
Dal 1977 ho dato il potere al popolo e da allora non ho più poteri nel paese né di tipo politico né di tipo amministrativo» afferma Gheddafi parlando ai suoi sostenitori a Tripoli.
«Saluto e faccio gli auguri al popolo libico per questa ricorrenza - ha affermato - dal 3 marzo del 1977 abbiamo passato il potere al popolo e voglio ricordare al mondo che da allora ho dato il potere al popolo.

E poi un affondo sull'Italia:
Abbiamo vinto l'occupazione italiana e americana e il popolo gestisce il petrolio e i suoi proventi».

Dimettermi? Impossibile.
«Non ho un incarico dal quale dimettermi, come negli altri paesi» aggiunge. «Sono rimasto stupito quando ho visto le manifestazioni in mio sostegno in diverse zone del paese - ha aggiunto - perché il mio non è un posto di potere dal quale dimettersi».

Infine il complotto internazionale:
«Quello che sta succedendo è solo una provocazione da fuori, dall'estero, e che non ha nulla a che fare con i libici. Ci sono dei circoli esterni che stanno provocando tutto quello che sta succedendo, l'opposizione viene da fuori la Libia e se hanno deciso di attaccare il nostro simbolo siamo pronti a morire uno a uno per difendere il nostro Paese».

Il rifarsi al popolo, il complotto, l'impossibilità di dimettersi.
Dove l'ho già sentito?
Forse nello stesso paese dove un ministro non si dimette nonostante la parentopoli al ministero e le sue "imprese"
nei confronti della cultura(Pompei, i teatri, etc).
Nello stesso paese dove uno dei responsabili del pià grande crac finanziario in Europa non si farà nemmeno un giorno di carcere (a Milano han chiesto 15 anni, ma li farà?).

25 febbraio 2011

Tutti i segreti della famiglia Gheddafi

“Una soap opera libica”. Non usa mezzi termini Wikileaks per descrivere i retroscena della famiglia Gheddafi che negli ultimi anni, secondo il sito di Assange, è stata più impegnata a coprire gli scandali e a combattere una sorta di guerra fratricida che a governare il Paese.

Nei cable c’è veramente di tutto. Dai malcelati tentativi per coprire l’ostentata ricchezza del clan del colonnello, alle lotte intestine fra i vari rampolli, fino al reale patrimonio detenuto dal rais che ammonterebbe a 32 miliardi di dollari.

Un’opulenza che unita alla sensazione di totale impunità davanti all’opinione pubblica libica può dare alla testa. Gli esempi non mancano. Da ferventi antiamericani, i figli di Gheddafi ad esempio hanno pagato un milione di dollari la cantante americana Mariah Carey per interpretare quattro canzoni durante la festa di Capodanno del 2009 sull’isola caraibica di St. Bart. Ai tempi la notizia viene riportata da alcuni giornali occidentali ma viene subito smentita dai figli di Gheddafi. Il secondogenito Seif al Islam nega in maniera sdegnata l’indiscrezione sostenendo che in famiglia quello che spende somme da capogiro è il fratello Muatassim, consigliere per la sicurezza nazionale. Dal canto suo il fratello risponde “all’affronto” organizzando un altro party ai Caraibi ingaggiando le star Beyonce e Usher.

La diplomazia americana riporta chiaramente come l’eccessiva stravaganza dei fratelli Gheddafi stia irritando molti cittadini libici che non sono più disposti a tollerare queste azioni “immorali e imbarazzanti per il paese”. Ed effettivamente il ritratto dei figli del dittatore che emerge dai cablogrammi a stelle e strisce è impietoso. “E’ come se trattassero la Libia come un loro feudo personale, con lotte intestine per conquistarsi un posto al fianco dell’anziano padre”.

Ed è proprio nella loro faziosità che gli Stati Uniti intravedono, per la prima volta, le crepe nella monolitica dittatura nordafricana. “L’acuta rivalità tra i figli del rais potrebbe giocare un ruolo importante, se non cruciale, sulla capacità della famiglia di mantenere il potere una volta che il Colonnello sia uscito si scena”, dice una fonte americana in un dispaccio riservato al dipartimento di Stato.

Secondo gli osservatori, uno dei motivi principali di tensione è il ruolo di delfino assunto da Saif al Islam e la conseguente gelosia dei fratelli. In particolare di Muatassim che vede in malo modo le aspirazioni liberali del fratello. “L’arresto e l’intimidazione di un certo numero di alleati di Saif, da un lato, e le mosse tese a circoscrivere il ruolo di Muatassim dell’approvvigionamento di armamenti, dall’altro, mostra come il livello di discordia tra i fratelli sia alto”, nota un diplomatico Usa.

I figli del Colonnello arrivano anche ai ferri corti. Nel 2008, Muatassim chiede al presidente della società petrolifera statale 1,2 miliardi di dollari per costituire un corpo di milizie personali. Il tutto solo per sostenere la sua sfida personale col fratello Khamis, comandante delle forze speciali libiche, la guardia presidenziale di Gheddafi.

Ai figli del rais i denari d’altra parte non mancano, visto che ognuno di loro può contare su stabili “flussi di denaro provenienti dalle società petrolifere statali”. Ma è anche il controllo dell’immenso patrimonio del padre a costituire nuove cause di tensione fra i vari fratelli.

D’altro canto, il colonnello e la sua famiglia controllano una parte considerevole dell’economia nazionale e posseggono importanti partecipazioni nei settori del petrolio e del gas, nelle telecomunicazioni, nelle infrastrutture, negli alberghi, nei media e nella grande distribuzione. In un dispaccio del 2006, i diplomatici americani in Libia spiegano che i figli di Gheddafi ricevono regolarmente redditi dalla società petrolifera nazionale, le cui esportazioni annuali ammontano a decine di miliardi di dollari.

E gli affari per loro non mancano: Saif ha accesso ai proventi del petrolio attraverso la società per l’energia del suo gruppo “One-Nine”. La sorella Aisha ha interessi nei settori dell’energia e delle costruzioni e in una clinica privata a Tripoli, la St James. Mohammad, il figlio maggiore, controlla la Commissione generale per le Poste e Telecomunicazioni. Il terzo figlio Saadi (già calciatore del Perugia) progetta una nuova città nell’ovest del Paese come meta turistica. I dispacci descrivono poi una battaglia a tre fra Mohammed, Mutassim e Saadi per il controllo della produzione locale della Coca Cola, una vicenda oscura e complicatissima che neppure diplomatici e uomini d’affari locali riescono a comprendere bene.

Tutte tensioni che non solo hanno fornito “agli osservatori locali materia sufficiente per un feuilleton melodrammatico libico”, ma che condannano il regime alla caduta ben prima dell’inizio della rivoluzione.

24 febbraio 2011

Vietato disturbare


Tripoli: (23 febbraio) Decine di fosse comuni sono state scavate sulla spiaggia di Tripoli per seppellire le vittime, più di mille secondo alcuni media arabi, degli scontri in Libia. Le si vedono in un video amatoriale pubblicato dal sito Onedayonearth e rilanciato dal sito web del quotidiano britannico Telegraph. Sono immagini che mettono i brividi e fanno pensare che le peggiori previsioni per quanto riguarda il «bagno di sangue» in Libia siano vicine alla verità. Ma conferme effettive ancora non ci sono.



Roma: ROMA (31 agosto) - Una faccia scura, quella di Berlusconi. Gheddafi gli sta a fianco, come un maestro. Ma le immagini, nelle fotografie in bianco e nero di un cartellone, sono violente, i segni lasciati dal colonialismo italiano in Cirenaica, «il dolore che si infligge a un popolo», dirà il premier. E Gheddafi spiegherà di aver visto Berlusconi «piangere vedendo» quelle foto di un «dramma» vissuto dal «popolo libico». La Libia non dimentica, ma la ferita è rimarginata e se ne festeggia l’anniversario della ritrovata amicizia tra Libia e Italia. Amicizia (di cui «tutti devono rallegrarsi») che si è trasformata in affari. Per questo Berlusconi non comprende le contestazioni al leader di Tripoli, sollevate dai finiani e dalle opposizioni: «Chi critica è prigioniero del passato».

I tavoli attorno ai quali siedono i grandi manager di Eni, Finmeccanica, Enel, costruzioni e banche, sono la conferma che il Trattato ha portato vantaggi. La liturgia dei caroselli con cavalli berberi e quelli dei carabinieri, con le sciabole scintillanti, gli inni scanditi dalla banda, suggella un patto tra Italia e Libia, certamente unico in un mondo percorso dalle inquietudini e dalle scosse razziali. Sotto la tenda, allestita nei giardini della residenza dell’Accademia libica, il premier ed il Colonnello conversano per mezz’ora di politica internazionale e di Africa, ma anche delle prospettive di pace in Medio Oriente. Discutono di come si può uscire dalla crisi economica internazionale. Non si parla, invece, delle proteste che la visita di Gheddafi (comprese le parole sulla libertà alle donne che è maggiore in Libia che qui) ha suscitato tra i partiti dell’opposizione. Ma dal palco, nel discorso ufficiale, Berlusconi scandisce: «Quando due popoli ritrovano l’amicizia, questo avviene a vantaggio di tutti. E’ grazie a questo che l’Italia ha potuto risolvere la crisi dei visti ed è stato possibile contrastare la tratta dei clandestini dall’Africa all’Europa». Ed il leader di Tripoli ammonisce e minaccia la Ue: ci vuole un finanziamento di 5 miliardi di euro all’anno alla Libia, «altrimenti l’Europa potrebbe diventare Africa, potrebbe diventare nera. L’Italia deve convincere i suoi partner europei».

Chissà consa pensa oggi il giornalista (uno dei tanti) che ha scritto queste cose, nemmeno troppi mesi fa.

22 febbraio 2011

Da qui all'eternità

Gheddafi:
«Non sono un presidente e non posso dimettermi» ha detto il Colonnello, sottolineando di essere il leader della rivoluzione e di voler rimanere, «fino all'eternità un combattente, un mujihid».

Quando ti appelli alla religione, alla spiritualità, significa che sei alla fine.
Come Hitler nel bunker.
Ma proprio questi qua dovevamo sceglierci come partner?

PS: cosa sarà andato a dire a Napolitano, il nostro premier?

31 agosto 2010

Il ricatto si allarga

Il giocatore alza la posta: dopo aver ben bene spremuto l'Italia e capito che tira l'aria giusta, Gheddafi minaccia l'Europa.

Margine a questa inondazione di disperati dalla pelle con un colore diverso, le carceri libiche (quelle dove non possono entrare nè giornalisti, nè i funzionari dell'ONU): carceri di una nazione che non riconosce lo status di rifugiati politici.

Un politico dotato di buon senso si chiederebbe da cosa scappano, gli immigrati. E cosa c'entri la Libia con i grandi flussi migratori.

Come finirà la mano di poker?

PS: ci siamo pure dovuti sorbire la lezione di storia, sui lager italiani in Libia, le 50 morti al giorno .. Ma gli italiani non erano brava gente, soldati che facevano la guerra per portare la civiltà, le strade, la cultura di Roma?
Noi siamo quelli che che cercavamo il posto al sole, la faccetta nera, per dimenticarci delle miserie nostrane. Facevamo la guerra (pure in modo sporco, con le armi di distruzione di massa), come gli altri. Peccato che i programmi di storia non arrivino a coprire il secolo passato.



PS: cosa starà pensando il cavaliere in questa foto? Al fiume di soldi in arrivo?

30 agosto 2010

Rientro amaro






Fine agosto, e fine delle vacanze: per molti il rientro (semmai sono partiti per le ferie) sarà anche un rientro amaro. 500000 cassintegrati, con poche speranze per il futuro.
I precari della scuola, fatti fuori da Gelmini-Tremonti (il ministero dell'abbondanza).

A Rimini, davanti la platea di CL, la lezioncina di economia è stata che se c'è crisi è colpa degli operai, specie quelli del sud (anche a Melfi arriverà la Cassa integrazione), poco duttili e flessibili.
E anche poco chic, avete visto come è grunge Gheddafi, con quel sodoku sull tunicone?

Peccato che il leader della rivoluzione verde cerchi solo hostess donne .. 80-100 euro al giorno per starsene zitta. Buttali via

29 agosto 2010

L'odore dei soldi (libici)

A parte il fatto che ad uno piaccioni i cavalli (oggi è in visita con 30 cavalieri berberi), all'altro gli stallieri.
A parte il fatto che entrambi governano senza opposizione.
A parte il fatto che ad entrambi piace circondarsi di donne.
A parte il fatto che entrambi sono capaci di suscitare (incondizionato) amore nei sostenitori e ira negli avversari.
A parte il fatto di avere un passato poco chiaro (i finanziamenti al terrorismo e l'odore dei soldi).

Cosa non fa l'odore dei soldi (libici), si dimentica tutto ad un tratto da dove provengono (bipensiero, nella neolingua) e si pensa solo a quanto rimpinguano le casse. Di Eni, di Unicredit, delle imprese che si aspettano l'appalto per la nuova via Balbia ..

Scrive Gilioli: Ma dopo aver chiesto soldi ai cassaintegrati che vengono a urlare mezzo pomeriggio sotto il ministero del lavoro, il sindaco Alemanno quanto pensa di chiedere al dittatore sanguinario che ci paralizzerà il traffico per tre giorni con le sue amazzoni, i suoi cavalli, la sua tenda beduina e tutto il resto?

14 luglio 2010

Il prezzo che l'Italia è disposta a pagare

Dopo aver sentito il racconto dei profughi eritrei, la prigionia in Libia, le torture, il traffico di esseri umani, si comprende quale è il prezzo che l'Italia è disposta a pagare, in termini di rispetto dei diritti umani, per aver dato alla Libia di Gheddafi il ruolo di gendarme dei nostri mari.
Libia che poi protesta per la violazione dei diritti umani a Gaza.

25 agosto 2009

Gli onori al colonnello

Non è solo una questione di costi, sulla scelta di mandare le frecce tricolori a Tripoli, all'incontro del colonnello Gheddafi con Berlusconi.
É una semplice questione di opportunità politica: in un momento di tensioni anche dopo la liberazione del terrorista responsabile della strage di Lockerbie (e se i morti fossero stati italiani, come avremmo reagito, già ci siamo dimenticati delle polemiche col Brasile sul caso Battisti?).

Continuare a mettere da parte le questioni umanitarie, dei diritti civili, solo per una questione economica, per tutti gli accordi commerciali delle imprese italiane (Impregilo, Telecom, Eni), non ci porterà a nulla di buono.

11 giugno 2009

Come siamo caduti in basso

Nello stesso giorno, in questo paese vengono tributati i massimi onori ad un dittatore libico.
Che si presenta alla massima autorità italiana con quella foto sulla divisa.

In un altro posto, nello stesso paese, ad un marocchino (Mohamed Hailoua) viene detto che non può entrare in ATM, a Milano, perchè è nordafricano, notoriamente patria di attentatori.

Cosa avrà promesso Gheddafi all'Italia, per tutti questi onori?
L'ingresso delle imprese italiane nella ricostruzione nel suo paese?

"Quest'ultima campagna elettorale ha dimostrato ancora una volta che questi due mondi spesso non si incontrano: i media per settimane si sono occupati di gossip e non sempre di argomenti concreti..".
L'esordio di Minzolini al TG1: nel segno dell'obiettività.
Infatti al TG1 si son ben guardati dal ricordare il passato di Gheddafi: il golpe militare in nome della rivoluzione socialista.
Dittatore e pure di sinistra.
Che fine han fatto gli anticomunisti italiani?

"Nel nostro Paese ci sono stati milioni di adoratori di tiranni sanguinari come Stalin, Mao, Pol Pot. Quel passo che hanno fatto da decenni tutte le sinistre del mondo gli eredi diretti del comunismo italiano non hanno mai avuto la volonta', il coraggio, la forza di farlo. Voglio dire il coraggio e la forza di rinnegare il comunismo e di chiedere scusa agli italiani".
Lo ha affermato Silvio Berlusconi nel suo intervento al congresso del Pdl.


Da wikipedia:
La politica della prima parte del governo Gheddafi può essere definita come una "terza via" tra comunismo e capitalismo nella quale egli cercò di coniugare i principi del panarabismo con quelli della socialdemocrazia.

10 giugno 2009

Un paio di domande al signor Gheddafi

Vista la sua presenza in Italia e l’accoglienza che le è stata concessa, mi permetto di farle un paio di domande.
1) Lei ha sostenuto di sapere le verità sulla tragedia di Ustica: l’abbattimento di un aereo civile (il DC9 dell’Itavia) tra Ustica e Ponza. La Francia non ha mai detto nulla. Nemmeno gli Stati Uniti. Lei cosa ha da dirci oggi? Sono passati ormai 29 anni: non è ora di far emergere la verità?
2) Sempre in tema di terrorismo, sarebbe il caso di chiudere i conti con un certo passato. Chiarire i legami e i finanziamenti ai gruppi terroristi. Non è sufficiente pagare le vittime di Lockerbie e del DC10 abbattuto sul Niger.