Visualizzazione post con etichetta covid. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta covid. Mostra tutti i post

30 agosto 2025

Anteprima Presadiretta – Trump l’uomo di dio

 


Presa diretta torna in prima serata su Rai3 con altre otto inchieste giornalistiche di grande interesse: tre ore di diretta tra reportage, ospiti in studio, ricostruzioni “per cercare di capire in profondità gli avvenimenti che stanno cambiando il mondo e anche le nostre vite e ne usciremo tutti più ricchi, meno spaventati e soprattutto più liberi.” - come spiega nell’anteprima Riccardo Iacona.

Questa sera la puntata è dedicata all’America di Trump, l’uomo che sta cambiando la faccia nel mondo.

Chi sono gli elettori di Trump e qual è il ruolo della chiesa protestante evangelica che lo sta supportando? I giornalisti di Presadiretta sono entrati alla Patriot Church ad incontrare il pastore Ken Peters. A Presadiretta racconta che “noi combattiamo per una nazione governata da Dio, secondo i principi della Bibbia”.

È stato dunque Dio a mettere Trump al potere: lui è un sostenitore dei cristiani evangelici, è un “amico ai piani alti”, alla casa bianca che aiuta la chiesa a raggiungere i suoi obiettivi in cambio del voto dei fedeli.

Si torna a parlare in America di abbattere la separazione tra stato e chiesa: lo ha fatto lo stesso Trump in un discorso a Washington il 1 maggio, “stiamo riportando la religione in America”.

La religione è entrata nelle stanze del potere in America ed è successo tutto così in fretta da non comprendere subito gli effetti: Malachi O’Brien del National Faith Advisory Board racconta che ora si aspettano dal presidente politiche ancora più conservatrici, l’abolizione del matrimonio gay, la fine del diritto all’aborto. “Ho il privilegio di consigliare a Donald Trump perché faccio parte del National Faith Advisory Board e la casa bianca non ha mai avuto un ufficio della fede così influente.”

La sua politica nazionale e internazionale è fortemente condizionata dalla destra religiosa americana che è quella che gli ha fatto vincere le elezioni: una destra clericale, sinceramente antidemocratica, patriarcale: non sono solo parole, sono fatti, storie – spiega Iacona presentando la puntata – sono decisioni politiche mai prese prima nella storia degli Stati Uniti, l’attacco alla ricerca, alle università, alla scuola pubblica, la caccia agli stranieri, l’amicizia di Trump con Putin e Netanyahu e il sostegno ai progetti israeliani alla deportazione dei palestinesi e di annessione di Gaza e della Cisgiordania

Ma tra le politiche conservatrici c’è anche una stretta sull’immigrazione e sui diritti delle donne. Hope Ngumezi racconterà la storia della moglie Porsha: si erano sposati sedici anni fa, hanno avuto due figli, nel giugno del 2023 lei era incinta di 12 settimane, si erano accorti che lei aveva delle perdite così sono andati al Pronto Soccorso di Houston.

Mentre era lì ha avuto un aborto spontaneo, Porsha ha perso il bambino e stava ancora perdendo sangue: i dottori avrebbero potuto effettuare un raschiamento per togliere il feto dalla pancia ma in Texas l’aborto è vietato e questa operazione è consentita solo se la donna è in pericolo di vita.

Così decidono di aspettare e di somministrarle un farmaco, ma dopo alcune ore Porsha inizia a peggiorare, accusando forti dolori al petto ma nessun medico si prende la responsabilità di intervenire. I medici hanno allora cercato di rianimarla senza riuscirci, fino alla sua morte.

Di chi è la colpa di questa morte? Del governo del Texas, dell’ospedale, dei medici ma soprattutto del governo federale risponde oggi Hope.

Oggi a Trump direbbe che aveva una vita bellissima, una moglie fantastica, avevamo due figli di 5 e 3 anni che avevano appena iniziato a conoscere la loro madre e avevano una vita intera per stare insieme e ora è tutto finito.

Quello che fai influisce sulla vita delle persone, le tue leggi stanno uccidendo delle donne, stanno strappando le madri dalle loro famiglie”.

Presadiretta ha raccolto una testimonianza di una famiglia italiana andata in America, a Boston, per dare una speranza alla figlia grazie ad una cura sperimentale ad Harvard. Questo ateneo è stato teatro di uno scontro nei mesi passati con la presidenza Trump.

Liberato e Michela sono i genitori di Antonio e Giulia: la bambina soffre di una gravissima malattia genetica neuro degenerativa, e loro sono venuti proprio a Boston con l’aereo per curarla, grazie alle ricerche in campo biomedico di Harvard.

Giulia è l’undicesima bambina al mondo a ricevere questa terapia genica sperimentale: questo progetto è un perfetto esempio della collaborazione tra l’università di Harvard e gli ospedali di Boston, quello pediatrico è uno dei più grandi d’America, qui c’è un connubio stretto tra i ricercatori e i medici. Questo consente di fare una ricerca di base che si riesce a portare subito in clinica – spiega a Presadiretta Michela Fagiolini. In Italia dirige l’istituto di neuroscienze del CNR e qui lavora da più di venti anni con la Harvard Medical School, studiando i meccanismi del cervello alla base delle patologie rare che colpiscono i bambini.

Gran parte della sua ricerca in questo ospedale era finanziata con soldi pubblici che ora l’amministrazione Trump ha deciso di tagliare.

Noi non possiamo assumere nuove persone e forse dobbiamo licenziare” racconta amareggiata a Presadiretta “abbiamo bisogno di questi fondi per mandare avanti i bambini in terapia intensiva, dove si fanno i trapianti, dove si fa il test pe trapiantare il cuore in un bambino. Se si bloccano queste cose qui veramente giochi con la pelle dei bambini.”

Che America è diventata quella che taglia i fondi alla ricerca?

E’ diventata la non America: la ricerca è una vergogna, non è più una forza .. lavoriamo tanti per arrivare dove siamo e quello che facciamo non per diventare ricchi ma per migliorare la vita delle persone e ora invece di devi vergognare o aver paura di dire quello che fai .. non va bene. Quando Trump è stato eletto la prima volta nel 2016 ci sono state grandi proteste da parte di tutti, adesso non si può scendere nemmeno in piazza e questo è quasi un regime. ”

La scusa per tagliare i fondi è arrivata dopo le proteste degli studenti dopo i massacri dei soldati israeliani a Gaza: molti di loro sono stati arrestati con l’accusa di antisemitismo, hanno minacciato di sospendere i fondi governativi, hanno richiesto di cancellare i programmi di diversità, equità e inclusione. È il pugno duro di Trump contro le università accusate di non fare nulla per controllare le manifestazioni di protesta verso la politica di Israele.

La Columbia University, da cui sono partite le proteste, preoccupata dalle minacce di Trump di tagliare i 400 ml di finanziamenti si allinea subito alle richieste del governo. Il rettore viene sostituito e a luglio la nuova presidente firma un accordo in cui si impegna a pagare una sanzione di 200 ml di dollari all’amministrazione in cambio della sospensione delle indagini sull’antisemitismo nel campus.

Harvard ha invece rifiutato di piegarsi al ricatto: “prenderanno tanti calci nel culo” è stata, letteralmente, la risposta di Trump.

Ma anche in Italia stiamo vivendo una fase dove la scienza è attaccata: l’Italia, per voce del ministro della salute Schillaci, si è astenuta dall’accordo dell’OMS sulle pandemie motivando la scelta con ragioni di sovranità nazionale.

.. crediamo che questo accordo deve essere applicato nel rispetto dei principi di proporzionalità e protezione dei diritti fondamentali incluse la protezione dei dati personali e delle libertà individuali.”

Secondo il dottor Bassetti si tratta semplicemente di una scelta politica, il piano pandemico non ha nulla a che vedere con la sovranità nazionale, l’Italia si è astenuta – continua Bassetti – assieme a paesi noti per andare in una direzione diversa da quella della scientificità, “ripeto, il piano pandemico non prevede nessun tipo di ingerenza nella gestione delle pandemie ..”

Infatti nel piano pandemico su cui noi ci siamo astenuti il richiamo alla sovranità nazionale dei paesi è ripreso sin dalla premessa ed è ripreso nel testo approvato. L’Italia si è astenuta per ragioni politiche e non scientifiche: “si è voluto pensare più ai voti che non alla salute della gente .. questo è un paese dove è diventato quasi vietato parlare di vaccinazioni e i risultati mi paiono abbastanza evidenti, siamo tornati ad avere come protagonista il morbillo, la gente si è vaccinata – per gli ultra ottantenni- per meno del 5%, oggi parlare di vaccini è scomodo invece occorre tornare a che sia comodo parlare di vaccini, perché hanno salvato la vita a tanta gente, la salveranno ancora. Aver messo l’argomento vaccini da parte non è, a mio parere, come tanta parte della comunità scientifica, un errore clamoroso .”

Trump – l’uomo di Dio: La scheda del servizio

Un viaggio di PresaDiretta negli Stati Uniti per raccontare le radici della destra religiosa e il ruolo dei protestanti evangelici che, votando in massa per Donald Trump, stanno influenzando le scelte politiche della Casa Bianca. Dal Texas al Tennessee fino ai luoghi del potere, l'inchiesta entra nelle scuole private cristiane dove ogni materia viene insegnata attraverso la fede, nelle organizzazioni fondamentaliste che raccolgono milioni di fedeli e nelle comunità che sostengono le donne negli Stati dove l'aborto è vietato. Al centro, gli attacchi ai diritti civili e alla scienza: dal pugno duro di Trump contro Harvard e le università accusate di antisemitismo, fino ai tagli ai finanziamenti della ricerca che mettono a rischio progetti cruciali. Il viaggio si allarga a Ginevra, negli uffici dell'Oms, dove emerge l'urgenza di una cooperazione internazionale di fronte a nuove minacce globali come l'influenza aviaria. Quali riflessi può avere questa deriva anche in Italia? In studio con Riccardo Iacona interviene Antonello De Oto, docente di Diritto delle religioni all'Università di Bologna.

RSA – la strage dimenticata

Nell’anteprima della puntata si parlerà di quanto successo nelle RSA nelle prime ondate del Covid: la strage degli anziani e le inchieste finite nel nulla. Come il nulla che è stato fatto per prevenire nuove eventuali pandemie.

Nella casa di riposo della Fondazione Restelli Onlus di Rho il covid ha provocato il decesso del 31% degli ospiti. La residenza sanitaria assistita della Fondazione Vaglietti di Cologno al Serio ha perso – sempre per il virus - il 37% degli assistiti. A distanza di 5 anni, il viaggio di PresaDiretta nelle Rsa, luoghi dimenticati dove nella prima fase della pandemia c'è stato un terzo dei morti avvenuti in tutto il Paese a causa del covid. Perché ancora molto non è stato fatto per affrontare un'eventuale nuova pandemia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter e Instagram della trasmissione.


15 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – le promesse mancate sulla sanità, gli indennizzi agli agricoltori, la champions delle poste e la birra trappista

 Vi ricordate del covid? Quando la politica di fronte alle migliaia di morti, all’impreparazione in cui ci siamo trovati con la pandemia, all’assenza di un di posti letto, aveva promesso un cambio nella sanità, col passaggio da una visione ospedalo centrica ad una sanità territoriale.

Che fine hanno fatto le case di comunità? E la promessa di ridurre le liste di attesa per esami e visite?

E poi l’ospedale covid tirato su in tempi record all’interno della Fiera di Milano, finanziato con donazioni private: che fine hanno fatto quei fondi?

Gli indennizzi agli agricoltori

In caso di alluvione agricoltori vengono indennizzati, almeno sulla carta: è importante, sempre che vogliamo tenere in vita questo settore che sulla carta è tanto caro al governo sovranista e al ministro Lollobrigida, che gli indennizzi siano sostanziosi e immediati.

Ma, come racconterà il servizio di Report, spesso non avviene né una cosa né l’altra, perché esistono casi dove dopo due anni agli agricoltori non è arrivato ancora nulla, “Agricat è stato un fallimento” racconta uno di loro che non si fa problemi a scomodare il mondo politico.
Chi doveva controllare gli indennizzi erogati da questo ente che dipende dal ministero dell’agricoltura?
Secondo Antonio Diomeda – consigliere delegato del centro di assistenza agricola di confagricoltura – “non è un problema di controlli, non c’è la colpa di qualcuno, c’è una norma che va modificata, la cosa grave è se la norma non si modificasse.”
La legge andrebbe modificata in diverse parti: ad esempio in Appennino l’aiuto di Agricat è stata una falsa promessa, agli imprenditori agricoli non arriva nulla, sono in un abbandono totale, anche dopo alluvioni che hanno rovinato interi raccolti.

Un agricoltore colpito da uno di questi alluvioni, Coldiretti ha riportato la risposta di Agricat, ovvero che dagli strumenti satellitari non si vedeva l’acqua stagnante sui terreni (dunque nessun rimborso): ma avere acqua stagnante sarebbe stato impossibile perché, nel caso mostrato dal servizio di Report, il terreno ha una pendenza del 30% a 600 metri sopra il livello del mare, “se ci fosse acqua stagnante sarebbe sommersa tutta la Romagna..”

Insomma, è Agricat che ha stabilito tra i suoi criteri che se non si stagna l’acqua non c’è un danno.

LAB REPORT: PERDITA ASSICURATAIl balletto degli indennizzi

Di Antonella Cignarale

Collaborazione Evanthia Georganopoulou, Eleonora Numico

Per coprire i danni alle coltivazioni causati dalle catastrofi c’è il Fondo Mutualistico Agri-Cat. Nel 2023, anno in cui il fondo Agri-Cat diventa operativo, l’Emilia-Romagna viene travolta da due violente alluvioni nel mese di maggio, i danni stimati sono stati di 8 mld e mezzo. Un duro colpo è stato inferto alle coltivazioni del territorio, rimaste per giorni sott’acqua in pianura e franate in collina e montagna.

A due anni dalla catastrofe Report ha incontrato gli agricoltori che hanno subìto i danni dell’alluvione. Molti credevano che l’intervento del Fondo avrebbe garantito indennizzi rapidi e sostanziosi, ma non è andata così: molte aziende non hanno ancora ricevuto un euro da Agri-Cat. La società che gestisce il fondo, la Agricat srl, oltre non aver brillato per celerità nelle erogazioni, non è stata in grado di individuare al primo colpo tutte le aree agricole danneggiate per calcolarne i danni. Inoltre, il fondo ha una dotazione di 350 milioni di euro ogni anno, il 30% deriva dai contributi versati dalle aziende agricole che ricevono i finanziamenti dalla PAC, ma per le aziende gli indennizzi promessi non coprono neanche i costi delle produzioni perse.

Le promesse mancate sulla sanità pubblica

Secondo i dati della fondazione Gimbe sono 6 milioni gli italiani che hanno rinunciato alle cure a causa delle lunghe liste di attesa o per motivi economici.

Per capire se questi dati sono veri, servirebbe un confronto coi dati in mano alle regioni: ma non è facile perché, come racconta il professor Cartabellotta “le modalità con cui sono resi pubblici i dati sulle varie piattaforme regionali non sempre corrispondono ai processi che ci stanno dietro”, per esempio perché molte agende non comprendono il privato accreditato, che ci siano le liste di galleggiamento, il fatto che le liste siano chiuse, tutto questo non rende questi dati resi pubblici uno specchio fedele della realtà. Su questo - prosegue il presidente del Gimbe – è chiaro che le regioni hanno le loro responsabilità.

Così per avere dati reali il ministero della salute ha mandato i NAS a fine 2024 ad indagare sulle regioni: 3000 ispezioni in ambulatori Cup e uffici Asl. Report è venuta in possesso di un documento esclusivo dove i Nas scrivono che nel 27% dei casi ci sono evidenti criticità a partire dallo sforamento del tempo di ricovero o tempo di visita massimo previsto sulla ricetta. Poi ci sono 184 strutture che avevano le liste non accessibili (le agende chiuse, cosa vietata), errori nelle priorità delle prenotazioni e irregolarità nell’attività di intramoenia.

In Lombardia, a Brescia, si sforano di 42 giorni i tempi per visite urgenti in dermatologia invece che 72 ore; a Cremona ci sono ritardi su tutte le prime visite di endocrinologia, dermatologia e gastroenterologia ma anche per colonscopia ed ecodoppler. A Milano poi i Nas segnalano che alcuni pazienti visitati in intramoenia (libera professione) da medici interni sarebbero poi stati agevolati illecitamente per saltare la lista d’attesa. Il segnale dal sistema è chiaro: se paghi passi davanti a tutti.

C’è un quadro sicuramente molto migliore a quello che ho letto delle altre regioni italiane” commenta a Report l’assessore al Welfare Bertolaso: ma sulle liste di attesa la Lombardia, la regione dell’eccellenza, siamo al “mal comune mezzo gaudio”.

Il problema delle liste d’attesa è un dramma per molti italiani, costretti a rinunciare alle cure: così importante da meritare uno spazio persino nel discorso di fine del presidente Mattarella, perché qui c’è di mezzo la vita delle persone.

Report racconterà la storia di Ilaria De Piscopo, insegnante precaria che ha dovuto rinunciare proprio alle cure perché priva delle risorse necessarie per farvi fronte. Ilaria, nel gennaio di quest’anno, nel corso di una visita a Nocera da un otorino a pagamento, scopre di avere un polipo alla corda vocale destra e le è stato dunque detto che doveva operarsi.

Abbiamo chiesto i tempi e mi è stato detto che c’erano un paio d’anni perché la lista d’attesa è lunghissima..” ha raccontato l’insegnante a Report.

Questi due anni erano un’attesa che non poteva essere accettata, perché Ilaria non riusciva a parlare né a respirare: così il medico le propose un’alternativa, quella dell’intramoenia, ovvero pagarsi di tasca sua l’operazione per un costo da 4500 euro.

Per me 4500 euro sono tantissimi per un qualcosa che potrei comunque fare in ospedale” il commento di Ilaria.

Report è andata a verificare i veri tempi di attesa e anziché due anni erano 14 mesi, comunque tanti: il messaggio che passa da vicende come queste è devastante, se il paziente paga può fare quello che vuole. Anche sulla cifra dell’intervento i conti non tornano.

C’è poi il tema delle case di comunità: dovevano essere finanziate dal pnrr, dove però il legislatore si è dimenticato di metterci dentro medici e infermieri.

Sono state inaugurate in pompa magna qui in Lombardia dall’allora assessora Moratti, ma erano ancora i tempi delle elezioni regionali.


Com’è andata a finire? Report ha visitato
la nuova casa di comunità di Cernusco sul Naviglio, era previsto fosse finanziata coi fondi del pnrr in un edificio nuovo di zecca. Ma poi i fondi sono stati dirottati altrove e, senza i fondi della regione, è stata riadattata la vecchia sede del medico di guardia. Avrebbero dovuto essere strutture aperte tutto il giorno, per snellire il carico sugli ospedali e i pronto soccorso, ma alla fine in assenza di personale, sono strutture che spesso devono rimanere chiuse.

Dunque, la promessa di un potenziamento della sanità territoriale, una delle lezioni da imparare dopo il covid, non è stata mantenuta. E nemmeno si sono potenziati gli ospedali pubblici: Report racconterà la vicenda del Sacco di Milano che ha perso completamente il reparto di cardiochirurgia e la terapia intensiva.

Ne parla il direttore responsabile di cardiologia Maurizio Viecca: “quando una cardiologia non ha più la spalla della cardiochirurgia, ovviamente ne risente, soprattutto l’emodinamica. Per esempio per legge ci vuole presente un’equipe cardiochirurgica che interviene in caso di complicazioni ..”

La cardiochirugia del Sacco viene chiusa ufficialmente nel 2022 per trasferirla al Policlinico di Milano: “l’assessore Moratti, con la scusa dei trapianti portò la cardiochirurgia al Policlinico ma lì i trapianti non li hanno mai fatti, quindi è stata una scusa patetica ..”

Al Policlinico nemmeno c’era un primario – continua il racconto del dottor Viecca – “è stato fatto un concorso, poi il risultato di questo concorso non andava bene, per cui adesso lo rifaranno”. Dopo tre anni dal trasferimento il primario ancora manca e così la terapia intensiva cardiochirurgica è sparita: al Sacco una volta si facevano tre interventi al giorno e oggi al Policlinico se ne fa uno solo al giorno, al Sacco c’erano 30 posti letto mentre al Policlinico ce ne sono solo 12, “qualcuno dovrebbe spiegarmi perché la cardiochirurgia è stata trasferita, funzionava bene, aveva un’esperienza trentennale..” si chiede oggi il dottor Viecca.
La risposta sta a pochi km di distanza: poco distante dal sacco sempre nel 2022 apre il Galeazzi Sant’Ambrogio, il nuovo polo ospedaliero del gruppo privato San Donato: di fatto si è voluto favorire tramite una scelta della regione Lombardia, un privato che, nel nuovo ospedale, ha fatto dentro la la cardiologia, la cardiochirurgia e l’ortopedia.

La scheda del servizio: LA LUNGA E VIGILE ATTESA

di Giulio Valesini, Lidia Galeazzo e Cataldo Ciccolella

Collaborazione Alessia Pelagaggi

Nel 2024 quasi 6 milioni di pazienti hanno rinunciato a prestazioni sanitarie a causa di lunghe liste di attesa o per motivi economici. Anni di tagli alla sanità e fuga di medici e infermieri prima, poi il Covid che ha bloccato ospedali e ambulatori. È ormai esperienza comune chiamare il centralino regionale e sentirsi offrire una colonscopia o un ecocardiogramma per l'anno successivo. Cosa stanno facendo le Regioni per risolvere il problema? E che risultati ha ottenuto il Ministro della Salute Orazio Schillaci con la sua legge per abbattere le attese? Report ha indagato sul campo per scoprire qual è la situazione reale.

La vicenda dell’ospedale Covid in Fiera.

Nei giorni di marzo 2020 il covid fa chiudere l’Italia così, nei padiglioni della Fiera di Milano, si decide di allestire un nuovo ospedale covid sotto la supervisione di Guido Bertolaso.

I primi quattro moduli vengono inaugurati dall’arcivescovo Delpini il 31 marzo 2020. Un ospedale di altissima qualità – così veniva presentato dal presidente Fontana. Pazzali, il presidente della fondazione Fiera lo presentava come un miracolo, abbiamo fatto in 10 giorni quello che normalmente si fa in un anno. Bertolaso logiava l’allestimento di 250 letti per terapia intensiva “una grande struttura dotata tra l’altro di tutti quei servizi diagnostici per un centro di questo livello..”

Per realizzare questo ospedale furono raccolti in donazioni oltre 25 ml di euro: tra i donatori c’era anche lo studio dell’avvocato La Scala che contribuì con 10mila euro.

Ecco, che ne è stato di quelle donazioni? Quanti letti in terapia intensiva sono stati effettivamente comprati? Nessuno ci ha mai detto niente – commenta oggi l’avvocato – e soprattutto nessuno ci ha detto che fine ha fatto l’investimento.

A giugno 2023 è stata firmata una convenzione per trasferire i beni dell’ex ospedale a Gallarate in un ex deposito dell’aeronautica militare dove la regione Lombardia vuole realizzare il nuovo hub per le emergenze sanitarie.

Quell’ospedale non esiste più – racconta oggi l’assessore Bertolaso -è stato trasferito, ma rimane orgoiglioso di quesll’ospedfale che è stato chiamato come lui “Bertolaso hospital”.

Lì sono stati ricoverati 538 pazienti, su 221 posti letti iniziali ne sono stati realizzati solo 157: dove sono oggi questi letti? Sono stoccati in alcuni depositi in attesa del completamento del grande centro da realizzare a Gallarate, spiega Bertolaso alla giornalista di Report.

Riuscirà Claudia Di Pasquale a visitare l’hub di Gallarate come promesso da Bertolaso?

Alessandro Mantovani sul Fatto Quotidiano ha pubblicato un’anticipazione del servizio:

L’ospedale Covid alla Fiera: dopo 5 anni tutto nei depositi

di Alessandro Mantovani

Sulle tracce dei letti e degli strumenti dell’“Astronave” milanese di Bertolaso, costati 14,5 mln. Terapie intensive: 40% dei fondi non spesi

Ricordate, quando il Covid travolse la Lombardia nel 2020, l’ospedale tirato su di corsa in due padiglioni della Fiera di Milano? Fu un’idea di Guido Bertolaso, oggi assessore regionale al Welfare. Lo chiamavano “l’astronave”. Molti clinici non condividevano la scelta di separare le terapie intensive dagli altri reparti e di dividere medici e infermieri su diverse strutture. Passò alla storia per un costo enorme a fronte di appena 538 pazienti ricoverati tra l’autunno 2020 e il 2022: dovevano essere 400 letti, poi 300, poi 221 e alla fine 157. Secondo i rendiconti oggi disponibili spesero 14 milioni e mezzo su 25 milioni di donazioni, senza contare i costi del personale.

Report stasera su Rai3 ci racconta che (brutta) fine ha fatto gran parte delle attrezzature comprate allora e passate alla Fondazione del Policlinico di Milano, che sta costruendo un nuovo ospedale: “Verranno quasi tutte riutilizzate in parte, quelle che si può”, assicurano. Ma a tre anni dalla chiusura dell’“astronave” stanno per lo più nel magazzini, in particolare a Gallarate in un ex deposito dell’Aeronautica già usato per le vaccinazioni Covid e destinato – pare nel 2028 – a diventare un hub per le emergenze sanitarie. Alcuni letti non si capisce dove siano. Ci sono poi monitor, ventilatori polmonari, flussimetri, umidificatori, generatori per caschi cpap: “Hanno bisogno di temperature basse, di manutenzione e di essere attivati periodicamente – dice Maria Rozza, consigliere Pd in Lombardia – È chiaro che le temperature d’estate sono a 50 gradi e d’inverno magari sottozero”. Altri letti comprati allora non potevano essere utilizzati perché privi del marchio Ce: sono al vecchio Sant’Anna di Como, chiuso.

La scheda del servizio: AD OSPEDAL DONATO…

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Giulia Sabella

Sono passati cinque anni dallo scoppio dell'emergenza Covid, la regione più colpita allora è stata la Lombardia. Qui per far fronte alla pandemia fu allestito in pochi giorni un ospedale Covid all'interno della Fiera, grazie alle donazioni di tante imprese e cittadini. Ma che fine hanno fatto tutti i letti, le apparecchiature e le attrezzature acquistate in quelle drammatiche settimane?

All’interno delle Poste

Ecco a cosa serve l’informazione libera e indipendente: a raccontare storie, come quelle che verranno mostrate stasera, su dei brutti comportamenti dentro il mondo di Poste Italiane.
Dei consulenti finanziari all’interno di Poste avrebbero concesso prestiti concessi a clienti senza i necessari requisiti, in cambio di finanziamenti fittizi per lavori di ristrutturazione.

Certo i clienti non dovevano fare questi lavori – racconta a Report un ex consulente finanziario di Poste a Report: “molte volte erano ignari del tipo di prestito che veniva loro proposto e cosa succedeva? Puntualmente i nostri responsabili creavano ad hoc dei preventivi non veritieri , non fatti dalle aziende, da caricare nelle pratiche..”

I preventivi non erano veri, erano preventivi falsi forniti dai responsabili commerciali di zona in maggior parte.
Tra i consulenti – continua il servizio – giravano dei moduli per preventivi per ristrutturazioni edili pre impostati dove bastava modificare il saldo finale in base al prestito chiesto dal cliente.

Preventivi nei quali la stessa ditta, che avrebbe dovuto provvedere alla ristrutturazione è completamente all’oscuro: Report è andata a sentire i responsabili di queste aziende che sono rimasti sgomenti di fronte a queste carte, dei documenti totalmente fasulli.

Oltre ai finti finanziamenti, una sorta di storno (per non dire pizzo) sui prestiti erogati, ci sono altre storie emerse dalle tante segnalazioni arrivate alla redazione di Report: un altro ex consulente finanziario racconta di aver convito un cliente (che aveva bisogno di denaro) alla cessione del quinto sullo stipendio piuttosto che riscattare la vecchia polizza. Il quinto dello stipendio garantisce un tasso di interesse anche del 10% mentre il riscatto della polizza avrebbe tolto soldi a Poste italiane.

Di fatto si è consigliato ad un cliente di poste di indebitarsi, un consiglio che non guarda all’interesse del cliente ma solo al profitto dell’azienda.

Nella chat dove l’ex consulente presentava questa storia si responsabili commerciali i commenti ricevuti erano tutti positivi, dalla referente protezione al referente finanziamenti fino alla referente commerciale che invita il consulente a vendere al cliente altri prodotti..

Il gioco che si fa alle spalle dei clienti lo si comprende meglio da un’altra chat dove un consulente spiega di aver venduto 5000 euro di BTP, ma siccome sui BTP i margini di Poste sono minori rispetto ai suoi prodotti i referenti del consulente non sono contenti: è intervenuta subito la referente commerciale che scrive in chat con la faccina allarmata “ancora BTP”?

Altro consulente e altri 75mila euro in BTP e ancora una volta la responsabile che li ammonisce, state facendo troppi BTP e pochi prodotti di Poste, “basta coi BTP” scrive la responsabile, “devono essere esclusi dalla champions e ora dobbiamo compensare con la raccolta che deve superare di almeno l’80% i BTP sottoscritti”..

Esiste effettivamente una sorta di champions, una competizione tra gli analisti che vendono prodotti finanziari ai clienti, all’interno delle filiali di Poste: vince chi vende più prodotti di Poste italiane, chi si distingue va a Roma a festeggiare la vittoria..

E i clienti cosa ne pensano?

E la magistratura?

La scheda del servizio: LA CHAMPIONS DI POSTE

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Dopo la puntata del marzo scorso su Poste Italiane, la redazione di Report è stata invasa da decine di segnalazioni da parte di alcuni dipendenti. Un vero e proprio vaso di pandora, per raccontare cosa non va nella loro azienda. Nel frattempo, in Veneto qualcosa si è mosso. A marzo scorso la Guardia di Finanza è andata negli uffici postali della provincia di Belluno, quelli raccontati nella precedente puntata dedicata a Poste Italiane. Questa volta, però, non abbiamo parlato soltanto con i portalettere: siamo stati contattati da un gruppo di oltre 100 consulenti postali che hanno raccontato quali prodotti devono piazzare ai clienti. Inoltre, Report ha scoperto, con documenti esclusivi, come vengono erogati prestiti a chi non ha le garanzie adatte: attraverso la presentazione di preventivi di lavori di ristrutturazione che però non vengono mai fatti.

Le birre di Abbazia

Bernardo Iovene torna ad occuparsi di birra dopo il servizio di settimana scorsa: dopo le birre artigianali vere e quelle fintamente artigianali, ora tocca alle birre prodotte nelle abbazie, le birre prodotte dai monaci dell’ordine di Trappa.

Come quella prodotta in Belgio dai monaci trappisti di Notre Dame de Scourmont: qui i monaci producono birra da 150 anni, la Chimay, ma l’abate chiarisce subito che quello che conta per loro è la vita monastica, poi la birra e quello che possono fare grazie alla vendita di questa birra.

I ricavi vanno in parte all’abbazia, alla comunità monastica, una parte ad una associazione di solidarietà ad altre comunità monastiche per assistenza sociale e medica in Belgio e in tutto il mondo, in particolare in Africa. Poi una terza parte va ad una fondazione che si occupa dei comuni nella regione dell’abbazia.

I monaci bevono la loro birra? Solo durante le feste religiose o quando ci sono ospiti, ammette l’abate.

La produzione della birra all’interno delle mura è affidata a dei laici sotto il controllo di don Damien, l’abate: Alessandro Bonin, l’export manager di Chimmay ha accompagnato Iovene nella zona di produzione, gli ingredienti della birra, come il lievito, lo stesso da 70 anni, che viene trattato come una ampolla santa nei laboratori, la forma delle cellule viene controllata continuamente, che deve essere un po’ allungata a fagiolo.

La scheda del servizio: ORA ET BEVI BIRRA

di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo

Le birre Leffe e Grimbergen si definiscono birre di abbazia, in realtà sono prodotte da 2 multinazionali, AB-inBev per la Leffe e Carlsberg per la birra Grimbergen. Le trappiste invece sono vere birre d’abbazia, e hanno regole precise: produzione in abbazia, controllo dei monaci e ricavi destinati alla beneficenza. La troupe di Report è stata in due abbazie trappiste in Belgio e ha verificato tutte le attività di beneficenza finanziate con i proventi della birra. Infine, con i maggiori esperti del settore Report ha fatto un confronto tra le birre d’abbazia prodotte dalle multinazionali e le birre trappiste.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 novembre 2023

Anteprima inchieste di Report – la peste suina e la mafia in Veneto

A 4 anni dalla pandemia per il Covid, Report è andata a Wuhan, dove sono stati tracciati i primi contagi. Se abbiamo dimenticato questo virus (e le migliaia di morti, per la disorganizzazione e il caos nella sanità e nelle istituzioni), non possiamo fare altrettanto per la peste suina che sta decimando i nostri allevamenti di suini al nord.

Laddove tutto è iniziato

Nonostante le pressioni internazionali, racconta il servizio di Giulia Innocenzi, soprattutto nel sud della Cina, nei mercati umidi si trovano ancora in vendita cani e gatti per consumo umano. Cuccioli di cane venduti a 150 yuan, circa 20 euro, “la carne è molto buona” assicura la venditrice. Tutti i cani mostrati saranno venduti per essere mangiati, nessuno arriva in questo mercato per tenersi un cane in casa. Anche i gatti sono venduti per essere macellati e poi mangiati: si possono macellare persino nel mercato, senza far la fatica a casa, dietro il mercato c’è una zona nascosta con gli arnesi per uccidere i gatti o i cani e macellarli in diretta.


Siamo a Nanning, capitale da 8 ml di abitanti della regione dello Guangxi nel sud della Cina: il mercato umido della città è simile a quello di Wuhan dove sarebbe partito il Covid. Umido perché in terra c’è il sangue degli animali comprati vivi e macellati sul posto. Oltre a cani e gatti si vendono per essere mangiati anche serpenti, comprati anche per loro proprietà terapeutiche, il loro veleno è alla base di alcuni rimedi della medicina tradizionale cinese. Come in Italia, anche in Cina del maiale non si butta via niente, nemmeno il naso, le orecchie, “l’occhio è croccante alla brace” rassicura la venditrice.

Il problema dei mercati umidi è che qui si macellano animali che in natura non si incontrerebbero mai e animali già macellati con animali vivi chiusi dietro nelle gabbie. Tutti nello stesso luogo e in condizioni igieniche molto precarie. Magari l’uomo non è pronto al momento a recepire il virus del pipistrello ma potrebbe qui incontrare ospiti intermedi che se convergono nello stesso mercato possono determinare degli ospiti di passaggio – spiega a Report Claudio Bandi professore di microbiologia dell’università degli Studi di Milano.

Ma il viaggio in Cina continua: Giulia Innocenzi mostrerà il palazzo a 26 piani costruito a 90 km da Wuhan, dove verranno allevati e macellati fino a 1,2 ml di animali, il più grande allevamento intensivo dove Report è riuscita ad entrare. Questo è il primo di due palazzi gemelli, prevedono di completare il secondo palazzo entro il capodanno cinese, nel 2024, l’intero investimento è costato mezzo miliardo di euro. Lo stabilimento si può visitare solo attraverso le telecamere dalla centrale di controllo, per evitare contagi e trasmissioni di virus, tutto è automatizzato, controllato, bastano solo 4 persone per piano a controllare tutto, un lavoratore per seimila maiali chiusi in gabbia o nei recinti. Il servizio di Report racconterà come questi allevamenti monstre siano una bomba ecologica e rappresentano un pericolo qualora i virus riescano ad entrare.


E i virus in Italia sono già arrivati: il servizio racconterà anche della situazione della peste suina che sta mettendo in crisi gli allevamenti al nord, come nell’area dell’allevamento di Zinasco che l’ATS Lombardia ha messo sotto fermo di tutti gli animali e dei loro resti. Nonostante questi divieti, il vascone dei liquami, potenzialmente infetti, ha la recinzione aperta in più punti, qualunque animale può entrare, contaminarsi e diffondere il virus.

Ovviamente il problema è chi fa le riprese non chi ha lasciato l’allevamento (svuotato dai maiali perché abbattuti) in queste situazioni: la giornalista incontrato il responsabile che cerca di spiegare che i liquami sono stati trattati, “l’ats è venuta ieri”.
Questi allevamenti a Zinasco era già finiti sotto indagine anni fa dopo che la LAV aveva trovato animali molto sporchi, carcasse lasciate nei recinti e mangiate dagli altri animali e una infestazione di topi. Tutte condizioni contrarie alle misure di biosicurezza per difendere un allevamento dalla propagazione di malattie.

Sul Fatto Quotidiano l'autrice del servizio da una anticipazione dei contenuti che andranno in onda questa sera: si parla di come l'allarme peste suina sia stato in parte silenziato, per non mettere in crisi il famoso "made in Italy". In realtà stiamo spendendo soldi pubblici per gestire situazioni di crisi in allevamenti dove le condizioni di sicurezza non sono state rispettate

A essere invece consapevole dei rischi che corrono gli allevamenti in termini di biosicurezza è la Regione Lombardia, che ha istituito un fondo da 2,2 milioni di euro destinato agli allevatori per costruire le recinzioni per evitare che i cinghiali entrino in contatto con i suini. Peccato, però, che queste recinzioni per decreto andavano fatte entro luglio 2023, mentre il bando della Regione Lombardia aveva come scadenza il 18 settembre, quindi di fatto premiando i ritardatari che avrebbero dovuto fare quelle recinzioni di tasca loro. L’assessore all’agricoltura della Regione Lombardia Beduschi si giustifica dicendo che la priorità è proteggere l’industria suinicola. “C’è un’emergenza e noi dobbiamo proteggere un tesoro che è quello produttivo”. Ma intanto risorse pubbliche sono state spese anche per abbattere i suini. Centomila euro al giorno per un totale di 1 milione e 600 mila euro è quanto avrebbe incassato la ditta olandese, la TCC, specializzata in abbattimenti di emergenza. Un’emergenza pagata con i soldi di noi contribuenti.

La scheda del servizio: I monatti di Giulia Innocenzi
collaborazione Greta Orsi, Giulia Sabella

Le telecamere di Report vanno in Cina e a quasi quattro anni dal Covid tornano a Wuhan ed entrano nei mercati umidi nel sud del paese, dove vengono ancora venduti cani e gatti per essere macellati. E prime in assoluto con Giulia Innocenzi entrano negli allevamenti grattacielo, dove vengono allevati milioni di maiali. Una bomba ecologica, secondo gli esperti, un fortino contro i virus, secondo il governo cinese, che ha puntato su queste strutture dopo che la peste suina ha sterminato centinaia di milioni di maiali. E ora la peste suina è riuscita a entrare negli allevamenti italiani, dove sono stati abbattuti 40.000 maiali. Report mostrerà in esclusiva le immagini di alcuni abbattimenti finanziati dalla Regione Lombardia con diverse irregolarità. Sono stati fatti tutti i controlli necessari?

La mafia nel Veneto

Nonostante sia sparita dall’agenda di governo (e tendenzialmente anche da quella dell’opposizione) la mafia (o le mafie) esiste ancora, non è morta con Messina Denaro, Riina e Provenzano.
Esiste ed è ben radicata anche nel nord, anche in Veneto, a Verona dove, secondo l’Antimafia, esisterebbe una locale della ndrangheta: ne parla il servizio di Walter Molino che ha intervistato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, esperto di lotta alla ndrangheta.

L’imprenditore ndranghetista si veste come noi, mangia come noi, ha solo l’accento calabrese come il mio, però porta tanti soldi. Mettiamo il caso in cui l’imprenditore del nord sia in buona fede, quando l’imprenditore ndranghetista gli propone lo smaltimento dei rifiuti con un ribasso del 30-40%, manodopera a basso costo, mi pare che non si possa parlare di ingenuità o buona fede. Si chiama ingordigia.”
Il capo indiscusso della locale veronese si chiama Antonio Giardino che nel marzo scorso è stato condannato in primo grado a 30 anni di carcere: questa è stata la prima sentenza dibattimentale che abbia riconosciuto la presenza di una organizzazione mafiosa sul territorio veneto.
Il giornalista di Report ha intervistato i parenti dell’imprenditore condannato: “io in Veneto non ho mai visto la ndrangheta, non lo so in altre parti, a Milano, .. mai conosciuto uno ndranghetista.”

Sembra di ascoltare le interviste in Sicilia negli anni 70-80 quando le persone (imprenditori, politici, mafiosi stessi) rispondevano “ma dove sta la mafia?”.

In Veneto non ci sarà la mafia, ma c’è già il primo collaboratore di giustizia della ndrangheta, si chiama Nicola Toffanin ed è investigatore privato, considerato la cerniera tra la criminalità organizzata, la massoneria e la politica. Ai magistrati dell’antimafia di Venezia con cui inizia a collaborare dopo l’arresto racconta della composizione della locale veronese: “mi è stato chiesto di tenere un profilo il più basso possibile, di rimanere in una sorta di mondo di mezzo, la maglia che connette la ndrangheta con la politica, le forze dell’ordine e la massoneria. Diamo la possibilità all’organizzazione di crescere e infiltrarsi nel tessuto economico, imprenditoriale e delle amministrazioni pubbliche. Anche dalla Procura di Verona venivo a conoscenza di tante cose, proprio per questo mi hanno dato il soprannome di avvocato”.
Ascoltando le conversazioni telefoniche di Toffanin, gli investigatori si rendono conto della sua rete di relazioni e del suo potere ricattatorio nei confronti dei politici (tra cui anche l’ex sindaco Tosi): solo un modo per vantarsi? “Se noi siamo intelligenti ci da sempre da mangiare” si dicono Toffanin e Francesco Vallone un imprenditore anche lui finito nelle indagini della procura veneziana ma poi assolto dalle accuse, “al massimo usciamo su Report”.
Sul sito VicenzaToday è uscita una anticipazione del servizio: 

La troupe di Report infatti ha intervistato l'ex senatore leghista vicentino di Arcugnano Alberto Filippi.

Sul capo di quest'ultimo la procura antimafia di Venezia ha fatto cadere alcune gravissime accuse: tra cui quella di essere il mandante di un grave atto intimidatorio nei confronti dell'ex direttore de Il Giornale di Vicenza Ario Gervasutti, oggi caporedattore de Il Gazzettino di Venezia. Filippi, come si legge in una nota dell'ufficio stampa della Rai diramata ieri, davanti alle telecamere di Report spiega di avere subito da un uomo vicino al pentito di 'ndrangheta Domenico Mercurio «una estorsione che non ha mai denunciato» e di aver pagato 7.500 euro per assicurare tranquillità alla sua famiglia e all'impresa: si tratta di una circostanza della quale aveva parlato anche il Corveneto il 2 novembre nella sua edizione on-line. Peraltro nei verbali desecretati di Mercurio, che Report mostra in esclusiva, «il pentito parla anche del sostegno elettorale che la comunità calabrese avrebbe dato all'ex consigliere regionale ed ex presidente di Agsm-Aim, la multiutilty di Verona e Vicenza, Stefano Casali»: che peraltro non è indagato.

Ad ogni modo gli inviati nell'ambito della loro inchiesta andranno oltre il Vicentino e il Veronese. Poiché parleranno delle «tranquille e produttive province di Padova e Treviso, del distretto vicentino della chimica». Territori in cui «le organizzazioni mafiose si stanno prendendo il Veneto». Un punto di vista che lascia poco alla immaginazione giacché «le inchieste antimafia degli ultimi anni hanno portato alla luce un territorio in cui si è radicata la criminalità organizzata. Nel ricco Nordest infatti «Cosa nostra, 'ndrangheta, casalesi si mescolano, concludono affari, si infiltrano negli appalti, si interessano di voti e di amministrazione pubblica, intrattengono rapporti privilegiati con forze dell'ordine, imprenditoria e massoneria». Ma c'è di più. Gli autori torneranno a occuparsi delle intemerate del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro che aveva definito Report «lo schifo dell'Italia» dopo che gli inviati avevano posto al primo cittadini alcune domande scomode.


Walter Molino racconterà nel servizio la vicenda della scuola della Misericordia, uno dei palazzi storici di Venezia, dato in gestione dal comune ad una azienda: il giornalista durante una conferenza stampa aveva chiesto al sindaco Brugnaro se la prefettura avesse aggiornato la pratica antimafia sull’azienda SVM che gestisce il palazzo, dopo l’arresto di Pietro Mollica dal GICO per bancarotta (vicenda del 2015).

Ad oggi, dopo la nomina a sindaco, Brugnaro non è più amministratore della società concessionaria che è finita ad un blind trust: “la prefettura sa tutto e penso che la questione sia già risolta” ha risposto a Report il sindaco che non ha perso l’occasione per prendersela con la trasmissione, “d’altra parte siete report, siete lo schifo dell’Italia”. La domanda era fuori luogo? Non dovrebbero essere i cittadini a dirlo, che magari non hanno ben chiaro in cosa consista questo blind trust?

La scheda del servizio: Cosa Veneta di Walter Molino e Andrea Tornago

Dalla Laguna di Venezia alla campagna veronese, dalle tranquille e produttive province di Padova e Treviso al distretto vicentino della chimica, le organizzazioni mafiose si stanno prendendo il Veneto. Le inchieste antimafia degli ultimi anni hanno portato alla luce un territorio in cui si è radicata la criminalità organizzata: nel ricco Nordest Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Casalesi si mescolano, concludono affari, si infiltrano negli appalti, si interessano di voti e di amministrazione pubblica, intrattengono rapporti privilegiati con forze dell’ordine, imprenditoria e massoneria.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

27 giugno 2023

Report – i resti dell’emergenza e il crollo del ponte Morandi

LE SCORIE DEL COVID di Lorenzo Vendemiale

Lo stato italiano sta pagando le mascherine di FCA anche dopo la produzione, paghiamo le macchine di FCA che non stanno più producendo nulla (costo di circa 600mila euro)

Paghiamo anche l’affitto di stabilimenti di SDA contenenti vecchi dispositivi medici (comprati magari a caro prezzo durante l’emergenza) che oggi non servono più.

L’eredità della struttura commissariale è di circa 3 miliardi di dispositivi, il valore complessivo è di circa 600ml, il costo dell’affitto che paghiamo a SDA è di 85ml: molto del materiale (come le mascherine) è in scadenza e il governo sta cercando di regalarlo ad enti di volontariato o scuole, che però ne hanno fin troppe.

Le scuole avevano scritto alla struttura commissariale per interrompere le forniture, che arrivavano anche dopo l’emergenza: purtroppo non possono nemmeno smaltirle, perché sono rifiuti speciali. Altro che nuove mascherine, le scuole vogliono solo che qualcuno se le venga a prendere.

Verranno bruciate le mascherine? Purtroppo rimane l’unica soluzione, perché non si riuscirebbe a riciclare nulla.

LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO di Danilo Procaccianti

Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, il presidente del Consiglio Conte e altri politici proposero la revoca della concessione ai Benetton, per inadempienza. Passati cinque anni, Report ha raccontato la vicenda del ponte prima e dopo il crollo che causò la morte di 43 persone.

Si parla tanto di garantismo, dei diritti degli imputati, ma spesso ci si dimentica delle vittime e dei loro diritti: ora a stabilire se gli atti dei dirigenti di Atlantia e Aspi spetta ai giudici, dopo le indagini della Procura.

Quel ponte poteva crollare da un momento all’altro – racconta oggi il procuratore Cozzi, una frase che fa riflettere, visto che dopo il crollo Castellucci negò ogni responsabilità.

Non solo Spea fece azioni di bonifica dei computer, attuò ogni mezzo per impedire le intercettazioni, altro che collaborazione con la Procura.
L’ex responsabile della manutenzione di Aspi, Donferri, aveva contatti con generali in pensione per chiedere trattamenti di favore per Castellucci, per difenderlo dai giornalisti.
Infatti Castellucci nel giorno in cui andò in Procura a riferire fu scortato da alti ufficiali dei carabinieri.

Donferri chiede ai collaboratori di cancellare documenti in cui emergeva la cattiva documentazione dell’autostrada, insultando anche le persone che si sentivano in forte imbarazzo.
Oggi di fronte alle domande di Report, risponde che non è vero, c’è una indagine in corso .. come se le intercettazioni non esistessero (e ora si capisce come mai questo governo come tanti altri vuole bloccare la pubblicazione delle intercettazioni).
Perché era importante l’archivio documentale del ponte Morandi?
L’ingegnere Morandi, il costruttore, era consapevole del rischio dell’usura dei cavi di acciaio, per colpa dell’umidità: la corrosione dei cavi era noto da anni, ma Donferri liquidò le proposte di ricostruzione in malo modo. E alla fine Donferri è arrivato al numero due di Aspi.

Oggi è consulente di una società che si occupa di appalti e subappalti a Pomezia, anche in nero – racconta Report.

Il crollo del Ponte Morandi è emblema dell’Italia che si prende cura del bene comune, l’importante è incassare, tanto e subito, anche risparmiando sulla manutenzione, anche a rischio della vita delle persone.

Potrebbe essere l’ultima volta che sentiremo intercettazioni come quelle trasmesse da Report sui Benetton: se passa la riforma Nordio noi cittadini non sapremmo nulla.

Ma ci sono intercettazioni di Donferri che prendeva in giro le proposte di manutenzione: le riunioni non furono registrare dai magistrati ma dall’ex responsabile della sorveglianza di Spea, Vezil, forse per timore di prendersi responsabilità per colpa di altri.

Oggi nessuna delle persone indagate, Castellucci, Donferri, Berti dimostra un qualche rimorso, una forma di rimorso per quanto è successo, anzi, sono proprio i Benetton ad esprimere i giudizi peggiori nei confronti dei manager di Atlantia.

Nessun rimorso, nessuna voglia di chiarire di fronte ai giornalisti, nessuna parola anche a loro tutela: Castellucci è stato descritto dal GIP come una persona senza rispetto per le regole, nonostante prendesse uno stipendio da 400mila euro. Report ha scoperto che l’anno del crollo del Ponte ha avuto il picco dello stipendio, mentre ha preso una buonuscita da 13 ml, nonostante fossero note le sue responsabilità sulla cattiva manutenzione del ponte.
La certificazione del ponte arrivava da autocertificazione – racconta in una intercettazione Mion AD di edizioni Holding (la cassaforte dei Benetton): ma nonostante tutte le preoccupazione nemmeno Mion fece nulla, sebbene sia forse uno dei pochi in questa storia ad aver dimostrato un minimo di ammissioni di colpa.

Mion, Gilberto Benetton, Alessandro Benetton e altri sapevano di questa auto certificazione: potevo fare casino ma non l’ho fatto dice oggi Mion, per conservare il posto, forse.

A novembre 2020 vanno agli arresti domiciliari Berti e Castellucci per una inchiesta parallela: a soccorrerli arriva il solito Donferri, che sapeva che la resina usata per le barriere antirumore era non omologato.
Tutto pur di risparmiare, a Genova come ad Avellino nel viadotto dove sono morte 40 persone (per un pullman caduto dal ponte) nel 2017: bastava spendere 20mila euro per rimettere bulloni nuovi su quel ponte (che era in concessione ad Aspi) e non ci sarebbero stati dei morti.
Per quel crollo Berti è stato condannato in primo grado ma ora pende appello: ci sono delle intercettazioni su quel processo di Avellino dove si sente parlare di risparmi sulle opere di manutenzione, tutto per distribuire più utili ai Benetton.

Aspi era la gallina delle uova d’oro per i Benetton: nel 2016 avevano 3 miliardi liquidi, così ogni anno, potevano costruire un ponte ogni anno, per manutenzioni hanno speso meno del 10% dei soldi incassati dai pedaggi. Dal 2009 al 2019 hanno preso 6 miliardi di dividendi: una valanga di soldi, che ha snaturato la natura imprenditoriale della famiglia Benetton, perdendoci un po’ la faccia e la credibilità.

Il giorno dopo il crollo la famiglia Benetton non rinunciò alla grigliata di ferragosto: anche questo è stato un colpo per i familiari delle vittime, “hanno dato la sensazione di essere senza animaammette lo stesso Mion.

Alessandro Benetton ha scritto a Report una lettera dove parla delle sue critiche fatte alla gestione dei suoi manager, di aver ammesso le colpe in diverse occasioni.
Quando non avevamo tanti soldi avevamo tanta credibilità – ammette: ma chi gli ha consentito di gestire così l’autostrada? Report racconta delle colpe della politica, l’estensione della concessione fatta dal governo Prodi, senza che la politica mettesse dei limiti al concessionario, senza che si mettessero dei paletti ai Benetton,
costringendoli a fare degli investimenti programmati (a questo servivano i pedaggi).

Dopo il crollo del ponte il presidente Conte chiese la revoca della concessione, suscitando la reazione sdegnata dei garantisti all’italiana: purtroppo la concessione vigente aveva una postilla, siglata dal governo Berlusconi, che riconosceva un indennizzo ai Benetton anche in causa di inadempienza.

Il ministro Toninelli cercò di eliminare questa postilla per legge, ma l’iter fu fermato dal ministro Tria, tirando in ballo l’interesse dei fondi internazionali: e l’interesse dei familiari delle vittime?
Anche Salvini si dimostrò tiepido sulla revoca della concessione.

Alla fine cambia il governo Conte 1 e, soprattutto, cambia il ministro Toninelli che oggi racconta che Conte non ebbe abbastanza coraggio né nel difendere il suo ministro e nemmeno nel portare avanti un contenzioso coi Benetton.

Con la nuova maggioranza entrano nel governo PD e Italia Viva di Renzi che non vogliono sentir parlare di revoca e così si inizia a parlare di accordo coi Benetton: la famiglia inizia a tessere i rapporti con Renzi, i 5 stelle, col PD. Con chi hanno interloquito i Benetton?

Sappiamo che alla fine si arrivò all’accordo nel 2020, in cui i Benetton vendono la società a CDP, senza stabilire il prezzo di vendita. Che era la soluzione che volevano i Benetton, che in una intercettazione dicevano che l’unico modo per salvare Atlantia era uscire da Aspi. Coi soldi dello Stato.

Lo Stato italiano nella bozza dell’accordo firma una resa: lo Stato italiano scrive che non revocherà mai la concessione, anche se Atlantia decidesse di non vendere.
Alla fine i Benetton dal crollo del Morandi ci hanno pure guadagnato,
con 8,18miliardi di euro – racconta il giornalista Giorgio Meletti a Report.

Ora la struttura societaria di Aspi è una struttura complessa: altro che nelle mani dello stato italiano, ora è nelle mani di società tedesche, australiane, cinesi e americane. Società straniere che vogliono solo soldi, altro che manutenzione.
Allora, lo stato italiano ha fatto gli interesse degli italiani o dei fondi di speculazione stranieri? Oppure dei Benetton?

25 giugno 2023

Anteprima inchieste di Report – lo stato del paese, la manutenzione dei ponti, del territorio, le scorte delle mascherine

Report si occuperà del crollo del Ponte Morandi cinque anni dopo e dell’alluvione in Emilia Romagna oggi: l’Italia che non sa gestire la quotidianità, la manutenzione del territorio o dei ponti, dei viadotti, delle autostrade in concessione a privati.

Poi un servizio sulla memoria che manca in questo paese, quella che a fatica portano avanti i familiari delle vittime della strage di Ustica, infine un servizio sulle scorte delle mascherine che abbiamo comprato, durante l’emergenza

Il crollo del ponte Morandi

Cinque anni fa, nell’agosto 2019, crollava il ponte Morandi: 43 persone sono morte per colpa della cattiva manutenzione da parte del privato che ha gestito quell’autostrada in concessione.
Vi ricordate ancora i giorni all’indomani del crollo? Da una parte quelli che gridavano via le concessioni e dall’altra parte quelli che, no, basta con questo giustizialismo, dobbiamo aspettare i processi.. Ecco, oggi i
l processo ci dice che erano in tanti a sapere che quel ponte era malato: le accuse principali mosse dalla procura di Genova sono omicidio colposo plurimo, omicidio stradale e crollo doloso, il principale imputato è Giovanni Castellucci.


Ogni volta che a processo finiscono uomini legati al potere (politico, imprenditoriale..) si tira fuori la parola magica, garantismo: basta processo in piazza, basta con le gogne. E i diritti delle vittime di questa strage? E le famiglie delle vittime che hanno dovuto aspettare anni (e ancora ne dovranno aspettare) per avere forse uno spicciolo di giustizia?
Per il processo hanno montato un tendone dentro il Tribunale perché non c’erano aule capienti per i 59 imputati, il principale è Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e di Atlantia, la società dei Benetton che controllava Autostrade. Per l’accusa gli imputati pur sapendo dei problemi del ponte non avrebbero fatto nulla. A parte incassare i profitti dai pedaggi.

Danilo Procaccianti ha cercato di avvicinare l’ex AD Castellucci chiedendo conto delle accuse che gli sono mosse, l’essere un uomo senza scrupoli, ma quest’ultimo ha preferito non rispondere.
Il GIP lo ha definito come un uomo dalla personalità spregiudicata e incurante del rispetto delle regole, eppure negli anni il suo lavoro è stato lautamente ricompensato, mediamente 400mila euro al mese. Report ha scoperto un’amara sorpresa: il massimo del suo stipendio l’ha raggiunto proprio nell’anno del crollo del ponte, quando prese più di 5ml di euro.

La scheda del servizio: LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO

di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

Sono passati quasi cinque anni dal crollo del Ponte Morandi che ha provocato 43 morti. Da qualche mese si è aperto il processo che vede imputate 59 persone tra cui l'ex amministratore delegato Giovanni Castellucci che si è portato a casa 13 milioni di euro di liquidazione. Poi i Benetton si sono resi conto che forse non era il caso e glieli hanno chiesti indietro. Del processo si parla poco ma stanno emergendo fatti importantissimi: il principale è che tanti, troppi sapevano che quel ponte era ammalorato e non avrebbero fatto nulla. Per la prima volta andranno in onda gli audio originali delle intercettazioni e si ascolterà in tempo reale il racconto di quello che succedeva dalle voci dei protagonisti. Nel frattempo, ci hanno detto che Autostrade è tornata allo Stato. È veramente così?

Cosa è successo in Emilia Romagna

Cosa è successo in Emilia Romagna tra il 16 e il 17 maggio?

In due giorni ha piovuto così tanto e in così poco tempo da portare all’allagamento di intere zone della regione: ma sono solo queste le cause del disastro (ambientale, sociale, industriale) che ci costerà diversi miliardi di euro oppure c’è anche dell’altro, come l’abbandono della manutenzione del territorio?

Sulla zona dell’appennino Romagnolo sono caduti fino a 250mm di pioggia su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni non aveva mai piovuto così tanto, inondando tutta la pianura romagnola, mentre le strade in collina sono sprofondate sotto l’impeto dell’acqua.

Report è andata sul territorio colpito, come nel comune di Santa Sofia, in provincia di Forlì Cesena: “è una zona che da sempre è fragile, a livello geologico, ma nessuno ricorda qualcosa di simile, sembra un terremoto” – racconta il sindaco, di fronte all’immagine del crollo delle strade, alle fratture dell’asfalto.

Ci sono zone che hanno tenuto bene – continua il sindaco – sono quelle dove negli anni si sono fatti degli interventi: in tutta la Romagna sono state registrate più di 800 frane, ma nella regione se ne erano registrate, prima dell’alluvione, già 80mi, la. Come gli smottamenti a Predappio alta, dove la frana ha scavato il terreno sotto le case: qui gli abitanti puliscono i fossi, fanno manutenzione come possono, ma qui dalla regione e dagli altri enti non arriva nessuno.
“Nel passato, coi patti agrari si scrivevano con grande puntigliosità quelli che erano gli obblighi di manutenzione” – racconta la geografa Paola Bonora a Report – “perché attorno ad ogni campo c’erano delle canalette che bloccavano il flusso dello scorrimento delle acque.”

L’abbandono dell’Appennino spiega in parte cosa sia successo a valle: un’onda di acqua, fango e alberi partita dalle montagne ha investito tutto il territorio perché i torrenti costretti dentro piccoli canali, con poca manutenzione non hanno retto all’urto.

Emblematica la storia raccontata dal coltivatore di kiwi Ivano Gagliani: “se i fiumi sono puliti l’acqua scorre senza problemi” racconta a Luca Chianca mostrando invece la situazione del fiume che costeggia il suo campo ora sommerso dal fango. Ma non c’è stata nessuna operazione di pulizia: dopo l’alluvione di inizio maggio si era accorto che un albero era franato nell’alveo del fiume, così aveva scritto alla regione, chiedendo che fosse rimosso. Ma è arrivata prima la seconda alluvione del 16, così l’acqua è arrivata in massa dal fiume, l’albero ha fatto da diga e ha deviato l’acqua sul campo. Per il coltivatore è una perdita stimata in 250mila euro, perché andrà rifatto tutto l’impianto e tre, quattro anni di mancata produzione.

Quando ha scritto in regione cosa le hanno risposto?

Hanno risposto a lei? A me non hanno risposto..”

Report ha sentito poi la versione della regione Emilia Romagna, intervistando la vice presidente Priolo: “è evidente che in un evento come questo emerga come la frammentazione normativa non ci aiuta in questi ambiti qua: la difesa del suo è del ministero dell’Ambiente, la pianificazione e programmazione dell’Autorità di Bacino che pianifica e programma il rischio alluvione. Noi diventiamo l’ente attuatore se però il piano viene finanziato, capisce che è complicato..”.
Ed è proprio all’Autorità del bacino del Po, che deve scrivere i progetti per contrastare questi fenomeni che il governo ha tolto 6ml di euro, prima dell’alluvione. Eppure è l’ente che ha lo sguardo completo su tutto il bacino Padano, dal Piemonte al delta in Romagna.
A cosa servivano i 6 ml tolti? – è stata la domanda fatta ad Alessandro Bratti, segretario dell’autorità di Bacino del fiume Po - “oltre che alle spese di consumo dell’energia, anche per dare come successo nel passato, qualche incarico di progettazione che per noi è assolutamente importante.”
Tra i progetti da finanziare c’era anche un progetto indirizzato alle aree colpite dall’alluvione, note da anni come zone fragili dal punto di vista del dissesto idrogeologico.
Il progetto, non le opere, arriverà a costare quasi 2,5-3 ml di euro: sono finanziamenti già presenti sulla parte straordinaria, spiega il segretario dell’Autorità Bratti, che però non si possono spendere prima di luglio “se li avessi avuti prima li avrei spesi dal primo gennaio.”
Insomma, è sempre un tema di risorse da assegnare sulla base di scelte politiche: soldi che potevano essere assegnati a progetti per la messa in sicurezza e trasformazione del territorio che l’uomo ha iniziato qui ben 2000 anni fa, coi romani. Quando le paludi nel corso dei secoli sono diventate terre coltivabili grazie all’azione dell’uomo.
“La gestione del territorio, dal dopoguerra ad oggi” continua Bratti “è stata una gestione improntata sulla massima produttività in agricoltura e una fortissima urbanizzazione che sicuramente ha dato ricchezza. Oggi quel tipo di sviluppo lì, in quest’area qua, a mio parere non regge più.”

In Emilia Romagna dalla fine della guerra ben tre generazioni hanno assistito alla cementificazione del suolo che è passato da 500km quadrati a quasi 2000 km quadrati. Strade, capannoni, case.

Lo racconta l’urbanista Piero Cavalcoli dirigente della pianificazione territoriale della provincia di Bologna “quello che abbiamo prodotto noi, di cui siamo responsabili, è di aver impermeabilizzato tre volte il territorio di quello che era dai tempi dei romani. Questo è un dato spaventoso.”


In provincia di Ravenna il suo consumato tra il 2017 e il 2021 è stato di ben 331 ettari, 83 ettari l’anno, il doppio degli anni precedenti.
Nel comune di Forlì proprio nel 2021 il consumo del suolo si è attestato al 16% più del doppio della media nazionale: Report mostrerà le immagini aeree dell’Ispra dove si vedono interi campi sparire, sepolti dal cemento. Solo nell’ultimo anno l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per consumo di suolo.

La scheda del servizio: LA GRANDE MINACCIA

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Tra il 16 e il 17 maggio scorso sulla fascia dell'Appennino romagnolo sono caduti fino a 250 mm d'acqua, su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni, non aveva mai piovuto così tanto da inondare tutta la pianura romagnola. E le strade in collina sono sprofondate sotto l'impeto dell'acqua. A 20 giorni dall'alluvione Report è andata in quelle zone per capire cosa sia realmente successo e cosa ci aspetterà negli anni futuri. Ormai a causa del cambiamento climatico dobbiamo abituarci a vivere queste stagioni, caratterizzate da eventi estremi. Ma i segnali sono sotto i nostri occhi da fin troppo tempo. Lunghi periodi di siccità si alternano a violenti nubifragi. E nel resto del mondo non va meglio. Gli inviati i Report sono andati negli Stati Uniti, seguendo il corso del Colorado River, uno dei fiumi più importanti al mondo. Oggi è sull'orlo del collasso a causa della siccità che lo ha colpito negli ultimi 20 anni e la sua acqua se la stanno contendendo ben sei Stati per continuare a sopravvivere in mezzo a un deserto.

Ustica e il filo della memoria

C’è un filo che lega assieme il lavoro di Daria Bonfietti, presidente dell’associazione delle vittime della strage di Ustica, col lavoro dell’artista francese Boltansky: è il filo della memoria, quella delle persone morte nell’abbattimento di un aereo civile su cieli del Tirreno nel corso di un combattimento tra aerei militari. La memoria che deve sopravvivere all’oblio, ai depistaggi di stato, alla cattiva coscienza degli uomini dentro le istituzioni che avrebbero dovuto garantire la sicurezza di quelle 81 persone morte nella sera del 27 luglio 1980.
Anche
Teshima è un luogo che ha sofferto e ha una storia da raccontare: “ricordare di aver sofferto significa ricordare di avercela fatta”, così le persone vengono su quest’isola a lasciare il loro battito del cuore o ad ascoltare il battito del cuore di altre persone. Per mettersi in contatto con l’umano, non con una singola persona.

La scheda del servizio: L’ARCHIVIO DEI BATTITI DEL CUORE

di Alessandro Spinnato

Collaborazione Ai Nagasawa

L'arte come la verità non si trova in superficie e la si deve cercare sul fondo.” Così Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari delle vittime di Ustica, chiude il lungo viaggio che da Bologna l’ha portata, insieme agli inviati di Report, a Teshima, una remota isola del Giappone. Durante il racconto si incrociano tre percorsi: il viaggio di Daria Bonfietti con la sua storia personale, la tragedia di Ustica, le bugie di stato e le verità raggiunte; l’opera di Christian Boltansky, artista francese scomparso nel 2021, che della ricerca della memoria ha fatto la sua cifra stilistica e che tra le tante installazioni sparse per il mondo, ha realizzato il Museo per la Memoria di Ustica e un museo a Teshima che raccoglie i battiti del cuore di decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo; infine la storia di questa isola, per decenni discarica abusiva di rifiuti tossici, oggi sede della più importante triennale d’arte contemporanea giapponese, anche grazie a uno degli uomini più ricchi del Giappone, Soichiro Fukutake, che alle telecamere di Report racconta di una vera e propria folgorazione da cui ha maturato una critica radicale a quel capitalismo che lui stesso ha rappresentato per tanti anni.

Cosa rimane del Covid

E’ quasi beffardo scoprire come, ancora oggi, stiamo pagando le mascherine prodotte dalla FCA, nonostante la produzione sia terminata: a febbraio marzo 2020 non avevamo nulla, nessun protocollo, poche linee guida, nessun dispositivo nelle scorte. E oggi, finita l’emergenza, finita la paura, stiamo stipando il materiale inutilizzato (che abbiamo comprato in emergenza in operazione poi finite sotto l’attenzione della magistratura).

La scheda del servizio: LE SCORIE DEL COVID

di Lorenzo Vendemiale

Collaborazione Carlo Tecce

Il 30 giugno chiude i battenti quella che è stata l’ex struttura commissariale Covid: è una data simbolica, perché segna la fine di un’era. Ma cosa resta dell’emergenza? Migliaia e migliaia di tonnellate di materiale inutilizzato, che oltre al danno dello spreco rischiano di presentarci anche il conto della beffa: Report ha scoperto che lo Stato sta spendendo decine di milioni di euro per conservare tutte le mascherine e gli altri dispositivi avanzati. Tra questi, ci sono anche le mascherine targate Fca, che stiamo continuando a pagare ben oltre la fine della produzione.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.