Vi
ricordate del covid? Quando la politica di fronte alle migliaia di
morti, all’impreparazione in cui ci siamo trovati con la pandemia,
all’assenza di un di posti letto, aveva promesso un cambio nella
sanità, col passaggio da una visione ospedalo centrica ad una sanità
territoriale.
Che
fine hanno fatto le case di comunità? E la promessa di ridurre le
liste di attesa per esami e visite?
E
poi l’ospedale covid tirato su in tempi record all’interno della
Fiera di Milano, finanziato con donazioni private: che fine hanno
fatto quei fondi?
Gli
indennizzi agli agricoltori
In caso di alluvione
agricoltori vengono indennizzati, almeno sulla carta: è importante,
sempre che vogliamo tenere in vita questo settore che sulla carta è
tanto caro al governo sovranista e al ministro Lollobrigida, che gli
indennizzi siano sostanziosi e immediati.
Ma,
come racconterà il servizio di Report, spesso non avviene né una
cosa né l’altra, perché esistono casi dove dopo due anni agli
agricoltori non è arrivato ancora nulla, “Agricat è stato un
fallimento” racconta uno di loro che non si fa problemi a scomodare
il mondo politico.
Chi doveva controllare gli indennizzi erogati
da questo ente
che dipende dal ministero dell’agricoltura?
Secondo
Antonio Diomeda – consigliere delegato del centro di assistenza
agricola di confagricoltura – “non è un problema di controlli,
non c’è la colpa di qualcuno, c’è una norma che va modificata,
la cosa grave è se la norma non si modificasse.”
La legge
andrebbe modificata in diverse parti: ad esempio in Appennino l’aiuto
di Agricat è stata una falsa promessa, agli imprenditori agricoli
non arriva nulla, sono in un abbandono totale, anche dopo alluvioni
che hanno rovinato interi raccolti.
Un
agricoltore colpito da uno di questi alluvioni, Coldiretti ha
riportato la risposta di Agricat, ovvero che dagli strumenti
satellitari non si vedeva l’acqua stagnante sui terreni (dunque
nessun rimborso): ma avere acqua stagnante sarebbe stato impossibile
perché, nel caso mostrato dal servizio di Report, il terreno ha una
pendenza del 30% a 600 metri sopra il livello del mare, “se ci
fosse acqua stagnante sarebbe sommersa tutta la Romagna..”
Insomma,
è Agricat che ha stabilito tra i suoi criteri che se non si stagna
l’acqua non c’è un danno.
LAB
REPORT: PERDITA
ASSICURATA – Il balletto degli indennizzi
Di
Antonella Cignarale
Collaborazione
Evanthia Georganopoulou, Eleonora Numico
Per
coprire i danni alle coltivazioni causati dalle catastrofi c’è il
Fondo Mutualistico Agri-Cat. Nel 2023, anno in cui il fondo Agri-Cat
diventa operativo, l’Emilia-Romagna viene travolta da due violente
alluvioni nel mese di maggio, i danni stimati sono stati di 8 mld e
mezzo. Un duro colpo è stato inferto alle coltivazioni del
territorio, rimaste per giorni sott’acqua in pianura e franate in
collina e montagna.
A
due anni dalla catastrofe Report ha incontrato gli agricoltori che
hanno subìto i danni dell’alluvione. Molti credevano che
l’intervento del Fondo avrebbe garantito indennizzi rapidi e
sostanziosi, ma non è andata così: molte aziende non hanno ancora
ricevuto un euro da Agri-Cat. La società che gestisce il fondo, la
Agricat srl, oltre non aver brillato per celerità nelle erogazioni,
non è stata in grado di individuare al primo colpo tutte le aree
agricole danneggiate per calcolarne i danni. Inoltre, il fondo ha una
dotazione di 350 milioni di euro ogni anno, il 30% deriva dai
contributi versati dalle aziende agricole che ricevono i
finanziamenti dalla PAC, ma per le aziende gli indennizzi promessi
non coprono neanche i costi delle produzioni perse.
Le
promesse mancate sulla sanità pubblica
Secondo
i dati della fondazione Gimbe sono 6 milioni gli italiani che hanno
rinunciato alle cure a causa delle lunghe liste di attesa o per
motivi economici.
Per
capire se questi dati sono veri, servirebbe un confronto coi dati in
mano alle regioni: ma non è facile perché, come racconta il
professor Cartabellotta “le modalità con cui sono resi pubblici i
dati sulle varie piattaforme regionali non sempre corrispondono ai
processi che ci stanno dietro”, per esempio perché molte agende
non comprendono il privato accreditato, che ci siano le liste di
galleggiamento, il fatto che le liste siano chiuse, tutto questo non
rende questi dati resi pubblici uno specchio fedele della realtà. Su
questo - prosegue il presidente del Gimbe – è chiaro che le
regioni hanno le loro responsabilità.
Così
per avere dati reali il ministero della salute ha mandato i NAS a
fine 2024 ad indagare sulle regioni: 3000 ispezioni in ambulatori Cup
e uffici Asl. Report è venuta in possesso di un documento esclusivo
dove i Nas scrivono che nel 27% dei casi ci sono evidenti criticità
a partire dallo sforamento del tempo di ricovero o tempo di visita
massimo previsto sulla ricetta. Poi ci sono 184 strutture che avevano
le liste non accessibili (le agende chiuse, cosa vietata), errori
nelle priorità delle prenotazioni e irregolarità nell’attività
di intramoenia.
In
Lombardia, a Brescia, si sforano di 42 giorni i tempi per visite
urgenti in dermatologia invece che 72 ore; a Cremona ci sono ritardi
su tutte le prime visite di endocrinologia, dermatologia e
gastroenterologia ma anche per colonscopia ed ecodoppler. A Milano
poi i Nas segnalano che alcuni pazienti visitati in intramoenia
(libera professione) da medici interni sarebbero poi stati agevolati
illecitamente per saltare la lista d’attesa. Il segnale dal sistema
è chiaro: se paghi passi davanti a tutti.
“C’è
un quadro sicuramente molto migliore a quello che ho letto delle
altre regioni italiane” commenta a Report l’assessore al Welfare
Bertolaso: ma sulle liste di attesa la Lombardia, la regione
dell’eccellenza, siamo al “mal comune mezzo gaudio”.
Il
problema delle liste d’attesa è un dramma per molti italiani,
costretti a rinunciare alle cure: così importante da meritare uno
spazio persino nel discorso di fine del presidente Mattarella, perché
qui c’è di mezzo la vita delle persone.
Report
racconterà la storia di Ilaria De Piscopo, insegnante precaria che
ha dovuto rinunciare proprio alle cure perché priva delle risorse
necessarie per farvi fronte. Ilaria, nel gennaio di quest’anno,
nel corso di una visita a Nocera da un otorino a pagamento, scopre di
avere un polipo alla corda vocale destra e le è stato dunque detto
che doveva operarsi.
“Abbiamo
chiesto i tempi e mi è stato detto che c’erano un paio d’anni
perché la lista d’attesa è lunghissima..” ha raccontato
l’insegnante a Report.
Questi
due anni erano un’attesa che non poteva essere accettata, perché
Ilaria non riusciva a parlare né a respirare: così il medico le
propose un’alternativa, quella dell’intramoenia, ovvero pagarsi
di tasca sua l’operazione per un costo da 4500 euro.
“Per
me 4500 euro sono tantissimi per un qualcosa che potrei comunque fare
in ospedale” il commento di Ilaria.
Report
è andata a verificare i veri tempi di attesa e anziché due anni
erano 14 mesi, comunque tanti: il messaggio che passa da vicende come
queste è devastante, se il paziente paga può fare quello che vuole.
Anche sulla cifra dell’intervento i conti non tornano.
C’è
poi il tema delle case di comunità: dovevano essere finanziate dal
pnrr, dove però il legislatore si è dimenticato di metterci dentro
medici e infermieri.
Sono
state inaugurate in pompa magna qui in Lombardia dall’allora
assessora Moratti, ma erano ancora i tempi delle elezioni regionali.
Com’è
andata a finire? Report ha visitato la nuova casa di comunità di
Cernusco sul Naviglio, era previsto fosse finanziata coi fondi del
pnrr in un edificio nuovo di zecca. Ma poi i fondi sono stati
dirottati altrove e, senza i fondi della regione, è stata riadattata
la vecchia sede del medico di guardia. Avrebbero dovuto essere
strutture aperte tutto il giorno, per snellire il carico sugli
ospedali e i pronto soccorso, ma alla fine in assenza di personale,
sono strutture che spesso devono rimanere chiuse.
Dunque,
la promessa di un potenziamento della sanità territoriale, una delle
lezioni da imparare dopo il covid, non è stata mantenuta. E nemmeno
si sono potenziati gli ospedali pubblici: Report racconterà la
vicenda del Sacco di Milano che ha perso completamente il reparto di
cardiochirurgia e la terapia intensiva.
Ne
parla il direttore responsabile di cardiologia Maurizio Viecca:
“quando una cardiologia non ha più la spalla della
cardiochirurgia, ovviamente ne risente, soprattutto l’emodinamica.
Per esempio per legge ci vuole presente un’equipe cardiochirurgica
che interviene in caso di complicazioni ..”
La
cardiochirugia del Sacco viene chiusa ufficialmente nel 2022 per
trasferirla al Policlinico di Milano: “l’assessore Moratti, con
la scusa dei trapianti portò la cardiochirurgia al Policlinico ma lì
i trapianti non li hanno mai fatti, quindi è stata una scusa
patetica ..”
Al
Policlinico nemmeno c’era un primario – continua il racconto del
dottor Viecca – “è stato fatto un concorso, poi il risultato di
questo concorso non andava bene, per cui adesso lo rifaranno”. Dopo
tre anni dal trasferimento il primario ancora manca e così la
terapia intensiva cardiochirurgica è sparita: al Sacco una volta si
facevano tre interventi al giorno e oggi al Policlinico se ne fa uno
solo al giorno, al Sacco c’erano 30 posti letto mentre al
Policlinico ce ne sono solo 12, “qualcuno dovrebbe spiegarmi perché
la cardiochirurgia è stata trasferita, funzionava bene, aveva
un’esperienza trentennale..” si chiede oggi il dottor Viecca.
La
risposta sta a pochi km di distanza: poco distante dal sacco sempre
nel 2022 apre il Galeazzi Sant’Ambrogio, il nuovo polo ospedaliero
del gruppo privato San Donato: di fatto si è voluto favorire tramite
una scelta della regione Lombardia, un privato che, nel nuovo
ospedale, ha fatto dentro la la cardiologia, la cardiochirurgia e
l’ortopedia.
La
scheda del servizio: LA
LUNGA E VIGILE ATTESA
di
Giulio Valesini, Lidia Galeazzo e Cataldo Ciccolella
Collaborazione
Alessia Pelagaggi
Nel
2024 quasi 6 milioni di pazienti hanno rinunciato a prestazioni
sanitarie a causa di lunghe liste di attesa o per motivi economici.
Anni di tagli alla sanità e fuga di medici e infermieri prima, poi
il Covid che ha bloccato ospedali e ambulatori. È ormai esperienza
comune chiamare il centralino regionale e sentirsi offrire una
colonscopia o un ecocardiogramma per l'anno successivo. Cosa stanno
facendo le Regioni per risolvere il problema? E che risultati ha
ottenuto il Ministro della Salute Orazio Schillaci con la sua legge
per abbattere le attese? Report ha indagato sul campo per scoprire
qual è la situazione reale.
La
vicenda dell’ospedale Covid in Fiera.
Nei
giorni di marzo 2020 il covid fa chiudere l’Italia così, nei
padiglioni della Fiera di Milano, si decide di allestire un nuovo
ospedale covid sotto la supervisione di Guido Bertolaso.
I
primi quattro moduli vengono inaugurati dall’arcivescovo Delpini il
31 marzo 2020. Un ospedale di altissima qualità – così veniva
presentato dal presidente Fontana. Pazzali, il presidente della
fondazione Fiera lo presentava come un miracolo, abbiamo fatto in 10
giorni quello che normalmente si fa in un anno. Bertolaso logiava
l’allestimento di 250 letti per terapia intensiva “una grande
struttura dotata tra l’altro di tutti quei servizi diagnostici per
un centro di questo livello..”
Per
realizzare questo ospedale furono raccolti in donazioni oltre 25 ml
di euro: tra i donatori c’era anche lo studio dell’avvocato La
Scala che contribuì con 10mila euro.
Ecco,
che ne è stato di quelle donazioni? Quanti letti in terapia
intensiva sono stati effettivamente comprati? Nessuno ci ha mai detto
niente – commenta oggi l’avvocato – e soprattutto nessuno ci ha
detto che fine ha fatto l’investimento.
A
giugno 2023 è stata firmata una convenzione per trasferire i beni
dell’ex ospedale a Gallarate in un ex deposito dell’aeronautica
militare dove la regione Lombardia vuole realizzare il nuovo hub per
le emergenze sanitarie.
Quell’ospedale
non esiste più – racconta oggi l’assessore Bertolaso -è stato
trasferito, ma rimane orgoiglioso di quesll’ospedfale che è stato
chiamato come lui “Bertolaso hospital”.
Lì
sono stati ricoverati 538 pazienti, su 221 posti letti iniziali ne
sono stati realizzati solo 157: dove sono oggi questi letti? Sono
stoccati in alcuni depositi in attesa del completamento del grande
centro da realizzare a Gallarate, spiega Bertolaso alla giornalista
di Report.
Riuscirà
Claudia Di Pasquale a visitare l’hub di Gallarate come promesso da Bertolaso?
Alessandro
Mantovani sul Fatto Quotidiano ha pubblicato un’anticipazione
del servizio:
L’ospedale
Covid alla Fiera: dopo 5 anni tutto nei depositi
di
Alessandro Mantovani
Sulle
tracce dei letti e degli strumenti dell’“Astronave” milanese di
Bertolaso, costati 14,5 mln. Terapie intensive: 40% dei fondi non
spesi
Ricordate,
quando il Covid travolse la Lombardia nel 2020, l’ospedale tirato
su di corsa in due padiglioni della Fiera di Milano? Fu un’idea di
Guido Bertolaso, oggi assessore regionale al Welfare. Lo chiamavano
“l’astronave”. Molti clinici non condividevano la scelta di
separare le terapie intensive dagli altri reparti e di dividere
medici e infermieri su diverse strutture. Passò alla storia per un
costo enorme a fronte di appena 538 pazienti ricoverati tra l’autunno
2020 e il 2022: dovevano essere 400 letti, poi 300, poi 221 e alla
fine 157. Secondo i rendiconti oggi disponibili spesero 14 milioni e
mezzo su 25 milioni di donazioni, senza contare i costi del
personale.
Report
stasera su Rai3 ci racconta che (brutta) fine ha fatto gran parte
delle attrezzature comprate allora e passate alla Fondazione del
Policlinico di Milano, che sta costruendo un nuovo ospedale:
“Verranno quasi tutte riutilizzate in parte, quelle che si può”,
assicurano. Ma a tre anni dalla chiusura dell’“astronave”
stanno per lo più nel magazzini, in particolare a Gallarate in un ex
deposito dell’Aeronautica già usato per le vaccinazioni Covid e
destinato – pare nel 2028 – a diventare un hub per le emergenze
sanitarie. Alcuni letti non si capisce dove siano. Ci sono poi
monitor, ventilatori polmonari, flussimetri, umidificatori,
generatori per caschi cpap: “Hanno bisogno di temperature basse, di
manutenzione e di essere attivati periodicamente – dice Maria
Rozza, consigliere Pd in Lombardia – È chiaro che le temperature
d’estate sono a 50 gradi e d’inverno magari sottozero”. Altri
letti comprati allora non potevano essere utilizzati perché privi
del marchio Ce: sono al vecchio Sant’Anna di Como, chiuso.
La
scheda del servizio: AD
OSPEDAL DONATO…
di
Claudia Di Pasquale
Collaborazione
Giulia Sabella
Sono
passati cinque anni dallo scoppio dell'emergenza Covid, la regione
più colpita allora è stata la Lombardia. Qui per far fronte alla
pandemia fu allestito in pochi giorni un ospedale Covid all'interno
della Fiera, grazie alle donazioni di tante imprese e cittadini. Ma
che fine hanno fatto tutti i letti, le apparecchiature e le
attrezzature acquistate in quelle drammatiche settimane?
All’interno
delle Poste
Ecco
a cosa serve l’informazione libera e indipendente: a raccontare
storie, come quelle che verranno mostrate stasera, su dei brutti
comportamenti dentro il mondo di Poste Italiane.
Dei consulenti
finanziari all’interno di Poste avrebbero concesso prestiti
concessi a clienti senza i necessari requisiti, in cambio di
finanziamenti fittizi per lavori di ristrutturazione.
Certo
i clienti non dovevano fare questi lavori – racconta a Report un ex
consulente finanziario di Poste a Report: “molte volte erano ignari
del tipo di prestito che veniva loro proposto e cosa succedeva?
Puntualmente i nostri responsabili creavano ad hoc dei preventivi non
veritieri , non fatti dalle aziende, da caricare nelle pratiche..”
I
preventivi non erano veri, erano preventivi falsi forniti dai
responsabili commerciali di zona in maggior parte.
Tra i
consulenti – continua il servizio – giravano dei moduli per
preventivi per ristrutturazioni edili pre impostati dove bastava
modificare il saldo finale in base al prestito chiesto dal cliente.
Preventivi
nei quali la stessa ditta, che avrebbe dovuto provvedere alla
ristrutturazione è completamente all’oscuro: Report è andata a
sentire i responsabili di queste aziende che sono rimasti sgomenti di
fronte a queste carte, dei documenti totalmente fasulli.
Oltre
ai finti finanziamenti, una sorta di storno (per non dire pizzo) sui
prestiti erogati, ci sono altre storie emerse dalle tante
segnalazioni arrivate alla redazione di Report: un altro ex
consulente finanziario racconta di aver convito un cliente (che aveva
bisogno di denaro) alla cessione del quinto sullo stipendio piuttosto
che riscattare la vecchia polizza. Il quinto dello stipendio
garantisce un tasso di interesse anche del 10% mentre il riscatto
della polizza avrebbe tolto soldi a Poste italiane.
Di
fatto si è consigliato ad un cliente di poste di indebitarsi, un
consiglio che non guarda all’interesse del cliente ma solo al
profitto dell’azienda.
Nella
chat dove l’ex consulente presentava questa storia si responsabili
commerciali i commenti ricevuti erano tutti positivi, dalla referente
protezione al referente finanziamenti fino alla referente commerciale
che invita il consulente a vendere al cliente altri prodotti..
Il
gioco che si fa alle spalle dei clienti lo si comprende meglio da
un’altra chat dove un consulente spiega di aver venduto 5000 euro
di BTP, ma siccome sui BTP i margini di Poste sono minori rispetto ai
suoi prodotti i referenti del consulente non sono contenti: è
intervenuta subito la referente commerciale che scrive in chat con la
faccina allarmata “ancora BTP”?
Altro
consulente e altri 75mila euro in BTP e ancora una volta la
responsabile che li ammonisce, state facendo troppi BTP e pochi
prodotti di Poste, “basta coi BTP” scrive la responsabile,
“devono essere esclusi dalla champions e ora dobbiamo compensare
con la raccolta che deve superare di almeno l’80% i BTP
sottoscritti”..
Esiste
effettivamente una sorta di champions, una competizione tra gli
analisti che vendono prodotti finanziari ai clienti, all’interno
delle filiali di Poste: vince chi vende più prodotti di Poste
italiane, chi si distingue va a Roma a festeggiare la vittoria..
E
i clienti cosa ne pensano?
E
la magistratura?
La
scheda del servizio: LA
CHAMPIONS DI POSTE
di
Luca Chianca
Collaborazione
Alessia Marzi
Dopo
la puntata del marzo scorso su Poste Italiane, la redazione di Report
è stata invasa da decine di segnalazioni da parte di alcuni
dipendenti. Un vero e proprio vaso di pandora, per raccontare cosa
non va nella loro azienda. Nel frattempo, in Veneto qualcosa si è
mosso. A marzo scorso la Guardia di Finanza è andata negli uffici
postali della provincia di Belluno, quelli raccontati nella
precedente puntata dedicata a Poste Italiane. Questa volta, però,
non abbiamo parlato soltanto con i portalettere: siamo stati
contattati da un gruppo di oltre 100 consulenti postali che hanno
raccontato quali prodotti devono piazzare ai clienti. Inoltre, Report
ha scoperto, con documenti esclusivi, come vengono erogati prestiti a
chi non ha le garanzie adatte: attraverso la presentazione di
preventivi di lavori di ristrutturazione che però non vengono mai
fatti.
Le
birre di Abbazia
Bernardo
Iovene torna ad occuparsi di birra dopo
il servizio di settimana scorsa: dopo le birre artigianali vere e
quelle fintamente artigianali, ora tocca alle birre prodotte nelle
abbazie, le birre prodotte dai monaci dell’ordine di Trappa.
Come
quella prodotta in Belgio dai monaci trappisti di Notre Dame de
Scourmont: qui i monaci producono birra da 150 anni, la Chimay, ma
l’abate chiarisce subito che quello che conta per loro è la vita
monastica, poi la birra e quello che possono fare grazie alla vendita
di questa birra.
I
ricavi vanno in parte all’abbazia, alla comunità monastica, una
parte ad una associazione di solidarietà ad altre comunità
monastiche per assistenza sociale e medica in Belgio e in tutto il
mondo, in particolare in Africa. Poi una terza parte va ad una
fondazione che si occupa dei comuni nella regione dell’abbazia.
I
monaci bevono la loro birra? Solo durante le feste religiose o
quando ci sono ospiti, ammette l’abate.
La
produzione della birra all’interno delle mura è affidata a dei
laici sotto il controllo di don Damien, l’abate: Alessandro Bonin,
l’export manager di Chimmay ha accompagnato Iovene nella zona di
produzione, gli ingredienti della birra, come il lievito, lo stesso
da 70 anni, che viene trattato come una ampolla santa nei laboratori,
la forma delle cellule viene controllata continuamente, che deve
essere un po’ allungata a fagiolo.
La
scheda del servizio: ORA
ET BEVI BIRRA
di
Bernardo Iovene
Collaborazione
Lidia Galeazzo
Le
birre Leffe e Grimbergen si definiscono birre di abbazia, in realtà
sono prodotte da 2 multinazionali, AB-inBev per la Leffe e Carlsberg
per la birra Grimbergen. Le trappiste invece sono vere birre
d’abbazia, e hanno regole precise: produzione in abbazia, controllo
dei monaci e ricavi destinati alla beneficenza. La troupe di Report è
stata in due abbazie trappiste in Belgio e ha verificato tutte le
attività di beneficenza finanziate con i proventi della birra.
Infine, con i maggiori esperti del settore Report ha fatto un
confronto tra le birre d’abbazia prodotte dalle multinazionali e le
birre trappiste.
Le
anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate
sulla pagina FB o
sull'account Twitter
della trasmissione.