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31 ottobre 2020

Dove siamo arrivati

Siamo arrivati a dover tifare per uno come Biden contro uno (mette voi l'aggettivo) come Trump e i suoi estremisti, razzisti e armati, pronti alla guerra civile.

Siamo arrivati ad accettare la chiusura delle scuole, per la didattica a distanza, che significa una scuola per chi ha i mezzi (un pc o un tablet per ogni figlio, una buona connessione internet, degli spazi per stare da solo).

Siamo arrivati a sentir parlare di distanziamento degli anziani, per salvare tutti.

Siamo arrivati a dover considerare privilegio il posto fisso, uno stipendio dignitoso a fine mese.

Siamo arrivati a sentire i fascisti gridare libertà nelle loro manifestazioni di piazza, dove tutto si mescola, preoccupazione per il futuro di chi deve chiudere e la propaganda contro il governo Conte.

Siamo arrivati a non poter pronunciare più la parola lockdown, che fa paura. E così sindaci e presidenti di regione rimbalzano responsabilità al governo che, lato suo, non vuole più prendersi quel coraggio e quella responsabilità che pure avrebbe.

Siamo arrivati a sentire che questa malattia fa pochi morti, che tanto le terapie intensive non sono piene. Stateci voi con un tubo infilato in gola e vediamo.

Siamo arrivati a rivedere le code davanti ai supermercati, a vedere sfrecciare per le strade i rider per le consegne del cibo, con un contratto truffa che consente il cottimo.

Siamo arrivati a sentir parlare di una tassa da far pagare agli statali che se ne stanno a casa in smart working a non far niente.

E nessuna proposta contro chi con la pandemia si sta arricchendo. Dai giganti della rete, alle catene dei supermercati.

Nessuna proposta di tassare i super ricchi, di andare a stanare gli evasori, che sarebbe pure ora che pagassero quello che consumano a scrocco nel servizio pubblico.

Siamo arrivati a sentire i virologi mettersi gli uni contro gli altri, come fossero politici da talk.

Siamo arrivati impreparati a questo autunno del disonore (dopo un'estate a discutere di ponte sullo stretto, di discoteche, di "ma quale seconda ondata?"..), senza nessun rinforzo sui medici di base, sulle Usca, sui mezzi di trasporto, sui vaccini, sui posti di lavoro.

E in questo momento di crisi, di tensione, brutti mostri si stanno affacciando sulla scena. Per intorbidire le acque.

03 agosto 2020

A distanza ma anche no

Nel giorno in cui si celebrava il 40esimo anniversario della strage fascista di Bologna, nel paese montava la polemica per le regole sul distanziamento sui treni.
Regioni, governo, ministeri e società di trasporto si sono mosse ognuno per conto suo.
Trenitalia e Italo rinfacciano al governo la concorrenza sleale degli aerei, dove il distanziamento non esiste, si possono occupare tutti i posti. E comunque loro hanno rispettato il dpcm di luglio eccetera eccetera.
Il ministero della salute se l'è presa coi trasporti, che non si erano accorti forse di quanto stava succedendo.  
Le regioni vanno invece nella direzione contraria a quella del min della salute, basta distanziamento perché, dice l'assessore Terzi della Lombardia, servono regole certe.

Riassumendo: se ti devi spostare per lavoro (sulla metro, sui treni regionali), puoi stare attaccato agli altri (su Trenord in piena affluenza parlare di distanziamento fa ridere). 
Se invece vai in vacanza, o per spostamenti più lunghi, la distanza va mantenuta.

E a settembre, che è dietro l'angolo, come ci comporteremo?
Puntiamo la fiche della fiducia su Zangrillo?

23 luglio 2019

Viaggiare sui treni





L'incidente (o presunto attentato) alla linea dell'av sui treni sulla linea per Firenze è stato usato per l'ennesima speculazione politica, come il caso dei bambini di Bibbiano.
Anziché preoccuparci di capire se è stato un attentato, come mai quella dorsale è così fragile, si è strumentalizzato il blocco della circolazione per la faida interna nel governo.
Da una parte Salvini che ha attaccato il ministro del no.
Dall'altra parte Toninelli ha dato a Salvini del ministro che non blocca le ong.

Nel frattempo, si è data la colpa agli anarchici, che non fa mai male: basta un fiammifero per bloccare l'Italia?
Siamo veramente così a rischio?
E la soluzione per questi problemi è aprire cantieri per altre linee ad alta velocità al nord?

E come siamo messi a sicurezza sui treni? In questi anni sulle linee ferroviarie sono avvenuti diversi incidenti, dalla strage di Viareggio all'incidente a Portello nel gennaio 2018: oltre agli investimenti per l'alta velocità, che è remunerativa, investiremo anche in sicurezza?

26 gennaio 2018

L'Italia divisa in due


L'immagine, dopo l'incidente del convoglio Trenord a Pioltello, è quella dell'Italia divisa in due: nord e sud ma, in modo ancor più netto, tra l'Italia che ha i mezzi (economici, le conoscenze giuste, gli agganci giusti) e quella che invece deve arrangiarsi.
Piacerebbe che in campagna elettorale si discutesse di questo, la sanità pubblica di qualità per tutti, la scuola pubblica con insegnanti ben pagati e motivati e scuole che non cadono a pezzi.
E, infine, il trasporto pubblico (perché solo gli economisti del mondo su carta possono pensare ad un servizio privato che si occupi anche dei pendolari) su rotaia che funzioni.

Invece siamo qui ancora a dover ribadire l'importanza della memoria, in un Europa preda dei partiti xenofobi e in un Italia dove si fa a gara per chi sta più a destra.
La destra italiana, fintamente liberale che in questi anni ha puntato sulla sanità privata in mano agli amici, sull'alta velocità e ora sulla flat tax.
E la sinistra che invece che fare cose di sinistra, ha scelto di inseguire la destra.

25 gennaio 2018

Lo stato di salute dei treni - aggiornamento

Un altra riflessione sull'incidente di Trenord a Pioltello.
Sullo stato di salute dei treni e del trasporto su rotaia, tutti hanno colpe.
La regione Lombardia (la regione di Salvini, per intenderci) che in questi anni ha investito molto di più sul cemento e sulle inutili autostrade Brebemi e Pedemontana.
I governi centrali che, destra e sinistra, hanno tagliato fondi alle regioni e puntato più sull'alta velocità che sui pendolari.
Governi che, anche qui, destra e sinistra, hanno preferito spendere soldi (e debito che ricadrà sulle nostre spalle) su TAV, sul fantomatici ponti sullo Stretto.
Trenitalia che, assieme a Ferrovie Nord Milano, gestisce Trenord e anche i binari (anche quello che, dalle prime ricostruzione, è ceduto).

Risparmiateci lo scaricabarile, ora.
Non voglio veder plastici stasera da Vespa e non voglio vedere le solite facce addolorate che di fronte alle telecamere promettono "mai più". 

Lo stato di salute dei treni


Da Pendolare, la notizia del convoglio di Trenord deragliato a Pioltello (di cui ancora si sa poco delle cause) mi preoccupa non poco.
Quei treni li prendo anche io: quei treni che viaggiano su quei binari con quella manutenzione e quei controlli.
la prima cosa, ovvia, che si pensa, è che avrei potuto esserci anche io, su quei vagoni ora accartocciati.

Non è mera speculazione o sciacallaggio ricordare che della situazione dei treni (le condizioni di viaggio e anche della sicurezza) se ne parla solo in occasione degli incidenti.
Come quello accaduto sulla linea a binario unico in Puglia due anni fa (e linee a binario unico ce ne sono anche qui in Lombardia).
Perché forse, oltre a doverci preoccupare della razza bianca per l'invasione che non c'è, dovremo tutelare la salute dei pendolari. 

16 giugno 2017

La giornata nera

Mettiamoci d'accordo su questo trasporto pubblico.
Se è un servizio essenziale, per i cittadini, per cui bisogna limitare al minimo gli scioperi, allora vorrei che ci si occupasse di treni e pullman non solo quando si vuole attaccare una giunta o i sindacati.
Se un servizio è essenziale allora i disservizi devono essere limitati sempre, a capo delle società di trasporto devono essere messe persone competenti (e non solo per vicinanza politica, come successo a volte a Roma e a Milano, quando sono stati scelti i vertici di Atm o di Trenord).

Altrimenti, e parlo da pendolare, sentire oggi le solite critiche sugli scioperi del venerdì, sul fatto che sia da irresponsabile fare scioperi in estate, mi da fastidio. Sulla pagina FB, il segretario PD Renzi scrive

“L’ennesimo sciopero dei trasporti è uno scandalo. Fatto ancora una volta di venerdì. E proclamato da piccole sigle che utilizzano ancora una volta l’alibi della privatizzazione. A Firenze cinque anni fa abbiamo messo a gara il servizio e lo ha vinto un’azienda pubblica, le Ferrovie dello Stato. Si può fare di più, ma adesso lo gestiscono meglio che in passato. Anziché rincorrere tre funivie forse i romani preferirebbero avere un autobus regolare ogni cinque minuti: mettere a gara il servizio farebbe perdere i voti dei sindacati autonomi ma migliorerebbe la vita dei cittadini”.
Ci si dovrebbe occupare di treni e pullman sempre, non solo quando fa comodo .
Perché per molti pendolare la giornata nera dei trasporti non è solo negli scioperi, ma anche quando i treni si bloccano, quando sono pieni, quando si scontrano sulle linee con sistemi di sicurezza insufficienti..
Tutto questo non significa che le ragioni dello sciopero, indetto dai piccoli sindacati, siano condivisibili.

15 luglio 2016

Quanto dovrebbe guadagnare un capostazione?

Si è sempre sentito dire che di fronte a grandi responsabilità, sono giustificati grandi stipendi.
Questo vale per i manager di peso come Marchionne o come gli amministratori delle banche italiane che, quando le cose vanno male, si riparano dietro la protezione pubblica.

Mi è tornato in mente questo, dopo aver letto diversi articoli sull'incidente ferroviario in Puglia, dove l'inchiesta si è orientata anche verso l'errore umano.
La vita o la morte di centinaia di persone sono nelle mani di un capostazione, a seconda che dia il verde o il rosso.

Altro che investimenti non fatti nel passato, altro che le procedure in deroga per le ferrovie private pugliesi (meno sicure di quelle di RFI) ..
Quanto dovrebbe guadagnare allora un capostazione, con tutte queste responsabilità sul groppone?

Una domanda oziosa in una giornata dove, chiaramente, si parlerà d'altro: dell'ultimo attentato a Nizza, delle decine di morti, del rischio emulazione, del pericolo dei terroristi fai da te.
E della solita domanda: che fare ora?

13 luglio 2016

Freccianera

Frecciarossa, frecciabianca e in fondo anche i freccia nera.
I treni dei pendolari, belli stipati, in ritardo o a rischio soppressione, spesso su linee a binario unico e senza sistemi di controllo automatici.
Come successo ieri per l'incidente ferroviario in Puglia, sulla linea tra Andria e Corato.
Troppi morti e troppi feriti, schiacciati e sfigurati dallo scontro dei due convogli pieni di gente che andava a lavoro o che si muoveva per studiare.

Cominciamo col dire che quella linea non avrebbe dovuto più essere a binario unico dall'anno passato: il progetto sul raddoppio avrebbe dovuto concludersi nel 2015.
Ma poi gli intoppi, la burocrazia. Così si giustifica oggi Ferrotramviaria SPA. E la regione si giustifica spiegando di averli sbloccati lei i fondi.
Vedremo. Cercheremo di capire il perché.

Perché si muore sui treni in questo paese dove ancora si viaggia a binario unico al sud e anche al nord, in Liguria e qui in Lombardia.
Perché in un paese che vuole guardare al futuro, avanti, parlare di trasporto ferroviario si intende treni ad alta velocità, con aria condizionata e poltrone di lusso per un viaggio comodo.
Mentre per le linee regionali si parla di binari morti: il binario morto che aveva raccontato un'inchiesta del 2014 di Presa diretta, quando i giornalisti avevano attraversato il paese per mostrare in che modo si viaggiasse sui mezzi del trasporto pubblico.
Con intere province senza stazioni da cui far arrivare o partire treni, come Avellino.
O come Matera, capitale della cultura nel 2017 raggiunta da un trenino a gasolio della linea Appulo Lucane.

Siamo il paese dei contrasti, dunque: da una parte l'alta velocità per le linee più redditizie, la bassa velocità, il binario morto per i pendolari. O i pullman sostitutivi per alimentare un business che altrimenti non avrebbe ragione di esserci.
Il TAV in Val di Susa per far viaggiare velocemente le merci verso la Francia.
O il terzo valico per farle arrivare prima da Genova ad Alessandria.
Ma potremmo discutere anche del progetto del Ponte di Messina o della metro C di Roma coi suoi 320 ml di euro rubati.

Ora le parole di circostanza non bastano più.
Quante volte siamo andati vicini alla tragedia per una frana, un'alluvione o il solito errore umano?


Incidente a sanremo sulla linea per Andora nel 2014

Frana sui binari nel Biellese nel 2016

Incidente dell'intercity Milano-Ventimiglia - 2014

22 settembre 2014

Trasporto pubblico – Presa diretta

Il trasporto pubblico in Italia confrontato col caso Francia: un altro spread che ci separa dai paesi civilizzati. In Francia il settore del TPL è stato usato come volano per rilanciare le industrie, creare occupazione, per dare un'impronta civile allo sviluppo edilizio delle città e dei quartieri. In Francia ministri e politici si preoccupano di mantenere posti di lavoro in questo settore, anche per aziende straniere come la Irisbus Francia: qui c'è una pianificazione quinquennale delle industrie, dei piani stringenti, c'è un mercato interno dei bus che fanno da ossatura (assieme a metro e treni) per il trasporto locale.
In Francia tutto è pensato attorno al trasporto: i quartieri che devono nascere comprensivi di questi servizi, gli abbonamenti che costano un po' di più ma sono integrati in un sistema che prevede parcheggi gratis e la possibilità di girare per tutta la regione.
Il cittadini è invogliato ad usare mezzi pubblici che arrivano in orario, sono confortevoli, sono dati in gestione a manager competenti che sanno usare al meglio i soldi delle tasse. Fa impressione il confronto, veramente impietoso, tra quello che le telecamere di Presa diretta hanno mostrato di Roma, Napoli, Bologna, (e in Sicilia, in Puglia, in Calabria) con quanto poi succede a Parigi, ma anche nel profondo nord della Bretagna.


Mentre in Italia si è lasciato che la Fiat chiudesse la Irisbus  (e forse, dopo lunghe trattative, rinascerà un polo industriale per mano di investimenti cinesi), causando un danno economico non solo per la chiusura dello stabilimento (costruito coi fondi per il mezzogiorno, non coi soldi degli Agnelli) ma anche per l'indotto, in Francia le cose per la Irisbus francese vanno alla grande.
La produzione aumenta sempre di più: la Francia ci tiene a tenere aperti gli impianti, mentre in Italia i ministri dello sviluppo economico si sono fatti notare per le loro assenze.
Dei 1000 bus prodotti a Lione, circa 600 rimangono in Francia, ma 300 arrivano in Italia.


Eppure quanto avremmo bisogno di trasporto pubblico in Italia: abbiamo il parco mezzi più vecchio, visto che circa l'80% di questi sono obsoleti e pericolosi per la nostra salute (non solo l'inquinamento, ma perché sono a rischio incidenti).
Perché in Italia non si investe come in Francia in questo settore? Perché lì c'è una diversa percezione del pubblico. In Italia è sinonimo di sprechi, clientelismo, parentopoli, mazzette (vedi inchiesta su Finmeccanica, concorrente di Irisbus), manager di nomina politica incompetenti.
In Bretagna, per dirne una, le aziende pagano una tassa alle regioni che finisce nel settore dei trasporti. Le aziende pagano parte degli abbonamenti ai propri dipendenti: perché si preferisce avere persone meno stressate, più motivate ogni mattina.

Che differenza con le immagini dei pendolari di Rennes e Nantes: in ogni stazione si è in gradi di controllare tutti gli arrivi anche nelle altre, la tolleranza per i ritardi è di 2 minuti. I bus si rompono raramente perché lì, è il gestore che paga una penale.
In Bretagna lo stato non paga quasi niente per questo settore: il 60% dei costi sono ripagati dai biglietti (altra cultura, lì i biglietti sono pagati, qui invece si tollera lo scandalo dei biglietti falsi dell'Atac) e il resto dalle imprese, come si è detto.


Il miracolo economico che ha risollevato una regione che, negli anni '90 era in crisi (come il nostro sud) è avvenuto grazie ad una politica capace di fare buona politica. Una politica che ha puntato su trasporti e infrastrutture. Una politica che ha attratto le aziende a spostarsi qui: non è un caso se il Front National è rimasto al 10%, caso unico.


Sapete come hanno risolto il problema del sovraffollamento della metrò, negli orari di punta? Non hanno costruito nuove linee, come si sarebbe fatto in Italia (con le relative mazzette). Hanno semplicemente spostato di 15 minuti gli orari di ingresso degli studenti. È l'uovo di colombo.
Per le regioni francesi, i trasporti sono una priorità: gli investimenti fatti negli anni sono tutti ritornati alla collettività, in forma di servizi di eccellenza. È stata una scelta politica dopo la crisi dei cantieri navali: 1300 nuovi posti di lavoro l'anno, 120 ml di persone che ogni anno usano i mezzi di trasporto pubblici, una città come Nantes che diventa la più vivibile di Francia.

“Qui c'è un'ambizione pubblica” diceva a Lisa Iotti una funzionaria dell'amministrazione. Altro che articolo 18, demansionamento, contrazione dei salati e dei diritti.

Il fallimento del trasporto pubblico in Italia porta come conseguenza all'impoverimento di intere regioni del sud: come l'Irpinia, dove non ci sono bus che girano nel pomeriggio. Ad Avellino non ci sono treni.
A Napoli, puoi andare a Bagnoli ma non tornare indietro. I tagli al trasporto pubblico portano alla mancata sostituzione di mezzi obsoleti, che si rompono ogni giorno, causando ulteriori costi e bloccando il servizio.

Ma tanto ci sono i pulmini abusivi, senza assicurazione e senza sicurezza, per fare quello che lo stato, le regioni e i comuni non sono in grado di fare.


Viaggiare per Roma capitale.
Roma caput mundi, si dice. Ma se devi viaggiare, prendi l'auto e mettici l'anima in pace per tutte le code che troverai in strada. La situazione di Roma è una vergogna nazionale: come si possa concepire che qui si possano portare eventi nazionali come le Olimpiadi è per me inconcepibile (già Milano con Expo avrà i suoi problemi).
Le linee sono piene. I mezzi in ritardo. I treni per Roma (la capitale) vengono soppressi (rimodulati, ti dicono). I bus rimangono imbottigliati nel traffico nelle strade assieme a tutta la gente che preferisce i mezzi propri.
Stress, inquinamento, spreco di soldi e di tempo. In Francia, anche il tempo delle persone che si spostano è considerato un bene comune. Altro paese, altra politica, altra concezione di pubblico.
Come è successo a Roma? Le varie amministrazioni comunali che si sono succedute hanno dato in gestione ai vari palazzinari lo sviluppo urbanistico delle periferie. Dovevano costruire i servizi accessori oltre ai palazzoni, ma non hanno fatto niente o quasi.
Roma sud non ha un piano dei trasporti, a Trigoria si continua a costruire senza fare stazioni o linee di bus, a quartiere Caltagirone si è fatta una lottizzazione selvaggia senza fermata dei treni.



Riccardo Iacona è salito sul trenino Ostia Roma, partendo dalla stazione di Acilia dove non ci sono nemmeno i parcheggi. Ha accompagnato un pendolare che doveva arrivare alla sede di Almaviva: due ore di viaggio, per qualche decina di chilometri. Inutile parlare di contributi per i mezzi pubblici, di creare una fermata ad hoc per i 3000 dipendenti della sede di Almaviva .. Auto, auto e fortissimamente auto.


Arrivati a Roma, poi, ci sono solo due linee di metrò, mentre le linee di superficie sono garantite in base agli straordinari dei lavoratori.
E sperando che i mezzi non si rompano.
Soldi per sostituirli non ci sono: Atac ha un buco da 700 ml di euro.
Da dove arriva questo buco?
Dei 300 mezzi, solo 66 sono nuovi acquisti (e arrivano dalla Francia). Gli altri hanno quasi l'età della rottamazione. I filobus elettrici sono per metà fermi nei depositi, per problemi alle batterie che le varie gestioni dentro l'Atac non sono state in grado di risolvere.
Atac non paga i fornitori che, a loro volta, non pagano gli stipendi: è il caso della Ciclat, l'azienda che si occupa di manutenzione. Della TPL, che si occupa in subappalto del trasporto in periferia.

Il buco, dicono alcuni sindacalisti dell'USB, deriva dall'inefficienza del servizio e dalle vetture vecchie.
Ma c'è anche la storia delle tangenti, pagante da Finmeccanica, per i filobus della Laurentina : dei bus non c'è traccia, ma in compenso c'è una corsia vuota in mezzo alla strada.
Delle inchieste su Atac ha parlato in studio il giornalista Carlo Bonini: della stecca presa da Riccardo Mancino, uomo di Alemanno e persona di riferimento nell'ambito trasporti.
Cola, altro uomo Finmeccanica, dice che anche Alemanno avrebbe richiesto la sua parte.
Ma l'interesse dell'azienda (pubblica!!!!) non era quello dei trasporti: la vera torta da spartire erano i fondi per 2 miliardi per la metropolitana.
Altra causa dei buchi di bilancio in Atac è lo scandalo dei biglietticlonati, per cui 12 persone sono state rinviate a giudizio, ma per cui è partita una nuova indagine che toccherà anche i manager.

E' veramente incredibile questo sistema, dove un'azienda pubblica paga una amministrazione pubblica per entrare in un affare. Il cittadino, in questi casi, paga due volte: per il servizio che non c'è e per i soldi pubblici che finiscono nelle tasche private di politici e manager.
È la Finmeccanica degli scandali, camera di compensazione per interessi privati dei tanti gruppi politici che piazzavano (e piazzano ancora?) lì le loro persone di riferimento.

La stessa Finmeccanica che ha sposato la vocazione militare, per lasciar perdere la costruzione di bus e treni.
Come diceva l'amministratrice francese? “Qui c'è un'ambizione pubblica”. Da noi c'è ambizione e basta.
Il governo ha stanziato 300 ml per il TPL, ne servirebbero almeno 750 ml per rinnovare il parco mezzi e fare un vero investimento che avrebbe un sicuro ritorno.
Ma per il momento, l'unica cosa che si riesce a fare è portare in Europa (e negli Stati Uniti) lo scalpo dei diritti per sperare di attrarre qualche investitore straniero.


Investitore che pure avrà visto le condizioni del sistema dei trasporti.
Che sapranno del contesto italiano fatto di mazzette, burocrazia e giustizia lenta.

Per affrontare questi problemi servirebbe una politica con una vera vocazione e ambizione pubblica. Ad avercene.

PS: settimana prossima si parlerà dei 15 miliardi di fondi UE che non abbiamo speso e che rischiamo di perdere. Ma non si diceva che non c'erano soldi per gli investimenti?

Potete rivedere la puntata qui e qui trovate la scheda della puntata.


21 settembre 2014

Presa diretta e il trasporto pubblico locale

Per creare posti di lavoro in questo paese, con una disoccupazione al 13%, servono nuovi investimenti pubblici e privati, invece che perdere tempo a parlare di articolo 18, defiscalizzare degli straordinari e di allungare l'età pensionabile.
Non solo si è pensato di creare lavoro con le leggi, ma in Italia si sono pure fatte le leggi sbagliate, seguendo ricette che non hanno curato i problemi.
Tralasciando il discorso delle leggi sul lavoro, da questo governo (che ha mille giorni per riformare il paese) almeno ci aspettavamo un piano industriale per risollevare le poche industrie grosse rimaste nel paese.
Quali sono i settori si cui puntare, con massicci investimenti in ricerca e sviluppo?
L'argomento di questa sera di cui si occuperà Presa diretta, è uno di questi: il trasporto pubblico locale, il grande malato, come lo chiamerà stasera Iacona. Un'occasione di sviluppo mancata, sia per le aziende di trasporto sia per quelle che i mezzi li costruiscono.
Aziende coi bilanci in rosso, come all'improvviso nel nostro paese nessuno prendesse più i mezzi.

Riccardo Iacona e i suoi giornalti metteranno a confronto la realtà italiana con quella francese, i pullmann italiani, tutti a fine vita o quasi, con quelli francesi. La Francia ha investito tanto nel trasporto pubblico: l'impianto della Irisbus in Francia è rimasto aperto, perché la Fiat continua a produrre lì perché c'è un mercato. Qui da noi, invece, stiamo perdendo gli impianti, le competenze e la possibilità di rilanciare questo settore.
Nella presentazione della puntata sul Fatto Quotidiano, il giornalista si chiedeva “Che fine ha fatto il polo unico del trasporto pubblico, Menarini e Irisbus? Che fine hanno fatto gli operai dell'Irisbus e tutti quelli che lavorano nell'indotto?Perchè FIAT ha chiuso Irisbus Italia e non quella francese, che, anzi, va bene e continua a produrre bus?”.
Mentre in Italia si parla di jobs act, di tabù, di diritti da semplificare (che eufemismo) per rilanciare gli investimenti stranieri, ci si dimentica delle aziende esistenti e funzionanti, che sono state abbandonate:

Sempre Iacona: “Con il bisogno di bus nuovi che c'è come mai Fiat chiude IRISBUS Italia e lascia aperto IRISBUS Francia? Che fine hanno fatto i 300 operai e i 1.000 dell'indotto?
Gli operai dell'IRISBUS lottano anche per noi, perché investire sul trasporto pubblico significa SVILUPPO”.

Questo settore, rimasto in mano alle amministrazioni locali, è diventato in molti casi un emblema degli sprechi nel pubblico: lo testimonia il caso dell'Atac di Roma, con la parentopoli romana, di cui parlerà stasera il giornalista di Repubblica Carlo Bonini.

O col caso di Bologna, coi pulmann comprati e rimasti fermi (lo scandalo Civisbus).
E per ripianare i problemi si pensa alla privatizzazione, che di certo trasformerà quello che è un servizio pubblico, in un prodotto di mercato, per fare profitto.


Effetto collaterale di questo sistema l'odissea dei cittadini che si muovono coi mezzi pubblici, spesso in ritardo, spesso non integrati con gli altri mezzi o le altre linee, spesso in ripazione perché hanno ormai concluso il loro ciclo di vita.

Col risultato di costringere una grossa fetta di popolazione a muoversi coi propri mezzi: maggiori spese, maggior traffico, maggiore inquinamento, maggiore consumo del cemento per la necessità di nuove strade.
Se le aziende non vengono ad investire da noi, è anche colpa del sistema dei trasporti.


La scheda della puntata: Trasporto pubblico
PRESADIRETTA entra nel vivo della crisi industriale italiana con un’inchiesta sul TRASPORTO PUBBLICO e sul suo valore strategico per la crescita economica del paese.Una puntata in cui si mettono a confronto due sistemi di trasporto pubblico e le scelte politiche che li hanno prodotti, quello italiano e quello francese.Gli inviati di PRESADIRETTA hanno attraversato il nostro paese, da nord a sud, salendo sugli autobus, i tram, la metro e i treni locali, come milioni di cittadini fanno ogni giorno, per rendersi conto dello stato dei trasporti pubblici.Il quadro che ne è uscito è desolante.Il 70% degli autobus in circolazione andrebbe sostituito, perché inferiore allo standard richiesto dalle norme europee. Un autobus su due ha più di 10 anni di vita.A Napoli ogni mattina la metà degli autobus non esce dai depositi perché guasto o in attesa di manutenzione. E al nord non va meglio. A Genova e a Bologna i problemi sono gli stessi.
A Roma, nella capitale, il trasporto pubblico urbano è al collasso. Intere aree della città, densamente popolate, sono servite a singhiozzo o non lo sono affatto. Intanto l’Atac, l’azienda dei trasporti del Comune di Roma, ètravolta da scandali, inefficienza, inchieste giudiziarie e negli ultimi 10 anni ha accumulato 1 miliardo e 600mila euro di debiti.Si calcola che ci vorrebbero 3.500 nuovi mezzi all’anno per i prossimi dieci anni per riavvicinarci alla media europea.Allora perché l’Italia non investe nel trasporto pubblico? Perché la Fiat ha deciso di chiudere la fabbrica di autobus IrisBus di Avellino, mentre ha incrementato la produzione in Francia e nella Repubblica Ceca?
PRESADIRETTA è andata in Francia per raccontare quello che la politica francese ha capito da tempo: investire nella mobilità significa investire sul futuro del paese. Significa creare sviluppo e produrre ricchezza.Da Parigi alle città del nord, come Nantes e Rennes, il modello integrato dei trasporti pubblici francesi ridisegna il profilo della vita urbana, migliora la qualità della vita e attrae investimenti.A PRESADIRETTA ospite in studio di Riccardo Iacona: Carlo Bonini, inviato di “Repubblica”, per raccontare in diretta le inchieste sugli scandali e le tangenti che ruotano attorno al trasporto pubblico della capitale.“TRASPORTO PUBBLICO” è un racconto di Riccardo Iacona, con Alessandro Macina, Lisa Iotti, Rebecca Samonà.




30 maggio 2014

Se oggi ci fosse il referendum sui sindacati

Se in una giornata come oggi dove si assommano gli scioperi (del personale Trenord) con i disagi abituali sui mezzi pubblici, facessero un referendum per abolire il sindacato, specie nel settore pubblico, questo passarebbe col 99,99% dei consensi.
Oramai il trasporto pubblico è diventato una guerra tra poveri.
Da una parte i pendolari, sempre più incazzati (ma sempre meno ineteressati a far rispettare i loro diritti, paradossalmente) e dall'altra il famoso personale viaggiante.
Quelli contro cui si sfogano i viaggiatori in occasioni come queste.

C'è lo sciopero e lo fanno apposta a fare ritardo .. non sono capaci di fare niente ... dovrebbero licenziarvi tutti ...
Ci si dimentica che gli scioperi nascono dall'ostinazione nel non rinnovare i contratti. Dal fatto che le condizioni lavorative peggiorano. Che gli investimenti in treni latitano. Gli investimenti arrivano solo sulle linee più redditizie (e spesso non per i pendolari).
Che quando hanno approvato i lavori di ammodernamento sulle linee di Trenord, non si sono curati degli impatti sulle linee: ogni giorno il mio treno, per causa dei cantieri sulle linee (per ampliare le banchine, per i sottopassi) accumula ritardi su ritardi.
E, giorno dopo giorno, chi viaggia accumula disagi su disagi.

Vogliono continuare con questi scioperi, le sigle sindacali? E' come se in guerra, si continuasse a bombardare sullo stesso posto senza capire che bisogna cambiare strategia.

31 marzo 2014

Lotta di classe

Lo so. Fa quasi sorridere nell'epoca delle larghe intese, del turbo renzismo e del post idelogico, parlare di lotta di classe.
Ma questa mattina, complice un lungo viaggio sul mio treno da pendolare, mi sono letto i due articoli principali del FQ del lunedì.
Si parla dei nuovi schiavi del lavoro (precario) in Italia: non solo giovani che sono appena entrati dentro il mondo del lavoro.
Anche professionisti come avvocati, ricercatori, hostess e architetti finiscono nel girone di quanti devono campare con 1000 euro, senza garanzie e tutele:

Hostess, ricercatori, architetti: nessuno è al riparo dalla crisi
“HO 35 ANNI, SONO UN MEDICO CON DOTTORATO E MASTER. COME PATOLOGO PRENDO TRA I 700 E I 1200 EURO: ALMENO DIECI ORE AL GIORNO, PIÙ SERA, E A VOLTE NOTTE E WEEKEND”
di Elisabetta Ambrosi

È giovane e curata, ti serve il caffé con un sorriso. E tu sorridi di rimando, come se la cabina di un aereo consentisse, almeno per un po’, di lasciare a terra gli incubi di poveri e sfruttati che popolano le nostre città. Ma Sonia, hostess di 28 anni, non lavora per la nota compagnia di volo low cost di cui indossa la divisa, ma per un’agenzia interinale che fornisce “materiale umano” alle compagnie aeree. Come racconta il sindacato FamilyWay, Sonia ha speso 3.000 euro per il corso di formazione, 325 euro per la divisa. Oggi non ha un contratto ed è pagata a ore: 15,33 euro per ora di volo, per uno stipendio di 1100 euro. Se è malata non guadagna e in più paga le tasse - dal maggio del 2012 - in due paesi.

Provate a distrarvi, leggendo le notizie sull’Ipad. Aprendo un importante sito di informazione, potreste incappare nell’articolo di Francesca, giovane neomamma. Scrive per diversi siti che fanno capo a un’unica società, con cui ha un contratto di collaborazione occasionale. Guadagna 20 euro per 7 pezzi (4 ore), 40 per 14 (8 ore): 2,85 euro a pezzo, calcola, mentre “la signora delle pulizie di mia madre prende otto volte tanto”.

Sempre dal FQ: tra il 2002 e il 2012 l'aumento medio degli stipendi è stato del 24,6%, mentre l'andamento dell'inflazione sui beni a maggior consumo è stato del +33%.
Non c'è solo il dramma della disoccupazione, di quelli che il lavoro non lo cercano proprio e di quelli in cassa integrazione che sopravvivono con lo stipendio ridotto.
Ci sono anche quelli che un lavoro lo hanno anche, ma rimangono nella zona a rischio povertà.
Senza possibilità di costruirsi un futuro, fare figli, accedere ad un mutuo.
Passano i governi, ma le formule magiche per creare lavoro sono le stesse: articolo 18, lacci e lacciuoli, flessibilità.



L'altro articolo parla dei treni dei pendolari o, meglio, di come Trenitalia investa più sui treni ad AV, più redditizzi, a discapito del traporto locale:
L’Alta Velocità pagata dai pendolari
LE FERROVIE PUNTANO SULLE FRECCE CHE GARANTISCONO IMMAGINE E SOLDI. MENTRE IL TRASPORTO LOCALE RESTA SULLE SPALLE DI REGIONI E VIAGGIATORI. ECCO I DATI
di Stefano Campolo e Daniele Martini
Ma perché per i clienti dell'alta velocità i treni ci sono sempre e per i pendolari no? Non è una domanda oziosa. Forse perché i primi, i viaggiatori dei treni veloci, sono pochi rispetto agli altri che sono tre milioni e passa al giorno? O perché i primi possono mettersi comodamente le mani in tasca mentre i secondi pagano poco? É così, ma è solo un pezzo della verità. Qualsiasi azienda coccola i clienti facoltosi e le Ferrovie di Mauro Moretti non fanno eccezione . C'è però dell'altro dietro la decisione di dividere i viaggiatori tra fortunati e dannati. Privilegiando i primi con una scelta strategica di fatto classista, le Ferrovie si sono soprattutto comprate facilmente gli applausi di chi fa opinione, dai manager ai giornalisti, ovviamente contenti di viaggiare puntuali, comodi e veloci sulla tratta Roma-Milano, tanto da convincersi che le Ferrovie sono state risanate e non sono più un inguardabile carrozzone.

Non è lotta di classe questa?
C'è una parte del paese che deve sopravvivere sfruttata da quanti campano alle loro spalle (nei call center, negli studi dei professionisti, nella scuola, nei giornali ..).
E c'è sempre una parte del paese costretta a muoversi su treni strapieni, spesso in ritardo, scomodi.
Anche viaggiare (come figliare, come progettare un futuro) è cosa da ricchi.


28 marzo 2014

C'è un giudice a Bruxelles

C'è un giudice a Bruxelles, anche per i pendolari:
Ferrovie dello Stato, Italia deferita dalla Commissione Ue per i diritti dei passeggeri Bruxelles ricorda che il nostro Paese non ha ancora istituito un organismo ufficiale per vigilare sulla corretta applicazione del regolamento sul territorio e non ha stabilito norme volte a sanzionare violazioni della legge: "I pendolari non possono far rispettare i loro diritti in caso di problemi"

09 dicembre 2013

Le 10 peggiori linee ferroviarie (il dossier di Legambiente)

Il dossier di Legambiente, sulle peggiori linee ferroviarie dei Pendolari: 
La Circumvesuviana, la Roma Nettuno, la Padova-Calalzo, la Potenza-Salerno, ma non solo. Legambiente ha elaborato una selezione delle tratte ferroviarie pendolari peggiori d’Italia, tra riduzioni delle corse, lentezza, disservizi e sovraffollamento: una triste classifica presentata oggi dall’associazione ambientalista nell’ambito della sua campagna Pendolaria, dedicata alla mobilità sostenibile e ai diritti di chi ogni giorno si sposta in treno.
La mobilitazione coinvolge tutte le Regioni italiane per chiedere più treni per i pendolari, nuove carrozze e servizi migliori. Perché la vita dei pendolari, purtroppo, non migliora e il futuro si fa sempre più incerto. Anche quest’anno, infatti, a fronte di tagli del servizio e aumenti del prezzo dei biglietti in diverse regioni, i disagi per i fruitori del trasporto pubblico su ferro sono su molte tratte aumentati, complici governo e amministrazioni regionali che non hanno investito in attenzione e risorse per i treni pendolari.
“Per quei tre milioni di cittadini che ogni giorno prendono il treno per andare a lavorare la situazione diventa ogni giorno più difficile - dichiara il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini -. Eppure di quella che è una vera e propria emergenza nazionale, la politica non sembra intenzionata a occuparsi. Negli ultimi anni il servizio in larga parte delle Regioni è andato peggiorando per la riduzione delle risorse e l’incertezza sul futuro, per cui i treni sono sempre più affollati, spesso in ritardo e con le solite vecchie carrozze. Per chi si muove in treno ogni giorno la situazione è spesso disperata, con le situazioni peggiori che si vivono in Campania, Veneto, Piemonte, Lazio.
 Colpa dei tagli al trasporto pubblico locale da parte dello stato, di Trenitalia e delle regioni:



28 novembre 2013

Promesse da Maroni


Ogni volta che lo vedo in TV, e recentemente capita anche spesso, sui cantieri dell'Expo a promettere che mai la mafia entrerà dentro questo grande progetto, mi viene in mente l'imitazione che ne fa Crozza.

Bisogna prenderla un pò sul ridere, specie quando si viaggia sui treni regionali, sovraffollati, in ritardo.
Specie quando arriva l'inverno e aumenta il carico dei pendolari (perché iniziano i corsi unversitari) e le intemperie invernali acuiscono i problemi di linee vecchie, e treni vecchi.

In campagna elettorale aveva promesso che, se fosse stato eletto, i treni sarebbero arrivati in orario (col 75% delle tasse ..).
Promesse buone solo per la campagna elettorale, visto che per trattenere le tasse in regione serve una riforma ben più ampia.

Sotto i ritardi dei treni di oggi, per la linea Canzo Asso, su Twitter

Mana manà ..

11 novembre 2013

Treni a bassa velocità


La settimana scorsa c'è stato un grave incidente sulla linea per Bergamo delle Trenord: una ambulanza è stata investita da un treno locale, mentre attraversava i binari. Le sbarre si erano alzate nel momento sbagliato: colpa di un errore umano, hanno anticipato i telegiornali.

Nella Lombardia del 2013, è possibile che non ci siano automatismi, controlli e che sia tutto affidato all'uomo (sempre che sia vera l'ipotesi della responsabilità umana).


Ancora una volta dobbiamo sperare che sia un'inchiesta della magistratura a fare luce su eventuali malfunzionamenti o inefficienze delle nostre linee ferroviarie, quelle dove si spostano ogni giorno migliaia di persone (e che anche incrociano anche le strade degli automobilisti).
Nel passato ci sono stati altri episodi di problemi ai passaggi a livello, anche su altre linee di Trenord: problemi che hanno costretto i convogli a viaggiare a vista, quando passavano nelle città, con la conseguenza di accumulare ritardi.

Perché anche questo è nella vita del pendolare: sapere a che ora parti alla mattina ma non sapere quando si arriverà al lavoro, o a casa la sera.



Oggi sul FQ c'è un articolo proprio sui pendolari e sulle loro esperienze di viaggio
Pendolari KO: meno linee, più soldidi Vincenzo Iurillo, Roberto Morini, Tommaso Rodano, Francesco Tamburini, Giulia Zaccariello
Sono almeno 2 milioni e 903 mila (secondo il rapporto Pendolaria di Legambiente). Sono i pendolari italiani. Quanti gli abitanti di una metropoli. Ma loro passano buona parte delle loro giornate sui treni, pullman, bus. Non per sfizio, ma per andare a lavorare. Intanto a causa della crisi e della cattiva politica si registrano tagli del 10-15 per cento ai servizi. E corrispondenti aumenti a botte del 10-20 per cento l’anno (l’ultimo è stato annunciato da Trenitalia proprio nei giorni scorsi). Ma dimenticare i pendolari non significa soltanto spreco di denaro e ricadute enormi sull’inquinamento e il traffico delle città. Significa “rubare” a donne, uomini e molti giovani fino a mille ore l’anno. Cinquanta giorni trascorsi su treni e pullman, talvolta indecenti. Tempo sottratto alla vita. Ecco come vivono i pendolari italiani sulle linee più famigerate. 
1. Milano-Novara, impresa salireMilano, stazione di Piazza Repubblica. Chi sceglie di pagare il biglietto con la carta di credito si mette in coda, perché solo una delle quattro macchinette presenti accetta le carte magnetiche. "Sono rotte da una vita”, dice uno dei ragazzi in fila. Ecco il biglietto da visita. Sono passate da poco le 18 e sta per arrivare, con cinque minuti di consueto ritardo, il treno della linea suburbana S6, l'incubo di tutti i pendolari che vivono sul tragitto che va da Milano a Novara e lavorano nel capoluogo lombardo. Ancora prima che il convoglio si fermi, la folla si è già divisa in gruppetti in corrispondenza delle porte, con la speranza di ottenere un posto a sedere oppure, più realisticamente, almeno di riuscire a salire. "Cinque minuti di ritardo non è niente, siamo abituati a ben peggio, come le cancellazioni", spiega Patrizia, impiegata di Magenta. Saliti a bordo, i pendolari tirano un sospiro di sollievo. Ma è ancora presto per rilassarsi. Tutti i posti a sedere sono occupati dai primi fortunati e la gente si ammucchia vicino alle porte e sugli scalini bloccando il passaggio. Basta il minimo imprevisto per fare scatenare litigi. A ogni fermata, intanto, i passeggeri sono sempre più numerosi. E ai pendolari che lavorano a Milano si aggiunge, alla fermata Villapizzone, un fiume di studenti universitari del Politecnico. A un tratto buio: si spengono le luci del vagone. Qualcuno è stupito, ma la maggior parte dei passeggeri non batte ciglio. L’importante è arrivare. Vivi. 
2. Milano linea 91, il lusso di respirareLunedì mattina, ore 8.00. Ventidue persone alla banchina tra Viale Romagna e Piazzale Susa aspettano la 91, l'autobus che attraversa Milano passando attorno al centro, lungo la circonvallazione esterna. Il bus arriva puntuale, ma prima di partire è già pieno. Al punto che buona parte dei presenti non riesce a salire. Peggio della metro di Tokyo. C'è anche una ragazza con un figlio neonato. Rinuncia. Piazza Piola, scende un gruppo di studenti universitari del Politecnico e si torna a respirare. Ma la tregua non dura molto. L’autobus inizia a percorrere la circonvallazione e comincia a riempirsi di nuovo: salgono uomini in giacca e cravatta, ma anche studenti e molti stranieri. Tra questi c’è una donna indiana che aiuta il figlio a ripassare l’ultima lezione di inglese. Fino a quando il mezzo è talmente affollato da non riuscire a tenere aperto il quaderno. E scatta il battibecco. “Può spostare il braccio?”, dice rivolgendosi a un signore, che risponde visibilmente infastidito: “Non è colpa mia, mi spingono per provare a salire”. Ordinaria amministrazione sulla linea 90-91.Da qui in poi è sempre peggio. Piazzale Lugano: una ragazza prova comunque a salire con un passeggino. Inizia così un vero lavoro di squadra per aiutarla, con due giovani che prendono le ruote davanti e un altro che fa spazio. Altre fermate, ma decine di persone guardano sconsolate il bus passare, restano sul marciapiedi. Arriveranno tardi.
Le altre storie le potete trovare sull'articolo del Fatto Quotidiano.

22 marzo 2013

Lo sciopero perfetto

Oggi è l'ennesima giornata di passione per i pendolari e, in generale, per gli utenti del trasporto pubblico.
Oggi è la giornata dello sciopero perfetto.
I lavoratori e i sindacati si lamentano del mancato rinnovo del loro contratto da cinque anni.
Le aziende di trasporto pubblico, del fatto che le regioni e lo stato hanno tagliato i trasferimenti per la loro parte .
Le regioni si lamentano con lo stato.
Lo stato, cioè il governo, si deve appellare alla spending review e agli accordi con l'Europa  (firmati tra l'altro, da un precedente governo).

Tutti hanno la scusa pronta: è lo sciopero perfetto. Siamo noi pendolari che la prendiamo in quel posto.
E anche chi lavora nel settore, messo in mezzo tra la rabbia dei pendolari e le aziende di trasporto.

20 luglio 2012

Il nodo dei trasporti pubblici

Altra giornata di scioperi, oggi.
Da una parte i sindacati che rinfacciano alle associazioni di categoria di aver fatto uno strappo sul contratto collettivo.
Confermato lo sciopero nazionale di 4 ore di venerdì 20 luglio nel trasporto pubblico locale. A proclamare unitariamente la protesta che interessa tutti gli addetti sia dei servizi urbani sia extraurbani, sono Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugltrasporti e Faisa Cisal “a seguito della comunicazione da parte delle associazioni datoriali, Asstra e Anav, di recesso dal Contratto della Mobilità,”. “Lo sciopero, a seguito dell’ennesimo atto di irresponsabilità ed arroganza, sarà articolato - informano i sindacati - secondo diverse modalità territoriali e nel rispetto della garanzia dei servizi minimi secondo le fasce orarie”.
Dall'altra le associazioni di categoria, in allarme per i tagli di Monti al settore dei trasporti.
"Siamo seduti su una polveriera, come ha denunciato stamattina lo stesso presidente della Commissione di Garanzia al Governo e alla stampa.

Anche noi indirizziamo un messaggio al presidente Monti, alle Regioni e agli Enti Locali: il grasso delle aziende di trasporto pubblico locale è stato raschiato via tutto. Siamo arrivati all'osso e ci stanno andando di mezzo i cittadini, già provati da una crisi che li spinge ad usare sempre più i mezzi pubblici. Per questo è indispensabile che il Paese sia avvertito di una situazione insostenibile. Noi lo faremo in una conferenza stampa che terremo a Roma il prossimo 19 luglio"
In mezzo i cittadini che i mezzi pubblici li usano.
Forse anche nel settore del trasporto pubblico si può fare della "spending review": prima di tagliare bus e treni (e creare le solite incazzature di chi quei mezzi pubblici li usa) si può tagliare qualche posto nei cda.

20 dicembre 2011

Ci sono un ministro, un presidente e un sindaco ..

Ci sono un ministro, un presidente e un sindaco attorno ad un tavolo. No, non è l'inizio di una barzelletta, è quello che è successo ieri a Milano: la pianura Padana (come zona geografica) è sotto una cappa di inquinanti e questo è un problema per la salute dei cittadini.
La barzelletta inizia adesso: cosa hanno deciso, i signori?
Di incentivare il servizio pubblico.
Ora potete mettervi a ridere.
Perchè se a fare queste proposte sono amministratori che fino ad ora hanno puntato sul trasporto su gomma, che progettano nuove autostrade (la Brebemi, la Pedemontana, la Bergamo Malpensa ..) che ingolferanno ancora di più le città, da un ministro che considera il nucleare una scelta cui non si dovrebbe rinunciare, viene da pensare ad uno scherzo.
Stanno scherzando.
Ogni giorno migliaia di persone prendono i mezzi pubblici per arrivare a Milano o negli altri capoluoghi, e sanno cosa significano le parole "trasporto pubblico".
Rincari, treni in ritardo, vagoni vecchi, viaggiatori stipati ...
Magari lorsignori potrebbero rinunciare a fare riunioni del genere, così ci risparmieremmo almeno l'inquinamento di tutte le auto blu in giro per le città.

Qui potete scaricare il rapporto  di Legambiente 2011 sui pendolari.