Visualizzazione post con etichetta Mediterraneo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mediterraneo. Mostra tutti i post

18 febbraio 2020

Presa diretta – Il polmone blu

Prima dell'inchiesta sulla salute dei mari, un servizio sugli abusi di parti cesarei.

Il primo respiro

Da dieci anni c'è stato un abuso di questa pratica, il 32% dei parti del 2018 è stato fatto col cesareo.
È un intervento che serve, in taluni casi, per salvare la salute della madre e dei bambini: oggi la sua facilità di esecuzione porta ad un suo uso eccessivo, molti medici non sono più abituati a seguire un parto naturale.
Nel lungo termine i bambini nati in modo naturale stanno meglio: meno malattie e meno tumori, per esempio.
Il parto naturale è da preferire: ci sono sostanze che passano dalla madre al bambino, il bioma umano, che passano dal condotto vaginale in un contatto che avviene solo alla nascita, con cui si passano questi micro-organismi che costituiscono le prime difese immunitarie.

La Campania è una regione dove si praticano molti cesarei, circa il 75%, molti dei quali in strutture convenzionate come Villa Cinzia, dove si prendono più soldi dalla regione col parto cesareo.
C'è un motivo economico dietro la scelta del cesareo?
Dal 2015 c'è stato un richiamo dalla regione che ha portato ad un controllo maggiore sui parti: la regione di De Luca ha dato due anni di tempo per le strutture convenzionate di rientrare nella norma, riducendo i cesari.


Il mare assorbe il calore della terra, la co2, ma il riscaldamento della terra, l'inquinamento, rendono sempre più difficile questo compito.
Il mare ci dà da vivere, ci protegge: eppure abbiamo depredato i mari e li stiamo cambiamento per sempre. L'oceano vale di più di tutte le foreste del mondo, più dell'Amazzonia.

Presadiretta ha viaggiato sulla nave Tara, dove hanno condotto delle ricerche sugli oceani: hanno osservato il microplancton, che producono il 50% dell'ossigeno che respiriamo.
Alessandro Macina ha intervistato il biologo francese Eric Carcenti, ideatore della missione che ha spiegato l'importanza del plancton, che è alla base della catena alimentare, che cattura la co2 pulendo l'aria, ma l'inquinamento sta uccidendo il plancton, che si nutre delle microplastiche.

Al laboratorio europeo di biologia molecolare – EMBL, un'eccellenza della ricerca sostenuta da fondi comunicati, Alessandro Macina ha incontrato i ricercatori che analizzano i microorganismi nel mare in collaborazione con la missione Tara: sono loro che hanno lanciato l'allarme.
Per colpa del riscaldamento, il plancton sta perdendo la capacità di darci ossigeno: “una temperatura più alta” - racconta Bianca Silva una delle ricercatrici - “aumenta il metabolismo dei microorganismi che vivono nei mari, che quindi consumano più ossigeno, paradossalmente c'è meno ossigeno nel mare e questi organismi ne hanno bisogno di più, in un circolo che fa che ci sia sempre meno ossigeno a disposizione”.
Quanto sta diminuendo l'ossigeno in mare?
In media, negli ultimi 50 anni è diminuito del 2%, sembra poco ma in realtà è tantissimo, perché piccole diminuzioni di ossigeno hanno grandi effetti. Ma questa è una media, ci sono alcune zone dove è diminuito anche del 40%, ci sono anche zone dette “zone morte”, queste sono quadruplicate”.

In queste zone aumentano le specie marine che hanno bisogno di meno ossigeno, come le meduse: l'aumento di gas serra porta anche a queste conseguenza.
Una delle zone rosse in Italia si trova nel golfo davanti Venezia, le altre sono alle foci dei grandi fiumi.

Si stanno studiando anche gli effetti dell'innalzamento della temperatura del mare, come il Mediterraneo: la Nato sta studiando gli effetti dei cambiamenti climatici, che saranno sicuramente legati a cambiamenti geo-politici dei paesi che si affacciano sul nostro mare.
Aumenta la temperatura del mare, aumenta anche la Co2: fino a quando riusciranno a “sequestrare” l'anidride carbonica nell'atmosfera?
Come potrebbero peggiorare gli scenari sui cambiamenti del clima e dei suoi effetti sulle nostre coste?
Già quest'anno abbiamo visto uragani, cicloni nel nostro Mediterraneo che in questi 50 anni si è riscaldato di due gradi.

All'isola D'Elba Greenpeace ha installato una struttura marina per la misurazione della temperatura: in superficie, in inverno siamo già a 19 gravi, che rimangono a 18% anche fino a 35 metri.
Ci sono specie che sono sparite, come la “pinna mobilis”, uccisa da un batterio sviluppatosi col crescere della temperatura.

Tutte le aree marine protette dovrebbero avere strutture simili per il monitoraggio: attorno al fondale di Genova sono esplose le mucillagini che hanno distrutto i fondali.
Ad Ischia piante marine come la Gorgonia sono state eliminate da un fenomeno nuovo, le ondate di calore marino.
Lo ha spiegato la ricercatrice Maria Cristina Gambi: il calore accumulato in superficie, va in profondità e questo uccide gli organismi sui fondali, portando ad una progressiva estinzione delle specie marine.

Nel Mediterraneo iniziano ad arrivare specie aliene: sono specie aggressive che arrivano dal mar Rosso, ad esempio, transizione facilitata dall'allargamento del mar Rosso.
Le nuove specie sono monopolizzatrici che rischiano di stravolgere l'ecosistema attuale: è uno degli studi del ricercatore Dominici che ha spiegato come al crescere della temperatura, il metabolismo dei pesci ha un tracollo.
Un mare più caldo e anche più corrosivo, perché siamo riusciti pure a modificare il suo ph: stiamo parlando delle barriere coralline che oggi sono a rischio, per questa decalcificazione.

All'Enea hanno simulato cosa succederà ai nostri mari se non cambiamo le cose: nel 2079 arriveremo ad una temperatura cresciuta di 4 gradi, il mare non riuscirà più a “respirare”, come un essere umano che si trova in affanno.

Cosa stiamo facendo per affrontare questo problema?
Le grandi lobby del petrolio stanno facendo di tutto per rallentare la transizione dal fossile alle rinnovabili.

Nel frattempo nemmeno le aree protette sono del tutto sicure: Presadiretta è andata a Ventotene, dove è proibita la pesca e l'attraversamento con le barche.
Sono riusciti a salvare la foresta di Poseidonia: questa pianta produce ossigeno, rallenta il moto ondose riducendo l'erosione, fa da nursery per la crescita dei pesci.

Ma in Italia le aree marine protette non sono enti gestori, come i parchi nazionali: non c'è sorveglianza, non ci sono biologi.
Dovremmo tutelare 27 aree marine, ma solo sulla carta, perché ne proteggiamo solo una parte: il budget complessivo per queste è di 3 milioni di euro, mentre in Francia questa è la cifra che è destinata ad una sola delle aree.

Dobbiamo proteggere il mare, non basta mettere sulla carta il nome “area protetta”: proteggere il mare e i suoi abitanti, come i cetacei del santuario tra Italia a Francia, molto più utili degli alberi nel pulire la co2, se proteggiamo le balene, dunque, proteggiamo anche noi.

La prosperità della natura è anche la nostra prosperità.

C'è anche un altro problema: l'innalzamento del livello dell'acqua del mare.

Se l'acqua cresce come livello, non sparisce solo Venezia, ma spariranno anche tante altre località costiere in Italia.
Le immagini dell'acqua alta a Venezia, lo scorso anno, hanno fatto il giro del mondo: l'acqua alta c'è sempre stata, ma mai con questa frequenza e con questa crescita, esponenziale.
Eventi che hanno portato poi all'esplodere dello scandalo del Mose, 6 miliardi di euro spesi per una struttura che potrebbe non salvare Venezia.
Le zone più fragili sono quelle centrali, di piazza San Marco, che si allaga già quando l'acqua sale fino a 110 centimetri.

Il mare è salito di 26 cm ogni anno, anche perché sono sprofondati i sedimenti su cui si poggia la città: a fine secolo la città potrebbe sparire, già nel 2050 se volessimo salvare le tante opere d'arte dovremo spende 1 miliardo l'anno.

Venezia, Napoli, Cagliari, Brindisi, Palermo. E poi Taranto, La Spezia, la pianura Veneta e quella Pontina, quella del Sele in Campania.
Dobbiamo abituarci ad un futuro di eventi eccezionali?
Ai ghiacciai che si sciolgono, all'espansione (termica) degli oceani, a temperature sempre più alte?

Se non applichiamo gli accordi di Parigi, la rotta di non ritorno sarà prossima.
Possiamo solo agire sulla velocità di crescita dei mari, tornare indietro sarà impossibile.

Già oggi ci sono posti bellissimi che stanno sparendo o sono spariti.
Un terzo delle nostre coste è già esposto ad erosione, come l'ovest della Sardegna e la parte sud della Sicilia, ad Agrigento.

Fiumi cementificati, porti costruiti in zone sbagliate, significa meno sabbia che arriva al mare: mare che si mangia pezzo dopo pezzo la spiaggia, il bosco, la flora marina.
Un danno anche per le attività legate al turismo in queste zone del paese.

Come successo ad Agrigento, lungo la costa, dove il mare sta mettendo a rischio anche l'autostrada principale che collega la città col centro dell'isola, dove le spiagge sono a rischio balneazione per i crolli.

Come successo ad Oristano, dove a rischio c'è il sito archeologico di Tarros, la penisola di San Marco: luoghi vulnerabili per l'innalzamento del mare, che in questi venti anni è cresciuto di 2 centimetri almeno.

Oggi stiamo prendendo in considerazione questi cambiamenti climatici, che poi causano gli esodi di massa di popolazioni: “effetto serra uguale effetto guerra”.

Il servizio è andato poi a mostrare quello che sta succedendo nell'Artico, la regione del mondo che sta salendo in modo più veloce al mondo: i ghiacci si sciolgono e portano alla luce tanti tesori del sottosuolo, che oggi politici criminali vorrebbero estrarre, andando ad aggravare ancora di più la situazione dell'ambiente.

Oggi sull'Artico si sta combattendo una battaglia geopolitica: solo la ricerca scientifica salverà l'Artico e il mondo, non politici senza scrupoli.
Non abbiamo più tempo, non possiamo farci rubare il futuro dalle lobby del petrolio, da politici predatori, da finti scienziati negazionisti.

17 febbraio 2020

Le inchieste di Presadiretta – il nostro polmone blu


Vi ha fatto piacere passare un inverno senza pioggia, senza neve in pianura, con temperature abbastanza miti, quasi sempre sopra lo zero?
Beh, non dovrebbe essere così, la scorsa settimana a Milano abbiamo registrato temperature semi primaverili, con punte fino a 16 gradi: è anche questo uno degli effetti dei cambiamenti climatici, inverni secchi e miti, pioggia assente, aria inquinata, ghiacciai che si sciolgono.
Di questo se ne è già occupata una passata puntata di Presadiretta che questa sera si occupa del nostro “polmone blu”, i nostri oceani, che rivestono una grande importanza nella regolamentazione delle temperature nel mondo.


Il nostro pianeta è coperto d'acqua per più del 70%, da qui l'espressione pianeta blu (questo il colore che si vede dallo spazio): è il mare il nostro polmone – ci racconterà nel servizio il giornalista Alessandro Macina – perché grazie a degli esseri invisibili di pochi micron, chiamati plancton, viene prodotto il 50% del nostro ossigeno.
Anziché proteggerli, i nostri mari li abbiamo depredati, inquinati e con i cambiamenti climatici li stiamo mutando per sempre.
In questo momento i mari assorbono circa il 30% dell'anidride carbonica che sta nell'atmosfera (e il 90% del calore immesso in atmosfera): il problema è che non sappiamo quanto a lungo gli oceani riusciranno a mantenere questa super attività di “sequestro” di co2.
Quando smetteranno, l'anidride carbonica rimarrà nell'atmosfera e continuerà ad aumentare e in quel momento gli scenari sui possibili effetti dei cambiamenti climatici saranno di difficile previsione.

Per capire lo stato di salute del nostro polmone, Alessandro Macina ha iniziato un viaggio sui mari a bordo di una barca a vela, la Tara, alla sua dodicesima missione internazionale, che ha avuto un ruolo fondamentale per censire per la prima volta i produttori di ossigeno del pianeta, il fitoplancton.
A Parigi il giornalista ha incontrato il biologo marino Eric Carcenti, ideatore e direttore scientifico della missione Tara Oceans: per il suo lavoro ha ricevuto una medaglia d'oro dal CNRS, li più alto titolo onorifico del mondo scientifico francese.
La vita è iniziata nell'oceano” racconta il biologo - “e solo grazie agli organismi marini si è creata l'atmosfera che ci ha permesso di poter vivere sulla terra, senza plancton non ci sono pesci e sono importanti anche per il clima, perché oltre a produrre ossigeno, sequestra la co2. Il riscaldamento climatico ha un impatto drammatico sul plancton e anche l'inquinamento lo avrà, perché anche loro mangiano le microplastiche. E' un enorme problema politico, perché impone di ripensare al modo in cui vogliamo vivere su questo pianeta”.

Già, perché non esiste un pianeta B su cui andare, una volta compromessi gli equilibri su questa terra.
Il 2019 è stato l'anno record del riscaldamento marino, ma tutti gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi per i mari del mondo, “perché il mare ha assorbito il 90% del calore immesso in atmosfera dalle attività umane ”.
Al laboratorio europeo di biologia molecolare – EMBL, un'eccellenza della ricerca sostenuta da fondi comunicati, Alessandro Macina ha incontrato i ricercatori che analizzano i microorganismi nel mare in collaborazione con la missione Tara: sono loro che hanno lanciato l'allarme.
Per colpa del riscaldamento, il plancton sta perdendo la capacità di darci ossigeno: “una temperatura più alta” - racconta Bianca Silva una delle ricercatrici - “aumenta il metabolismo dei microorganismi che vivono nei mari, che quindi consumano più ossigeno, paradossalmente c'è meno ossigeno nel mare e questi organismi ne hanno bisogno di più, in un circolo che fa che ci sia sempre meno ossigeno a disposizione”.
Quanto sta diminuendo l'ossigeno in mare?
“In media, negli ultimi 50 anni è diminuito del 2%, sembra poco ma in realtà è tantissimo, perché piccole diminuzioni di ossigeno hanno grandi effetti. Ma questa è una media, ci sono alcune zone dove è diminuito anche del 40%, ci sono anche zone dette “zone morte”, queste sono quadruplicate”.


Quest'anno il Mediterraneo ha incamerato il calore della seconda estate più calda di sempre, segnando una temperatura del mare caldo eccezionale fino a tutto il mese di novembre compreso: questo ha avuto conseguenze disastrose nella nostra penisola, precipitazioni tropicali, sempre più intense e frequenti. Per la prima volta si è parlato anche di uragani nel Mediterraneo, innescati dalla temperatura ogni anno sempre più alta.
Parliamo oramai di oceani e di mari che sono caldi per parecchie decine di metri, è questo l'effetto che dimostra che gli oceani siano di fatto stremati.
Il Mediterraneo si è già riscaldato di quasi due gradi negli ultimi 50 anni: una vera e propria febbre del mare, persino più alta di quella del riscaldamento medio del pianeta.
I giornalisti di Presadiretta mostreranno i mari nella riserva della penisola del Sinis, nella marina di Cabras e intervisterà Giovanni De Falco, Geologo Ias del Cnr di Oristano.

Se i mari vanno in sofferenza, tutta una catena va in sofferenza: il mare racchiude l'80% delle specie viventi, infatti dà da mangiare a 4 miliardi di persone. Pensiamo che sia troppo vasto per subire modifiche originate dai nostri comportamenti: non è così, dobbiamo prendere coscienza che così come i cambiamenti visibili sulla terra, anche quelli degli oceani potrebbero essere irreversibili.

La scheda del servizio: Il polmone blu
Un viaggio di PresaDiretta per raccontare IL POLMONE BLU, l’ecosistema oceano, sempre più a rischio.Il mare è infatti il polmone del mondo: è lui a produrre il 50% dell’ossigeno presente sul pianeta, un respiro su due lo dobbiamo a lui.
Il mare finora è stato il nostro migliore alleato proprio nella lotta ai cambiamenti climatici: ha assorbito il 30% dei gas serra e il 90% del calore immesso in atmosfera. Ma tra poco non ce la farà più: le acque degli oceani oggi sono più calde, più acide e meno produttive.
La produzione di ossigeno è in diminuzione e il riscaldamento globale sta cambiando le correnti che regolano la vita e il clima.Cosa stiamo facendo per proteggere e salvare i nostri oceani?PresaDiretta ha attraversato l’Italia e non solo.
E’ andata nel santuario dei cetacei per capire quali sono i limiti delle aree marine protette, tra le isole del Mediterraneo, lungo le coste aggredite dall’erosione costiera, a Venezia dove l’ eccezionalità dell’acqua alta ha messo in allarme gli scienziati di tutto il mondo.Infine PresaDiretta è tornata in Artico, il luogo sentinella dei cambiamenti climatici, la regione che si sta scaldando più velocemente del Pianeta.Non diamo per scontato nulla, non esiste un Pianeta B.IL POLMONE BLU” è un racconto di Riccardo Iacona con Alessandro Macina, Fabrizio Lazzaretti.

17 dicembre 2019

Report - muto come un pesce, i cofanetti regalo e le palestre

Prima del servizio sul pesce che consumiamo (da dove arriva? Quanto è sicuro?), un servizio sulle palestre italiane e sulle agevolazioni fiscali.


5149 palestre, 3000 sono enti commerciali, le altre sono enti no profit: sono associazioni che indossano l'abito del benefattore, grazie a delle agevolazioni fiscali.
Ma dietro questo si nasconde un altro pezzetto di evasione fiscale: ci sono palestre che denunciano il loro scopo commerciale e altre invece che fanno le furbe e che sono pure costruite dove non si dovrebbe.

Magma Welness sorge per esempio nella zona rossa del Vesuvio, nel comune di Cercola: in caso di rischio gli abitanti dovrebbero essere evacuati; il comune ha incassato i soldi per i piano dell'evacuazione, avrebbero dovuto limitare le costruzioni nel comune, invece proprio nella zona di raccolta per l'evacuazione, il presindente De Luca ha inaugurato la palestra.
Una struttura commerciale, camuffata da società da non a scopo di lucro, grazie anche a un cavillo giuridico sulle società sportive dilettantistiche.

A Roma sono 100 le palestre a scopo di lucro, a Milano 125: sono in tanti a nascondersi dietro il cavillo della legge, dietro il fatto di essere fintamente no profit e si rischia anche poco.
Solo una multa.

Gli enti del promozione del Coni (finanziati dal ministero dell'economia) mettono a disposizione un commercialista, un template di statuto per mettersi al riparo dai controlli, ti aiutano a trovare trainer per la palestra, persone che hanno solo fatto qualche settimana di corso.

Concorrenza sleale alle palestre vere, a chi fa veramente sport per far si che i ragazzi non si perdano per strada ...


Pacco regalo di Giuliano Marrucci collaborazione di Giulia Sabella e Silvia Scognamiglio

Giuliano Marrucci ha testato con amici e parenti come funzionano i pacchetti viaggio regalo, le smartbox: costano poco i cofanetti, ma, almeno in base all'esperienza di Giuliano Marrucci, mantengono poco di quanto promettono.
E rischi di finanziare imprenditori vicini alla destra ...

Muto come un pesce di Emanuele Bellano collaborazione di Greta Orsi

Le leggi italiane impongono al pesce sui banchi una tracciatura rigorosa: ma Emanuele Bellano si è imbattuto in etichette sbagliate, mancanti, assenti, noi italiani siamo i peggiori truffatori anche sul pesce, al mondo, assieme agli Stati Uniti.

Il giornalista di Report ha girato diverse pescherie assieme a Silvio Greco, biologo marino, per capire qual è la situazione: ci sono pesci freschi, che mantengono colori originali, la pelle è tonica.
Ci sono anche pesci vecchi di giorni, la pelle ha un colore spento, c'è pesce decongelato fatto passare per fresco, facendo correre al consumatore dei rischi alimentari.

Ci sono etichette incomplete o ingannevoli: devono riportare correttamente se il pesce è fresco o decongelato, non importa se le etichette si scolorano.
Va indicata la presenza di solfiti e va indicata la provenienza.
I vigili urbani appaiono distratti, in questi mercati, girano senza controllare veramente i banchi: eppure noi italiani siamo in Europa quelli che mangiano più pesce, il pescato non soddisfa più la richiesta.
Così mangiamo pesce allevato: come le trote che non sono più pesce di fiume.

Le trote allevate hanno preso il posto delle trote di fiume, quasi scomparse: nelle vasche le trote sono ammassate e la promiscuità rende facile la diffusione di malattie.
E per le malattie, si usano antibiotici nel cibo: Sulfadiazina e Trimetoprim, che si ritrovano nel mangime “medicato”.
Anche il pesce non ammalato mangia questo mangime con antibiotici, portando a condizioni di antibiotico-resistenza.

Le trote come i polli o i maiali negli allevamenti intensivi: i batteri, quando vengono a contatto con gli antibiotici, possono mutare e diventare resistenti alla malattia. E così selezioniamo i batteri a diventare sempre più pericolosi, rendendo inutili i farmaci che usiamo per curarci dalle malattie.

Ci sono anche allevamenti a mare, come quello visitato a Follonica in Toscana: nella stessa gabbia si trovano 200mila orate, peggio che le trote come intensità.
E il rischio di aumento di malattie cresce: anche in questo allevamento si comprano antibiotici, poi si vendono spigole e orate al circuito delle coop.

Ma poi nei supermercati scrivono che sono antibiotic-free, ma è solo una questione di marketing.
L'antibiotico-resistenza causa migliaia di vittime ogni anno: dovremmo monitorare i batteri resistenti agli antibiotici, è stata fatta una legge per gli allevamenti a terra ma non per quelli in mare o in vasca.

Ci sono anche pesci che arrivano dall'estero, per esempio dalla Grecia: che differenze esistono rispetto ai pesci cresciuti e pescati nel fiume o nel mare?

LA Grecia è il primo produttore al mondo di spigole e orate, in allevamenti: pesce destinato al mercato estero, anche l'Italia, venduto a 6 euro al kg.
Il prezzo competitivo deriva dal fatto che le gabbie sono vicine alla spiaggia, più semplice per gli allevatori rispetto a quelli toscani che sono costruiti in mare aperto.

I pesci aumentano di peso rapidamente, perché contengono molti additivi (FCA), il pesce cresce in fretta ma che all'interno contiene molto grasso, contenuto nei mangimi, dal 16 al 30% dell'apporto nutrizionale: è anche un grasso di bassa qualità, contenente anche con antiossidanti sintetici (che una volta si trovavano dentro le patatine, oggi vietati, i BHT e BHA).

Ecco spiegato il costo basso del pesce allevato, se le orate e le trote dovessero crescere in modo naturale, questi impianti sarebbero anti economici.

Report si è occupato di filetti di pesce che sono indicati come sogliola, sgombro, ma che in realtà potrebbero essere di un'altra specie: pesce che arriva anche nelle mense dei bambini, come il pangasio spacciato per persico.

Il persico dovrebbe arrivare dall'Africa, pescato sul lago Vittoria da pescatori che ancora usano barche a remi: 1 kg di pesce persico costa 1,18 euro; qui da noi arriva a 10euro al kg, un prezzo economico se consideriamo che è pesce pescato e che arriva da lontano.

Emanuele Bellano è andato a vedere come viene lavorato il pesce nelle strutture che raccolgono il persico, prima di spedirlo in Italia: nessuna di queste strutture ha acconsentito a far entrare le telecamere, dobbiamo fidarci di quello che dicono le aziende che poi vendono il pesce.
La filiera è etica?

Sempre in Kenia si trovano le migliori miniere d'oro nel mondo, eppure le persone vivono in povertà: la polizia e le guardie delle miniere non gradiscono i giornalisti che fanno domande e mostrano la situazione in questo paese.

La gente viene tenuta lontano dalle miniere e dall'oro a colpi di fucile; l'acqua del bacino è avvelenata e inquina anche il vicino fiume Mara, con cianuro e boro.
E le acque del fiume Mara sfociano nel lago Vittoria: le sostanze tossiche finiscono nel persico del lago Vittoria, che raccoglie anche le acque reflue dei villaggi vicini, dell'inquinamento dei campi degli agricoltori, che usano i pesticidi.

Esiste anche una pratica di pesca ancora più inquietante: la pesca col veleno.

Chi controlla la qualità del lago Vittoria? Il dato è nelle mani del governo che non lo concede facilmente; controllando dall'alto il lago con un drone si vedono le macchie biancastre legate all'inquinamento di scarichi.

Ecco l'effetto del capitalismo, in Tanzania: abbiamo inquinato i mari e anche i laghi, pur di avere del pesce a basso prezzo.
Ma la filiera del pesce persico rispetta tutte le norme igienico sanitarie, le condizioni dei lavoratori?
Coop, Pam, Auchan, Conad non hanno risposto alla domanda di Report. Non hanno tempo da dedicare al mistero del pesce persico.
Pesce che si presta bene alla sostituzione di specie, può essere spacciato per altro, anche nelle mense scolastiche.

In Italia e nel Mediterraneo i controlli sul pescato sono rigorosi, almeno sulla carta: i controlli della finanza controllano le reti, le zone di pesca, le dimensioni del pescato, le reti (che non devono essere troppo piccole).

Abbiamo pescato per anni troppo e troppo male, mettendo a rischio tante specie nei nostri mari: Oceana è una organizzazione che monitora la pesca nel Mediterraneo, tracciando i segnali dei pescherecci.
Hanno scoperto migliaia di ore di pesca illegale, fatta anche in zone protette: siamo bravi in questo, come siamo anche bravi nella contraffazione delle etichette, nel parlare di filiera etica, di rispetto del lavoro, dell'ambiente..