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13 aprile 2014

Bei tempi per gente cattiva Roberta De Falco

Bei tempi per gente cattiva” è un proverbio bosniaco che da il titolo a questo romanzo dove l'impalcatura da noir è un pretesto per raccontare di una tragedia avvenuta quasi venti anni fa, nemmeno troppo lontano dall'Italia, il cui dolore ancora si riverbera ai nostri giorni.
Come una ferita infetta che nessuna medicina è in grado di cicatrizzare.
La tragedia è quella di Srebenica del luglio del 1995: in questa enclave, migliaia di musulmani bosniaci furono massacrati dalle milizie serbe durante la guerra civile. Un massacro avvenuto sotto i nostri occhi, in particolare sotto gli occhi colpevolmente girati dall'altra parte dei caschi blu delle nazioni unite.

Roberta De Falco, nella sua seconda opera ci parla del desiderio di vendetta per un dolore mai sopito, rimasto a covare come un fuoco sotto la cenere e che ancora oggi spinge qualcuno ad uccidere.
Ma è anche un romanzo d'amore e di affetti: quello ritrovato tra il commissario Ettore Benussi e sua moglie Carla, la volontaria nel centro di recupero per tossicodipendenti e alcolizzati, dove trovano rifugio tutti disadattati di questa società, che vorrebbe nasconderli.
Amore ritrovato dopo troppi anni in cui si erano sopportati, dopo l'incidente della scogliera costato qualche frattura e diversi mesi di convalescenza a casa (la storia raccontata nel precedente libro “Nessuno è innocente”).
Sentimento che non è stato sempre corrisposto alla figlia Livia, ribelle e insofferente, con cui il commissario non è mai riuscito (o forse non ha mai voluto) creare un rapporto da padre a figlia.

C'è l'amore, sottile come un filo di seta, tra i due ispettori Elettra Morin e Valerio Gargiulo, così diversi eppure così in sintonia tra loro.
“C’era sempre qualcosa di freddo in quello splendore dell’aria, qualcosa di minaccioso,[..]

come se ci si aspettasse da un momento all’altro una cattiva sorpresa. Anche nel suo rapporto con Elettra, Valerio Gargiulo sentiva la stessa raggelante minaccia”.
Ma anche questo sentimento deve subire le prove della vita, rischiando di spezzarsi: per il carattere indipendente di Elettra, alle prese con la malattia della madre. Sono stati i suoi genitori adottivi a prenderla con se, tanti anni prima, dopo tante esperienze negative di affido.
Il loro amore l'ha salvata da un destino triste, senza una famiglia da cui ricevere amore e attenzioni.

Una sera di un freddo dicembre, in cui Trieste si prepara a festeggiare Natale, Carla, la moglie del commissario sparisce. È un colpo per Ettore che all'improvviso comprende l'importanza di avere a fianco la donna della sua vita: 
“Aveva paura. Paura che Carla potesse non tornare. Paura di non aver più voglia di vivere, se questa terribile ipotesi si fosse avverata. Paura di dover fare da padre a una figlia”.
Come il personaggio del film La finestra sul cortile di Hitchcock, Benussi deve svolgere le sue indagini con le stampelle, non potendo muoversi dalla sua casa sulle colline di Trieste, in Santa Croce, dove il poliziotto si è ritirato per la convalescenza.T
Indagini, affidate a Elettra e Valerio, si muovono prima di tutto attorno alle persone seguite da Carla: un tossicodipendente, un figlio di papà con problemi di droga e una ragazzina con padre disoccupato e depresso.

Ma sono strade che non porteranno a nulla di buono.
Nel frattempo, nel centro di ricovero curato da padre Florence, arriva una donna croata:
«Luka Furlan», rispose la donna, distogliendo lo sguardo. «Non sei italiana?» «Sono nata a Serajevo.»
Per quale motivo è arrivata a Trieste da così lontano? Perché il nipote l'ha percossa una notte e perché si ostina a non denunciarlo alla polizia?
«Mio nipote, figlio di mia figlia.»

«Minorenne?»
«Ha vent’anni.»
«Proprio per questo dovrebbe aiutarci a ritrovarlo. Potrebbe fare male ad altre persone…»
«Il male lo hanno fatto a lui, tanto tempo fa.» 
Quale segreto nasconde nel suo passato? Livia si ricorda di un ragazzo, uno zingaro zoppo con un violino, che la madre aveva incrociato davanti un supermercato, dimostrando di conoscerlo bene.
Altre domande e altre piste per i due investigatori e mezzo (se includiamo il burbero Benussi).
La storia della caccia alla donna scomparsa si intreccia alle pagine di un diario, scritto da un ragazzo bosniaco nell'estate del 1995: è il diario di Kassim che racconta, per il figlio che non vedrà mai, la sua storia d'amore per la piccola Nadja. Una storia da Giulietta e Romeo ambientava nella follia della guerra civile jugoslava. Perché Kassim è musulmano bosniaco, Nadja è serba, figlia di una donna croata.
Un amore impossibile.
Un amore spento dall'odio nato all'interno della stessa famiglia, di cui faceva parte uno zio, miliziano cetnico, che si era macchiato del suo stesso sangue.

Igor, questo il nome del ragazzo col violino, c'entra qualcosa con la scomparsa di Carla Benussi?

E c'entra qualcosa Radovan Jovic, uno dei massacratori di Srebenica durante una guerra nata sia per l'odio che da sempre covava tra serbi, croati e musulmani, sia per motivi economici:
«E allora quale fu l’elemento scatenante?» «Motivi economici, soprattutto. Quando i bosniaci, che erano per la maggior parte musulmani, tentarono la carta dell’indipendenza, [..]

gli ex burocrati comunisti ebbero paura di perdere il loro potere e scatenarono una campagna di odio fomentata ad arte,[..]
Aizzarono gli ignoranti, i contadini, i montanari, tutti coloro che vivevano ai margini.
Fu una guerra del fanatismo ignorante contro la borghesia progressista e tollerante.”.
Srebenica, 1995:
Non so quanti giorni ancora mi restano. Devo fare presto a raccontarvi tutto, lo faccio soprattutto per te, figlio mio, perché tu sappia di cosa è capace l’uomo quando è incendiato dall’odio e dal fanatismo.
Nelle pagine del diario, Kassim racconta anche delle stragi compiute per rappresaglia dai bosniaci contro i serbi:
combattimenti sempre più serrati e sanguinosi nei villaggi e nelle campagne, degli agguati come quello di Voljavica, dal quale i serbi non ebbero scampo”.
Combattimenti in cui anche lui aveva preso parte, finché non vide una scena che gli fece aprire gli occhi su tutta quella violenza insensata:
se non mi fossi imbattuto, a un tratto, in un bambino morto tra le braccia di sua madre, anche lei poco più che una bambina. Avevano gli occhi spalancati, come a chiedere pietà.

[..] quella donna e quel bambino serbi, come i loro parenti che stavano festeggiando il Natale ortodosso nelle loro povere case, non erano altro che vittime come noi.
[..] allora ti dico, figlio mio, aiuta i tuoi coetanei a vedere nell’altro non un ustascia o un cetnico o un turco, ma soltanto quel bambino innocente.
Radovan Jovic, ricorda questo nome. È lui l’uomo che ha bruciato la nostra moschea, che ha portato l’odio nel nostro villaggio. Sono uomini come lui, fanatici, crudeli, disumani a sporcare la razza umana.
Oggi è il 12 luglio del 1995. Ricordati questa data. Forse è l’ultimo mio giorno su questa terra. Addio, tuo padre.
Un bambino scampato al massacro di Srebenica. Un carnefice serbo che qui a Trieste ha cercato di rifarsi una vita. Amori che vanno avanti a fatica e amori che si riscoprono.

La scheda del libro sul sito di Sperling & Kupfer.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

06 giugno 2013

Nessuno è innocente, di Roberta De Falco

"Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore con gelosia."Umberto Saba.
Che bello l'esordio letterario di Roberta De Falco, pseudonimo dietro cui si nasconde la sceneggiatrice Roberta Mazzoni.
Bello perché è un libro che contiene più libri, che da spunto per tante riflessioni, perché nessuno dei personaggi è scontato, è il romanzo corale che viene fuori è un gioco di equilibrio tra queste persone, dove nessuno prevale in modo netto sugli altri.

Pur partendo dal meccanismo del giallo, nulla è scontato in "Nessuno è innocente": giallo anomalo quasi.
Anomalo come il caso che il commissario di polizia Ettore Benussi, di Trieste, deve affrontare: come è morta Ursula Cohen, una signora anziana che viveva sola nella sua villa, trovata morta nelle acque antistanti il molo?
E' stato un incidente, come pensa (e spera un pò) il commissario, oppure dietro la morte potrebbe nascondersi un omicidio, come invece ritengono i suoi due giovani ispettori?

Elettra Morin, attenta, perspicace, determinata, e il timido ma anche lui capace Valerio Gargiulo. Vorrebbe tenerli al guinzaglio, i due giovani collaboratori, il commissario Benussi.
Alle prese con la sua pancia, per cui ha deciso di seguire una dieta Dukan rinunciando a tutti i carboidrati. 
Ma l'indagine ben presto si rivela, come già anticipato, più complicato di quello che sembra. Perché la morta aveva delle ferite sul corpo ed è stata spinta in acqua, in una fredda notte di Bora dove nessuno sembra aver visto niente, sul porto.

Non solo: indagando nella cerchia di persone con cui la Cohen aveva a che fare, i due ispettori scoprono che più o meno tutti avevano un motivo per uccidere la vecchia:
"Una vecchia era morta e intorno a lei giravano dei falchi tutti in attesa di un cambiamento di vita che avrebbero ottenuto grazie al denaro che questa morte avrebbe loro dato."

Ursula Cohen aveva un carattere burbero e difficile: aveva fatto ammattire la sua badante, una signora di origine brasiliana Violeta Amado. Il suo giardiniere e autista, che l'ha accompagnata proprio la sera del delitto.

Ma anche tra i parenti prossimi: il nipote, Sergio, ambiva ad ereditare la vecchia villa, per risanare i suoi problemi finanziari.
Villa che era stata venduta in nuda proprietà ad un commerciante, quasi 10 anni prima, senza che questi fosse riuscito a prenderne possesso.
Della Villa era interessata anche la moglie del nipote Sergio, Marisa, per motivi che si comprenderanno poi.

Tra colpi di scena, inseguimenti, false piste, la squadra del commissario Benussi, e prima di tutti Elettra, riuscirà a sbrogliare la matassa.

"Nessuno è innocente", come ho già detto, ha tante storie al suo interno: le pagine del presente si alternano alle pagine di un diario personale, scritto dentro il campo di Auschwitz, da una signora ebrea, portata via dalla sua vita proprio da Trieste. 
"Com’è stato possibile che un’intera nazione si sia trasformata in un unico spietato carnefice di milioni di persone innocenti? Innocenti. Sì, perché chi nasce è sempre innocente. [..] Hanno tutti ubbidito ciecamente. Potrei capirlo, se qualcuno di loro lo avesse fatto per puro senso del dovere. Forse, ci saranno stati dei casi. Ma la maggior parte ci ha preso gusto. È questo che mi fa impazzire. Ci hanno impedito di vivere anche il nostro futuro. Nessuno di noi sopravvissuti è mai riuscito ad uscire da quel campo maledetto, da quell’odore acre dei forni, da quel fango, da quell’umiliazione .."

C'è dunque, oltre alla storia investigativa, storia, con la S maiuscola: ma dietro i personaggi, le loro, di storie, vengono raccontate con molta delicatezza: il commissario e il difficile rapporto con la figlia Livia. Una ragazza ribelle, piena di rabbia: una rabbia usata per nascondersi al mondo:
«Hai ragione, ho sbagliato termine. Volevo dire una bellissima ragazza che si nasconde dietro a una maschera?» «Tutti hanno una maschera.» «Giusto. E sai perché ce l’hanno?» La ragazza non rispose. «Per paura.» «Io non ho paura di niente.» «Hai paura di guardarti allo specchio.»
Il rapporto genitori figli, si scopre essere un comune denominatore di gran parte dei personaggi: rapporto che è alla base della loro maturità e delle loro scelte (o, per alcuni di queste, della non maturità e delle non scelte). 
Il passato, purtroppo, decide è influenza quello che noi siamo. E se il passato che si è vissuto è una storia di orrore, senza nessun amore familiare, può diventare un vuoto che si porterà dentro per tutta la vita.

Aspettiamo fiduciosi i prossimi capitoli di questa saga: il commissario Benussi, la sua dieta e le sue velleità da scrittore.

Qui di seguito trovate il link per leggere in anteprima il primo capitolo di Nessuno è innocente:
http://issuu.com/sperling-kupfer/docs/nessuno_e_innocente  

Qui invece il booktrailer: 



L'intervista all'autrice su Il piccolo
A chi assomiglia Benussi?
«Un po’ ai miei pensieri. Per esempio, questo suo rapporto difficile con il cibo mi riguarda da vicino. E poi il suo senso di frustrazione per come gli architetti stanno stravolgendo le nostre città. Io sono figlia di un architetto e sono allibita davanti allo scempio fatto da tante firme del ’900. Abbiamo perso di vista il concetto di armonia».
Un uomo stanco, non solo perché è vicino alla pensione.
«Questo senso di stanchezza è comune a tutti, nel nostro tempo. Sembra che qualcuno ci abbia sottratto la speranza. Benussi prova questo senso di sfinimento, ma trova nei rapporti umani il coraggio di non arrendersi».
Sulla scena della sua storia si affollano molti personaggi...
«Sono loro che mi aiutano a illuminare le storie che scrivo. Io devo solo ascoltarli, seguire le loro parole. Per esempio Violeta Amado, la badante brasiliana di Ursula Cohen, mi ha suggerito una battuta splendida. Quando dice che gli uomini cercano nelle donne o la mamma o la puttana. E aggiunge che lei è troppo giovane per fare la mamma e troppo vecchia per essere puttana».

Il link per ordinare il libro su ibs
La scheda del libro su Sperling e Kupfer