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23 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – il mancato diritto allo studio, le piste dietro la Uno Bianca, gli allevamenti di polli e il caso dell’ispettore di Bankitalia

L’ispettore troppo solerte

Ad essere troppo zelanti nel fare il proprio dovere si rischia il posto.

È quello che è successo a Carlo Bertini, l’ispettore di Bankitalia che aveva denunciato , e raccontato anche a Report, come funzionavano le cose in MPS sulla vendita dei diamanti.

LAB REPORT: L'ISPETTORE

di Emanuele Bellano

collaborazione di Chiara D'Ambros, Madi Ferrucci

L’ispettore di Banca d’Italia Carlo Bertini aveva raccontato in un’intervista a Report di aver subito pressioni e comportamenti vessatori durante un’indagine sulla vendita di diamanti da parte di Monte dei Paschi di Siena. Oggi, a cinque anni da quella denuncia, non lavora più presso l’istituto. Che fine hanno fatto il procedimento penale per truffa relativo alla vendita dei diamanti, gli approfondimenti della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche e la segnalazione presentata all’Anac per la tutela dei whistleblower? La vicenda solleva interrogativi sulle conseguenze affrontate da chi decide di segnalare presunte irregolarità.

Il diritto allo studio


Il terremoto del 6 aprile 2009 a l’Aquila uccise 309 persone e oltre 1600 feriti. Gli sfollati furono 65 mila: persone costrette ad abbandonare le proprie case distrutte o messe in serio pericolo dalle scosse. Queste colpirono anche le scuole del capoluogo, decine di strutture furono distrutte o rese inagibili e sostituite poi con moduli provvisori o MUSP.
Così provvisori che ancora oggi, 17 anni dopo, sono usati dagli studenti costretti a studiare dentro container.

Dovevano durare solo 5 anni” spiega Massimo Prosperococco del comitato scuole sicure, siamo fuori tempo massimo. Chi garantisce agli studenti aquilani il diritto allo studio, i container danno un senso di precarietà ai ragazzi, “ci si sente spaesati” racconta Marcello Masci dirigente dell’Istituto Gianni Rodari. In questi anni migliaia di ragazzi sono cresciuti e si sono diplomati studiando nei moduli provvisori senza aver mai visto una scuola in muratura, senza una palestra, una biblioteca o un laboratorio.

Noi insegniamo in una scatola di latta” aggiunge Silvia Frezza insegnante, “ci sono infiltrazioni di acqua, ci sono rigurgiti di fogna, tapparelle che si rompono in continuazione, non c’è traspirazione, quindi caldissimo d’estate e freddissimo d’inverno. Non ci sono le condizioni di salute ottimali per tenere 8 ore al giorno migliaia di alunni e di alunne..”

Il piano di ricostruzione delle scuole prevede interventi in 18 istituti tra ristrutturazioni, demolizioni e ricostruzioni e scuole da fare ex novo. Ma a 17 anni dal terremoto ne sono stati ultimati solo quattro.


Ma anche a Palermo gli studenti non se la passano bene: ogni anno a Palermo l’amministrazione spende 6 ml di euro per affittare edifici adibiti a scuole, che di scuole hanno ben poco perché sono poco più che edifici fatiscenti. Il comune paga degli affitti esagerati aduna società di proprietà del costruttore Vassallo, quello del sacco di Palermo, genero di un capomafia. E questa storia va avanti da quasi 66 anni – racconta l’assessore regionale Ismaele La Vardera. Tutto nasce negli anni 70 quando su Palermo arrivarono enormi finanziamenti per edifici scolastici che non venivano realizzati per lungaggini burocratiche. E così lo stato doveva ricorrere al salvatore della patria Vassallo. Che nel frattempo aveva ricevuto da Ciancimino le licenze edilizie per costruire i palazzoni che hanno abbruttito la faccia di Palermo.

Sebbene non sia mai stato condannato, la commissione antimafia nel 1993 parlò apertamente di compromissione con la mafia. Piersanti Mattarella nel 1979, poco prima di morire, disse che se avesse toccato il sistema della locazioni per le scuole, avrebbe potuto morire.

Come avvenne nel giorno dell’Epifania del gennaio 1980.

Quante vale in Italia il diritto allo studio? E quanto sono sicure le nostre scuole?
Report racconterà del crollo della scuola s San Giovanni di Puglia in Molise il 31 ottobre 2002 per una scossa di terremoto: morirono 27 bambini e una maestra. Nonostante al processo emersero gravi carenze strutturali, norme edilizie non rispettate, nessuno pagò per questa tragedia. A Torino il 22 novembre 2008 per un crollo di un controsoffitto in una scuola causò la morte di uno studente diciasettenne e il ferimento di altri ragazzi. Le indagini scoprirono che la causa del crollo era la mancata manutenzione nelle scuole. Da allora il 22 novembre è stata dichiarata giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole, ma nei fatti nulla è cambiato. Tra settembre 2024 e settembre 2025 sono stati registrati 71 crolli negli istituti scolastici, un numero in aumento rispetto al 2023 quando ne erano stati registrati 69. Il rapporto di Cittadinanzaattiva sulla sicurezza nelle scuole evidenzia anche 78365 infortuni capitati agli studenti, 7400 in più rispetto all’anno precedente. Nelle scuole che dovrebbero essere i luoghi più sicuri mancano di fatto gli interventi di manutenzione ordinaria come non vengono fatti nemmeno interventi straordinari – racconta a Report la segretaria di Cittadinanzattiva Anna Lisa Mandorino, “soprattutto non c’è un’attenzione continuativa a quelli che sono gli elementi più deboli strutturalmente di una scuola, che sono soffitti, solai, controsoffitti”

La scheda del servizio: SCUOLE DI LATTA di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

A diciassette anni dal sisma dell’Aquila, più di tremila studenti frequentano ancora lezioni nei container. Intanto, in molte scuole italiane si registrano episodi di degrado strutturale, controsoffitti che cedono e edifici dichiarati inagibili. Tra ritardi burocratici, mancanza di fondi e rimpalli di responsabilità tra enti locali e istituzioni, migliaia di studenti continuano a studiare in condizioni precarie.

Le piste nere dietro la Uno Bianca

Cosa c’è dietro la Uno Bianca – avevano chiesto a Fabio Savi in una intervista, dopo il processo e la condanna. Dietro la Uno bianca c'è soltanto i fanali, il paraurti e la targafu la risposta. Come a dire, siamo solo noi i responsabili delle rapine, degli assalti ai supermercati, di quelle morti (24 persone uccise e 103 ferite), molte delle quali ancora inspiegabili (come la strage al Pilastro).

La vicenda della Uno Bianca copre gli anni dal 1987 al 1994, con l’arresto della banda, cinque dei quali erano poliziotti in servizio, oggi in carcere.
Le indagini furono caratterizzare da molti depistaggi, come accaduto nelle indagini avvenute, negli stessi anni, sulle stragi di mafia.

A 30 anni di distanza ci sono nuove piste investigative, tali da ver indotto la Procura di Bologna a riaprire le indagini.
Ne parlerà domenica Report col servizio di Paolo Biondani: l’ex generale dei carabonieri Michele Riccio racconto di una telefonata ricevuta nel 1996 da un legale genovese dove racconta di un suo assistito, ex ufficiale dei carabinieri detenuto a Peschiera, che era entrato in contatto con Alberto Savi e ne aveva acquistato la fiducia. Savi – racconta il carabinieri – stava maturando l’intenzione di collaborare con la giustizia, avrebbe parlato delle connivenze con la Questura e dei servizi segreti. Riccio fece una relazione di servizio e la consegnò al generale Mori, suo superiore al Ros.

L’ex generale Mori, sempre assolto nei processi in cui è stato imputato, è oggi indagato a Firenze per la strage avvenuta nel 1993 per i reati di strage e associazione mafiosa perché non avrebbe impedito le stragi del ‘93 pur sapendo in anticipo che sarebbero avvenute.

Biondani fa una rivelazione rimasta nascosta per 34 anni: al centro ci sarebbe un ex agente del Sismi, Luigi Baratiri. Era un collaboratore dei servizi, portava in giro armi, si spacciava per un trafficante (erano gli anni successivi alla caduta del Muro di Berlino), per poi arrestare gli eventuali acquirenti.

Cosa c’entrano assieme queste due storie? Anni fa era uscito un libro per Chiarelettere, “L’Italia della Uno Bianca” scritto dal magistrato Giovanni Spinosa: il magistrato si era chiesto come mai la mafia, in quegli anni in cui aveva cambiato strategia nei confronti dello stato, con le bombe, coi ricatti, non avesse mai fatto attentati in Emilia Romagna. E se i delitti della Uno Bianca fossero una sorta di braccio armato della mafia per creare terrore nelle banche, negli uffici postali nelle strade?

Dietrologia? Beh, allora come si spiegano le rivendicazioni fatte dalla sigla “Falange armata”, la stessa che rivendicò le stragi di mafia nella stagione 1992-93, che dietro aveva i servizi?

Ancora una volta, una pista nera dove tutto si confonde, la destra estrema, pezzi dello stato, la mafia..


La pista nera che Report aveva raccontato lo scorso anno nell’anniversario della strage di Capaci, col racconto del pentito Lo Cicero che aveva parlato della presenza di Stefano Delle Chiaie a Capaci nei giorni della strage. Lo Cicero ne parlò col magistrato Donadio che scovò nell’archivio della Direzione Nazionale Antimafia la nota informativa del capitano Cavallo sparita da anni. Report aveva ricevuto da un anonimo l’audio del colloquio segreto tra Donadio e Lo Cicero: “era lui che ci mise nella testa a cosa nostra delle stragi” dice Lo Cicero che conferma anche la presenza di Delle Chiaie proprio a Capaci mentre si preparava la strage. E dietro Delle Chiaie chi c’era?

La scheda del servizio: LE PISTE NERE di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

E se la pista nera non fosse una, ma due? Se il coinvolgimento di esponenti dell’eversione neofascista nella strage di Bologna è stato accertato da sentenze definitive, restano ancora aperti numerosi interrogativi sugli omicidi e le stragi avvenuti tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Le uova nei ristoranti

Dopo le inchieste sugli allevamenti intensivi dove spesso non vengono rispettare nemmeno le minime norme igieniche, dopo l’inchiesta sui macelli (Bervini a Mantova) dove si impacchettano anche pezzi di carne andata a male, domenica sera Giulia Innocenzi parlerà degli allevamenti di polli. Dove si massimizza il profitto a discapito della qualità di vita degli animale e anche della nostra salute.

Dobbiamo lavorare tutti assieme affinché finiscano le forme di demonizzazione nei confonti di alcuni reparti produttivi ” - così parlò il segretario di Coldiretti rivolgendosi all’amica Giorgia Meloni: ce l’ha con Report e i suoi servizi contro gli allevamenti intensivi. Basta con la demonizzazione di chi maltratta gli animali, li imbottisce di medicinali, non rispetta le norme igieniche. “LA nostra zootecnia è la più sostenibile nel mondo” ha continuato Prandini, “dobbiamo far chiudere queste trasmissioni? Sappiamo che non è possibile” eh, i bei tempi quando c’era LUI. Prandini pretende una trasmissione di lode ai suoi associati in prima serata Rai, su Telemeloni.

Peccato che non si tratti di poche mele marce, come vuole fare intendere PRandini

La scheda del servizio: LIQUIDO MAGICO di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Qual è lo stato delle uova che vengono lavorate e destinate a pasticcerie e ristoranti?

Report è entrato in possesso di immagini esclusive provenienti dallo stabilimento Eurovo di Occhiobello, in provincia di Rovigo, al centro di una denuncia presentata da 58 lavoratori. A Lozzo Atestino, in provincia di Padova, cittadini e amministrazione comunale contestano inoltre il progetto di ampliamento dell’allevamento Fattorie Menesello — già oggetto di una precedente inchiesta di Report — che, secondo il piano presentato, potrebbe arrivare a ospitare fino a 1.300.000 galline, cioè oltre 600 ad abitante.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 maggio 2022

Report – la pista nera di Capaci (e il vaccino cubano e la trap)

A 30 anni dalla strage di Capaci Report dedica il servizio di questa sera per seguire piste inedite sui mandanti e sui responsabili, vecchie conoscenze dell'eversione nera.

Un servizio poi sul vaccino cubano e nell'anteprima, un servizio dedicato alla trap

LA TRAPPOLA di Chiara De Luca

A parlare di rap Fabri Fibra, 1 milione di copie vendute, uno dei pilastri del rap: oggi il messaggio del rap, sopra le righe, viene più accettato, ma solo perché fa guadagnare.
La trap è un sottogenere, dove si lavora sugli effetti, anche sulla voce di chi canta: nasce in America ad Atlanta, il nome nasce da “trappola”, quella dentro cui si rischia di rimanere bloccati.

Nei testi si parla di soldi, di donne come oggetti, i poliziotti sono sbirri: come il rap, anche la trap racconta cosa c'è fuori, attirando anche l'attenzione delle mafie.
La musica crea consenso, come per i neomelodici, può essere usate dalle mafie per raccogliere consenso: come per Manuel Di Silvio, arrestato per droga, come Samuel Casamonica, a Spinaceto.
Come Nico Panghetta nasce come cantante neomelodico per diventare un trapper famoso in tutta Italia: nelle canzoni si parla dello zio arrestato per droga, viene oggi accusato di cantare la mafia, di farne apologia.

A Rosarno sta spopolando un cantante che si fa chiamare Glock 21: la Glock, i gioielli mostrati nei video, i fucili mitragliatori nei video, sono messaggi chiari.

C'è un gruppo che si chiama P38 e inneggia alle BR, parla nelle sue canzoni del rapimento Moro: sono stati denunciati da un figlio di una vittima delle BR, per pagarsi le spese legali hanno fatto una raccolta fondi, ma sapranno chi sono state veramente le Brigate Rosse?

Bruno D'Alfonso, il denunciante, è stato minacciato dopo aver depositato la denuncia.

C'è un fenomeno che sta degenerando: la politica si sta muovendo, coi suoi tempi, per evitare che giovani che non hanno completa conoscenza delle mafie o dei terroristi, esalti le gesta della criminalità anche in modo non pienamente consapevole.


LA BESTIA NERA di Paolo Mondani

A 30 anni dalle stragi del 1992, Capaci e via D'Amelio, le ultime piste investigative mostrano che gli uomini dell’eversione di destra, dei depistaggi e degli apparati deviati dello stato, della massoneria piduista potrebbero non essere estranei a quelle stragi. E iniziamo a scorgere il volto dei mandanti, ben oltre il volto di Totò Riina.

Sono le menti raffinatissime di cui parlava Falcone col giornalista Saverio Lodato: nell’intervista diceva anche altro “ho l’impressione che per comprendere le ragioni che hanno portato qualcuno a decidere e a pensare di eliminarmi bisognerà pensare all’esistenza di centri occulti di potere in grado di orientare certe azioni della mafia.”

Giuseppe Lombardo, un magistrato che ha indagato sulla ndrangheta stragista, aggiunte un altro pezzo: “io le dice sinceramente che si deve abbandonare una ipocrisia di fondo, che spesso ruota attorno al concetto di zona grigia, che è un concetto che non mi convince. Io sono convinto che il grigio in questo caso è una sfumatura del nero. E il nero è mafia. ”

Ecco, quell’antistato emerge anche dietro i delitti eccellenti che fino ad oggi abbiamo addossato alla mafia, alle stragi del 1992-1993: esistono delle connessioni con lo stragismo di destra responsabile delle bombe degli anni settanta, stragi fatte in collaborazione con esponenti della P2 e dei servizi segreti al nord.

Ed è per questo – spiega nel servizio l’ex magistrato Scarpinato – che la corte d’Assise di Bologna cita Falcone, il quale in una audizione alla commissione parlamentare antimafia del 1988 dice “forse dovremmo rileggere tutta la storia italiana.”

Falcone era rimasto impressionato dall'omicidio di Piersanti Mattarella, il politico DC che stava cambiando la politica regionale: secondo il magistrato non era solo la mafia responsabile della sua morte, dietro vedeva la massoneria di Gelli e come autori i Nar.
Massoneria e destra eversiva avrebbero avuto un ruolo anche negli altri delitti eccellenti in Sicilia: sono gli stessi responsabili della strage di Bologna, come è emerso dalle ultime indagini.

Dopo la morte di Falcone non si è riletta la storia italiana ma leggendo le carte emerge una storia straordinaria: da vecchi archivi emergono verbali mai considerati come quelli del pentito Lo Cicero, autista di un boss mafioso. Pochi mesi prima della strage aveva confidato all'ex brigadiere Giustina su come catturare Riina.
L'informativa di Giustini se fosse stata presa in considerazione poteva evitare la strage? Forse, in ogni caso Riina verrà catturato a gennaio del 1993, mentre Lo Cicero continua a fare da confidente ai carabinieri.
Il boss di cui Lo Cicero era autista era Mariano Troia: era un personaggio mafioso vicino alla destra, in quei mesi avrebbe incontrato anche Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia Nazionale. Di Delle Chaie aveva parlato anche la fidanzata di Lo Cicero: era stato visto perfino a Capaci, prima della strage.

Delle Chiaie aveva avuto rapporti coi servizi e con la massoneria: Vinciguerra, in carcere dove è detenuto, ha esposto i dubbi sulle sue vicinanze con la mafia, “l'estrema destra non è mai stata una forza opposta allo stato, ma una forza per fare le cose che lo stato non poteva fare.”

Avanguardia Nazionale era una organizzazione per raccogliere le informazioni, che poi affluivano ai servizi segreti – racconta Vinciguerra.

Alberto Lo Cicero, il confidente, avrebbe accompagnato Delle Chiaie a Capaci come se fosse un sopralluogo per preparare la strage: l'ex compagna di Lo Cicero lo ha raccontato a Mondani, aggiungendo che Delle Chiaie avesse un ruolo di intermediario tra la mafia e “quelli di Roma”.

Lo Cicero avrebbe incontrato anche Borsellino, dopo la strage di Capaci: al magistrato avrebbe raccontato di Delle Chiaie, di averlo visto a Capaci, dei contatti Roma Palermo tenuti da Delle Chiaie. Forse Borsellino sapeva già queste cose, aveva già il quadro.

Per questo avrebbe poi convocato il brigadiere Giustini, Borsellino, poco prima della sua morte in via D'Amelio.

Raccogliendo la confidenza di Lo Cicero, il brigadiere Giustini era sulla pista giusta, sulla strage di Capaci e poi per la pista che da Biondino avrebbe portato a Riina. Ma le sue informazioni sono rimaste lettera morta.

Il 19 maggio 1999 il magistrato Chelazzi interrogò il collaboratore Sparacio, anche lui parlò del ruolo di Delle Chiaie come suggeritore della strage di Capaci e poi degli altri obiettivi storici.

Nel 1969 Delle Chiaie, assieme a Borghese e Concutelli, sarebbe andato in Aspromonte per portare le sue competenze alla ndrangheta, all'indomani del golpe Borghese e dei moti di Reggio Calabria. Ma ebbe un ruolo anche nella stagione delle leghe meridionali.

Il fenomeno del leghismo meridionale, esploso negli anni tra il 1990 e il 1992, è stato studiato anche dall’ex procuratore aggiunto Roberto Scarpinato

“C’era una connessione molto stretta tra un progetto politico iniziale che era quello di creare un nuovo soggetto politico, la Lega Meridionale, che doveva agire di concerto con la Lega Nord per creare un’Italia federale nell’ambito del quale il sud doveva essere lasciato alle mafie. E la strategia stragista di destabilizzazione. Ce lo dicono vari collaboratori di giustizia che ci definiscono appunto che questo progetto fu discusso segretamente nel 1991, in tutti i suoi dettagli, e che dietro questo progetto c’erano Gelli, la massoneria deviata, esponenti della destra eversiva i quali avevano consigliato di rivendicare la strage con la sigla di Falange Armata.”

La storia di quegli anni, tra fine anni 80 e inizio anni ‘90, la ricorda bene Antonio D’Andrea, vice segretario della Lega Meridionale centro sud e isole (una tra le più importanti leghe nate in quegli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica) – a cui si iscrissero Licio Gelli (venerabile della P2), Vito Ciancimino (il più politico dei mafiosi – così lo descrisse Falcone) e il figlio di Michele Greco (il “papa” di cosa nostra) e Pino Mandalari, il commercialista Riina: obiettivo di questa Lega era dividere e destabilizzare l’Italia, in un piano che avrebbe portato ad un’Italia federale divisa in tre, col sud di fatto lasciato nelle mani della mafia.

Un’ipotesi fantasiosa oppure un piano politico condiviso perfino ai piani alti dello Stato?
“Questo progetto di dividere l’Italia non era un progetto massonico” - spiega a Mondani D’Andrea – “non era un progetto estraneo allo Stato, era un progetto nato e partorito nato e partorito all’interno della vita politica italiana e istituzionale, quindi di vertice.”
Un progetto inizialmente appoggiato da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga:

Appunto, quindi parliamo del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio.”

Perché Delle Chiaie era interessato al progetto?

Perché anche lui aveva avuto disposizioni dai vertici dello stato.
Una nazione si può unire con la forza ma si può dividere anche con la forza.

Dopo le leghe per dividere l'Italia, nascono altre leghe, quella pugliese, quella marchigiana, quella siciliana, tutte fondate dal legale di Delle Chiaie Menicacci, mentre Delle Chiaie fonda una nuova Lega di tutte le leghe.
Tutti impazziti per il leghismo, come mai?
Chi andava ad incontrare Delle Chiaie in Sicilia?
Secondo D'Andrea, Delle Chiaie andava in Sicilia a trovare gente da usare, carne da macello.

Qual è il contesto che porta all’uccisione di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino?
“Lo Stato, quando non sa cosa dire, escono sempre fuori i servizi segreti deviati. I servizi segreti deviati per definizione non possono esistere e non esistono, i servizi segreti agiscono in base agli ordini che ricevono dai ministri di riferimento e dalla presidenza del Consiglio. Per cui l’omicidio di Falcone non può che essere stato concepito all’interno del governo e delle più alte sfere istituzionali. ”

Le stragi del 1992 e 1993 come le stragi della strategia della tensione?
Erano gli anni della caduta del muro, di Tangentopoli, della crisi dei partiti che avevano governato l'Italia, tra cui quelli di riferimento della mafia. C'era anche il problema dei pentiti, il bisogno di trovare nuovi referenti politici. C'era il rischio che la sinistra vincesse le elezioni, non c'era più lo spauracchio dei comunisti.

Così la mafia si mette in un viaggio politico assieme alla massoneria e a pezzi dell'estrema destra: sullo sfondo di questo viaggio ci sono Miglio, l'ideologo della Lega, Andreotti e Gelli.
Delle Chiaie fonda la Lega Nazional Popolare, Menicacci il suo avvocato ne fonda altrettante.

Se tutte queste testimonianze, racconti, fossero confermati, emergerebbe il ruolo di ispiratore della strategia stragista da parte di Delle Chiaie, strategia inizialmente decisa già nel 1991, con le stragi da attribuire ad una sigla, Falange Armata, che porta a Gladio.

Al processo sulla Trattativa Stato mafia è emerso il ruolo di uomini dello stato nella strage di Capaci: persone come Peluso, uomo dei servizi, di cui parla il pentito Pietro Riggio.
Un uomo chiamato dallo stato per fare delle “pulizie”, per fare pulizia di persone che davano fastidio allo stato. Marianna Castro, la fidanzato, racconta che con lei Peluso avrebbe confidato che Falcone sarebbe stato ucciso dai servizi e non dalla mafia.

L'esplosivo usato a Capaci sarebbe stato “rafforzato” con pentrite, un esplosivo di origine militare. Pietro Riggio, sempre al processo sulla trattativa, racconta di un tentativo di uccidere il giudice Guarnotta nel 2001, nei mesi in cui quest'ultimo indagava su Dell'Utri.

Sempre Marianna Castro parla di “faccia da mostro”, Giovanni Aiello, che era superiore di Peluso, dentro una struttura che aveva a capo l'ex Sisde Contrada: Mondani ha ascoltato l'ex funzionario del Sisde Contrada, prima condannato per mafia e poi assolto dalla corte di giustizia europea. Forse, racconta Mondani, la verità sulla strage l'avevamo davanti sin dall'inizio senza vederla.

Paolo Mondani è andato ad Alcamo ad incontrare un bandito-poliziotto, chiamato così perché restio a seguire le regole, di nome Antonio Federico: sulla base delle indicazioni ricevute da un confidente nel 29 settembre 1993 in una casa di Alcamo trovò un tesoro, una santabarbara detenuta da due carabinieri. Esplosivi, pistole, fucili e una cassetta col simbolo delle radiazioni: nella seconda perquisizione, il giorno dopo, la cassetta era sparita.
I due carabinieri sono stati condannati ad una pena lieve, come fossero dei collezionisti di armi: il poliziotto, nel mentre dei controlli, ebbe la sensazione che i carabinieri fossero in contatto coi servizi.
Nella provincia di Trapani – racconta Scarpinato – era presente Gladio e quell’arsenale scoperto da Antonio Federico (di cui non si scoprì mai la provenienza) fosse proprio un deposito della Stay Behind italiana.

Nella casa viene trovata anche una foto di una donna sorridente. Racconta il poliziotto: “il confidente mi dice di far vedere la fotografia nell’immediatezza della perquisizione, ai presenti, che erano quasi duecento, tra poliziotti e carabinieri, compreso il generale Cancellieri. Il significato di far vedere la foto non l’ho mai capito, il senso era chi deve capire, capirà. ”

Questa foto, che sparisce e poi riappare nei verbali dopo 29 anni, ritrae una giovane donna che solo oggi è diventata un elemento di prova per la procura di Firenze.

Nella foto viene riconosciuta Rosa Belotti, imprenditrice con qualche precedente penale, ora accusata di essere coinvolta nell’attentato di via Palestro a Milano del 27 luglio 1993. E forse anche in quello di Firenze del 27 maggio. La Belotti si è riconosciuta nella foto ma ha dichiarato di non avere nulla a che fare con le stragi.

La fonte segnala anche l'esistenza di un bunker dentro una villa nella campagna di Alcamo: dentro trova una struttura, come gli strumenti a bordo di un aereo e poi armi.
Nell'appostamento davanti la villa bunker, situato vicino ad una pista di atterraggio, l'ex poliziotto ha riconosciuto Giovanni Aiello, “faccia da mostro”.
La sua fonte gli aveva parlato di un summit politico mafioso: la perquisizione che doveva essere fatta nell'imminenza dell'incontro non fu poi fatta.

“Io penso che ci sia un secondo stato parallelo” – è la conclusione dell’ex poliziotto a Mondani – “la criminalità organizzata è pilotata comandata gestita da queste persone.”

Alcamo, Gladio, il centro Scorpione di Trapani, gli incontri tra i gladiatori e i mafiosi.
Ciampi nel 1991 voleva sciogliere il settimo reparto del Sismi, ovvero Gladio, ritenendoli responsabili delle bombe: gli orfani della guerra fredda non volevano essere messi a riposo e soprattutto non volevano essere messi sotto condanna dallo stato.
Questo spiega le bombe del 1993 fino alle due scoppiate nel luglio 1993 quando, sono le parole di Ciampi, si ebbe il timore di un colpo di stato.
Era un primo ricatto allo stato dei gladiatori. A cui seguì il ricatto di Matteo Messina Denaro, custode di altrettanti segreti con cui tenere sotto scacco un pezzo dello stato?

Del ruolo dello stato dentro le stragi del 1992-93 e dei delitti politici degli anni '80 aveva parlato per primo il collaboratore Luigi Ilardo, ucciso pochi giorni prima di iniziare il programma di protezione.

Massoneria, Gladio, mafia, la destabilizzazione: nel 1984 Falcone fu intervistato da un giornalista brasiliano. Il giudice voleva avere maggiori informazioni sulla P2, di cui il giornalista aveva parlato con Buscetta in carcere.
Il giornalista, cercando notizie sulla P2, si imbattè sulla Bafisud, la finanziaria di Ortolani, piduista anche lui, ritenuto uno dei mandanti della strage di Bologna.
Al giornalista arrivarono confidenza per cui l'opera di destabilizzazione nei confronti del governo Alfonsin, nel 1983, era opera della P2.

LA corte d'Assise di Bologna ha condannato lo scorso aprile Paolo Bellini, uomo della destra eversiva, collegato ai servizi: nel 1991 è presente ad Enna nel periodo in cui i vertici della mafia si sono riuniti per decidere del progetto di destabilizzazione del paese attraverso le stragi e la creazione di un nuovo soggetto politico.
Nel 1992 lo stesso Bellini assieme a Gioè inizia una sua trattativa con lo Stato: Bellini propone di fare attentati contro monumenti per mettere in ginocchio lo stato.

Ritroviamo, a distanza di anni, gli stessi personaggi: la P2, Gelli, Bellini, l'estrema destra. I soldi da Gelli verso gli esecutori della strage, un documento nascosto per anni grazie al ricatto di Gelli allo stato (il documento “artigli” del 1987) e al capo della polizia Parisi.

Della vicinanza di Gelli coi servizi ne parlò, in un passato servizio, l'ex generale Notarnicola: a Report ha raccontato delle strategie di egemonia americane, passate dai colpi di stato ad intossicazione delle istituzioni dall'interno e alla destabilizzazione con le stragi.
Era la dottrina Westmoreland: il tramite in Europa per questa strategia – racconta Notarnicola – era Gelli.

Mostri: come i mostri dentro villa Palagonia, corpi deformi, animali mitologici, statue ritenute portatrici di un potere malefico.

Come i mostri che ci circondano e che vollero queste stragi.
La retorica delle commemorazioni ha deformato la storia – racconta Mondani - siamo incapaci di ricordare, conviviamo con una manipolazione della realtà: ecco perché villa Palagonia è così moderna, questo luogo rappresentò una clamorosa critica dei potenti e ci fa vedere i mostri.

Forse dobbiamo iniziare a leggere e vedere la nostra storia con occhi diversi, perché senza la conoscenza del passato, non potremmo controllare il nostro futuro.

Chi controlla il passato, controlla il futuro – Orwell 1984.

23 maggio 2022

Anteprima inchieste di Report: l’anniversario di Capaci, il vaccino cubano e la trap

Un omaggio ai due giudici Falcone e Borsellino, morti assieme alle rispettive scorte (e alla moglie Francesca) nelle stragi di Capaci e via D’Amelio: chi sono i mandanti dietro la mafia e perché quelle stragi. Poi a seguire un servizio sul vaccino sviluppato a Cuba e infine un servizio sulla Trap.

Il cuore nero dentro le istituzioni italiane – a 30 anni da Capaci

Dentro Villa Palagonia, a Brancaccio, ci sono delle statue di mostri: sono riproduzione di animali, esseri umani deformi, mostri. È la metafora di come la retorica delle celebrazioni in ricordo di Giovanni Falcone hanno deformato la storia, rendendoci incapaci di ricordare.

Perché i mostri che hanno voluto queste stragi, quelle della stagione 1992-93, sono ancora tra noi.

A 30 anni dalla strage di Capaci e via D’Amelio sono ancora tante le domande senza risposta: perché quelle stragi e con quella modalità terroristica? Perché l’accelerazione per uccidere Borsellino a soli 57 giorni dopo la morte di Falcone?
Nonostante i tanti processi su questi due attentati (e le tante condanne) ci sono ancora verbali nascosti e piste investigative che nel passato sono state insabbiate e che aiuterebbero ad avvicinarci alla verità. Il giornalista di Report Paolo Mondani, con questo servizio in cui si mostrano interviste esclusive, morta un quadro compatibile con quella strategia della tensione degli anni settanta, dove si voleva destabilizzare il paese per impedire ogni cambiamento.
Gli uomini dell’eversione di destra, dei depistaggi e degli apparati deviati dello stato, della massoneria piduista potrebbero non essere estranei alle stragi di 30 anni fa. E iniziamo a scorgere il volto dei mandanti, ben oltre il volto di Totò Riina.
Sono le menti raffinatissime di cui parlava Falcone col giornalista Saverio Lodato: nell’intervista diceva anche altro “ho l’impressione che per comprendere le ragioni che hanno portato qualcuno a decidere e a pensare di eliminarmi bisognerà pensare all’esistenza di centri occulti di potere in grado di orientare certe azioni della mafia.”

Giuseppe Lombardo, un magistrato che ha indagato sulla ndrangheta stragista, aggiunte un altro pezzo: “io le dice sinceramente che si deve abbandonare una ipocrisia di fondo, che spesso ruota attorno al concetto di zona grigia, che è un concetto che non mi convince. Io sono convinto che il grigio in questo caso è una sfumatura del nero. E il nero è mafia.


La storia di quegli anni, tra fine anni 80 e inizio anni ‘90, la ricorda bene Antonio D’Andrea, vice segretario della Lega Meridionale centro sud e isole (una tra le più importanti leghe nate in quegli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica) – a cui si iscrissero Licio Gelli (venerabile della P2), Vito Ciancimino (il più politico dei mafiosi – così lo descrisse Falcone) e il figlio di Michele Greco (il “papa” di cosa nostra) e Pino Mandalari, il commercialista Riina: obiettivo di questa Lega era dividere e destabilizzare l’Italia, in un piano che avrebbe portato ad un’Italia federale divisa in tre, col sud di fatto lasciato nelle mani della mafia.

Un’ipotesi fantasiosa oppure un piano politico condiviso perfino ai piani alti dello Stato?
“Questo progetto di dividere l’Italia non era un progetto massonico” - spiega a Mondani D’Andrea – “non era un progetto estraneo allo Stato, era un progetto nato e partorito nato e partorito all’interno della vita politica italiana e istituzionale, quindi di vertice.”
Un progetto inizialmente appoggiato da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga:

Appunto, quindi parliamo del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio.
Qual è il contesto che porta all’uccisione di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino?
“Lo Stato, quando non sa cosa dire, escono sempre fuori i servizi segreti deviati. I servizi segreti deviati per definizione non possono esistere e non esistono, i servizi segreti agiscono in base agli ordini che ricevono dai ministri di riferimento e dalla presidenza del Consiglio. Per cui l’omicidio di Falcone non può che essere stato concepito all’interno del governo e delle più alte sfere istituzionali. ”

Il fenomeno del leghismo meridionale, esploso negli anni tra il 1990 e il 1992, è stato studiato anche dall’ex procuratore aggiunto Roberto Scarpinato

“C’era una connessione molto stretta tra un progetto politico iniziale che era quello di creare un nuovo soggetto politico, la Lega Meridionale, che doveva agire di concerto con la Lega Nord per creare un’Italia federale nell’ambito del quale il sud doveva essere lasciato alle mafie. E la strategia stragista di destabilizzazione. Ce lo dicono vari collaboratori di giustizia che ci definiscono appunto che questo progetto fu discusso segretamente nel 1991, in tutti i suoi dettagli, e che dietro questo progetto c’erano Gelli, la massoneria deviata, esponenti della destra eversiva i quali avevano consigliato di rivendicare la strage con la sigla di Falange Armata.”

Destabilizzare il paese con stragi e attentati, vecchi arnesi dell’area post-fascista a servizio, la massoneria nera: sono gli stessi protagonisti che abbiamo già visto all’opera in diverse fasi della storia italiana, come hanno raccontato nel saggio “Le menti del doppio stato” gli storici Giovanni Fasanella, Mario José Cereghino. Era successo negli anni tra il 1944 e il 1948 quando si doveva ostacolare a tutti i costi i governi di unità nazionale. Poi le bombe erano esplose negli anni settanta, quando si doveva bloccare le spinte progressiste nel paese e l’idea di governi di centro sinistra, con la non astensione del PCI. Periodo culminato prima col rapimento di Aldo Moro e poi con la strage fascista alla stazione di Bologna.

Fino ad arrivare alle bombe della stagione del 1992 – 1993: i segnali di continuità ci sono tutti a ben vede, la sigla Falange Armata dietro cui si nascondevano gli ex Gladiatori che avevano lavoratdietro le quinte negli anni della strategia della tensione, la P2 di Gelli, lo stato che si dimostra impotente, fino a quella sensazione di essere ad un passo dal colpo di Stato. Lo ha raccontato Ciampi dopo le bombe esplose a Roma il 27 luglio del 1993

«Le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di stato.»

I due autori del saggio, di fronte a queste bombe, Capaci, via D’Amelio, Firenze, Milano, Roma, si chiedono se “Fu solo la mafia, o dietro Cosa nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’antistato annidato dentro e contro lo Stato?”.

Ecco, quell’antistato emerge anche dietro i delitti eccellenti che fino ad oggi abbiamo addossato alla mafia, alle stragi del 1992-1993: esistono delle connessioni con lo stragismo di destra responsabile delle bombe degli anni settanta, stragi fatte in collaborazione con esponenti della P2 e dei servizi segreti al nord.

Ed è per questo – spiega nel servizio l’ex magistrato Scarpinato – che la corte d’Assise di Bologna cita Falcone, il quale in una audizione alla commissione parlamentare antimafia del 1988 dice “forse dovremmo rileggere tutta la storia italiana.”

Paolo Mondani è andato ad Alcamo ad incontrare un bandito-poliziotto, chiamato così perché restio a seguire le regole, Antonio Federico: sulla base delle indicazioni ricevute da un confidente nel 29 settembre 1993 in una casa di Alcamo trovò un tesoro, una santabarbara detenuta da due carabinieri. Esplosivi, pistole, fucili e una cassetta col simbolo delle radiazioni: nella seconda perquisizione, il giorno dopo, la cassetta era sparita. I due carabinieri sono stati condannati ad una pena lieve, come fossero dei collezionisti di armi: il poliziotto, nel mentre dei controlli, ebbe la sensazione che i carabinieri fossero in contatto coi servizi.
Nella provincia di Trapani – racconta Scarpinato – era presente Gladio e quell’arsenale scoperto da Antonio Federico (di cui non si scoprì mai la provenienza) fosse proprio un deposito della Stay Behind italiana

Nella casa viene trovata anche una foto di una donna sorridente. Racconta il poliziotto: “il confidente mi dice di far vedere la fotografia nell’immediatezza della perquisizione, ai presenti, che erano quasi duecento, tra poliziotti e carabinieri, compreso il generale Cancellieri. Il significato di far vedere la foto non l’ho mai capito, il senso era chi deve capire, capirà. ”

Questa foto, che sparisce e poi riappare nei verbali dopo 29 anni, ritrae una giovane donna che solo oggi è diventata un elemento di prova per la procura di Firenze.

Nella foto viene riconosciuta Rosa Belotti, imprenditrice con qualche precedente penale, ora accusata di essere coinvolta nell’attentato di via Palestro a Milano del 27 luglio 1993. E forse anche in quello di Firenze del 27 maggio. La Belotti si è riconosciuta nella foto ma ha dichiarato di non avere nulla a che fare con le stragi.
“Io penso che ci sia un secondo stato parallelo” – è la conclusione dell’ex poliziotto a Mondani – “la criminalità organizzata è pilotata comandata gestita da queste persone.”

Sul Fatto Quotidiano di oggi, Marco Lillo riprende questa inchiesta

Strage di Capaci, s’indaga di nuovo sulla pista nera e su Delle Chiaie

INCHIESTA A CALTANISSETTA - 30 anni dopo i pm verificano se vi fu un ruolo del neofascista nell’agguato in cui perse la vita Giovanni Falcone

La scheda del servizio: LA BESTIA NERA di Paolo Mondani

Collaborazione Marco Bova, Roberto Persia

Consulenza Andrea Palladino

A 30 anni dalla morte di Giovanni Falcone, emergono documenti e protagonisti dimenticati in grado di gettare una nuova luce su quei fatti. A Capaci, Cosa Nostra non ha agito da sola: estremisti di destra e uomini di mafia, secondo testimoni e documenti ritrovati, sarebbero stati di nuovo insieme, dopo gli anni della strategia della tensione, in un abbraccio mortale costato la vita ai giudici Falcone e Borsellino. I due magistrati avevano il quadro completo, e oggi, tornando ad ascoltare collaboratori ed ex carabinieri, Report prova a ricostruirlo.

Il vaccino cubano

Mancano tante cose a Cuba, compresa libertà completa di una vera democrazia (che forse non manca solo a Cuba), ma non mancano i vaccini, tanto da far diventare l’isola il secondo paese al mondo per tasso di vaccinazione.
Ne hanno sviluppati ben due, Abdala e Soberana: ma al centro di ingegneria biomedica e tecnologica non si accontentano, oggi stanno sperimentando un vaccino intranasale, con una tecnologia che non solo consentirebbe di fermare la malattia, ma anche il contagio. Progetti del genere arrivati alla fase clinica nel mondo sono solo 8, quello cubano si chiama Mambisa, di come funziona e dei trial in corso ne ha parlato a Report la dottoressa Gomez-Vazquez:

“è uno spray, una volta iniettato nelle narici dovrebbe coprire tutta la zona della mucosa nasale, la porta d’entrata del virus e quindi potrebbe fermare l’infezione, non agire solo sui sintomi. Fino ad oggi tutti i pazienti su cui lo abbiamo sperimentato non hanno mostrato sintomi di reazione avversa.”
Sembra promettente ma, nel caso lo volessimo far arrivare in Europa, che barriere avremmo con Cuba?

La scheda del servizio: IL VACCINO PUBBLICO CHE L’OCCIDENTE NON VUOLE Di Manuele Bonaccorsi e Alessia Marzi

A Cuba manca il latte, il pane, il sapone. Ma il piccolo Paese caraibico, sottoposto a 60 anni di durissimo embargo, è riuscito a fronteggiare il covid tutto da solo. Grazie a tre vaccini pensati e sviluppati dall’industria biotecnologica nazionale. Un'industria integralmente pubblica, eppure capace di importanti innovazioni scientifiche. Oggi Cuba è il secondo Paese del mondo per tasso di vaccinazione (dopo gli Emirati arabi, che hanno un reddito 13 volte superiore) e soprattutto l’unico che ha vaccinato anche la popolazione infantile, dai 2 anni in su. Merito di Soberana, prodotto dall’Istituto Finlay de L’Avana, e sviluppato a partire proprio dalla piattaforma di un vaccino pediatrico, con effetti collaterali vicini allo zero. Risultato? Oggi Cuba ha un tasso di contagi bassissimo, e anche l’ondata di Omicron nell’isola caraibica è passata senza far danni.

Ora Soberana potrebbe essere importato anche in Europa, per completare la vaccinazione dei più piccoli, rimasta finora al palo. Ma gli ostacoli dei regolamenti di Bruxelles potrebbero essere insormontabili. Anche a causa dell’embargo, infatti, Cuba non può rispettare le buone pratiche di fabbricazione imposte in Europa. E perfino l’ipotesi di fabbricarlo in Italia, in un’azienda all’avanguardia, potrebbe non essere sufficiente per superare questo ostacolo. Un muro che impedisce ai Paesi in via di sviluppo, molti dei quali capaci di importanti innovazioni scientifiche, di accedere al ricco mercato farmaceutico del primo mondo.

Cos’è la Trap

Cosa sono in Italia il rap e la trap?“il rap è una magia non è una cosa data per scontato, devi avere la giusta base strumentale, le giuste parole”.
Di rap e della trap ne parla a Report Fabri Fibra, uno dei pilastri del rap italiano: in questi ultimi anni ha avuto una evoluzione da cui è nata la trap, con le sue caratteristiche, l’autotune, la correzione vocale con l’effetto robotico

La scheda del servizio: LA TRAPPOLA di Chiara De Luca

La trap è un sottogenere della musica rap, molto in voga tra i giovani, che racconta in maniera brutale e compiaciuta la vita di strada. Questo stile, nato nel mondo delle gang americane di Atlanta, in Italia è stata strumentalizzata dalla criminalità organizzata, alcuni tra i più noti cantanti sono vicini a famiglie di mafia. Report ha incontrato alcuni dei più noti interpreti di questo genere.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

21 maggio 2020

A 28 anni dalla strage di Capaci

Sono passati 28 anni dai botti di Capaci e di via D'Amelio.
E 40 dall'omicidio del presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, poco meno per gli altri "cadaveri eccellenti", Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà ..
Un tempo sufficientemente lungo per poter avere dalle istituzioni una verità che dia risposte a tutti i perché e tutti i dubbi che sono sorti su questi delitti.

Ieri sera ho seguito con interesse l'intervista al magistrato Alfredo Morvillo, fratello della moglie di Falcone: non possiamo più considerare questi omicidi, queste stragi (Capaci, via D'Amelio, via Pipitone) come episodi isolati, da celebrare ogni volta con le solite parole di circostanza.
La verità che si è consolidata, sono solo delitti di mafia, Riina e i corleonesi volevano vendicarsi di quanti facevano loro la guerra nello Stato, non basta più.

E' una verità che non risponde a tutti i perché: perché quella strage proprio a Palermo, quando Falcone poteva essere colpito più facilmente a Roma?
Chi ha manomesso il suo palmare Casio? E chi, anni prima, aveva trafugato i documenti segreti che Dalla Chiesa custodiva nella sua cassaforte?
Ieri, sempre nel corso della puntata di Atlantide, si è messo il dubbio sul fatto che siano stato solo Brusca e Gioè, quel giorno a premere il pulsante del telecomando.
C'erano altre persone lungo l'autostrada per Palermo?
Ieri sera, il giornalista Saverio Lodato (uno dei pochi che può veramente vantarsi di conoscere la mafia), citando una sua intervista a Falcone, ha fatto il nome di Bruno Contrada: secondo il giudice, l'ex alto funzionario dei nostri servizi sarebbe una delle "menti raffinatissime" dietro il fallito attentato all'Addaura.
E dietro forse anche le lettere del corvo, le calunnie scritte nelle lettere anonime che poi, puntualmente finivano su certi giornali.

Per arrivare, dopo 28 anni, ad una verità che dia giustizi ai parenti delle vittime e una speranza a tutti gli italiani che vorrebbero mettere fine alla mafia, bisogna dare un volto ai mandanti delle stragi e degli omicidi.
E per arrivare a questi volti bisogna capire cosa stavano facendo, Falcone e Borsellino, Dalla Chiesa e Mattarella, La Torre Chinnici, di così pericoloso tanto da portare alla loro morte.

Falcone in quel momento - lo hanno ripetuto sia Lodato che Morvillo - a Roma stava dando impulso alle sue iniziative nel contrasto alle mafie: sembrava che la politica, quel governo con Andreotti e Martelli lo stesse ascoltando.
Il carcere duro per i mafiosi, la creazione della DIA come corpo per le indagini sulle mafie, che non dovevano essere disperse tra le varie Questure o Caserme.
E, dal lato della magistratura, la creazione della Direzionale Distrettuale e Nazionale antimafia.

Mettere assieme i delitti tra loro, le competenze per analizzare tutti i casi, per seguire le tracce del denaro, le relazioni dei boss con la politica, con le banche, con la finanza.
Mettere a nudo il sistema mafioso.

23 maggio 2019

Il governo spieghi come vuole combattere la mafia

Anziché battersi sui temi della personale campagna elettorale, l'autonomia o la flat tax da una parte, il reddito di cittadinanza dall'altro, i due partiti di governo dovrebbero dedicare queste giornate di memoria per spiegare come intendono combattere la mafia.
Abolendo l'abuso d'ufficio?
Con la flat tax?
Almeno i 5 stelle hanno dato il loro contributo con la riforma dell'articolo 416 ter, lo scambio politico mafioso.

Salvini confonde l'anniversario della strage di Capaci con la data del suo comizio.


E l'opposizione?
Berlusconi va in televisione a farsi intervistare, come se niente fosse, come se avessimo cancellato il passato.
Mangano stalliere ad Arcore.
Il partito fondato con Dell'Utri, i soldi dati alla mafia.

Il PD sta cercando voti al centro ed è troppo occupato a puntare il dito contro questo governo giallo verde.
Un altro anniversario purtroppo sprecato.

Da leggere: l'articolo di Attilio Bolzoni sulla vita di Falcone.

24 maggio 2017

Una verità a brandelli - l'intervista al giudice Scarpinato

A 25 anni dalla strage di Capaci e di via D'Amelio, il giudice Scarpinato racconta in un'intervista al Fatto Quotidiano dei pezzi che mancano, per ricostruire il contesto in cui si sono decisi gli attentati e anche i protagonisti fuori da cosa nostra. Chi ha aiutato i soldati della mafia a piazzare le bombe e chi ha depistato.

Giovanni Falcone 25 anni dopo. Scarpinato: “Una verità a brandelli. Interessi politici oscuri tramano ancora”Il Procuratore generale di Palermo: "Ancora ombre. Gli ‘amici di Roma’ e la minaccia a Di Matteo"

Roberto Scarpinato, lei dov’era il 23 maggio 1992, quando esplose l’autostrada di Capaci e si portò via Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta?Alla Procura di Palermo, dove ero entrato un anno prima nel pool antimafia.
Oggi, come ogni anno, anzi di più perché siamo al quarto di secolo, su Capaci si abbatte la solita cascata di lacrime e retorica. A che punto siamo nella ricerca della verità su quella strage e sulle altre del biennio orribile 1992-’93?In questi 25 anni abbiamo raggiunto l’importante risultato di condannare all’ergastolo gli esecutori mafiosi delle stragi e i componenti della “commissione” di Cosa Nostra che le deliberarono. Ma restano ancora impermeabili alle indagini rilevanti zone d’ombra: un cumulo di fonti processuali, tali e tante da non potere essere neppure accennate tutte, convergono nel fare ritenere che la strategia stragista del 1992-’93 ebbe matrici e finalità miste, frutto di una convergenza di interessi tra la mafia e altre forze criminali.
Forze criminali di che tipo?Lo diceva già in un’informativa del 1993 la Dia (Direzione Investigativa Antimafia): dietro le stragi si muoveva una “aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergono finalità diverse”; e dietro gli esecutori mafiosi c’erano menti che avevano “dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali”.
Traduzione?Insieme a personaggi come Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e altri boss che perseguivano interessi propri di Cosa Nostra, si mossero altre forze che utilizzarono la mafia come braccio armato, come instrumentum regni e come causale di copertura per i loro sofisticati disegni finalizzati a destabilizzare la politica.
Come fa a dirlo?Questa convergenza di interessi criminali la rivelò per primo Elio Ciolini, un ambiguo personaggio implicato nelle indagini per la strage di Bologna, legato al mondo dei servizi segreti, della massoneria e dell’eversione nera. Nel 1992 era in carcere a Bologna e il 4 marzo e il 18 marzo, poco prima che si scatenasse l’inferno, anticipò ai magistrati che nel marzo-luglio del ’92 sarebbe stato ucciso un importante esponente della Dc, sarebbero state compiute stragi e poi si sarebbe distolto “l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, con un pericolo diverso e maggiore di quello della mafia”. Tutti quegli eventi puntualmente si verificarono: il 12 marzo ’92 fu assassinato l’eurodeputato Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia; il 23 maggio fu consumata la strage di Capaci; il 19 luglio quella di via D’Amelio; poi – sempre come Ciolini aveva anticipato – la strategia stragista si spostò al Centro-Nord con le mattanze di Milano e Firenze e gli attentati a Roma. Tutte azioni rivendicate da comunicati a nome della “Falange Armata”, sigla di un’organizzazione eversiva che serviva appunto a distogliere l’opinione pubblica dal pericolo mafioso. Ma Ciolini non fu l’unico ad avere la “sfera di cristallo” che gli consentì di rivelare con così largo anticipo l’unitarietà e il respiro strategico della lunga campagna stragista.
Chi altri sapeva tutto in anticipo?Il 21 e il 22 maggio 1992 l’agenzia di stampa “Repubblica”, vicina ai servizi segreti, pronosticò che di lì a poco ci sarebbe stato un bel “botto esterno” per giustificare uno voto di emergenza che avrebbe sparigliato i giochi di potere in corso per la elezione del nuovo presidente della Repubblica. Anche questo evento puntualmente si verificò il 23 maggio: il botto esterno di Capaci azzerò le manovre per portare alla presidenza della Repubblica il senatore Giulio Andreotti e contribuì all’elezione dell’outsider Oscar Luigi Scalfaro.
All’epoca si pensava a una serie di fatti criminali isolati, che invece facevano parte di un unico piano molto articolato e a lunga gittata.Molti collaboratori di giustizia ci hanno confermato in seguito che un selezionato numero di capi della Commissione regionale di Cosa Nostra, riuniti alla fine del 1991 in un casolare della campagna di Enna, avevano discusso per vari giorni quel complesso progetto politico che stava dietro alle stragi. Un progetto che fu tenuto segreto ad altri capi e ai ranghi inferiori dell’organizzazione, ai quali venne fatto credere che le stragi servivano solo a scopi interni alla mafia, cioè a costringere lo Stato a scendere a patti, garantendo in vari modi impunità e benefici penitenziari.
E invece?E invece – come la Dia evidenziò già nel 1993 – dietro quella campagna si celavano menti raffinate e soggetti esterni il cui ruolo attivo emerge anche nella fase esecutiva delle stragi. Purtroppo, dopo 25 anni di indagini, non è stato ancora possibile identificarli.
Per esempio?Sono ancora ignoti i personaggi che, dopo la strage di Capaci, si affrettarono a ispezionare i file del computer di Falcone (riguardanti Gladio e i delitti politico-mafiosi) nel suo ufficio romano al ministero della Giustizia, alla ricerca di documenti scottanti di cui evidentemente conoscevano l’esistenza. E restano senza nome anche gli uomini degli apparati di sicurezza che fornirono ai mafiosi le riservatissime informazioni logistiche indispensabili per uccidere Falcone già nel 1989 nel momento in cui si sarebbe concesso un bagno sulla scogliera del suo villino all’Addaura.
Da Falcone si passa poi a Borsellino, appena 57 giorni dopo.Chi era il personaggio non appartenente alla mafia che, come ha rivelato il collaboratore Gaspare Spatuzza, reo confesso della strage di via D’Amelio, assistette alle operazioni di caricamento dell’esplosivo nell’autovettura utilizzata per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta? Chi conosce le regole della mafia sa bene che tenere segreta a uomini d’onore l’identità degli altri compartecipi alla fase esecutiva di una strage è un’anomalia evidentissima: la prova dell’esistenza di un livello superiore che deve restare noto solo a pochi capi.
Altri pezzi mancanti su via D’Amelio?Francesca Castellese, moglie del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, in un colloquio intercettato il 14 dicembre ’93, poco dopo il rapimento del loro figlio Giuseppe (avvenuto il 23 novembre), scongiurò il marito di non parlare ai magistrati degli “infiltrati” nell’esecuzione della strage di via D’Amelio. Quell’intercettazione è agli atti del processo, ma quegli “infiltrati” è stato impossibile identificarli e assicurarli alla giustizia.
Andiamo avanti.Chi è in possesso dell’agenda rossa di Paolo Borsellino trafugata, con una straordinaria e lucida tempistica, pochi minuti dopo l’immane esplosione di via D’Amelio? Su quell’agenda è noto che Paolo aveva annotato i terribili segreti intravisti negli ultimi mesi di vita. Segreti che l’avevano sconvolto e convinto di non avere scampo, perché – come confidò alla moglie Agnese – sarebbe stata la mafia a ucciderlo, ma solo quando altri lo avessero deciso. Chi erano questi “altri”? L’elenco delle domande che sinora non hanno avuto risposta disegna i contorni di un iceberg ancora sommerso che né le inchieste parlamentari né i processi sono mai riusciti a portare alla luce, per una pluralità di fattori che si sommano e delineano un quadro inquietante.
Possibile che i magistrati che indagano da 25 anni non siano riusciti a fare luce su tutto questo?E come si fa quando vengono sottratti ai magistrati documenti decisivi per l’accertamento di retroscena occulti? Ho già accennato alle carte di Falcone e all’agenda di Borsellino, episodi che si inscrivono in una lunga tradizione di carte rubate sui misteri d’Italia: dalla sparizione delle bobine con gli interrogatori di Aldo Moro nella prigione delle Br al trafugamento dei documenti segreti del generale Carlo Alberto dalla Chiesa dopo il suo assassinio. Ma penso anche alla miniera di tracce documentali custodita nella villa di via Bernini a Palermo, dove Salvatore Riina aveva abitato negli ultimi anni della sua latitanza.
La famigerata, mancata perquisizione del covo da parte del Ros.Si impedì ai magistrati di perquisire l’abitazione di Riina immediatamente dopo il suo arresto il 15 gennaio 1993: ci assicurarono che il luogo era strettamente sorvegliato giorno e notte, mentre in realtà fu abbandonato poche ore dopo quella stessa assicurazione, lasciando campo libero a squadre di “solerti pulitori” che ebbero agio per diversi giorni di far sparire ogni cosa, smurando persino la cassaforte e ridipingendo le pareti per eliminare eventuali tracce di Dna. Chi è in possesso da 24 anni di quei documenti e che uso ne ha fatto?
Decine di mafiosi, anche boss di prima grandezza, hanno collaborato con la giustizia. Certamente più di molti uomini delle istituzioni.Purtroppo tacciono ancora tanti boss che sanno tutto: i fratelli Graviano, Santapaola, Madonia e altri capi detenuti. E anche alcuni collaboratori danno l’impressione di sapere molto più di quel che dicono, ma di autocensurarsi. E penso anche ai silenzi prolungati e all’amnesia generalizzata di alcuni esponenti delle istituzioni, che solo con il forcipe delle indagini penali si sono decisi, a distanza di anni, a rivelare brandelli di verità.
Si intravede, dalle sue parole, un grande armadio dei segreti indicibili, delle carte trafugate, dei ricatti incrociati ai piani alti di quello che chiamiamo “Stato”. Un circuito di “verità parallele” che deve restare inaccessibile a voi magistrati e a noi cittadini.Le faccio ancora un esempio. Quali erano i segreti sul coinvolgimento di apparati deviati dello Stato in stragi e omicidi eseguiti dalla mafia che Giovanni Ilardo, capomafia legato ai servizi segreti e alla destra eversiva, aveva promesso di rivelare ai magistrati pochi giorni prima di essere assassinato il 10 maggio 1996, proprio mentre si apprestava a mettere a verbale le sue dichiarazioni iniziando a collaborare? Lo stesso Ilardo era stato il primo a indicare Pietro Rampulla, anch’egli mafioso ed estremista di destra, come l’artificiere della strage di Capaci, che infatti sarebbe stato poi condannato con sentenza definitiva.
Intanto il tempo passa, la polvere si accumula, le carte ingialliscono, le memorie evaporano, i protagonisti invecchiano o muoiono portandosi i segreti nelle rispettive tombe. Non resta che seppellire quelle domande, sperare nella selezione naturale e alzare le braccia in segno di resa?Alcuni eventi recenti, ancora in corso di verifica processuale, sembrano dimostrare che purtroppo questa non è solo una tragica storia del passato. Per esempio le recenti rivelazioni del collaboratore di giustizia Vito Galatolo, capo dell’importante mandamento di Resuttana, membro di una famiglia mafiosa implicata in stragi e delitti eccellenti del passato e vecchia amica di apparati deviati delle istituzioni. Racconta Galatolo che alla fine del 2012 il capo latitante di Cosa Nostra, Messina Denaro, protagonista della stagione stragista del 1992-’93, ha ordinato l’omicidio del pm Nino Di Matteo, impegnato nelle indagini sulla trattativa fra Stato e mafia, con un’autobomba. Galatolo ha dichiarato che sia lui sia altri capi erano rimasti colpiti dal fatto che l’identità dell’artificiere messo a disposizione da Messina Denaro, doveva restare ignota a tutti, compresi i capi di Cosa Nostra. Una circostanza che, ancora una volta, contrastava palesemente con le regole mafiose e indicava la partecipazione anche in quel progetto stragista di soggetti esterni, portatori di interessi criminali convergenti con quelli della mafia. Prima che Galatolo iniziasse a collaborare rivelando l’episodio, un esposto anonimo aveva già messo al corrente la magistratura che Messina Denaro aveva ordinato una strage su richiesta di suoi “amici romani” per interessi politici che andavano oltre quelli di Cosa Nostra.
Quindi lei non si arrende?Continuare a ricercare la verità è un dovere non solo istituzionale, ma anche morale. Il modo più autentico per onorare la memoria, per dare un senso al sacrificio dei tanti servitori dello Stato e alla morte di tante vittime innocenti le cui vite sono state inghiottite nei gorghi tumultuosi di quello che Giovanni Falcone definì “il gioco grande del potere” una guerra sporca giocata con tutti i mezzi nel “fuori scena” della storia.

23 maggio 2017

A 25 anni dalla bomba di Capaci

23 maggio 1992, 25 anni fa: un'era geologica dal punto di vista politico, specie in un paese come il nostro che ha una memoria corta che si ferma all'altro ieri.
Chi oggi si ricorda veramente chi era il giudice Giovanni Falcone, delle polemiche di quei mesi su Gladio, sullo scontro tra politica e magistratura (le nomine alla Superprocura), le picconate del presidente Cossiga..
Avevano altre facce i politici di allora: Andreotti, Martelli, Craxi, Forlani, Occhetto.
Di quei partiti, è rimasta solo la Lega Nord, chi l'avrebbe mai detto.

Perché allora ostinarsi a ricordare questi magistrati, Falcone e Borsellino (e tutte le altre vittime della mafia), l'anniversario della strage?
Per tirar giù dal piedistallo della retorica e dell'eroismo queste persone, che eroi non lo volevano diventare.
Per evitare il rischio di dimenticarsi chi fossero i veri nemici di Falcone: non solo la mafia ma anche persone all'interno della stessa magistratura.
Falcone è stato ucciso non perché cercava il martirio, ma per il suo lavoro: per il suo lavoro di magistrato al pool antimafia e poi a Roma.
Perché aveva capito quanto fosse importante tenere distinti i due piani, quello giudiziario e quello politico: inutile aprire fascicoli su amministratori col rischio di non arrivare ad archiviazioni e sollevare solo polemiche.
Perché aveva capito l'importanza della specializzazione, nella lotta alla mafia: un giudice non deve sapersi occupare di tutto e perdere tempo dietro ai ladri di polli.
La specializzazione e la condivisione delle informazioni tra magistrati e tra organi di polizia: per questo la super procura e la Dia.

E così che arrivarono le polemiche: dai magistrati, più per pregiudizi che per questioni di merito.
Dalla politica, che prima lo accusava di essere di sinistra quando indagava sulla DC, poi di essere diventato socialista (quasndo andò a lavorare a Roma, alla direzione dell'Ufficio Affari Penali).

Falcone faceva paura perché era una persona intelligente.
Sapeva comprendere la mutazione della mafia, che a fine anni 80 era entrata nella finanza, dopo aver messo le mani sugli affari del cemento, sul traffico di droga.

Dobbiamo ricordare Falcone perché le sue idee sono ancora valide e perché la mafia non è stata sconfitta.
La mafia è un fenomeno umano, diceva il magistrato: per vedere la fine di questo fenomeno non bisogna dimenticare e non ci si deve nemmeno illudere che ora la mafia sia meno potente.
Solo perché uccide di meno o non mette le bombe.

PS: in uno di quei giochi crudeli del destino, proprio oggi, nei 25 anni dell'attentatuni, dobbiamo nuovamente piangere altre vittime innocenti del terrorismo dei fondamentalisti islamici, a Manchester.

21 luglio 2015

Eroi senza nome – Antonio Montinaro

Antonio Montinaro e la moglie Tina
Antonio Montinaro è uno degli agenti della scorta al giudice Falcone: un poliziotto che amava il suo mestiere, convinto che tutti i sacrifici e i pericoli lungo la strada, fossero necessari per garantire la sicurezza a quel giudice che rischiava a sua volta la vita per aver sfidato la mafia.
E' uno degli eroi “senza nome” ricordati nel libro del poliziotto scrittore Maurizio Lorenzi: la sua storia, di poliziotto, di marito e padre, è raccontata dalla moglie Tina.
Che, appresa la notizia dell'attentato, il 23 maggio 1992, si precipita all'ospedale:

Scorgo qualcosa. Un dettaglio. Un particolare. È qualcosa che spunta da sotto il lenzuolo, di lato. Mi piego di lato per mettere a fuoco, e la vedo.È una mano.La sua mano.La riconosco con certezza. Ha le dita incrociate.
Non ci credo.Come è possibile?Ora le lacrime bussano alla mia porta. Non posso che aprire per lasciarle uscire.

Perché quel gesto, quelle dita incrociate, cosa significava?
Lo racconta lei stessa, ricordando una passeggiata lungo il mare:
«Sai cosa faccio quando percorriamo l'autostrada mentre siamo di scorta?»«E che fate?«Incrociamo le dita. È l'unico punto in cui siamo a rischio, sai?»«L'unico, Antonio? A me sembra che siate sempre in pericolo!»«Non è vero, Tina. In città siamo pronti e anche aggueriti. Lo sanno tutti che se ci fanno un'imboscata scendiamo coi mitra e qualche cadavere lo facciamo anche noi. Puoi starne certa. I rischi vengono invece dai tratti lunghi, quelli più isolati, all'apparenza più tranquilli. Il più pericoloso è quello dall'aeroporto verso Palermo.»

Antonio, e i suoi colleghi, sapevano cosa rischiavano, ogni giorno, percorrendo quel tratto di autostrada che, quel caldo pomeriggio, divenne inferno, cratere, fiamme, polvere e sangue.
Mi chiamo Tina Martinez e sono la moglie di Antonio Montinaro.
Da oltre vent'anni a questa parte compio sempre vent'anni.Mio marito fa il poliziotto e lo farà per sempre.Scorterà per sempre magistrati e persone a rischio.Credo che sarà al fianco di Giovanni Falcone, l'uomo in cui confidava ciecamente mentre noi credevamo ostinatamente nei giudice che sfidava la mafia.La mia famiglia è sempre una famiglia speciale, oggi più di ieri.-gaetano è un uomo. Giovanni lo è appena diventato.
Sono sempre i nostri gioielli, come i loro sorrisi.Saranno la nostra vita. La mia e di Antonio.

Dall'intervista ad Antonio Montinaro ad un giornale svedese, dieci giorni prima di morire
La faccia della mafia è la faccia della gente. Che vede uccidere un uomo e non testimonia.Ecco, ci sono mille facce, mille momenti che vengono fuori quando la gente ha paura.La mafia è forte proprio perché la gente ha paura e la paura nasce dalla volontà di non credere in chi potrebbe rappresentare: la gente crede di non poter avere fiducia nello Stato.Si sconfigge la mafia con un solo modo, secondo me: facendo capire ai cittadini che i tempi del rivolgersi a zu Pepino o a zu Ciccio sono terminati. Esiste uno stato, esistono dei rappresentanti e sono loro che devono risolvere i problemi.Il vicino di casa non li può risolvere, può solo risolvere il problema dell'ascensore quando si è rotto..

Il sito dell'associazione Quarto Savona 15 (il nome della scorta) nata per volontà di Tina Montinaro, dedicato alla memoria di questi eroi che un nome e una memoria lo meritano.

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