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08 gennaio 2022

La ragazza scomparsa di Giancarlo Capaldo

 


Erano trascorsi otto mesi dall’ultima volta in cui il principe Gian Maria Ildebrando del Monte di Tarquinia aveva percorso quei corridoi e attraversato quelle stanze austere, così avvolte dal loro profondo silenzio da far smarrire il senso del tempo. Tutto era come lo ricordava.

Un solo particolare era diverso: l’abito dell’Anonimo ora era bianco.

«Santità» e, mentre pronunciava quella parola, Gian Maria si chinò ossequiosamente a baciare l'anello del pescatore di uomini, creato anche questa volta, come accadeva da sempre, per il nuovo papa.

La ragazza scomparsa è il secondo romanzo per l'ex magistrato Giancarlo Capaldo che vede come protagonisti due esponenti della nobiltà romana, il principe Gian Maria Ildebrando del Monte di Tarquinia e la moglie Gloria che movimentano la loro vita mondana tra pranzi sfarzosi, ricevimenti esclusivi con delle indagini che li portano dentro i misteri di Roma e del Vaticano, come nel precedente romanzo "I delitti di via Margutta" uscito sempre per Chiarelettere.

Devo fare una premessa: il mondo in cui si muovono i due protagonisti a Roma nelle stanze del potere, dentro le mura secolari del Vaticano, è così fuori dall'usuale, così incredibile che potrebbe anche essere reale. L'ex magistrato, per raccontare queste storie di ricatti, segreti e delitti, sicuramente avrà attinto alla sua memoria, avendo seguito indagini molto scottanti, dalle indagini sulla banda della Magliana, fino alle inchieste sulla P3 e Finmeccanica (la memoria corta degli italiani avrà già sepolto queste storie sotto la coltre del passato).

In questo racconto, la ragazza scomparsa fa riferimento alla scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un prefetto pontificio che, mentre stava andando a lezione di musica nel giugno 1983, sparì nel nulla. Una storia che divenne ben presto anche una spy story, per le molte piste che portarono a collegamenti con servizi stranieri, collegando questo rapimento con l'attentato al papa o, seguendo piste alternative, come reazione alla politica estera che stava portando avanti il papa di quegli anni, il polacco Giovanni Paolo II.

«Ricorda di quella ragazza scomparsa ormai più di quarant’anni fa, mentre si recava a un appuntamento con un’amica nel centro di Roma?»

«Eloisa Oderisi.» «In effetti, il nome mi dice qualcosa.» «Be’, la persona che ha attratto la sua attenzione nel corridoio è il fratello Angelo.

Come si arriva a parlare di questavicenda che, nella realtà, si è chiusa nel nulla (le piste non hanno portato a nulla e il cadavere di Emanuela non è mai stato ritrovato)? Il romanzo si apre con l'incontro tra il principe Gian Maria e il nuovo papa, Giovanni Paolo III, l'Anonimo che, nel passato romanzo, li aveva aiutati a districarsi per risolvere una serie di delitti, recenti e passati.

In quei giorni è in visita a Roma un'amica della coppia, Anna Maria, che alla fine di un ricevimento racconta loro di un suo problema: il marito, prima di morire, le aveva parlato di un contro che aveva aperto presso lo IOR

Anna Chiara si decise a parlare. «Sapete, non sono tornata in Italia solo perché mi mancava Roma. Mio marito, prima di morire, mi ha confessato di avere un conto, su cui era depositata una somma molto ingente, presso una banca a Roma. Anzi... in un altro Stato.»

Le uniche informazioni su questo conto sono sono il nome, che è una frase latina “Alea iacta est” e un codice alfanumerico.

Ma quel conto, dicono allo Ior ad Anna Maria, non esiste: Gian Maria prova ad interessarsi usando le sue conoscenze, scoprendo come questo conto fosse presente una clausola particolare per cui, alla morte dell'intestatario, finiva nelle disponibilità del Vaticano stesso.

Non solo: iniziano ad arrivare delle minacce, più o meno esplicite, ad Anna Maria il cui appartamento a Roma viene rovistato da dei ladri che, scartando i gioielli e i beni, cercavano qualcosa di ben specifico. Forse qualcosa di legato a quel conto allo Ior?

«Ora cosa pensi di fare, caro?».

«Non mi rimane che contattare Luciano, l’uomo che custodisce i più reconditi segreti di molte persone che contano sia in Italia sia all’estero.»

Inizia così una indagine che, partendo da un conto che nel passato è stato usato per operazioni sporche, per riciclare denaro, porterà il principe dentro il segreto della “ragazza scomparsa”, Eloisa Oderisi, vittima di una faida interna al Vaticano.

Ma sarà una verità pericolosa, che metterà a rischio la sua incolumità e delle persone che gli stanno accanto, che potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza stessa del Vaticano, la sua credibilità nei confronti di miliardi di fedeli.

Concludo, principe, consigliandole vivamente di lasciar perdere: chi tocca il Vaticano a volte muore, è accaduto perfino ai papi.

La Chiesa ha conservato il suo potere, la sua influenza, nascondendo e celando i suoi segreti e i suoi panni sporchi: non solo per il mistero della “ragazza scomparsa”, ma anche per i casi di pedofilia nel mondo, coi responsabili protetti o solo allontanati dalle loro diocesi. Con lo scandalo Ior, una banca usata “per riciclare denaro o mettere i soldi al riparo da occhi indiscreti” come emerso dalle inchieste su Marcinkus, su Calvi e Sindona.

La verità, su questi scandali, è un lusso che non ci si può permettere oltre Tevere come, a fine libro, ammonisce il nuovo papa che, non casualmente, si chiama Giovanni Paolo III:

«Molti pensano che la verità sia una cosa giusta, spesso però è anche la fine di tutto, perfino del nostro mondo, e noi non possiamo consentire la fine di tutto, anche se in nome di una cosa giusta. Oggi, alcuni per necessità e altri per vocazione o malcelato interesse, sono diventati tutti irriducibili profeti della verità, trasformandosi in bombe pronte a esplodere. Spetta proprio a noi disinnescarle.»

«E come?»

«Con il silenzio, la pazienza e la preghiera.»

I due protagonisti, il principe e la moglie, agiscono, si muovono nel mondo del potere reale e segreto italiano, in modo così poco credibile da rendere difficile l'identificazione del lettore in questi investigatori, almeno questa è stata la mia impressione.

Funziona così in un certo mondo romano? Che si alza la cornetta e si chiama il capo della polizia per chiedere un favore?

Credo che questo sia un limite di questo romanzo che però, dall'altra parte, fornisce una chiave di lettura interessante del “caso Orlandi”.

In un cameo, citato con uno pseudonimo, fa capolino il giornalista Andrea Purgatori che, come il procuratore Capaldo, aveva seguito la vicenda sul suo giornale e anche nella sua trasmissione Atlantide.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere

I link per ordinarlo su Ibs e Amazon

17 dicembre 2020

L'opzione di Dio di Pietro Caliceti


Incipit

Giorno 1, ore 10:00 Roma Controllò per l’ultima volta i contatti. L’esplosivo sul cruscotto, quello nel giubbotto, l’innesco. Tutto era a posto, tutto era collegato. Strinse le mani sul volante e diede gas lentamente, attento a dosare la pressione. Le ruote si mossero e l'autobus si mise in moto, dapprima in modo impercettibile, poi sempre più fluido. Dieci all'ora, venti, trenta. Non accelerò oltre, ..

Così, bene. Continua così.

Un thriller dal ritmo veramente incalzante, dove si parla di religione, della ricerca di Dio, della fede e del lato più prosaico delle religioni, ovvero il fondamentalismo, la pedofilia, l'affarismo nascosto dietro le opere di bene di quanti hanno usato lo Ior come banca d'affari (e non come istituto per le opere religiose come farebbe pensare il nome).

Un thriller molto attuale che parte da un evento tragico: un attentatore che decide di fare strage proprio davanti piazza San Pietro. Nel cuore della cristianità. Sapendo dell'enorme eco che susciterà il suo gesto.

Nei giorni successivi a questo attentato il nucleo anti terrorismo della polizia di Stato apre una sua indagine, sapendo di avere addosso tutte le pressioni sia da parte del Vaticano, dello Stato italiano ma anche dell'opinione pubblica.

Ma un altro dramma scuote il Vaticano: il papa sta morendo, secondo i medici ha davanti pochi mesi o forse poche vite e questo scatena una gara, all'interno della chiesa, tra le due sue anime (o forse sarebbe più corretto dire, tra le due fazioni): quella conservatrice (come i cavalieri dell'Ordine di Malta) che si raccoglie attorno alla figura del cardinale Angelo Vignale, una persona che è considerata già un santo in terra per quello che ha fatto in Africa, per quelle popolazioni bisognose.

Ma un santo molto netto nella sua visione della fede: qua siamo noi, dall'altra parte il peccato. La chiesa accogliente, quella che ha cercato di togliere le barriere verso gli omosessuali, verso i divorziati, ha solo portato allo sfacelo sotto gli occhi.

Dire che esiste un Verbo, e solo uno, significa dire che da una parte c’è il bianco e dall’altra il nero; da una parte il vero e dall’altra il falso; da una parte il giusto e dall’altra il peccato.

Siamo ad un passo dallo scisma, dice di fronte ai suoi fratelli: se vogliamo riunire le greggi (e riunire le varie chiese che già oggi si sono separate da Roma) serve una voce che sappia parlare in modo chiaro.

Dall'altra parte i cosiddetti progressisti, che si sono riconosciuti negli ultimi due papi, che hanno promosso le opere di riforma dello Ior, per renderla una struttura finanziaria trasparente (e dimenticarsi una volta per tutte di quella che era stata la banca di Marcinkus, Sindona e Calvi).

Papi che hanno aperto anziché chiudere, che hanno cercato il dialogo con le persone nel mondo. Ma, c'è un ma.

Questo è un libro che parla di religione dove non c'è fede e della fede che resiste a tutto, anche alla malattia della religione.

Dietro queste due anime si muovono sentimenti che hanno poco a che vedere con la fede.

Il partito dei progressisti vuole mantenere certi privilegi, per esempio la “tassa della chiesa” in Germania

In Germania vigeva un’imposta – la cosiddetta Kirchensteuer, la «tassa della Chiesa» – il cui versamento era obbligatorio per chiunque fosse registrato come appartenente alla Chiesa cattolica

Come candidato di questa fazione, viene scelto un arcivescovo del Sud Africa, Warren Hamilton, ex giocatore di Rugby, che aveva risollevato la chiesa di Pretoria salvandola da una bomba atomica. Ovvero salvandola dalle denunce e dal risarcimento danni per i casi di pedofilia che si erano verificati: sfruttando il fatto che le vittime erano figli di povera gente, persone che non avevano soldi per pagarsi un avvocato.

Hamilton si presentava a casa della vittima con in mano una proposta di transazione tombale e un assegno, che non eccedeva mai l’equivalente di 50.000 dollari. E negoziava.

No, decisamente qui la religione, la fede, la carità, la misericordia, non hanno casa. Si tratta solo di un cinico calcolo economico.

Così, la fazione dei conservatori, quella di Vignale, inizia a fare una sua indagine sul passato di Hamilton per trovare qualche scheletro nell'armadio e screditarlo.

Cosa che anche la fazione di Hamilton sta facendo: Hamilton, facendosi aiutare da un giovane gesuita che lavorava nello Ior che si chiama Alessio Macchia, cerca di trovare quel marcio nell'istituto che gli consentano di poter dire che le riforme fatte a partire dal 2011, con Ratzinger, sono servite a qualcosa, non sono solo state un'operazione di marketing.

Diranno che per la smania di riformare ha smontato mezza Chiesa senza però concludere nulla – il che, detto tra noi, ha qualcosa di vero. Diranno che è stato solo marketing,

Come in un thriller che si rispetti, il lettore verrà catapultato in questo mondo, per molti sconosciuto, del Vaticano. E assisterà, in un continuo saltare dall'una all'altra, all'avanzare delle tre indagini.

Quella della Direzione centrale della polizia di prevenzione (Dcpp), sull'attentato in piazza San Pietro: a partire dall'identità dell'attentatore, analizzando i suoi spostamenti incrociando tabulati e i dati delle telecamere (assieme al riconoscimento facciale), la squadra cerca di capire chi possano essere stati i complici, per bloccare altri eventuali attentati.

C'è n'è una seconda, di indagine: quella dell'uomo di Vignale in Sudafrica, sul passato di Hamilton. Su quegli scheletri nell'armadio legati alla sua gioventù, da usare come arma di ricatto.

Ma anche il partito di Hamilton fa la sua contro indagine: queste viene affidata ad Alessio Macchia, un gesuita che è stato aiutante dell'avvocato Tuzzi, un laico che lavorava come consulente per lo Ior e che è morto proprio nell'attentato. Alessio, assieme al fratello Giovanni che è avvocato, partendo dalle carte dell'istituto, compiranno un'indagine che da Roma li porterà fino a Malta, paradiso fiscale a pochi passi dall'Europa, dove tutto si intreccia. Riciclaggio, terrorismo, evasione, anonimato per guadagni facili...

Ecco, in tutto questo, dove sta Dio, dove sta quell'opzione di Dio che da il nome al libro? Ce lo dice Alessio Macchia, che oltre a lavorare allo IOR, assiste i bambini nell'ospedale Bambin Gesù a Roma, bambini che soffrono per malattie precoci e destinati a morire tra atroci sofferenze.

E' stata la morte della sorella a portarlo a quella scelta, a fargli sentire la chiamata di Dio e cercarlo anche nel dolore, anche laddove tutti si fermerebbero, chiedendosi perché Dio infligge questa sofferenza a dei bambini innocenti:

« ..No, la morte di un bambino – e più ancora, la sofferenza di un bambino – è una cosa che non potremo mai accettare.»

Giovanni lo fissò negli occhi. Era gonfio in volto e si mise quasi a urlare.

«Appunto. E allora te lo domando ancora: come fai a credere? Come fai a credere in un Dio che avrebbe messo in piedi qualcosa di così inaccettabili? Una cosa così senza senso? Una cosa così cattiva?»

In fondo al corridoio, una suora si sporse a guardare. Alessio posò la mano sulla spalla del fratello e gli sorrise.

«Esattamente per questo, Alessio. Perché l’alternativa a credere in Dio sarebbe o che tutto questo non ha alcun senso, o che è stato creato da qualcuno di cattivo. E di fronte a queste alternative, optare per Dio è la migliore opzione possibile.»

Giovanni lo guardò stupito.

«Un'opzione.»

«Si l'opzione di Dio. Io la vedo così.»

Alessio ha un confronto profondo con un Imam, che diversamente da professa la sua fede in un garage in modo semi clandestino, non in una chiesa ammantata di oro. Ma in quel garage i fedeli pregano infervorati da una fede che i cristiani sembrano non possedere più.

Tutte queste vostre chiese, piene di oro, piene di statue – non vi hanno fatto avvicinare a Dio neanche di un palmo.

Si parla di fede in questo thriller e della crisi all'interno della cristianità, perché da una parte ci sono persone che usano la religione come strumento di potere e di vanagloria, per costruirsi un tesoro qui in terra e non nel regno dei cieli (come dice il Vangelo).

E dall'altra parte chi invece è alla ricerca della fede autentica, alla ricerca del Dio, anche laddove sembra non esserci.

Tanti enigmi e tanti dubbi che non vengono sciolti del tutto ma che trovano una soluzione nel finale, quando le tre indagini si uniscono in un sorprendente colpo di scena che collega soldi, terrorismo e i compromessi all'interno del Vaticano.

La scheda del libro sul sito di Baldini & Castoldi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

09 novembre 2015

Francesco deve sapere

«Te li do perché Francesco deve sapere. Deve sapere che il Vaticano possiede a Roma case che valgono 4 miliardi e che dentro non ci sono rifugiati ma un sacco di vip e raccomandati che pagano affitti ridicoli. Deve sapere che le fondazioni dedicate a Ratzinger e a Wojtyla hanno incassato talmente tanti soldi che ormai conservano in banca oltre 15 milioni. Deve sapere che ci sono un mucchio di cardinali che vivono in appartamenti da 400, 500, anche 600 metri quadri. Più attico e terrazzo panoramico. Deve sapere un sacco di cose. Cose che non sa, perché nessuno gliele dice».
Emiliano Fittipaldi - l'Espresso "Così è nato il libro sul Vaticano"
Queste parole, più o meno, aprono il libro del giornalista de l'Espresso sui beni accumulati dal Vaticano.
Francesco deve sapere, e anche il paese deve sapere.
E se questo arriva da un furto (di documenti riservati che erano tenuti ben chiusi nel cassetto), beh, è un peccato veniale, rispetto all'avarizia.

Qui alcuni stralci del capitolo dedicato allo Ior:
Di certo nessuno sa dove siano finiti i soldi dei vecchi clienti fuoriusciti dal Vaticano. La filosofia dei manager del papa sembra infatti improntata alla tarantella napoletana “chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato”: se l’obiettivo finale è quello di un nuovo inizio immacolato, il passato oscuro deve rimanere tale, e venire rapidamente dimenticato. È un fatto che i clienti più “pesanti” e diplomaticamente imbarazzanti abbiano capito che la musica stava cambiando già nel 2008, quando hanno cominciato a uscire dalle mura leonine per trovare rifugio altrove. Le nostre autorità non hanno avuto alcuna informazione sui movimenti finanziari (al tempo il Vaticano aveva mani libere potendosi muovere senza alcuna regola), ma sospettano che enormi somme di denaro siano state bonificate in paesi offshore e in alcune banche della Germania. Perché proprio a Berlino? Perché le autorità antiriciclaggio tedesche sono da sempre assai deboli rispetto a quelle di altri paesi europei: la Financial Intelligence Unit (Fiu) di Angela Merkel è infatti un dipartimento inglobato nella polizia tedesca, senza autonomia, con uomini, mezzi e capacità di analisi finanziarie imparagonabili agli uffici italiani dell’Uif (l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia) o alle Fiu francesi o spagnole. Se dei clienti scappati prima della tempesta e dell’arrivo di papa Francesco la Uif non ha mai avuto nessuna informazione, nemmeno dei 554 clienti misteriosi scovati dalla società di revisione Promontory, gli esperti tricolori dell’antiriciclaggio sono riusciti ad avere notizie: nonostante l’accordo di collaborazione firmato nel luglio 2013 tra la Aif (al tempo guidata dal cardinale Attilio Nicora) e la stessa Uif, finora la promessa informale di girare all’Italia la lista di tutti i clienti sospetti nascosti allo Ior non è stata mantenuta, e Bankitalia non ha potuto analizzare – se non in pochissimi casi – eventuali trasferimenti illeciti o presunte evasioni fiscali, da segnalare poi alla magistratura italiana per possibili indagini penali. Un fuggi fuggi generale che rischia ormai di rimanere impunito.
Mentre andiamo in stampa allo Ior galleggiano poco più di cento conti sospetti, tra cui una decina intestati a nomi eccellenti che potrebbero creare più di un disagio a Santa Romana Chiesa. In qualche caso si tratta di eredità di clienti laici ancora da liquidare (a bilancio la somma è messa a 17 milioni), ma altri depositi appartengono a professionisti e imprenditori. “Questi depositi sono stati bloccati,” ha giurato il capo dell’Aif Brülhart. All’Uif, però, sono rimasti di sasso quando hanno scoperto – dopo la lettura di un articolo giornalistico dell’agosto 2015 – che tra i clienti dello Ior ci sono ancora i nipoti del fu commendatore Lorenzo Leone. Un manager della Sanità che ha accumulato 16 miliardi di lire nella banca del torrione mentre dirigeva (o “depredava”, come hanno scritto i magistrati di Trani in una recente inchiesta sull’ospedale) la Casa della Divina Provvidenza di Bisceglie, un manicomio di una congregazione religiosa di cui Leone fu dominus quasi fino alla sua morte.

Per concludere:
Fonti investigative italiane mi confermano che la trasparenza promessa dai nuovi dirigenti dell’Istituto è una favoletta che il Vaticano sta vendendo alla stampa mondiale, che l’accesso alla white list è di là da venire, e che i laici “abusivi” effettivamente cacciati dalla banca sono stati allontanati senza che lasciassero tracce: di fatto, almeno fino alla pubblicazione del libro, l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia non ha mai avuto la lista dei presunti evasori fiscali allontanati dal Vaticano. Non solo: altre fonti mi confermano che alcuni imprenditori italiani indagati dalle procure nascondono ancora i propri averi all’interno dello Ior. Uno è Angelo Proietti, storico fornitore del Vaticano, il costruttore che ristrutturò gratis la casa in cui abitò Giulio Tremonti.

08 giugno 2015

Report – come è andata a finire? (stagione 2015)

Ultima puntata della stagione 2014-2015 di Report: come sono andate a finire alcune inchieste seguite dalla trasmissione?
Lo IOR, il più inespugnabile paradiso fiscale, sono riusciti a renderlo trasparente?
Il Mose: per ripianare i debiti il sindaco stava svendendo i gioielli. Cosa farà il nuovo sindaco?
Gli indirizzi virtuali e fittizi usati per eludere il fisco. Tra questi, un nome che non ti aspetteresti.
Hera, una delle più importante municipalizzate, coi veleni sotto i piedi.
Anas, la galleria con calcestruzzo fantasma.

E poi, come procedono le cause a report. Infine l'ambasciatore tedesco a New Delhi,in un gesto rivoluzionario, da diplomazia 2.0.

Anas (link al servizio): quella galleria nelle Marche aveva un problema? E' andato tutto a posto?
Delrio: (Ciucci) si è dimesso per rispetto al ministro nuovo ..
Forse inizierà una nuova stagione con Anas, col ministro Delrio: controllerà anche i lavori nelle volte della galleria La Franca nelle Marche.
La procura di Spoleto ha aperto una indagine e Anas ha fatto un'analisi col georadar nella galleria La Franca di cui parlava il servizio: servirebbero dei carotaggi per capire se il calcestruzzo è buono.
Ma nei laboratori finiscono i campioni forniti dalle imprese, dunque servirebbero dei controlli da un ente terzo.
Il 18 maggio arrivano i nuovi vertici di Anas: presidente è Gianni Armani, figlio del cofondatore di An, ex Terna.
Armani ha fatto fare i controlli da cui emergono delle difformità rispetto al progetto generale: anziché il 50 cm di calcestruzzo, nel 23% dei casi ci sono spessori inferiori.
Serve rimediare con delle centine in acciaio e poi in cemento armato: non ci sono vuoti ma gli interventi di stabilizzazioni vanno fatti subito.

Report aveva ragione: servirebbero altri controlli autonomi, ammette il nuovo presidente.
A Fabriano, due consiglieri hanno fatto un esposto su lavori fatti male: i materiali usati per completare l'opera sono stati venduti senza passare per gli enti locali.
C'è qualcosa da capire, c'è un filo rosso che lega tutti i lavori: Giovanna Boursier ha segnalato ad Armani anche questo caso.

La prima cosa da affrontare è la legge obiettivo, la legge criminogena l'ha chiamata Cantone: Delrio ha spiegato alla giornalista di voler cambiarla e che verrà presentato a breve un nuovo codice degli appalti.
A gara si metterà solo il progetto definitivo e non si potrà cambiare, verranno sorteggiati gli enti per i controlli.
Non si dovrebbero più presentare altri casi come quello del viadotto Scorciavacche o della Palermo Catania, con la frana che ha interrotto l'autostrada.
Pagherà lo stato, per il momento. Perché la protezione civile siciliana ha dato la colpa alla pioggia.

Non puoi seguire Dio e il denaro: non è comunismo ma il Vangelo: sono parole di papa Francesco.
Nel 2010 Report aveva parlato dello IOR, di Gotti Tedeschi che cercava di fare pulizia, cacciato da Bertone.
Mondani ha intervistato l'ex presidente, defenestrato nel 2012: stava per presentare un documento che avrebbe denunciato personaggi importanti in Vaticano.
Gotti Tedeschi non ammette né smentisce: Benedetto XVI voleva riabilitarlo, senza riuscirci.
Il fratello di Emanuela Orlandi, che lavora in Vaticano, intervistato da Mondani parla di un G.T. Isolato, tenuto d'occhio da Cipriani e Bertone.
Non poteva vedere i conti all'interno dello IOR: non a tutti faceva piacere fare luce su certi conti.
Marcinkus disse che lo IOR non è una banca – dice Orlandi. È stato usato come un paradiso fiscale.

La riforma dell'economia è affidata da Bergoglio al cardinale Pell, nonostante le accuse per pedofilia: il papa sapeva, ammette un prelato in forma anonima.
Siamo ancora lontani da una situazione di vera trasparenza: AIF non controlla lo IOR, perché è stato mandato via Nicora, che contrastava le attività della banca.
Al vertice dello IOR c'è un banchiere maltese, De Fransuu:

 il cardinale Pell, assai chiacchierato a causa dei processi per pedofilia che hanno messo sotto accusa la Chiesa australiana, ha nominato al vertice dello Ior Jean-Baptiste De Franssu e come suo consigliere Joseph Zahra, il banchiere maltese alla guida del colosso finanziario Misco che da anni porta gli italiani facoltosi a investire a Malta.Qualche mese fa, De Franssu ha tentato di creare il Vatican asset management, il nuovo fondo sovrano vaticano sul quale dovevano finire i soldi dello Ior, ma Papa Francesco lo ha fermato. Dopo di che De Franssu ha pensato di costituire una società di investimento in Lussemburgo ma il Papa si è opposto e in poche settimane il Presidente dello Ior ha collezionato due secche sconfessioni da parte del Santo Padre.

E il nuovo accordo con l'Italia? Riguarda solo i clienti privati, non gli enti religiosi.
La struttura interna dentro lo IOR non è cambiata, nonostate Cipriani sia andato via: servirebbe un revisore dei conti esterni.
Oggi papa Bergoglio è molto preoccupato, per tutte le malattie della chiesa: di queste, Gotti Tedeschi quella che teme di più è l'undicesima. L'indifferenza al prossimo.

Campolongo Maggiore è un paese sulla riviera del Brenta: qui abita il boss Fausto Donà braccio destro di Felice Maniero, che risiede in una via fittizia, dei senzatetto.
Nella strada che non c'è, ci abita Felice Maniero, alias Luca Mori.
Titolare di tre brevetti, depositi al ministero dello sviluppo economico.
Il sindaco non sapeva, non si è posto la domanda su chi fosse Luca Mori.
Non lo conoscono nemmeno al ministero: non tocca a loro accertarsi di chi deposita i brevetti.
Luca Mori ha poteri di trattare con la ppaa, fa affari con le banche, installa le casette dell'acqua.

Valesini lo ha pedinato, fotografato. Residente in via della casa comunale, che è una via che non esiste.
Maniero, oltre ad essere stato il boss della mala del Brenta, entrato pure nella trattativa stato mafia, perché nelle sue fughe e nelle sue protezioni sarebbe stato aiutato dai servizi.
La sua società può vantare del patrocinio del ministero delle politiche agricole: caso unico in Italia visto che il patrocinio non si da ad una società per fini di lucro.
Il ministro non sa, non sarebbe mai stato concesso il patrocinio.
“Il ministero è un furbacchione”, dice Maniero.
E la certificazione TFQ? Non sarebbe vera …

A Bologna, in centro, ci sono gli uffici di Hera, in una zona contaminata da rifiuti tossici.
L'assessore del comune ammetteva di non aver letto i contenuti del documento in cui si dice che i dipendenti di Hera vanno a lavoro a loro rischio.
Non si bonifica per una questione di soldi, ma ora c'è un piano: dopo il servizio sono partiti i lavori. Qualcosa di buono lo fanno i servizi di Report....
C'è un'altra grana: si tratta della questione dei rifiuti raccolti, come il vetro, che si ricicla all'infinito.
A S Cesario ci sono gli stabilimenti della società che si occuperebbe del riciclo del vetro: dalle case si devono o cumuli del vetro. E nelle case arriva la polvere di vetro.
La Emiliana rottami stocca i rifiuti di vetro in cumuli, perché non riuscirebbe a smaltirli tutti: sono 120mila tonnellate per 5 ettari. Un accumulo anomalo.

Hera continua ad inviare il vetro alla Emiliana rottami, nonostante gli accumuli: la polvere di vetro sollevata nell'aria crea dei problemi ai cittadini che vivono a fianco dello stabilimento.
Arpa ha fatto i controlli da cui emerge la presenza di particelle nell'aria, che penetrano nei bronchi e negli alveoli: causerebbero crisi asmatiche, problemi cardiovascolari.
La provincia ha fatto delle diffide nei confronti della Emiliana rottami, anche il sindaco di S Cesario ha imposto un'ordinanza, per coprire i rifiuti. Prescrizione non sempre rispettata, quando c'è vento i cumuli non sono coperti bene.
“Abbiamo fatto il possibile” si difende il sindaco.

Il Tribunale ha condannato due volte la E.R.: e il codice etico di Hera nei confronti dei fornitori?

Nel 2012 il servizio di Report aveva sollevato problemi sulle cerniere, così l'opera è slittata una prima volta. Poi c'è stata la retata sul Mose (che è arrivata fino all'ex governatore Galan e al sindaco Orsoni) che ci ha raccontato dello spreco di 1 miliardo in mazzette e sprechi.
A che punto siamo oggi? Ci sono ancora problemi sulle strutture, oggi gestite dai commissari: un problema di allagamento delle gallerie, la nichelatura delle cerniere, alcuni materiali potrebbero essere scadenti. C'è forse una frode ai danni dello stato che dovranno stabilire i commissari dell'opera.
Il contratto con le aziende è però ancora valido: il consorzio è indebitato per 60 ml di euro con le stesse imprese di prima.
Come Grandi lavori Fincosit, come Condotte, come la Mantovani. Tutte aziende che hanno anche altri lavori (come la Mantovani ad Expo).
Baita, con Mantovani, aveva già messo gli occhi su un'altra opera: il canale a Venezia su cui far passare le grandi navi. Un progetto di scavo avrebbe impatti erosivi sul canale, alternando gli equilibri idraulici alla zona, dice il professore Boato.
Lo scavo del canale Contorta potrebbe causare gli stessi danni del canale petroli: si sta trasformando la laguna in un mare aperto.
Nonostante queste segnalazioni, Paolo Costa pres. dell'autorità portuale è soddisfatto del progetto e delle valutazioni tecniche.
Come è soddisfatto dei lavori dell'ingegner Rinaldo, marito di un manager del consorzio, la Brotto (una delle tante parentele in quest'opera).
Le grandi navi continuano a passare dal bacino di S Marco. Fino alla prossima tragedia.
E Galan, che ha patteggiato la pena, tra qualche mese tornerà libero di fare il deputato.

I debiti del comune di Venezia.
Venezia: qui arrivano 28 ml di turisti ma nonostante questo il comune è sul baratro.
120 beni pubblici sono stati messi in vendita per ripianare i 300 ml di debiti.
Ai Benetton ha dato la possibilità di fare uno store in un palazzo d'epoca, il comune ha venduto l'ospedale al mare, comprato da un fondo partecipato dalle imprese del Mose.
Il comune avrebbe dovuto fare qui le bonifiche per un costo per 2 ml di euro: in extremis è arrivato la CDP, dopo la fuga delle aziende del Mose.
CDP ha fatto causa al comune ..
Al lido c'è un altro buco: al posto del palazzo del cinema c'è un buco. Una parte è stata asfaltata.
Estcapital è stata commissariata.
Tra gli imprenditori, tale De Martino: le carte giudiziarie dicono che è una azienda di riferimento della cosca Iannazzo.
Che farà il nuovo sindaco?

Dal 1992 è vietata la produzione o l'importazione dell'amianto. Ma abbiamo importato 2000 tonnellate di amianto dall'India. Come è possibile?
Si usa ancora in contesti militari e in aziende chimiche: l'Italia lo ha esportato fino al 2014 e nel 2013 lo abbiamo importato dalla Cina.
Una fonte anonima parla di amianto negli elicotteri di Agusta Westland, gruppo Finmeccanica.
Agusta sapeva che “potenzialmente” poteva esserci amianto in alcune componenti: pezzi soggetti a manutenzione, le cui polveri vanno nell'aria.
Che ne pensano i finanzieri che lavorano a Pratica di mare? Che lavorano con quei componenti?
E ci sono anche gli elicotteri della polizia e dei carabinieri. Oggi quegli elicotteri sono fermi.


Galletti cade dalle nuvole: “farò un approfondimento” promette.

07 giugno 2015

Come sta andando a finire? - le inchieste di report 2015 (prima parte)

“Dai conti dello Ior all’Anas con il cambio dei vertici, dagli indirizzi dei senzatetto dove abbiamo trovato una sorpresa, a Venezia: il Mose funziona? Come sta andando a finire”.

L'inchiesta di mafia capitale riempie tutti i giornali e i tg, con le sue intercettazioni, con quei dialoghi da commedia all'italiana. Ci si chiede come sia stato possibile arrivare fino a questo? Portare la capitale di una nazione ad un passo dallo scioglimento per mafia. Che poi, magari, mafia non è. È un potere criminale ben inserito nei palazzi del potere romano, capace di agganciare politici di tutti i colori (o quasi), per drenare denaro pubblico e sfruttare le varie emergenze che la politica non vuole o non sa risolvere. Le case, l'arrivo degli immigrati, i campi rom..
Orfini, il commissario del PD che su questo scandalo doveva controllare, ha tirato in ballo i servizi segreti. Bum. Bastava che il PD romano e quello nazionale si fossero rivisti le inchieste di Paolo Mondani sul potere criminale di Roma. Dove già in tempi non sospetti si parlava di Carminati e degli altri ex della Magliana. Dei clan sul lungomare di Ostia che controllavano i lidi. Dello spaccio di droga in mano alla mafia …

Report si è occupata in questi anni di diversi casi, poi sfociati in inchieste delle procure: MPS, lo Ior, il Mose, i beni di Tanzi (e il crac Parmalat). L'ultima puntata di quest'anno si chiude con un riepilogo di alcune di queste, per raccontare come stanno proseguendo.
Con l'augurio che qualche politico prenda appunti prima dell'intervento della magistratura. Perché possiamo essere garantisti finché ci pare. Ma se si controlla prima, allontanando le troppe mele marce, si evitano queste figure. Non sono i No Tav i no Expo, qua, che stanno rovinando l'immagine della capitale e della nazione.

Le inchieste di cui si occuperà questa sera Report riguardano lo Ior, il caso Mose, i lavori dell'Anas e il caso degli indirizzi virtuali usati per frodare il fisco.

I conti (opachi) dello Ior.
La battaglia di papa Francesco per dare maggiore trasparenza alla banca vaticana sta andando avanti. Non siamo più ai tempi di Sindona e Calvi. Ma la strada è ancora lunga.
Dello Ior se ne era occupata Paolo Mondani nell'inchesta del 2010 “Il boccone del prete”
Milena Gabanelli in studio:Nei grandi scandali di corruzione degli ultimi anni, che coinvolge politica e imprenditori, una diramazione spesso porta allo IOR, l’Istituto Vaticano: una tomba che non ha mai collaborato con la giustizia. Ora però le cose dovrebbero cambiare qualche mese fa la Banca d’Italia ha detto: o voi date un nome e cognome ai vostri conti, e siete in grado di dimostrare da dove arriva il denaro, altrimenti finite nella lista nera dei paradisi fiscali. E’ intervenuto il Papa in persona per mettere in regola l’Istituto. L’ultimo fatto che ha coinvolto un conto IOR parte da Catania: la Regione stanzia del soldi per Tizio, che per farli arrivare a Caio, mafioso, li fa transitare da Roma via monsignore.PAOLO MONDANI – FUORI CAMPOLo scorso febbraio, la Procura di Catania ha fatto sequestrare un'azienda ittica di Villasmundo, in provincia di Siracusa, e seicentomila euro che i proprietari hanno avuto dalla Regione Siciliana come contributo per le opere. Il titolare dell'impresa, Antonino Bonaccorsi ha un fratello condannato per mafia e un figlio prete, Don Orazio, che secondo l'accusa ricicla parte consistente dei fondi regionali attraverso lo IOR. Arrivati all'azienda ittica, troviamo proprio loro, i Bonaccorsi.

Il giornalista tornerà sul caso, per raccontare delle difficoltà del papa per la trasparenza dell'istituto, con un intervista all'ex presidente Gotti Tedeschi.
Dall'anteprima su Reportime
Da presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi ha provato a mettere in ordine conti e regolamenti ma nel 2012 è stato brutalmente defenestrato. Il Cardinal Bertone, allora Segretario di Stato, riuscì nell’intento di spegnere sul nascere i tentativi di riforma. Dopo di allora, il processo di cambiamento non ha mai preso una direzione decisa e gli uomini che si sono avvicendati alla guida delle finanze vaticane rispondono ancora alle logiche del passato.Al posto dell’apprezzato cardinale Attilio Nicora, alla guida dell’Aif, organo di controllo dello Ior, è arrivato Renee Bruhlart, che si è fatto le ossa in Liechtenstein. Suo vice è attualmente Tommaso Di Ruzza, genero dell’ex Governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Mentre il cardinale Pell, assai chiacchierato a causa dei processi per pedofilia che hanno messo sotto accusa la Chiesa australiana, ha nominato al vertice dello Ior Jean-Baptiste De Franssu e come suo consigliere Joseph Zahra, il banchiere maltese alla guida del colosso finanziario Misco che da anni porta gli italiani facoltosi a investire a Malta.Qualche mese fa, De Franssu ha tentato di creare il Vatican asset management, il nuovo fondo sovrano vaticano sul quale dovevano finire i soldi dello Ior, ma Papa Francesco lo ha fermato. Dopo di che De Franssu ha pensato di costituire una società di investimento in Lussemburgo ma il Papa si è opposto e in poche settimane il Presidente dello Ior ha collezionato due secche sconfessioni da parte del Santo Padre.

Le paratie d'oro del Mose
Nell'ottobre passato, Report si era occupata del Mose (dopo una prima inchiesta sulle grandiopere del 2007), col servizio “Fammi il favore” di Stefania Rimini, su corruzione e appalti
Dall'Expo al Mose, quante tangenti abbiamo pagato e a chi? Corruzione, bustarelle, controllori e controllati che mangiano dallo stesso piatto, uomini con la divisa infedeli, prezzi delle opere pubbliche si gonfiano a dismisura perché tanto paga pantalone. Gare pubbliche per gli appalti dove si vince col massimo ribasso (anche al 50%) e dove si sa prima chi vincerà: un sistema che tutte le aziende conoscono ma se fai i nomi e denunci, alla fine non lavori più col pubblico.
MILENA GABANELLI IN STUDIO E siamo al mostro giuridico del Mose dove lo Stato fa fare tutto ad un unico soggettoche può subappaltare senza gare, il contratto con lo Stato è stato firmato nel ‘91 unattimo prima che l’Europa dicesse queste schifezze non si possono più fare. Cioèdistribuire lavori alle imprese che fanno parte del cartello a prezzi fuori mercato, senza che nessuno possa dire bè. L’ispiratore fu Gianni De Michelis. La spesa è lievitata dai 2 miliardi e 7 del 97, ai 5 miliardi e mezzo di oggi, e l’opera non si può dire nemmeno che sia un gioiello di moderna ingegneria visto che il progetto è abbastanza vecchio.STEFANIA RIMINI FUORI CAMPOIl Mose lo fa il Consorzio Venezia Nuova che è un raggruppamento di imprese che selo progetta e se lo realizza in monopolio. I soci principali sono Mantovani, GrandiLavori Fincosit, Condotte e le cooperative rosse del Coveco. L’idea era stata dell’ex ministro socialista Gianni De Michelis, già condannato per corruzione.

Lo racconta Claudia di Pasquale nel servizio “I mercanti di Venezia”
È passato un anno esatto dall'esplosione dell'inchiesta sul giro milionario di tangenti e false fatturazioni che c'era intorno al Mose, il sistema di barriere che dovrà difendere Venezia dall'acqua alta costato 5 miliardi e mezzo. Un anno fa venivano arrestate ben 35 persone, molti hanno patteggiato, altri attendono l'inizio del processo. Intanto il Consorzio Venezia Nuova, che è il concessionario unico del Ministero per la realizzazione dell'opera, è stato commissariato. Oggi ci sono ben tre commissari che stanno analizzando tutti i conti e che stanno facendo le verifiche sui lavori già fatti. Si tratta di un lavoro molto complesso perché le opere realizzate si trovano sott'acqua e le incognite sono tante, a partire dalla futura manutenzione del Mose. Le prime stime ci dicono che costerà sui 40-50 milioni di euro l'anno, ma questo dato è ancora tutto da accertare. Anche il comune di Venezia è stato commissariato. Oggi si ritrova con un buco di bilancio di ben 60 milioni di euro e per coprirlo la politica adottata in questi anni è stata sempre la stessa: mettere in vendita i gioielli di famiglia. Oggi però con la crisi del mercato immobiliare non funziona più neanche questo sistema. La prossima settimana a Venezia ci sarà il ballottaggio per la scelta del nuovo sindaco di Venezia. Chiunque vincerà dovrà farsi carico di una pesante eredità e di un comune con i conti in rosso.

14 febbraio 2015

Il Vaticano pagò la borsa di Calvi – di Giuseppe D'Avanzo

Su Internet ho recuperato questo “vecchio” articolo scritto dal giornalista di Repubblica Giuseppe D'Avanzo, nel maggio 1992: l'anno delle stragi, delle trattative, di Tangentopoli, di un potere che affondava e che però cambiava per pelle per rimanere a galla.
È anche l'anno in cui un giudice istruttore tenace e testardo come Mario Almerighi (autore del libro La borsa di Calvi) non si ferma davanti a niente, pur di seguire la pista che, dalla borsa di Roberto Calvi, porta dritto al Vaticano. Passando per personaggi equivoci come Carboni o Giulio Lena.

IL VATICANO PAGO' LA BORSA DI CALVI

ROMA - La verità della Santa Sede è stata sempre categorica. Joaquin Navarro, portavoce del Vaticano, ha detto (27 giugno 1991): "I documenti presumibilmente provenienti dalla borsa di Roberto Calvi non sono mai giunti in Vaticano. Inoltre la Santa Sede non aveva alcun interesse circa i suddetti documenti, se esistevano. A maggior ragione, affermo che la Santa Sede non ha versato mai alcuna somma per avere questi documenti".
Se la verità giudiziaria è una verità, la verità del giudice istruttore di Roma, Mario Almerighi, è un' altra, diametralmente opposta, altrettanto ferma e risoluta, costruita pazientemente in anni di indagine, sorretta da prove documentali e testimonianze, raccolta nelle 379 pagine che accusano di ricettazione aggravata il "faccendiere sardo" Flavio Carboni, il vescovo cecoslovacco Pavel Hnilica, il romano Giulio Lena.
' Hnilica non agì da solo' Il giudice sostiene che nella borsa del presidente dell' Ambrosiano "erano contenuti documenti che ' dimostravano con chiarezza' il coinvolgimento dello Ior nelle illecite operazioni condotte prima da Sindona poi da Calvi". La borsa del banchiere - nera, di pelle, marca Valextra, tipo a soffietto - è stata in possesso di Flavio Carboni, molto probabilmente dal giorno stesso della morte di Calvi, sicuramente dall'agosto del 1984. "Furono proprio ambienti del Vaticano - scrive il giudice - a contattare Carboni non appena questi, ancora in stato di detenzione, giunse in Italia". Il mediatore della Santa Sede - Pavel Hnilica - non agì da solo, ma fu sollecitato da "eminenti personalità ecclesiastiche" e il suo comportamento, i suoi impegni furono "avallati dalle più alte autorità ecclesiastiche". Alla fine della lunga, estenuante trattativa - ha potuto accertare l' Ufficio Istruzione - il Vaticano "pagò effettivamente, nel quadro di un' operazione finanziaria di 12 miliardi, da 3 miliardi e 534 milioni (cifra approssimata per difetto) a 6 miliardi e 234 milioni".
Malinconicamente, Almerighi conclude che "certamente i documenti che Carboni cedette a monsignor Hnilica non sono soltanto quelli acquisiti agli atti di questo processo", questa è "soltanto una piccola parte dei documenti venduti da Carboni".
Dalle carte, sequestrate dal giudice, "emerge in modo chiaro il potenziale di ricattabilità del quale Calvi intendeva avvalersi" contro lo Ior e contro il Vaticano "stando in un posto più sicuro di quanto fosse l' Italia in quel momento e quindi la grande rilevanza della documentazione in suo possesso".
Il 20 gennaio del 1982, il banchiere scrive a un misterioso "Caro Onorevole".
Ricorda che "molte delle cause che hanno determinato la tragica fine dell' impero Sindona sono le stesse che oggi potrebbero provocare il mio crollo".
In un' altra lettera, priva di destinatario e data, ma firmata, il banchiere si scaglia contro "Marcinkus, Mennini e tutti i dirigenti dello Ior... (che) hanno abbandonato me e il gruppo che rappresento...". Calvi minaccia: "Ora che sono stato abbandonato e tradito dai miei più sicuri alleati non posso non ricordare le opere che ho svolto di concerto con i rappresentanti di S.Pietro. Mi prodigai in America Latina in ogni senso arrivando perfino ad occuparmi di forniture di navi militari e di altro materiale bellico". Chiede: "...che mi siano restituiti i 1000 milioni di dollari che, per espressa volontà del Vaticano, ho devoluto in favore di Solidarnosc; che mi siano restituite le somme che ho impegnato per organizzare centri finanziari e di potere politico in 5 Paesi dell' America del Sud, somme che ammontano a oltre 175 milioni di dollari; che mi sia riconosciuto in termini economici ancora da quantificare l' efficace opera da me svolta in favore di molti Paesi dell' Est e dell' America latina".
Infine, l' ultima drammatica lettera al Papa del 5 giugno 1982, pochi giorni prima della fuga e della morte. Almerighi non ha dubbi che quella missiva fu "scritta da Calvi con la stessa macchina per scrivere usata per redigere gli altri documenti rinvenuti nella borsa" anche se "non esiste la prova in atti che il Pontefice l' abbia ricevuta o potuto leggerla".

Calvi lancia un' implorazione pesante come un ricatto: "...altro non mi rimane che sperare in una Sua sollecita chiamata che mi consenta di mettere a Sua disposizione importanti documenti in mio possesso e di spiegarLe a viva voce tutto quanto è accaduto e sta accadendo, certamente a Sua insaputa...".
E' di questo potere di ricatto che, con la Valextra, si impossessa Flavio Carboni. Il "faccendiere sardo" gioca le sue carte senza scrupoli, con una determinazione che soltanto il Calvi disperato degli ultimi giorni seppe trovare.

Come Calvi, Carboni scrive al Papa ("sicuramente dopo il 1984"). Con gli stessi argomenti di Calvi. Anzi, sbandierando con l' ultima lettera del banchiere, le sue stesse minacce. "Santità, la mia impresa non è stata facile. Essendomi trovato al fianco del presidente del Banco Ambrosiano nell'ultimo periodo della sua vita sfortunata, mi ero reso conto di quali dissesti immani era minacciata la Chiesa. Del resto, anche lo stesso Calvi, in una lettera indirizzata a Lei, pochi giorni prima di morire, così si esprimeva...".

"Il contenuto di questa lettera di Calvi e di molte altre non fu divulgato grazie a un provvidenziale intervento che impedì la sua caduta nelle mani di chi era pronto ad utilizzarla per colpire maggiormente la Chiesa - prosegue Carboni - E' stato un miracolo che ciò non sia accaduto considerando quanti e quali interessi ruotano intorno a quei tragici fatti; ed è stato un miracolo riuscire a raccogliere la documentazione più importante, non soltanto quella più direttamente legata al caso Ior-Ambrosiano, e impedire così non solamente il prosieguo di una virulenta campagna diffamatoria condotta in tutto il mondo contro le istituzioni cattoliche, ma anche la possibilità che essa degenerasse, suffragata da materiale estremamente delicato e pericoloso...".

Anche se non c'è "in atti" la prova per poter ritenere che questa lettera sia mai giunta al Pontefice, il giudice istruttore non ha dubbi che sono stati questi gli argomenti che convinsero Hnilica a cedere e a versare a Carboni, "direttamente o indirettamente oltre tre miliardi".
Campagna diffamatoria "Si indicano le somme di denaro minimali - avverte Almerighi - al di sotto delle quali non è possibile scendere sulla base della documentazione bancaria acquisita agli atti. Se si dovesse tener conto del carteggio epistolare e del resto della documentazione si arriverebbe ad una cifra di gran lunga superiore". Il vescovo cecoslovacco non agiva in solitudine, la sua iniziativa era "avallata" anche se non si ritenne di impegnare direttamente lo Ior "per non implicare il nome del Vaticano".
Scrive e conclude Almerighi: "Che padre Hnilica non fosse solo nell' operazione intrapresa è un fatto non solo suggerito da logiche di elementare profilo e da una serie di risultanze istruttorie, ma dallo stesso vescovo esplicitamente riconosciuto: ' eminenti personalità ecclesiastiche raccomandarono al sottoscritto di ricevere ed ascoltare Flavio Carboni perché avrebbe potuto essere utile alla causa ecclesiale' ". 

La borsa di Calvi: Ior, P2, mafia: le lettere e i segreti mai svelati del banchiere di Dio di Mario Almerighi


Il 18 giugno 1982, un'impiegato londinese che sta passando sopra il ponte dei Frati neri, scopre il cadavere di un uomo impiccato con una corda, su un traliccio sotto il ponte.
E' Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano.
Come ha fatto il presidente Calvi a finire impiccato lì sotto e in quella maniera poco credibile, secondo un rituale massonico?
Per quali ragioni è scappato dall'Italia, per arrivare a Londra e risiedere in quello squallido residence, il Chelsea Cloisters?
Cosa cercava a Londra Calvi? Perché si è fidato, fino alla fine, di ambigui faccendieri come Flavio Carboni?
E' il mistero Calvi.
“[Quella di Roberto Calvi ]È una storia drammatica, reale, che ancora oggi è contornata da mistero. È una storia di potere. Un potere cinico e impietoso. Un potere estraneo non solo alle religioni, ma anche all’etica, alla solidarietà, alla giustizia, alla legge. Un potere fondato su un sistema di arricchimento del quale fanno parte mafia, Vaticano, P2, che si incontrano e si scontrano su terreni non omogenei e con finalità diverse.Un potere fondato su un sistema in cui il vero padrone è il denaro. Un sistema dentro il quale non sono ammessi corpi estranei né intenti ricattatori che ne possano scalfire l'integrità. E il denaro non può essere utilizzato al di fuori degli interessi di chi lo ha prodotto.
Roberto Calvi non lo capì. Forse fu questa la sua grande ingenuità, che pagò con la vita.Abbiamo visto che papa Wojtyla, o chi per lui, secondo quanto assunto da banchiere (ma non solo), con i soldi della mafia riciclati dallo stesso Calvi e Marcinkus, finanziava Solidanosc a sostegno della sua battaglia democratica contro il regime totalitario del comunismo russo. Abbiamo visto che, sempre secondo il banchiere (e non solo), con il medesimo denaro il Vaticano sosteneva anche i peggiori regimi militari del Sud America. Tutto ciò nel segno di un'obiettiva convergenza con le linee guida della politica americana.
L’alleanza tra il numero uno dello Ior e quello del Banco nelle società panamensi, utilizzate per riciclare quel denaro, non procurò tuttavia alcun ritorno di utili per la criminalità organizzata, e fu verosimilmente questo il movente dell'omicidio di Calvi”.

Mario Almerighi è stato giudice istruttore a Roma e ha seguito l'istruttoria del processo a carico di Flavio Carboni (e altri) per il reato di ricettazione, essendo venuto in possesso della borsa di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano trovato morto, impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra.
L'esamina dei documenti che erano contenuti dentro la borsa, e che furono usati da Carboni per portare avanti un suo disegno ricattatorio nei confronti del Vaticano, diventa una chiave di lettura per comprendere meglio questo “mistero italiano”.
La morte del banchiere di Dio, il suo inscenato suicidio, il crac del Banco Ambrosiano, la piccola banca milanese nata per elargire prestiti a piccoli clienti. Diventata, con la gestione di Calvi il tramite per il riciclaggio dei proventi dei mafiosi (in special modo le famiglie corleonesi).
Calvi che aveva preso il posto di Sindona (l'altro scorpione nella bottiglia, come lo definì Cavallo, un ambiguo personaggio vicino al banchiere di Patti) nella gestione dei capitali mafiosi, quando quest'ultimo cadde in disgrazia.
L'Ambrosiano fu usato dallo Ior dello spregiudicato Marcinkus come tramite per finanziare sottobanco Solinarnosc, nelle sue battaglie contro il regime comunista.
Ma anche le dittature centro e sud americane. Da quella Argentina a quella nicaraguense.
Ma la storia del banco Ambrosiano si incrocia con gli scandali della Loggia P2, il ruolo di Gelli nel condizionare la politica e la storia italiana. L'assalto al corriere, ai gangli dell'imprenditoria e del sistema bancario.

La borsa di Calvi fu esibita, in un vergognoso evento mediatico, durante una trasmissione di Enzo Biagi, strumentalizzato da Carboni stesso che intendeva così rivelare al mondo i segreti del banchiere.
La borsa era vuota, in realtà. I documenti, erano già finiti nelle mani di un monsignore polacco, vicino al papa, che aveva pagato il faccendiere sardo con assegni da centinaia di milioni, per venire in possesso del contenuto. Per ottenere questo scopo, padre Paolo Hnilica non aveva esitato a farsi finanziare da un pregiudicato vicino alla banda della Magliana. Nel libro di Almerighi vengono pure riportate le lettere con cui Lena chiede al monsignore indietro i soldi.
– Sua Eminenza, io mi sono un po’ stancato, io ho anticipato per quello che lei sa…– Lo so, lo so, deve pazientare ancora un po’.– Sì, io ho già dimostrato di averla la pazienza, si tratta di svariati milioni di dollari… Lo Ior…– Be’, be’, non esageriamo, comunque, stia tranquillo… ma non faccia più quel nome.

Conversazione telefonica tra il boss Giulio Lena e un alto prelato del Vaticano in relazione all’acquisto delle lettere contenute nella borsa di Calvi.
Perché queste lettere erano così interessanti per il Vaticano? Come mai erano in possesso di Carboni?
Emerge, dalla ricostruzione delle indagini svolte da Almerighi sull'ultimo periodo di vita di Calvi, il volto inconfessabile del potere in Italia.
“In questo disgraziato paese, nel quale la politica si mescola con la criminalità, siamo costretti ogni giorno ad assistere alla più vergognosa corruzione di tutti i centri di potere;”
Questo scriveva Calvi in una lettera al massone Armando Corona.

In quelle lettere viene fuori l'immagine di un Calvi disperato, che voleva usare tutti i suoi documenti e le sue carte, come ricatto nei confronti del Vaticano che, dopo averlo usato, lo stava abbandonando (la banca per il suo indebitamento era prossima alla bancarotta e Calvi stesso nel 1981 era stato condannato in primo grado).
“La politica dello struzzo, l’assurda negligenza, l’ostinata intransigenza e non pochi altri atteggiamenti di alcuni responsabili del Vaticano mi danno la certezza che Sua Santità sia poco e male informata di tutto”- dalla lettera del 5 giugno 1982 (pochi giorni prima della morte), a papa Giovanni Paolo II.

Se Calvi avesse parlato. Dopo la condanna da parte del Tribunale di Milano, dopo esser stato abbandonato da tutti, anche dai partiti politici che aveva contribuito a sovvenzionare, da Gelli e Ortolani (il gatto e la volpe), dal misterioso faccendiere Pazienza (legato al Sismi e al DC Piccoli), Calvi si lasciò avvicinare da personaggi provenienti da ambienti malavitosi, con cui era entrato in contatto. È da Balducci, cassiere della Magliana, che si arriva a Flavio Carboni. L'uomo che lo segue nei suoi ultimi mesi, fino all'ultimo viaggio a Londra. Che Almerighi ricostruisce fino all'ultimo dettaglio.
Calvi non doveva parlare: avrebbe potuto raccontare degli intrecci tra mafia, finanza e lo Ior. Del sistema delle tangenti dei partiti, ben prima di Tangentopoli.
Di come le sue consociate estere fosse state ben munte da società riconducibili allo Ior per finanziare con armi e altro materiale, i regimi in centro America.
“Mi siano restituite tutte le somme da me devolute per i progetti riguardanti l’espansione politica ed economica della Chiesa; mi siano restituiti i mille milioni di dollari che, per espressa volontà del Vaticano, ho devoluto in favore di Solidarnos´c´; mi siano restituite le somme che ho impegnato per organizzare centri finanziari e di potere politico in cinque paesi dell’America del Sud, somme che ammontano a oltre 1,75 milioni di dollari.”
Lettera di Roberto Calvi, priva di data e destinatario, consegnata dall’avvocato di padre Hnilica, Roberto De Felice, al giudice Mario Almerighi.

Leggendo questo libro si intuisce come la storia moderna, dalla guerra fredda al muro di Berlino, meriti di essere riletta secondo una prospettiva diversa.
Forse, diversamente da quanto ci è stato raccontato, non sono bastate le preghiere per abbattere il muro.
E per cambiare il mondo, come oggi lo conosciamo.

La scheda sul sito di Chiarelettere
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Altre lettura sul caso Calvi

- Poteri forti di Ferruccio Pinotti
- Le mani della mafia di Maria Antonietta Calabrò
- Il caso Calvi di Luca Amerio, Luca Baino, Matteo Valdameri

17 marzo 2014

La stabilità del potere criminale


C'è una continuità tra la storia che racconta Maria Antoniettà Calabrò nel suo libro “Le mani della mafia” e la cronaca dei giorni nostri. Nonostante il crac del Banco Ambrosiano, col buco da 1900 miliardi di lire scomparsi, sia una storia di più di trent'anni fa, parte di quel potere criminale, affaristico-mafioso-finanziario è sopravvissuto fino ad oggi.
Notizia della settimana scorsa, la fuga dei capitali dallo Ior, che nella nuova gestione Bergoglio ha deciso che la sua banca deve ospitare solo conti di persone del Vaticano.
Ne parla Il fatto Quotidiano (articolo riportato qui): 
«“Un investigatore sotto garanzia di anonimato la definisce così “una delle più grandi operazioni di ripulitura del denaro nero”. Centinaia di milioni di euro depositati sui conti dell'Istituto Opere di Religione Ior, stanno uscendo in queste ore verso diversi paesi esteri, anche a bassa fiscalità e con scarsa trasparenza come la Svizzera, senza che il Vaticano comunichi all'Italia i nomi dei correntisti (potenziali evasori se non peggio) né la destinazione. Lo Ior sta ripulendo la sua clientela intimando a 1250 correntisti di lasciare la banca vaticana con una lettera di recesso unilaterale. [..] La procura di Roma e la Banca d'Italia stanno cercando un sistema per intercettare questa fuga di capitali senza controllo. Le norme internazionali impongono la collaborazione tra le Autorità antiriciclaggio dei due stati. L'UIF di Banca d'Italia ha chiesto all'Aif della Santa Sede, guidata dallo svizzero Renè Brulhart, di avere accesso ai correntisti 'cacciati'. L'atteggiamento dell'Aif è ambiguo»
Ma cosa c'entra questa “corsa alla pulizia” da parte dei correntisti (presumibilmente evasori se non peggio) con la storia di Calvi?
Lo Ior si è servito del banchiere dagli occhi di ghiaccio per le sue operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Questo emerge dall'ultima sentenza che assolve tutti gli imputati dall'accusa di omicidio di Calvi, strangolato e poi impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra.
Non solo, l'autrice spiega come molti dei conti di transito, “misti” (perché lo Ior schermava il vero intestatario del conto) usati dallo Ior per riciclare denaro, erano risalenti al periodo del Banco Ambrosiano.
Sono conti sfuggiti alla prima inchiesta del crac e che sono sopravvissuti fino ad oggi.
Grazie ai nuovi obblighi in ambito di riciclaggio cui lo Ior sottostare, sono state scoperti gli scandali finanziari che hanno visto coinvolto l'ex capo dell'Apsa (l'ente che amministra il patrimonio immobiliare della Santa sede) Nunzio Scarano: allo Ior dovevano arrivare valigie zeppe di banconote da 500 euro.
Il riciclaggio continuava ad essere praticato, più di trent'anni dopo Pippo Calò, monsignor Marcinkus e il Banco Ambrosiano.
Non solo: oltre a Scarano, coinvolti nell'inchiesta vi sono anche due ex vertici della banca Paolo Cipriano e Massimiliano Tulli, che sono indagati (sempre per riciclaggio) in una istruttoria che coinvolge cinque sacerdoti romani e il boss della Magliana Ernesto Diotallevi.
Proprio lui.

Quello che andò fino a Trieste a portare il passaporto falso a Calvi (intestato ad un certo signor Calvini) prima della sua ultima fuga a Londra.
Quello che è considerato essere il cassiere della banda criminale che controllava (ma è giusto parlare al passato?) Roma negli anni '80.
Da Calvi a Scarano.

Scrive la giornalista: 

“Ma nella seconda metà del primo decennio degli anni Duemila le griglie più strette delle normative internazionali li hanno infine messi nel mirino degli investigatori.Le quotidiane operazioni da milioni di euro tra lo Ior e alcuni istituti di credito italiani (fra cui Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca del Fucino) avevano destato i sospetti dell’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia nel 2009. E a seguito di quella segnalazione fu accertato dai magistrati della Procura romana che lo Ior utilizzava in modo cumulativo un conto aperto presso la filiale 204 della Banca di Roma in via della Conciliazione, versandovi assegni da parte di propri clienti senza dare alcuna comunicazione in merito, violando così le norme antiriciclaggio.Solo attraverso tale conto sarebbero transitati circa 180 milioni di euro tra il 2006 e il 2008. Le operazioni si interruppero con l’integrazione della Banca di Roma nel gruppo Unicredit.I pubblici ministeri sospettano che le transazioni attraverso conti schermati intestati allo Ior celino in realtà operazioni, per conto di società o singoli individui con residenza fiscale in Italia, volte all'occultamento di vari reati, dall'evasione fiscale alla truffa”.

Soldi passati dallo Ior a banche italiane come Intesa San Paolo o Unicredit.

Proprio passando dai conti di transito utilizzati dallo Ior ai tempi di Calvi.

Trent'anni dopo, un altro personaggio da cronaca si riaffaccia in Italia: Vito Palazzolo, the godson, considerato l'amministratore dei beni di Bernardo Provenznao. Finito in un'inchiesta che tratta di corruzione e che coinvolge Finmeccanica e lo Ior, in una triangolazione per vendere armi alla Siria e agli affari di questa in Africa.

L'autrice conclude così, la premessa a questa seconda edizione:
Sui silenzi di trent’anni di storia del Banco ambrosiano e dei suoi legami con lo Ior si sono costruite solidissime carriere, altre sono state distrutte.Ma questi trent’anni di storia criminale sono stati uno dei fattori più importanti all’origine del «blocco» del sistema italiano. Il nostro paese è rimasto impigliato nelle maglie del potere della cosiddetta Seconda repubblica, che in parte ha funzionato da sovrastruttura (direbbe Karl Marx) di una sottostante entità economico-mafiosa che, seppur costretta ad abbandonare lo stragismo, non ha mai perso incisività.C’è infatti una stabilità anche nel potere criminale.
Questa è una storia che ancora oggi fa paura. Che ancora oggi da fastidio sebbene, come ammette la stessa autrice, nessuna querela le è mai arrivata. Ma minacce sì, da persone ancora oggi al potere, in politica.
È una storia che da fastidio perché mette assieme dei fatti, secondo una ricostruzione cronologica che fornisce al lettore una chiave di lettura unitaria ed esplicativa per uno tra i gialli politico finanziari più oscuri degli ultimi vent'anni.
Al di là delle sentenze giudiziarie.

L'intervista a Micromega dell'autrice.
La scheda del libro su Chiarelettere.

Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.