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08 giugno 2023

1993 – il romanzo delle stragi, di Andrea Cottone

 

Le bombe a Roma, a Firenze e Milano. Un viaggio alla scoperta dei misteri che hanno cambiato l’Italia.

Potete leggere questo romanzo, scritto dal giornalista Andrea Cottone, come un romanzo appunto: un ragazzo che decide di chiudere un lungo e travagliato corso universitario con una tesi, affidata ad un professore importante. Una tesi sull’Italia del 1993, uno degli anni cruciali della nostra storia recente, l’anno delle bombe di Firenze, Roma e Milano. L’anno che comincia con la cattura di Totò Riina, come aveva annunciata il ministro Mancino che, sebbene non sia un oracolo, aveva annunciato un bel regalo allo stato italiano, messo in ginocchio dai due attentati alle figure simbolo della lotta alla mafia, i giudici Falcone e Borsellino, uccisi nel 1992 a soli 57 giorni di distanza.
Ma il 1993 è anche l’anno in cui accadono altri eventi: si scioglie la Democrazia Cristiana, il partito che ininterrottamente dal 1948 aveva guidato il paese. Scoppia lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il vecchio partito comunista, sciolto alla Bolognina, si prepara forse a vincere per la prima volta le elezioni. È un anno di cerniera, questo 1993, tra la prima e la seconda Repubblica: compito di Ottavio, questo il nome dello studente, è compiere un’indagine storica

.. sono scoppiate delle bombe. Deve risalire alla causa e anche all’effetto prodotto da questi avvenimenti. Ci sono sentenze, testimoni che può ascoltare e tenga d’occhio anche le cronache più recenti.

Anche il tempo presente in cui avviene questa storia è un anno molto particolare: il terzo o quarto governo Berlusconi è messo in ginocchio dagli scandali, dalla crescita dello spread, dai mercati che non si fidano più del nostro paese e nemmeno del suo presidente del consiglio.
Il romanzo comincia proprio coi festeggiamenti la sera delle dimissioni, a cui seguì il governo tecnico di Mario Monti, passato alla storia come salvatore della patria, a capo di un governo fintamente tecnico che però, riuscì almeno a dare un po’ di credibilità. E anche qualche taglio alla spesa e alle pensioni.

Il nostro studente si getta con molto entusiasmo in questa ricerca: attraverso i vari capitoli del libro ci vengono raccontati i preparativi delle stragi di Firenze, di Roma e Milano. La mafia, dopo il maxiprocesso, anzi, anche prima della sentenza della Cassazione del 1992 aveva messo nel mirino Falcone, Costanzo e Martelli. Un commando mandato da Riina a Roma si era messo sulle tracce di Falcone, ma fu poi richiamato. C’era da preparare un botto più grande in Sicilia, c’era da fare scruscio. Era l’attentatuni di Capaci contro Falcone e poi, quello strano, anomalo, di via D’Amelio contro Borsellino.

Le bombe del 1993 furono preparate da un nucleo ristretto di persone dentro cosa nostra, anche dopo la cattura di Riina: da Messina Denaro (che non era il vecchietto che si faceva i selfie, come abbiamo visto nelle cronache dopo il suo arresto), a Giuseppe Graviano, madre natura, il boss trapanese Mariano Agate, Leoluca Bagarella. I camion con l’esplosivo fatti arrivare dalla Sicilia, i viaggi di Spatuzza per cercare gli obiettivi. E i morti: quelli mancati, come nell’attentato a Costanzo, fallito per un errore del mafioso che non riconobbe la macchina del giornalista. E quelli veri, come le vittime di Firenze e Milano. Anche qui però, attentati con diversi errori da parte del commando: una macchina piazzata male, una bomba esplosa troppo presto, come in via Palestro.

Ma che c’entravano quegli obiettivi con mafiosi semi analfabeti come Bagarella o Riina? E che c’entravano quelle vittime innocenti, come la bambina della famiglia Nencioni, con la vendetta della mafia? “Quelle morti non ci appartenevano” è il pensiero di uno dei mafiosi del commando, Spatuzza, uno che pure aveva sulla coscienza decine di omicidi.

Ma sarebbe potuto accadere anche di peggio: a Roma, lo raccontarono anni dopo i pentiti, allo stadio Olimpico, questa cupola ristretta che aveva dichiarato guerra allo stato aveva preparato un attentato con ancora più morti allo stadio Olimpico. Attentato che per un caso, fallì.
Ma quelle bombe, quelle morti, avevano portato ad una reazione: se dopo la morte di Borsellino lo Stato aveva deciso una reazione forte contro la mafia, con l’approvazione del 41 bis (il carcere duro voluto da Falcone), con lo spostamento nelle supercarceri dei mafiosi, quelle bombe creano una prima crepa nelle istituzioni.

Ci sono i contatti tra il Ros del colonnello Mori con Ciancimino, per capire se si poteva fare qualcosa, per fermare questa guerra – è quanto hanno ammesso gli stessi ufficiali.
Ci sono le lettere dei familiari dei detenuti al 41 bis, indirizzate al papa, al presidente della Repubblica, al vescovo di Firenze.
A seguire il filo della storia c’è il rischio di non capirci molto: come potevano questi mafiosi conoscere questi obiettivi dal valore artistico? Si parlava addirittura di colpire la Torre di Pisa.
Mafiosi che avevano commesso degli errori nella preparazione degli attentati.

A questo punto nel romanzo, e nella vita di Ottavio, si inserisce una voce da fuori: è qualcuno che conosce molto bene la storia di quei giorni, cosa è avvenuto in Italia tra il 1992 il 1993, qualcuno che si inserisce nel suo computer, come un hacker, invitandolo ad andare in Sicilia per incontrare il magistrato che sta indagando, nel 2011, sulla trattativa stato mafia, ovvero sul possibile reato di violenza contro un corpo dello stato.
Quelle bombe erano un messaggio, da parte di un’entità criminale come la mafia, per costringere lo Stato a smetterla con la linea dura?

Qui Ottavio conosce la storia del boss Luigi Ilardo, grazie al suo coraggio il Ros avrebbe potuto arrestare Provenzano nel 1995. Ma forse Provenzano doveva rimanere libero, come conseguenza di un patto scellerato tra un pezzo delle istituzioni la nuova cosa nostra. Un patto per far terminare le stragi, per far tornare la pace in questo paese.

Questo spiegherebbe come mai certi avvicendamenti politici e nelle istituzioni: Mancino al posto di Scotti, Conso al posto di Martelli, lo stesso guardasigilli che avrebbe, da solo, non prorogato il 41 bis a più di 300 mafiosi come segnale di distensione.

Dopo lo scoppio delle bombe di luglio, i primi di agosto la DIA scrive di 41 bis, di come i boss fossero “delegittimati” e stessero perdendo potere all’interno dell’organizzazione e perciò avevano bisogno di riaffermarsi «anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado di indurre le istituzioni a una tacita trattativa». Quindi, il 10 agosto 1993, si parlava di trattativa praticamente in tempo reale, in documenti riservati, conoscibili a pochi. Se segnala il crescente malcontento nelle carceri da parte della classe media della mafia nei confronti dei capi, a cui vengono sollecitate «azioni di ritorsione contro lo Stato». Con tutte queste premesse , ed è forse questo il passaggio più importante della relazione, scrive la DIA: «E’ chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’art. 41 bis, potrebbero rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato. Intimidito dalla “stagione delle bome”». Boom. Più chiaro di così era difficile essere per chi firma quel documento. Gianni De Gennaro..

Scalfaro, allora presidente della Repubblica, in questa storia che forse non è solo un romanzo, avrebbe avuto un ruolo importante, in particolare nell’avvicendamento al DAP, la polizia penitenziaria, da Amato a Capriotti e al suo vice, Di Maggio.

La mafia cambiava pelle, come spesso le era successo nel passato: era entrata in borsa, come aveva intuito Falcone, entrando nel capitale dei gruppi industriali, stringendo accordi con l’alta finanza. E poi, col passaggio da Riina a Provenzano, aveva nuovamente cambiato pelle. Basta bombe, basta scruscio, si torna in immersione, nascondendosi agli occhi dei benpensanti.

Ottavio sarebbe pronto a chiuderla così, questa storia, questo romanzo che purtroppo si basa sulle pagine delle sentenze, sulle carte processuali, su testimonianze di pentiti.
Ma ancora una volta, questo strano personaggio che lo ha avvicinato una prima volta, lo ricontatta. Se già così questa storia di bombe e di ricatti allo stato fa paura, c’è un ulteriore livello di verità che fa ancora più terrore. Perché porta dentro i segreti dello stato.
C’è ancora tempo per chiudere la tesi: Kar93, così si fa chiamare questa persona, porta Ottavio a vedere questa storia partendo da prima del 1993, dalla caduta del muro, dalla fine della guerra fredda, dalla fine della necessità di uno scontro tra est e ovest. Dall’Italia che con l’inizio dell’inchiesta di Tangentopoli ha vissuto una breve parentesi di speranza di togliersi di dosso tutte le scorie del passato..

Sono gli anni in cui, era il 1990, il governo Andreotti decide di rivelare al paese l’esistenza di Gladio: si tratta di un nucleo di militari che avrebbero dovuto opera di sabotaggio in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia (quando si pensava che i russi avrebbero potuto invaderci).

Ma dietro Gladio c’è qualcosa di molto peggio: lo scoprirà, passaggio dopo passaggio, Ottavio, che come Dante col suo Virgilio, viene accompagnato dentro l’inferno che è stata la nostra storia recente. Da Portella della Ginestra fino a Piazza Fontana, alla bomba di Brescia per arrivare alla bomba alla stazione di Bologna. Dietro quelle bombe, si intravede sempre lo stesso grumo nero: pezzi di servizi, uomini delle istituzioni e manovalanza nera con uomini della mafia.
Cosa è successo in Italia in quegli anni successivi alla caduta del muro di Berlino? Succede che si saldano diverse anime criminali del nostro paese, la mafia che aveva bisogno di cercarsi nuovi referenti politici, i superstiti delle strutture deviate dei servizi (che non intendono affatto finire processati dopo aver servito la causa anticomunista), la Gladio nascosta, pezzi della massoneria che volevano tornare a servire il mazzo delle carte, finanzieri d’assalto che decidono di spolparsi l’industria italiana, tutti uniti in patto scellerato.

Essendo venute meno le coperture politico-istituzionali, bisognava attaccare frontalmente lo Stato per generare la destabilizzazione della compagine governativa e l’apertura di una trattativa con nuovi referenti politici.

Destabilizzare il paese per spaventare le persone, per riportare a più miti consigli chi dentro le istituzioni avrebbe potuto dare aria agli armadi e ai cassetti che dovevano rimanere chiusi.
Come ai tempi di Milano nel 1969.

Come con le bombe sui treni.
O nelle stazioni. O nelle piazze durante una manifestazione dei sindacati.

Il “sistema criminale” era in connessione con altri personaggi legati al mondo “affaristico-economico” per perseguire degli scopi politici. Negli anni infatti, le organizzazioni mafiose, Cosa Nostra in testa, si sono adoperate per ripulire i denari proventi da affari illeciti, immettendoli nell’economia legale. «Il sistema finanziario, attraverso i suoi meccanismi, ha creato negli ultimi anni strumenti giuridici ed economici che lo hanno portato ad assumere un ruolo preminente rispetto a quello industriale. Tanto è vero che la proprietà industriale si è andata ad inserire nel sistema finanziario.», spiega la DIA nel 1994. Il mercato finanziario è quello in cui «è più agevole nascondere i capitali di illecita provenienza, in quanto lì è difficile individuarne le fonti».
Così, attraverso il mercato finanziario, con un meccanismo simile al contagio, la mafia è riuscita a raggiungere il sistema industriale. «In poche parole, attraverso il mascheramento dei capitali, gruppi di mafia possono essere entrati preponderantemente in gruppi finanziari, anche di livello nazionale, e attraverso questi, nel mondo industriale». Del resto, Giovanni Falcone l’aveva detto in tempi non sospetti: «La mafia è entrata in borsa».

Ancora una volta, anche in questo secondo livello di verità, viene da chiedersi, ma è tutto vero oppure è solo un romanzo?

Sarebbe bello se lo fosse. Se fosse vero, come raccontano tutti, che la mafia è stata sconfitta, è finita con la cattura di Riina, di Provenzano e di Messina Denaro (l’imprendibile primula che si faceva i selfie coi compagni di terapia).

Il concetto era fin troppo semplice, se le azioni erano rivendicate con delle telefonate bastava intercettarle. Così un gruppo di carabinieri per mesi è stato chiuso in uno stanzino di un’agenzia di stampa, in attesa che arrivasse la chiamata. (…) Ma quello non è stato l’unico tentativo, ci aveva provato anche l’ambasciatore Paolo Fulci, ai tempi capo del Cesis, la struttura che coordinava i due servizi segreti italiani: il Sismi e il Sisde. L’ambasciatore aveva già dovuto affrontare la discovery di “Gladio” nell’agosto 1990 mentre era ambasciatore alla Nato. Un vero guaio. Gladio era la struttura supersegreta che rientrava nel filone americano di “Stay behind” (letteralmente “stare dietro”), creata nel dopoguerra per opporsi al Patto di Varsavia e che agiva nella guerra non convenzionale, quella psicologica, e si esercitava per prevenire invasioni sovietiche. Fulci era il primo non militare a ricoprire quel ruolo. Ed è stato un incubo, anche perché non appena arrivato scoperchia uno scandalo legato a fondi neri, viene spiato nella sua residenza, incontra numerosissime resistenze. Due giorni prima che assumesse quel ruolo, quando ancora la notizia era segreta, la Falange armata già lo minaccia, preventivamente. Come potevano mai saperlo? L’unica possibilità era che fosse una voce interna agli stessi servizi.

Ma non è finzione la storia della Falange Armata, la sigla che ha annunciato (oltre alle operazioni criminali della banda della uno bianca) anche diversi omicidi politici di quegli anni, come quello di Salvo Lima.
Non è finzione la sovrapposizione tra i luoghi delle telefonate e le sedi coperte del Sismi (di cui parla il libro in questo passaggio), come scoprì l’allora ambasciatore Paolo Fulci, messo dal governo Andreotti a capo del Cesis

K93: Ecco.

8: Cosa? Che vuol dire?

K93: È molto semplice: i punti indicati nella mappa che hai messo sotto sono le sedi coperte dei servizi e il secondo foglio…

8: Perché ti sei fermato?

K93: Beh, il secondo foglio sono i punti da cui sono partite le telefonate della Falange armata.

8: Praticamente…

K93: Praticamente coincidono.

8: Cristo santo, ma tu lo sapevi?

K93: Sì ma finora non avevo prove(…).

Non è finzione l’esplosione delle leghe meridionali, fondate da mafiosi con dentro massoni e vecchi personaggi dell’eversione nera, che avrebbero dovuto prendere il controllo del sud (e nemmeno è finzione il modello dell’Italia divisa in tre come immaginato dall’ideologo della Lega Miglio).
Come non è finzione che le bombe, le stragi, finiscono nel 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi a capo di un partito fondato da Marcello Dell’Utri.

Come non è finzione quello che la lasciato scritto l’ex presidente Ciampi dopo le bombe del 1993 a Roma: avevo la sensazione di essere nell’imminenza di un colpo di Stato.

Ma forse questa è solo finzione, la mafia non esiste, è stata sconfitta, lo Stato ha vinto, la politica e le istituzioni hanno resistito e non ci sono segreti da nascondere.

Possiamo accontentarci di questa versione di comodo, come Neo, il protagonista di Matrix di fronte alla scelta, pillola blu o pillola rossa?

Come è avvenuta la transizione tra prima e seconda repubblica?

La scheda del libro sul sito dell'editore Aliberti

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


01 marzo 2017

Il filo dei giorni – perché questi attentati

Il filo dei giorni, di Maurizio Torrealta, è un racconto dei mesi tra il 1991 e il 1995, in forma di romanzo.
Alcuni dei protagonisti sono inventati: inventato il poliziotto della Digos che aveva mandato le sue informative sul gruppo Falange Armata (e sui suoi contatti con l'eversione nera, i Nar e il traffico di armi).
Inventata la giornalista che segue sin dall'inizio gli attentati e gli omicidi rivendicati dalla Falange.
Alcuni protagonisti di questa storia sono un po' meno inventati: come il magistrati Gabrieli, di Firenze, che quasi da solo deve gestire il faldone su tutti gli attentati di quella stagione.
L'incontro tra la giornalista Arianna, una giornalista curiosa e coraggiosa a cui troppe volte le sue fonti hanno intimato di non scrivere quello che le rivelavano e il magistrato, è al cuore di tutta la storia.
Chi significato dare a queste bombe?
E, cosa più importante, lo Stato, le sue istituzioni, i suoi rappresentanti, vogliono veramente celebralo questo processo?

Non è lei la causa del mio male, ma il lavoro immenso che sto facendo, nell’isolamento più totale.È questa la causa della mia irritazione. Devo imporle, però,una condizione: che lei non scriva nulla delle cose di cui parleremo.- Sono abituata a queste condizioni, non si preoccupi. Il suo divieto è quasi una benedizione. Lei non sa quanto sia difficile per me scrivere di questioni delicate come quelle le riguardano le indagini sulle stragi, quando non si riesce a comprendere i fatti. Per comprenderli servono i dettagli, le sfumature, i retroscena.Non le chiedo di leggere i verbali, li conoscerò quando ci saranno i rinvii a giudizio ed entreranno in campo gli avvocati. Ma ci sono stati sette attentati e decine di morti in soli undici mesi,e noi giornalisti siamo sotto pressione perché i nostri lettori- come tutti, del resto – vogliono sapere il perché di tutto questo sangue.- Vorrei poterle raccontare quello che sta emergendo, mi creda, ma non posso farlo. Le dico soltanto una cosa: ho buoni motivi per temere che questo processo, al quale sto lavorando da anni, non verrà mai fatto; non perché non ci siano evidenze, ce ne sono fin troppe, ma perché chiama in causa i livelli più alti delle nostre istituzioni.Queste stragi non sono state come quelle degli anni settanta: terrorismo che voleva spaventare l'elettorato e spostarlo a destra. In quegli anni le dinamiche erano chiare: aumento di voti a favore dello schieramento della sinistra, strage su un treno o in una piazza e, a effetto immediato, calo di voti per la sinistra.Ma oggi queste stragi hanno dinamiche diverse: fanno parte di una trattativa a suon di bombe tra diverse parti dello Stato. Hanno colpito due Chiese, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.Quando mai è successo che facessero attentati contro obiettivo di questo genere? Dobbiamo chiederci chi possa avercela con la Chiesa, e perché.
Forse qualcuno non ha gradito il discorso del Papa ad Agrigento, la sua presa di distanza dalla mafia.Nello stesso anno sono stati presi di mira, con attentati dinamitardi, due luoghi legati alla massoneria inglese: a Firenze, la sede dell’Accademia dei Georgofili, che si dice legata a quell'organizzazione, e a Milano, in via Palestro, l'ufficio di propaganda della Gran Loggia Regolare d'Italia. Quyest'ultima affiliata alla loggia massonica del Gran Maestro Giuliano di Bernardo, fondata dopo aver saputo, in anticipo, di un coinvolgimento della massoneria italiana nella progettazione delle stragi di quest'anno.[..]Il fatto inaccettabile, che ormai sta emergendo in modo sempre più chiaro, è che gli apparati dirigenti sono coinvolti hanno accettato le regole della trattativa, gli interlocutori, le richieste; e questo mi fa prevedere che faranno di tutto per non far proseguire questo processo. Anche tra i miei colleghi e i miei superiori c'è questa consapevolezza. Non credo che sia mai accaduto che un magistrato sia stato costretto a lavorare da solo a un processo così pieno di insidie e rischi come quello di cui mi sto occupando, soprattutto dopo che due magistrati sono già stati uccisi in due attentati, un anno fa.Un magistrato solo è più facile da ammazzare. Due eventualità non propriamente gratificanti.- Quindi lei, che rappresenta la giustizia, è l'unico che, al momento, si trova a dover combattere questa battaglia, per una verità che lo stesso Stato non vuole che emerga.- La collaborazione che mi doveva essere assicurata dagli altri magistrati assegnatari di questo processo si è manifestata saltuariamente; non sono stati in grado di affrontare i vari passaggi dell'indagine e tanto meno di conoscerne gli atti. Però hanno trovato il tempo per partecipare a dibattiti pubblici in televisione, nei quali hanno profuso a grandi dosi di approssimazione, superficialità e un enorme scetticismo nei confronti di questo processo; una vicenda giudiziaria che si occupa di sette attentati, come ha ricordato lei, che periodicamente sono alla ribalta dei mezzi dell'informazione.Come se non bastasse, mi hanno accusato di coltivare un accanimento capriccioso «per conto terzi». Questa accusa la trovo doppiamente disgustosa, sia perché non è mio costume essere mandatorio di alcuno, sia perché offende l'equilibrio e l senso della misura con il quale ho fatto il mio lavoro fino ai miei attuali cinquantanove anni. Mi viene addirittura il sospetto che questa assegnazione del procedimento a più persone sia stata solo un espediente per sbirciare negli atti.
Arianna, nonostante il suo mestiere le sue frequentazioni l'abbiano portata in pochi anni a immergersi fino al collo in queste torbide dinamiche, non riesce a reprimere quel moto di indignazione disgusto che, inevitabilmente, le si dipinge in volto.
Il suo interlocutore lo nota, ed è come se ne trasse energia e coraggio, tanto che incalza:
- E ora la situazione si è ulteriormente complicata.
Arianna, nonostante il suo mestiere le sue frequentazioni l'abbiano portata in pochi anni a immergersi fino al collo in queste torbide dinamiche, non riesce a reprimere quel moto di indignazione disgusto che, inevitabilmente, le si dipinge in volto.
Il suo interlocutore lo nota, ed è come se ne trasse energia e coraggio, tanto che incalza:- E ora la situazione si è ulteriormente complicata.Domani dovrò interrogare uno dei vertici dello Stato italiano, un potente alto generale, oggi a capo di uno dei servizi di sicurezza del nostro Paese. Lo dovrò interrogare alla presenza del suo avvocato e lei, che si occupa di cronaca giudiziaria, sa cosa vuol dire: significa che lo dovrò convocare non come persona informata sui fatti, ma come indagato.E questo mi metterà realmente a rischio .. Perso che lei capisca la situazione in cui mi trovo. Questo mio sfogo non dovrà mai apparire su alcun articolo, lo tenga presente quando dovrà scrivere su questo argomento. Voglio che lei mi prometta formalmente che non pubblicherà mai, dico mai, le cose che le ho raccontato. In nessun caso, nemmeno nell'eventualità che mi dovesse succedere qualche cosa di spiacevole.- Glielo prometto, dottor Gabrieli.- Mi perdoni lo sfogo. Avrei voluto parlare con lei di molte altre ose, ma ora devo proprio interrompere la nostra conversazione, o meglio, il mio monologo. Ho ancora molto lavoro da concludere ..[..]Quando, la mattina seguente, Arianna apprende da un collega della morte del dottor Gabrieli, la sua mente va in blackout.Il filo dei giorni, 1991-1995: la resa dei conti di Maurizio Torrealta

Ricorda molto da vicino un altro magistrato, un altro eroe, questo Gabrieli: ricorda il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, morto anche lui per infarto, nel 2003.

28 febbraio 2017

Il filo dei giorni: 1991-1995 la resa dei conti – di Maurizio Torrealta

"Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l'esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse "Carlo, non capisco cosa sta succedendo...", ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi... ".

Carlo Azeglio Ciampi, ex presidente del Consiglio tra il 1992 e il 1993, commentando la “notte delle bombe del 27 luglio 1993”

Cosa è successo veramente in Italia tra la fine del 1990 e il 1995?
Sono gli anni del passaggio tra prima e seconda repubblica; gli anni di Mani pulite e del crollo dei partiti storici.
Gli anni in cui, finalmente, una sentenza di condanna per i boss mafiosi passava in giudicata con “fine pena mai”, la sentenza del Maxi processo del pool antimafia, che metteva nero su bianco che la mafia era una struttura criminale verticistica ed unitaria.
Sono gli anni delle bombe contro i due magistrati simbolo della lotta alla mafia, Falcone e Borsellino, tanto odiati e vituperati da vivi, quanto celebrati (con molta retorica) da morti.
Ma sono anche gli anni in cui altre bombe esplodono, questa volta fuori dalla Sicilia, per colpire luoghi d'arte e luoghi con altri valori simbolici. Firenze, Milano, Roma.
Omicidi, bombe e stragi a cui spesso seguiva la rivendicazione di questa sigla strana, mai apparsa prima, la Falange Armata.
Omicidi, bombe e stragi usate per mandare messaggi tra due eserciti, in una guerra combattuta tra stato e anti stato, ma su due livelli. Quello ufficiale di lotta alla criminalità organizzata e quello sotterraneo, per la ricerca di nuovi equilibri tra apparati, quello mafioso e quello che da sempre controlla il cuore occulto del potere in Italia.
Gli apparati di Stato che, negli anni della guerra fredda sono stati usati come strumento di contrasto all'ascesa delle sinistre, per la conservazione perenne del potere da parte dei partiti di centro.
La mafia al sud, usata come braccio armato contro sindacalisti e comunisti, in cambio del controllo del territorio e della mano libera per i suoi traffici di droga.
Sono gli anni della trattativa stato mafia, non presunta perché ormai sancita dalla sentenza di condanna del boss Tagliavia.
Sono gli anni della rivelazione di Gladio, la cellula italiana della rete atlantica Stay Behind, da parte del sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Ma sono anche gli anni dei delitti della Uno Bianca.
Di altri misteriosi suicidi di uomini dello Stato e di detenuti nelle carceri.
Sono gli anni della stragi di Capaci e di via D'Amelio.

Stragi, delitti, bombe per cui esistono delle verità parziali, molte verità di comodo. Troppi depistaggi, troppi testimoni di quegli anni con la memoria corta o a scoppio ritardato. Nessuna sentenza che faccia luce su tutti questi misteri. Che dia giustizia per le vittime, per gli eroi consapevoli (come Falcone e Borsellino) o inconsapevoli (le famiglie distrutte per le bombe di Milano e Firenze).

Scrive il giornalista Maurizio Torrealta, a proposito di queste stragi:
sono arrivato alla conclusione che non è dalle aule dei tribunali che possiamo aspettarci questo tipo di narrazione”.
Possiamo veramente aspettarci molto poco dalla giustizia oggi e dai (pochi) processi ancora aperti su questi fatti: troppi anni sono passati e troppi non ricordo. Troppi depistaggi (uno tra tutti, la falsa pista Scarantino per la strage di via D'Amelio, pista imbastita da organi investigativi dello Stato come Arnaldo La Barbera). Abbiamo visto quanto lo stesso Stato si sia dimostrato ritroso, se non reticente, nel volersi sedere al banco degli imputati e rispondere alle domande dei giudici.
Forse non possiamo sperare nella giustizia ma nemmeno possiamo sperare che sia la politica stessa a voler far luce su quegli anni che ancora gettano ombre inquietanti sul presente: non lo farà il centro destra con Forza Italia, per tutti i dubbi sulla sua genesi, per la sentenza di condanna di Dell'Utri.
E nemmeno dai partiti del centro sinistra, eredi della sinistra DC, anche loro coinvolti in quelle vicende.

Abbiamo visto quale è stata la loro reazione di questi partiti ai magistrati di Palermo, nei mesi in cui si chiedeva conto a Napolitano, a Mancino, del significato delle intercettazioni in cui l'allora collaboratore Loris D'Ambrosio esprimeva i suoi dubbi, su quei mesi, tra il 1992 e il 1993, quando scriveva all'ex presidente della Repubblica:
“lei sa ciò che ho scritto … episodi che mi preoccupano .. considerato di essere scriba per indicibili accordi”.

Tolte queste due possibilità, la magistratura ordinaria e i partiti, allora diventa compito dei giornalisti cercare di fare luce nel buio delle stragi, dei delitti e delle bombe. Far luce su quel dialogo tra forze eversive e uomini dello Stato in grado di capire quei segnali, quei delitti assurdi, quelle minacce, quelle rivendicazioni della Falange Armata. La strana sigla che ha rivendicato parte di quegli episodi delittuosi, compresi quelli della Uno Bianca.

Già, la Uno Bianca.
Cosa c'entra la Uno Bianca e quella strana banda di poliziotti con la mafia, la trattativa e Falcone e Borsellino?
Cosa lega tra loro Falange Armata con Gladio, la struttura segreta all'interno della settima divisione del Sismi, che ufficialmente aveva l'incarico di creare dei nuclei di resistenza armata in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia?
Due più due fa quattro: hanno sciolto Gladio ed è comparsa la Falange Armata. Quando c’era il primo, non c’era la seconda e viceversa. Ora hanno chiuso il primo ed è apparsa la seconda. La soluzione è semplice: sono sempre loro, però, questa volta, molto incazzati”.

Che filo lega assieme la morte di Ilaria Alpi e i traffici di rifiuti tossici dall'Italia verso i paesi africani, mascherati da aiuti per lo sviluppo. Traffici benedetti dalla politica italiana (il PSI di Craxi in primo luogo) e protetti da esponenti dei servizi?
Uomini dei servizi come il maresciallo Li Causi, del centro Gladio Scorpione, in Sicilia. Quello su cui il giornalista Mauro Rostagno (sospettando un traffico d'armi).
Anche lui, come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ucciso in Somalia, nel 1993, durante la missione militare, in uno strano incidente.
Succede proprio in quel 1994, l'anno che ha cambiato l'Italia.
L'anno del passaggio tra prima e seconda repubblica, l'anno in cui arriva l'uomo nuovo nella politica italiana, col suo partito azienda che sconfigge i comunisti che, dopo il crollo del muro del 1989, avevano cambiato nome. Ma che forse facevano paura lo stesso a qualcuno.
.. il Partito comunista non ha perso un minuto a cambiare nome. Quello che serve a noi è un terrorismo a bassa intensità, un terrorismo diffuso, geograficamente collocabile nelle zone ad alto inquinamento comunista.”

Gli anni successivi, sono stati anni di rimozioni, di depistaggi, di finto cambiamento, di cancellazione del passato.
L'arresto di Riina, aiutato dall'ex compare Provenzano, la cui latitanza è stata protetta per anni anche da persone dello Stato (e dall'imperizia degli investigatori che dovevano catturarlo, come dicono le sentenze di assoluzione del generale Mori).
Sono gli anni in cui le bombe smettono di scoppiare, come se quella guerra sotterranea, tra forze eversive e poteri dello stato fosse giunta ad un accordo. Ad una liquidazione di questo esercito mandato frettolosamente in pensione.

Ma qual è stata la miccia, alla fine del 1990, che ha fatto partire questo incendio della Repubblica?
Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, rivela l'esistenza di Gladio.
Gladio viene sciolta il novembre successivo e a dicembre la procura di Roma mette sotto indagine la settima divisione del Sismi.
Andreotti pensava, con la sua mossa, di prendere in contro piede quei poteri, dentro lo stato ma usati al di fuori delle leggi dello stato (per il loro ruolo nelle stragi degli anni di piombo, durante la strategia della tensione) e rifarsi una sua verginità.
Da qui parte tutto: la fine di un esercito che decide di far pagare la sua liquidazione, dopo anni di servizio, allo stesso stato che ha servito.
Di tanto in tanto occorre rinfrescare la memoria a chi finge d’averla persa, per ricordare a chi ha usufruito dei nostri servigi,..”

Sono militari professionisti, con un passato nei corpi speciali come il Col Moschin o gli istruttori operativi del Comsubin.
Finisce Gladio e inizia Falange Armata e il suo primo compito e riscrivere la storia a cominciare dalla carceri.
Potrà succedere di tutto. Fai arrivare ai tuoi colleghi dell’ufficio politico questo messaggio: da questa stagione non si uscirà con i comunisti al governo, solo perché hanno cambiato nome. Chi di dovere se lo dovrà mettere bene in testa, o lo faremo noi con la terapia del terrore, che è l’unica che funziona sempre. Anche se chi dava gli ordini non c’è più, rimaniamo un esercito armato e invisibile”.
Bruno, un esercito senza paga non va molto lontano”. “Fallo sapere ai tuoi capi. Sappiamo rispondere colpo su colpo. Non gli conviene intralciarci. Chi cercherà di mettersi contro, chi si lascerà sfuggire dei nomi, ti assicuro che non passerà dei bei momenti. Camerati o non camerati”.
Guido coglie la minaccia, neanche troppo velata, che gli viene indirizzata per bocca del parà. Gli si chiede reticenza, che vuol dire complicità. La conversazione sta prendendo una brutta piega, e Guido cerca di mitigare i toni.
“Ma a voi non vi toccheranno, quelli che avevano delle responsabilità sono stati coperti di denaro e gli altri hanno fatto soldi con ogni genere di traffici, dalla coca alle armi. Quelli che staranno male, ma male veramente, saranno i detenuti, soprattutto quelli delle organizzazioni criminali e mafiose. Saranno loro le vittime sacrificali.
Vedi, sono stati tutti arruolati dentro quella che doveva essere una crociata; in prima linea contro un nemico considerato assoluto; poi, di colpo, licenziati, perché non servivano più. Il loro discorso è semplice: vogliono soldi per il servizio assolto, e libertà di movimento nelle carceri. Per il resto sono nella nostra stessa situazione: hanno lavorato con noi e non vogliono essere condannati. Se parlano loro, c’è il rischio che cada non solo il governo, ma qualche pezzo dell’Alleanza atlantica. Per questo, per evitare che certe notizie trapelino, un segnale deve essere dato”.
Guido coglie la minaccia, neanche troppo velata, che gli viene indirizzata per bocca del parà. Gli si chiede reticenza, che vuol dire complicità. La conversazione sta prendendo una brutta piega, e Guido cerca di mitigare i toni.
“Ma a voi non vi toccheranno, quelli che avevano delle responsabilità sono stati coperti di denaro e gli altri hanno fatto soldi con ogni genere di traffici, dalla coca alle armi. Quelli che staranno male, ma male veramente, saranno i detenuti, soprattutto quelli delle organizzazioni criminali e mafiose. Saranno loro le vittime sacrificali.Vedi, sono stati tutti arruolati dentro quella che doveva essere una crociata; in prima linea contro un nemico considerato assoluto; poi, di colpo, licenziati, perché non servivano più. Il loro discorso è semplice: vogliono soldi per il servizio assolto, e libertà di movimento nelle carceri. Per il resto sono nella nostra stessa situazione: hanno lavorato con noi e non vogliono essere condannati. Se parlano loro, c’è il rischio che cada non solo il governo, ma qualche pezzo dell’Alleanza atlantica. Per questo, per evitare che certe notizie trapelino, un segnale deve essere dato”.

Il primo morto, e la prima rivendicazione di Falange Armata è Umberto Mormile, educatore carcerario (Opera), ucciso in un agguato nel 1990 a Milano.
Era il compagno di Armida Miserere, direttrice del carcere di Opera in quegli anni (e di altre strutture detentive).
Nel libro vengono usati nomi di comodo per coprire questi due nomi, ma la sostanza non cambia: nelle carceri gli uomini dei servizi si muovevano liberamente per contattare i boss, per creare finti pentiti e per riscrivere la storia. Per preparare l'attentatuni a Capaci (come ha raccontato Frank Di Carlo, riferendo dei contatti dei servizi a suo cugino Nino Gioè, altro strano suicidio).
Ora lo Stato, che ha patteggiato con i mafiosi e con i suoi combattenti clandestini, la sua anima nera che ha operato a suon di stragi e omicidi mirati, deve scrivere la Storia ufficiale.”

La storia della mafia e la storia di questo paese che non doveva subire altri scossoni, dopo il crollo del muro e la fine dei partiti della prima repubblica.

Riannodare il filo dei giorni.
Io ho solo cercato di riannodare il filo dei giorni, il filo di quella collana che ha visto rotolare via le sue perle più preziose: i sogni e le speranze di una democrazia vera”.

Maurizio Torrealta, usando la forma del romanzo, ha cercato di mettere assieme tutti questi fatti, prendendoli e mettendoli in fila, cercando di mostrarne il filo logico.
Un filo che, come già detto, parte dallo scioglimento di Gladio, la cellula italiana della rete Stay Behind, da parte del governo Andreotti, cellula poi finita sotto indagine della magistratura.
Che lega questa strategia di tensione diffusa per ricattare lo stato e allo stesso tempo indebolire il il PCI-PDS, prima che potesse arrivare al governo.
La strage al Pilastro si spiegherebbe così come un messaggio alla struttura dello Stato più forte in Italia, ovvero l’Arma dei carabinieri, nei mesi in cui a Roma si apriva un'indagine sulla procura di Roma sulla settima divisione del Sismi.
In tutto questo, Bruno, c’è qualcosa che ancora non mi torna. Falange Armata. Una sigla nuova, mai comparsa prima, ma molto ambigua: sembra voler indicare la luna, ma non si vede neanche il dito. Che ruolo ha in questa storia?”.
Falange Armata è il nome di comodo di chi si occuperà di rivendicare le azioni, tutte, quelle vere e quelle presunte, quelle compiute e quelle no. Non ci dovrà essere più alcuna certezza, il Paese dovrà assaggiare il sapore del terrore e della vera instabilità. Troppo a lungo ha goduto di una democrazia costruita sulle nostre operazioni sporche, di guerra psicologica, e dai nostri interventi silenziosi. I tempi sono cambiati”.

La nascita delle leghe meridionali (sull'onda della Lega Nord di Bossi e Miglio, l'ideologo che pensava ad un paese federato, con la mafia al sud) e le strane alleanze tra massoneria e gruppi di estrema destra, come ha raccontato l'inchiesta Sistemi criminali.

I protagonisti di questo romanzo sono tutti inventati, ma sicuramente costruiti a partire da persone reali che l'autore ha conosciuto nel corso della sua esperienza. Come reale è il contesto in cui si muovono.
Sono la giornalista dell'AGI Arianna che vede muoversi la Falange e inizia a seguire i primi casi della Uno Bianca. E che impara fin da subito che non sempre si può scrivere tutto quello che si apprende.
Arianna pensa quanto sia ricorrente quella frase: non scrivere nulla di quello che ti ho detto.”

Il poliziotto della Digos Guido, che muove le sue fonti nell'estrema destra per cercare di capire chi sta dietro la Falange.
Leggono i giornali che un giorno strillano “Allarme golpe” e poi quello dopo “La bufala del golpe”, e pensano: “Due più due fa quattro: hanno sciolto Gladio ed è comparsa la Falange Armata. Quando c’era il primo, non c’era la seconda e viceversa. Ora hanno chiuso il primo ed è apparsa la seconda. La soluzione è semplice: sono sempre loro, però, questa volta, molto incazzati”.

Altri personaggi, pur avendo un nome inventato, sono facilmente riconoscibili, come l'ex ambasciatore Francesco Maria Dell’Arti (dietro cui si intuisce l'ex direttore del Cesis Francesco Fulci) chiamato dal presidente del Consiglio (Andreotti) a presiedere l'organo di controllo dei servizi, il Cesis, in quei mesi in qui un suo organo occulto veniva messo in liquidazione: consegna al capo della polizia e al comandante dei carabinieri una lista di 16 agenti del Sismi, per “meri fini di riscontro” in merito agli attentati.
Aveva scoperto che le telefonate di rivendicazione della Falange arrivavano da posti dove era presente una sede del Sismi...

Dunque, ambasciatore, lei prevede un ritorno all’uso terroristico delle stragi?”.
A porre il quesito è il suo braccio destro, un giovane dall’aria severa. “La cosiddetta Falange Armata le sta annunciando da tempo. Ho incaricato una persona di mia fiducia di analizzare da dove partono le telefonate di minaccia e in quali orari. E ho scoperto che vengono effettuate sempre in orario d’ufficio, da città dove è presente una sede del Sismi, e da carceri all’interno delle quali è presente qualche suo funzionario.
Da questo deduco che potrebbe trattarsi di qualche personaggio legato proprio a quella struttura. E purtroppo non credo che in questa situazione, anche se esistono forme di terrorismo più diluito e periferico, quei signori rinunceranno a usare l’esplosivo. Ma non si tratterà di qualche spettacolo pirotecnico simbolico, bensì del gran finale dei fuochi d’artificio dell’‘esercito segreto’ della prima Repubblica”.

Il magistrato Gabrieli (che ricorda molto da vicino Gabriele Chelazzi), che deve indagare su queste stragi e che verrà lasciato solo dalla magistratura: alla fine della storia, confesserà alla giornalista tutto il suo sconforto:
..ho buoni motivi per temere che questo processo, al quale sto lavorando da anni, non verrà mai fatto; non perché non ci siano evidenze, ce ne sono fin troppe, ma perché chiama in causa i livelli più alti delle nostre istituzioni”.

Il magistrato è uno dei pochi a comprendere che queste bombe, della stagione 1992-93, diversamente da quelle degli anni '70 (che servivano per spaventare) “fanno parte di una trattativa a suon di bombe tra diverse parti dello Stato”.

Lo stato parallelo, il doppio stato, la democrazia a sovranità limitata. L'influenza di quell'alleato che ha condizionato la nostra politica fin dai tempi di Portella della Ginestra e del secessionismi siciliano.
Poteri occulti dentro le istituzioni, al di fuori delle leggi e capaci di ricattarle.
A suon di ricatti e di bombe.

Fa paura lo scenario che viene fuori da questo romanzo. Perché quei nodi, quella trama, portano a mettere in luce il lato oscuro della nostra democrazia, incompiuta e con le mani sporche.
Dovremo fare i conti con questo nostro passato, se vogliamo sperare di vivere in un paese migliore, con una classe dirigente libera da ricatti, dove si riesce a respirare il “fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” [Paolo Borsellino in un discorso ai cittadini siciliani].
Nell'attesa di quel momento, almeno sappiamo che in quegli anni di guerra sotterranea chi è stato al comando, quali sono state le gerarchie ufficiali e quali quelle occulte. E che ci sono stati anche degli eroi che hanno lottato per la nostra libertà “che hanno cercato di contrastare queste politiche antidemocratiche”.


Altri spunti per la lettura
- L'ambasciatore, i Servizi e il mistero Falange armata - da Il filo dei giorni (Torrealta)
- Stragi Rita di Giovacchino
- Doppio livello di Stefania Limiti
- L'Italia della Uno Bianca Giovanni Spinosa
- Quarto livello Maurizio Torrealta
- Protocollo Fantasma di Walter Molino


La scheda del libro sul sito di Imprimatur editore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

06 febbraio 2017

L'ambasciatore, i Servizi e il mistero Falange armata - da Il filo dei giorni (Torrealta)

Si intitola "Il filo dei giorni", il saggio scritto da Maurizio Torrealta per Imprimatur: si occupa del biennio 1992-1993 (tra prima e seconda repubblica), i mesi delle bombe per gli attentati rivendicati dall'organizzazione Falange Armata.



Il Fatto Quotidiano del 5 febbraio ne ha pubblicato uno stralcio (preso dal sito Antimafiaduemila):
Maurizio Torrealta - Un romanzo sulla sigla che rivendicò una decina di attentati nei primi anni 90, tra mafia e 007 “deviati” di Gianni Barbacetto 
Nel biennio 1992-93, sul crinale tra “prima” e “seconda” Repubblica, compare in Italia una nuova sigla, Falange Armata, che rivendica una decina di attentati terroristici. Le indagini giudiziarie che tentano di capire chi si muova dietro quella sigla non giungeranno ad alcun risultato certo. Ecco allora che un giornalista d’inchiesta come Maurizio Torrealta, grande conoscitore dell’eversione nera e degli apparati di Stato, sceglie la strada del romanzo per raccontare una storia vera e drammatica, che lambisce pezzi di servizi segreti (la Settima divisione Ossi del Sismi) e di apparati militari (gli incursori di Marina del Comsubin e i parà del Col Moschin). Tra i personaggi del racconto, non è difficile intravedere l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, ex dirigente dei servizi, che nel 1993 consegna al capo della polizia e al comandante dei carabinieri una lista di 16 agenti del Sismi, per “meri fini di riscontro” in merito agli attentati. Il risultato è Il filo dei giorni, edizioni Imprimatur, che arriva in questi giorni in libreria. Eccone alcuni brani. 
“In tutto questo, Bruno, c’è qualcosa che ancora non mi torna. Falange Armata. Una sigla nuova, mai comparsa prima, ma molto ambigua: sembra voler indicare la luna, ma non si vede neanche il dito. Che ruolo ha in questa storia?”. “Falange Armata è il nome di comodo di chi si occuperà di rivendicare le azioni, tutte, quelle vere e quelle presunte, quelle compiute e quelle no. Non ci dovrà essere più alcuna certezza, il Paese dovrà assaggiare il sapore del terrore e della vera instabilità. Troppo a lungo ha goduto di una democrazia costruita sulle nostre operazioni sporche, di guerra psicologica, e dai nostri interventi silenziosi. I tempi sono cambiati”.
Guido, mentre annuisce in silenzio, appunta mentalmente le informazioni confidenziali che il suo vecchio commilitone gli sta fornendo, forse in onore di quel cameratismo a cui sembra ancora credere. “Potrà succedere di tutto. Fai arrivare ai tuoi colleghi dell’ufficio politico questo messaggio: da questa stagione non si uscirà con i comunisti al governo, solo perché hanno cambiato nome. Chi di dovere se lo dovrà mettere bene in testa, o lo faremo noi con la terapia del terrore, che è l’unica che funziona sempre. Anche se chi dava gli ordini non c’è più, rimaniamo un esercito armato e invisibile”. “Bruno, un esercito senza paga non va molto lontano”. “Fallo sapere ai tuoi capi. Sappiamo rispondere colpo su colpo. Non gli conviene intralciarci. Chi cercherà di mettersi contro, chi si lascerà sfuggire dei nomi, ti assicuro che non passerà dei bei momenti. Camerati o non camerati”.
Guido coglie la minaccia, neanche troppo velata, che gli viene indirizzata per bocca del parà. Gli si chiede reticenza, che vuol dire complicità. La conversazione sta prendendo una brutta piega, e Guido cerca di mitigare i toni. “Ma a voi non vi toccheranno, quelli che avevano delle responsabilità sono stati coperti di denaro e gli altri hanno fatto soldi con ogni genere di traffici, dalla coca alle armi. Quelli che staranno male, ma male veramente, saranno i detenuti, soprattutto quelli delle organizzazioni criminali e mafiose. Saranno loro le vittime sacrificali.
Vedi, sono stati tutti arruolati dentro quella che doveva essere una crociata; in prima linea contro un nemico considerato assoluto; poi, di colpo, licenziati, perché non servivano più. Il loro discorso è semplice: vogliono soldi per il servizio assolto, e libertà di movimento nelle carceri. Per il resto sono nella nostra stessa situazione: hanno lavorato con noi e non vogliono essere condannati. Se parlano loro, c’è il rischio che cada non solo il governo, ma qualche pezzo dell’Alleanza atlantica. Per questo, per evitare che certe notizie trapelino, un segnale deve essere dato”.
“Che segnale?”. “I primi a cui verrà cucita la bocca saranno quei civili che hanno frequentato troppo le carceri per non avere orecchiato qualche frammento di cosa stava avvenendo là dentro: tipo gli educatori, i teatranti e rompicoglioni vari; poi i pentiti, quelli veri. Gli altri, quelli finti, sono tutti gestiti dall’organizzazione. E quelli che non saranno fatti fuori, verranno arruolati con uno stipendio anche dentro le carceri. Così saremo sicuri che staranno zitti”. (…)
In questa storia ci sono due persone che non si conoscono, né mai si conosceranno, e che non hanno niente in comune l’una con l’altra: una sta ai “piani alti” e l’altra batte le strade. Partono da idee politiche diverse ma il filo dei propri ragionamenti sembra giungere allo stesso punto: una è l’ambasciatore Francesco Maria Dell’Arti, da poco nominato capo di una struttura dell’intelligence, l’altra è il solitario e scontroso poliziotto della Digos di Firenze, Guido. Però qualcosa in comune, che li contraddistingue, ce l’hanno: la capacità di leggere dietro le apparenze e, in una certa misura, di sapere anticipare il corso che gli eventi prenderanno. Leggono i giornali che un giorno strillano “Allarme golpe” e poi quello dopo “La bufala del golpe”, e pensano: “Due più due fa quattro: hanno sciolto Gladio ed è comparsa la Falange Armata. Quando c’era il primo, non c’era la seconda e viceversa. Ora hanno chiuso il primo ed è apparsa la seconda. La soluzione è semplice: sono sempre loro, però, questa volta, molto incazzati”.
 
In questa primavera romana l’aria è già tiepida, e per scaldare la temperatura del disordine si stanno preparando operazioni molto strane. Dell’Arti, che ha indetto una riunione in ufficio, sta leggendo ai suoi collaboratori l’informativa che ha ricevuto dai funzionari della sua struttura: “Sono iniziati, con una frequenza mai vista, una serie di furti in abitazioni importanti: effrazioni in casa del ministro della Pubblica istruzione, in quella del ministro per il Mezzogiorno, a casa del capo della segreteria del ministro dell’Interno, in quella del ministro della Marina mercantile, per due volte nella casa del direttore della Rai, nella casa del ministro per le Aeree urbane, in quella del sottosegretario alla Difesa; intrusioni notturne anche nella sede del Partito liberale e dell’ex Partito comunista, furti a casa del comandante generale dell’Arma dei carabinieri e del ministro degli Esteri. Sono state perfino rubate delle armi nella macchina del capo della polizia. Vecchie conoscenze legate alle galassie della massoneria e del neofascismo hanno cominciato a fondare leghe del sud in ogni regione meridionale per dividere l’Italia in tre.
“Dunque, ambasciatore, lei prevede un ritorno all’uso terroristico delle stragi?”. A porre il quesito è il suo braccio destro, un giovane dall’aria severa. “La cosiddetta Falange Armata le sta annunciando da tempo. Ho incaricato una persona di mia fiducia di analizzare da dove partono le telefonate di minaccia e in quali orari. E ho scoperto che vengono effettuate sempre in orario d’ufficio, da città dove è presente una sede del Sismi, e da carceri all’interno delle quali è presente qualche suo funzionario.
Da questo deduco che potrebbe trattarsi di qualche personaggio legato proprio a quella struttura. E purtroppo non credo che in questa situazione, anche se esistono forme di terrorismo più diluito e periferico, quei signori rinunceranno a usare l’esplosivo. Ma non si tratterà di qualche spettacolo pirotecnico simbolico, bensì del gran finale dei fuochi d’artificio dell’‘esercito segreto’ della prima Repubblica”.(5 febbraio 2017)

Le stragi come strumento di dialogo tra poteri eversivi e non, destabilizzare per stabilizzare, servizi che vengono chiamati deviati ma che rispondono ad esponenti delle istituzioni.
La trattativa tra stato e mafia nel sottofondo, il nuovo patto tra i nuovi referenti di stato e antistato.

La scheda del libro sul sito di Imprimatur:
Dal maggio del 1992 alla fine del 1993 l’Italia è insanguinata da una decina di attentati firmati dal gruppo terroristico che si fa chiamare Falange Armata. Sono numerosi i morti che provocano in tutto il Paese. Un ispettore della Digos, che conosce bene gli ambienti dell’eversione neofascista, capisce in poco tempo cosa si muove dietro l’ambigua sigla che dice di aver scatenato l’ondata di bombe e terrore, ma non viene ascoltato. Un ambasciatore del nostro Paese consegna al capo dell’Arma dei carabinieri una lista di sedici persone che dovranno essere indagate nell’eventualità che venga ammazzato. Una giovane giornalista, grazie al suo intuito spregiudicato e alla sua ferrea logica, ricostruisce pezzo per pezzo quello che solo in apparenza è impossibile vedere.
La rivelazione di Gladio, gli omicidi della Uno Bianca, le bombe davanti alle chiese e ai musei; ma anche la trattativa con Cosa Nostra, i tentativi di golpe, i segreti di Stato. È una partita a scacchi, giocata senza esclusione di colpi, che finisce in stallo. I testimoni che raccontano la verità vengono fatti sparire, quelli che accettano di mentire vengono premiati. Tutto torna normale. Può nascere la Seconda Repubblica.
E i morti? Danni collaterali. È un romanzo, ovviamente…

Altri libri in tema
- Stragi di Rita di Giovacchino
- Protocollo fantasma di Walter Molino 
- Il quarto livello di Maurizio Torrealta