Storia del giudice Amato, delle sue indagini e del suo omicidio
Martedì 25 marzo
1980.
L’uomo più
solo
1. Il paese è
reale
I carabinieri che
entrano in campo subito dopo il fischio finale dell’arbitro li
hanno visti tutti. Chi non era sugli spalti ha potuto recuperare
grazie alle telecamere di 90° minuto. Allo Stadio Olimpico di Roma,
sulla pista d’atletica, ci sono un’auto della Guardia di Finanza
e un taxi giallo.
Negli spogliatoi degli stadi di mezza Italia
intanto arrestano calciatori. Della Lazio, del Perugia, del Milan,
dell’Avellino.
Milioni di
persone hanno potuto godere dello spettacolo delle manette che
scattano attorno ai polsi degli eroi.
Nel crepuscolo
della prima Repubblica, cominciato negli anni a cavallo tra i
Settanta e gli Ottanta, è successo anche questo: il blitz della
Finanza che arresta sul campo i calciatori per l’inchiesta sul
calcio scommesse.
Ma quel lontano 1980
è stato anche l’anno di Ustica, della strage di Bologna, delle
Olimpiadi a Mosca boicottate dagli Usa come ritorsione per
l’invasione dell’Afghanistan.
Sono gli anni in cui
vengono uccisi, da terroristi rossi e neri magistrati (Guido Galli,
Bachelet, Emilio Alessandrini), presidenti di Regione (Piersanti
Mattarella), segretari di partito (Pio La Torre nel 1982). Ma a
finire uccisi in questa guerra tra stato e antistato (le magie,
l’eversione nera, il terrorismo rosso) ci sono anche persone comuni
come Valerio Verbano..
Il 1980 è anche
l’anno dell’omicidio di un magistrato della procura di Roma,
Mario Amato,
ucciso dal NAR (un gruppo terrorista di estrema destra) Gilberto
Cavallini assieme al complice Gilberto Cavallini il 23 giugno 1980,
pochi giorni prima delle sue vacanze. Ucciso mentre aspettava il bus
per poter arrivare in orario nel suo ufficio, perché la procura non
gli aveva dato né un auto di servizio e nemmeno una scorta.
Mario
Amato era un magistrato solo perché la procura, il suo capo, il
procuratore Di Matteo, i suoi colleghi al palazzaccio, l’avevano
lasciato solo coi suoi faldoni per le indagini sul terrorismo nero.
Molti di questi erano l’eredità di un altro magistrato, Vittorio
Occorsio, anche lui ucciso da un militante di estrema destra,
Concutelli, nell’estate del 1976.
Mario Amato aveva
chiesto di essere affiancato da altri colleghi per poter lavorare in
pool (come i colleghi che avevano indagato sul calcio scommesse):
perché il carico di lavoro che doveva sostenere era troppo oneroso,
perché lavorando da solo era più facile colpirlo. Perché si
sentiva di essere diventato un bersaglio da parte di quella rete di
protezione che stava attorno ai gruppi neofascisti, non solo a Roma.
Questo sostituto
sa di essere a rischio dal momento in cui, poche settimane dopo il
suo arrivo a Roma il 30 giugno 1977, il capo Giovanni De Matteo lo ha
designato come solo e unico erede dei fascicoli aperti da Vittorio
Occorsio, morto ammazzato il 10 luglio 1976.
Aveva
capito, lavorando col suo modo meticoloso e preciso, la diversa
natura dei terroristi neri: non era figli di operai o di quella
classe operaia che volevano emancipare abbattendo il sistema, come le
BR. I “neri” erano anche i figli della borghesia, gente cresciuta
nei ricordi della repubblica di Salò (buoni ad infestare i sonni
della Repubblica nata dalla guerra di Liberazione).
«Va precisato
che il terrorismo di destra nasce dalla classe della media e alta
borghesia. Le persone che agiscono in tale campo sono figli di
professionisti, di colleghi, di imprenditori industriali...»
Questi
estremisti neri godevano di
una sorta di impunità, primo perché ritenuti meno pericolosi dei
“rossi”, poi per quelle protezioni nel
mondo dei professionisti, come gli avvocati di grido che li difendono
nei pochi processi. Ma anche all’interno della Procura, come
scoprirà sulla sua pelle per l’ostilità del collega Antonio
Alibrandi (uno che non
nascondeva le sue simpatie missine),
padre dell’esponente dei Nar Alessandro Alibrandi.
Leggendo
delle accuse che gli sono state rivolte, da avvocati ma anche da
colleghi, sembra di rivivere un deja vu dei giorni nostri: toga
rossa, inventore di un teorema, quello del terrorismo nero
Nel 1980 parlare
di «toghe rosse» è qualcosa di molto grave, e di solito lo fa la
destra – là dove per destra intendiamo esclusivamente il Movimento
sociale italiano
Si
difende Mario Amato, come può: per esempio denunciando il clima
ostile e le difficoltà nel portare avanti il suo lavoro davanti alla
commissione del CSM
«Recentemente ho
molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato
da accuse e denunce in quanto vengo visto come la persona che vuole
creare il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a
discapito dello stesso ufficio», argomenta Amato davanti al Csm. Non
è una polemica fine a sé stessa, né una polemica funzionale a una
qualche battaglia di posizionamento all’interno della procura di
Roma. È un grido d’aiuto.
Prosegue Amato:
«Affiancandomi dei colleghi sarebbe possibile sia ridurre i rischi
propri della personalizzazione dei processi, sia darmi un conforto in
quanto se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie
sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia
asserita faziosità. Oltre a tali motivazioni vi è, poi, anche
quella che non ce la faccio più da solo perché è un lavoro
massacrante che comporta la necessità di tenere a mente centinaia di
nomi e centinaia di dati, il che è impossibile per una persona sola.
Nonostante, peraltro, le più reiterate e motivate richieste di
aiuto, a tutt’oggi, tale aiuto non mi è stato dato».
Una
denuncia coraggiosa, perché di fatto mette in discussione la
capacità del capo della procura, Di Matteo, nel saper organizzare il
lavoro dei suoi sostituti. Una denuncia che non fa che aumentare il
clima di ostilità nei suoi confronti.
Ma
sarà una denuncia inutile, perché poco prima di partire per le
vacanza, il 23 giugno 1980, verrà ucciso dai NAR: Ciavardini e
Cavallini, come si è detto, e poi Mambro, i fratelli Fioravanti.
Ragazzi di buona famiglia, cresciuti dentro le formazioni giovanili
del movimento sociale, che giocavano alla rivoluzione prendendo le
distanze dalle vecchie formazioni fasciste ritenute complici di quel
sistema che volevano distruggere.
Della morte di Amato è
diventata famosa una foto scattata da un cronista accorso sul luogo
del delitto poco dopo i colpi:
Scatta una foto
che diventerà famosissima per un dettaglio. Sotto la scarpa sinistra
del giudice c’è un buco malamente rattoppato. Un buco che
significa 600 fascicoli aperti in ufficio, e una sconfinata
solitudine nell’affrontarli.
Questo
era Mario Amato, il magistrato che, stancamente verrebbe voglia di
dire, viene ricordato ogni anno usando le stesse parole di
circostanza, che ci sia una giunta di destra di sinistra o altro.
Ma
perché è stato ucciso quel magistrato? C’è un dettaglio che può
raccontarci molto delle indagini di Amato e di quello che stava
scoprendo sulle formazioni neofasciste e su chi gli stava dietro:
.. lo stesso Csm ha
riportato in un volume pubblicato nel 2011 sulla storia dei tanti
magistrati uccisi nell’Italia repubblicana: «Sto arrivando alla
visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben
più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti
criminosi».
Ecco,
la seconda parte del saggio di Mario Di Vito cerca di spiegare questa
“verità d’assieme” che mette assieme tutto legando assieme i
NAR, i fascisti della generazione precedente ritenuti collusi col
sistema e coi servizi (parliamo di Ordine Nuovo, quelli delle bombe
di Milano e Brescia e di Avanguardia Nazionale), la P2, pezzi deviati
dello stato fino ad arrivare alla soglia del movimento sociale, il
partito che praticava l’ordine e la sicurezza di giorno per poi
praticare la violenza di notte.
A
questa verità d’assieme si può arrivare mettendo assieme tutti i
pezzi di questo enorme puzzle di cui però ci mancano alcune tessere:
i
vari filoni dell’inchiesta sulla strage di Bologna, i rapporti
dei Nar e in particolare di Valerio Fioravanti con Paolo Signorelli,
il professore, fondatore di
Ordine Nuovo ed esponente del MSI,
indagato più volte in vari episodi della strategia della tensione e
uscito sempre assolto.
Il
famoso documento “Bologna” trovato nelle disponibilità di Gelli
dove si scopre del finanziamento dal venerabile ai Nar per preparare
la strage (così dicono i giudici nelle sentenze) passando per
l’Ambrosiano di Calvi.
Come
a dire, nonostante il passare degli anni e delle sigle della galassia
neofascista, il substrato ideologico
era sempre lo stesso,
attaccare lo stato democratico, le istituzioni.
Cosa
ci manca per arrivare a questa verità d’assieme, per arrivare ad
una verità completa sulle stragi fasciste? Nonostante le sentenze
parlino chiaro, la strage di Bologna, come quelle di Milano e
Brescia, sono stragi di stato con manovalanza fascista (con molta
onestà intellettuale Mario Di Vito riporta i tanti dubbi rimasti
sulla colpevolezza dei Nar nonostante le sentenze).
.. fascisti,
criminali, uomini dello Stato, politici, finanzieri. C’era già
tutto nel 1980
Ma
non possiamo fermarci alle singole sentenze che pure raccontano
tanto:
La storia del
terrore nero, in Italia, in fondo è tutta così: la verità esce a
pezzi, le sentenze non solo non riescono a fare giustizia, ma spesso
nemmeno a spiegare cosa sia successo.
Soprattutto
dall’ultima strage, quella di Bologna, si ha l’impressione –
racconta l’autore – che più che depistare le indagini, si sia
voluto “impistare” le indagini per i NAR, senza però cercare i
fili che portano più in alto. Fino al cuore dello stato.
Spiega
ancora l’autore:
la «visione d’assieme»
ipotizzata da Amato nel 1980 è un complesso reticolo di conoscenze,
amicizie, vicinanze che resistono alla prova del tempo.
E
questi fili, queste relazioni sono vive ancora oggi e portano al
partito di governo, che ha ancora la fiamma del movimento sociale nel
suo simbolo.
Il
partito che oggi parla di pacificazione ma che di fatto vuole solo
arrivare alla parificazione tra fascisti e antifascisti, che porta
avanti l’idea che i ragazzi neri erano giovani che lottavano per i
loro ideali.
Lo
sdoganamento di Almirante, l’ostinazione nel non dichiararsi
antifascisti, l’uso strumentale delle celebrazioni per i “loro”
morti, come Ramelli, una ragazzo ucciso da altri ragazzi
dell’autonomia che lo
vedevano come un nemico, non come uno di loro.
A
Bologna noi non c’eravamo, scrivono sui social gli esponenti di
fratelli d’Italia, chiedono una commissione di inchiesta sulla
violenza politica tra gli anni 1970 e 1984, tenendo fuori la strage
di piazza Fontana, i delitti dei NAR, le complicità con lo stato, i
fili neri che arrivano fino all’uscio delle sedi del MSI. La morte
di Mario Amato. Di tutto questo non si deve parlare.
Parlano
di pacificazione ma intendono revisionismo della storia recente.
Nel
discorso tenuto per la vittoria alle elezioni del settembre 2022 –
tenuto all’Hotel Pollio, lo stesso dell’evento organizzato dagli
stati maggiori e dal Sifar, dove per la prima volta si parlò della
lotta al comunismo da fermare a qualunque costo, gettando le basi
della strategia della tensione – la presidente Meloni ha parlato di
“riscatto per quei giovani che non ci sono più e che meritavano di
vedere questa nottata”.
Parole
che l’autore commenta così a fine libro:
“Le
abbiamo incontrate queste persone che non ci sono più. E abbiamo
visto questa nottata. Il nero dei nostri giorni più bui.”
La
scheda
del libro sul sito di Laterza, un estratto
del primo capitolo e l’indice
del libro
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