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27 ottobre 2016

Gli sponsor della guerra (e la memoria breve di alcuni giornalisti)

"Colin Powell tifa Clinton" titola Il giornale, in un articolo che occupa la testa della home page.

"Sponsor della guerra in Iraq, ora vuole Hillary presidente": non sfugge nulla al giornalista.
Eccetto il fatto che anche l'allora presidente del Consiglio, nonché proprietario del quotidiano, fosse favorevole alla guerra .
E che parte delle prove false, per rafforzare la tesi delle armi di distrazioni di massa gliele ha fornite proprio il Sismi di Pollari.

Lo aveva raccontato Giuseppe D'Avanzo su Repubblica nel 2005, poi ripubblicati nel libro "Inchiesta sul potere"
Il Nigergate 24 ottobre 2005 Così il Sismi consegnò alla Cia il falso dossier sull'uranio 24 ottobre 2005 “Pollari andò alla Casa Bianca per offrire la sua verità sull'Iraq” 26 ottobre 2005 Nigergate, i silenzi italiani che permisero il Grande Inganno 
Il Nigergate: la “smoking gun” che ha permesso l'inizio della guerra in Iraq è in realtà una bufala. Organizzata dentro quel sottobosco nei nostri servizi segreti militari (l'ex Sismi), di cui il direttore Pollari nulla ha visto e nulla sapeva. Falso l'acquisto di yellowcake dal Niger, falsa la notizia sui tubi scambiati per pezzi delle centrifughe per produrre uranio. Anche questo lo ha rivelato, al solito modo fornendo date, nomi, luoghi in modo dettagliato e preciso, D'Avanzo. Come ha anche messo nero su bianco la volontà del nostro esecutivo nel volersi mettere in mostra nei confronti dell'alleato americano, che cercava ostinatamente un pretesto per attaccare Saddam. Link: sourcewatch “La repubblica expose”
Non tutti i candidati sono uguali e nemmeno i giornalisti (specie quelli con la memoria breve).

14 febbraio 2015

Il Vaticano pagò la borsa di Calvi – di Giuseppe D'Avanzo

Su Internet ho recuperato questo “vecchio” articolo scritto dal giornalista di Repubblica Giuseppe D'Avanzo, nel maggio 1992: l'anno delle stragi, delle trattative, di Tangentopoli, di un potere che affondava e che però cambiava per pelle per rimanere a galla.
È anche l'anno in cui un giudice istruttore tenace e testardo come Mario Almerighi (autore del libro La borsa di Calvi) non si ferma davanti a niente, pur di seguire la pista che, dalla borsa di Roberto Calvi, porta dritto al Vaticano. Passando per personaggi equivoci come Carboni o Giulio Lena.

IL VATICANO PAGO' LA BORSA DI CALVI

ROMA - La verità della Santa Sede è stata sempre categorica. Joaquin Navarro, portavoce del Vaticano, ha detto (27 giugno 1991): "I documenti presumibilmente provenienti dalla borsa di Roberto Calvi non sono mai giunti in Vaticano. Inoltre la Santa Sede non aveva alcun interesse circa i suddetti documenti, se esistevano. A maggior ragione, affermo che la Santa Sede non ha versato mai alcuna somma per avere questi documenti".
Se la verità giudiziaria è una verità, la verità del giudice istruttore di Roma, Mario Almerighi, è un' altra, diametralmente opposta, altrettanto ferma e risoluta, costruita pazientemente in anni di indagine, sorretta da prove documentali e testimonianze, raccolta nelle 379 pagine che accusano di ricettazione aggravata il "faccendiere sardo" Flavio Carboni, il vescovo cecoslovacco Pavel Hnilica, il romano Giulio Lena.
' Hnilica non agì da solo' Il giudice sostiene che nella borsa del presidente dell' Ambrosiano "erano contenuti documenti che ' dimostravano con chiarezza' il coinvolgimento dello Ior nelle illecite operazioni condotte prima da Sindona poi da Calvi". La borsa del banchiere - nera, di pelle, marca Valextra, tipo a soffietto - è stata in possesso di Flavio Carboni, molto probabilmente dal giorno stesso della morte di Calvi, sicuramente dall'agosto del 1984. "Furono proprio ambienti del Vaticano - scrive il giudice - a contattare Carboni non appena questi, ancora in stato di detenzione, giunse in Italia". Il mediatore della Santa Sede - Pavel Hnilica - non agì da solo, ma fu sollecitato da "eminenti personalità ecclesiastiche" e il suo comportamento, i suoi impegni furono "avallati dalle più alte autorità ecclesiastiche". Alla fine della lunga, estenuante trattativa - ha potuto accertare l' Ufficio Istruzione - il Vaticano "pagò effettivamente, nel quadro di un' operazione finanziaria di 12 miliardi, da 3 miliardi e 534 milioni (cifra approssimata per difetto) a 6 miliardi e 234 milioni".
Malinconicamente, Almerighi conclude che "certamente i documenti che Carboni cedette a monsignor Hnilica non sono soltanto quelli acquisiti agli atti di questo processo", questa è "soltanto una piccola parte dei documenti venduti da Carboni".
Dalle carte, sequestrate dal giudice, "emerge in modo chiaro il potenziale di ricattabilità del quale Calvi intendeva avvalersi" contro lo Ior e contro il Vaticano "stando in un posto più sicuro di quanto fosse l' Italia in quel momento e quindi la grande rilevanza della documentazione in suo possesso".
Il 20 gennaio del 1982, il banchiere scrive a un misterioso "Caro Onorevole".
Ricorda che "molte delle cause che hanno determinato la tragica fine dell' impero Sindona sono le stesse che oggi potrebbero provocare il mio crollo".
In un' altra lettera, priva di destinatario e data, ma firmata, il banchiere si scaglia contro "Marcinkus, Mennini e tutti i dirigenti dello Ior... (che) hanno abbandonato me e il gruppo che rappresento...". Calvi minaccia: "Ora che sono stato abbandonato e tradito dai miei più sicuri alleati non posso non ricordare le opere che ho svolto di concerto con i rappresentanti di S.Pietro. Mi prodigai in America Latina in ogni senso arrivando perfino ad occuparmi di forniture di navi militari e di altro materiale bellico". Chiede: "...che mi siano restituiti i 1000 milioni di dollari che, per espressa volontà del Vaticano, ho devoluto in favore di Solidarnosc; che mi siano restituite le somme che ho impegnato per organizzare centri finanziari e di potere politico in 5 Paesi dell' America del Sud, somme che ammontano a oltre 175 milioni di dollari; che mi sia riconosciuto in termini economici ancora da quantificare l' efficace opera da me svolta in favore di molti Paesi dell' Est e dell' America latina".
Infine, l' ultima drammatica lettera al Papa del 5 giugno 1982, pochi giorni prima della fuga e della morte. Almerighi non ha dubbi che quella missiva fu "scritta da Calvi con la stessa macchina per scrivere usata per redigere gli altri documenti rinvenuti nella borsa" anche se "non esiste la prova in atti che il Pontefice l' abbia ricevuta o potuto leggerla".

Calvi lancia un' implorazione pesante come un ricatto: "...altro non mi rimane che sperare in una Sua sollecita chiamata che mi consenta di mettere a Sua disposizione importanti documenti in mio possesso e di spiegarLe a viva voce tutto quanto è accaduto e sta accadendo, certamente a Sua insaputa...".
E' di questo potere di ricatto che, con la Valextra, si impossessa Flavio Carboni. Il "faccendiere sardo" gioca le sue carte senza scrupoli, con una determinazione che soltanto il Calvi disperato degli ultimi giorni seppe trovare.

Come Calvi, Carboni scrive al Papa ("sicuramente dopo il 1984"). Con gli stessi argomenti di Calvi. Anzi, sbandierando con l' ultima lettera del banchiere, le sue stesse minacce. "Santità, la mia impresa non è stata facile. Essendomi trovato al fianco del presidente del Banco Ambrosiano nell'ultimo periodo della sua vita sfortunata, mi ero reso conto di quali dissesti immani era minacciata la Chiesa. Del resto, anche lo stesso Calvi, in una lettera indirizzata a Lei, pochi giorni prima di morire, così si esprimeva...".

"Il contenuto di questa lettera di Calvi e di molte altre non fu divulgato grazie a un provvidenziale intervento che impedì la sua caduta nelle mani di chi era pronto ad utilizzarla per colpire maggiormente la Chiesa - prosegue Carboni - E' stato un miracolo che ciò non sia accaduto considerando quanti e quali interessi ruotano intorno a quei tragici fatti; ed è stato un miracolo riuscire a raccogliere la documentazione più importante, non soltanto quella più direttamente legata al caso Ior-Ambrosiano, e impedire così non solamente il prosieguo di una virulenta campagna diffamatoria condotta in tutto il mondo contro le istituzioni cattoliche, ma anche la possibilità che essa degenerasse, suffragata da materiale estremamente delicato e pericoloso...".

Anche se non c'è "in atti" la prova per poter ritenere che questa lettera sia mai giunta al Pontefice, il giudice istruttore non ha dubbi che sono stati questi gli argomenti che convinsero Hnilica a cedere e a versare a Carboni, "direttamente o indirettamente oltre tre miliardi".
Campagna diffamatoria "Si indicano le somme di denaro minimali - avverte Almerighi - al di sotto delle quali non è possibile scendere sulla base della documentazione bancaria acquisita agli atti. Se si dovesse tener conto del carteggio epistolare e del resto della documentazione si arriverebbe ad una cifra di gran lunga superiore". Il vescovo cecoslovacco non agiva in solitudine, la sua iniziativa era "avallata" anche se non si ritenne di impegnare direttamente lo Ior "per non implicare il nome del Vaticano".
Scrive e conclude Almerighi: "Che padre Hnilica non fosse solo nell' operazione intrapresa è un fatto non solo suggerito da logiche di elementare profilo e da una serie di risultanze istruttorie, ma dallo stesso vescovo esplicitamente riconosciuto: ' eminenti personalità ecclesiastiche raccomandarono al sottoscritto di ricevere ed ascoltare Flavio Carboni perché avrebbe potuto essere utile alla causa ecclesiale' ". 

13 aprile 2012

La notte della repubblica a Genova

UNO STATO che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici". Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.

Giuseppe D'Avanzo - Quelli della Diaz: le verità negate La notte nera della democrazia - 10
novembre 2008


Esce oggi il film di Daniele Vicari sull'irruzione alla scuola Diaz, a Genova durante il G8 nel 2001: sono passati 11 anni, e evidentemente da ancora da fastidio che si parli di queste cose.
Eppure, piaccia o meno, tutto questo è successo veramente, in un paese democratico come si reputa il nostro paese.
Come ha scritto D'Avanzo (e riportato nel libro "Il guscio vuoto"), questi fatti hanno dimostrato come sia ancora fragile la nostra democrazia.
Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.

E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell'assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte "criminali" a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l'omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un "diritto di polizia". Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell'ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l'altro diventa un "nemico" da annientare.

18 marzo 2012

Il guscio vuoto di Giuseppe D'Avanzo

Il guscio vuoto. Metamorfosi di una democrazia

Un altro ventennio si è chiuso in Italia, forse si è conclusa un'epoca e sarà possibile ridare sostanza alla nostra democrazia. Per avviare la ricostruzione è necessario capire cosa è successo nell'era berlusconiana. Giuseppe D'Avanzo ha individuato i meccanismi utilizzati dal potere per portare alla deriva la nostra democrazia: la trasformazione del linguaggio politico in slogan pubblicitario, lo stravolgimento della Costituzione, la sospensione dello stato di diritto, e l'eccezione che diventa la regola. Ancor di più: D'Avanzo ha colto quella specificità tutta italiana che glorifica l'ingegno talentuoso e non il metodo, la furbizia e non la lealtà, l'inventiva e mai la preparazione, il "miracolo" e mai l'organizzazione, l'individualità e mai il collettivo. 
Prefazione di Franco Cordero. 


Il guscio vuoto come metafora per descrivere l'Italia uscita (ma non ancora del tutto) dal ventennio berlusconiano: una democrazia che è appunto, come un guscio svuotato di alcuni dei suoi diritti, quelli a tutela dei senza potere, dei ceti deboli, di quelli che stanno sotto in contrapposizione a quelli che stanno sopra.
Se nella precedente raccolta di articoli di Giuseppe D'Avanzo si spaziava dalla mafia, agli scandali della seconda Repubblica (Telekom Serbia, il Nigergate, il Sismi di Pollari e del rapimento di Abu Omar, per approdare infine alle inchieste su Berlusconi), questa seconda raccolta è interamente incentrata sull'Italia di questi ultimi anni: gli anni di Berlusconi e della sua politica dell'emergenza (costruita a tavolino), l'Italia delle favole usate per nascondere la realtà, l'Italia del potere verticale che decide in presa diretta scavalcando leggi, burocrazie, parlamento e tutto quanto si frapponga alla sua volontà.
Il crepuscolo della seconda repubblica che stiamo vivendo dovrebbe portarci ad una profonda riflessione sugli anni di “furore” appena passati e gli articoli raccolti in questo libro hanno appunto questo fine: seguendo il suo metodo, ovvero partite dai fatti per capire e raccontare poi una storia, D'Avanzo ha raccontato le bugie del potere sui casi Noemi, le escort nelle residenze del cavaliere, il caso D'Addario per finire con l'inchiesta su Ruby e le pressioni sulla Questura per farla rilasciare per l'incredibile balla che era la nipote del premier Mubarak.

Gli articoli di D'Avanzo fanno capire, per coloro che ancora non hanno bene compreso la realtà che stiamo vivendo, quanto sia facile passare da una democrazia matura e compiuta, che si regge su un equilibrio di poteri separati che si controllano l'un l'altro, verso una autocrazia, monolitica e autoritaria, che risponde solo a se stessa in nome del voto popolare e del consenso (“il popolo mi ha votato”). Una democrazia autoreferenziale e opaca che destina non più l'olio di ricono e il manganello a chi vi si oppone (e non china subito il capo) la bastonatura mediatica da parte della “macchina del fango”. Se in origine era solo il centrosinistra, vittima delle commisioni di inchiesta pilotate sulla tangente Telekom Serbia, nell'Italia del governo Berlusconi VI stessa sorte è toccata al giudice Mesiano, al presidente Gianfranco Fini, a Veronica Lario (rea di aver denunciato per prima quel “ciarpame senza pudore” che aveva sotto gli occhi), il direttore dell'Avvenire Boffo ..
Fino al caso dell'ex governatore Marrazzo, per quel video girato dai carabinieri in via Gradoli, avvisato gentilmente dal premier quando ormai quelle immagini erano già state viste da molti.

Una nuova forma di regime basata su pochi principi: la povertà di un linguaggio che, come nei format televisivi, annulla la possibilità del ragionamento.
Gli immigrati diventano clandestini dunque criminali. L'opposizione sa dire solo di no. Non sono io colpevole dei reati a me imputati, ma esiste un complotto da parte dei media e dei partiti. L'ossessione del comunismo, visto in tutte le salse. Le battute da piano bar, per arrivare direttamente alla “pancia” dell'elettorato.
Mai pagato per stare con una donna, mai candidato una velina nelle liste, non sapevo che fossero delle escort ...
Noi siamo il governo del fare: aprire cantieri inutili e mai chiusi; gestire le emergenze militarizzando il territorio (i militari nelle strade, attorno alle discariche), andando sempre in deroga alle scelte, alle leggi, ai principi. 
È successo a Napoli coi rifiuti, allontanati dal centro e spostato lontano dalle telecamere; è successo a l'Aquila, con le case consegnate in prima serata e le persone rimaste per mesi nelle tendopoli (quasi una reclusione). Militari per schedare i rom, per respingere gli immigrati lontano dalle nostre coste, per gestire i Cie, dove nessun giornalista può entrare. 
La sospensione dei diritti in nome dell'emergenza, è anche quanto successo nel 2001 alla scuola Diaz e a Bolzaneto dove, per pochi giorni in Italia siamo tornati indietro di decenni, per quelle torture nei confronti di cittadini inermi da parte delle forze della polizia. L'Italia come l'Argentina dei generali, Bolzaneto come Garage Olimpio.
A dimostrazione di come sia ancora fragile la nostra democrazia: in quanti hanno pagato per quei reati? Che risposta ha dato lo stato, per sanare una ferita nei confronti di quei ragazzi che si avvicinavano alla politica magari per la prima volta?

Governare per decreti secondo la politica dell'emergenza.
L'emergenza delle intercettazioni, per lo scandalo più grave della Repubblica (si riferiva all'archivio Genchi), per cui bisogna proibire la divulgazione e persino l'uso di questo importante strumento di indagine.
Infine, il lasciapassare per poter governare serenamente senza l'ultima sua personalissima emergenza: l'assillo dei processi in corso.
Forse non lo ricordiamo più, ma questa legislatura (lunghissima come l'inverno della democrazia), che doveva essere secondo il coro dei corifei di Arcore quella costituente, è iniziata col segno della richiesta di impunità.
O mi bloccate i miei processi con un lodo (ancora qui, una parola usata a sproposito, ma ripetuta ad arte per farla entrare nella mentalità dei sudditi) o blocchiamo tutti i processi.

Infine il controllo dei media per cui, alla faccia del liberismo, un solo uomo controlla il maggior gruppo privato di informazione, e controlla la principale azienda pubblica, la Rai.
Lo ha raccontato negli articoli sulla struttura Delta, sulla macchina del fango, sulle menzogne ripetute ad ora di pranzo e ad ora di cena per potersi ricostruire una realtà che più gli faceva comodo.
La crisi non esiste, gli italiani sono tutti spiati, dobbiamo sanare lo scontro politica magistratura (ma chi è che attacca chi?), in tutte le democrazie non esistono intercettazioni e invece c'è l'immunità per le cariche dello Stato. L'opposizione vuole ribaltare il voto popolare (e cosa dovrebbe fare l'opposizione, se non mandare la maggioranza a casa, se quello che fa non lo ritiene giusto?). 
Il pacchetto sicurezza e il reato di clandestinità.
La legge bavaglio, e la sottomissione del potere giudiziario all'esecutivo.
La protezione civile dominus per tutti gli eventi, senza nessun controllo contabile e politico.

Tutte queste cose le ha raccontate D'Avanzo su Repubblica. Il racconto della metamorfosi della nostra democrazia in cui piano piano, si svuotava la Costituzione di alcuni suoi principi (art 3: la legge è uguale per tutti). Uno svuotamento del guscio che è avvenuto anche con una certa rassegnazione di noi cittadini italiani.
Non è a caso che l'ultima parte del libro sia concentrata su Napoli, metafora di un paese rassegnato a non cambiare mai (o forse no, visti i risultati delle amministrative).
Napoli come stato di eccezione permanente: la città dei rifiuti e dei commissari per questa emergenza che durata troppi anni. La città dei piccoli boss, della scuola tagliata dove i ragazzi crescono nelle strade e davanti alle playstation. “Siamo camorristi nella capa”: ma per cambiare la capa, bisogna dare un'opportunità alle persone. Altrimenti non è emergenza, è sistema.

Scrive
Carlo Galli, su Repubblica:

Ma quel perverso cortocircuito di eccezione e di menzogna se non è più cronaca non è ancora storia: anche se, forse, ce ne stiamo faticosamente uscendo, continua a prenderci letteralmente alla gola, e ci appare come un rischio che sarà presente, finché questa fase politica che non avrà trovato nuovi equilibri.
È questo rischio che dà al libro di D'Avanzo un significato non solo documentario ma anche civile; che ne fa un esempio di critica di ciò che ancora serve e servirà all'Italia: il coraggio di smascherare la menzogna e la passione per la realtà e per la verità.


Parte prima
La Costituzione forzata
I quattro fantasmi dell’Egoarca, p. 15
Trucchi da fiera, p. 19
L’immunità illegittima, p. 22
Il privilegio dell’Eletto, p. 25
La metamorfosi della democrazia, p. 28
L’alba di uno Stato governativo, p. 31
Parte seconda
La macchina fascinatoria
La macchina fascinatoria e l’inemendabilità dei fatti, p. 39
Le dieci domande, p. 41
Il nuovo volto del potere, p. 51
Il primato della menzogna, p. 56
L’abuso di potere, p. 71
Un potere postpolitico e neoautoritario, p. 76
Le dieci bugie, p. 79
Come rendere superflua la realtà, p. 88
Parte terza
Infangare, delegittimare, distruggere
Chi tocca i fili muore, p. 97
L’officina dei veleni, p. 100
La macchina del fango, p. 103
I metodi dell’Innominato e la libertà del dissidente, p. 107
Così si muove e colpisce la macchina dei falsi, p. 113
Quando è nata la macchina del fango, p. 119
L’abolizione dell’idea di verità, p. 124
Parte quarta
Lo stato di eccezione
Le torture a Bolzaneto e la notte della democrazia, p. 133
La sospensione del diritto, p. 141
La politica militarizzata, p. 149
La strage di san Gennaro, p. 151
La nuova civiltà dell’odio, p. 158
Incompetenza e irresponsabilità, p. 161
L’eccezione è la regola, p. 164
Se scatta il divieto di pubblica opinione, p. 167
La missione della Struttura Delta, p. 172
Parte quinta
Lo stato di eccezione permanente: Napoli
La città che gioca con i suoi vizi, p. 183
Oltre Napoli il vero inferno, p. 186
L’eccezione napoletana, p. 188
L’“emergenza” come sistema, p. 191
Le leggi e i militari non fanno i cittadini, p. 196
L’intera città si è fatta lazzara, p. 201
I piccoli boss di Malanapoli, p. 203
La buona vita è la mala vita, p. 206
Gli scugnizzi perduti di Camorra City, p. 211
Io, tossico punito due volte, p. 217
Tra i ragazzi che dicono: siamo camorristi nella capa, p. 220
Epilogo

Gioca e sii uomo!, p. 229

Le prime pagine: "La neolingua del potere"
Il link sul sito de l'editore Laterza.
Il precedente volume di raccolta "Inchiesta sul potere"

Il link per ordinare il libro su ibs.
Technorati:

04 settembre 2011

Inchiesta sul potere di Giuseppe D'Avanzo

Secondo Giuseppe D’Avanzo, «un’inchiesta giornalistica è la paziente fatica di portare alla luce i fatti, di mostrarli nella loro forza incoercibile e nella loro durezza. Il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere e se ne fa custode nell’interesse dell’opinione pubblica».

Sono raccolti in questo volume (a cura di Attilio Bolzoni e Leopoldo Fabiani.) alcuni articoli e inchieste scritti da Giuseppe D'Avanzo (alcuni assieme ad altri colleghi come Giuseppe Colaprico e Attilio Bolzoni, Carlo Bonini) per Repubblica : dal caso Gladio, alla mafia, alla guerra al terrore per arrivare agli scandali di oggi, le escort nel palazzo del premier e il caso Ruby.

Inchieste scritte con l'intento di raccontare il volto del potere, senza nascondere nessuno dei suoi tratti truffaldini. Un lavoro fatto con una precisione certosina, facendo ricorso alle sue fonti, leggendosi fino in fondo le carte, con l'obiettivo di spiegare al lettore, la realtà.

Eugenio Scalfari nell'introduzione dice «ha affrontato i temi che costituiscono l’ossatura nascosta del Paese, spesso segreta e addirittura criminale. I lettori troveranno in questo libro la coscienza d’un giornalista che ha onorato la nostra professione ed ha cercato per quanto poteva di migliorare uno sgangherato Paese.»
Il caso Gladio.
17 maggio 1991 Era della P2 il vero capo di Gladio.

Gladio e i suoi rapporti di dipendenza (anche economica) con la Cia: una struttura usata non solo in funzione di una invasione da parte degli eserciti oltre Cortina di ferro, ma anche in funzione anticomunista. Con la P2 di Gelli a dirigere queste operazioni sporche.

Lo scandalo Tangentopoli.
11 novembre 1992 “Io, uomo di stato e quasi nobel”.

L'intervista al ministro liberale Francesco De Lorenzo, in piena Tangentopoli, passato dal quasi premio nobel alle accuse di tangenti sul servizio medico. Una storia di clientelismo, appalti ad amici e parenti, arricchimento e sperpero di denaro pubblico.

La mafia.
8 dicembre 1992 “Io pentito in guerra”
10 marzo 1993 “Così Riina è diventato il dittatore di cosa nostra”
20 ottobre 1993 I nemici di Falcone
7 settembre 2002 “La mafia vuole uccidere due deputati”

Si parla di mafia, dei nuovi equilibri dopo l'arresto di Riina, del ruolo dei pentiti e di come verranno screditati per sminuirne l'efficacia nella lotta a Cosa Nostra.

Telekom Serbia: la corruzione.
17 febbraio 2001 Tangenti Telekom: la Cia sapeva
18 febbraio 2001 Così Roma chiese all'Ubs di supervalutare Telekom

Telekom Serbia: la macchina del fango
26 settembre 2003 Telekom Serbia, storia di una trappola
15 ottobre 2010 Quando è nata la macchina del fango

Tutti gli articoli sulla tangente nell'acquisizione di Telekom Serbia di Milosevic da parte dell'allora statale Telecom italiana. Tangente pagata ai facilitatori dell'affare, i cui soldi vennero presumibilmente usati nella guerra in Kosovo.
Corruzione poi usata per mettere in moto la “macchina del fango” da parte dei giornali dell'allora (come oggi) presidente del Consiglio contro Prodi, Fassino e Dini (il traditore dopo il ribaltone).

Trappola mediatica costruita attorno alle presunte rivelazioni di quel Igor Marini, sedicente conte, poi condannato per calunnia.
Link.

“Quel che si muove nell'autunno del 2003, raccontata da Repubblica, fu la madre delle operazioni lavorate dalla macchina del fango, capace di trasformare il Parlamento nella cassa di risonanza di un complotto che vedeva, spalla a spalla, la politica e cioè la maggioranza controllata dal capo del governo e l'informazione direttamente controllata dal tycoon premier. La scena è così esplicita, nelle sue connessioni e responsabilità, che anche un politico prudente come Piero Fassino alza il dito e accusa: 'Il burattinaio di Igor Marini è a Palazzo Chigi'. Silvio Berlusconi lo querela per calunnia pretedendo un risarcimento di 15 milioni di euro. Fassino rinuncia all'immunità parlamentare per affrontare il procedimento per calunnia. Viene prosciolto il il 30 gennaio del 2004. Oggi, come ieri, non c'è chi ignori il nome del mandante. Nessuna meraviglia che gli esecutori materiali dei delitti mediatici, consumati per suo conto, alzino un po' di polvere per il proteggere il Capo e il dossieraggio che sono chiamati a firmare”.
Pag 87

L'impero di Putin
15 luglio 2001 I “cekisti” al potere

Chi è Putin? Assieme a Carlo Bonini, D'Avanzo è andato in Russia sulle tracce delle fortune politiche dell'ex presidente russo (probabile candidato alle prossime presidenziali).
Una storia che mette assieme ex oligarchi e le spie del Kgb, che riuscirono negli ultimi anni della grande Russia a mettere le mani su pezzi dello stato, un saccheggio di ricchezze poi finite all'estero tramite gli stessi canali usati dalla mafia russa.

L'11 settembre
29 settembre 2001 I piani segreti della guerra invisibile
12 ottobre 2001 La stampa al tempo della guerra

La guerra in Iraq
6 aprile 2003 Bare con resti umani: il mistero di Bassora

L'11 settembre e la guerra in Iraq: il racconto dei piani già esistenti su una guerra contro l'Iraq, ben prima che gli aerei si schiantassero contro le Torri Gemelle; il ruolo della stampa embedded dentro l'esercito e fin troppo schierata patriotticamente con il presidente Bush. Ma il ruolo della stampa dovrebbe essere quello del controllo del potere. Non di avallarne le sue paure, i suoi slogan. Dimenticandosi di tutti gli errori che han portato a queste tragedie.
A cominciare dagli errori dell'intelligence incapace di bloccare i dirottatori già sul suo americano prima dell'attentato. Per passare poi alla “war on terror”, che è passata attraverso Guantanamo, le Rendition, la bugia sulle armi di distruzione di massa …

Il Nigergate
24 ottobre 2005 Così il Sismi consegnò alla Cia il falso dossier sull'uranio
24 ottobre 2005 “Pollari andò alla Casa Bianca per offrire la sua verità sull'Iraq”
26 ottobre 2005 Nigergate, i silenzi italiani che permisero il Grande Inganno

Il Nigergate: la “smoking gun” che ha permesso l'inizio della guerra in Iraq è in realtà una bufala. Organizzata dentro quel sottobosco nei nostri servizi segreti militari (l'ex Sismi), di cui il direttore Pollari nulla ha visto e nulla sapeva. Falso l'acquisto di yellowcake dal Niger, falsa la notizia sui tubi scambiati per pezzi delle centrifughe per produrre uranio.
Anche questo lo ha rivelato, al solito modo fornendo date, nomi, luoghi in modo dettagliato e preciso, D'Avanzo. Come ha anche messo nero su bianco la volontà del nostro esecutivo nel volersi mettere in mostra nei confronti dell'alleato americano, che cercava ostinatamente un pretesto per attaccare Saddam.
Link: sourcewatch “La repubblica expose”

Il rapimento di Abu Omar.
17 febbraio 2005 Cia sotto accusa “Rapì e torturò un egiziano in Italia”
13 marzo 2008 I segreti di Pollari su Abu Omar e la strana slealtà del governo

Il racconto del rapimento dell'imam Abu Omar, rapito dalla Cia con l'aiuto del Sismi: un caso di Rendition che portò allo scontro tra la procura di Milano (e i due magistrati Pomarici e Spataro) e i governo Prodi e Berlusconi, mossi a difesa degli spioni italiani e stranieri in nome di una “ragione di stato”, ben lontana dalla ragione della giustizia di un paese democratico.
Il link.

Sismi. La fabbrica della paura
13 settembre 2005 Se i servizi segreti diventano una fabbrica della paura
26 gennaio 2006 La grande spia bipartisan

Dove si parla del direttore Pollari, spia apprezzata da destra e sinistra, dell'archivio di via Nazionale, dei suoi allarmi lanciati senza mai una prova.
“... per proteggere il loro futuro professionale, i burocrati della sicurezza si disinteressino della essenziale circostanza che ogni allarme fasullo brucia risorse, tempo, uomini e memorie del computer oltre a creare angoscia nell'opinione pubblica e, negli apparati, un clima 'al lupo al lupo' che non favorisce l'attenzione e la lucidità [..] Sorprende che il mondo politico – e soprattutto l'opposizione – sottovaluti, con il carrierismo dei burocrati, le conseguenze politiche che una lunga teoria degli allarmi, palesemente assurdi, può infliggere al paese”.
Pagina 171

Telecom. Le spie private
2 giugno 2006 Parla l'uomo dei dossier segreti: “così spiavo per conto di Telecom”
13 dicembre 2006 Il braccio privato dei servizi segreti

Il più grave caso di dossieraggio nel paese, dopo lo scandalo del Sifar. Scandalo che vede assieme, in una osmosi vischiosa e opaca la security di un gruppo privato, i servizi segreti militari, e dossier costruiti contro i nemici dell'esecutivo.

Noemi e la dieci domande
14 maggio 2009 Le dieci domande mai poste al cavaliere
1 giugno 2009 Il nuovo volto del potere

Il compleanno a Casoria, l'amicizia con questa minorenne che lo chiama papi e che sa che Berlusconi le farà fare politica. Le spiegazioni una peggio dell'altra, sull'amicizia col padre e con la ragazza. Una vergogna per il paese. Ma non per lui, per i suoi giornali.

Berlusconi vuole insegnarci che, al di fuori della sua verità, non ce ne può essere un'altra. Vuole ricordarci che la memoria individuale e collettiva è a suo appannaggio, una sua proprietà , manipolabile a piacere. Si scorge nella 'crisi di Casoria' un uso della menzogna come funzione distruttiva del potere che scongiura l'irruzione del reale e oscura i fatti. Si misura l'impiego dei media sotto controllo diretto e indiretto del premier come fabbrica delle menzogne punitive di chi non si conforma [..] E' il nuovo volto, finora nascosto, di un potere spietato”.
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Ruby e le dieci bugie
28 ottobre 2010 Ruby e il cavaliere: “Le mie notti all'Arcore”
29 ottobre 2010 L'abuso di potere
21 gennaio 2011 Le dieci bugie del cavaliere
17 marzo 2011 Sesso e soldi, ecco le nuove carte del Rubygate

Da Noemi, alla D'Addario, alle escort a palazzo, fino al caso Ruby. La telefonata alla Questura, le bugie (anche sui suoi processi), i soldi e i favori dati per nascondere la verità, per minimizzare.

Quanti sono i processi del premier? “In realtà i processi affrontati dal premier come imputato sono sedici. Quattro sono ancora in corso: corruzione in atti giudiziari per l'affare Mills; frode fiscale per i diritti TV Mediaset; appropriazione indebita nell'affare Mediatrade; e quest'ultimo per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Nei processi conclusi, in soltanto tre casi le sentenze sono state di assoluzione. In un'occasione con formula piena per l'affare Sme Ariosto/1 (la corruzione dei giudici di Roma) . Due volte con la formula dubitativa: i fondi neri Medusa e le tangenti alla Guardia di Finanza [..]. Riformato e depenalizzato il falso in bilancio dal processo Berlusconi, l'imputato Berlusconi viene assolto in due processi (All Iberian/2 Sme Ariosto/2) perchè “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”. Due amnistie estinguono il reato e cancellano la condanna inflittagli per falsa testimonianza (aveva truccato la data di iscrizione alla P2) e per falso in bilancio (i terreni di Macherio). Per cinque volte è salvo con le “attenuanti generiche” che si assegnano a chi è ritenuto responsabile del reato. Per di più le attenuanti generiche gli consentono di beneficiare, in tre casi, della prescrizione dimezzata che si era fabbricato come capo di governo: All Iberian/1 (finanziamento illecito a Craxi); caso Lentini; bilanci Fininvest 1988-1992; fondi nero del consolidato Fininvest (1500 miliardi); Mondadori (la corruzione dell'avvocato Previti del giudice Metta, entrambi condannati). Più che una persecuzione giudiziaria, siamo dinanzi a un'avventura fortemente segnata dall'illegalità.”
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C'è qualcosa di notturno e patologico nel declino di una leadership sempre più affannosa e affannata. Nel suo crepuscolo se intravede il macroscopico deficit. È l'incapacità di interpretare una politica all'interno delle regole, costretta ad adulterarsi in una perenne violenza istituzionale che non assicura alcun governo al paese ma soltanto più tempo a chi governa. [..]Il capo del governo appare incapace non solo di rispettare il livello di onore che la sua responsabilità dovrebbe imporgli, ma addirittura se stesso. Una previsione non può che essere cupa. L'io ipertrofico di Berlusconi non ammette interlocutori, consigli, regole, critiche, equilibrio istituzionale, saggezza politica. Incapace di guardare in faccia la realtà che si cucina da solo, trascinerà irresponsabilmente il Paese nella sua caduta. Impedire questa rovina non può essere un dovere soltanto per le opposizioni”.
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I processi del cavaliere e la struttura delta
7 aprile 2001 Le domande al candidato
20 novembre 2009 Il cavaliere e la favola dei 106 processi
7 luglio 2011 Rai, così agiva la Struttura Delta
10 luglio 2011 Così comprò i giudici per creare un impero

Le domande al candidato Berlusconi nel 2001: “Interessa sapere quale è stato il grado di trasparenza della Fininvest e di Silvio Berlusconi per poter valutare la credibilità del Berlusconi politico. La trasparenza è il cuore della democrazia e in democrazia – Repubblica lo ripete da tempo - non ci sono domande che non si possono fare a un politico”.
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La scoperta di una struttura in Rai, proveniente da Mediaset, che concertava notizie per aiutare il presidente. Un'inchiesta finita in nulla, come se corrompere l'informazione pubblica fosse cosa da niente. Infine la condanna al risarcimento a De Benedetti per la Mondadori, scippata al gruppo Cir con la corruzione del giudice Metta.
Con le minacce, le accuse, da parte del premier, della figlia e dei berluscones.

Vedremo così allo scoperto il più autentico statuto berlusconiano: l'affermazione del potere statale esercitato direttamente da un tycoon che sfrutta apertamente, e senza scrupoli, la funzione pubblica come un modo per proteggere i suoi interessi economici”.
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Reportage
Cercasi Marlboro disperatamente

Tra i ragazzi che dicono: «Siamo camorristi nella capa»
Nel paese dove i neri chiedono più Stato.

Tre inchieste: la prima sullo sciopero dei tabaccai nel 1993, la seconda un dialogo con alcuni ragazzi di Napoli, che parlano una lingua diversa, con parole che hanno nel tempo cambiato significato. Infine tra i ragazzi di colore, dopo la strage di Castelvolturno.

Chiude il libro il suo ricordo di Roberto Saviano: “cosa mi ha insegnato la sua amicizia”.

31 luglio 2011

Giuseppe D'Avanzo: il ricordo di Attilio Bolzoni

Dalla lotta alla mafia all'ultima pedalata i miei venticinque anni accanto a Peppe

Falcone non parlava molto con i giornalisti, ma quando lo conobbe rimase affascinato dal suo modo di lavorare. Giorgio Bocca, seduto con lui nell'aula bunker al processo Andreotti gli chiedeva: "Ma tu come le sai tutte queste cose?"

L'ultimo pezzo di strada che abbiamo fatto insieme è stato lungo venticinque anni. L'amico di una vita. Al giornale e fuori dal giornale. È cominciato tutto a Palermo tanto tempo fa e sarebbe ricominciato tutto un'altra volta a Palermo fra qualche settimana. .. su repubblica.it

24 luglio 2011

Il capo dei capi di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo

L'ascesa al potere del contadino di Corleone: dalla casa di rua della Piana, fino al covo nel residence in via Bernini 54 a Palermo.

Totò Riina, il capo dei capi: la sua storia meritava di essere raccontata, spiegano nella premessa i due giornalisti Bolzoni e D'Avanzo. Dagli anni della guerra mondiale, quando si ritrovò capofamiglia per la morte del padre nel 1943, fino alla cattura a Palermo, da parte degli uomini del capitano Ultimo, il 15 gennaio 1993.
"Chi siete? Chi vi manda?
"Ci mandano falcone e borsellino."

Con una postfazione, nell'edizione uscita nel 2010, che racconta dei figli di Totò, Giovanni e Salvo, entrambi finiti in carcere per mafia e dei nuovi equilibri dentro Cosa Nostra. Dobbiamo aspettarci una nuova guerra per stabilire chi prenderà il posto di Provenzano (arrestato nel 2006), l'arrivo degli scappati dall'america (gli Inzerillo) cambierà il peso delle famiglie in Sicilia? Cosa ha in mente Matteo Messina Denaro?

Il libro racconta della carriera criminale dentro Cosa Nostra di Riina che, dai campi attorno a Corleone dove lavorava col padre, è arrivato a comandare tutta Cosa Nostra: una carriera nel segno del terrore, della violenza e delle tragedie.

Totò il corto, Totò il viddano (come erano chiamati in modo sprezzante i mafiosi che venivano dalle province dell'interno, dai mafiosi palermitani): Totò la serpe che cresciuto nella banda di Luciano Liggio, sapeva già dove voleva arrivare. A comandare su tutti, senza nessuna commissione o cupola da convocare.

Il capo dei capi mette uno dietro l'altro le vittime della sua brama di potere, la scia di sangue: dal sindacalista Placido Rizzotto, ucciso e fatto sparire nella foiba di Rocca Busambra, al dottor Michele Navarra, ucciso per prenderne il posto nel 1958.

Ucciso assieme ai mafiosi della sua banda, con la stessa assenza di pietà, come avrebbe poi più tardi fatto con gli Inzerillo, i Bontade, i Badalamenti nella seconda guerra di mafia. Sterminati finchè non ne sarebbe rimasto vivo nessuno.

In mezzo una scalata al potere fatta a piccoli passi, mettendo zizzania tra le famiglie, facendo il "tragediatore", ovvero rivelando ad uno complotti inesistenti orditi da altri, per mettere una famiglia contro l'altra. Altro che uomini d'onore, altro che rispetto: spesso Riina non faceva conoscere all'esterno della sua famiglia nemmeno gli uomini d'onore che combinava.

Riina istituì, una volta arrivato in cima alla cupola, un regno di terrore: non solo sterminò tutti i nemici, ma la stessa sorte toccava anche a chiunque si permetteva di disobbedire ad un suo ordine. O cercava di crearsi un suo spazio: non era più tempo per la vecchia mafia dove i capi si parlavano tra loro per trovare un accordo. Ora tutto era nelle mani di una persona sola: per gli altri era pronta una corda, e una vasca di acido con cui far sparire il corpo.

Nel libro un aspetto che viene ripetuto più volte riguarda la differenza tra i corleonesi e le altre famiglie: Cosa Nostra è una cosa, i corleonesi un'altra. Riina si fidava di poche persone : Luciano Liggio, Binnu Provenzano, Calogero Bagarella (fratello di sua moglie Ninetta) e poi Leoluca Bagarella. Un vincolo consolidato anche da legami matrimoniali: Bagarella fifanzato della sorella di Totò, quest'ultimo fidanzato della sorella di Calogero. Come un clan, come una tribù. Vito Ciancimino, il figlio del barbiere di Corleone, importante esponente della DC siciliana: uomo del sacco di Palermo (assieme a Lima, al ministro Gioia, al costruttore Vassallo) nelle mani dei corleonesi.

Ma "Il capo dei capi" racconta di tanti altri personaggi attorno ai boss: come Ninetta Bagarella, la "maestrina della mafia", la donna innamorata del suo Totò, che gli diede 4 figli registrati tutti regolarmente all'Asl. Mario Francese, il giornalista che da prima seguì la crescita di questo gruppo criminale così anomalo. Il commissario Mangano, arrivato a Corleone con la corriera per arrestare i responsabili dell'omicidio di Placido Rizzotto.
Mario Vitale, il primo pentito della mafia: pentito in senso proprio, lui che era cresciuto in un contesto mafioso fatto di omicidi, estorsioni, violenza.

I mafiosi della vecchia mafia, tutti spazzati via dall'orda dei barbari coi "peri incritati": Peppe di Cristina, Giuseppe Calderone, Michele Greco, il doppiogiochista, Tano Badalamenti, Totò Inzerillo, Stefano Bontade e il boss dei due mondi Tommaso Buscetta. Quello che con le sue rivelazioni permise ai giudici del pool di Palermo e al magistrato Giovanni Falcone, di vedere da dentro cosa era Cosa Nostra, quali le sue leggi, quale la sua struttura.

Dall'altra parte della barricata, giudici, poliziotti, carabinieri, giornalisti: Pietro Scaglione, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici. Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuele Basile, Giuseppe Russo, Ninni Cassarà, Roberto Antochia, Calogero Zucchetto, Boris Giuliano.

Il giornalista del Giornale di Sicilia Mario Francese, che aveva intuito fin da subito la pericolosità e le ambizioni di questi criminali che sapevano nascondersi bene da contadini.

La scia di omicidi politici: Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella, Michele Reina, Pio La torre, Salvo Lima ....

Mai la mafia, prima di allora aveva aperto una sfida di questo genere con lo stato : con lo stato si tratta, non si spara .. dicevano i mafiosi vecchio stampo. Non così la pensava Riina, Il corto diceva ai suoi uomini : "alle volte quando il dito ti fa male e meglio tagliare tutto il braccio".

Una scia si sangue che, come pensava anche Buscetta, faceva intravedere l'ombra di qualcos'altro dietro i corleonesi.

L'ombra di un'entità, di un potere superiore nello stato che usò Cosa Nostra, una forza fuori dallo stato, per i propri interessi politici.

Dell'esistenza di questo Quarto Livello non c'è ancora la prova: esiste solo una cartolina che Vito Ciancimino si sarebbe mandato, con la lista di nomi di importanti uomini dei servizi, ministri della Repubblica, che avrebbero avuto rapporti con la mafia. Ma a prescindere da questo, troppe domande nascono dalle pagine del libro: chi ha protetto la latitanza per tanti anni ad un personaggio di questa ferocia? Come è stato possibile che per anni tutti i grossi processi per mafia (spostati da Palermo per legittima suspicione) siano finiti nel nulla? Il processo di Bari del 1969. Il processo dei 114 a Catanzaro per la strage di Ciaculli.

Come mai si sono dovute aspettare le morti eclatanti dell'onorevole Pio La Torre e del prefetto Dalla Chiesa per arrivare ad una legislazione antimafia efficace, come la legge Rognoni La Torre sulla confisca dei beni, e il 416 bis (che istituiva finalmente il reato di mafia)?
Come mai si è dovuto arrivare al maxi processo di Palermo istruito dal pool di Antonino Caponnetto nel 1986, per avere le prime condanne all'ergastolo per reati di mafia?
Come mai lo stato si è dimostrato così inefficiente (per non dire altro) negli anni in cui a Palermo si abbattevano villini liberty per costruire casermoni, negli anni in cui si trafficava e raffinava eroina (e che rese le famiglie ricchissime in pochi anni), negli anni della prima e della seconda guerra di mafia (un migliaio di morti e più tra il 1981 e il 1983)?

Ci sono ancora troppe cose da chiarire. Anche se adesso i due vecchi boss sono in carcere. Ora è tempo per un'altra mafia, meno rumorosa, meno “viddana” nell'aspetto: una mafia capace di entrare nell'economia reale, di entrare in prima persona nella politica e nelle amministrazioni locali.

Il link per ordinare il libro su ibs

Technorati: e

21 luglio 2011

L'ombra dell'entità (dietro la mattanza dei corleonesi)

Dal libro di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, le riflessioni del più famoso pentito di mafia Tommaso Buscetta, sulla mattanza dei corleonesi di Riina contro i palermitani: i Bontade, gli Inzerillo, i Badalamenti.

"La mattanza di Palermo non si spiega solo con la ferocia dei Corleonesi ... I Corleonesi sono sempre stati delle iene che hnno consumato gli altri come hanno consumato se stessi .. Ma questa ferocia non c'era prima .. assolutamente .. neanche da parte loro. Sono cose, quelle che stanno accadendo a Palermo, che vanno oltre il problema mafioso .. oltre Cosa Nostra .. oltre Totò Riina. Io ci vedo un'altra mano, l'ombra di un'Entità.. dietro accanto, sopra o sotto, da qualche parte, c'è quella stessa entità che si mosse per salvare Aldo Moro ..."

"Io ero carcerato, allora .. Bontade mi mandò a dire di avvicinare dei brigatisti per vedere se si poteva fare qualcosa .. Stefano insisteva e Pippo Calò resisteva. Gli amici politici di Stefano volevano Moro libero, gli amici politici di Calò lo volevano morto .. A un certo punto, Calò glielo disse pure: 'Stefano , non lo capisci che uomini politici di primo piano del tuo partito non vogliono salvare la testa a quello!'.

"Lì cominciano le cose strane, in quell'anno lì .. e continuano l'anno dopo. L'anno dopo, io ero ancora carcerato a Cuneo. Stefano mi mandò l'ambasciata di parlare con i terroristi. Se si ammazzava il generale Dalla Chiesa in qualsiasi posto d'Italia, i terroristi avrebbero accettato di rivendicare l'omicidio? E di fare il volantino? Questo dovevo chiedere. Io circuii un brigatista che era con me, uno importante perchè aveva partecipato al sequestro Moro. E gli dissi .. logicamente non facendo affermazioni, nello stile mafioso: 'Sarebbe bello uccidere il generale Dalla Chiesa perchè a voi da disturbo. Ma se qualcuno lo ammazzasse, il generale Dalla Chiesa, voi lo rivendicate?'
Quello mi rispose : 'Noi lo rivendichiamo solo se uno di noi partecipa'."

"Io mandai l'ambasciata indietro e il generale Dalla Chiesa rimase vivo .. Già, ma che interesse aveva Cosa Nostra a uccidere Dalla Chiesa, che aveva incarcerato solo terroristi e non aveva disturbato la mafia? Mah, Cosa Nostra non poteva avere nessun interesse. L'interesse era solo dell'Entità.. della stessa Entità che sempre in quell'anno, il 1979, chiese a Nino Salvo se si poteva uccidere a Roma un giornalista, un tale mino Pecorelli, che dava fastidio. Quello poi morì sparato e nessuno mi leva dalla testa che la morte di Pecorelli e la scannata di Dalla Chiesa sono la stessa cosa .. ".

"Pure Tano Badalamenti me lo disse: 'Pecorelli e Dalla Chiesa vanno a braccetto'. Tutti quegli anni furono un mischiarsi strano .. Era appena morto Percorelli, era appena morto quell'avvocato a Milano, come si chiamava? quello che stava addosso a Sindona .. Ambrosoli .. Qualcuno aveva chiesto di uccidere Dalla Chiesa e appare Sindona in Sicilia".

"Io penso: questo lo scannano, con tutti i soldi che ha fatto perdere a Cosa Nostra. E invece no .. Quando chiedo a Stefano Bontade che cosa è venuto a fare, quello mi risponde: 'E' venuto a dirci che lui voleva il separatismo e chiedeva una mano per il golpe ..'".
"Gli chiedo, a Bontade: 'E voi che avete risposto?'".
"Mi dice: 'Quello è pazzo, lo abbiamo preso a calci in culo ..'".
"Non glielo dissi, ma pensai: 'Minchia, e per prenderlo a calci in culo cinquanta giorni ci hanno messo?'".

"Stefano non mi raccontava sempre tutto .. diceva quello che voleva lui.. una cosa è la regola di dire la verità se si parla di Cosa Nostra, altra se si chiacchiera degli affari di famiglia .. Si vede che Sindona era un affare di famiglia. Io me lo posso immaginare quello che è successo al villino dei suoceri di Rosario Spatola, con una bella luce di settembre, all'ombra, nel giardino ...
Quelli, gli Inzerillo, gli Spatola, i Gambino, Stefano, stanno tutti attorno al banchiere .. e il banchiere parla parla .. Sa che, se non li convince, è un cadavere. Sa che, per tornarsene in America, o gli da i soldi, o gli da qualcos'altro. E visto che i soldi se li era persi, gli deve aver dato qualcos'altro... E che gli poteva dare in cambio uno come quello? I suoi segreti, gli poteva dare.".

"Ecco perchè se lo tengono a Palermo cinquanta giorni .. Altro che golpe, altro che calci in culo .. Quelli, Stefano, Totuccio, don Saro, se lo sono spolpati ben bene e quando non aveva più nulla da dire lo hanno rimandato in America. E nelle loro mani è rimasto un bel cofano di ricatti .."

"Povero Stefano mio, a un certo punto i segreti di Sindona sono diventati piume in confronto ai suoi".
"Già, Sindona era uno che la sapeva lunga sulle Entità politiche di Roma e se poi, tra quelle, c'era anche l'entità che gli aveva chiesto di far sparire Pecorelli e Dalla Chiesa, quell'entità era nelle mani di Stefano .. Chi lo sa che ha combinato Stefano? Mica mi stranizzo se, a un certo momento, dopo avere fatto favori ha cominciato anche a chiederne .. magari dicendo e non dicendo, con uno stile mafioso .. E quell'Entità ha capito che era completamente nelle sue mani, che non poteva dire di no, nemmeno se pensava di dire di no perchè Stefano sapeva di quelle cose, ormai lo prendeva e lo shiacciava come uno scarafaggio".

"Stefano deve aver creduto di avere tutto in mano e invece eccoci qua .. l'Entità si deve essere organizzata e, perchè, no, magari con quel fango di Calò .. Come se avesse cambiato parrocchia .. Ha fatto capire a Calò, ai suoi amici di Corleone, a Ciancimino, a Salvino Lima, ai Salvo, che era sì amico di Stefano, ma poteva essere amico anche di altri.. e che se Stefano avesse fatto una brutta fine .. si poteva essere ancora più amici, si poteva essere una cosa sola. E quelli lo stanno accontentando alla maniera Corleonese, scannando, dopo Stefano, tutti i bontade e, dopo Totuccio, tutti gli Inzerillo e i Di Maggio .. Testimoni, i corleonesi, non ne lasciano mai. L'entità può starne sicura."

Il capo dei capi, pagine 167-170.
Lo Stefano di cui parla Buscetta e Stefano Bontade, l'entità di cui all'inizio non fa il nome, nemmeno con Falcone, è Giulio Andreotti.

Technorati: Attilio Bolzoni , Giuseppe D'Avanzo

Il link per ordinare il libro su ibs.

29 maggio 2009

D'Avanzo prima e dopo

Vi ricordate l'articolo di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica in cui criticava il metodo Travaglio (sul caso Schifani ): Il giornale subito ne approfittò per pontificare ("La bomba Travaglio")
Anche perché è stato proprio Walter Veltroni a voler concedere onori e amplissimo diritto di tribuna al gruppo di facinorosi che ormai fa capo apertamente all’Italia dei valori di Antonio Di Pietro.
Un gruppo che trova nel giovane barricadiero Marco Travaglio il proprio alfiere e protomartire in servizio permanente effettivo.

Le accuse in tv senza contraddittorio di Travaglio al presidente del Senato, Renato Schifani, toccano nervi mai disinfiammati. E al di là della vicenda oggi all’ordine del giorno del Cda Rai e della riunione dell’Agenzia per le garanzie nelle Comunicazioni - vicenda che Schifani liquida con una querela per calunnia e un «sorriso» - in ballo c’è anche un modo di fare informazione ben spiegato sulla Repubblica dal principe dei giornalisti d’inchiesta, Giuseppe D’Avanzo. Sarà che l’onestà di fondo non ammette confini, D’Avanzo impartisce una bella lezione all’idolo dei «vaffa» Travaglio, svelandone il trucco e il profondo inganno.
Poi D'Avanzo si permette di fare le 10 domande: e il giornalista cambia faccia.
Solo in questo Paese uno come Giuseppe D'Avanzo può ancora fare domande anziché inginocchiarsi e chiedere scusa, solo da noi uno come il suo sodale Attilio Bolzoni può vincere il premio «È giornalismo 2008» anziché fare lo stesso, sì, proprio così, inginocchiarsi e ammettere: ho scritto cazzate, riprendetevi il premio.