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12 dicembre 2024

Piazza Fontana - 55 anni dopo (dire strage fascista è ancora troppo poco)

12 dicembre 1969: una bomba esplode nella banca dell'Agricoltura a Milano alle 16.39 di un pomeriggio freddo e grigio, uccidendo 15 persone.

Generalmente così viene racconta oggi la strage di Milano, la madre di tutte le stragi, che inaugurò poi quel periodo che è stato chiamato "strategia della tensione", dalla bomba alla banca dell'Agricoltura fino alla bomba di Bologna alla stazione dell'agosto 1980.
A volte, per un minimo di decenza si aggiunge che la strage è stata opera di estremisti di destra, neofascisti veneti, senza aggiungere altro. Senza aggiungere, ad esempio, che i fascisti colpevoli della strage non sono stati condannati per un bizantinismo del nostro sistema giudiziario. Che per anni i fascisti colpevoli sono stati protetti dai nostri servizi segreti, dunque anche da una copertura avallata dal livello politico.

E nemmeno si aggiunge che questi fascisti, Franco Freda, Giovanni Ventura, Delfo Zorzi e altri, erano esponenti di Ordine Nuovo, un movimento politico nato per scissione dal Movimento Sociale di Almirante. Il politico che questo governo considera come un padre.

Ma tutto questo è troppo poco passati 55 anni: vogliamo e dobbiamo arrivare ad un livello superiore, per rispetto ai morti e per rispetto alla stessa democrazia.

Le sentenze hanno assolto i fascisti è vero, ma le sentenze raccontano tante cose, come anche i tanti libri sulla strage di Piazza Fontana: l'ultimo che mi è capitato di leggere è La ragazza di Gladio, del giornalista Paolo Biondani. Ne riporto due passaggi

Anche in Italia era arrivata l'onda lunga del '68, con le speranze di rinnovamento politico, libertà civili, giustizia sociale, addirittura rivoluzione, che la destra reazionaria vive come un incubo.

Nel cosiddetto «autunno caldo» del 1969 le lotte operaie si saldano con le proteste studentesche, con scioperi, manifestazioni e cortei che si susseguono soprattutto nelle grandi città industriali. La prima forza di sinistra, il Partito Comunista Italiano (PCI), che dopo lo storico strappo con l'Unione Sovietica è parte attiva della sinistra democratica europea, continua a guadagnare voti, in ogni elezione.

Ed è allora che esplode la cosiddetta «strategia della tensione», che molti anni dopo il giudice Gerardo D’Ambrosio, protagonista della storica istruttoria sulla strage di Piazza Fonana, oggi purtroppo scomparso, riassume in «poche parole», come esordisce lui, alla fine di una giornata di lavoro, nel suo ufficio al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano. 

«Alla fine degli anni sessanta», scandisce il magistrato, con la sua voce calda [..] la scrivania ingombra di fascicoli, alla parete la fotografia dell'amico pubblico ministero Emilio Alessandrini, che indagava con lui su Piazza Fontana e fu ammazzato dai terroristi rossi, «alcuni settori dello Stato, e mi riferisco ai servizi segreti, al Sid, ai vertici militari e ad alcune forze politiche, pianificarono l’uso di giovani terroristi di estrema destra per fermare l’avanzata elettorale della sinistra, che allora sembrava inarrestabile. Le bombe servivano a spaventare i moderati. E l'effetto politico veniva amplificato infiltrando e incolpando falsamente i gruppi di estrema sinistra, per favorire una reazione autoritaria» 

E poi questo secondo sulle protezioni dei fascisti di ieri e sui neofascisti di oggi (dove si parla della strage successiva, quella di Piazza della Loggia a Brescia) e del loro legame con pezzi dello Stato

Il terrorismo esiste un molte parti del mondo ed è contro la democrazia, la società civile, contro lo stato di diritto e i suoi rappresentanti. Tra gli anni Sessanta e Ottanta i magistrati che indagano sulle stragi nere, da Milano a Venezia, da Firenze a Bologna, scoprono questa verità inconfessabile: il terrorismo di destra in Italia è dentro lo Stato. Ci sono ufficiali dei servizi segreti, militari e politici che stanno dalla parte dei terroristi, lavorano contro la giustizia per deviarla e fermarla.

Per lungo tempo la bomba in Piazza della Loggia sembrava un'eccezione: nei primi dieci anni di istruttorie non si vedono tracce di servizi deviati. A scovarle per la prima volta, nel 1985, sono i giudici di Bologna che indagano sulla strage dell’Italicus.

La scoperta è clamorosa, anche se resta per anni incompleta, monca. A Roma, nella sede centrale dei servizi segreti militari - chiamati prima Sifar, poi Sid, quindi Sismi, oggi Aise: ogni cambio di nome è l'effetto della scoperta di scandali criminali di straordinaria gravità, con conseguente grande riforma, prima di tutto lessicale - vengono sequestrate delle copie di informative anonime, mai trasmesse alla magistratura. In gergo si chiamano «veline».

Sono carte che scottano: contengono notizie dettagliatissime su un piano di rinascita clandestina di Ordine Nuovo, come organizzazione stragista conclamata. 

Sono state raccolte dai servizi segreti tra il 1973 e il 1974, nei mesi cruciali della strage di Brescia. L’informatore è un neofascista, che da mesi è a libro paga del Sid. Il suo nome in codice è Tritone. Una fonte interna del terrorismo nero, di spessore straordinario: è in grado di preannunciare gli attentati in tempo reale e poi di riferire i commenti degli autori. E' dentro il nucleo stragista. E racconta in diretta ai servizi quello che viene a sapere.

20 giugno 2024

La ragazza di Gladio di Paolo Biondani

 


Prefazione di Benedetta Tobagi

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace come bussola per addentrarsi nel labirinto dello stragismo, Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Dalle soffitte di Castelfranco Veneto [il deposito delle armi di Ventura, esponente di Ordine Nuovo, tra i responsabili della strage di Milano, assolto nei processi] a quelle in Toscana [come il deposito nell’appartamento del capocentro del Sid Mannucci Benincasa], ai loculi interrati – e violati – dei cosidetti «Nasco»di Gladio in Friuli, ricostruisce la trama fitta e talvolta sorprendente che segue in filigrana quella dei cosiddetti «misteri d’Italia», che poi misteri non sono affatto.

Un libro prezioso, questo La ragazza di Gladio del giornalista Paolo Biondani, per comprendere quella parte della nostra storia che viene generalmente racchiusa nella definizione “anni di piombo”, il periodo che va dalla strage di Milano del 12 dicembre 1969 e che arriva fino al dicembre del 1984 con la bomba fatta esplodere sul rapido 904, la “strage di Natale”. Gli anni delle delle bombe fatte esplodere nelle piazze, come a Brescia il 28 maggio 1974, nelle stazioni, come a Bologna il 2 agosto 1980, sui treni come a Gioia Tauro, sul treno Italicus. Attentati caratterizzati da fattori comuni: prima di tutto i depistaggi organizzati da uomini dello stato (dai servizi militari, dagli stessi investigatori) che hanno reso difficile l’individuazione dei responsabili e arrivare a sentenze di condanna. Poi quella che viene considerata la matrice: sono tutti attentati realizzati da estremisti di destra, di quell’arcipelago nero a destra (e contigui) al Movimento Sociale, con l’obiettivo di creare terrore, alzare il livello di tensione in un paese che, a fine anni sessanta, voleva togliersi di dosso finalmente tutto il vecchiume che arrivava dal regime fascista. Sono gli anni in cui si saldano le proteste degli operai per l’autunno caldo con quelle degli studenti. Sono gli anni in cui si teorizza l’uso delle operazioni coperte, operazioni sporche, per ostacolare l’avanzata delle sinistre, per bloccare il baricentro politico di questo paese attorno al polo di centro destra, col partito della Democrazia Cristiana bloccato al governo. Tutto questo è stato tradotto, prendendo a prestito una formula usata da un quotidiano inglese nei giorni successivi la strage di Milano come “strategia della tensione”: infiltrarsi nei gruppo di protesta della sinistra, alzare il livello dello scontro, organizzare attentati da far addossare alle sinistre, agli anarchici.

Paolo Biondani ha avuto il pregio, in questo romanzo, di raccontare tutto questo usando un linguaggio comprensibile e chiaro, non sono presenti citazioni da atti della magistratura, se non indispensabili al racconto ma, come spiega l’autore nel primo capitolo, qui dentro troverete atti e ricostruzioni che sono state ritenute vere dai giudici

Premessa Questo non è un romanzo. È un libro che racconta solo fatti certi, documentati e comprovati da sentenze inoppugnabili.
E le sentenze, a saperle leggere, mettendole assieme cercando di legarle assieme seguendo un unico filo, parlano: “non è vero che le stragi sono un mistero. C’è un minimo di verità giudiziaria che i cittadini hanno diritto di conoscere”.
Vi assicuro che è assolutamente così: smettiamo di parlare di misteri d’Italia, è vero che non sappiamo ancora tutto sui responsabili delle stragi (a livello politico, intendo, ma poi ci arriveremo), ma sappiamo già molto e tutto questo ci è di aiuto per comprendere la nostra storia di ieri.
E, come spiegherà l’autore negli ultimi due capitoli, anche la storia di oggi, dove troviamo al governo gli eredi di quel partito fondato nel 1946 da ex repubblichini di Salò.
Biondani ha la felice intuizione di raccontare tutto
questo seguendo due tracce abbastanza inedite: la prima è la testimonianza importante di una ragazza che è stata testimone dei preparativi della strage di Brescia del 1974. La seconda è la storia dei depositi delle armi, i Nasco, ad uso della rete di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, concepita in ambito Nato a fine anni 50, che doveva attivarsi in caso di invasione dell’esercito del patto di Varsavia.

La ragazza di Gladio

«la ragazza di Gladio» del titolo è una testimone chiave di un nuovo processo sulla strage di Brescia che si è aperto nel 2024.

Stiamo parlando della fidanzata di Silvio Ferrari, il ragazzo morto mentre preparava un attentato, forse addirittura ucciso dai suoi camerati, era un esponente di Ordine Nuovo (la formazione politica nata da una scissione del Movimento Sociale), che non si fidavano più di lui.
Ai magistrati di Brescia, che oggi stanno celebrando il processo su altri responsabili della strage di Piazza della Loggia e sui livelli superiori ha raccontato una verità incredibile: gli incontri tra questi neofascisti e uomini dello stato in una caserma dei carabinieri a Verona. Incontri in cui esponenti di ordine nuovo e carabinieri, tra cui il capo centro del sid di Verona e il capitano Delfino, parlavano di bombe, di attentati, di violenza.
Tutto il racconto fatto dalla ragazza è stato riscontrato dai magistrati, compresi gli incontri fatti da questi ragazzi appena maggiorenni nella base Nato di Verona dove venivano accolti, oltre che dal capitano Delfino, da un ufficiale americano. Le parole della ragazza di Gladio cambiano completamente il racconto fatto fino ad oggi delle stragi: i fascisti vengono relegati a mera manovalanza, forse qualcuno di loro veramente pensava che si sarebbe arrivato ad una dittatura in Italia, come in Grecia. Ma erano solo pedine nelle mani di pupari ben più abili: alzando lo sguardo verso i livelli più alti, possiamo includere tra i manovratori di questa strategia terroristica ed eversiva pezzi dei servizi, ufficiali Nato e ufficiali dello Stato Maggiore fino ad arrivare ai referenti politici e a quegli imprenditori che li finanziavano.
Tutti questi avrebbero dovuti essere portati a processo per le loro colpe, a partire dagli ufficiali del Sid e poi del Sismi che erano venuti a conoscenza delle stragi, per esempio grazie a quanto raccontava loro Maurizio Tramonte, la fonte Tritone, ma vale lo stesso per Bologna, per Peteano, per i presunti assassini “spontaneisti” dei Nar (l’intelligence dell’esercito sapeva del furto di bombe a mano di Fioravanti, armi usate in successivi attentati). Informazioni mai condivise con l’autorità giudiziaria.

Ma sarebbe alquanto difficile: non siamo riusciti a condannare tutti i fascisti responsabili di quelle bombe allora, figuriamoci cosa potremmo fare oggi dove molti dei protagonisti di queste vicende o sono molto anziani o sono morti.

Nemmeno il colonnello Amos Spiazzi, reo confesso dell’essere appartenuto ad una struttura segreta che organizzava attività illegali anticomuniste: su di lui scrive Biondani “ci vogliono giudici veramente eccezionali per assolvere uno che ha confessato”.

Dovremmo allora avere il coraggio di riscrivere la nostra storia recente, ma non nel senso innocentista come vorrebbe l’attuale maggioranza di destra, ma iniziare veramente a raccontare al paese, non solo alle vittime delle stragi, del doppio stato, della doppia fedeltà di molti uomini delle istituzioni, dei tanti compromessi che abbiamo accettati in nome di Yalta, del mondo diviso in blocchi, della ragione di stato.

I Nasco – violati – di Gladio

I Nasco dovevano essere strutture nascoste dove nascondere armi ed esplosivi, tenuti in involucri sigillati, da usare in caso di invasione dall’altro fronte del blocco.
Chi avrebbe dovuto usare queste armi erano militari e civili dentro Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, una struttura così nascosta da non essere rivelata nemmeno a tutti i presidenti del Consiglio.
Gli italiani ne sono venuti a conoscenza dopo che il presidente Andreotti ne diede notizia , in due comunicazioni alla commissione stragi e alle camere, nel 1990
(dopo il crollo del muro): ma a costringere l’allora presidente a parlare di Gladio furono le inchieste di Venezia che finalmente avevano portato a galla una verità diversa. Gladio era una struttura a due volti: c’era un volto ufficiale, sebbene tenuto nascosto, ma c’era anche un volto segreto e molto più pericoloso.
I gladiatori e, soprattutto, i depositi di armi, furono usati nelle operazioni sporche durante la “strategia della tensione”: come racconta Biondani, molti Nasco furono violati da mani ignote che prelevarono parti di micce ed esplosivi poi usati in attentati.
Dopo che, casualmente, uno di questi arsenali venne scoperto, ad Aurisina, i servizi iniziarono a trasferire le armi nei depositi delle caserme dei carabinieri o in case di civili: sono quei famosi depositi di armi militari scoperti a volte casualmente a volte nel corso di indagini, in cui i proprietari si sono difesi sostenendo di essere collezionisti. E arrivando perfino ad essere creduti dalle corti.
La bomba che uccise i tre carabinieri a Peteano, nel 1972, era stata innescata da un accenditore a strappo, proveniente proprio da un Nasco di Gladio, come racconta l’allora giudice Felice Casson: «Per la bomba di Peteano i terroristi di Ordine nuovo hanno usato un innesco uscito illegalmente da un arsenale di Gladio»..
La strage di Peteano ci è utile per chiarire tutto il disegno: carabinieri erano i tre morti, come carabinieri erano gli ufficiali che hanno depistato le indagini

Dal processo emerge che gli ufficiali erano stati manovrati da un generale molto potente e molto reazionario, Giovanni Battista Palumbo [..] una quinta colonna della P2 all’interno dell’Arma.
Ma c’è di peggio: la macchina saltata in aria a Peteano era stata colpita da proiettili sparati da una calibro 22. Quella pistola, hanno ricostruito le indagini, porta direttamente a due ordinovisti: il primo si chiama Vincenzo Vinciguerra, dopo anni da latitante ha deciso di consegnarsi allo stato per raccontare delle trame nere di Ordine Nuovo, orchestrate dalla P2 di Licio Gelli.
L’altro ordinovista
si chiama Carlo Cicuttini ed era segretario del movimento sociale, che lo aiutò ad espatriare e sfuggire dalla giustizia.

Ma ancora meglio, per raccontare in filigrana queste trame, meno oscure di quanto si pensi, è la bomba alla stazione di Bologna: in questa storia troviamo tutti i protagonisti negativi questa storia, dai terroristi neri, i finti spontaneisti neri dei Nar, Mambro e Fioravanti, e la loggia P2 di Gelli, che a fine anni settanta controllava un pezzo dell’editoria, parte della finanza, i vertici dei servizi e delle forze armate. Le ultime indagini, nate in questi anni dalla scoperta del documento Bologna sequestrato a Gelli in Svizzera e rimasto colpevolmente nel cassetto per anni, gettano una nuova luce sugli organizzatori della strage (perché su chi ha messo la bomba dubbi non ce ne sono):

Perché Licio Gelli, che nel 1980 aveva in mano tutti i servizi segreti, si espone personalmente per fermare le indagini sui giovani spontaneisti armati romani? La spiegazione secondo i magistrati della procura generale di Bologna è chiara: perché era stato proprio il capo della P2 pianificare la strage e a pagare quei terroristi.
Gelli ha finanziato i Nar sin dal 1979 per questa strage, per depistare le indagini ha coinvolto direttamente i suoi referenti nel Sismi (e bloccato le indagini del Sisde, il servizio interno appena nato), orchestrando per tramite del giornalista Tedeschi una campagna stampa a sostegno della pista straniera, quella che oggi chiameremo fake news.
Ma di fake news, di despistaggi, è piena la nostra storia: dalla finta pista anarchica costruita dall’ufficio affari riservati per piazza Fontana, alla finta pista che incolpava i fratelli Papa per la bomba di Brescia, per arrivare al finto anarchico Bertoli per la bomba alla questura di Milano. Fino ad arrivare al finto pentito Scarantino, costruito e istruito dalla squadra di La Barbera per spostare le indagini sulla strage di via D’Amelio, dove fu ucciso il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.

Ma cosa c’entrano le stragi di mafia con le stragi fasciste degli anni di piombo?

La responsabilità politica di quelle stragi - oggi

Se i primi capitoli sono preziosi perché aiutano a comprendere i fatti, le stragi che hanno insanguinato l’Italia tra il 1969 e il 1984, altrettanto importanti sono gli ultimi capitoli, per un duplice motivo: prima di tutto perché raccontano parti della nostra storia sufficientemente recente, che non abbiamo ancora del tutto dimenticato.

Parlo delle stragi di mafia avvenute tra il 1992 e il 1993, la morte dei giudici Falcone e Borsellino, le bombe che colpirono i luoghi d’arte, l’essere arrivati ad un passo da un colpo di stato.
La nascita della seconda repubblica.

Il secondo motivo è perché si parla della responsabilità politica di quanto successo in Italia: oggi in Italia siamo abituati a contestare le sentenze della magistratura (cosa legittima, se si contesta partendo da motivazioni oggettive), figuriamo se a livello politico c’è la volontà di assumersi delle responsabilità politiche, specie su fatti particolarmente infamanti.
Ma ancora una volta sono i fatti a parlare: oggi si parla di stragi fasciste, delegando le colpe ai soli esponenti di ordine nuovo, come se questo fosse un movimento a sé stante.

Scrive Biondani:

..le stesse sentenze definitive fanno notare che ordine nuovo non era un'organizzazione occulta era una corrente del movimento sociale Italiano. Le brigate Rosse, prima linea e le altre bande criminali terroristi di sinistra erano gruppi armati clandestini che agivano segretamente fuori e contro tutti i partiti rappresentanti in Parlamento a cominciare dal PC di Berlinguer, che loro accusavano di aver tradito il comunismo.
Il terrorismo nero invece è nato dentro
il partito ufficiale della destra italiana. I suoi leader migliori [Almirante] se ne sono resi conto purtroppo solo tra il 1973 e il 1974 dopo cinque anni di bombe sui treni e nelle piazze e i loro eredi non ne parlano.
Nel libro vengono citate le storie del senatore Abbatangelo, coinvolto nell’inchiesta sulla strage del rapido 904, di Carlo Cicuttini per Peteano, di Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, quest’ultimo dirigente del MSI fino al 1973.
Non è un anno casuale, il 1973, è l’anno dove a Milano, in un corteo del movimento sociale viene lanciata una bomba a mano contro un agente di polizia, Antonio Marino, che muore per l’esplosione. I militanti missini avevano pronte delle finte tessere del pci, che sarebbero servite per addossare le colpe alla sinistra.

La verità giudiziaria sulle stragi in Italia ricostruita in tutte le sentenze più importanti è la storia della corrente di un partito. Ordine nuovo nasce nei primi anni cinquanta come ala di estrema destra del movimento sociale Italiano.

Il famoso album di famiglia andrebbe sfogliato anche a destra dunque: finché non lo faremo, continuerà a mancare un pezzo di verità al racconto della nostra storia. Un pezzo di verità che le istituzioni di questo paese, di qualunque colore, devono avere il coraggio di andare a ricercare e raccontare e questo vale per la bomba scoppiata in piazza della Loggia fino alle bombe che sono scoppiate nel nostro paese nel biennio dello stragismo mafioso 1992-93: tante analogie le legano le une alle altre, troppe.

La campagna di attentati sanguinari che ha colpito le nostre città tra la fine del 1992 e l'inizio del 1994, nei mesi che hanno cambiato il sistema di potere in Italia, nascondeva una nuova strategia della tensione.

In questa trama c'è un disegno di stampo terroristico, sicuramente organizzato ed eseguito dai boss di cosa nostra. Ma probabilmente non è solo mafia.

Altri articoli sul libro

- La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia

- La ragazza di Gladio - le coperture dello Stato ai fascisti

- La ragazza di Gladio - la fidanzata di Silvio Ferrari

- La ragazza di Gladio - la strage di Bologna, la manovalanza di destra, Gelli, P2 e i servizi


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18 giugno 2024

La ragazza di Gladio - la strage di Bologna, la manovalanza di destra, Gelli, P2 e i servizi


Dopo i capitoli dedicati agli arsenali di Gladio, la struttura occulta che doveva servire in ambito Nato in caso di invasione sovietica e che invece ha fatto da scudo alle trame nere della strategia della tensione, agli strani collezionisti di armi dentro i servizi, nelle formazioni di destra, il racconto di Paolo Biondani si occupa della strage di Peteano, coi morti dell'Arma e coi depistaggi della stessa arma (di ufficiali legati ai servizi).

Poi l'inchiesta sull'organizzazione Rosa dei Venti, seguita dal giudice Tamburino che portò all'incriminazione e al processo del colonnello Amos Spiazzi: nonostante l'ammissione di far parte di questa cellula con dentro civili e militari in funzione anticomunista, è stato assolto dai processi.

Come accadeva spesso in quegli anni di iper garantismo nei confronti degli esponenti di destra e dei loro protettori nello Stato.

Un capitolo  importante del libro è quello dedicato alla strage di Bologna il 2 agosto 1980: 85 morti e più di 200 feriti. 

L’attentato è stato eseguito da una banda armata di terroristi neofascisti, con la copertura dei vertici piduisti dei servizi segreti militari e del loro criminale burattinaio, Licio Gelli.

Ad ogni anniversario partono le campagne innocentiste da parte della nostra destra, oggi destra di governo: "Io a destra non c'ero" era il meme dei messaggi di esponenti di Fratelli d'Italia, il partito nato dal movimento sociale. 

Ma i NAR c'erano quel giorno a Bologna: lo dicono le carte dei processi, che Biondani riassume molto bene. 

C'erano i NAR Mambro e Fioravanti, c'erano anche i loro complici Ciavardini e Cavallini: in primo grado è stato condannato anche Paolo Bellini (l'infiltrato di Cosa Nostra, killer della ndrangheta, l'ispiratore degli attentati contro opere d'arte nella stagione stragistica della mafia del 1992), riconosciuto da un frame di un video.

Nonostante le schiere di negazionisti, da parte di questa destra, è provata la loro presenza a Bologna. Come sono provati i fondi che dall'Ambrosiano sono passati, per tramite di Gelli, ai Nar, che in quegli anni tra il 1979 e il 1980 compiono il salto, diventando terroristi anche per conto terzi.

Ci sono le prove, rimaste nel cassetto per anni, dei pagamenti di Gelli a Mambro e Fioravanti. Come è rimasto nel cassetto anche l'appunto "artiglio" un cui Gelli lanciava una vera e propria minaccia allo Stato.

Le fantomatiche piste internazionali sono una invenzione dei servizi (che si ritiene abbiano creato i Nar), di Gelli, di Federico Umberto D'Amato e del giornalista e senatore del Movimento Sociale Mario Tedeschi.

Erano solo depistaggi, come la bomba con l'esplosivo, uguale a quello usato nella stazione, fatta trovare dai servizi sul treno il il 13 gennaio 1981: per quel depistaggio furono condannati i vertici piduisti dei servizi e Gelli.

Ancora una volta, i servizi erano al corrente di quello che si stava preparando, del grande botto a Bologna: l'autore racconta di diversi dossier raccolti da varie fonti, che non furono comunicate alle autorità giudiziarie né prima né dopo.

.. come facevano, i piduisti del Sismi, a conoscere esattamente la miscela di composti della bomba del 2 agosto?

I periti dei magistrati di Bologna non avevano ancora comunicato ai magistrati quale miscela fosse quella della bomba di Bologna.

Come hanno fatto la P2 e i vertici del Sismi a sapere quale fosse il composto usato dai Nar per la bomba del 2 agosto?

Le istruttorie hanno stabilito che fu uno degli artificieri, un militare, a fare la soffiata a un dirigente del Sismi: il capo-centro di Firenze, colonnello Mannucci Benincasa. Proprio lui, l’ufficiale a cui fu sequestrato un arsenale clandestino..

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- La ragazza di Gladio - la fidanzata di Silvio Ferrari

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La ragazza di Gladio - la fidanzata di Silvio Ferrari


Uno dei punti centrali del libro, preciso, facile da leggere, basato solo su fatti accertati (non illazioni o ipotesi da vagliare) è la testimonianza della fidanzata di Silvio Ferrari: era il ragazzo bresciano che faceva parte di Ordine Nuovo, morto mentre stava preparando un attentato contro un locale.

Non era uno dei tanti ragazzetti che inneggiava al duce e alzava il braccio: nel 1973 e ad inizio 1974 Ordine Nuovo, dopo essere stata sciolto (ufficialmente) dal presidente Rumor, dove aver visto che gli attentanti (come Milano alla Banca dell'agricoltura) non hanno portato ad un governo di destra, decide di alzare la posta.

Servono altre bombe, serve altro terrore, perché la gente impari. Impari a non chiedere riforme progressiste, salari più dignitosi, scuole e università per tutti.

Queste bombe, questo nuovo corso della strategia della tensione non è solo frutto della loro mente: la fidanzata di Silvio Ferrari, che solo adesso che è morto un certo generale molto chiacchierato ha deciso di parlare al processo di Brescia, è stata testimone di incontri tra questi neofascisti e ufficiali dei carabinieri legati ai servizi.

La storia inizia proprio in una caserma, che è rimasta scolpita nella mente della testimone. «Quella stazione dei carabinieri giocò un ruolo molto importante negli ultimi mesi di vita di Silvio. Ci andavamo con la sua moto. E qualche volta in macchina, portati da un appuntato di Brescia.

In quella caserma ho partecipato a diverse riunioni con il capitano Delfino e con altri ufficiali dei carabinieri, credo, di cui non conoscevo i nomi e i gradi. Io ero lì per Silvio, lui mi portava per avere una testimone.» Ogni partecipante aveva un posto attorno ad un tavolo tondo, in una stanza spoglia, ma con una decina di foto di militari appese alle pareti. C'erano quattro giovani neofascisti: lei, Silvio, un duro del gruppo bresciano e un veronese «un po' più piccolo», s'intende di età, ma «tremendo, determinato.» Intervallati tra loro, sedevano quattro militari.

Delfino, in divisa, era in mezzo ai due duri, il veronese e il bresciano.

[..]

Il ricordo è lancinante, ancora oggi le trafigge il cuore. «Sin dalla prima riunione alla quale partecipo, che collocherei nel gennaio 1974 o al massimo nel dicembre 1973, si parla di una strage da fare al Blue Note di Brescia.

La strage di Brescia, a piazza della Loggia, sarebbe dunque nata da un incontro tra neofascisti e uomini dello stato. Persone in divisa.

Come il capitano Delfino, quello del pentito Balduccio Di Maggio.

Ma c'è di peggio nel racconto della testimone, tutto riscontrato dai magistrati, non è nulla di inventato: alcuni incontri avvenivano nel comando FTASE di Verona

Senza possibilità di sviluppo processuale è rimasta, invece, la notizia che in apparenza sembrava la più sensazionale: l'ipotesi che Delfino facesse capo alla Cia o ad altri apparati statunitensi. 

L’unico dato certo è che a Verona la testimone ha riconosciuto il palazzo del centro storico, in via Roma, che allora ospitava il comando della Nato.

«Ho accompagnato più volte Silvio qui dentro: entravamo all'interno, lui parcheggiava la moto nel cortile e veniva ricevuto dal capitano Delfino in uniforme nera. C'erano anche altri militari in uniforme carta da zucchero, un azzurro verso il blu. Io non li seguivo mai, rimanevo vicino alla motoretta. Poi Delfino lo riaccompagnava in cortile e ripartivamo.» 

Il verbale è suggestivo: Delfino, in effetti, era soprannominato «l’americano» e fu anche sospettato di essere un referente della Cia a Brescia.

[..]

La scena di un giovane terrorista neofascista bresciano che viene ricevuto in un comando strategico della Nato ha dell’incredibile.

Manovalanza fascista, pupari dentro lo stato.

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La ragazza di Gladio - le coperture dello Stato ai fascisti

 

Come mai lo stragismo in Italia è durato così tanti anni? Come mai è stato così difficile per i magistrati arrivare ad accertare le responsabilità materiale e individuare i colpevoli (esponenti dell'arcipelago nero contiguo spesso al Movimento Sociale, il partito dell'ordine)?

Perché i gruppi neofascisti, Ordine Nuovo (movimento nato dal MSI nel 1956), Ordine Nero, Avanguardia Nazionale, Nar non agivano isolati, erano aiutati economicamente e militarmente da corpi dello stato. E protetti da pezzi delle istituzioni: si parla spesso di servizi deviati, ma ad essere deviato dall'obbligo di fedeltà alla Costituzione era un intero pezzo dello Stato. Che usò i fascisti per condizionare la vita politica di questo paese, bloccando le richieste di riforme progressiste che arrivavano dal paese, con l'onda lunga del 1968.

Questa è verità storica e processuale: i servizi sapevano di cosa stavano organizzando i fascisti di Ordine Nuovo nel 1974: avevano informatori nei movimenti di destra, ricevevano delle veline. Ma non hanno avvisato i magistrati né le forze dell'ordine, né prima della strage né dopo.

Il terrorismo esiste un molte parti del mondo ed è contro la democrazia, la società civile, contro lo stato di diritto e i suoi rappresentanti. Tra gli anni Sessanta e Ottanta i magistrati che indagano sulle stragi nere, da Milano a Venezia, da Firenze a Bologna, scoprono questa verità inconfessabile: il terrorismo di destra in Italia è dentro lo Stato. Ci sono ufficiali dei servizi segreti, militari e politici che stanno dalla parte dei terroristi, lavorano contro la giustizia per deviarla e fermarla.

Per lungo tempo la bomba in Piazza della Loggia sembrava un'eccezione: nei primi dieci anni di istruttorie non si vedono tracce di servizi deviati. A scovarle per la prima volta, nel 1985, sono i giudici di Bologna che indagano sulla strage dell’Italicus.

La scoperta è clamorosa, anche se resta per anni incompleta, monca. A Roma, nella sede centrale dei servizi segreti militari - chiamati prima Sifar, poi Sid, quindi Sismi, oggi Aise: ogni cambio di nome è l'effetto della scoperta di scandali criminali di straordinaria gravità, con conseguente grande riforma, prima di tutto lessicale - vengono sequestrate delle copie di informative anonime, mai trasmesse alla magistratura. In gergo si chiamano «veline».

Sono carte che scottano: contengono notizie dettagliatissime su un piano di rinascita clandestina di Ordine Nuovo, come organizzazione stragista conclamata. 

Sono state raccolte dai servizi segreti tra il 1973 e il 1974, nei mesi cruciali della strage di Brescia. L’informatore è un neofascista, che da mesi è a libro paga del Sid. Il suo nome in codice è Tritone. Una fonte interna del terrorismo nero, di spessore straordinario: è in grado di preannunciare gli attentati in tempo reale e poi di riferire i commenti degli autori. E' dentro il nucleo stragista. E racconta in diretta ai servizi quello che viene a sapere.

Il 25 maggio 1974 la fonte Tritone partecipa all’incontro più nefasto: il vertice in cui viene pianificata la strage di Brescia. Ne parla con il suo referente nel Sid.

Ma nessun ufficiale lancia l'allarme. I magistrati e la polizia giudiziaria non ne vengono informati. Né allora, né dopo la strage. Le veline, anzi, vengono bruciate.

Tritone era un neofascista attivo in Veneto, reclutato dal centro SID di Padova, dove «intorno al 1984-85», in coincidenza con una nuova serie di indagini sui servizi, arriva l'ordine di «distruggere tutti gli archivi con il fuoco» [..] un ordine assurdo impartito direttamente dall'allora comandante del Sismi, cioè dal numero uno in carica dei servizi segreti militari. [La ragazza di Gladio di Paolo Biondani ]

Altri articoli sul libro:

- La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia (link)

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17 giugno 2024

La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia

 

Non è vero che delle stragi nere avvenute in Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta non sappiamo niente: depistaggi, protezioni dei terroristi (fascisti, legati a partiti di estrema destra, come il Movimento Sociale) da parte di centri di potere in Italia e oltre oceano hanno reso difficile la ricerca delle verità su responsabili e mandanti sulle bombe di Milano, Brescia, Bologna e gli altri attentati avvenuti durante la strategia della tensione.

Ma molte cose le sappiamo: questo romanzo di Paolo Biondani, giornalista de l'Espresso, racconta le trame nascoste dietro queste stragi partendo da due punti di indagine quasi inediti fino ad oggi. Una testimone degli incontri tra i fascisti che hanno preparato e organizzato la strage di Brescia con ufficiali dell'Arma dei carabinieri, con incontri avvenuti in presenza di ufficiali del SID (il nostro servizio segreto) e alcuni perfino nella base Nato di Verona.
E poi il filone delle armi: come scrive Benedetta Tobagi nell'introduzione

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace.

Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Le armi, i servizi deviati (o, meglio, al servizio dell'antistato), i gruppi fascisti usati come pedine di questo gioco del terrore, Gladio (compresa la Gladio nascosta, la Gladio nera), il mondo diviso in blocchi, la scelta politica di bloccare l'avanzata delle forze progressiste usando il terrore: di questo parla il libro nel primo capitolo, per bocca di un magistrato che quelle trame le ha viste da vicino, Gerardo D'Ambrosio.

Anche in Italia era arrivata l'onda lunga del '68, con le speranze di rinnovamento politico, libertà civili, giustizia sociale, addirittura rivoluzione, che la destra reazionaria vive come un incubo.

Nel cosiddetto «autunno caldo» del 1969 le lotte operaie si saldano con le proteste studentesche, con scioperi, manifestazioni e cortei che si susseguono soprattutto nelle grandi città industriali. La prima forza di sinistra, il Partito Comunista Italiano (PCI), che dopo lo storico strappo con l'Unione Sovietica è parte attiva della sinistra democratica europea, continua a guadagnare voti, in ogni elezione.

Ed è allora che esplode la cosiddetta «strategia della tensione», che molti anni dopo il giudice Gerardo D’Ambrosio, protagonista della storica istruttoria sulla strage di Piazza Fonana, oggi purtroppo scomparso, riassume in «poche parole», come esordisce lui, alla fine di una giornata di lavoro, nel suo ufficio al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano. 

«Alla fine degli anni sessanta», scandisce il magistrato, con la sua voce calda [..] la scrivania ingombra di fascicoli, alla parete la fotografia dell'amico pubblico ministero Emilio Alessandrini, che indagava con lui su Piazza Fontana e fu ammazzato dai terroristi rossi, «alcuni settori dello Stato, e mi riferisco ai servizi segreti, al Sid, ai vertici militari e ad alcune forze politiche, pianificarono l’uso di giovani terroristi di estrema destra per fermare l’avanzata elettorale della sinistra, che allora sembrava inarrestabile. Le bombe servivano a spaventare i moderati. E l'effetto politico veniva amplificato infiltrando e incolpando falsamente i gruppi di estrema sinistra, per favorire una reazione autoritaria»

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18 dicembre 2013

Il cavaliere nero, di Paolo Biondani e Carlo Porcedda


UNA CACCIA AL TESORO LUNGA PIÙ DI VENT’ANNI. UNA STORIA CHE SEMBRA UN ROMANZO. GRAZIE A UNA SERIE DI DOCUMENTI INCONTESTABILI, PUBBLICATI IN QUESTO LIBRO, OGGI CONOSCIAMO LA VERITÀ. IL PATRIMONIO NERO DI SILVIO BERLUSCONI NON HA PIÙ SEGRETI.

I due giornalisti Biondani e Porcedda raccontano in questo libro la storia della caccia al tesoro nero di Berlusconi: quello che, grazie all'aiuto dell'avvocato londinese David Mills ha costituito nei paesi offshore, comprando i film dalle major americane tramite queste scatole "di nero", che, passaggio dopo passaggio, facevano lievitare i costi in modo fittizio per Fininvest.
Siccome le società offshore da cui comprava erano inrealtà tutte riferibili a lui, Berlusconi è riuscito a raggiungere diversi obiettivi: pagare meno tasse in Italia (potendo far figuare nei suoi bilanci valori in uscita più alti del vero) e creare all'estero un tesoro in fondi neri, non tassati poiché invisibili al fisco.
Questo meccanismo è servito per poter mantenere il controllo di Tele+, creando dei finanziatori occulti di questa televisione (che per legge Berlusconi non avrebbe potuto controllare direttamente): questi in realtà ricevevano i soldi dal fondo Horizon, riconducibile al cavaliere (nero).
Ma questo tesoro è stato usato anche per pagare in nero i giocatori del Milan (come i tre olandesi del Milan, che sono stato alla fine condannati per frode fiscale). Come il giocatore comprato dal Torino Gianluigi Lentini: la caccia al tesoro è partita proprio dai pagamenti in nero a Lentini: da qui i magistrati sono risaliti alle varie scatole vuote, costituite prima in Svizzera e poi nei Caraibi.

Da queste scatole sono usciti anche i soldi per pagare la corruzione del giudice Metta, per la sentenza sul lodo Mondadori. Per le tangenti di Craxi, quando il governo socialista stava mettendo mano alla riforma del sistema televisivo, la legge "fotocopia" Mammì.

Tangenti che hanno portato alla condanna dei magistrati romani finiti nell'inchiesta "Toghe sporche" (grazie alle rivelazioni del teste Ariosto), come anche delle condanne degli avvocati Previti, Pacifico e Acampora (senza che nessuno di questi abbia risarcito lo stato).

Senza l'aiuto di David Mills, Berlusconi non avrebbe potutto costruirsi questo sistema di nero: inoltre Mills ha aiutato B. anche durante i processi avvenuti negli anni '90 (casi Tele+, caso Lentini), mentendo sul reale proprietario che stava dietro le sue società offshore e nascondendo le carte che erano in suo possesso agli investigatori italiani e permettendo così, ai processi di finire in prescrizione.
Anche il processo per falsa testimonianza a David Mills, è finito in prescrizione.
Prescrizione che, giova ripeterlo, non significa affatto innocenza.

Perché, per difendersi dai processi (che sono iniziati ben prima della sua famosa discesa in campo), il cavaliere nero è ricorso alle leggi ad personam: la revisione del falso in bilancio (che ha mandato in fumo il processo per All Iberian, l'affare Lentini), la legge blocca Rogatorie (poi giudicata non applicabile) per bloccare le rogatorie verso la Svizzera per il processo Previti. La ex Cirielli del 2005, che avendo accorciato i tempi di prescrizione, ha salvato Mills e anche Berlusconi per la corruzione dell'imputato.

E' grazie al pm De Pasquale che si è riusciti ad arrivare alla condanna di B., passato in giudicato dopo la sentenza della Cassazione: ha fatto una contestazione supplettiva a Berlusconi per il reato di frode fiscale, per l'ammortamento delle sue società negli anni 2002 2003.
La buccia su cui è scivolato il cavaliere.
Troppi erano gli indizi, le carte, le testimonianze che convergevano su un'unica verità: quella della sentenza Mediaset
“Silvio Berlusconi è l’ideatore, l’organizzatore e il beneficiario finale di una colossale e sistematica frode fiscale.”
Sentenza Mediaset, 1° agosto 2013.


Questo perché, anche quando era presidente del Consiglio, tutto il castello di nero, tutti i dirigenti del gruppo che trattavano gli acquisti dei film dalle major americane (Lorenzano e Bernasconi) facevano riferimento a  lui:
“Era un’area di attività assolutamente chiusa e impenetrabile… dava conto direttamente a Silvio Berlusconi e non riferiva al consiglio d’amministrazione.”
Francò Tatò, all’epoca amministratore delegato di Fininvest, 1994.


I numero del nero sono impressionanti: i 7 milioni contestati per il reato di frode fiscale sono solo la parte sfuggita alla prescrizione di quei 368 milioni di dollari in nero, su cui B. non ha pagato le tasse. A questi vanno agguinti i 775 milioni di euro, a nero, per gli anni 1988-1994. I depositi fiduciari presso Arner Bank e la banca BIL in Lussemburgo.
I magistrati sono ancora alla ricerca di buona parte di questo tesoro: la più grande caccia al testo l'ha vinta lui, il cavaliere nero: “Berlusconi è stato condannato a rimborsare allo Stato 10 milioni di euro. Meno di un trentaseiesimo dei profitti che ha potuto nascondere all’estero.”


Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.


A fine libro trovate i documenti dell'inchiesta citati dal libro
La lettera dei dirigenti Fox dove si spiega il meccanismo messo in piedi da B. dello "shell game"

La lettera dell'avvocato Mills al suo commercialista Brennan, dove spiega di aver aiutato B. non rivelando ai magistrati particolari che l'avrebbero danneggiato