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02 agosto 2025

Bologna, la matrice che si vuole cancellare

 

Immagine presa dal sito de l'Ansa

Bologna 2 agosto 1980: una bomba esplode nella sala d’attesa della stazione, nei giorni dell’esodo estivo degli italiani.

85 morti e più di duecento feriti: diversamente da altre stragi degli anni settanta, per Bologna le sentenze sono riuscite a portare a delle condanne dei responsabili, nonostante i tanti depistaggi partiti dall’interno delle stesse istituzioni.

La bomba è stata messa da esponenti dei NAR, la formazione neofascista formata da giovani missini, Giovanna Mambro, Giusva Fioravanti, Luca Ciavardini, Gilberto Cavallini.

I giudici, le parti civili, l’associazione vittime della strage non si è voluta fermare solo ai responsabili materiali (rimasti in carcere per pochi anni per essere ammessi poi a regime di semilibertà): le ultime sentenze sono arrivate ad individuare chi ha finanziato la strage fascista, la Loggia P2 di Licio Gelli e chi ne ha tirato le fila all’interno dello stato, il prefetto Umberto D’Amato a capo dell’Ufficio Affari Riservati nel ministero dell’Interno.

Ma queste sentenze ci portano dritto verso il Movimento Sociale, per la condanna al senatore missino Mario Tedeschi e la condanna di Paolo Bellini.

Strano personaggio quest’ultimo: esponente di Avanguardia Nazionale, con diversi omicidi alle spalle, implicato nella trattativa stato mafia, in rapporto coi carabinieri come confidente..

La sentenza che lo condanna per la strage di Bologna lo indica come responsabile del “trasportare, consegnare e collocare quantomeno parte dell’esplosivo” per la strage.

Abbiamo ora abbastanza materiale per tirare assieme le fila: strage fascista, coperture istituzionali (non dimentichiamoci del depistaggio messo in atto dal Sismi per avallare la presunta pista internazionale che viene sempre tirata fuori, nonostante l’insussistenza di prove), finanziamenti dalla massoneria deviata di Gelli, una persona influente con buoni rapporti oltreoceano, la moglie americana a cui eravamo sposati negli anni della strategia della tensione.

Questa la matrice che emerge dalle sentenze: lo scrive oggi Lirio Abbate su Repubblica

I neofascisti hanno messo la bomba alla stazione di Bologna. L’hanno trasportata, piazzata, fatta esplodere. Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini, Paolo Bellini: cinque nomi, cinque sentenze. Tutti esecutori, tutti terroristi neri. E dietro di loro il burattinaio: Licio Gelli, capo della loggia P2, finanziatore e mandante. Non è più un’ipotesi. È una verità storica e giudiziaria. Ma è anche una verità che imbarazza. E che l’Italia di oggi, con un governo di destra post-missina, preferisce non vedere.

Come per le stragi di mafia della stagione 1992-1993, la destra di governo non vuole vederla questa matrice, preferisce glissare, “noi non c’eravamo”, tirano fuori la pista palestinese. Non si fanno scrupolo nel nascondere quelle relazioni che altrove sarebbero imbarazzanti: i legami tra tanti personaggi coinvolti nelle stragi e il movimento sociale, il partito dell’ordine, il partito nato dalla fiamma fascista dentro cui si sono formati la presidente Meloni e altri esponenti di governo.

Meglio dimenticare allora, meglio non dire nulla, tanto domani gli italiani, non tutti certo, si saranno dimenticati di Bologna, delle vittime, delle loro famiglie.

Ma noi no, noi il nodo al fazzoletto lo abbiamo fatto e non ci dimentichiamo di cosa sia stata la destra italiana.

Quella su cui stava indagando il magistrato Mario Amato prima di essere ucciso da Luigi Ciavardini (si, quello della foto assieme alla presidente della commissione antimafia Colosimo):

«Sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi».

La “verità d’assieme” che mette assieme tutto legando assieme i NAR, i fascisti della generazione precedente ritenuti collusi col sistema e coi servizi (parliamo di Ordine Nuovo, quelli delle bombe di Milano e Brescia e di Avanguardia Nazionale), la P2, pezzi deviati dello stato fino ad arrivare alla soglia del movimento sociale, il partito che praticava l’ordine e la sicurezza di giorno per poi praticare la violenza di notte.

E oggi vedremo nuovamente gli attacchi ai magistrati (e all'associazione dei familiari delle vittime) da parte di una maggioranza che, sarà un caso, sta approvando una "riforma" della giustizia con la separazione delle carriere che era presente nel piano di rinascita di Gelli. Un caso.


07 maggio 2025

Il nero dei giorni di Mario di Vito

Storia del giudice Amato, delle sue indagini e del suo omicidio

Martedì 25 marzo 1980.

L’uomo più solo

1. Il paese è reale

I carabinieri che entrano in campo subito dopo il fischio finale dell’arbitro li hanno visti tutti. Chi non era sugli spalti ha potuto recuperare grazie alle telecamere di 90° minuto. Allo Stadio Olimpico di Roma, sulla pista d’atletica, ci sono un’auto della Guardia di Finanza e un taxi giallo.
Negli spogliatoi degli stadi di mezza Italia intanto arrestano calciatori. Della Lazio, del Perugia, del Milan, dell’Avellino.

Milioni di persone hanno potuto godere dello spettacolo delle manette che scattano attorno ai polsi degli eroi.

Nel crepuscolo della prima Repubblica, cominciato negli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, è successo anche questo: il blitz della Finanza che arresta sul campo i calciatori per l’inchiesta sul calcio scommesse.

Ma quel lontano 1980 è stato anche l’anno di Ustica, della strage di Bologna, delle Olimpiadi a Mosca boicottate dagli Usa come ritorsione per l’invasione dell’Afghanistan.

Sono gli anni in cui vengono uccisi, da terroristi rossi e neri magistrati (Guido Galli, Bachelet, Emilio Alessandrini), presidenti di Regione (Piersanti Mattarella), segretari di partito (Pio La Torre nel 1982). Ma a finire uccisi in questa guerra tra stato e antistato (le magie, l’eversione nera, il terrorismo rosso) ci sono anche persone comuni come Valerio Verbano..

Il 1980 è anche l’anno dell’omicidio di un magistrato della procura di Roma, Mario Amato, ucciso dal NAR (un gruppo terrorista di estrema destra) Gilberto Cavallini assieme al complice Gilberto Cavallini il 23 giugno 1980, pochi giorni prima delle sue vacanze. Ucciso mentre aspettava il bus per poter arrivare in orario nel suo ufficio, perché la procura non gli aveva dato né un auto di servizio e nemmeno una scorta.

Mario Amato era un magistrato solo perché la procura, il suo capo, il procuratore Di Matteo, i suoi colleghi al palazzaccio, l’avevano lasciato solo coi suoi faldoni per le indagini sul terrorismo nero. Molti di questi erano l’eredità di un altro magistrato, Vittorio Occorsio, anche lui ucciso da un militante di estrema destra, Concutelli, nell’estate del 1976.

Mario Amato aveva chiesto di essere affiancato da altri colleghi per poter lavorare in pool (come i colleghi che avevano indagato sul calcio scommesse): perché il carico di lavoro che doveva sostenere era troppo oneroso, perché lavorando da solo era più facile colpirlo. Perché si sentiva di essere diventato un bersaglio da parte di quella rete di protezione che stava attorno ai gruppi neofascisti, non solo a Roma.

Questo sostituto sa di essere a rischio dal momento in cui, poche settimane dopo il suo arrivo a Roma il 30 giugno 1977, il capo Giovanni De Matteo lo ha designato come solo e unico erede dei fascicoli aperti da Vittorio Occorsio, morto ammazzato il 10 luglio 1976.

Aveva capito, lavorando col suo modo meticoloso e preciso, la diversa natura dei terroristi neri: non era figli di operai o di quella classe operaia che volevano emancipare abbattendo il sistema, come le BR. I “neri” erano anche i figli della borghesia, gente cresciuta nei ricordi della repubblica di Salò (buoni ad infestare i sonni della Repubblica nata dalla guerra di Liberazione).

«Va precisato che il terrorismo di destra nasce dalla classe della media e alta borghesia. Le persone che agiscono in tale campo sono figli di professionisti, di colleghi, di imprenditori industriali...»

Questi estremisti neri godevano di una sorta di impunità, primo perché ritenuti meno pericolosi dei “rossi”, poi per quelle protezioni nel mondo dei professionisti, come gli avvocati di grido che li difendono nei pochi processi. Ma anche all’interno della Procura, come scoprirà sulla sua pelle per l’ostilità del collega Antonio Alibrandi (uno che non nascondeva le sue simpatie missine), padre dell’esponente dei Nar Alessandro Alibrandi.

Leggendo delle accuse che gli sono state rivolte, da avvocati ma anche da colleghi, sembra di rivivere un deja vu dei giorni nostri: toga rossa, inventore di un teorema, quello del terrorismo nero

Nel 1980 parlare di «toghe rosse» è qualcosa di molto grave, e di solito lo fa la destra – là dove per destra intendiamo esclusivamente il Movimento sociale italiano

Si difende Mario Amato, come può: per esempio denunciando il clima ostile e le difficoltà nel portare avanti il suo lavoro davanti alla commissione del CSM

«Recentemente ho molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato da accuse e denunce in quanto vengo visto come la persona che vuole creare il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio», argomenta Amato davanti al Csm. Non è una polemica fine a sé stessa, né una polemica funzionale a una qualche battaglia di posizionamento all’interno della procura di Roma. È un grido d’aiuto.

Prosegue Amato: «Affiancandomi dei colleghi sarebbe possibile sia ridurre i rischi propri della personalizzazione dei processi, sia darmi un conforto in quanto se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia asserita faziosità. Oltre a tali motivazioni vi è, poi, anche quella che non ce la faccio più da solo perché è un lavoro massacrante che comporta la necessità di tenere a mente centinaia di nomi e centinaia di dati, il che è impossibile per una persona sola. Nonostante, peraltro, le più reiterate e motivate richieste di aiuto, a tutt’oggi, tale aiuto non mi è stato dato».

Una denuncia coraggiosa, perché di fatto mette in discussione la capacità del capo della procura, Di Matteo, nel saper organizzare il lavoro dei suoi sostituti. Una denuncia che non fa che aumentare il clima di ostilità nei suoi confronti.

Ma sarà una denuncia inutile, perché poco prima di partire per le vacanza, il 23 giugno 1980, verrà ucciso dai NAR: Ciavardini e Cavallini, come si è detto, e poi Mambro, i fratelli Fioravanti. Ragazzi di buona famiglia, cresciuti dentro le formazioni giovanili del movimento sociale, che giocavano alla rivoluzione prendendo le distanze dalle vecchie formazioni fasciste ritenute complici di quel sistema che volevano distruggere.
Della morte di Amato è diventata famosa una foto scattata da un cronista accorso sul luogo del delitto poco dopo i colpi:

Scatta una foto che diventerà famosissima per un dettaglio. Sotto la scarpa sinistra del giudice c’è un buco malamente rattoppato. Un buco che significa 600 fascicoli aperti in ufficio, e una sconfinata solitudine nell’affrontarli.

Questo era Mario Amato, il magistrato che, stancamente verrebbe voglia di dire, viene ricordato ogni anno usando le stesse parole di circostanza, che ci sia una giunta di destra di sinistra o altro.
Ma perché è stato ucciso quel magistrato? C’è un dettaglio che può raccontarci molto delle indagini di Amato e di quello che stava scoprendo sulle formazioni neofasciste e su chi gli stava dietro:

.. lo stesso Csm ha riportato in un volume pubblicato nel 2011 sulla storia dei tanti magistrati uccisi nell’Italia repubblicana: «Sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi».

Ecco, la seconda parte del saggio di Mario Di Vito cerca di spiegare questa “verità d’assieme” che mette assieme tutto legando assieme i NAR, i fascisti della generazione precedente ritenuti collusi col sistema e coi servizi (parliamo di Ordine Nuovo, quelli delle bombe di Milano e Brescia e di Avanguardia Nazionale), la P2, pezzi deviati dello stato fino ad arrivare alla soglia del movimento sociale, il partito che praticava l’ordine e la sicurezza di giorno per poi praticare la violenza di notte.

A questa verità d’assieme si può arrivare mettendo assieme tutti i pezzi di questo enorme puzzle di cui però ci mancano alcune tessere: i vari filoni dell’inchiesta sulla strage di Bologna, i rapporti dei Nar e in particolare di Valerio Fioravanti con Paolo Signorelli, il professore, fondatore di Ordine Nuovo ed esponente del MSI, indagato più volte in vari episodi della strategia della tensione e uscito sempre assolto.

Il famoso documento “Bologna” trovato nelle disponibilità di Gelli dove si scopre del finanziamento dal venerabile ai Nar per preparare la strage (così dicono i giudici nelle sentenze) passando per l’Ambrosiano di Calvi.

Come a dire, nonostante il passare degli anni e delle sigle della galassia neofascista, il substrato ideologico era sempre lo stesso, attaccare lo stato democratico, le istituzioni.

Cosa ci manca per arrivare a questa verità d’assieme, per arrivare ad una verità completa sulle stragi fasciste? Nonostante le sentenze parlino chiaro, la strage di Bologna, come quelle di Milano e Brescia, sono stragi di stato con manovalanza fascista (con molta onestà intellettuale Mario Di Vito riporta i tanti dubbi rimasti sulla colpevolezza dei Nar nonostante le sentenze).

.. fascisti, criminali, uomini dello Stato, politici, finanzieri. C’era già tutto nel 1980

Ma non possiamo fermarci alle singole sentenze che pure raccontano tanto:

La storia del terrore nero, in Italia, in fondo è tutta così: la verità esce a pezzi, le sentenze non solo non riescono a fare giustizia, ma spesso nemmeno a spiegare cosa sia successo.

Soprattutto dall’ultima strage, quella di Bologna, si ha l’impressione – racconta l’autore – che più che depistare le indagini, si sia voluto “impistare” le indagini per i NAR, senza però cercare i fili che portano più in alto. Fino al cuore dello stato.

Spiega ancora l’autore:

la «visione d’assieme» ipotizzata da Amato nel 1980 è un complesso reticolo di conoscenze, amicizie, vicinanze che resistono alla prova del tempo.

E questi fili, queste relazioni sono vive ancora oggi e portano al partito di governo, che ha ancora la fiamma del movimento sociale nel suo simbolo.

Il partito che oggi parla di pacificazione ma che di fatto vuole solo arrivare alla parificazione tra fascisti e antifascisti, che porta avanti l’idea che i ragazzi neri erano giovani che lottavano per i loro ideali.

Lo sdoganamento di Almirante, l’ostinazione nel non dichiararsi antifascisti, l’uso strumentale delle celebrazioni per i “loro” morti, come Ramelli, una ragazzo ucciso da altri ragazzi dell’autonomia che lo vedevano come un nemico, non come uno di loro.

A Bologna noi non c’eravamo, scrivono sui social gli esponenti di fratelli d’Italia, chiedono una commissione di inchiesta sulla violenza politica tra gli anni 1970 e 1984, tenendo fuori la strage di piazza Fontana, i delitti dei NAR, le complicità con lo stato, i fili neri che arrivano fino all’uscio delle sedi del MSI. La morte di Mario Amato. Di tutto questo non si deve parlare.

Parlano di pacificazione ma intendono revisionismo della storia recente.

Nel discorso tenuto per la vittoria alle elezioni del settembre 2022 – tenuto all’Hotel Pollio, lo stesso dell’evento organizzato dagli stati maggiori e dal Sifar, dove per la prima volta si parlò della lotta al comunismo da fermare a qualunque costo, gettando le basi della strategia della tensione – la presidente Meloni ha parlato di “riscatto per quei giovani che non ci sono più e che meritavano di vedere questa nottata”.

Parole che l’autore commenta così a fine libro:

“Le abbiamo incontrate queste persone che non ci sono più. E abbiamo visto questa nottata. Il nero dei nostri giorni più bui.”

La scheda del libro sul sito di Laterza, un estratto del primo capitolo e l’indice del libro
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

 

03 agosto 2024

Le colpe storiche dell'estrema destra in Italia

Le parole di Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione delle vittime della strage fascista di Bologna portano dritto alle responsabilità politiche di questa destra che, non potendosi difendere nei fatti (avendo sempre difeso i Nar, sostenendo le piste alternative per Bologna, nonostante la loro infondatezza), attacca Bolognesi colpevole di voler strumentalizzare la storia di Bologna.

Eppure sulle responsabilità di questa destra non si scappa: leggetevi "La ragazza di Gladio" di Paolo Biondani, che mette assieme tutte le stragi nere, da Milano a Brescia (soprattutto), fino a Peteano e Bologna, 2 agosto 1980

In Italia non esiste il concetto di responsabilità politica. Assoluzione con qualsiasi motivazione (tanto le sentenze non le legge quasi nessuno) fa sempre linea con beatificazione. 

Anche la responsabilità giudiziaria è relativa: le condanne si possono far dimenticare o comunque contestare a oltranza, come nel caso della strage di Bologna. La trama nera del terrorismo di destra diventa così una storia tutta sommata edificante, dove il dottor Maggi e pochi altri sono gli stragisti; l'onorevole Rauti é il capocorrente distratto, che non si accorge di avere i terroristi in sede, magari un po' convivente, ma non complice; Almirante è il grande leader, lo statista che espulso gli estremisti violenti. Ma a sparigliare il gioco delle mezze verità è ancora una volta l'istruttoria sulla strage di Peteano.

Nel processo per la strage di Peteano, Almirante fu rinviato a giudizio per favoreggiamento della latitanza di un terrorista Cicuttini, si salvò dopo un'iniziale condanna, solo grazie ad una amnistia.

La verità giudiziaria sulle stragi in Italia ricostruita in tutte le sentenze più importanti è la storia della corrente di un partito. Ordine nuovo nasce nei primi anni cinquanta come ala di estrema destra del movimento sociale Italiano.

24 giugno 2024

La strage di Bologna, i mandanti di Paolo Morando


Questo breve romanzo del giornalista Paolo Morando è il secondo volume della raccolta "Terrorismo italiano" pubbicata dal Corriere della sera, curata da Barbara Biscotti.

L'autore ha scritto per Feltrinelli un saggio ben più corposo intitolato "La strage di Bologna - Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito" dove trovano spazio anche le storie dei primi processi che hanno portato alle condanne in via definitiva dei tre esponenti dei Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, come anche le storie delle vittime.

Famiglie distrutte (anche nel senso materiale del termine) da quella bomba esplosa nella sala d'aspetto della stazione di Bologna in una mattina del 2 agosto 1980.

In questo libro ci si sofferma sugli ultimi sviluppi emersi dal processo Bellini/mandanti che, con le sentenze di condanna emesse in primo grado, ci consente per la prima volta dopo più di quarant'anni di arrivare al livello superiore.

La strage non è più solo opera di quattro ragazzi autodefinitisi spontaneisti: ora abbiamo il livello superiore che dai Nar, il gruppo terrorista di estrema destra cresciuto a destra del movimento sociale e in rottura con i "tramoni" di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, sale su fino alla P2 di Gelli e a uomini dello Stato che pensavamo di aver sepolto nella nostra storia passata. Uomini come Federico Umberto d'Amato, a capo dell'Ufficio Affari Riservati, una sorta di servizio segreto del Viminale, uomo di cerniera tra l’Italia e la Nato, piduista. Il suo ufficio è stato ritenuto responsabile, tra le altre cose, dei depistaggi all'indomani della strage di Milano, il 12 dicembre 1969, con la falsa pista che incolpava gli anarchici e la velina che definiva perfino Yves Guerin Serac come anarchico.

Mescolare il vero e il non vero, in modo da rendere difficile se non impossibile risalire alla verità.

Tutto ruota attorno alle carte, alle sentenze, ai passaggi dell'ultimo processo, conclusosi nell'aprile 2023 in primo grado (e dei precedenti processi chiaramente): interi passaggi vengono riportati, in modo che anche il lettore possa rendersi conto di come i giudici e i magistrati sono arrivati a stabilire le responsabilità dei sogetti imputati. Ma va dato atto all'autore di essere riuscito a non essere "pesante" nel racconto: chi vuole farsi una conoscenza sui fatti di Bologna, sui depistaggi, sui perché dei depistaggi e, cosa ancora più importante, sul perché di questa strage, può partire da questo libro.

Non mi soffermo sulle responsabilità, ormai acclarate, chiare e definitive, dei neofascisti condannati per la strage: nonostante ancora oggi il fronte innocentista (che trova sponda anche nella maggioranza di governo) non si sia rassegnato alla definizione di bomba "fascista", le loro responsabilità sono oltre ogni ragionevole dubbio. Ancora una volta, se volete leggere un approfondimento sulle prove che hanno portato alle condanne di Mambro, Fioravanti (assieme a Ciavardini e Cavallini, condannati ma non ancora in via definitiva), potete leggere il capitolo su Bologna nel libro "La ragazza di Gladio" di Paolo Biondani.

I colpevoli sono loro. Punto.

Quello che mancava fino al 2023 erano i perché: era una sentenza monca, quella che ha condannato i Nar, terroristi contro il sistema ma in realtà, finanziati e aiutati da pezzi dei servizi e della massoneria deviata, altro che spontaneisti. Si ritiene, spiega Morando, che siano addirittura stati creati dai servizi, quella parte che viene definita deviata, ovvero al servizio di interessi al di fuori del dettato costituzionale.

Se siamo arrivati a questo è grazie al lavoro e all'impegno della Procura Generale di Bologna, che ha avocato a sé il processo dopo la richiesta di archiviazione della procura. Ma soprattutto dobbiamo dire grazie all'impegno delle parti civili, avvocati e familiari dell'associazione vittime di Bologna che non hanno mai smesso di cercarla questa verità, di proteggere le sentenze di condanna dai continui despitaggi, ancora oggi.

Depistaggi che non finiranno, perché quella di Bologna è una pagina nera della nostra storia che racconta della doppia fedeltà di pezzi delle nostre istituzioni, di come siamo stati (ma è giusto usare il passato?) un paese a sovranità molto limitata.

Anche a prezzo della vita di 85 persone.

Sono state le parti civili a far ritrovare il documento "Bologna", sequestrato in Svizzera a Licio Gelli, dominus della P2 e, secondo molti storici, dominus anche dei nostri servizi segreti a cavallo degli anni settanta e ottanta. Su quel pezzo di carta, ripiegato in quattro, c'era la scritta Bologna, poi una serie di cifre, movimentazione da un conto corrente della banca UBS (Bologna 525779 –X.S.).

Soldi, che si è scoperto poi, sono finiti su conti riconducibili ai Nar, al direttore dell'Ufficio Affari Riservati, un potente uomo dentro il mondo dei servizi e al giornalista Mario Tedeschi, senatore del MSI ma anche giornalista de il Borghese, giornale su cui vennero pubblicati articoli a sostegno della fantomatica pista palestinese, pista che tutte le sentenze hanno smontato pezzo per pezzo.

Se non sono stati i NAR, come mai i servizi, controllati dalla P2 di Gelli, si sono mossi sin da subito, per sviare le indagini e sostenere così la loro innocenza? Anche le sentenze di condanna a Gelli e a pezzi del Sismi (il vecchio servizio segreto militare) sono passate in giudicato: stiamo parlando dell'operazione "terrore sui treni" con cui furono fatti trovare, nel gennaio 1981, sul treno Taranto Milano delle bombe con la stessa micidiale composizione di quella di Bologna. Come facevano i servizi a conoscere la giusta composizione della bomba del 2 agosto, visto che i periti non avevano ancora depositato i loro risultati?

Quel documento, che Gelli conservava con cura nel suo portafoglio ripiegato in quattro, non era mai arrivato ai magistrati di Bologna: era stato inviato dalla Guardia di Finanza ai magistrati milanesi ma senza riportare l'intera scritta "Bologna" nonostante in quei mesi del 1987 il processo sulla bomba alla stazione fosse già in corso. Sciatteria, superficialità, oppure un altro tentativo di depistaggio?

Quel documento è arrivato ai magistrati di Bologna grazie al lavoro dell'ex magistrato Claudio Nunziata che ne trovò traccia in un libro dello scrittore inglese e lo riportò all'associazione vittime.

Il documento Bologna fa il paio con un altro, anche questo strategico per comprendere il ruolo e il potere di Gelli: si tratta del documento "artigli": si tratta di una nota scritta da un dirigente del Viminale, da inviare al ministro dell'interno (che nel 1987 quando fu redatta era Amintore Fanfani). In questa nota si riassume un incontro avvenuto al Viminale tra l'avvocato di Licio Gelli, in quel momento già sotto processo per la strage, e il capo della polizia Parisi (che era stato anche direttore del Sisde).

Cosa c'è scritto in quel documento, così segreto da non venire nemmeno archiviato (tanto che fu trovato anni dopo nell'archivio in via Appia del Viminale)?

“Se la vicenda viene esasperata e lo costringono necessariamente a tirare fuori gli artigli, allora quei pochi che ha, li tirerà fuori tutti”.

Il messaggio, anzi, il ricatto che Gelli per tramite del suo avvocato, fa allo stato italiano, è questo: non fatemi domande scomode su Bologna, in particolare facendo riferimento al documento "Bologna" che gli era stato sequestrato, altrimenti tiro fuori gli artigli anche io.

Inizio a parlare - fa capire Gelli - dei miei rapporti con lo stato, coi servizi, magari tirando fuori altri elenchi compromettenti, come la lista completa degli appartenenti alla Loggia P2.

Gelli chiedeva solo di poter morire in pace nel suo letto, cosa che puntualmente avvenne nel 2015: per il depistaggio, per le sue responsabilità in questa strage (scoperte anni dopo, certo), Gelli non ha scontato un giorno di prigione in Italia. Il suo ricatto ha funzionato.

Ma adesso da questi due documenti sappiamo: sappiamo come è maturata questa strage e perché è stata fatta.

La corte di Assise d'Appello di Bologna ha riportato quasi completamente la memoria presentata dall'Avvocatura di Stato, che ha ricostruito il contesto di quegli anni: erano gli anni in cui l'esperimento del centro sinistra andava a morire, Gelli e la sua P2 era riuscito a tenere sotto controllo il caso Moro, mettendo davanti la ragione di stato e lo status quo alla vita del presidente DC.

Erano gli anni in cui i repubblicani si apprestavano a vincere le elezioni nel 1980, con Ronald Reagan e Bush sr alla Cia: da una parte Gelli comprende che per preparare il terreno a questa destra deve continuare la sua opera di destabilizzazione del paese, in modo da poter conquistare più potere nei confronti degli americani. E dunque i finanziamenti ai Nar, iniziati nel 1979, gli attentati, i delitti politici.

Dall'altra parte gli americani comprendono - continua la corte d'Assise nelle sue motivazioni - che Gelli va deposto, va messo fine al suo potere: inizia una campagna contro di lui, viene tirato fuori dai servizi (quelli che lui controllava) il dossier Cominform, dove Gelli è presentato come spia dell'est. Tutto falso, ma è uno strumento (in cui viene coinvolto il giornalista di OP Mino Pecorelli) utile a intorbidire le acque.

Scrivono i giudici nelle motivazioni:

«si può tuttavia già notare che la strage del 1980 non fu che la prosecuzione della strategia della tensione inaugurata nel 1969 in Italia e che non fu l'ultima tappa della violenza politica che continuò a funestare l'Italia».

Nell'ultimo filone del processo è stato condannato anche Paolo Bellini: è stato riconosciuto in un frame di un video girato da un turista tedesco nei momenti successivi alla strage: quel video, in VHS, fu inviato poi ai magistrati bolognesi, da questo furono estratte diverse foto. Solo nel 2019 un avvocato di parte civile si accorse che solo parte di quelle foto erano state analizzate dai giudici. Guarda caso mancava un pezzo dove all'improvviso compare un uomo, che somiglia molto a Paolo Bellini.

Strana figura, la sua: esponente di avanguardia nazionale, latitante dopo diversi omicidi per la ndrangheta, ritornato in Italia sotto falso nome.

Il padre era un fascista convinto che, dice Bellini figlio, lo voleva spingere per entrare nei servizi.

Entra però, come afferma la sentenza di primo grado, in questa strage, come entrerà anni più tardi nel periodo stragista della mafia (non come responsabile, ma per aver suggerito le opere d'arte come obiettivo di attentati), nel 1993 con le bombe a Firenze, Roma e Milano.

Ma questa è un'altra storia, o forse no.

La storia dei processi sulla strage di Bologna ci da una lezione importante: sebbene molti dei responsabili siano morti, non è mai troppo tardi per arrivare ad una verità, per dare giustizia alle vittime e per inchiodare alle loro responsabilità i mandanti di queste trame nere che, ogni giorno, diventano sempre meno oscure, sempre prendendo spunto dalle motivazioni della sentenza

“anche coloro che si resero verosimilmente mandanti e/o finanziatori della strage, pur senza appartenere in modo diretto a gruppi neofascisti, condividevano i predetti obiettivi antidemocratici di fondo ed ambivano all’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse”.

Il link per ordinare il libro.

18 giugno 2024

La ragazza di Gladio - la strage di Bologna, la manovalanza di destra, Gelli, P2 e i servizi


Dopo i capitoli dedicati agli arsenali di Gladio, la struttura occulta che doveva servire in ambito Nato in caso di invasione sovietica e che invece ha fatto da scudo alle trame nere della strategia della tensione, agli strani collezionisti di armi dentro i servizi, nelle formazioni di destra, il racconto di Paolo Biondani si occupa della strage di Peteano, coi morti dell'Arma e coi depistaggi della stessa arma (di ufficiali legati ai servizi).

Poi l'inchiesta sull'organizzazione Rosa dei Venti, seguita dal giudice Tamburino che portò all'incriminazione e al processo del colonnello Amos Spiazzi: nonostante l'ammissione di far parte di questa cellula con dentro civili e militari in funzione anticomunista, è stato assolto dai processi.

Come accadeva spesso in quegli anni di iper garantismo nei confronti degli esponenti di destra e dei loro protettori nello Stato.

Un capitolo  importante del libro è quello dedicato alla strage di Bologna il 2 agosto 1980: 85 morti e più di 200 feriti. 

L’attentato è stato eseguito da una banda armata di terroristi neofascisti, con la copertura dei vertici piduisti dei servizi segreti militari e del loro criminale burattinaio, Licio Gelli.

Ad ogni anniversario partono le campagne innocentiste da parte della nostra destra, oggi destra di governo: "Io a destra non c'ero" era il meme dei messaggi di esponenti di Fratelli d'Italia, il partito nato dal movimento sociale. 

Ma i NAR c'erano quel giorno a Bologna: lo dicono le carte dei processi, che Biondani riassume molto bene. 

C'erano i NAR Mambro e Fioravanti, c'erano anche i loro complici Ciavardini e Cavallini: in primo grado è stato condannato anche Paolo Bellini (l'infiltrato di Cosa Nostra, killer della ndrangheta, l'ispiratore degli attentati contro opere d'arte nella stagione stragistica della mafia del 1992), riconosciuto da un frame di un video.

Nonostante le schiere di negazionisti, da parte di questa destra, è provata la loro presenza a Bologna. Come sono provati i fondi che dall'Ambrosiano sono passati, per tramite di Gelli, ai Nar, che in quegli anni tra il 1979 e il 1980 compiono il salto, diventando terroristi anche per conto terzi.

Ci sono le prove, rimaste nel cassetto per anni, dei pagamenti di Gelli a Mambro e Fioravanti. Come è rimasto nel cassetto anche l'appunto "artiglio" un cui Gelli lanciava una vera e propria minaccia allo Stato.

Le fantomatiche piste internazionali sono una invenzione dei servizi (che si ritiene abbiano creato i Nar), di Gelli, di Federico Umberto D'Amato e del giornalista e senatore del Movimento Sociale Mario Tedeschi.

Erano solo depistaggi, come la bomba con l'esplosivo, uguale a quello usato nella stazione, fatta trovare dai servizi sul treno il il 13 gennaio 1981: per quel depistaggio furono condannati i vertici piduisti dei servizi e Gelli.

Ancora una volta, i servizi erano al corrente di quello che si stava preparando, del grande botto a Bologna: l'autore racconta di diversi dossier raccolti da varie fonti, che non furono comunicate alle autorità giudiziarie né prima né dopo.

.. come facevano, i piduisti del Sismi, a conoscere esattamente la miscela di composti della bomba del 2 agosto?

I periti dei magistrati di Bologna non avevano ancora comunicato ai magistrati quale miscela fosse quella della bomba di Bologna.

Come hanno fatto la P2 e i vertici del Sismi a sapere quale fosse il composto usato dai Nar per la bomba del 2 agosto?

Le istruttorie hanno stabilito che fu uno degli artificieri, un militare, a fare la soffiata a un dirigente del Sismi: il capo-centro di Firenze, colonnello Mannucci Benincasa. Proprio lui, l’ufficiale a cui fu sequestrato un arsenale clandestino..

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04 aprile 2023

Report – ombre nere

Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito, esponente del mondo anarchico, sta suscitando le proteste dei movimenti, ha creato le polemiche in parlamento sul 41 bis: ma per quali reati era in carcere? Per un attentato ad un manager di Ansaldo, che lo portò in carcere, dove successivamente venne accusato di un attentato ad una caserma dei carabinieri. L’attentato, fatto con 500gr di polvere pirica, lasciato in bidoni dell’immondizia, non causò vittime: la Cassazione lo ha ritenuto colpevole di attentato allo sicurezza dello Stato, un reato mai applicato né a Bologna né a Capaci.

Cospito in carcere ha continuato a mandare lettere per incentivare la lotta e la rivoluzione: la procura di Perugia lo ha ritenuta una aggravante, decidendo di mandarlo al 41 bis.
Cospito è un criminale peggiore di Riina, dei fascisti di Ordine Nuovo? Il ministro della giustizia ha ignorato la relazione della procura antimafia, scegliendo di non togliere Cospito dal 41 bis, come invece ritiene la procura generale di Torino.
Ma dubbi sul 41 bis sono venuti anche all’ex giudice Zagrebelsky: l’anarchia è un movimento ideale che rifugge dalle strutture organizzate come la mafia, racconta a Report, non si deve mostrare il volto arcigno dello stato.

Ma il 41 bis non è stato applicato bene, alla fine:la protesta di Cospito ha creato del proselitismo, potrebbe diventare un profeta e un simbolo del mondo anarchico.
La sicurezza della collettività del nostro paese è messa a rischio dalla fine del 41 bis a Cospito?
Paradossalmente sta diventando un simbolo aggregante per gli anarchici, la sua protesta potrebbe poi portare ad una riforma del provvedimento stesso.
Perché Cospito col suo sciopero della fame sta premendo per porre fine al 41 bis anche per i boss mafiosi, criminali di ben altro spessore.
Cospito si è incontrato con boss mafiosi in carcere: lo ha fatto sapere al paese il parlamentare Donzelli rivelando alla Camera stralci di conversazioni dell’anarchico con boss mafiosi, “non mollare, nel caso anche noi faremo lo sciopero della fame” – si legge in queste conversazioni, “questa miccia non deve essere spenta” racconta un boss della Camorra.
Curioso che Cospito sia stato messo al 41 bis assieme a questi criminali, il 24 dicembre 2022, su indicazione del direttore del carcere e del Gom. Altro mistero è come Donzelli sia venuto a conoscenza di questo dossier, con conversazioni riservate: Giorgio Mottola ne ha chiesto conto al deputato stesso “Per una forma di rispetto nei confronti di più realtà istituzionali non sto parlando da un mese dunque non parlerò nemmeno con lei”.

Non è vero che tutti i parlamentari potevano avere accesso a queste informazioni, come ha detto Donzelli che ha pure minacciato il giornalista: “stia attendo a quello che dice perché un giorno io potrei decidere di fare delle querele..”.
Nonostante la puerile arrampicata sugli specchi, la realtà dei fatti è che diversi deputati abbiano chiesto l’accesso a quegli atti sentendosi rispondere che erano atti riservati.

Il deputato Angelo Bonelli ha chiesto copia della relazione della polizia penitenziaria sventolati da Donzelli: ma il ministero ha risposto che sono riservati, evidentemente non per Donzelli.
Il carcere duro dovrebbe bloccare verso l’esterno le strategie criminali, come ad esempio la strategia dei boss criminali di appoggiare la protesta di Cospito: era una informazione sensibile, Donzelli ha vanificato lo spirito del 41 bis con le sue dichiarazioni pubbliche.


Nordio nel passato si era dichiarato contrario al 41 bis, peggio della castrazione chimica. Eppure il boss Graviano, accusati di essere responsabili delle stragi di via D’Amelio, di Firenze e di Roma, in carcere è riuscito pure a concepire il figlio.
Una volta il carcere per i mafiosi era come una villeggiatura, i tempi del grand Hotel l’Ucciardone: poi sono arrivare le stragi del 1992 e la “pacchia” finì, col sangue di Borsellino e Falcone.

I boss furono trasferiti nei supercarceri come l’Asinara e Pianosa, fu introdotto il 41 bis, fucina di nuovi pentiti: questo era stato pensato da Falcone per isolare i capimafia mentre erano in carcere.
Questo mina il potere criminale del boss nell’organizzazione, il carcere è un momento in cui il mafioso non è più in condizioni di porre in atto il suo potere: il detenuto può fare un incontro al mese, può socializzare con altri detenuti nell’ora di socialità.
Ma i boss della mafia hanno approfittato di ogni falla, sin dai primi anni della sua applicazione: per esempio i principali boss finiti nelle supercareri facevano un 41 bis part time, tanto i fratelli Graviano in carcere hanno concepito un figlio con le rispettive mogli, “l’ho nascosta tra i vestiti.. tremavo”: non si può non pensare a delle coperture da parte dello Stato nei confronti dei Graviano.

Nel 1998 i boss sono spostati da Pianosa e Asinara, venne introdotta la video conferenza per evitare gli spostamenti: ma i detenuti del 41 bis trovano altri espedienti, come i problemi sanitari.
Oppure tramite i corsi universitari e gli esami: al 41 bis c’è la più alta concentrazione di detenuti iscritti all’università.

Controllando i libretti universitari dei detenuti al 41 bis Report ha scoperto che quest’ultimi hanno la più alta percentuale di iscrizione all’università, i boss costretti al carcere duro hanno anche i volti più alti. Per esempio Pietro Aglieri, killer dei corleonesi è iscritto a lettere e ha conseguito tutti 30 e 30 e lode. Anche i Graviano si sono distinti: Filippo in Economia ha preso 30 a quasi tutti gli esami e si è laureato con 110 e lode, Giuseppe iscritto a Scienze ha voti eccellenti perfino in fisica, una delle materie più ostiche agli studenti. Una delle note stonate è il figlio di Totò Riina, Giovanni, iscritto a giurisprudenza dal 2015 ma ha dato un solo esame.

La verifica è stata fatta da Sebastiano Ardita direttore del DAP fino al 2011: “da una verifica ci siamo accorti che nessun detenuto era mai stato rimandato in alcuna materia all’università.. è un dato obiettivamente un po’ anomalo. Io mi sono laureato in 4 anni ma una volta sono stato rimandato in una materia.”

Molti boss hanno dato indicazioni al clan anche dal 41 bis: hanno usato i colloqui coi familiari e con gli avvocati. Ci sono stati casi di avvocati che hanno assistito “tanti” detenuti, come emerso dal censimento del DAP: due avvocati in particolare ne assistono almeno cento, secondo questa relazione nuovamente effettuata dalla relazione antimafia.

Il record lo detiene l’avvocata Farina de l’Aquila: difende boss come Madonia, Guttadauro e i Graviano, in totale arriva a 108 mafiosi sotto la sua difesa.
Il difensore dovrebbe rifiutare di riportare i messaggi di un detenuto al 41 bis ad altri detenuti: l’avvocato difensore può incontrare i detenuti anche se questi non possono incontrare i familiari.

La dottoressa Farina rassicura, non mi è mai stato chiesto di portare informazioni ad altri detenuti, “io non saluto proprio nessuno”: è anomalo, sebbene non sia vietato, difendere tutti questi mafiosi, oltre che pericolosi.

Avere un buon curriculum universitario non da benefici a meno che i detenuti non siano spostati ad un regime di semilibertà, ovvero se il governo e il parlamento decidessero di abolire il regime di 41 bis. Anche ai boss che non si sono mai pentiti nemmeno dissociati, come il boss Marcello Viola, responsabile di più omicidi.

Nel 2016 Filippo Graviano viene chiamato a testimoniare al processo per la trattativa stato mafia: prima di parlare, in una intercettazione in carcere Graviano parla con un altro mafioso, Adinolfi, dicendo di aspettare una sentenza dall’Europa, che avrebbe messo fine al 41 bis, dunque perché pentirsi?
La Corte di Strasburgo nel 2019 ha accolto il ricorso del boss Marcello Viola, boss della ndrangheta: la pena dell’ergastolo ostativo era di intralcio alla valutazione del comportamento del mafioso in carcere. Mettere un mafioso di fronte al bivio, pentiti oppure rimani al 41 bis, è una violazione dei diritti dell’uomo (Marcello viola si è sempre dichiarato innocente, nonostante sia stato riconosciuto ispiratore degli omicidi della faida di Taurianova).
Lo Stato italiano avrebbe negato a Viola la possibilità di dimostrare di non essere mafioso: ma secondo i magistrati i collegamenti tra questo boss e l’organizzazione sono rimasti, nonostante tutti questi anno, i giudici di Strasburgo avrebbero potuto controllare le sentenze e le relazioni dei colleghi italiani. Ma la corte europea non ha interpellato i giudici italiani, consentendo anche ai boss mafiosi di uscire dal carcere anche senza alcuna collaborazione.
Il governo Draghi ha approvato una riforma dell’ergastolo ostativo, per cui anche i mafiosi che non hanno collaborato potranno ricevere i benefici della legge, uscendo dal carcere: significa sputare in carcere a Falcone a Borsellino racconta uno dei primi pentiti della mafia, Gaspare Mutolo.
Si completa il papello di Riina, dopo tanti anni.

Grazie alla riforma Cartabia i detenuti possono essere scarcerati grazie ai tribunali di Sorveglianza, 29 tribunali sparsi sul territorio che spesso prendono decisioni l’uno in contraddizione con gli altri.
Col risultato che a far l’ago dalla bilancia sarà il comportamento del detenuto, se partecipa a qualche cooperativa per attività lavorative. Come le cooperative di Massimo Ciavardini.

Ciavardini è risultato colpevole della strage di Bologna, nel 2009 in carcere fonda l’associazione “Gruppo Idee”, che oggi è una delle più importanti nelle carceri.
Il gruppo ide
e a Rebibbia distribuisce un giornale “Dietro i cancelli”, che per un certo periodo ha avuto come direttore l’ex presidente Cuffaro, mentre oggi è diretto da Federico Vespa, figlio del giornalista Rai.
Vespa figlio è molto amico di Ciavardini, lo ha difeso con un post, come anche ha preso a cuore le condizioni in carcere di Cuffaro: in una intercettazione si sente dire Vespa jr alla moglie di Cuffaro che l’avrebbe aiutata a portare dei fogli in carcere al marito “Le metto dentro… un modo si trova sempre. Io ho l’articolo 17, quindi non mi fanno molte storie se entro con un quaderno”.


Lo scorso anno le due cooperative di Ciavardini hanno fatturato quasi 2 ml di euro, lui gira su un Suv da 55 mila euro: una di queste è la AGM che ha come dirigente anche il vice garante dei detenuti del Lazio, una situazione da potenziale conflitto di interesse.

L’altra cooperativa è la Essegi2012, dentro cui siede la moglie De Angelis: come il marito, nemmeno la moglie ha accettato di rispondere alle domande di report.
Gilberto Cavallini è un altro NAR (pure lui condannato per la strage di Bologna) che è uscito dal carcere grazie all’aiuto della Essegi2012, perché ha ottenuto un lavoro grazie a questa cooperativa nel 2017.
Nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che ha concesso la semilibertà a Cavallini perché lavora come operaio presso l’ufficio commerciale della EsseGi2012, che ha sede presso l’associazione “Gruppo Idee” di Terni.
L’associazione di Ciavardini presso i tribunali di sorveglianza gode di buona reputazione, d’altronde le sue iniziative in carcere si fregiano del patrocinio ufficiale del Coni che nel 2016 ha tenuto a battesimo il progetto della squadra di rugby dei “Bisonti”
composta da detenuti del carcere di Frosinone: alla presentazione del progetto era presente Germana De Angelis moglie di Luigi Ciavardini, pure lui presente nelle seconde file. Al tavolo dei relatori era seduto Claudio Barbaro, ex parlamentare di FDI e attuale sottosegretario all’ambiente: Barbaro – racconta il servizio di Mottola – sembra aver un rapporto molto stretto con Ciavardini: “Luigi Ciavardini è .. questa è una domanda che non è oggetto dell’incontro di oggi” così Barbaro ha provato a scansare la domanda del giornalista “è un fatto che risale a tanti anni fa e basta.”

Claudio Barbaro è anche presidente dell’associazione un tempo organica al MSI, l’ASI, associazione sportiva nazionale: in qualità di presidente dell’ASI nel 2009 ha fatto ottenere la semilibertà a Ciavardini assumendolo come operaio qualificato (preso l’ASI) e lo ha poi nominato come responsabile per attività in carcere per l’associazione, incarico che ricopre ancora oggi.
Il sottosegretario non ha voluto commentare o rispondere ad altre domande.

Il nome di Barbaro compare in una delle carte di una inchiesta su Ciavardini, è stato arrestato per possesso di armi negli anni settanta, è stato indicato dalla Digos come soggetto dell’estrema destra.
“Lei mi sta offendendo” la reazione del sottosegretario oggi, che spazientito dalle domande ha scelto di abbandonare l’incontro dove era ospite.

Emanuele Cellere è un ex terrorista dei NAR, arrestato dopo l’omicidio dell’autista del faccendiere Mokbel: in galera chiede aiuto ai camerati rimasti fuori: parla di contatti con Angelo Marroni, esponente del PD, garante dei detenuti nel Lazio, e di contatti di Marroni che portano a Francesca Mambro e Giusva Fioravanti.

Oggi Cellere lavora come operaio, prosciolto dalle accuse per il caso Fanella: la Mambro è stata condannata anche per altri 8 omicidi, oltre che per la strage di Bologna, oggi ha scontato in regime ordinario solo 16 anni di carcere, per poi passare ad un regime di semilibertà.

I permessi a Mambro e Fioravanti sono arrivati grazie all’aiuto dell’associazione Nessuno tocchi Caino, dell’ex Prima Linea Sergio D’Elia.

Oggi nemmeno la Mambro vuole rispondere alle domande di Report: nemmeno la foglia Arianna Fioravanti, proprietaria di un immobile a Roma comprato nel 2001, mentre i genitori si sono sempre dichiarati incapienti.
Curioso anche questo: ai familiari delle vittime Mambro e Fioravanti dovrebbero dare 1 miliardo, eppure non hanno mai concesso nulla, da dove arrivano i soldi per la casa?

Ma la casa non è pignorabile dallo Stato perché intestata alla figlia che nel 2001 aveva solo un anno.

Mokbel in una intercettazione (per il caso Sparkle) avrebbe ammesso di aver pagato 1,2ml di euro per la scarcerazione di Mambro e Fioravanti: secondo Macchi di Cellere la Mambro avrebbe avuto un ruolo anche nella scarcerazione del terrorista Concutelli, assassino del giudice Occorsio.

Nelle sue indagini Occorsio prima, e Mario Amato poi, avevano messo assieme le relazioni tra estrema destra, loggia P2, servizi deviati. Sia Amato che Occorsio dopo essere stati isolati e delegittimati, furono poi uccisi.
E tutto torna: per la strage di Bologna si è scoperto solo recentemente del finanziamento da parte di Gelli ai NAR, strage che vede tra i suoi pupari, oltre a Gelli anche Federico Umberto d’Amato e altri uomini dello Stato.

03 aprile 2023

Anteprima inchieste di Report – il 41 bis, gli effetti del pay back sul sistema sanitario

Questa sera le nuove inchieste di Report toccheranno come sempre diversi temi legati all’attualità: come è cambiato il 41 bis in questi anni, il carcere duro per i boss che il caso Cospito potrebbe metttere in discussione. In generale è tutta la legislazione antimafia nata dopo le stragi del 92 ad essere in discussione (arrivando perfino a dire che i mafiosi non parlano al telefono) da esponenti politici, avvocati e lobby. Come vengono individuati i detenuti che possono godere dei benefici in carcere? In questi anni hanno preso il sopravvento nelle carcere associazioni nelle mani di esponenti dell’estrema destra, autori delle pagine più sanguinose della storia italiana.

Il regime del 41 bis

Il regime del 41 bis, ovvero il carcere duro, si applica ai reati previsti nel comma 1 dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario: si tratta di reati di mafia o reati commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, sono reati che possono essere commessi in diversi modi che la legge prescrive in modo preciso.

Oggi il carcere duro è ancora necessario? E come mai il “caso Cospito” lo sta rimettendo in discussione?

Fu introdotto, a partire da un’idea di Giovanni Falcone, dopo le stragi del 1992: prima di allora il carcere per i mafiosi era considerato alla pari di una villeggiatura (coi boss che giravano liberi la sera per le carceri, col boss Buscetta che aveva perfino organizzato in carcere il matrimonio della figlia).
L’abolizione del 41 bis è stata una delle prima richieste di Riina col papello, perché questo strumento era la leva che stava spingendo, dopo il 1992, molti mafiosi a pentirsi.
Alfredo Cospito, dopo l’attentato contro la caserma dei carabinieri di Fossano (per cui non ci sono stati né morti né feriti), è stato condannato all’ergastolo in quanto la sentenza l’ha riconosciuto colpevole del reato di attentato alla sicurezza dello Stato.
Questo reato non è stato contestato agli attentatori fascisti della strage di Piazza Fontana e nemmeno ai NAR responsabili della strage di Bologna dove sono morte 85 persone.

Dalla pagina FB di Report:

Per la strage di Bologna, i giudici hanno ritenuto che non si trattasse di attentato alla sicurezza dello Stato perché la bomba di matrice neofascista è stato riconosciuta come "spontaneista".

Oggi gli autori della strage di Bologna, condannati all'ergastolo per l'uccisione di 85 persone, sono tutti in libertà. Giusva Fioravanti ha ottenuto il primo permesso premio dopo 18 anni di carcere e sua moglie, Francesca Mambro, dopo 16 anni: a conti fatti ha scontato circa 2 mesi per ogni vittima. Luigi Ciavardini invece ha ottenuto la semilibertà nel 2009 e oggi guida una delle più potenti associazioni del settore carcerario.

Il servizio di Report si occuperà, oltre che del 41 bis, anche del ruolo che queste associazioni legate agli stragisti di estrema destra, stanno coprendo nelle carceri.
Da strumento per isolare i mafiosi (e i terroristi) in carcere ed evitare che possano mandare messaggi ad altri mafiosi, il carcere duro si è trasformato in altro: ce ne siamo resi conto dopo il discorso alla Camera del deputato di FDI Donzelli (membro del Copasir) in cui divulgò il contenuto di alcuni dialoghi captati dal Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria tra Cospito e altri detenuti, usandoli come un’arma contro altri deputati del PD che avevano incontrato in carcere Cospito: erano conversazioni non secretate ma che dovevano essere tenute riservate, non potevano essere di certo usate come arma politica.
Giorgio Mottola ne ha chiesto conto al deputato stesso, come ha fatto ad entrare in possesso di queste conversazioni? “Per una forma di rispetto nei confronti di più realtà istituzionali non sto parlando da un mese dunque non parlerò nemmeno con lei”
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Non è vero che tutti i parlamentari potevano avere accesso a queste informazioni, come ha detto Donzelli che ha pure minacciato il giornalista: “stia attendo a quello che dice perché un giorno io potrei decidere di fare delle querele..”.
Nonostante la puerile arrampicata sugli specchi, la realtà dei fatti è che diversi deputati abbiano chiesto l’accesso a quegli atti sentendosi rispondere che erano atti riservati.

Sigfrido Ranucci sabato sera ha anticipato uno degli scoop del servizio: controllando i libretti universitari dei detenuti al 41 bis Report ha scoperto che quest’ultimi hanno la più alta percentuale di iscrizione all’università, i boss costretti al carcere duro hanno anche i volti più alti. Per esempio Pietro Aglieri, killer dei corleonesi è iscritto a lettere e ha conseguito tutti 30 e 30 e lode. Anche i Graviano si sono distinti: Filippo in Economia ha preso 30 a quasi tutti gli esami e si è laureato con 110 e lode, Giuseppe iscritto a Scienze ha voti eccellenti perfino in fisica, una delle materie più ostiche agli studenti. Una delle note stonate è il figlio di Totò Riina, Giovanni, iscritto a giurisprudenza dal 2015 ma ha dato un solo esame.
La verifica è stata fatta da Sebastiano Ardita direttore del DAP fino al 2011: “da una verifica ci siamo accorti che nessun detenuto era mai stato rimandato in alcuna materia all’università.. è un dato obiettivamente un po’ anomalo. Io mi sono laureato in 4 anni ma una volta sono stato rimandato in una materia.”

C’è poi il tema delle associazioni legate al mondo dell’estrema destra che hanno trovato posto nelle carceri italiane:
Giorgio Mottola ha incontrato Luigi Ciavardini, ex NAR condannato per la strage di Bologna che oggi si occupa di carceri (dopo aver scontato 25 anni di pena): l’ultimo imputato per questa strage, Cavallini, all’epoca minorenne, ha lavorato per la cooperativa EsseGi2012 proprio di Ciavardini. Nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che ha concesso la semilibertà a Cavallini perché lavora come operaio presso l’ufficio commerciale della EsseGi2012, che ha sede presso l’associazione “Gruppo Idee” di Terni.
L’associazione di Ciavardini presso i tribunali di sorveglianza gode di buona reputazione, d’altronde le sue iniziative in carcere si fregiano del patrocinio ufficiale del Coni che nel 2016 ha tenuto a battesimo il progetto della squadra di rugby dei “Bisonti”
composta da detenuti del carcere di Frosinone: alla presentazione del progetto era presente Germana De Angelis moglie di Luigi Ciavardini, pure lui presente nelle seconde file. Al tavolo dei relatori era seduto Claudio Barbaro, ex parlamentare di FDI e attuale sottosegretario all’ambiente: Barbaro – racconta il servizio di Mottola – sembra aver un rapporto molto stretto con Ciavardini: “Luigi Ciavardini è .. questa è una domanda che non è oggetto dell’incontro di oggi” così Barbaro ha provato a scansare la domanda del giornalista “è un fatto che risale a tanti anni fa e basta.”
Claudio Barbara è anche presidente dell’associazione un tempo organica al MSI, l’ASI, associazione sportiva nazionale: in qualità di presidente dell’ASI nel 2009
ha fatto ottenere la semilibertà a Ciavardini assumendolo come operaio quaificato e lo ha poi nominato come responsabile per attività in carcere per l’associazione, incarico che ricopre ancora oggi.
Il sottosegretario non ha voluto commentare o rispondere ad altre domande.

Sul Fatto Quotidiano di oggi 3/4, sono uscite due anticipazioni del servizio: Dai 2 Graviano a Capizzi: boss laureandi a pieni voti di Saul Caia dove si parla dei boss mafiosi e dei voti alti agli esami universitari ma anche di una seconda anomalia

Report si sofferma anche su un’altra “anomalia”, sempre a proposito di possibili collegamenti con l’esterno, per i boss detenuti al 41bis. E riguarda gli avvocati difensori. Tra il 2007 e 2008, come racconta lo stesso Ardita, un singolo avvocato arrivò a difendere contemporaneamente 34 detenuti al 41bis. Un dato che va ggiornato. Dal censimento del 2016 del Dap, che Report mostra, risulta che “il record di clienti” sarebbe dell’avvocata aquilana Piera Farina: “109 assistiti al 41 bis”, tra cui gli ‘ndranghetisti Giuseppe Mancuso e Nino Imerti, i mafiosi Piddu Madonia, Giuseppe Graviano e Filippo Guttadauro, cognato di Matteo Messina Denaro. L’avvocata Farina nel 2016 avrebbe incontrato “70 assistiti su 109 totali, tra il carcere dell’Aquila, Ascoli Piceno, Milano, Parma e Sassari”. “Mai e poi mai a me è stato chiesto di fare una cosa illecita – spiega l’avvocata alle telecamere di Rai3 – Mi dicono salutami tizio, io dico: non saluto proprio nessuno”. Ma di regole che impongano agli avvocati un numero massimo di detenuti al 41bis non ce ne sono, e quindi la questione resta tuttora aperta.
La seconda anticipazione racconta di una intercettazione tra il figlio di Bruno Vespa e la moglie di Totò Cuffaro, quando quest'ultimo era detenuto a Rebibbia

Vespa jr. alla moglie di Cuffaro: “Quei fogli li faccio entrare io a Rebibbia…” DI MARCO GRASSO

Le telecamere di Rai3 accendono la luce proprio sul Gruppo Idee, divenuta “una delle più potenti associazioni nelle carceri di Roma e del Lazio” che lavorano con i detenuti, dopo lo scandalo Mafia capitale. L’associazione, fondata nel 2009 che si occupa anche del mensile Dietro il cancello diretto da Vespa jr, annovera tra i suoi iscritti detenuti illustri, come Raffaele Bevilacqua, boss di Barrafranca, arrestato da Borsellino nel ‘92. Il direttore di Gruppo Idee è Luigi Ciavardini, ex membro dell’organizzazione terroristica neofascista Nar e condannato per l’omicidio del giudice Mario Amato e per la strage di Bologna. Federico Vespa lo definisce “un grandissimo amico”, e ne sostiene l’innocenza. Sugli affari delle due cooperative di Ciavardini sono stati dedicati diversi approfondimenti giornalistici: e, secondo Report, l’anno scorso avrebbero fatturato due milioni e mezzo di euro (Ciavardini – ripreso dalle telecamere di Rai3 – gira oggi su un Suv da 55mila euro).

La scheda del servizio: OMBRE NERE di Giorgio Mottola
Consulenza Andrea Palladino
Collaborazione Norma Ferrara

Alfredo Cospito è da 11 mesi al 41 bis. Report mostrerà video e documenti esclusivi che pongono alcuni dubbi sulla sua condanna per l’attentato alla Caserma di Fossano e sulla sua permanenza al carcere duro. Della battaglia dell’anarchico in sciopero della fame da oltre 160 giorni sperano di potersi avvantaggiare i boss della mafia in galera. Da trent’anni provano ad approfittare di tutte le falle del carcere duro: ci sono stati capimafia che dietro le sbarre sono riusciti ad appartarsi con le mogli e concepire i propri figli, come racconta un boss in un documento che Report mostrerà in esclusiva, iscrizioni ad atenei distanti migliaia di chilometri dal luogo di reclusione e carriere universitarie particolarmente generose nei voti, nonché una anomala concentrazione di oltre cento mafiosi difesi dallo stesso avvocato.
Nonostante tutti i problemi e gli intoppi, il 41 bis è stato lo strumento più importante ed efficace nella lotta contro le mafie. Oggi, però, è sotto attacco. Dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo e la conseguente riforma dell’ergastolo ostativo, i detenuti mafiosi in alta sicurezza potranno uscire dal carcere senza dover collaborare con la giustizia. Per l’accesso ai benefici e alla libertà anticipata dei boss sarà determinante il ruolo di associazioni e cooperative del settore carcerario. In importanti penitenziari italiani alcune di queste realtà associative sono legate al mondo dell’estrema destra, guidate dai protagonisti delle pagine più sanguinose della storia italiana.

Il payback sanitario

Il meccanismo del pay back sanitario è stato introdotto nel 2015 dal governo Renzi e prevede che se le regioni superano il tetto massimo di spesa per l’acquisto di dispositivi medici, saranno le aziende fornitrici a dover restituire la quota di spesa in eccesso. Questo meccanismo prevede anche che sia il ministero della salute a dover pubblicare entro il 30 settembre di ogni anno un decreto in cui certifica il superamento del tetto di spesa per l’acquisto di dispositivi medici, sia a livello regionale che nazionale.

Il contributo che devono dare le aziende fornitrici è stato pari al 40% per il 2015, al 45% per il 2016 e al 50% a partire dal 2017, ma ll paypack è rimasto inapplicato per sette anni ed è sotto solo con il decreto aiuti bis dell’agosto 2022 (governo Draghi) che è stato ufficialmente attivato.
Il risultato? Molte piccole aziende che lavoravano con la sanità sono a rischio chiusura e hanno disertato le gare per le forniture, col rischio che negli ospedali e nelle strutture pubbliche inizino a mancare i mezzi e gli strumenti per lavorare. Un altro colpo al sistema sanitario pubblico a favore del privato.
Report con Luca Bertazzoni è entrata in una sala operatoria (accompagnata dal dottor Marco Scatizzi, presidente dell’associazione medici chirurghi) per mostrare alle persone quello che potrebbe succedere se il governo non corre ai ripari col payback, ovvero il blocco delle operazioni perché iniziano a mancare i dispositivi medici, i bisturi moderni per operare (che taglia e cauterizza contemporaneamente), senza di cui i chirurghi non sono in grado di garantire la sicurezza dell’operazione: sabato scorso a Milano Medicina Democratica e altre associazioni hanno manifestato in difesa del servizio sanitario pubblico, un tema che è completamente scomparso dall’agenda del governo, preso dalla battaglia contro i grilli, la difesa delle parole dell’italiano e la caccia alle ong (sul divieto della stretta di mano ci stanno lavorando).

La scheda del servizio: TAGLIA IL BISTURI di Luca Bertazzoni
Collaborazione Goffredo De Pascale

Le Regioni sforano il tetto di spesa per l’acquisto dei dispositivi medici e le aziende fornitrici devono risponderne restituendo fino al 50% di quanto incassato dalle gare di appalto. Il payback sui dispositivi è una legge voluta dal Governo Renzi nel 2015, ma attivata da Draghi subito dopo le dimissioni. Più di 4000 piccole e medie imprese del settore rischiano di chiudere e, senza regole certe, hanno smesso di partecipare alle gare. Pochi giorni fa, il Consiglio dei ministri ha approvato una norma che prevede uno sconto di 1,1 miliardi di euro sui 2,2 inizialmente richiesti. La differenza ce la metterà il Governo che ha preso i soldi dal sostegno alle famiglie contro il caro bollette. Ma quali saranno le conseguenze per il Servizio Sanitario Nazionale? I pazienti rischiano di non poter usufruire di materiali adeguati nelle cure? Dovremo rivolgerci alla sanità privata?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 agosto 2022

Il buco nero del potere segreto in Italia


Bologna 2 agosto 1980, la bomba alla stazione di Bologna: il buco nero che si ingoia 85 vittime (e duecento feriti), il punto finale della strategia della tensione in Italia.

Una strage dove, diversamente dalle altre  che hanno insanguinato piazze e stazioni, condizionando la vita politica di questo paese, ha dei responsabili che sono stati subito individuati e condannati.

Come quando si lancia un sasso dentro uno stagno e si osservano i cerchi concentrici che man mano si allargano, studiando le carte delle indagini (e degli storici che hanno seguito questo tragico evento), vediamo la manovalanza neo fascista (assurdamente chiamata spontaneista, braccio armato di parte delle istituzioni), i NAR di Mambro e Fioravanti, Avanguardia nazionale e Ordine Nuovo (non per Bologna, ma per Milano e Brescia).

Gli uomini cerniera tra neofascismo e pezzi dello stato, come Paolo Bellini, condannato ad aprile (in primo grado, giova ricordarlo) come quinto uomo della strage di Bologna.

E poi, un cerchio dopo l'altro, pezzi dei servizi e uomini delle istituzioni: i vertici del Sismi condannati per depistaggio, il generale Santovito e il colonnello Belmonte, Francesco Pazienza. Il prefetto Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio Affari Riservati.

Ancora, come un burattinaio (o forse un burattino pure lui) Licio Gelli, finanziatore dei NAR grazie alla scoperta di un pizzino, che Gelli conservava con cura, per poter ricattare lo stato italiano.

La loggia P2 che in quegli anni, tra fine anni settanta e i primi anni ottanta controllava servizi, vertici delle forze armate, guardia di finanza, carabinieri, giornali, banche. 

Ora non rimane che trovare i responsabili a livello politico, per dare finalmente una cornice unica di queste stragi, per poter finalmente riscrivere la nostra storia, dagli anni sessanta fino alla stagione delle stragi mafiose del 1992-1993 quando in Italia cambiò tutto per non cambiare nulla (dopo il crollo della prima repubblica, dopo il crollo del muro, dopo che l'esercito clandestino dietro Gladio non serviva più). Infatti molti dei responsabili di questi episodi li ritroviamo a Capaci e in via D'Amelio (come ha raccontato l'inchiesta di Report dello scorso 23 maggio): il nucleo nero del potere segreto in Italia, dentro cui è coinvolta la politica fino al collo, per le nomine dei servizi nel 1978 ad esempio (governo Andreotti con Cossiga ministro dell'Interno)

“.. ma io nono credo ai mandanti. Non c'ho mai creduto. Credo alle convenienze e ai dati di fatto, alle opportunità e ai gruppi di potere. Io stesso, in qualche modo e con scopi molto diversi, ne ho fatto e ne faccio parte. In quegli anni c'era gente che metteva le bombe. Sembra semplicistico detto così e forse lo è, ma alla mia età si può permettere in po' di sintesi storica. E poi i fatti lo dimostrano. C'erano organizzazioni convinte che gli attentati indiscriminati facessero parte di una strategia lecita. Anzi, non solo. Potrei dire redditizia. Ripeto, la storia lo insegna.

E dall'altra parte c'erano gruppi politici, gruppi di potere, li chiami come vuole, che pensavano di poter usare quel magma rivoluzionario, omicida e criminale per incanalarne gli effetti nella direzione voluta. Alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta quella direzione era, tra l'altro, contenere il consenso del Partito Comunista entro confini prestabiliti, scatenando nella gente la paura, il bisogno di ordine. Magari di forza. In questo senso ne sono convinto, sia il terrorismo nero che quello rosso, hanno fatto gioco.

Non credo – e non ci crederò nemmeno se mi porteranno le prove – che ci sia mai stato qualcuno che è andato da un gruppo di estrema destra a commissionare la strage di Piazza Fontana o di Piazza della Loggia, o la strage di Bologna. O che abbia ordinato alle Brigate Rosse di rapire Aldo Moro, per parlare di terrorismo di sinistra. Allo stesso modo però - e lei lo sa – ci sono settori dello Stato che conoscono molto bene certi movimenti. Con precisione e e attenzione.

Ecco, credo che a volte si sia fatto in modo che questi settori dello Stato andassero a prendersi un caffè, si voltassero dall'altra parte, fingessero di non vedere. O magari, si limitassero a verificare che tutto andasse in un certo modo e che i responsabili, se necessario, potessero essere tenuti sotto controllo. ”

Da Il tempo infranto - Patrick Fogli Piemme editore