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16 aprile 2026

Omicidi SRL di Alessandro Robecchi

Su Marta, fammi andare a dormine, è tardi e sono stanco.

Ma tu quando torni?

Se va tutto be domani mattina sono a casa e mi predo un paio di giorni liberi. Ma senza impegno, perché qui quando c'è ancora qualche rogna da sistemare, sai questi impianti..

Ancora due chiacchiere. I saluti. La buonanotte. Poi quello con la cravatta chiude la telefonata.

Il Biondo lo guarda con un'espressione che mischia disapprovazione e disgusto, un sorriso beffardo, ecco, figuratevelo così, come una fidanzata che vi ha spiato la cronologia del computer.

Pensate che sia semplice fare il killer di professione a Milano? Beh, toglietevelo dalla testa, anche uccidere le persone a pagamento è un mestiere usurante. C’è il rischio di impresa, perché magari la vittima non è contenta di lasciare questa valle di lacrime e venderà cara la pelle. Poi c’è il problema dei committenti, ovvero le persone che ordinare l’omicidio – un caro parente, la moglie, il capo ufficio – che potrebbero avere un rimorso di coscienza. E ripensarci.
Infine il metodo: se devi far fuori qualcuno senza fare troppo rumore (tipo un’esecuzione mafiosa) serve stile, classe, affinché quella morte possa passare per un incidente comune. Tizio che scivola sulla doccia, che rimane fulminato o che rimane ucciso nel corso di un borseggio. Che tempi che viviamo signora mia, questa criminalità..
Vi suona troppo cinico? Ditelo ai due soci della Snap SRL. Perché l’omicidio su commissione deve essere considerato immorale mentre produrre armi è semplicemente business? La gente non muore sotto le bombe, forse? E che dire di quelli che se ne vanno per colpa dell’inquinamento, stritolati da un macchinario a cui una mano improvvida ha disabilitato i dispositivi di sicurezza?

Signori viviamo in tempi in cui il profitto uber alles, non vi scandalizzate.

Il Biondo e Quello con la cravatta infatti non si scandalizzano per il loro lavoro.

Col tempo (come ci hanno raccontato ne Il tallone da killer) hanno fatto il salto di qualità passando da un modello “artigianale” per soddisfare i bisogni dei clienti (ovvero far fuori le persone) ad un modello più industriale, raffinato vorrei dire.
Travestimenti, sistemi di intercettazione sofisticati, identità fittizie comprate da fornitori fidati, una rete di informatori nelle banche, ne
lle società telefoniche..
E, soprattutto, un metodo sicuro per selezionare i committenti, una barriera per tenere alla larga
persone che poi cambiano idea, si fanno venire strani scrupoli, “oddio, ho fatto uccidere mio padre-marito..”.
Nuovi clienti possono arrivare solo tramite un necrologio per un “caro parente”, il cui nome viene fornito direttamente dai due soci della Snap SRL, una garanzia che il loro nome non circoli troppo in giro.
Uno dei clienti è il figlio del signor Gradani, quest’ultimo un imprenditore all’antica, per l’attaccamento verso l’azienda di famiglia, ma anche con una certa voglia di godersi la vita dopo anni di lavoro. Ecco perché Gradani figlio ha chiesto quel lavoro ai due soci, il Biondo e Quello con la cravatta: un lavoro pulito, con una certa eleganza, nulla di volgare.
“Il signore da, il signore toglie, e in questo caso i signori sono due”.

Trovare un bar con la cinese dietro il banco, l'uomo con la pancia alla cassa delle sigarette e qualche fancazzista che legge la «Gazzetta» stropicciata è diventata un'impresa.

Povera Milano, come siamo messi.

Non ci avevano detto che avremmo preferito per rimpiangere i bar di merda.

Dopo il contratto Gradani ecco arrivare un nuovo contratto, direttamente dal Gradani figlio – nemmeno il tempo di riposarsi signora mia:

«Allora?»

«Un mio.. ehm... conoscente... avrebbe lo stesso problema, di... liberarsi, diciamo... di una persona. Mi chiedevo se..»

Il committente è un mercante d’arte, con un nome lungo (Antonio Tossini De Coullier), un’importante disponibilità economica e una certa passione per non passare inosservato per come si veste:

Ha un cappotto a mantella, tipo Sherlock Holmes, un Borsalino nero con le falde troppo larghe, pantaloni rossi a quadrettoni, come uno scozzese che abbia deciso di non mettere il kilt, ma solo questa mattina, e un bastone da passeggio che agita ad ogni passo.

Oggetto del contratto Tossini è il nipote del mercante d’arte, Gianguido, uno studente di quasi ventuno anni che a breve erediterà un trust milionario su cui Tossini, il vecchio, ha messo gli occhi. Tutti quei soldi ad un ragazzo che chissà come andrà a sperperarli? Ma scherziamo.
Il dover uccidere un ragazzo crea qualche problema di coscienza ai due soci della Snap SRL - anche i killer hanno una coscienza, cosa pensate?
Così, prima di prendere una decisione, come ogni bravo manager che si rispetti, il Biondo e Quello con la Cravatta chiedono il consiglio – come fosse un advisor – alla “stagista”, la killer che aveva collaborato con loro nella precedente avventura (Il tallone da killer).

Niente scrupoli, questo è un contratto come un altro – spiega Francesca Aroldi (sempre che questo sia il suo nome): piuttosto, per un caso così complesso, perché non lavorare in tre, per capire meglio come e quando colpire questo Gianguido?

Studente modello, nessun vizio apparente, certo vive in un appartamento dove ci starebbero larghe tre famiglie, dove ogni tanto invita i suoi amici per delle feste.

«Perché un ventenne con tutti quei soldi, che tra sei mesi ne avrà ancora di più, vive a Milano invece che a Boston, o a Malibù, o dove cazzo vuole?»

«Ma non li leggi i giornali? Non senti cosa dice il sindaco? Milano è una città attrattiva! C'è scritto anche nelle classifiche dei milionari..»

I due-tre soci della Snap SRL iniziano così a seguire la vita di Gianguido per scoprire quali possano essere i punti deboli nella vita di Gianguido, andando a spiare la sua vita da giovane milionario con tanto di fidanzata (in attesa dell’anello).

Ma sarà un contratto che riserverà loro delle sorprese: non solo per i dubbi su quale sia dei due Tossini la persona da uccidere, il giovane milionario oppure il vecchio venditore di opere d’arte vestito come un clown.

Anche quello del killer è un mestiere usurante, non sempre è facile nascondere il proprio lavoro alla famiglia che sta a casa e che ti vede sparire per giorni interi.
Il contratto Tossini riserverà ai tre soci, il Biondo e Quello con la cravatta assieme alla “stagista” neo promossa, diverse sorprese con situazioni grottesche – al limite del comico – tra assassini e vittima.

Ma il lavoro è lavoro, anche quello di uccidere le persone.

In questo secondo capitolo della serie con i due assassini professionisti si racconta il giallo da un altro punto di vista: niente indagini sull’assassino, sui moventi, sul perché. Qui lo sguardo è quello del killer che deve uccidere una persona con un tocco d’artista, nulla di artigianale anche se, a volte, bisogna sapere improvvisare, cogliere le occasioni. Come si dice, “free jazz”.

Alessandro Robecchi ci porta dentro il mondo dei milionari, quelli che per uccidere chiamano un professionista, perché “I proletari non vengono da noi, la gente che devono ammazzare se l'ammazzano da soli, infatti li beccano.”

Un mondo composto da gente che fa i soldi con i soldi, che si trova si da giovane su un gradino superiore rispetto agli altri, con migliori opportunità.

E l’ascensore sociale? - direte voi. Beh la risposta la da Quello con la cravatta, guardando le quotazioni di un’azienda su cui prenderà delle azioni (i soldi che fanno i soldi):

Si è consolato con un'occhiata alle quotazioni della AI Future Horizon, in una settimana ancora benissimo, più otto virgola due per cento. Ha usato la calcolatrice del telefono: quasi cinquantamila euro, senza muovere un dito, senza nemmeno pensarci, senza danni agli arti inferiori, né bende, né domande di Marta. Forse per fare i soldi bisogna prima diventare ricchi, ha pensato. Che fine ha fatto l'ascensore sociale, se può salire solo chi sta ai piani alti?

Come in tutti i romanzi di Alessandro Robecchi, sebbene i protagonisti di questo romanzo siano tutti appartenenti alle classi sociali che non soffrono la fame, la Milano alle spalle è sempre quella dove, nel giro di pochi quartieri attraversi tutti gli strati sociali:

Uscendo dal labirinto del quartiere San Siro, hanno attraversa tutti gli stati sociali della città, come in un carotaggio sociologico. Le palazzine e le ville dei super-ricchi, poi le case della buona borghesia, poi palazzi di quel che rimane del ceto medio impoverito. Infine la casbah di piazza Selinunte, palazzine fatiscenti intorno all'enorme camino del teleriscaldamento del quartiere.

Dagli attici con la piscina sul tetto all'umanità dolente con tre figli, moglie e suocera in quaranta metri quadri che non vengono ristrutturati dall'attentato di Sarajevo.

La scheda del libro sul sito di Sellerio e il blog di Robecchi.
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25 aprile 2025

Il tallone del killer di Alessandro Robecchi


 

Avviso funebre. La famiglia Benassi ringrazia per il cordoglio e per i numerosi messaggi di vicinanza e affetto, e comunica che le esequie del caro Antonio si terranno giovedì 17 gennaio, ore 11, presso la parrocchia di Sant'Ignazio di Loyola, Piazza Don Borotti 5, Milano.

Il Biondo legge l'annuncio mentre sta al bar, il primo caffè della giornata, che quasi gli va di traverso. Giovedì 17 gennaio è dopodomani.
Quello scorrere di necrologi è un lavoro che devono fare tutti i giorni, è noioso e quasi sempre inutile. Oggi no. Così decide di sedersi un tavolino, e fa un cenno alla barista di portargli un altro di caffè. Doppia dose. Ci vuole.

Cari lettori di libri gialli, credete che sia semplice il mestiere del killer? Prendi un incarico, incassi un anticipo e poi il saldo ad omicidio avvenuto? Eh no. Ammazzare una persona è un lavoro da professionisti, bisogna studiare bene chi sia l’obiettivo, filtrare le proposte che arrivano, preparare un piano A e poi un piano B in caso emergano dei contrattempi. Soprattutto, la sicurezza, signori mie.

È un qualcosa che Il Biondo e Quello con la cravatta (scritti così, con le maiuscole, mi raccomando), sanno benissimo: solo loro i titolari della SAP SRL, società del ramo omicidi su commissione. Mica roba da scappati di casa, gente che spara un colpo per strada come gangster di Chicago. Loro sono professionisti seri.

Li abbiamo conosciuti già nel primo libro di Alessandro Robecchi, “Questa non è una canzone d’amore”, una storia di molotov contro un campo rom, di speculazioni edilizie e di un assassino che si era messo ad uccidere delle persone tra cui, senza riuscirci, il nostro Carlo Monterossi.

Ma qui, in questo romanzo, non c’è né Carlo né la sua trasmissione televisiva, la “fabbrica della merda”: i protagonisti assoluti di questo giallo anomalo sono loro.

Il Biondo e Quello con la cravatta.

Hanno escogitato un sistema ingegnoso per farsi contattare per nuovi incarichi: inserire un annuncio funebre dove il cognome del morto è un cognome che è stato comunicato solo a vecchi clienti. L’antico sistema del passaparola, un modo per essere certi che il buon nome della società non finisca alle orecchie di clienti “pericolosi”, come questo signor Scalvini

Il cliente arriva alle 11 spaccate, scende da una BMW blu che ha visto tempi migliori, forse era l'ultimo modello, ma del 98. A dispetto del freddo ha solo una giacca, la camicia slacciata fino al terzo bottone, la pancia che si affaccia dalla cintura dei pantaloni e che dice: «Sono in anticipo il mio padrone arriva tra 20 cm».

Strano cliente questo signor Scalvini, quello dell’annuncio del povero Antonio Benassi: un imprenditore che vuole vendicarsi del socio per una storia di prestiti, si uccide per molto meno in questa società moderna al cui confronto la Savana è un parco giochi.

Ma è il suo comportamento ad allarmare la coppia di killer.

Il campanello d’allarme squilla ancora più forte quando scoprono che l’imprenditore che dovevano far fuori è finito a testa in giù una domenica mattina alle sei, in un cantiere.

Strano, vero?

Che il cliente si sia rivolto ad un altro killer, alla concorrenza?

Insomma dove c**** è finita l'etica dei rapporti commerciali, eh? Un cliente può cambiare idea, certo, ma deve comunicarlo, spiegare come mai e magari scusarsi. Non è che cambi fornitore così su due piedi, senza dire niente, lasciando quell'altro in sospeso. Un minimo di educazione..

Questa della concorrenza è qualcosa che manda in bestia il Biondo e Quello con la cravatta, specie se è una concorrenza fatta sui prezzi, abbassando le tariffe per facilitare l’addio a questo mondo di persone. Ma dove vogliamo arrivare? Al dumping tra killer? Questa non è una cosa da professionisti. Qui ci vorrebbero i sindacati, delle tariffe minime, altrimenti la gente inizierà a farsi una brutta opinione. Ma ora la coppia di killer ha altri problemi a cui pensare:

Dopotutto, si tratta di ammazzare gente per soldi, una cosa che il capitalismo, e non solo lui, fa ogni giorno.

Forse non ve l’avevo detto, ma in questa storia qualcuno viene ucciso. Succede in un romanzo dove protagonisti sono due professionisti del settore (quello che alimenta il mercato delle pompe funebri, diciamo).

Risolto il problema, al Biondo e a Quello con la Cravatta capita sotto gli occhi un nuovo annuncio: è la famiglia Villa che si stringe a lutto per la compianta zia Fiorenza.
Due annunci in pochi giorni, possibile? Che sia una trappola?

Parrebbe di no. La cliente, una donna questa volta, propone loro un obiettivo molto ambizioso: un finanziere di alto bordo, uno di quelli abituato a gestire milioni, a dare ordini alla politica e a muoversi con jet privati. Si tratta di entrare in una nuova fascia di mercato, quella del comparto del lusso:

Non vedi? Si vendono meno utilitarie ma la Ferrari fa il pieno di ordinativi, le pensioni di Viserbella piangono miseria e invece il Ritz di Montecarlo è sempre esaurito, ti torna? E’ il momento di aggredire quel segmento di mercato, vendere Porsche fa guadagnare più che vende le Panda, conviene di più ammazzare i ricchi, così ti è chiaro?

Certo, tutto bello, entrare in una nuova fascia di mercato, margini più alti per l’impresa (e oggi il profitto è tutto, vorrete mica preoccuparvi di sciocchezze superate come etica, rispetto dei diritti, vero?), una clientela più selezionata. Ma c’è un problema, il loro “tallone d’Achille”, ovvero le dimensioni dell’impresa. Sono solo in due e questo finanziere da eliminare (con un incidente, magari un suicidio perché, si sa, la crisi, la borsa, che tempi signora mia ..) è uno che si muove con un autista che gli fa anche da guardia del corpo. Alloggia in una suite dove il livello del lusso è oltre l’immaginabile, per noi persone normali.

Forse occorre allargare l’azienda, andare oltre le remore sulla sicurezza che fino a quel momento erano state la loro regola (sapete, un segreto si custodisce bene in due, meno bene in tre..).

E questa signora Bertamé sembra proprio la cliente ideale per spingerli verso questa decisione di alzare il livello della clientela: una che ha deciso di smetterla di fare l’amante del finanziere, che si chiama De Carli, ma di prendersi tutto il pacchetto, basta regalini e cenette.

Riusciranno nella loro impresa i due killer? Hanno pochi giorni di tempo, il finanziere è in arrivo da Londra e starà a Milano per pochi giorni.

E, soprattutto, inizieranno a presentarsi una serie di imprevisti, non facilmente risolvibili: altre persone hanno messo gli occhi e la loro attenzione attorno al signor De Carli.

Forse è arrivato il momento di aprire a nuovi soci dentro la Snar SRL.

Si ride e tanto, in questo romanzo: si capisce bene quando lo stesso Robecchi si sia divertito nello scrivere questa storia, dove lo humour nero consente di far digerire le morti e il cinismo che regola il mercato della morte.

Ma, d’altronde, è il cinismo di questa società, non vi pare?

È il cinismo che regola anche gli affari di Milano, la ex capitale morale dove si alzano grattacieli col benestare del comune (“che veglia attento e severo sugli interessi immobiliari dei padroni della città”), e dove i clan si sono federati in un consorzio per non pestarsi i piedi.

Si ride anche per delle trovate ingegnose dell’autore: come Quello con la cravatta che si trova alle prese con la presunta paternità del figlio, giovane studente ancora incendiario nell’attesa di trasformarsi col tempo in pompiere.

Come quando si scopre che un presunto suicidio è fallito perché quel giorno Trenord era in sciopero. Maledetti scioperi, non si può più lavorare..

Si, lo so, è un’ironia un pelino difficile da digerire. Ma quante cose oggi stanno diventando sempre più pesanti da mandar giù?

Forse le speculazioni borsa sono meglio, specie quelle sui beni primari? O le scommesse sul fallimento di nazioni? O una società divisa in caste dove chi sta sopra da lezioni di vita ai tanti che stanno sotto in attesa di un ascensore sociale bloccato?

La scheda del libro su Sellerio, il blog dell’autore Alessandro Robecchi

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14 ottobre 2024

Le verità spezzate di Alessandro Robecchi


 

La verità non sembra mai vera.
Georges Simenon

Incipit

«Rivestiti.» Il dottore gli aveva voltato le spalle, aveva percorso con passo pesante i due metri che lo separavano dalla scrivania e si era seduto, come per compilare qualcosa, ma non aveva compilato niente, aveva incrociato le mani sulla scrivania e lo aveva guardato con un misto di amicizia e indolenza, rassegnato.
«Allora?»

«Allora niente, come al solito, le analisi fanno schifo, tu fai schifo, Manlio, diamo colpa all’età e finiamola qui.»
Manlio Parrini aveva fatto una risatina. Carlo Dizzani, il dottore, è suo amico da tempi immemorabili. Da quando lo avevano chiamato d’urgenza sul set per il malore di un attore

A Manlio Parrini, famoso regista, autore del film Le verità spezzate che l’aveva consacrato come maestro del cinema italiano, basterebbe fare un ultimo film: sono passati troppi anni da quell’ultima fatica, che gli aveva dato fama e successo, un ultimo film prima di ritirarsi del tutto.
Il “maestro” Parrini ha un’idea che gli gira in testa: la storia di uno scrittore italiano, autore di opere teatrali, di numerosi romanzi, stiamo parlando di Augusto De Angelis, considerato il padre del giallo italiano col suo commissario De Vincenzi, il poeta del San Fedele, sede della Questura a Milano prima che venisse abbattuta dalle bombe inglesi nel ‘44. Un commissario all’antitesi degli investigatori in voga nei noir pubblicati negli anni ‘30 e ‘40: un investigatore che leggeva Proust e Freud, che sapeva leggere nell’animo delle persone che si trovava davanti.
Un poliziotto all’antitesi anche del modello fascista di poliziotto, quello dell’investigatore costretto ad alzare le mani, perché col crimine ci vuole la mano dura. Era un’altra Milano, quella di De Angelis negli anni ‘30, nei pieni anni ruggenti del regime. Come anche era una città diversa la Milano degli anni 40, con la guerra sempre più vicina, con le bombe, le restrizioni del regime sempre più insopportabili, l’oppressione della polizia fascista e dei tedeschi.

Vede una città senza nessuna frenesia, monumentale e scura, oppressa. “Piazza San Fedele era un lago bituminoso di nebbia, dentro cui le lampade ad arco aprivano aloni rossastri" scriveva Augusto De Angelis nel 1935.

Non sarà la solita biografia, il solito biopic cui siamo abituati nelle serie televisive in Rai: l’idea che ha in mente Parrini è raccontare l’Italia negli anni del regime, per arrivare a parlare di questa Italia di oggi.
Perché quella dello scrittore Augusto De Angelis è una storia da raccontare: morì nel luglio del 1944 a seguito delle percosse subite da un pestaggio di squadristi fascisti, a Bellaggio dove si era rifugiato come tanti altri milanesi.
Ma De Angelis non era un antifascista, non era un pericoloso sovversivo, anzi: veniva da una famiglia borghese, aveva cercato successo nel mondo del teatro, la sua vera passione, senza però riuscire a sfondare. Poi era passato alla scrittura, con l’intuizione felice di portare in Italia il giallo: peccato che nell’Italia fascista fosse sempre più difficile parlare di reati e di crimini, se proprio c’erano dei criminali dovevano essere stranieri, su cui l’azione della polizia doveva essere implacabile.

Eccola la storia con cui il maestro Parrini chiuderà la carriera: quella del padre del giallo italiano e del suo commissario De Vincenzi:

«Cosa sai di Augusto De Angelis?»
«Direi niente.»
«Perfetto.»
«Dammi un titolo per farmi un’idea.»
«Un cold case degli anni Quaranta.»

«Occazzo. Sentiamo.»

Un cold case per quel mistero dell’aggressione a Bellagio che aveva chiuso quella breve carriera di scrittore di gialli: De Angelis in fondo voleva solo scrivere romanzi ambientanti nella borghesia milanese, senza che gli assassini fossero per forza stranieri, ma “De Angelis aveva dovuto adeguarsi, ma si vedeva la forzatura, i suoi libri erano pieni di signorine O’Brian, di mister Bolton..”

Man mano che il film va avanti, Parrini si rende conto di come, in fondo, i tempi non siano poi così cambiati. Nonostante lui sia “il maestro”, arrivano pressioni da parte del produttore su chi scegliere come protagonista (un mascellone americano), un aiutino per la storia da quella sceneggiatrice che ha lavorato tanto bene in Rai..

Le censure e le autocensure dell’inizio degli anni Quaranta non somigliavano in modo cristallino, quasi grottesco, a quelle di oggi?
Di là Pavolini, ottuso burocrate di quel che si può dire e non dire, di qua la macchina produttiva: qualcuno da affiancare a Sara De Viesti per renderla digeribile, l’attore di moda per attrarre i soldi…
Al giallo, “freddo”, si affianca poi un altro delitto, la morte della vicina di casa di Parrini, vedova del proprietario della depandance dentro cui il regista vive in perfetta solitudine che poi era stato il suo produttore. Uno strano delitto: una donna strangolata dentro casa senza che siano presenti registrazioni di telecamere o di intercettazioni per inquirenti. Sembra proprio una di quelle indagini che avrebbe fatto il commissario De Angelis, col suo fido aiutante Cruni.
Anche questo giallo, la vecchia vedova strangolata in casa, ha qualcosa di particolare: ci sono dei dettagli che non tornano, strane pressioni sulla magistrata che segue il caso, un indiziato con buoni avvocati alle spalle e un altro che sarebbe poi il colpevole perfetto.

Un giallo nel passato e un giallo nel mondo di oggi: tutte e due storie di meriterebbero giustizia, meriterebbero che si arrivasse ad una verità? Ma ne esiste veramente una?

E il problema vero, il problema di sempre e di tutti, pensa ora Manlio Parrini, non è che le verità si spezzano, ma che le verità non ci sono, non esistono, semplicemente. Sono fatte di una sostanza ambigua e molle, inconsistente. Le verità che conosciamo sono solo quelle che noi decidiamo siano verità.

La verità si deve plasmare col corso della storia, forse. A seconda delle convenienze del potere. Come anche la libertà, quella che pensiamo di avere noi tutti i giorni e che invece è fatta anche di tante rinunce.
Perché anche oggi esiste un potere che ci dice cosa deve andare in onda in televisione e cosa è meglio tenere nascosto. Un potere che decide cosa è satira e cosa no. Di cosa ridere e di cosa non si deve ridere.
Un potere che ha deciso di egemonizzare la cultura pretendendo perfino di riscrivere la storia. A loro uso e consumo. Basta con questa satira, basta con questo giornalismo di inchiesta che parla di corruzione. Basta con questo disfattismo contro il governo che rappresenta gli italiani..

Tutto ridicolo (perché la storia la seconda volta si ripete in farsa)? Forse.

Chi ha detto che il ridicolo non può essere pericoloso?

Attenzione, allora, ci dice Robecchi, a cosa rinunciamo ogni giorni, sull'informazione, sul diritto alla trasparenza, all'essere informati su chi ha un ruolo pubblico. Quando vediamo l'ennesima lottizzazione in Rai, l'ennesima querela per una vignetta o per un articolo. Per conformismo, per ignavia.
Un giorno non avremo più voglia di riderci sopra perché sarà troppo tardi.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli, il pdf del primo capitolo.
Il blog di Alessandro Robecchi dove potete trovare altri articoli su questo libro.
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03 febbraio 2024

Pesci piccoli, di Alessandro Robecchi

 

I poveri ci vuol poco a farli comparir birboni

Alessandro Manzoni – I promessi sposi

Aveva contato le banconote stropicciandole tra le mani. Sei da cinquanta, due da dieci, una vecchia consumata, lisa, così insulsa che sembrava già spesa.
«Tutto qui?»
«
Perché, manca qualcosa?»
Lui aveva avviato il motore con uno strappo della frizione, e poi via fuori da via Brivio, verso il centro con deviazioni sul percorso per raccogliere le altre.
Le 5 e mezza.
Se non avete mai visto la luce delle cinque e mezza, a Milano in primavera, non potete dire niente di questa città, e forse nemmeno di questo mondo.

La serie dei romanzi di Monterossi è arrivata a dieci anni: partito con uno stile molto vivace e ricco di houmor , romanzo dopo romanzo lo sguardo sulla città di Milano e sulle distanze sociale sempre più ampie, sulla ingiustizie dentro una città che è stata raccontata come “the land of opportunity”, dove basta rimboccarsi le maniche e i risultati arrivano, han trasformato le storie in qualcosa di più del classico giallo, con tante battute (sulla polizia con pc dell’età giurassica).

Possiamo chiamarlo giallo sociale, una delle tante vie, forse la migliore, per raccontare cosa è diventata questa città, cosa siamo diventati noi.

Certo, il punto di vista è molto particolare: protagonista delle storie è Carlo Monterossi, produttore televisivo famoso, inventore della trasmissione della diva Flora de Pisis dove si mandano in onda tutte le storie del “popolino”, quelle che piacciono alla gente e fanno audience (dunque soldi, anche se per pochi). Corna, gente che viene sedotta e abbandonata..
La grande montagna di merda, così la definisce il suo inventore, Monterossi, che pur ne gode i benefici: da una parte questo mondo di gente semplice che cerca nella televisione, anche a costo di raccontare i fatti propri (seppur “pettinati” dagli sceneggiatori televisivi), cerca il suo momento di gloria con la televisione.

Ma c’è un mondo dall’altra parte. Quello delle persone che esistono sebbene non le vediamo mai, come Teresa, una delle tante addette alla pulizia per i grandi open space e uffici della Milano che non sta mai con le mani in mano. Sveglia alle 5, due ore di lavoro per un salario, per tre ore al giorno di lavoro, pagato in nero. E pure sempre meno, perché, come hanno spiegato al capo di Teresa dalla grande azienda che progetta grandi opere in tutto il mondo:

«Contratto nuovo, venti per cento in meno. Prendere o lasciare. Erano 30.000 all'anno adesso sono 24, mi hanno detto: per trovare quattro indios che lo fanno per 20 basta fare un fischio, ma noi ci teniamo alle apparenze.»

In una sola frase il disprezzo per il lavoro altrui e un pizzico di razzismo che non fa mai male e fa tanto pendant di questi tempi.

Ma una sera, a Teresa capita un qualcosa che potrebbe cambiare la sua vita.

Al termine del giro di pulizie, mentre scorge un ladro che sta scappando dagli uffici, si imbatte in un sacchetto lasciato lungo le scale.

Però già quando in mezzo al cortile, si accorge che sembra pesante. Ci guarda dentro, ci sono tre buste chiuse, nuove, non sembra roba da buttare. Rimane davanti ai bidoni, perplessa.
Lascia il suo sacco e tiene quell'altro in mano. Poi, con un gesto deciso, come se fosse la risposta a qualche domanda che le è passata per la testa, lo infila nella sua borsa, sotto il golfino leggero che porta sempre con sé ..

Dentro ci sono una busta di soldi, dei documenti in inglese e una chiave USB. Sono tanti soldi, ottanta mesi di lavoro, 6 o 7 anni di pavimenti, polvere stracci cessi da pulire: ma sono soldi che la lasciano in una situazione di tensione, preda di due desideri opposti, da una parte denunciare all’azienda quei soldi, dall’altra tenerseli, soldi da usare per cambiare finalmente quella vita sempre uguale, sempre di corsa, sempre in lotta.

Anche il nostro Carlo Monterossi è alle prese con un bel problema: da una parte non riesce a non staccarsi dalla “grande fabbrica della merda”, dall’altra non riesce più a digerire quell’esposizione del gossip, della volgarità, cose che metterebbero in imbarazzo la gente normale.

Questa volta tocca ad un crocefisso miracoloso: in un paesino nel pavese un non prete che tutti chiamano però don Vincenzo, è diventato famoso per le sue prediche davanti a fedeli (ma dobbiamo chiamarli così), gente bisognosa di credere in qualcosa, per dimenticarsi delle grame della vita.

Il non prete si accompagna ad una ex pornostar, oggi redenta sulla retta via e ad un crocifisso che, nel corso delle sue prediche si illumina. Ci sarebbero anche testimonianze di miracoli..
Eccola la nuova storia per Flora.

Ma Carlo, con la sua “Sistemi Integrati”, è chiamata anche a risolvere il caso della IGO, la grande azienda italiana di grandi opere (dove lavora Teresa), che ha subito un furto ma non intende denunciarlo alla polizia. Meglio rivolgersi a gente discreta come questa agenzia, che non fa troppo rumore. Ma si tratta di una inchiesta strana: l’azienda sta costruendo una diga in Africa (le sue bandierine riempiono tanti paesi sulla cartina geografica), ha a che fare con ministeri, paesi stranieri, in contesti anche difficili. Eppure la sicurezza nella sede milanese sembra molto al di sotto degli standard. E poi, come mai non vuole denunciare il furto?

Carlo invece tace, sembra pensoso, addirittura distratto. La storia della IGO, delle dighe in giro per il mondo, del furto troppo facile, non gli piace per niente. Se sta lì con i suoi amici, disposto addirittura a farsi presentare come avvocato - e perché non pedofilo o satanista? - e perché quel gioco della Sistemi Integrati gli permette di guardare il mondo da un'altra angolazione. Le vite pettinate che Flora mette in scena, l’iperrealismo, la finzione grottesca della TV con cui lui stesso ha contribuito a insozzare il paese, gli danno la nausea, invece le investigazioni, le indagini, gli permettono di vedere vite e persone così come sono, vere, sporche, banali, nella loro semplicità degradata e corrotta, certo ma vera. Viva.
Ma qui, si dice ora, cosa c'è da vedere? Niente. Un gioco enorme di interessi, intrecci, soldi, ministeri, forse servizi, italiani o stranieri, appalti, accordi sopra e sottobanco. È una storia senza vite intorno, non lo entusiasma, non gli interessa.

E Ghezzi? E Carella? Che fine hanno fatto i due poliziotti da strada le cui indagini si sono spesso incrociate con quelle della banda Monterossi (l’ex poliziotta Cirrielli e Oscar Falcone)?

Sono stati messi a chiudere dei fascicoli che si sono accumulati sulla scrivania del dirigente: sono piccoli casi, denunce della brava gente che non ne può più della vicina che riceve gente strana a tutte le ore, dell’amministratore di condominio che è sparito, dell’egiziano che svuota le cantine.. storie di “pesci piccoli”, denunce senza nemmeno un vero reato a volte. Gente che, nella miseria, cerca di arrangiarsi come può: “è solo merda da spalare”, dice Ghezzi al compagno, a cui rode non doversi occupare di pesci più grandi, ma bisogna dare una risposta alle richieste di giustizia del popolo, non potendo catturare i grandi ladri, rimangono solo loro, i pesci piccoli.
pesci piccoli

«Prendiamo solo dei poveracci, questo almeno lo vedi, no? Gente che fa una vita di merda e che cerca qualche scorciatoia per uscire un po’ dal fango e si ritrova ad affondare ancora di più, hai presente? Ecco, quella gente lì»

Ma ci sono anche altri pesci piccoli: sono i consumatori della tele-pornografia che inonda l’etere con la trasmissione di Flora. Anche loro, come i pesciolini dell’acquario col mangime, si attirano in superficie con poco: un po’ di suggestione, il finto miracolo (se non il vero e proprio raggiro, come in questa storia del crocifisso magico), le pruderie dei tradimenti confidati a milioni di italiani in prima serata. Tutto per lo chef.

Il romanzo prosegue su due piani: da una parte abbiamo le indagini di Carella e Ghezzi che ci raccontano di questo mondo di povera gente, che sparisce nella coreografia della rande Milano a cui non lascia scampo per sopravvivere (signora mia, dove andremo a finire con tutti questi furti)

La cosa suonava sordida ma anche normale in modo deprimente. La signora su di sopra, col marito a letto da due anni, campavano si sa come, un po' come tanti lì dentro, sei piani di loculi messi male, freddi d'inverno, caldi d'estate pieni di vecchi, servono un sacco di perdenti per tener vivo il mito della città vincente

Dall’altra parte c’è il racconto sul furto alla Igo e l’indagine della Sistemi Integrati grazie a cui, per un caso, Carlo si trova a soccorrere proprio Teresa, la donna delle pulizie con tanta voglia di cambiare vita. Ecco, questo incontro per Carlo è una boccata d’aria, come un tornare alla vita vera, quella delle persone che faticano tutti i giorni senza poter coltivare alcuna ambizione.

Carlo vede qualcosa in questa donna, su cui dovrebbe in teoria indagare, in quanto collegata al furto: qualcosa in quegli occhi marroni che, quando lei sorride, sembrano cambiare colorealtro che crocifisso a intermittenza, ha pensato Carlo, qui abbiamo un altro miracolo”.

Dietro questa indagine troviamo, messi uno a fianco all’altro, i pesci piccoli come Teresa che pensa di poter cambiare vita con quei soldi trovati dentro un sacco (perché, i poveri non possono avere queste ambizioni?), dall’altra i grandi predatori. I ladri di stato si sarebbe detto.

Carlo Monterossi, che vuole sempre guardare le vite degli altri, si ritrova nel mezzo, con una voglia di far giustizia come il prode Lancillotto: glielo rinfaccia l’amica Bianca Ballesi, aggiungendo che è un Lancillotto un pochetto ipocrita, perché quel ruolo di salvatore di Teresa se lo può permettere per i soldi che ha fatto proprio con quella televisione lì.

Pesci piccoli è un giallo senza omicidi, senza morti, solo quel furto anomalo (i cui intrecci saranno chiari solo alla fine). C’è la società di oggi, divisa in classi chiuse e con tanta puzza sotto il naso. E anche tanta voglia di rivincita, di una vita migliore, anche passando da una forma di giustizia poco rispettosa delle leggi.

Perché c’è tanta gente disperata là fuori: “È già tanto che non vengano ad impiccarci tutti” si trova a pensare Monterossi nel calduccio del suo appartamento.

I'm going out of my mind, oh, oh
With a pain that stops and starts
Like a corkscrew to my heart
Ever since we've been apart
Bob Dylan – You’re a big girl now

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13 marzo 2023

Cinque blues per la banda Monterossi di Alessandro Robecchi



Scrivere un racconto è tra le cose più deplorevoli che esistano. Come spesso capita con le cose più deplorevoli, è anche tra le cose più divertenti ed eccitanti nella vita di qualcuno che scrive, che per prima cosa sarà obbligato a chiedersi, perché proprio un racconto?

Inizia con queste righe, nel preambolo da titolo “Le deplorevole arte del racconto”, che è una sorta di saggio sul racconto breve, questa raccolta di racconti con Carlo Monterossi, il personaggio inventato dallo scrittore, giornalista, autore televisivo Alessandro Robecchi protagonista di una fortunata serie di gialli (e non solo), nata ormai dieci anni fa. In attesa del prossimo romanzo, che sarà il decimo e dunque, come ha scritto l’autore sul suo canale Twitter, “dovrà essere perfetto”, godiamoci questi cinque blues con la banda Monterossi. Sono racconti molti milanesi e che ci aiutano a raccontare la metropoli con un occhio diverso: quello di una persona agiata col suo bell’appartamento in zona Porta Venezia, cosa che Carlo Monterossi può permettersi grazie ai guadagni come autore di un programma della “grande fabbrica della merda”, la trasmissione dove si fa pornografia dei sentimenti a basso costo pur di prendersi qualche punto di share in più.

«Un vincente involontario che fa il tifo per i perdenti», si è detto del Monterossi..

Dalla sua posizione privilegiata, di benestante, Monterossi riesce a vedere sia la Milano delle persone che vivono in palazzine liberty, con tanto di autista, sia la Milano di quelli che fanno fatica ad arrivare a fine mese, che vivono di espedienti, che una casa propria non l’avranno mai, né a Milano né altrove probabilmente. Persone e vite che incontra nel corso delle indagine che si trova a dover affrontare, inizialmente per gioco, come rivincita per quel mestiere di autore televisivo che così gli pesa sulla coscienza, poi come finanziatore della Sistemi Integrati, l’agenzia investigativa con dentro l’enigmatico socio Oscar Falcone.

Dentro Monterossi convivono questi due mondi: da buon idealista ha ancora una sua coscienza da difendere, anche ingenuamente, ma anche un tenore di vita da conservare

Soldi, si torna sempre lì. Soldi e coscienza. Soldi e decenza. Darwninismo sociale e il merito dei già meditati, Shakespeare nella Milano di oggi: «siamo fatti della sostanza di cui sono fatti i soldi».
Ecco.
Permettersi qualche dubbio esistenziale su questo assunto ormai inconfutabile è il vero lusso del Monterossi, altro che whisky costosi, macchina da signorotto e appartamento da vip.

In un racconto non puoi permettersi di lasciare le cose a metà
– racconta Robecchi in questa lunga introduzione, ognuno deve avere una sua precisione chirurgica: questo vale per tutti i racconti che leggerete qui, a cominciare dal primo, scritto nella prima fase del Monterossi, in cui Robecchi faceva largo uso dell’autoironia, delle battute, cosa che ha imparato a dosare meglio nel corso degli anni.

Il tavolo

Un investimento sbagliato, anzi una vera e propria truffa, e Carlo Monterossi, l’uomo agiato rischia di diventare l’uomo povero.
Riuscirà a riprendersi il suo grazie ad un tavolo da gioco gestito da un clan calabrese

Serafino Sonnino. Laurea in giurisprudenza. Master ad Harvard. Droga, estorsione sequestri, ma ha smesso, pare. Edilizia, molta, racket più che un po'. Un piccolo esercito collegato alle cosche della locride, ma con legame lasco, non è uno che lavora conto terzi. Hobby: bische. Passatempi correlati: ricatto e usura. Chi gli ha rotto i coglioni non è mai andato in giro a raccontarlo. O forse al becchino, chissà.

Killer

Un cane viene rapito a Milano e Oscar Falcone, assieme a Monterossi, viene incaricato di ritrovarlo. Che indagine potrebbe essere questa? Solo che il cane appartiene ad una ricca e molto bella signora milanese che è anche amica, molto amica, di un banchiere, capo della banca che fa tremare i listini.
Ed ecco spiegato l’interesse per ritrovare quest
o chihuahua: un’indagine che sarà anche un viaggio nella verde Brianza, quella zona che si estende al nord di Milano, indicativamente quando i capannoni e il cemento lasciano lo spazio al verde, alle dolci colline, alle statali invase dai ciclisti della domenica

.. posti che si chiamano Cascina Perego, Cremnago, cartelli che indicano luoghi lontani, druidi, riti pagani, palafitte e capannoni, tipo Pomelasca, Lurago d’Erba, tra qualche chilometro e qualche centinaio di ciclisti. Il Seveso pare ancora un fiume.
Doppio misto

Anche i killer, anche la coppia di killer milanesi protagonisti di questo racconto, possono avere un’etica. Strano no? Oppure non è strano, in un mondo dove non si premiano gli industriali che fanno investimenti, che guardano al futuro, ma invece quelli che puntano al profitto, ai soldi che producono soldi e solo se ce l’hai, puoi mettere sul tavolo le tue fiches, altrimenti quella è la porta si accomodi. Chi solo allora i cattivi, in questa storia? I due committenti della coppia dei killer oppure questi due, l’uomo con la faccia da schiaffi e il professore?

Il marito, la sua stupida fabbrichetta che arranca per il calo degli ordinativi, la proposta di acquisto del terreno per un qualche grattacielo superlusso, magari col bosco sui balconi e una fetta della torta, a metri quadri venditi a peso d’oro.
Soldi, tanti.
E lui, il cretino, che vuole continuare a fare l’industriale, a tirar l’anima coi denti tra bilanci e sindacati, quando bastava firmare una carta e sarebbero stati ricchi. Ricchi veri.
Piccola suite borghese

Si parla ancora della borghesia milanese qui: quella borghesia “con le ville liberty sul lago, la Ferrari in cortile e l’etica del lavoro degli altri”. Si tratta di una famiglia che si occupa di arredamento, ma non per gente qualunque. Arredamento per super-ricchi, quelli che si fanno costruire le ville dagli archistar, che scelgono i tessuto per i tendaggi andando in giro per il mondo. Un’azienda che vive per quel lusso e dove ad un certo punto iniziano a girare delle cartoline, dove qualcuno ben informato inizia a parlare di una futura cessione..
Un omaggio allo scrittore Hans Fallada e al suo capolavo
ro “Ognuno muore solo” che Primo Levi definì "uno dei più bei libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo".

Occhi

Nell’ultimo racconto ritroviamo nuovamente una famiglia di industriali, settore della meccanica di precisione questa volta, la morte del capostipite e un testamento che tira in ballo un figlio non riconosciuto che la pregiata ditta Sistemi Integrati deve ritrovare perché, dopo tanti anni, anche a lui spetta un pezzo del patrimonio.

Ma c’è una storia dietro. Una storia di rabbia, di miseria, di frustrazione. E di un idealismo teorico che non ti aiuta a riempire la pancia a cui risponderà il sano pragmatismo del Monterossi, capace di vivere tra i due mondi, le due caste di chi sta sopra e chi vive nei sottofondi, “come un topo nel formaggio”:

Lui, invece, fa il professore, ma in che modo non si è capito bene: «Insegnava, si, ma un giorno, saranno dieci anni fa, è tornato a casa, su è seduto dove è lei adesso» - indica la sedia di Carlo - «e ha detto che non insegnava più, si era dimesso. Campa di ripetizioni, di eterne e inutili riunioni in case editrici che pagano a stento.»

Mai fidarsi di due begli occhi, Monterossi! Per fortuna che c'è il vecchio Bob per consolarsi.

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24 marzo 2022

Una piccola questione di cuore, di Alessandro Robecchi

 

Lo avevano guardato salire le scale, dalle telecamere, e si chiedevano cosa potesse volere da loro un ragazzino. Il casco in mano, il giubbotto aperto su un maglioncino leggero. Informale ma elegante, scattante, giovane. Aveva esitato un po’ sul pianerottolo, ma questo l’aveva visto solo Oscar Falcone, dallo spioncino.

Poi avevano fatto la trafila normale: una referenza credibile e controllabile, che il ragazzo aveva fornito, come se fosse preparato alla richiesta. La Sistemi Integrati non ha numeri di telefono o indirizzi online: se suoni il campanello lì vuol dire che qualcuno ti ha dato indicazioni.

I nostri clienti sono i nostri migliori amici, eccetera eccetera.

Il mio amico Basilio, per descrivere quest’ultimo romanzo dello scrittore milanese Alessandro Robecchi, ha scritto che se Shakespeare e Scerbanenco (il famoso giallista considerato uno dei padri del noir) si fossero incontrati in un varco temporale avrebbero scritto una storia simile: da una parte la tragedia umana dei tanti personaggi della storia, dall’altra sullo sfondo la Milano di oggi con le sue luci, le sue ombre.

A far da filo conduttore in tutto il libro il tema dell’amore: per amore Stefano Dessì, giovane aspirante ingegnere si rivolge alla Sistemi Integrati, l’agenzia investigativa di cui Carlo Monterossi è socio, per ritrovare la donna che ama. Dice proprio così, senza provare alcuna vergogna, lui ama quella donna, Ana Petrescu, di origini rumene, molto più grande di lui.

Una storia che colpisce Carlo Monterossi, abituato alle storie d’amore pettinate per il programma di Flora de Pisis di cui lui è, in fondo, il padre, ora si trova dentro qualcosa di nuovo, una storia di un Romeo che cerca la sua Giulietta o forse, come dice Carlo con un pizzico di malizia, la zia di Giulietta, vista la differenza di età. Bisognerà ragionarci su questo sentimento, possibile che esista veramente?

«Neo ho visti a decine di uomini innamorati di Ana,pazzi, persi, erano tutti gradini della sua scala, ma giusto così, erano tutti dei coglioni che pensavano di comprarsi una bambola, e la bambola li fregava alla grande»
Quando si dice la franchezza, pensa Carlo Monterossi.

Un oggetto misterioso questa Ana, un ex marito alle spalle, qualche sacrificio per sopravvivere in Italia, era passata dal frequentare un piccolo delinquente e, quando lui si è fatto beccare, si era messa in proprio. Come una libera professionista del mondo del crimine, perché Ana ci sapeva fare, non si faceva spaventare dal nuovo mondo del crimine che in questo momento viveva anche un momento di spaccatura tra i vecchi e i nuovi. Perché non ci sono solo i calabresi coi loro problemi del traffico di droga, le bische clandestine, gli appalti grazie alle entrature nei palazzi del potere. Ci sono anche criminali nel mondo della finanza che campano prestando soldi a strozzo ad imprenditori in difficoltà, per la crisi, per i loro vizi, e che per convincerli a pagare bastava mandare loro uno che gli spezzasse i pollici.
Dall’altra parte c’è il nuovo, la criminalità 2.0, quella che ti si presenta in giacca e cravatta, nemmeno li distingui da uno dei tanti liberi professionisti sul mercato. Hai bisogno di soldi e non sai come rientrare, nessun problema, io mi prendo le quote delle tue società.
Questa è gente nuova, che sa come far girare i soldi, anche in modo discreto nei paradisi fiscali, che finanzia start-up, che magari compare anche su qualche copertina delle riviste dei vip, che stacca anche assegni generosi per opere di beneficenza, perché va bene il crimine, ma l’immagine conta in questa Milano locomotiva del paese.

Carlo Monterossi vive questa indagine come spettatore (ma alla fine si conquisterà il suo posto in prima fila, sebbene non avrebbe mai voluto farlo): spettatore delle vite degli altri, quasi come quando fabbricava le storie per Flora per la grande “fabbrica della merda”, definizione calzante per quella televisione che campa sul dolore, sul falso, sulla morbosità delle persone. Solo che questa volta sono vite vere: l’amica di Ana che diversamente da lei ha scelto i sacrifici al mondo del crimine con un marito che ripete solo “noi non vogliamo guai”, le ragazze che danzano seminude avvinghiate ad un palo per la soddisfazione degli avventori “svogliati” dei locali notturni. E poi questo ragazzo ventiduenne, figlio di un avvocato di successo, che si può permettere persino di pensare all’amore. Quanto contrasti in questa storia, così assurda ma così reale.

«Lo vedi? Ti piacciono tutte le vite in cui non hai responsabilità. Ti siedi come al cinema, o allo stadio, ma se devi giocare cambi discorso. Va a finire che sei più cinico di Flora, anche se hai ragione, non pettini le storie, ti vanno bene così come sono.»


E poi questa avventuriera, in fuga da qualcosa, forse per uno sgarro ad uno di quei personaggi che sguazzano nella zona grigia tra affari e criminalità di cui sopra, forse uno sgarro per un errore che aveva fatto nel suo ultimo servizio.

Carlo, assieme agli altri membri della Sistemi Integrati, la ex poliziotta Cirrielli e Oscar Falcone, riescono a portare a termine l’incarico, a ritrovare la Giulietta per il suo Romeo. Ma .. c’è un ma. Si, quello che vede Carlo tra la bella Ana e il giovane Stefano è amore. Lo capisce da come si sono abbracciati, da come si sono cercati, da come si sono guardati. Ma il loro incarico non è finito, ora è Ana che chiede loro di aiutarla a portare un messaggio di pace a chi la sta cercando, perché lei di quella vita non ne vuole sapere più.

E Ghezzi e Carella? Pure loro sono alle prese con le loro questioni di cuore. Una ragazza accanto per Carella e un matrimonio lungo vent’anni ma che ancora funziona per Ghezzi.

I due poliziotti vengono incaricati dal capo di seguire, in modo non ufficiale e senza farsi notare, l’indagine sull’omicidio dell’enfant prodige della finanza milanese, un certo Bastiani, presente in mille società, investitore in start-up di successo, esperto in mediazioni e salvataggi di aziende, uno capace di seminare denaro e di passare poi a riscuoterlo quel raccolto, anche a costo di chiuderle quelle aziende, “perché per contadini così la siccità non c’è mai .. Uno di quelli che vanno alle serate di gala e di beneficenza”. Uno che si è fatto ammazzare però dentro un anonimo appartamento in corso Lodi: dell’indagine se ne occupano i carabinieri ma il prefetto ha chiesto anche alla polizia di dare un’occhiata, perché non si sa mai, metti che viene fuori qualcosa di imbarazzante per i suoi legami con la politica..

Le due indagini, entrambi non ufficiali, saranno destinate ad incrociarsi, con qualche difficoltà per le tante divergenze tra i due gruppi, tra lo sbirro Carella e quel Monterossi che si improvvisa investigatore per sfuggire alla noia della vita.
Come andrà a finire la storia di Giulietta e Romeo? Chi ha sparato al “fenomeno della finanza”, rischiando anche di scatenare una guerra tra i gruppi criminali?

Forse ha ragione il mio amico, c’è la tragedia, c’è l’amore, che in questa storia spunta sempre fuori. L’amore che cresce anche tra persone così distanti, come il giovane studente e questa dark lady in cerca di una vita nuova. Ma c’è anche l’amore della gente semplice, quelli che lavorano tutti i giorni, senza troppe ambizioni davanti se non arrivare a sera, un po’ di tranquillità domestica, una casa, dei bambini.

E quello che Carlo prova per Bianca Ballesi, anche lei dentro il mondo della TV, cos’è? E’ amore questa voglia di stare accanto a lei aspirando quel suo bel profumo, trovare pace dentro quello spazio comune tra loro due?

Nemmeno i verso del poeta Bob Dylan aiutano a risolvere l’enigma

The same thing I want from you today.
I would want again tomorrow
(Booths of Spanish leather)

Ma, attenzione, c’è anche Scerbanenco, la Milano nera, non più quella della ligéra, questi appartengono ad un mondo di intoccabili, dove ci sono i soldi che generano soldi e che aprono molte porte. La Milano dei contrasti e delle distanze siderali tra questo bel mondo, appartamenti grandi come campi da calcio, macchine di lusso, il giro giusto delle relazioni che contano. E, lontano, l’altro mondo, dei Ghezzi e della loro onorevole onestà, dei Carella sempre più incazzati perché nemmeno le sberle bastano a raddrizzare il mondo. Del ceto medio che, parlandone da vivo, deve aggrapparsi con le unghie alla vita per non scivolare in basso.

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29 ottobre 2021

Le giovani generazioni e la disonestà intellettuale

 Alla fine, per far quadrare i conti, bisogna stare attenti a come si spendono i soldi ed evitare di creare troppo debito che pesi poi sulle spalle delle prossime generazioni.

Bene, bravo bis.

Ma poi, all'atto pratico, mai visto un governo che taglia la spesa se non toccando pensioni, sanità, scuola, welfare.

I soldi per il reddito di cittadinanza sono uno spreco (meglio tagliare le tasse alle imprese dicono da destra a destra) e quelli che prendono i sussidi non avendone diritto sono furbetti.

Mica come gli onesti evasori, o quanti avendone modo, fanno una bella elusione fiscale (ed essendo pure campioni sportivi diventano emblema del made in Italy).

Serve mettere a posto i conti? Perché non tagliamo la spesa militare, perché non tocchiamo l'evasione o la corruzione (due temi spariti dai radar)?

Sulle pensioni poi, c'è una tale disonestà intellettuale da far rabbia: a pesare sul futuro di chi entra adesso sul mondo del lavoro c'è il precariato, salari in decrescita (unico paese in Europa), lavori saltuari.

I giovani, quelli che voi oggi dite di voler proteggere, un giorno vi malediranno.

Da leggere:

Draghi sfrutta i giovani come scudo per i tagli DI DANIELA RANIERI 

Naturalmente i principali emissari di questa retorica pro-giovani sono i detentori di vitalizi, pronti a darsi fuoco quando gli si toccano privilegi da Ancien Régime, improvvisamente preoccupati per il destino dei giovani. I quali giovani sono stati massacrati da decenni di precariato, scientificamente privati del diritto alla futura pensione, costretti ad accettare ricatti, contratti finti, salari da fame e/o sostituiti da buoni pasto, tutto per volere del legislatore e dei governi anche di centrosinistra. Infatti il distruttore dello Statuto dei Lavoratori e inventore del Jobs Act (e della Buona Scuola, con la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, una trovata per mettere i minorenni a lavorare gratis negli autogrill), twitta: “Che i sindacati attacchino il Governo sulle pensioni dimostra ancora una volta come parte dei dirigenti di questo Paese pensi solo a chi è già garantito e non ai giovani. Tanto il conto lo pagano sempre i nostri figli”. Giusto per geolocalizzarlo: il tweet parte da Riyad (o dall’aereo privato che ce lo porta), dove è atteso per parlare di “Cultura” (lui!) in cambio di soldi sauditi

Pensioni, la solita moda di usare i figli per picchiare i padri e i nonni di Alessandro Robecchi

Il trucchetto ha il suo fascino, e a volte funziona. A pensarci, è quello su cui basa la sua propaganda anti-immigrati Matteo Salvini che tuona “prima gli italiani”, cioè invita i penultimi (gli italiani poveri) a odiare gli ultimi (i migranti). Altro caso di scuola, la narrazione renzista che portò all’abolizione dell’articolo 18. Siccome moltissimi non l’avevano, invece di darlo anche a loro si additò chi ne usufruiva come egoista e privilegiato. Anche allora i giornali erano pieni di giovani che dicevano: io, precario, l’articolo 18 non lo avrò mai, e allora perché deve averlo un metalmeccanico? Il meccanismo culturale che sovrintende il “ridisegno” del sistema pensionistico è esattamente lo stesso: lasciare una moltitudine senza diritti e poi – fase due – additare chi i diritti ancora ce li ha come un pescecane profittatore. Questo il desolante quadro del dibattito: trasferire la guerra ai piani bassi della società, mentre ai piani alti si stappa e si festeggia la ripresa “oltre le previsioni”. Siamo sempre lì: un Monti, un Renzi, un Draghi, la stessa sostanza di cui sono fatti gli interessi dei ricchi.

03 aprile 2021

Flora, di Alessandro Robecchi

 


In definitiva, non è la poesia che deve essere libera, è il poeta.

Roberto Desnos.

Cosa vuol dire essere liberi oggi, nell'epoca del progresso, della comunicazione, dei social, dove puoi sapere tutto di tutti, pandemia a parte, potresti girare il mondo?

E' questa la vera libertà? In tempi di pandemia, si può pensare che la privazione dei riti della socialità, con gli amici e con i familiari, sia privazione anche delle tue libertà. Può essere.

Alessandro Robecchi ci racconta una storia di libertà, di un personaggio che ora in tanti, finita la lettura di questo romanzo, andranno a cercare su Wikipedia: il poeta francese Robert Desnos, morto a Theresienstadt l'8 giugno 1945. Perché era un uomo libero, voleva essere libero dai vincoli, che fossero della vita sociale, della poesia, della società. Della dittatura nazista.

Prima

Dunque era lì che era morto. Se lo immaginava steso in quella nicchia, tra due muri bianchi vicini imbiancati di fresco, che certo non erano bianchi, a quel tempo. E non c'era la pianta, di sicuro, un alberello stento ma verdissimo, curato, felice.

E nemmeno la lapide, quattro parole, una data.

C'era solo lui, finito e arreso, macilento, spremuto dal tifo, dalla stanchezza. Se lo vedeva così.

Ma per raccontare questa Storia, con la s maiuscola, Robecchi usa un'altra forma, pescando da un mondo che conosce bene, quello della televisione, un mondo di cui il suo personaggio, Carlo Monterossi, ne fa parte essendo stato autore (pentito) del famoso programma Crazy Love, condotto dalla famosa Flora De Pisis.

La televisione che anziché raccontare la realtà, racconta storie che la gente vuol sentire, si inventa le storie anzi, gli autori “pettinano”, “cuciono” racconti presi dalla vita quotidiana per dare al popolino la sua dose settimanale di verità. La donna tradita che incendia la macchina del fedifrago. Il prete molisano che ha sedotto la signora anziana. Il regista sconosciuto a cui un regista famoso ha rubato una sceneggiatura...

Perché questo fa fare l'amore..” è l'intercalare della signora della televisione ogni cui gesto, posa, sguardo, è studiato perché sembri indirizzato a tutte le persone incollate allo schermo.

Uno

Se Karia Sironi ti telefona dopo le dieci di sera vuol dire che la cosa è grave. Se durante la telefonata – quando urla «Carlo!» come uno che chiama il cane – non da nemmeno una delle sue risate telluriche che svegliano i sismografi e agitano la popolazione, è peggio: vuol dire che la cosa è gravissima.

La cosa gravissima è il rapimento della conduttrice Flora De Pisis, scomparsa dopo essere stata accompagnata a casa sua in una calda serata di un luglio milanese. I rapitori hanno lasciato un comunicato ai vertici dell'azienda, la grande TV commerciale che Monterossi ormai chiama “la grande fabbrica della merda”, perché quello è. Una merda da cui, non proprio come cantava De Andrè, nascono miliardi e non fiori. I miliardi dello share, l'essere al centro dell'attenzione, il poter ospitare e dare visibilità ai personaggi del variegato mondo dello spettacolo ma anche a politici in declino o sulla rampa di lancio.

.. desiderabile. Come amica, complice, madre se sei figlia, figlia se sei nonna, donna appetibile e attraente, ma saggia, adatta alla commozione, guardiana inflessibile, dove la lama del senso comune divide il giusto dallo sbagliato. Tutto falso, tutto così falso da diventare una nuova verità.
Otto milioni di persone se la bevono ogni mercoledì sera, e poi notte, mattina, domenica, eccetera, eccetera. Flora è un'enorme raffineria in cui entra il petrolio grezzo dell'ottundimento popolare, e quel che ne esce è un motivo di vita per lei, e dividendi per gli azionisti.

Qualcuno, dei rapitori, forse terroristi, forse ospiti arrabbiati della sua trasmissione l'ha rapita, ha chiesto un riscatto di svariati milioni e di non avvertire le autorità.

Non sono i soldi il problema, l'azienda nel caso ha svariati milioni da cui attingere nei suoi fondi neri. E nemmeno c'è bisogno di farlo sapere a magistrati e forze dell'ordine, no?
No, è la seconda richiesta, che arriva in un secondo comunicato a mettere in crisi l'azienda, il suo megadirettore galattico, il dottor Calleri, il capo della sicurezza, il dottor Gatti, l'uomo della “Stasi” aziendale. I rapitori chiedono un'ora di diretta in cui Flora parlerà, dirà qualcosa, e che l'azienda deve trasmettere urbi et orbi.

Sarebbe così gentile, il signor Monterossi, lui che ha inventato Crazy Love e che conosce così bene Flora, di fare una sua indagine privata, molto privata, per capire chi potrebbe esserci dietro questo rapimento?

Non da solo, ma facendosi aiutare dall'amico Oscar Falcone, il detective socio assieme all'ex sbirra Agatina Cirrielli della Sistemi Integrati SRL.

Il dottor Gatti, che da buon capo della Stati aziendale conosce qualche segreto delle passate indagini personali di Carlo (come quella dei delitti delle pietre, raccontata in Torto Marcio), sa essere molto convincente.

Ne esce una storia che si snoda su più livelli.

C'è l'indagine privata della ditta Monterossi e soci, la direttrice e amica Bianca Ballesi assieme agli investigatori Cirrielli e Falcone: come può essere stata rapita Flora? Che cosa possono volere da lei i rapitori?

E' la vendetta di una starletta, di un ex vip, di uno dei tanti ospiti della trasmissione maltrattati da Flora?

Difficile, nessuno di questi sarebbe stato capace di tanto, di realizzare quel video, quella messinscena.

Perché dietro i video c'è del lavoro, c'è esperienza, c'è capacità di saper usare lo strumento.

E, ma questo lo capisce chi è stato dentro la “fabbrica della merda”, Flora è diversa in quei video. Non è lei. E' come se non stesse recitando sotto costrizione. Possibile?

C'è poi l'altra storia. Che è la storia di una seduzione, anzi di più seduzioni. L'idea “surrealista” di Corrado Stranieri, ex dirigente di una azienda semi statale. Uno che ha saputo truffare l'azienda con un gesto rivoluzionario e che ora, di fronte alla tomba del poeta francese, che aveva raccontato l'amore nei suoi versi, decide di mettere in atto un secondo gesto surrealista.

Quale mezzo migliore della televisione, finto e menzognero, per raccontare una Storia vera, che parla di libertà, di ribellione, di passione, di amore e di morte?

E chi meglio della regina del falso, delle storie “pettinate”, per raccontare in diretta nazionale, questa storia?

Alessandro Robecchi alterna questi due piani letterari, che diventano tre col racconto della vita del poeta francese: la Parigi degli anni trenta, il manifesto surrealista, gli amori belli e tragici della sua vita, Yvonne e Youki, l'uso della radio per entrare nelle case delle persone, l'ombra incombente dei totalitarismi, la guerra contro i nazisti e la resa. Lo schiaffo a Celine, il suo lavoro nella resistenza, fino all'arresto da parte della Gestapo.

No, Robert Desnos, se anche avesse saputo prima cosa gli sarebbe successo, non si sarebbe fermato.

Ma come reagisce il paese a questa notizia, una volta che i rapitori la rendono pubblica? Alessandro Robecchi è bravo nel raccontare in modo ironico (ma non per questo meno amaro) la reazione al rapimento della Flora nazionale: trattare coi terroristi o rimanere fermi? La linea della fermezza o dobbiamo portare a casa flora a tutti i costi. Meglio non sbilanciarsi, pensano in tanti, chissà che succede ad inimicarsi la grande tv commerciale, dove qualche comparsata si rimedia sempre, per vedere i propri libri e fare pubblicità ai propri film, o per cercare di strappare qualche voto (vi viene in mente qualcuno, tra gli politici ospiti della TV trash?).

E' una storia potente, che attira e attrae tutto il paese:

C'è il dramma, c'è la violenza, il rapimento, la banda dei cattivi, l'eroina piangente che il popolo riconosce come sua, il mistero. Ci sono le indagini, per i feticisti del filone poliziesco, il lato umano, la simpatia per la vittima, il rispetto, il dispetto, lo spettacolo, il magico bilanciamento impossibile tra ciò che è vero e ciò che è falso, tutto scolora. C'è il piccolo sciacallaggio della politica, c'è il dispiacere sincero, c'è uno smottamento sincero, c'è uno smottamento emotivo. C'è un paese che aspetta.

Aspetta il 24 luglio, quell'ora di diretta dove tutto può succedere e la cui attesa mette in subbuglio tutto il paese, tutto l'arco parlamentare, compreso il governo che “segue con ansia la vicenda” di chiaro interesse nazionale. Specie in un momento difficile come questo (l'estate scorsa, con la prima ondata della pandemia appena messa alle spalle).

Come andrà a finire questa storia, questa impresa surreale dove la regina del falso, quella a cui si inchinano potenti e meschini pur di rubare qualche minuto di televisione, deve raccontare la storia vera del poeta francese?

Riuscirà la poesia, il bello, l'arte, la letteratura, a riempire quel vuoto della televisivo e della sua conduttrice?

Qualcuno doveva scriverlo, un libro come questo: il potere della televisione, la sua influenza e la sua capacità nel distorcere a suo piacere il mondo, “pettinare” le storie, adeguarle allo storytelling del momento. E quanto noi siamo vittime di questa influenza, che siamo consapevoli o meno.

Lo abbiamo visto coi nostri occhi in questo lunghissimo anno di pandemia, seguendo i talk, i telegiornali, le maratone, gli speciali.

Apriamo tutto, chiudiamo tutto. Non ce la facciamo più, basta con questa dittatura sanitaria. Non ce n'è coviddi ..

No, spiace dirlo, ma in questo caso dal letame (come diceva De André) o dalla merda non nascono fiori. 

Robert Desnos era questo, uno che ha scritto versi come questo:

Ti ho sognato così tanto, ho camminato così a lungo, parlato, dormito con il tuo fantasma che non mi resta più che essere fantasma tra i fantasmi e cento volte più ombra dell'ombra che passeggia è passeggerà allegramente sul quadrante solare della tua vita.

Robert Desnos

La scheda del libro su sito di Sellerio

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