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18 febbraio 2024

Report – gli appalti Anas e il ponte sullo stretto, il vino standardizzato e la neve (artificiale)

 DO UT DES di Danilo Procaccianti

Anas con le gare d’appalto assegna appalti per decine di miliardi: alcuni di questi, secondo l’inchiesta della procura di Roma, sarebbero stati assegnati con frode con una triangolazione tra aziende private, dirigenti infedeli di Anas (i marescialli) e la Inver, una società di consulenza con dentro Tommaso Verdini, col socio Fabio Pileri.

Verdini e soci avrebbero condizionato le carriere di dirigenti Anas, nelle intercettazioni si parla del sottosegretario Rixi e del presidente di RFI Lo Bosco, entrambi non indagati.

Gli imprenditori versavano migliaia di euro, in nero a volte, come consulenze per la Inver: in cambio avrebbero ottenuto dei documenti riservati per poi vincere le gare di appalto, prima della pubblicazione della gara.

Report ha cercato di ottenere delle risposte da questi dirigenti Anas, senza ottenere molto: tutti avrebbero partecipato a cene con i Verdini (anche quando l’ex senatore era agli arresti domiciliari), anche con esponenti della Lega. Anche in questo caso, secondo il sottosegretario Freni (come precedentemente Rixi) sono solo millanterie, nulla di vero.

Il ministro Salvini è il convitato di pietra in questa storia: tra i fondatori della Inver, la società di consulenza, c'era anche la sua compagna, Francesca Verdini, che ha ceduto le sue quote nel 2021, poi c’è il fratello della compagna, Tommaso Verdini che secondo le indagini farebbe il lobbista proprio nel settore che è sotto il controllo del ministero di Salvini.

“Tommaso 26 anni, Francesca 23, molto giovani, hanno creato questa società dal nulla che ha incominciato subito a fatturare” spiega il consulente Bellavia, che ha scoperto che Francesca Verdini partecipava alle assemblee fino al 2020, conosceva il bilancio e le attività della Inver e del fratello Tommaso, aggiungendo anche che “per fare consulenza alle imprese ci vuole esperienza, non basta studiare. Probabilmente il padre è intervenuto a sostegno dei figli, il padre ha invece una esperienza”.

Secondo gli investigatori Denis Verdini sarebbe il socio occulto della Inver, vero dominus delle condotte illecite, per lui ci sarebbero stati 20mila euro in nero, la vicinanza al ministro sembra essere utilizzata dagli indagati per continuare a fatturare consulenze fittizie.
Consulenze da imprenditori che al telefono con Pileri si lamentavano dell’atteggiamento dei Verdini: “vengo a Roma a darti 70mila euro e per farmi piglià pe c.. da te e tuo padre”? 
“eh no, ma siamo il cognato del ministro”.

Proprio la vicinanza col ministro avrebbe spinto molti imprenditori a rifare il contratto con la Inver, alcuni di loro infatti dopo la prima fase delle indagini avevano interrotto i rapporti con la società dei Verdini, ma dopo la nomina di Salvini a ministro delle infrastrutture, ecco che si rifanno vivi (“certe situazioni sono vergognose” è stato il commento di Pileri in una intercettazione).
Il fatturato della Inver aumenta negli anni in cui è al governo la Lega, nel 2020 senza la Lega il fatturato è azzerato. Poi riesplode nel 2021 col ritorno della Lega al governo. Solo un caso?

Solo illazioni degli intercettati? Sempre nelle intercettazioni si legge questo passaggio dove Pileri racconta di aver avuto carta bianca in ministero da Salvini.
E che cosa risponde il ministro su questi fatti? “Buon lavoro”: questa la risposta da parte di un esponente di un governo che si dice patriota, che governa in nome del popolo, per difendere gli gli interessi degli italiani.

Moltissimi dirigenti Anas bramavano per fare incontri con i Verdini: uno di questi è Simonini, anche lui avrebbe partecipato alle cene con Verdini e in una intercettazione cercava appoggi politici per la sua carriera, a Palazzo Chigi.
Verdini e soci si muovono per garantire un ruolo di livello per Simonini, per non lasciarlo a piedi: alla fine è stato nominato dal governo Draghi commissario per la Orte Fano e per la strada 106 Jonica in Calabria, la “strada della morte”.

Se voi foste giornalisti seri, raccontereste anche dei lavori fatti – ha risposto l’ex Ad di Anas Simonini al giornalista, senza chiarire il senso delle intercettazioni.
I lavori fatti per la statale Jonica ancora non ci sono.

La rete di Verdini è cercata per una promozione in Anas: anche il dirigente Mandosi sarebbe ricorso all’aiuto dei Verdini per arrivare ad una carica in Anas.

Forse sarà un caso e non dipenderà dalla sua amicizia con Verdini, ma alla fine quest’ultimo, Mandosi, viene nominato responsabile delle risorse umane della società Stretto di Messina, l’opera su cui Matteo Salvini ha puntato tutto, il ponte sullo Stretto.

Pietro Ciucci, AD della società Stretto di Messina però racconta di averlo scelto lui, personalmente, Mandosi, “una persona di grande affidabilità”, escludendo alcuna sponsorizzazione di Pileri e Verdini. Sarà stato scelto per la sua affidabilità, ma non c’è stato alcun processo di selezione, alla faccia della trasparenza, nemmeno per gli altri 16 dirigenti che lavorano oggi in questa società: sul sito non sono presenti nemmeno le indicazioni sui compensi di questi dirigenti e tutte le sezioni, comprese quelle sulle consulenze, risultano in corso di aggiornamento. Una cosa grave se si pensa che quando è ripartita l’operazione Ponte, si è deciso di togliere il tetto agli stipendi che potranno superare i 240mila euro annui.

Lo ha spiegato Salvini stesso nella conferenza stampa dello scorso agosto: “se dobbiamo prendere un ingegnere che oggi lavora in Ferrovie o in Anas, dobbiamo garantirgli quantomeno lo stesso stipendio ..”
Dunque si sono presi i migliori, a cui sono stati garantiti lauti stipendi, senza sapere quali siano stati i criteri di selezione: perfino Pietro Ciucci si è aumentato il suo, di stipendio, da 25 mila a 240mila euro l’anno.
Il ponte è il chiodo fisso di Salvini che ne parla in ogni incontro, perché si deve correre in vista delle elezioni di questa primavera per le europee.
Il progetto di Eurolink del ponte è ancora quello del 2011: le firme non tranquillizzano, dentro c’è un ingegnere condannato per i lavori del terzo valico.

Solo sciocchezze per il presidente di Webuild Salini, “questo paese vive di sciocchezze”.

Il progetto dovrebbe poi essere certificato da una società americana, la Parsons che avrà la funzione di project management: questo nome è presente nei cablo pubblicati da Wikileaks. La giornalista Stefania Maurizi ha raccontato dell’interesse da parte dall’amministrazione americana per il ponte, sin dagli anni settanta.
L’iter del progetto deve passare anche per la valutazione di un comitato tecnico scientifico: il presidente Prestiminzi è legato all’ex ministro Lunardi, il padre del ponte.

Anche su altri membri del comitato pesano situazioni di conflitti di interesse: perché legati a RFI (che possiede quote della società Ponte sullo Stretto) o a società che lavoreranno col ponte.

Ma il ponte sullo stretto è un’opera che s’ha da fare: secondo studi scientifici porterebbe anche ad una riduzione dell’emissione di co2 in atmosfera, il ministro in aula parla di 140mila tonnellate di co2 risparmiate (“ossidi, idrocarburi e quant’altro..”). In realtà Report ha scoperto che non esisterebbe alcun studio scientifico che porta a queste conclusioni, secondo studi indipendenti la riduzione di co2 sarebbe molto meno.
Lo studio citato da Salvini sarebbe stato realizzato da un ingegnere che lavora come consulente per Eurolink (il consorzio che deve costruire il ponte), che nemmeno è un ricercatore esperto di inquinamento, ma un membro del Rotary e fa parte di una associazione civica che punta molto sulla costruzione del ponte di Messina. Nello studio infatti è riportato che “le note non hanno pretesa di scientificità”, anche perché alla base dello studio c’è l’assunto che i traghetti non circoleranno più.
Il ministro Salvini ha verificato le fonti di questo non studio? Ha verificato chi fosse l’ingegnere, consulente di Eurolink, dunque con un ruolo da lobbista (non indipendente)?

Mollica, come aveva raccontato Report nella scorsa puntata, è stato legato all’ex sottosegretario della Lega Siri, per dei convegni fatti passare per incontri tecnici.

Mollica era presente ad un convegno a Firenze, assieme all’ingegner Borri (membro del comitato scientifico): Mollica non ha preso bene la presenza del giornalista di Report e delle sue domande, definendolo “pennivendolo, poveraccio..”.
Le immagini sono pubbliche, ognuno si faccia la sua opinione.

Il consorzio che ha vinto l’appalto si chiama Eurolink, oggi guidato da Webuild di Salini: ha vinto l’appalto con un forte ribasso (16,9%), il governo Monti aveva poi chiuso il progetto.

Secondo il giornalista Meletti obiettivo era chiedere la penale, avendo vinto con quel ribasso: in primo grado il consorzio aveva perso la gara, ma alla fine lo spauracchio del contenzioso ha fatto scrivere al ministro Salvini una legge per riesumare il progetto. Un grande regalo al consorzio, secondo il presidente dell’Anac: Salini avrebbe avuto diversi incontri col ministro Salvini, anche prima che si fosse formato il governo Meloni.

La legge di Salvini, secondo l’avvocato Briguglio, è costruito attorno alla Salini: ad oggi il contenzioso non è stato ritirato dalla Webuild, si aspetta l’inizio dei lavori.

Per rispettare i tempi del progetto serviva presentare l’aggiornamento del progetto entro il 30 settembre: il deputato Bonelli lo ha chiesto al presidente Ciucci, ottenendo un diniego.

Risponde l’AD: “esiste un progetto approvato nel 2011 che rimane valido, stiamo lavorando per l’aggiornamento, è un aggiornamento articolato, prossimamente porteremo l’aggiornamento all’approvazione del Consiglio”.
Perché questo aggiornamento è così riservato, tanto da lasciare il parlamento all’oscuro? Perché siamo ancora nella fase in cui si sta ancora analizzando il documento, la risposta dell’AD.

Dopo lo scorso servizio di Report sul Ponte, Claudio Borri, membro del comitato scientifico del progetto Ponte sullo Stretto, aveva scritto a Ranucci, lamentandosi della mancanza di contraddittorio e dando una notizia a proposito della relazione di aggiornamento del progetto definitivo: la relazione esiste ed è corposa, ben 780 pagine, che Borri avrebbe mostrato in pubblico anche in più occasioni.
Ma poi quando il giornalista gli chiede di mostrare la relazione aggiornata, ha ottenuto un rifiuto, “non rilascio interviste”. Insomma la relazione è segreta e non può essere mostrata nemmeno ad un deputato della Repubblica, ma un consulente della commissione scientifica del Ponte può mostrarla in pubblico, ma non a Report?

“Non so cosa Borri abbia scritto, se c’è un misundestanding, lui non può averla presentata in pubblico .. non vi siete intesi” la risposta di Ciucci.
Di fronte a questo atteggiamento poco chiaro, incalzare l’interlocutore (che ha un incarico pagato dallo Stato, da tutti noi) rischia di portare ad una denuncia per stalking, come Sgarbi poche settimane fa, anche Borri parla di stalking.

Quello della relazione di aggiornamento del progetto è un giallo: il precedente comitato scientifico aveva prescritto altre prove, come quelle per l’oscillazione del vento. Sono state fatte? Verranno fatte nel futuro? Come è stato approvato il progetto?

Il ponte di Messina avrà una campata unica da 3200 metri e prevede anche la ferrovia: sarà un caso unico al mondo, il che dovrebbe richiedere ulteriori controlli e maggiore trasparenza.
Trasparenza che oggi manca, vedendo le risposte ottenute dal povero Mottola.


Trasparenza che manca anche da parte del ministro Salvini: quanti posti di lavoro si creano col progetto? Per progetti analoghi si parla di qualche migliaio di addetti, altro che le centinaia di migliaia di posti promessi.

Il ministro poi, forse per la fretta di far ripartire i lavori, si è dimenticato di avvertire i sindaci impattati da questo progetto, Messina e Villa San Giovanni.

A Messina un intero quartiere verrà raso al suolo per far posto ad un pilone: nessuno ha avvisato gli abitanti del quartiere, parliamo di migliaia di persone.

Stesso discorso a Villa San Giovanni: decine di case su un borgo in collina saranno abbattute, come altre case sul lungomare.

Una villa dal valore di 1 ml di euro verrà abbattuta per far spazio ad una struttura per il lavaggio dei camion.

I costi del ponte sono saliti da 3 miliardi iniziali, ai 14 miliardi di euro indicati nel DEF: soldi presi dal fondo per la coesione del sud, per circa 2,3 miliardi.

Sulla base di quali dati si sono stanziati oggi i 12 miliardi? Salvini ha sempre parlato di 6 miliardi per il ponte, più 6 miliardi per le strade: la direttiva europea vieta un aumento del costo più del 50%, altrimenti la gara andrebbe annullata per infrazione delle leggi comunitarie.

Alla fine, quando saranno resi pubblici tutti i documenti, forse interverrà la magistratura a far valere le leggi.

Report si è occupata anche del tema dell’impatto ambientale del ponte, in particolare a Messina, dove i lavori saranno fatti in aree a protezione. Il progetto del 2011 si bloccò anche per le valutazioni di impatto ambientale: anche qui c’è un conflitto di interesse, chi valuterà l’impatto è un dirigente che lavora per il ministro dello sport, siamo sicuri che sarà imparziale?

IL NEMICO IN CASA di Emanuele Bellano

Report è il nemico in casa secondo il ministro Lollobrigida, che dovrebbe occuparsi di agricoltura e meno di giornalismo: si era infuriato per una puntata dello scorso anno sul vino, dove si parlava di pratiche vietate, dove si miscelava del vino da tavola con quello da vino. Si parlava anche dei prodotti chimici del vino, dell’invecchiamento simulato con trucioli di legno.

Report aveva denunciato l’uso del mosto rettificato per cambiare il grado zuccherino del vino,il anche con l’uso di lieviti prodotti da multinazionali.

Sono pratiche lecite, certo, ma sono pratiche usate, nessun desiderio di criminalizzare un settore, solo il desiderio di fare chiarezza su cosa contiene una bottiglia di vino.

Report è andato a Merano, dove si sono ritrovati viticoltori molto legati al territorio, diversamente dai produttori industriali.
Report ha intervistato Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi: anche lui non ha gradito il tono della scorsa puntata, l’uso della chimica è consentito, non sono pratiche vietate, riferendosi alla gelatina ad esempio.

Però, come risulta dal servizio di Report, la pratica di mettere trucioli di legno dentro il mosto, è reale, come anche tagliare un vino con altre qualità di uva.

Report ha riportato un caso dall’oltrepo’ pavese: vino che arriva da fuori dalla zona, dalla Puglia, per vendere poi nella grande distribuzione che fissa i parametri del vino che si deve vendere, quale ph, quale residuo zuccherino. Per questo motivo l’imbottigliatore compra vino in cisterna da produttori diversi, mescolati poi in una massa omogenea.

Secondo i documenti di Report questa pratica sarebbe stata usata dalla ditta di imbottigliamento Losito e Guarini, per produrre vino imbottigliato con etichette diverse, miscelati in una enorme cisterna. Per rendere il vino conforme alle specifiche della distribuzione si usa poi il mosto rettificato e di acqua.
Succede così che in una bottiglia di vino sia presente il 3% di acqua fino ad arrivare al 6%: la ditta contesta la ricostruzione di Report e aggiunge che sono fatti di anni fa.

Il film dell’orrore di cui parlava nell’intervista l’enologo Cotarella, forse non è solo un film.

Ci sono, e Report ne ha parlato nel servizio, viticoltori che rispettano la natura e anche il consumatore: come l’azienda Fontefico di Nicola ed Emanuele Altieri, hanno la fortuna di lavorare in Abruzzo in una terra molto fertile, non c’è bisogno di concimi chimici, ma solo batteri naturali.
Meno bottiglie, ma qui si produce un vino che è frutto di quella terra e del clima di quel momento (con conseguente cambiamento di gradazioni alcoliche): è un vino prodotto solo da quelle vigne in provincia di Chieti.

I produttori di vino industriale hanno bisogno di vino con la stessa gradazione alcolica: si deve allora intervenire chimicamente, per creare un vino standardizzato.

Lo racconta Piero Riccardi, che da anni analizza il cambiamento dell’industria del vino: si produce vino standardizzato, indipendentemente dal territorio da cui arriva.

La Esser ha un protocollo di vinificazione per produrre un vino dal sapore riconoscibile:

“La standardizzazione non è solo in chi fa il vino, ma anche negli assaggiatori che dicono ‘questo vino è di questa doc..’, ci sono delle doc più blasonate dove dei colleghi che fanno vini naturali sono stati dichiarati fuori Doc, perché non erano riconosciuti conformi agli standard che la commissione di assaggio doveva rispettare.. è chiaro che se io assaggio dieci vini standard e tutti quanti hanno quei sentori lì, poi mi assaggio un Sauvignon che fa fuori standard, ma è Sauvignon, fermentato spontaneamente, quello viene dichiarato fuori norma”.

La standardizzazione chimica è nelle mani a poche aziende che poi vendono i loro prodotti ad aziende in Italia e in tutto il mondo: c’è il rischio di una standardizzazione del vino? No, secondo il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella “il lievito trasforma gli zuccheri in alcool, ci sono lieviti che estraggono dal mosto, dalla buccia sensazioni più forti ma non è che danno le loro sensazioni, agiscono in maniera diversa su quell’uva, estrapolando caratteri chge possono essere positivi o negativi. Sta all’enologo sapere quali valorizzare, ma non è che un lievito può dare un corpo e una personalità ad un vino, è l’uva che da personalità.”

Basta sfogliare il catalogo di una di queste industrie per capire cosa promettono alle aziende: come per esempio il 71B, sul catalogo dell’azienda sta scritto “produce di per sé una serie di sostanze aromatiche [..] che conferiscono al vino un gradevole aroma di frutta fresca, per questo motivo 71B viene consigliato per ottenere vini giovani e di pronta beva e per tutte quelle varietà carenti di sostanze aromatiche proprie o prive di una loro personalità” – è sempre Riccardi a spiegare al giornalista di Report “non ha un’uva che hai dovuto coltivare per produrre qualcosa di quel vigneto, di quella terra, con quel clima, non hai personalità, non ha importanza..”

I sapori fruttati derivano dunque dalla chimica: un ex cantiniere ha riportato a Report la sua testimonianza di anni di lavoro nelle cantine in Veneto, dove per inseguire i gusti dei clienti si usa la chimica, il mosto rettificato, si aggiunge uva marcia per dare colore.

Secondo il cantiniere sarebbe stato l’enologo della cantina a dare le indicazioni ai produttori, come per esempio quali lieviti usare.
Pesticidi e antiparassitari uccidono i lieviti sulla buccia, così alcuni produttori usano lieviti artificiali.

Ma non fa così Nevio Scala nella sua cantina: hanno eliminato diserbanti, prodotti sistemici, la terra ha dentro i lombrichi, come quella ereditata dai genitori.

L’uva di Scala non contiene pesticidi, usano le erbe come Tarassaco e Trifogli per combattere le malattie delle viti, la peroospera, i funghi, tutto per conservare la biodiversità nei terreni e produrre un vino senza pesticidi.

Pesticidi che poi troviamo nel bicchiere.

Meglio produrre in modo naturale, poche bottiglie ma buone.

BIANCO CANNONE di Antonella Cignarale

I cambiamenti climatici costringono i gestori degli impianti a dover adeguarsi: A Gressoney raccolgono la neve che viene conservata e riutilizzata al 70% l’anno successivo, per un costo da 15 mila euro l’anno. Anche ai piedi del Cervino si segue la pratica dello snow farming per una gara di coppa del mondo: a Cervinia si sono inventati una gara transfrontaliera con la Svizzera, ma in questi due anni la gara è saltata, perché mancava la neve e per il vento.

Si dovrebbe organizzare le gare nei momenti in cui c’è neve, per esempio a fine stagione, come propone la campionessa Federica Brigone.

Perché la neve è diventata merce preziosa per gli impianti sciistici, perno del turismo in montagna: senza neve si deve usare quella artificiale, in un processo che ha bisogno di acqua, di temperature giuste, tutto regolato da un software.
La neve programmata è il business dell’azienda alto atesina Technoalpin: producono neve anche con 10-15 gradi, ma il loro cannone si sa adattare a tutte le temperature, producendo 100 metri cubi di neve all’ora, con neve di tutte le qualità, diversa a seconda che sia per le gare o per i turisti.

Oramai la neve dal cielo scende sempre meno, mentre le vacanze di Natale non possono aspettare la neve: chi lavora col turismo in montagna deve poter programmare l’apertura delle piste, essere pronto per l’arrivo dei turisti e degli appassionati.
Senza neve artificiale la stagione sciistica sarebbe compromessa: la neve programmata contiene più acqua e dunque risulta anche più resistente rispetto a quella naturale.

Occorre però una grande quantità di acqua, che sul Monte Rosa viene presa dal fiume Sesia, per circa il 10% del flusso.

I gestori degli impianti pagano poco per quest’acqua, circa 1000 euro per il comprensorio Monterosa 2000, che ha un fatturato invernale di 4 ml di euro.

Per fare a meno della neve artificiale bisognerebbe cambiare le abitudini dei turisti: chi rischia grosso sono le località sciistiche a media quote, senza neve rischiano di spopolarsi.

Altrimenti si deve diversificare il turismo e la pratica dell’innevamento tecnico non è sostenibile (l’acqua è un bene sempre più scarso), costa e non si può usare a basse quote.

Anteprima Report – gli appalti Anas, la chimica nel vino e la neve (artificiale)

Come girano gli appalti in Anas, la più grande stazione appaltante in Italia? E come sta andando il grande progetto per il ponte sullo stretto?

Report tornerà ad occuparsi di vino e della trasparenza delle etichette. Infine la neve artificiale, elemento essenziale sulle nostre montagne sempre più senza neve.

Appalti nell’Anas

Magari alla fine di questo servizio capiremo meglio come mai tanta passione da parte del ministro Salvini per il ponte sullo stretto, viste anche le sue posizioni di pochi anni fa.
Report torna ad occuparsi di Anas, “una delle più grandi stazioni appaltante d’Italia”, ogni anno dentro gli uffici di Anas attraverso le gare di appalto dovrebbero essere assegnate decine e decine di miliardi di soldi pubblici per stradi, ponti e gallerie. In realtà, secondo quanto emerso dall’indagine della procura romana, molti di questi appalti sarebbero stati decisi altrove, perfino alla stazione Termini, in luoghi non ufficiali: alcuni dirigenti infedeli di Anas, definiti marescialli, avrebbero favorito alcune aziende.

“A me chi c… me sente al telefono non me ne frega un c..” diceva Fabio Pileri di Inver a O. M., responsabile del personale di Anas International: oggi Pileri è agli arresti domiciliari, che sta scontando comodamente in un hotel al centro di Roma. Pileri è socio di Tommaso Verdini, figlio dell’ex senatore Denis, anche loro ai domiciliari. La loro società di consulenza, la Inver, sarebbe stata il perno di un sistema corruttivo che, secondo le indagini della GDF, avrebbe funzionato come una sorta di triangolazione, gli imprenditori pagavano consulenze fittizie alla Inver, che faceva da intermediaria coi dirigenti Anas i quali avrebbero aiutato i clienti della Inver a vincere gli appalti, ottenendo in cambio promozioni e avanzamenti di carriera. Lo ammette al telefono lo stesso Tommaso Verdini nelle intercettazioni poi pubblicate sui giornali (e questo spiega anche la voglia che ha questa classe politica di bloccarne la pubblicazione).

Per dare una mano ai dirigenti Anas, il gruppo di Tommaso Verdini avrebbe potuto contare, almeno a quanto dicevano loro, su esponenti di primo piano della Lega. Nelle carte dell’inchiesta compare il nome del viceministro alle infrastrutture Rixi, non indagato: nelle intercettazioni il nome di Rixi è associato a quello di Lo Bosco, il presidente di RFI, anche lui non indagato, ma che secondo le indagini sarebbe stato presente più volte alle riunioni all’interno degli uffici della Inver, la società dei Verdini.
Sono solo millanterie – si difende Lo Bosco, rispondendo alle domande di Report: le persone di Anas non le conosco, aggiunge, all’epoca non avevo alcuna funzione in Italia, “solo in Italia possono succedere queste cose.”

Il ministro Salvini è il convitato di pietra in questa storia: tra i fondatori della Inver, la società di consulenza, c'era anche la sua compagna, Francesca Verdini, che ha ceduto le sue quote nel 2021, poi c’è il fratello della compagna, Tommaso Verdini che secondo le indagini farebbe il lobbista proprio nel settore che è sotto il controllo del ministero di Salvini.
“Tommaso 26 anni, Francesca 23, molto giovani, hanno creato questa società dal nulla che ha incominciato subito a fatturare”
spiega il consulente Bellavia, che ha scoperto che Francesca Verdini partecipava alle assemblee fino al 2020, conosceva il bilancio e le attività della Inver e del fratello Tommaso, “per fare consulenza alle imprese ci vuole esperienza, non basta studiare. Probabilmente il padre è intervenuto a sostegno dei figli, il padre ha invece una esperienza”.
Secondo gli investigatori Denis Verdini sarebbe il socio occulto della Inver, vero dominus delle condotte illecite, per lui ci sarebbero stati 20mila euro in nero, la vicinanza al ministro sembra essere utilizzata dagli indagati per continuare a fatturare consulenze fittizie.
Consulenze da imprenditori che al telefono con Pileri si lamentavano dell’atteggiamento dei Verdini: “vengo a Roma a darti 70mila euro e per farmi piglià pe c.. da te e tuo padre”?

“eh no, ma siamo il cognato del ministro”.
Proprio la vicinanza col ministro avrebbe spinto molti imprenditori a rifare il contratto con la Inver, alcuni di loro infatti dopo la prima fase delle indagini avevano interrotto i rapporti con la società dei Verdini, ma dopo la nomina di Salvini a ministro delle infrastrutture, ecco che si rifanno vivi.
Ancora illazioni? Sempre nelle intercettazioni si legge questo passaggio dove Pileri racconta di aver avuto carta bianca in ministero da Salvini.
E che cosa risponde il ministro su questi fatti? “Buon lavoro”: questa la risposta da parte di un esponente di un governo che si dice patriota, che governa in nome del popolo, per difendere gli gli interessi degli italiani.


L’inchiesta di Report svela come sono stati nominati i dirigenti della società che costruirà il ponte sullo stretto: lo svelano sempre quelle intercettazioni di Pileri, forse sarà un caso e non dipenderà dalla sua amicizia con Verdini, ma alla fine quest’ultimo viene nominato responsabile delle risorse umane della società Stretto di Messina, l’opera su cui Matteo Salvini ha puntato tutto, il ponte sullo Stretto.
Pietro Ciucci, AD della società Stretto di Messina però racconta di averlo scelto lui, personalmente, O.M. (il responsabile del personale), “una persona di grande affidabilità”, escludendo alcuna sponsorizzazione di Pileri e Verdini. Sarà stato scelto per la sua affidabilità, ma non c’è stato alcun processo di selezione, alla faccia della trasparenza, nemmeno per gli altri 16 dirigenti che lavorano oggi in questa società: sul sito non sono presenti nemmeno le indicazioni sui compensi di questi dirigenti e tutte le sezioni, comprese quelle sulle consulenze, risultano in corso di aggiornamento. Una cosa grave se si pensa che quando è ripartita l’operazione Ponte, si è deciso di togliere il tetto agli stipendi che potranno superare i 240mila euro annui.

Lo ha spiegato Salvini stesso nella conferenza stampa dello scorso agosto: “se dobbiamo prendere un ingegnere che oggi lavora in Ferrovie o in Anas, dobbiamo garantirgli quantomeno lo stesso stipendio ..”
Dunque si sono presi i migliori, a cui sono stati garantiti lauti stipendi, senza sapere quali siano stati i criteri di selezione: perfino Pietro Ciucci si è aumentato il suo, di stipendio, da 25 mila a 240mila euro l’anno.
Altro punto di cui si occuperà il servizio è il progetto aggiornato per la realizzazione del ponte: risponde nell’intervista Pietro Ciucci “esiste un progetto approvato nel 2011 che rimane valido, stiamo lavorando per l’aggiornamento, è un aggiornamento articolato, prossimamente porteremo l’aggiornamento all’approvazione del Consiglio”.
Perché questo aggiornamento è così riservato, tanto da lasciare il parlamento all’oscuro? Perché siamo ancora nella fase in cui si sta ancora analizzando il documento, la risposta dell’AD.
Dopo lo scorso servizio di Report sul Ponte, Claudio
Borri, membro del comitato scientifico del progetto Ponte sullo Stretto, aveva scritto a Ranucci, lamentandosi della mancanza di contraddittorio e dando una notizia a proposito della relazione di aggiornamento del progetto definitivo: la relazione esiste ed è corposa, ben 780 pagine, che Borri ha mostrato in pubblico anche in più occasioni.
Ma poi quando il giornalista gli chiede di mostrare la relazione aggiornata, ha ottenuto un rifiuto, “non rilascio interviste”. Insomma la relazione è segreta e non può essere mostrata nemmeno ad un deputato della Repubblica, ma un consulente della commissione scientifica del Ponte può mostrarla in pubblico, ma non a Report?

“Non so cosa Borri abbia scritto, se c’è un misunderstanding, lui non può averla presentata in pubblico .. non vi siete intesi” la risposta di Ciucci.
Di fronte a questo atteggiamento poco chiaro, incalzare l’interlocutore (che ha un incarico pagato dallo Stato, da tutti noi) rischia di portare ad una denuncia per stalking, come Sgarbi poche settimane fa, anche Borri parla di stalking.

Ma il ponte sullo stretto è un’opera che s’ha da fare: secondo studi scientifici porterebbe anche ad una riduzione dell’emissione di co2 in atmosfera, il ministro in aula parla di 140mila tonnellate di co2 risparmiate (“ossidi, idrocarburi e quant’altro..”). In realtà Report ha scoperto che non esisterebbe alcun studio scientifico che porta a queste conclusioni, secondo studi indipendenti la riduzione di co2 sarebbe molto meno.
Lo studio citato da Salvini sarebbe stato realizzato da un ingegnere che lavora come consulente per Eurolink (il consorzio che deve costruire il ponte), che nemmeno è un ricercatore esperto di inquinamento, ma un membro del Rotary e fa parte di una associazione civica che punta molto sulla costruzione del ponte di Messina. Nello studio infatti è riportato che “le note non hanno pretesa di scientificità”, anche perché alla base dello studio c’è l’assunto che i traghetti non circoleranno più.
Il ministro Salvini ha verificato le fonti di questo non studio? Ha verificato chi fosse l’ingegnere, consulente di Eurolink, dunque con un ruolo da lobbista (non indipendente)?
Mollica era presente ad un convegno a Firenze, assieme a Borri (membro del comitato scientifico): non ha preso bene la presenza del giornalista di Report e delle sue domande, definendolo “pennivendolo, poveraccio..”.
Le immagini sono pubbliche, ognuno si faccia la sua opinione.

La scheda del servizio: DO UT DES di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

L’Anas, la più grande stazione appaltante del Paese, è finita nel mirino della Procura di Roma per presunta corruzione: i dirigenti avrebbero fornito informazioni riservate sulle gare in cambio di promozioni. Tutto ruota intorno alla Inver, la società di consulenza della famiglia Verdini, fondata tra gli altri dal figlio dell’ex senatore Denis, Tommaso Verdini, e dalla figlia Francesca, compagna del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Tra i dirigenti che si rivolgevano alla Inver c’è O. M., nominato responsabile delle risorse umane della società Stretto di Messina, il concessionario del ponte sullo Stretto, la grande opera su cui il ministro Salvini ha puntato tutto.

La standardizzazione del vino

“La standardizzazione non è solo in chi fa il vino, ma anche negli assaggiatori che dicono ‘questo vino è di questa doc..’, ci sono delle doc più blasonate dove dei colleghi che fanno vini naturali sono stati dichiarati fuori Doc, perché non erano riconosciuti conformi agli standard che la commissione di assaggio doveva rispettare.. è chiaro che se io assaggio dieci vini standard e tutti quanti hanno quei sentori lì, poi mi assaggio un Sauvignon che fa fuori standard, ma è Sauvignon, fermentato spontaneamente, quello viene dichiarato fuori norma”.

A parlare così è Pero Riccardi, proprietario delle cantine Riccardi Reale: il vino, da prodotto di eccellenza, rischia di trasformarsi in un prodotto standardizzato dove aromi, sapori, sono tutti predefiniti e stabiliti come vuole il mercato.
Ci sono i lieviti aggiunti al vino, che provengono è vero dall’uva ma sono prodotti dalle grandi industrie multinazionali, con tanto di brevetto: c’è il rischio di una standardizzazione del vino? No, secondo il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarell: “il lievito trasforma gli zuccheri in alcool, ci sono lieviti che estraggono dal mosto, dalla buccia sensazioni più forti ma non è che danno le loro sensazioni, agiscono in maniera diversa su quell’uva, estrapolando caratteri che possono essere positivi o negativi. Sta all’enologo sapere quali valorizzare, ma non è che un lievito può dare un corpo e una personalità ad un vino, è l’uva che da personalità.”
Eppure nelle etichette dei lieviti stessi ci sono indicazioni diverse: “produce di per sé una serie di sostanze aromatiche [..] che conferiscono al vino un gradevole aroma di frutta fresca, per questo motivo 71B viene consigliato per ottenere vini giovani e di pronta beva e per tutte quelle varietà carenti di sostanze aromatiche proprie o prive di una loro personalità” – è sempre Riccardi a spiegare al giornalista di Report “non ha un’uva che hai dovuto coltivare per produrre qualcosa di quel vigneto, di quella terra, con quel clima, non hai personalità, non ha importanza..”

La scheda del servizio: IL NEMICO IN CASA di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros

L'Italia è tra i paesi al mondo dove si beve più vino: oltre i 200 milioni di ettolitri all'anno. Ma questo vino è espressione di territori specifici e tipici, certificati dalle denominazioni di origine, o al contrario ampie porzioni di produzione sono sempre più scollate da un territorio di riferimento e puntano a sapori standardizzati ottenuti attraverso l'uso di tecnologie messe a disposizione dalla chimica alimentare? I lieviti selezionati sono prodotti da multinazionali che sviluppano, brevettano e poi vendono in tutto il mondo i loro prodotti. Il risultato è la creazione di vini che dalla California alla Francia, all'Italia e all'Australia finiscono per avere sapori standard e ricorrenti: banana, pompelmo, gelsomino, e così via. Attraverso una serie di documenti inediti e testimonianze di persone che lavorano nel settore del vino Report ricostruisce meccanismi e casi specifici sia di grandi produttori e aziende imbottigliatrici sia di piccoli produttori che creano il loro vino dalla vigna alla bottiglia.

La neve artificiale (e la sua sostenibilità)



La neve è diventata così preziosa che siamo arrivati a conservarla – racconta il servizio di Antonella Cignarale nell’anteprima: nella piana centrale di Livigno è accumulata una montagna di neve, coperta da teli isolanti e conservata per circa 6 mesi. Si chiama snow farming la tecnica: superati i mesi estivi la neve viene prelevata e distesa sulle piste di sci di fondo. La neve stoccata non viene tirata fuori non solo quando non c’è quella naturale, ma anche quando ha appena nevicato, come hanno fatto a Gressoney in Valle D’Aosta: neve conservata dieci mesi – racconta il sindaco a Report – per essere riutilizzata più volte, finita la stagione sciistica la neve viene dunque raccolta per essere conservata, c’è una perdita del 30%, con un costo di circa 10-15mila euro all’anno. Difficile accorgersi della differenza tra neve fresca e neve “riciclata”.
Anche ai piedi del Cervino è stato necessario ricorrere alla neve riciclata per le gare di coppa del mondo raccontano a Report i responsabili della Cervino SPA, società che gestisce i 26 impianti di risalita per le 4 stazioni sciistiche, serve 150km di piste e il collegamento all’impianto di Zermatt in Svizzera, il più alto collegamento transalpino in funivia. Proprio per : progetto che però non ha avuto ancora il benestare della natura, la prima edizione nel 2022 è stata cancellata a causa delle temperature alte e dell’insufficienza di neve. Lo scorso novembre è stato il vento a non essere clemente, la neve c’era perché, memori della scarsità dell’anno precedente, ne avevano preparata anche di più. Per lo snow farming hanno previsto un 50% di neve in più, per una spesa di circa 200mila euro: si tratta di circa 50 mila metri cubi in più con questa tecnica. Se l’evento sportivo anziché essere disputato in autunno fosse pianificato per fine inverno ci sarebbe bisogno di meno neve, come ha suggerito la campionessa Federica Brignone subito dopo l’annullamento della gara: da anni promuove progetti di sostenibilità ambientale, a Report racconta che “spingere per fare delle gare così presto significa impiegare tante macchine, impiegare tanta neve artificiale, rischiare di perdere delle gare. Invece negli ultimi anni a fine stagione c’è sempre stata neve e si potrebbero fare le gare, l’anno scorso ad aprile maggio c’erano ancora condizioni invernali, buone per sciare, c’era neve fresca fino alle ginocchia, era bellissimo.. ”

La scheda del servizio: BIANCO CANNONE di Antonella Cignarale

Collaborazione Paola Gottardi

Non c’è Natale o gara di sci senza la neve programmata. Se una volta la neve programmata rappresentava un’aggiunta a quella naturale per migliorare il manto sciistico, adesso è diventata essenziale per garantire lo svolgimento della stagione invernale e per disputare una gara di Coppa del Mondo. Un generatore di neve può produrre in un’ora l’equivalente di 10 camion pieni di neve e ci sono anche generatori che possono produrla a 15, 20 gradi. È possibile generare diverse qualità di neve tecnica per soddisfare le differenti esigenze dei clienti, ovvero di chi ci scia sopra. È un tassello fondamentale per l’attività degli impianti sciistici, del turismo invernale e quindi dell’economia delle comunità montane, così preziosa che oltre a produrla poi si conserva. Serve l’acqua, tanta, e le temperature idonee per spararla, un match che deve fare i conti con la natura.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 dicembre 2023

Anteprima inchieste di Report – il vino DOC, il quadro di Sgarbi e gli interessi di Brugnaro

Quanta uva c’è nel vino che produciamo in Italia? Il vino è considerato, non solo da questo governo di patrioti, una eccellenza del nostro made in Italy, siamo tra i più grandi produttori di vino al mondo del resto. Ma quanto di quello che c’è scritto sull’etichetta corrisponde al vero?

Nel secondo servizio Report tornerà ad occuparsi di Venezia e degli interessi del sindaco Brugnaro.

Quanta uva c’è nel vino?


Quanto è veritiera l’etichetta stampata su una bottiglia di vino, anche DOCG? Per ottenere l’Amarone della Volpolicella ci sono delle regole di produzione molto ferree, perché da queste uve pregiate si fa un vino famoso in tutto il mondo: durante la vendemmia i grappoli si scelgono uno ad uno per prendere solo le uve migliori, selezionando i grappoli senza chicchi marci, andando a palparli quasi, uno per uno. L’uva va poi raccolta in cassette da 6 kg e lo stesso giorno trasportata in un essiccatoio, un magazzino in cui grandi ventilatori regolano circolazione dell’aria e umidità. Qui dentro l’uva appassisce per tre mesi e solo a dicembre può essere presa e pigiata. Dal mosto viene fuori il vino che alla fine, in negozio, costa tra i 30 e i 150 euro a bottiglia, magari con la scritta DOCG, che sta per denominazione di origine controllata e garantita. Sono i vini che in media costano di più perché i produttori hanno più regole da osservare: per esempio il vigneto di Amarone non può produrre più di 90quintali di uva per ettaro, un vino generico può arrivare anche a 400 quintali. Tra il vino generico e la DOCG c’è la denominazione IGT, il vino ad indicazione geografica tipica e la DOC, denominazione origine controllata: la differenza sta nel disciplinare di riferimento, sono le regole che legano il prodotto ad una zona, codificando il metodo di produzione.

Il disciplinare definisce il livello di zucchero che le uve devono avere, il grado di acidità, l’odore e il sapore. Quando entra nelle cantine per la pigiatura l’uva viene infatti analizzata, misurando come prima cosa il tenore zuccherino. Se le uve all’origine sono buone, i valori richiesti dai disciplinari sono soddisfatti, ma è possibile intervenire su un mosto di bassa qualità e trasformarlo in vino che può essere venduto con una denominazione ?
Lo spiega un produttore: “io lo prendo, lo destrutturo, cerco attraverso delle lavorazioni che diventano fisico chimiche di levargli i difetti, quindi se devo levargli dell’acidità gliela posso levare in tanti modi, compresa la filtratura con le bentoniti. A questo punto riesco ad ottenere un liquido che ha una gradazione alcolica, inserisco dei filtrati dolci che oltre a portarmi dello zucchero mi portano anche enzimi, ci metto dentro questa roba, ricomincio a lavorare coi fermenti alla fine riesco ad ottenere un altro vino.. La sofisticazione esiste da quando esiste il mondo. ”

La scheda del servizio: Vino connection di Emanuele Bellano

Collaborazione di Chiara D’Ambros e Roberto Persia

Immagini di Chiara D'Ambros, Dario D'India, Alfredo Farina, Davide Fonda, Marco Ronca e Paco Sannino

I vini italiani si dividono in Docg, Doc, Igp e vino da tavola.

Quanto più sono in alto in questa classificazione a piramide tanto più stringenti saranno le regole che i produttori devono rispettare per produrli. Ogni tipologia di vino a denominazione è regolata da un disciplinare che fissa le caratteristiche che le uve devono avere, come devono essere coltivate e cosa è possibile fare e cosa no durante la vinificazione. Esiste però un grande numero di pratiche enologiche che permettono di migliorare i parametri di uve scadenti fino a farli rientrare in quelli previsti dalla norma e alla fine venderli anche come vini a denominazione. Proprio per questo produttori senza scrupoli acquistano sul mercato mosti e uve di bassa qualità o addirittura uva da tavola che costano molto meno, le sistemano artificialmente e poi le imbottigliano come vino. Il settore è controllato dalla Repressione Frodi del ministero dell'Agricoltura. Ma i controlli non sempre sono come dovrebbero essere: l'intreccio tra politica, grande industria del vino e dirigenti della Repressione Frodi può distorcere il meccanismo di controllo al punto da usare le indagini giudiziarie come un mezzo per colpire produttori scomodi.

Gli affari del sindaco

Si torna a parlare del Veneto, di Venezia, del sindaco della città Brugnaro, che aveva definito Report lo schifo d’Italia: Brugnaro dal 2015 è proprietario di Umana, la più grande agenzia per il lavoro italiana con sede a Venezia, possiede la Umana Reyer Venezia, una delle più forti squadre di basket di serie A: nel dicembre 2017 per far fronte al suo conflitto di interessi annuncia di aver affidato la gestione delle sue aziende ad un fiduciario estero, l’avvocato americano Ivan Anthony Sacks, il primo blind trust mai costituito in Italia.
È una struttura che prevede l’affidamento totale ad un terzo dei beni del soggetto che vuole spossessarsene, il quale terzo non deve in alcun modo comunicare al politico quello che fa, come lo fa – spiega il consulente di Report Bellavia: “noi in Italia c’eravamo posti il problema quando c’era Berlusconi, che aveva un conflittone di interessi ..”
L’avventura politica di Brugnaro ha fatto bene o ha fatto male alle sue aziende: “quando Brugnaro ha lasciato il gruppo aveva già un’importante liquidità, stiamo parlando 7ml di euro liquidi, aveva un grosso patrimonio netto, faceva 70 ml di ricavi e guadagnava 10ml l’anno. Nel 2022 i 7 ml di liquidità sono diventati 72ml, ha decuplicato i soldi liquidi, il patrimonio netto da 60ml è passato a 380ml, i ricavi da 373ml sono triplicati ad oltre 1 miliardo di euro .. chissà che parcella gli farà l’avvocato americano. ”

Nel precedente servizio Report aveva raccontato del conflitto di interesse del sindaco, denunciato dal consigliere Gasparinetti, capogruppo della lista civica Terra e Acqua. Sono così tanti i conflitti di interesse del sindaco che ne ha fatto un mazzo di carte.
A cominciare da T = trust: il trust a cui Brugnaro da le sue aziende dovrebbe essere cieco, il problema è che quando i consiglieri comunali votano sanno benissimo chi siano determinate aziende, di chi sono le attività economiche della lista di cui porta il nome. Così come gli imprenditori sanno benissimo, nel momento in cui assumono un lavoratore stagionale, con
Umana SPA, portano soldi alle aziende del sindaco, sperando forse di ingraziarselo, come una forma di captatio benevolentiae, che però funziona.
Forse questo blind trust non è veramente cieco: il nuovo polo nautico di punta San Giuliano è stato inaugurato pochi mesi fa da Brugnaro, i lavori sono stati eseguiti a regola d’arte dalla Setten di Treviso, fino alla scorsa stagione top sponsor della Reyer, la squadra di pallacanestro di Venezia. È la stessa azienda che ha restaurato la Scuola grande della Misericordia, palazzo storico del 500 dove si tiene ogni anno il ballo del Doge, uno degli eventi più esclusivi e costosi del carnevale. A gestire il palazzo fino al 2051 è la società SMV del gruppo Umana confluito nel trust newyorkese.
Ma questo trust è cieco o no? Lo spiega bene il consulente Bellavia, più volte interpellato da Report per vicende analoghe: “il proprietario è sempre Brugnaro, le sue azioni sono in affidamento fiduciario, ma gli utili vanno sempre al fiduciario. Che lui sappia cosa fa o cosa non fa la società non lo sappiamo, non si può dire se sia completamente cieco o non cieco..”.

Il servizio si occuperà poi dei terreni comprati da Brugnaro nel 2005 tramite la società “Porta di Venezia”: sono i terreni contaminati del porto di Marghera comprati a prezzi stracciati e che aveva giurato di non toccare una volta sindaco. Invece subito dopo l’acquisto comincia a trattarne la vendita con un magnate cinese: in questa operazione era prevista la costruzione di appartamenti, ville, l’ennesimo e immancabile centro commerciale – racconta a Report Claudio Vanin imprenditore – poi un porto e un palazzetto dello sport. Tutto doveva costare 1,3 miliardi: i terreni erano stati valutati 70 milioni di euro, un bel guadagno per Brugnaro che si sarebbe portato a casa anche un palazzetto per la sua squadra.
Ci sarebbe dietro un conflitto di interessi: “certo che si” commenta il consigliere Marco Gasparetti “ma non ne abbiamo mai avuto prova”.
Quei 44 ettari di terreno sono contaminati da fosfogessi radioattivi e sono inseriti nel perimetro del sito inquinato di interesse nazionale di Porto Marghera, per bonificarli servono 160 ml ma non tutti sono d’accordo.
Sebbene fosse chiaro che la bonifica andasse fatta prima di costruire, il sindaco si oppose, citando come esempio il parco San Giuliano dove sotto c’è una discarica – è sempre Vanin a parlare: “si parlava di fare un sarcofago dove veniva sigillato tutto e sopra costruito”.

È dal 2006 che il ministero dell’Ambiente intima alla società Porta di Venezia di mettere in sicurezza e bonificare l’area, il Brugnaro imprenditore ricorre al TAR per accollare il costo degli interventi allo Stato e così si scontra col ministero dell’Ambiente e il comune di Venezia che dal 2015 è rappresentato dal Brugnaro politico.

La scheda del servizio: C'era un cinese a Venezia di Walter Molino e Andrea Tornago

Immagini di Carlos Dias, Davide Fonda, Cristiano Forti, Andrea Lilli, Giovanni De Faveri e Paco Sannino

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio di Marcelo Lippi, Andrea Masella, Sonia Zarfati e Giorgio Vallati

Grafiche di Giorgio Vallati

Una storia di terre, palazzi e consulenze, ai danni di una delle città più belle del mondo.

Luigi Brugnaro è sindaco di Venezia dal 2015 ed è proprietario di LB Holding, una rete di imprese che nel 2022 ha fatturato 1 miliardo di euro. Nel dicembre 2017, per far fronte al suo conflitto di interessi, annuncia di aver affidato la gestione delle sue aziende a un fiduciario estero, l'avvocato americano Ivan Anthony Sacks. È il primo blind trust mai costituito in Italia. Ma l'avventura politica di Brugnaro ha fatto bene o ha fatto male alle sue vecchie imprese? L'inchiesta di Report affronta con documenti inediti il presunto conflitto di interessi di Brugnaro, tra progetti urbanistici su terreni inquinati e palazzi pubblici venduti a prezzi di saldo.

La tela di Sgarbi

A voler essere buoni la storia del quadro di Manetti, di proprietà del sottosegretario Sgarbi, getta imbarazzo sul famoso critico d’arte. A voler essere buoni..


Report con Manuele Bonaccorsi
e al giornalista Fatto Quotidiano Thomas Mackinson, ha seguito e raccontato tutta la vicenda (semi oscurata dai Tg Rai).

8 dicembre 2021, Lucca: l’allora deputato Sgarbi inaugura una esposizione “I pittori della luce” dove presenta opere di Caravaggio e di altri suoi allievi, ma la novità dell’esposizione è la presenza di una tela inedita di Rutilio Manetti, un importante pittore caravaggesco. In questo caso Sgarbi non è solo il curatore della mostra, perché l’opera è di sua proprietà.
Un dipinto che appare del tutto identico è contenuto all’interno della banca dati del nucleo di tutela dei beni culturali dei carabinieri, ed esiste anche una scheda dell’Interpol, perché l’opera risulta rubata.
Il servizio si sposta a Buriasco, un paese vicino Pinerolo: qui sorge un castello risalente al 1300: i giornalisti hanno contattato la proprietaria Margherita Buzio, che conferma il furto della tela nel 2013. I ladri agirono nella notte, indisturbati, alla fine attaccano alla cornice una pessima fotografia dello stesso dipinto: “Era troppo pesante portarlo via così, allora hanno tagliato, l’hanno arrotolata e portata via” racconta ai giornalisti la signora Buzio.
Nel giugno 2013 l’opera riappare: Gianfranco Mingardi è un importante restauratore di opere d’arte, per vent’anni uno dei preferiti di Vittorio Sgarbi: il deputato lo chiama perché deve portargli un quadro, era una tela arrotolata “io non avrei mai pensato una cosa del genere” spiega a Report, “che facesse grattare le opere d’arte, lo vedi no? Lo vedi che è tagliata, no?”.
Mingardi si preoccupa, teme che se il quadro risultasse rubato potrebbe finirci di mezzo lui e allora chiama al telefono Sgarbi: “Vittorio ascoltami, mi mandi la carta per cui il dipinto è tuo, così io sono tranquillo, te lo faccio e basta. E lui mi ha narrato la storia del dipinto che stava a villa Maidalchina ..”.
Si tratta di una villa nella campagna di Viterbo che nel 2000 viene acquistata dalla signora Cavallini, la madre del sottosegretario.
Un colpo di fortuna dunque, la villa era vuota, ma dentro c’era una tela preziosa: “lei questa cosa la preoccupa” è stata la risposta di Sgarbi ai giornalisti di Report

- "Io compro una villa, per buco di c.. c'è dentro un quadro...Lei perché fa questa indagine? Per scoprire che io ho c..?".
- "E dove si trovava questo quadro"?
- Ma cosa gliene frega a lei, faccia di m..?!".

Thomas Makinson sul Fatto Quotidiano ha raccontato questa storia, di cui ora si sta occupando la magistratura:

LEGGI – Vittorio Sgarbi e il quadro che riappare nel 2021 con un ritocco: la tela seicentesca del Manetti rubata nel 2013 sembra proprio la sua

Per il sottosegretario Sgarbi sono tutte “coincidenze”. Per la signora Margherita Buzio, l’anziana derubata, è letteralmente uno choc: “Non avrei mai immaginato”. Nel frattempo, sullo scoop del Fatto Quotidiano del dipinto trafugato dal suo castello di Buriasco nel 2013, ma riapparso come “inedito” di Sgarbi nel 2021, si muove l’autorità giudiziaria. Seguendo le rivelazioni dell’inchiesta condotta insieme a Report, i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Roma sono andati proprio a casa dell’anziana vedova, 85 anni compiuti.

Che sia scattata l’indagine lo conferma Carlo Marvella, il sindaco della cittadina in provincia di Pinerolo dove l’anziana vive e all’epoca sporse la sua denuncia. Oltre a quella, la signora conserva anche un lembo del dipinto originale del 600. Lo hanno rinvenuto sul “luogo del delitto” proprio i due cronisti pochi giorni fa quando, con comprensibile reticenza e fatica, ha aperto loro le porte della sua rocca: è un frammento di tela grande 7 cm per 5, ed era ancora attaccato al telaio originale lasciato sul posto dai ladri, quando tagliarono grossolanamente la preziosa tela e la sostituirono con una foto riproduzione su plastica per ingannare la proprietaria.

Il reperto potrà servire per confrontarlo con il dipinto custodito oggi nella collezione di Sgarbi, e verificare con prove scientifiche se sia lo stesso trafugato otto anni prima oppure no. Intanto, la versione del sottosegretario Sgarbi sembra farsi ogni ora più debole. Il Fatto e Report lo hanno raggiunto due giorni fa a Urbino, dove ha inaugurato una mostra dedicata all’incisore e pittore Luigi Bartolini.

Come risponde il sottosegretario alle domande che emergono da questa storia? Il mio è un altro quadro, non è quello rubato “siete come sempre incapaci..”.
Come mai Paolo Bocelli, collaboratore e amico di Sgarbi, è andato a vedere il quadro nel castello della signora Buzio, pochi mesi prima del furto? Come mai Bocelli consegna l’opera, arrotolata come un tappeto, al restauratore Mingardi, pochi mesi dopo il furto?
Sono solo coincidenze? Come ha fatto Mingardi ad avere la foto di un’opera rubata? Sarà un problema di Bocelli e di Mingardi – è la risposta del critico ai giornalisti.
Servirà una perizia sull’opera che oggi è di proprietà del sottosegretario che verrà poi comparata col lembo di quadro rubato, quel poco che rimane,dopo che i ladri hanno tagliato via la tela (rovinandola anche).

L’avvocato di Sgarbi ha scritto alla trasmissione intimandogli di non mandare in onda il servizio stasera:

“Tale inchiesta – si legge – risulta sub judice tanto che, stando a quanto scritto dal quotidiano, i Carabinieri del Nucleo tutela dei Beni Culturali di Roma hanno escusso sulla vicenda, quale persona informata sui fatti, il sig. Gianfranco Mingardi. Quindi, può dirsi tranquillamente che l’nchiesta di “Report” e del “Il Fatto” viola, allo stato, il segreto istruttorio, e precisamente gli artt. 114 e 329 c.p.p., e gli artt. 326, 379 bis e 595 codice penale”.

Per sostanziare la diffida, il legale evoca il precedente di un giornalista svizzero condannato dalle autorità giudiziarie elvetiche per aver pubblicato atti e documenti coperti da segreto istruttorio. Analogamente, scrive l’avvocato di Sgarbi, “la loro divulgazione in un articolo “orientato” potrebbe influenzarne l’esito a scapito della presunzione d’innocenza, dell’equo processo e della tutela della privacy dell’imputato. Lo Stato è, perciò, obbligato ad adottare misure dissuasive e restrizioni alla libertà di stampa per tutelare questi diritti fondamentali”.

Di fatto si sta invocando una restrizione alla libertà di stampa (e al cittadino di essere informato su fatti noti) per tutelare un segreto istruttorio di una indagine nata dagli articoli del Fatto Quotidiano e dal lavoro di Report. Ognuno tragga le sue conclusioni.

La scheda del servizio La tela di Vittorio di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Thomas Mackinson, Federico Marconi

Immagini di Marco Ronca

Montaggio di Marcelo Lippi e Raffaella Paris

Grafiche di Michele Ventrone

8 dicembre 2021. A Lucca, in una mostra da lui curata, Vittorio Sgarbi presenta un’opera inedita di sua proprietà.

Si chiama La cattura di San Pietro, del pittore caravaggista Rutilio Manetti. Valore di mercato: alcune centinaia di migliaia di euro. Secondo il testo curatoriale, firmato da Sgarbi, l’opera proviene da Villa Maidalchina, una residenza nobiliare del viterbese, di proprietà del critico d’arte. Nessuno si accorge però che un’opera che appare del tutto identica risulta rubata. Il dipinto è contenuto nella banca dati del nucleo di tutela dei Beni Culturali, in seguito alla denuncia della signora Margherita Buzio. Nel febbraio 2013 la signora Buzio racconta ai carabinieri della Caserma di Vigone (TO) che ignoti si sono introdotti nel castello di sua proprietà e hanno ritagliato e asportato la tela di Manetti. Al suo posto hanno piazzato, con una spillatrice, una pessima foto dell’opera. La vittima del furto avanza anche dei sospetti: una persona di nome Paolo Bocedi, alcune settimane prima del furto, aveva visitato per due volte il castello, chiedendo di acquistare proprio quell’opera. Paolo Bocedi è uno storico collaboratore e amico di Vittorio Sgarbi. Proprio Bocedi, nella primavera del 2013, consegna per conto di Vittorio Sgarbi un’opera strappata e arrotolata al restauratore Gianfranco Mingardi di Brescia. Per Mingardi è proprio la Cattura di San Pietro di Manetti, la stessa opera rubata al castello di Buriasco ed esposta nel 2021 a Lucca. C’è solo una differenza: nel quadro esposto a Lucca in alto a sinistra appare una candela, che nell’opera consegnata al restauratore non c’era. Secondo Mingardi si tratta di un elemento aggiunto dopo il restauro, per rendere l’opera irriconoscibile. Per il resto l’opera di Lucca, spiega Mingardi, è identica a quella da lui restaurata. Sgarbi, interpellato da Report, ribatte che il dipinto si trovava a Villa Maidalchina, è stato rinvenuto dal critico dentro un interstizio. Ma l’ex proprietario, Luigi Achilli, lo smentisce: la villa da lui ceduta a Sgarbi nel 2000 era abbandonata e completamente spoglia. Il testo curatoriale della mostra di Lucca spiega anche che la presenza dell’opera nella villa Maidalchina sarebbe certificata da un atto notarile del 1649. Ma Report ha verificato all’archivio di Stato di Viterbo: l’atto seicentesco non fa alcuna menzione dell’opera.

I beni della curia in gestione ai privati

Un anno fa Giorgio Mottola aveva raccontato di come venivano gestiti, male, i beni della curia di Napoli, dati in concessione ai privati.

Chiese storiche su cui erano stati fatti dei lavori abusivi, che erano diventate sedi di mostre dal tema poco religioso.
Report torna ad occuparsi di questi beni, tra cui risulta una chiesa occupata da una famiglia: sostengono di aver avuto nel passato un contratto con la curia, l’hanno anche richiesto ma non sarebbe stato concesso, “perché si dice che queste case non si sa di chi sono.. come non avessero padrone, però noi per vent’anni a chi l’abbiamo pagato (l’affitto)?”.
Chi dice la verità? Un contratto con qualcuno lo avevano firmato, ma con chi? Lo ha alla fine rivelato l’onorevole Borrelli – deputato dell’Alleanza Verdi e Sinistr - proprio in diretta televisiva: “noi dobbiamo liberare da una famiglia di criminali che non paga, o meglio all’inizio ha pagato al parroco, solo che poi la curia stessa ha disconosciuto quei pagamenti. La domanda è, a che titolo prendeva quei soldi? E perché non li ha restituiti? Perché non c’è un intervento nei confronti di una persona che, anche se un prete, si è messo a prendere dei soldi da criminali noti.. Se non fosse stato per Report non avremmo saputo niente o poco.”
Mottola ha chiesto conto di questa storia al nuovo procuratore di Napoli Gratteri: la storia “della canonica di una chiesa del 500 occupata da pregiudicati e di un prete che avrebbe preso soldi all’insaputa della curia.”
Gratteri ha risposto che, pur non potendo parlare di indagini, ma in procura hanno seguito la trasmissione, “che ci ha abbastanza colpito negativamente.. abbiamo pensato di firmare un protocollo per fare sinergia tra Chiesa, Procura e Sovrintendenza e capire se questi beni sono stati
distratti, occupati abusivamente, se sono stati danneggiati, adattati, fatte delle aggiunte abusive.”
La musica è cambiata? “Sono fiducioso che nel futuro le cose che ci avete fatto vedere non si ripetano o siano grandemente ridotte.”

La scheda del servizio: Abbiate Cur(i)a di noi di Danilo Procaccianti

Collaborazione di Goffredo De Pascale

Immagini di Carlos Dias e Andrea Lilli

Montaggio e grafica di Monica Cesarani

Dopo un anno di ricerche la proprietà della chiesa di San Biagio ai Taffettanari resta ancora da definire.

Un anno di ricerche negli archivi non ha prodotto nulla: la proprietà della chiesa di San Biagio ai Taffettanari in pieno centro storico a Napoli resta ancora da definire; intanto una famiglia di pregiudicati dispone a suo piacimento del tetto della chiesa e della canonica, un edificio di quattro piani dove alcuni di loro hanno scontato anche i domiciliari. Eppure, qualcuno della Curia partenopea un contratto di locazione sembra averlo firmato con quella famiglia. Chi? E a quale titolo? Le difficoltà da parte della Curia nella gestione dell’immenso patrimonio artistico e architettonico non finiscono qui, una delle più evidenti è il balcone abusivo costruito decine di anni fa sulla facciata di un’altra chiesa cinquecentesca, quella di Sant’Arcangelo a Baiano. Inserito in una lista del Comune di 30mila interventi di abbattimento grazie alla tenacia della Soprintendenza, il balcone che deturpa il monumento è al numero 1340. Se si considera che la polizia municipale effettua una quarantina di abbattimenti l’anno, fra 33 anni lo scempio sarà rimosso. La Curia e il Comune si sono messi l’anima in pace? Il turismo culturale a Napoli è anche questo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

22 febbraio 2016

Presa diretta – la fabbrica del vino

Raffaella Pusceddu per Presa diretta ha girato l'Italia per raccontarci di come viene “fabbricato” il vino, quali sostanze vengono introdotte e quali rischi stiamo correndo per la nostra salute e anche per l'ambiente.
Il viaggio è partito da Siena, patria del Brunello di Montalcino: solo qui si può produrre questo vino pregiato, ma siccome il mercato chiede più bottiglie, alcune aziende hanno chiesto al consorzio di aggiungere anche uva merlot, per aumentarne la produzione.
L'assemblea del consorzio ha detto no: l'uva deve essere sangiovese e deve essere imbottigliato qui,affinché si possa chiamare Brunello.

C'è un grande controllo sui vitigni che arrivano alle cantine: la finanza mette dei posti di blocco, per bloccare ingressi irregolari. Sette anni fa era già scoppiato lo scandalo del “brunello taroccato”, con dentro nomi importanti. Nel 2014 c'era stata un'altra truffa: la GDF aveva arrestato un enologo che fabbricava falso brunello.
Tutto questo fa capire l'attenzione che c'è attorno al nostro “oro rosso” del Brunello, un mercato che fattura centinaia di milioni per di 13.193.000 bottiglie.

La fabbrica del vino.
Il settore della viticoltura fattura ogni anno 9,5 miliardi: per capire in che modo viene controllato questo settore, la giornalista è partita dai machi DOP.
Come si da la patente Docg? Raffaella Pusceddu è andata a vedere come lavora il signor Colleoni nella zona del Chianti: nonostante rispetti tutte le norme stabilite dal consorzio, non ha passato l'esame di degustazione. Al secondo passaggio in commissione il vino ha preso la Docg.

La giornalista ha incontrato un altro produttore di Chianti che non usa additivi e che pure non hanno passato il vaglio della commissione di degustazione: alla fine il vino dell'azienda Piacina non si chiamerà Chianti, perché la famiglia si è stancata di presentarsi alla commissione.
Alla giornalista spiega la realtà: “L'economia spinge per fare grandi numeri e Chianti da valore aggiunto , ma questo si sta sprecando. Forse conviene produrre la metà e vendere al doppio..”.

Ma a cosa serve il vaglio della commissione per la degustazione?
Daniela Scrovogna è un sommelier: ha gustato i due vini, di Piacina e Colleoni e li ha giudicati positivamente.
La DOCG regola non la qualità, ma la composizione dei prodotti: c'è il rischio che queste vadano a favore dei grandi produttori.
Per avere la denominazione, il Chianti deve avere un certo colore e un certo sapore. Ma così non si valorizza il prodotto, dal punto di vista della qualità.

Il presidente del Consorzio Chianti, Busi, ha raccontato come nel 2013 il vino è stato venduto dopo pochi mesi dalla produzione per esigenze di mercato. E la qualità del vino?
Il mercato detta legge, ammette Busi. Ma la qualità è assicurata.
Ma in questi anni i costi del Chianti sono crollati: si riesce a fare Chianti a 2 euro? È legale, è vero, ma a discapito dei produttori piccoli.

2 euro sono solo i costi di base: bottiglia, la capsula .. Alcuni si sono ribellati a questa situazione: nell'Oltrepò pavese 35 produttori hanno abbandonato il consorzio.
La politica del consorzio era favorevole alla grande produzione, ma insostenibile per i piccoli: in questi anni si è distrutta una serie di vini, come la Bonarda.

A dettare legge era l'azienda vinicola Terre d'Oltrepò: nel 2014 è finita sotto inchiesta, per aver spacciato falso vino dop per anni. Sotto inchiesta ci sono sia i vertici dell'azienda, alcuni produttori: tutto avveniva alla luce del sole, senza che il consorzio se ne accorgesse?
Dopo lo scandalo il Pinot Grigio si fa fatica a vendere, si è distrutta la fiducia nei vini dell'Oltrepò.

Conegliano Valdobbiadene, la patria del Prosecco: l'esportazione di questa qualità di vino è cresciuta in pochi anni di più del 100%, e servirebbe sempre più viti per soddisfare le richieste del mercato.
Sulle colline trovi “fabbriche di prosecco” , così le chiama un giornalista del posto a Raffaella Pusceddu: in pochi anni hanno sbancato le colline per creare i vigneti, si parla di 1000 ettari in più, di nuovi vigneti, tutto a norma di legge.

Significa 80 100 trattamenti l'anno, tra aprile ed agosto: una nube che da fastidio a chi vive a fianco dei vigneti che si deve chiudere in casa, per evitare la nube dei trattamenti sparati da un cannone, come i pesticidi.
“Nessuno dei contadini mette cartelli per avvisare i residenti per tempo” racconta un signore che vive vicino ai vitigni, “siamo costretti a stare in trincea”.
Per anni i pesticidi venivano irrorati perfino da un elicottero..

D'estate, quando ci sono i trattamenti, la gente del posto non può vivere fuori casa: “stiamo distruggendo il territorio per vendere il vino in Cina”, si lamenta un altro dei residenti.
Viti vicino alle case dove giocano i bambini e perfino alle scuole: nei terreni si trovano tracce di pesticidi, peggio che nelle zone industriali, perché almeno le aziende hanno dei vincoli.
I signori che fanno i trattamenti sono bardati: ma chi abita a fianco dei vitigni che sicurezze ha, che questi prodotti non siano dannosi?

Quali sono gli effetti dell'esposizione ai pesticidi?
Quali sono i pesticidi che si possono usare secondo il consorzio: insetticidi, funghicidi, erbicidi, alcuni dei quali sono considerati come pericolosi.
È pericoloso vivere vicino in queste zone? Il professor Mantovani dell'Efsa spiega che si, è pericoloso e per questo Efsa ha studiato nuove linee guida per queste sostanze.
Ancora non ci sono studi approfonditi, spiega, perché questi pesticidi sono nuovi.

Il presidente del consorzio si è difeso dicendo che le sostanze usate sono ammesse dal ministero: stanno monitorando la situazione per controllare cosa rimane dei pesticidi nel vino.
Gli stessi produttori sono consapevoli che i trattamenti devono essere fatti al minimo e solo quando serve: ma l'ultimo dossier di Legambiente lancia un allarme, sui residui che rimangono nel vino che beviamo.
A volte al di sotto della soglia consentita: la giornalista ha fatto analizzare diverse bottiglie di Prosecco prese dai supermercati, e solo una non aveva residui.
Residui sotto il limite massimo, ma sommati la superano: è un problema che va monitorato, racconta Mantovani.

Oltre ai pesticidi cosa c'è del vino? I solfiti, ma sono evidenziati nell'etichetta solo se sopra una certa soglia: ci sono poi altre 60 sostanze che si possono mettere, come l'albumina, coloranti, stabilizzanti, anti agglomeranti, la gomma di cellulosa, arginato di calcio,aromi additivi …

Tutti rassicurano, ma nelle cantine la giornalista ha trovato sacchi con lieviti, gommarabica .. Tutto naturale, anche qui.

L'enologo Montes è un appassionato di vino: nel vino ci possono essere 60 coadiuvanti che non si devono dichiarare. Tannini, lieviti, aromi: come sopra, è tutto legale ma si dovrebbe obbligare le aziende a dichiararle. Queste concessioni alle aziende nascono dall'esigenza di fabbricare grandi quantità di vino.
Siamo sicuri, come dice l'enologo Franco Giacosa, che questi additivi sono usati solo per vini di bassa qualità?

Il wine kit: il vino fai date.
Se i casi raccontati prima raccontano di vini d'uva con degli additivi, che singolarmente non creano problemi di salute, la storia del Wine kit va in direzione proprio del vino prodotto in modo chimico.
Una ditta di Reggio Emilia finisce sotto inchiesta per aver venduto kit per produrre in casa del vino. Il kit era venduto in Canada attraverso internet: l'inchiesta è potuta partire (e le condanne arrivare) perché il kit partiva dall'Italia, se fosse avvenuto solo all'estero non si poteva fare niente, perché in Europa è tutto concesso.
Oltre al danno economico per l'Italia (che a quanto pare interessa a pochi) anche le qualità del vino lascia a desiderare: all'aspetto sembra normalissimo vino, ma non c'è odore, sa di chimica.

Proprio come un prodotto di fabbrica.