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11 aprile 2016

Report – le banche popolari e il salvataggio dell'Ilva

Puntata interessante di Report dove si è parlato dei falsi miti dell'alimentazione: il consumo di latte, spinaci, i grassi idrogenati, i grassi trans (che possono non essere indicati in etichetta).
Ma, prima, ci siamo fatti il fegato grasso per l'inchiesta sulle Popolari e sugli aiuti di Stato che non piacciono all'Europa.

Le banche popolari: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca nel servizio di Giovanna Boursier(Saltimbanche), qui il pdf con la trascrizione della puntata.

In Veneto molti risparmiatori sono diventati azionisti delle popolari su indicazioni delle stesse banche: negli ultimi anni il titolo della BPVI è cresciuto fino all'ispezione della BCE, del 2014. Dopo l'ispezione il titolo crolla e le banche hanno bloccato l'azione dei risparmiatori che volevano rivedere loro i titoli.
117 mila risparmiatori hanno visto le loro azioni scendere, senza poter fare nulla: avevano comprato le azioni della popolare perché sembrava un titolo solido.
A Vicenza quasi in ogni casa c'è un problema legato ai soldi persi con la banca, pensando che non avrebbero rischiato nulla: qualcuno ha perso tutti i risparmi, dopo aver firmato sulla fiducia una montagna di carta. Senza conoscere nemmeno cosa firmava.

Come funzionavano le cose dentro BPVI la Banca d'Italia lo sapeva da prima, nel 2008, ma ha solo sanzionato la banca: nel 2011 il professor Bini della Bocconi ha pure alzato il prezzo (che Bankitalia pensava fosse sovrastimato). Poi è arrivata la BCE che ha chiesto un aumento di capitale, constatando una perdita di capitale e così il titolo perde il 23%.
Alla BPVI vendevano e ricompravano azioni a clienti, per gonfiare i conti, del fondo azioni proprie.
Altri clienti venivano costretti a comprare azioni in cambio di finanziamenti.
In Bankitalia raccontano di aver vigilato e che non potevano fare altro.

Gianni Zonin gestiva per anni la banca, oggi indagato insieme ad altri manager: ostacolo alla vigilanza, associazione a delinquere, aggiotaggio le accuse della procura di Vicenza, dove raccontano di un prezzo stimato ad almeno il doppio del giusto.

Veneto Banca è l'altra popolare del territorio: anche qui mascheravano credito vendendo azioni anche a clienti inesperti.
I problemi per BV iniziano con l'ispezione del 2013 di Bankitalia: dopo il crollo del titolo nessuno riesce a vendere più le azioni comprate.
Uno che invece è riuscito a vendere è Vespa, che conosceva il vecchio AD Consoli, oggi sotto inchiesta: dopo molte insistenze, Vespa è riuscito a vendere le azioni, pur avendo perso parte dei suoi risparmi investiti in obbligazioni.
8 ml di euro incassati nel 2013, al valore massimo delle azioni.
Le obbligazioni convertibili gli hanno causato una perdita di 873mila euro.

Anche Stefanel e Renzo Rosso sono riusciti a rivendere le loro azioni delle popolari, poco prima che le azioni iniziassero a crollare, facendo crescere il sospetto che qualcuno, in questo disastro si sia salvato perché in buoni rapporti coi vertici delle banche.
Risulterebbero anche lettere della banca a questi fortunati...

L'ex vice presidente Rigon racconta di elargizioni in Toscana e a Porto Viro, in zone dove Zonin, l'ex presidente, aveva interessi personali: sono donazioni ad un convento della sorella di Zonin e a parrocchie dove ha dei vitigni.
Oggi sarebbe in Sudafrica, ma il suo avvocato assicura che tornerà per tempo in Italia, ma nel frattempo non parla con gli azionisti che oggi hanno perso tutto: serve l'Europa per capire come sta veramente una banca - si chiedeva ironicamente la giornalista?

Daniele Nouy è la presidente del cons. di Vigilanza della BCE che ha seguito le ispezioni: nelle banche italiane c'era un grande problema dei crediti deteriorati e delle dimensioni.
Questo valeva per il vecchio CDA: il nuovo però è composto anche da vecchi membri, tra cui anche l'ex ragioniere dello Stato Monorchio.

Zonin, in questi ultimi anni ha ceduto i suoi beni alla moglie e ai figli: terreni, ville, vitigni, immobiliare. Si è portato avanti col lavoro, per diventare nullatenente (e non pagare nulla)?

Report ha ricevuto una lettera da BPVI, dove si chiedeva di spostare la puntata perché stavano decidendo dell'aumento di capitale e della quotazione in borsa: quando si chiedono soldi al mercato bisogna essere trasparenti – la risposta della Gabanelli.

Ora la banca sta chiedendo soldi agli azionisti per quotarsi in borsa: il cda si è riunito il 17 febbraio, i soci sono stati convocati il 5 marzo, per decidere appunto della quotazione.
O si tirano fuori i soldi o la BCE commissaria la banca: in molti hanno votato sì, perché era l'unico modo per rivedere i soldi.
Anche Zaia, il governatore, ha perso 30mila euro nelle due banche, come molti altri cittadini veneti: Zaia ha votato si alla quotazione, sapendo che questo porterà al massacro le banche, perché sul mercato si dovranno trovare soci che metteranno in bilancio quello che manca.
Come CDP e Unicredit.

Ma il sistema non era solido?
Lo dicevano tutti, da Napolitano a Visco a Renzi: alcune banche sono nel mirino, “è il mercato”.

Nel mirino erano Banca Etruria e le altre tre popolari: 2 miliardi di sofferenze che hanno portato poi al salvataggio per decreto, attraverso il bail in.
Molti degli obbligazionisti di Etruria hanno comprato questo strumento finanziario senza conoscerlo: ora hanno perso tutto, senza troppi complimenti.
Tutta colpa dell'Europa? Della Merkel?
Un portalettere che nel crac dell'Etruria ha perso tutto, racconta a Giovanna Boursier la sua storia: sulle carte firmate c'era scritto "imprenditore" e anche che era una persona esperta di finanza. Carte truccate sul rischio degli investimenti: tutto per far passare i sottoscrittori delle obbligazioni come persone consapevoli del rischio.

Nel 2011 la Consob ha tolto l'obbligo di pubblicare una paginetta, con cui si informa il cliente del rischio di quello che si sta comprando: forse perché quel prospetto era troppo chiaro, per le persone?
Era meglio che i clienti non fossero troppo informati, perché l'importante era vendere?

Le obbligazioni erano vendute per aumentare il capitale sociale (piuttosto che non i BOT), e le filiali erano pressati per vendere questi titoli: un ex dipendente ammette di non aver sempre informato i clienti, perché i vertici della stessa rassicuravano gli stessi dipendenti.
Ma dove sono finiti i soldi?
L'ex membro del cda Soldini ha raccontato di prestiti a consiglieri, amici, parenti: per far passare il prestito serve un voto del CDA, senza il consigliere interessato. Ma spesso si votava senza andare troppo per il sottile.
Sono questi crediti concessi con troppa facilità, che ora sono in sofferenza, per un totale di 2 miliardi.

Il salvataggio della banca lo stanno pagando i risparmiatori e i vertici, tra cui il padre del ministro Boschi, sono indagati dalla procura: sindaci, amministratori, presidenti.
Come il presidente Rosi, come il capo del comitato rischi, come Bronchi che se ne è andato con una liquidazione da 1,2 ml.
Bankitalia ha vigilato? Il DG Rossi ha spiegato che poteva solo commissariare e andare in procura a raccontare i fatti.

La fusione con la Vicenza era sponsorizzata dall'ex ragioniere Monorchio, in buoni rapporti con Bankitalia, fusione poi saltata.
Qui poi entrano in ballo Carboni, Ferramonti, Mureddu, per trovare nuovi manager per la banca e il mistero si infittisce.

Il governo sta oggi varando una riforma per il credito cooperativo: si dovranno accorpare, eccetto quelle toscane con capitale sopra i 200 mila euro.
Tra queste la popolare di Cambiano e Chianti Banca: hanno tutte e due legami strette con chi decide della riforma.
Sui crediti deteriorati ci sono interessi poco chiari e anche qui compare un fondo che fa riferimento a Bini Smaghi.

Perché l'Europa ci ha impedito di salvare le banche attraverso il fondo interbancario?
Dal 2013 è entrata in vigore la norma europea del bail in: anche gli azionisti partecipano al rischio, peccato che Bankitalia abbia perso tempo per trattare con l'Europa. Pensando di avere pure ragione.
MILENA GABANELLI IN STUDIOInsomma, stiamo dicendo: ma l’Europa non può impedirci di fare quello che abbiamo sempre fatto e cioè sistemare le nostre cose attraverso il fondo interbancario. Che cos’è? É un fondo regolato da una legge dello Stato dove tutte le banche ci mettono un po’ e attingono quando ne han bisogno per mettere a posto e sistemare le loro magagne. Mica sono soldi pubblici! Infatti. Però la storia è un’altra e cioè: dal 2013 entrano in vigore le nuove regole europee e bisogna adeguarsi: quando una banca va a male, a pagare sono anche gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati perché comprano un prodotto rischioso, hanno un rendimento alto, lo sanno e quindi partecipano al rischio. L’Europa mica sa che noi vendiamo dei prodotti rischiosi anche  ai pensionati e ai postini. Noi che lo sappiamo, prendiamo tempo, speriamo che la crisi passi e cominciamo a trattare con l’Europa, che dice: “ma voi usate pure i soldi che volete, basta che rispettiate le regole”, anche perché dal primo gennaio 2016 a pagare saranno anche i correntisti sopra i 100.000 euro quando una banca va male. Si chiama bail-in, è legge e l’abbiamo firmata pure noi. Però noi sempre lì ad insistere a dire: “ma perché con noi siete così poco elastici quando invece con la Germania chiudete un occhio?” Bene. Andiamo a vedere se con la Germania hanno chiuso un occhio, o siamo noi che abbiamo capito male.
In realtà in Germania i due lander si sono mossi per tempo, prima che entrasse in vigore la legge.
Chi rappresenta l'Italia in commissione affari monetari? Tajani, Martusciello (ex dipendente di Bankitalia, indagato per concorso esterno in ass. mafiosa), Lara Comi e Roberto Gualtieri (storico).
Tutti hanno votato il bail in: Gualtieri presidente della commissione era contrario alla legge ma l'ha votata.

La domanda che ci dovremmo porre è chi abbiamo mandato in Europa? Persone competenti che almeno leggono le leggi che poi votano?
MILENA GABANELLI IN STUDIOPerò pare poi che nelle trattative non avevamo capito bene. In conclusione, adesso che le regole bisogna applicarle, è tutto il sistema che è venuto al pettine. Il fatto di 200 miliardi di crediti deteriorati non è tutta colpa della crisi.Troppi sportelli, troppi direttori con rapporti incestuosi con la clientela, consigli d’amministrazione che danno crediti a loro stessi senza rimborsarli - chissà che qualcuno di loro non li abbia magari portati a Panama - e una vigilanzatimorosa. Così queste banche hanno cercato di far quadrare i loro conti truffando anche i poveracci, e se mai rivedranno qualcosa, sarà il governo a darglieli.
E vogliamo dare la colpa all'Europa?

L'Italia e l'Europa per le industrie: il caso Ilva e il caso Peugeot a confronto, nel servizio di Giorgio Mottola.

Siamo noi che non capiamo bene le regole o ci stanno fregando?
Fino a tre anni fa Peugeot era a rischio bancarotta, oggi è in salute dopo il prestito da parte del governo di 1,2 miliardi, rimborsati interamente.
Il governo francese ha deciso di supportare una delle aziende più importanti francesi e nel 2013 l'UE ha dato via libera all'operazione.
Il prestito dello Stato ha però bloccato le sovvenzioni europee.

ILVA dovrebbe essere salvata dai soldi pubblici, per le bonifiche: la commissione ha aperto un'inchiesta sugli aiuti di stato, che bloccano quei finanziamenti.
Col rischio ambientale e sociale: il trattato europeo vieta aiuti diretti alle aziende.
Perché l'Europa ha detto si ai salvataggi di aziende tedesche e vuole invece soffocare l'Ilva? Per interessi europei nel settore dell'acciaio?
Anche il nostro governo teme che dietro l'infrazione europea ci sia un complotto dei paesi che hanno interesse nell'acciaio.

L'infrazione nasce dal rischio che i soldi pubblici non servano solo a fini ambientali: l'Europa non si fida più di noi, dell'Ilva, del rispetto delle normative ambientali da parte dell'Italia.
Abbiamo perso tempo negli anni passati, coi grazie decreti salva Riva.
Anche Peacelink teme che gli 800ml pubblici saranno usati per tenere in vita l'azienda e non per le bonifiche: in parte i soldi sono solo liquidità per tenere in vita l'azienda.
Abbiamo provato ad imbrogliare l'Europa, con una misura ad aziendam: negli ultimi anni l'Italia ha avuto 46 bocciature per aiuti di stato in Europa.
Abbiamo pasticciato molto in Europa: nel 2009 Berlusconi decise di sospendere le tasse in Abruzzo, ma poi è stato chiesto loro di restituire gli aiuti ricevuti dal governo.
Avevamo omesso di notificare questa misura all'Europa: negli anni in cui in Europa c'era, ad esempio, il sottosegretario Gozi e Tajani.


10 aprile 2016

Saltimbanche - l'anticipazione del servizio di Report



Qui potete trovare un'anticipazione del servizio di Report, di Giovanna Boursier, sulla crisi della popolari italiane (della serie, il sistema è solido e ben monitorato).
Buona (o cattiva) visione.

Noi e l'Europa (e la questione degli aiuti di Stato)

Due inchieste sui rapporti dell'Italia con l'Europa, per le norme europee (firmate anche dai nostri politici all'Europarlamento che evidentemente le hanno lette male)che regolamentano gli aiuti di Stato, e un servizio sull'alimentazione e sui falsi miti.
L'Europa dice no e Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara saltano. L'Europa dice sì alla Germania che può salvare la sua banca Hsh. Se noi aiutiamo l'Ilva l'Europa dice no, la Francia aiuta e salva Peugeot e l'Europa dice sì. Che cosa abbiamo di diverso?”

Figli e figliastri dunque in questa Europa che ci ha costretti al Bail in, facendo pagare la crisi delle banche popolari (per le sofferenze stimate in 2 miliardi) direttamente agli azionisti e agli obbligazionisti (subordinati), come fossero speculatori di borsa?
E lo stesso discorso si potrebbe fare per l'Ilva di Taranto, che dovremmo risanare coi soldi pubblici (la solita Cassa depositi e prestiti) per poi essere ceduta ad un gruppo privato (si parlava del gruppo Marcegaglia).
Forse le cose non stanno proprio così e tutti i risparmiatori che sono stati truffati dalle banche popolari, avendo investito i loro risparmi in titoli che hanno perso valore, dovrebbero seguire con attenzione il servizio: parliamo delle 4 banche “salvate” via decreto (Salva banche) quando ormai era troppo tardi invocare l'aiuto pubblico. E parliamo anche delle banche Venete, la Veneto Banca e la Popolare di Vicenza che aveva chiesto alla Rai di rimandare la messa in onda del servizio essendo in corso un'operazione di ricapitalizzazione, per la quotazione in Borsa:
«Vi invitiamo a valutare l’opportunità di differire la puntata della trasmissione
a dopo l’importante operazione di ricapitalizzazione in corso».
La replica di Gabanelli: «Quando qualcuno chiede soldi al mercato è dovere del servizio pubblico fare le pulci»Nel frattempo l’aumento di capitale da 1,5 miliardi, destinato a traghettare in Borsa la banca, è slittato alla seconda metà di aprile ma la Popolare non ha cambiato posizione. La Rai dal canto suo ha respinto al mittente le modifiche di palinsesto richieste da Vicenza. E Gabanelli che cosa dice?
«Dico che in vent’anni di Report non mi era mai stata fatta una richiesta del genere. Credo che quando qualcuno chiede soldi, tanti soldi, al mercato, sia dovere del servizio pubblico fare le pulci».

Il servizio di Giovanna Boursier (qui un'anteprima) cercherà di far capire come si è arrivati a questa situazione di disastro (non solo economico ma anche sociale), se ci sono stati dei mancati controlli e quali le responsabilità dei manager: fidi concessi agli amici senza le garanzie, lauti stipendi e liquidazioni, consulenze milionarie. Un deja vu in piccolo della storia di Mps. La giornalista intervisterà il procuratore di Vicenza Antonino Cappelleri, cui ha chiesto se il prezzo delle azioni della Popolare di Vicenza fosse stato gonfiato:
«Si sente dire che fosse più che doppio rispetto a quello conforme al mercato» risponde Cappelleri.



La storia è questa: il titolo era sovrastimato dal 2001, Bankitalia sapeva e aveva scritto alla BPVI (ma non fece altro): e dopo l'ispezione della BCE nel 2015, il titolo è crollato del 23%, agli azionisti fu impedito di vendere i pacchetti. Anni di risparmi persi ..

E anche il collega Bruno Vespa "titolare negli anni passati di un pacchetto di azioni di Veneto Banca da 8 milioni di euro, quasi interamente venduto prima del crollo del valore azionario".

Il giornalista dà la sua versione dei fatti: «Nel 2010 io chiesi di poter vendere e non riuscii a vendere. Io ho premuto, insistito in maniera costante per due anni e otto mesi e dopo due anni e otto mesi nell'estate del 2013 sono riuscito a vendere una parte rilevante delle azioni». Prosegue Bruno Vespa: «Mi hanno offerto delle obbligazioni e quindi ho parecchi soldi che sono andati in fumo: 873mila euro, che valgono il 10 per cento».”

La scheda del servizio Saltimbanche – Giovanna Boursier
Le banche popolari sono le banche del territorio con migliaia di clienti che ricevono finanziamenti, ma che sottoscrivono anche azioni e obbligazioni perché si fidano dei dirigenti e degli impiegati che conoscono da anni. Quando Banca Marche, CariChieti, CariFerrara e Banca Etruria vanno in crisi, si applica il bail-in, che per legge obbliga migliaia di azionisti e obbligazionisti a intervenire per salvarle e così alla fine perdono tutto. Ma come si è arrivati a questo? Banca Etruria è la più nota alle cronache perché il vicepresidente era il papà della ministra Maria Elena Boschi, e oggi è indagato per concorso in bancarotta fraudolenta. Dalle indagini emergono, con le responsabilità, anche liquidazioni milionarie per i manager e crediti concessi ai membri del cda senza le dovute garanzie. Nei guai sono finite anche le popolari venete, Veneto Banca e Bpvi, dove avevano gonfiato il prezzo delle azioni, che alla fine del 2014 valevano 62 euro e oggi 6 euro e 30. Quando il valore ha cominciato a crollare quasi nessun azionista ha potuto vendere. Tra coloro che ci sono riusciti anche Bruno Vespa che, intervistato, ci spiega come ha fatto. Dalle inchieste della magistratura emerge anche che la popolare, per gonfiare il capitale, finanziava l’acquisto di azioni per milioni di euro garantendo solo a pochi selezionati soci, con lettere segrete, il riacquisto. Gianni Zonin, grande produttore di vini ed ex dominus della popolare, oggi indagato per bancarotta, ha trasferito il suo patrimonio a moglie e figli.Ma come si è arrivati a questo punto se tutte le banche erano commissariate da Banca d’Italia? Giovanna Boursier intervista il Direttore generale, Salvatore Rossi, che dà la sua versione dei fatti, nella puntata in onda domenica sera alle 21.45 su Rai3. E a Bruxelles ci spiegano come funzionano le regole europee e come sono andate le trattative intraprese dal nostro governo per evitare di far pagare i danni agli obbligazionisti. Vista da fuori sembra che l’Europa a noi italiani non conceda di salvare banche e aziende con aiuti di stato mentre, per esempio, alla Germania sì. E’ veramente così? Risponde anche Daniéle Nouy, presidente della Vigilanza della Bce.

Gli aiuti di Stato per l'Ilva:
anche sull'Ilva, l'Europa ha detto no, niente soldi pubblici (nonostante tutti i governi passati hanno aiutato l'azienda privata attraverso i decreti Salva Ilva ..).
Europa matrigna oppure ancora una volta, dopo le banche, non abbiamo saputo leggere e comprendere bene le regole europee sugli aiuti di stato: bastava seguire le regole e non fare le solite cose all'italiana.
Parliamo di un'azienda che da lavoro a migliaia di persone, di un territorio da bonificare, del futuro dell'acciaio italiano (sempre che ci sia un futuro).
Forse, più che prendercela con la perfida Europa, dovremmo prendercela con i nostri europarlamentari, troppo presi dagli impegni nei talk show. Dovremmo mandare gente preparata a Bruxelles, non solo riciclati o trombati alle politiche nazionali.

Perché loro e noi no, di Giorgio Mottola
L’Ilva è stata messa ufficialmente in vendita. Ma se non verranno fatti prima i costosissimi lavori di adeguamento ambientale, sarà difficile trovare qualcuno disposto a comprarla. Per questo lo Stato italiano ha deciso di stanziare per l’acciaieria, un tempo di proprietà dei Riva, un altro prestito di oltre un miliardo di euro. L’idea però non è piaciuta a Bruxelles. In Europa, infatti, gli aiuti di Stato alle imprese sono permessi solo se si seguono regole rigorose. Invece noi italiani, secondo la Commissione europea, le regole le abbiamo violate più di chiunque altro negli ultimi dieci anni. E così, in molti casi, a Francia e Germania è stato concesso di salvare le proprie imprese e all’Italia no. Siamo vittime di un complotto, della nostra poca affidabilità o della nostra incapacità di applicare le regole? Il dubbio è legittimo visto che a volte perdiamo milioni di euro perché, quelle regole, neppure sappiamo leggerle bene.

Infine, un servizio di Stefania Rimini sui falsi miti in ambito alimentare
Falsi miti nel piatto – Stefania Rimini

E' vero che bisogna bere un litro e mezzo di acqua al giorno? Che la sogliolina è più sana di un grasso sgombro? Oppure che “il vino fa sangue” e che diventiamo più forti mangiando gli spinaci? Molti credono che per assumere calcio bisogna bere latte, andiamo a vedere se è proprio così. Girano falsi miti sul mangiare mentre le nostre cellule per funzionare al meglio e tenerci giovani e in salute necessitano di equilibri ben precisi tra determinati alimenti. Gli omega 6 devono essere in un certo rapporto con gli omega 3, idealmente 5 a 1, invece in media stiamo a 15 a 1, cioè siamo sempre in deficit di omega 3 mentre di omega 6 ne mangiamo fin troppi. I grassi più importanti sono tutti nella membrana cellulare e se non sono in equilibrio noi facciamo faticare di più le nostre cellule per mantenere il tessuto funzionante. Con l’innovazione scientifica si è in grado di misurare quant'è sano il nostro stile di vita addirittura a livello di membrana cellulare. Impariamo a mettere nel carrello i grassi giusti per far felice la nostra membrana cellulare. E’ lei il “portiere di casa” del nostro corpo, se funziona bene fa entrare le sostanze che ci fanno stare meglio.  

03 dicembre 2015

Salvate le banche ma non gli azionisti (risparmiatori)

Come per gli esodati: per risolvere un problema se ne crea un altro, perché la coperta è corta e non si riesce a coprire tutto.
Parliamo degli azionisti e clienti delle 4 banche appena salvate dal "salva banche", che ora si ritrovano senza i risparmi investiti nelle obbligazioni delle banche.
Ai tempi del ministro Fornero erano i conti delle pensioni, ora sono i conti delle banche. In crisi non per colpa dei risparmiatori ma più probabilmente per prestiti concessi con poca accortezza ad amici.
A pagare ora, grazie alla riforma appena passata in Parlamento, sono anche i risparmiatori (il meccanismo si chiama bail in).
Ci avranno pensato, i signori al governo?
I ministri dell'ottimismo?
Bankitalia e Consob?
Da una parte gli istituti di credito, salvaguardati dal mega prestito dei grandi gruppi (e garantito da cassa depositi e prestiti).
Dall'altra persone normali, che non verranno tutelate.

Giorgio Meletti per il Fatto Quotidiano:
È una bomba da 2 miliardi di euro. I 130mila azionisti e clienti delle quattro banche salvate il 22 novembre scorso, che hanno perso in molti casi tutti i loro risparmi, rischiano di diventare i nuovi esodati. Solo a cose fatte il governo comincia a capire la portata del problema. E infatti ieri alla Camera, mentre il ministro dell’Economia Pier Carlo Pa-doan ha difeso le decisioni prese dal Consiglio dei ministri e dalla Banca d’Italia, il vice ministro Enrico Morando ha fatto balenare l’ipotesi di “una approfondita verifica circa la possibilità che siano messe in atto misure in grado di ridurre gli effetti negativi del processo di risoluzione sulla componente socialmente più debole degli investitori coinvolti, che possa aver agito senza la necessaria consapevolezza del livello di rischio del prodotto acquistato”.
VEDIAMO I TERMINI di un pasticcio che appare inestricabile. Il salvataggio di Banca Marche, Popolare dell’Etruria, Cassa di Ferrara e Carichieti è incardinato sul versamento di 3,6 miliardi conferiti da tutte le 208 banche italiane all’apposito fondo presso la Banca d’Italia. Per l’Unione europea è un aiuto di Stato (soldi versati obbligatoriamente a un fondo gestito dall ’autorità pubblica), ed è ammissibile, come ha detto Padoan, solo prevedendo come “precondizione l’azzeramento del capitale subordi-nato della banca beneficia-ria”. Cioè l’azzeramento delle azioni e delle obbligazioni “subordinate”. Il problema è che per anni la stessa Banca d’Italia e la Consob hanno consentito alle quattro banche (che sapevano essere gravemente malate) di vendere ai propri clienti azioni e obbligazioni subordinate senza informarli adeguatamente del rischio altissimo di quell’investimento. Quando le quattro banche sono state commissariate (nel corso degli ultimi due anni) sono di fatto andati in fumo 788 milioni di obbligazioni subordinate di recente emissione, circa 400 milioni di aumenti di capitale, più il valore delle azioni che molti risparmiatori hanno tenuto in portafoglio in mancanza di informazioni chiare sullo stato di decozione delle banche.
Un conto da circa 2 miliardi, che diventano 2,6 se si tiene conto del capitale bruciato dalle Fondazioni azioniste di controllo di tre delle banche coinvolte e, quindi, responsabili prime del crac.
È dunque evidente che questo disastro da 2 miliardi a danno di risparmiatori ingannati non è attribuibile all’operazione varata il 22 novem-bre, che è stata piuttosto una presa d’atto della rapina avvenuta negli anni passati. Si ripete il copione di una decina d’anni fa, con i crac di Parmalat (14 miliardi)e Cirio (2,2miliardi). Ma c’è una differenza non da poco. Allora si trattò di due imprese industriali che avevano piazzato le loro obbligazioni ad alto rischio attraverso le banche.
I risparmiatori hanno potuto così far causa ai loro istituti di riferi-mento, accusandoli di aver venduto titoli spazzatura sen-za informarli adeguatamente. La Cassazione, con un’importante sentenza del 2012, ha dato loro ragione: le banche devono rispondere del danno. In seguito a quei due scandali sono state introdotte norme stringenti sulla vendita di prodotti finanziari agli sportelli bancari. Alla banca spetta l’obbligo di valutare l’adeguatezza dell’investimento al soggetto che lo sottoscrive. Per esempio non si può con-vincere un pensionato a met-tere tutti i suoi risparmi su un unico titolo rischioso, mentre può essere accettabile che investa sulla stessa obbligazione il 10 per cento del suo pa-trimonio.
Queste norme sono state sistematicamente calpestate. Ma la differenza più grave con i casi Parmalat e Ci-rio è che stavolta non ci sono intermediari da incolpare: chi ha piazzato i titoli marci sono le stesse banche che, nonostante le iniezioni di liquidità,sono fallite.
Da questo punto di vista il salvataggio è apparente: sono state create quattro nuove banche, le vecchie – che dovrebbero rispondere ai risparmiatori ingannati– sono in liquidazione svuotate, senza un euro in cassa. Adesso il governo deve farei conti con un bubbone cresciuto per evidente responsabilità della Banca d’Italia, che ha cercato per anni – invocando “rafforzamenti patrimoniali” in grado di rattoppare i bilanci – di rinviare la resa dei conti con la mala gestio di manager oggi tutti sotto indagine penale per gravi reati. Ma la buona volontà espressa da Morando va a sbattere contro un dato di realtà: nemmeno volendo lo Stato può risarcire i 130 mila nuovi esodati, perché sarebbe un aggiramento delle regole europee. Il dann oda 2 miliardi è stato fatto e adesso è troppo tardi.