Visualizzazione post con etichetta Ucraina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ucraina. Mostra tutti i post

29 maggio 2026

Lo specchio del pellegrino di Ben Pastor

 

25.10.1941
Al Colonnello Generale Edwin Freiherr von Sickingen (a riposo) Presso il Comando del IV Distretto Militare Dresda, Reich tedesco Signor Generale! Questa lettera è indirizzata al Suo precedente ufficio presso il IV Distretto (e non a casa), perché desidero assicurarmi che la mia amata moglie Dikta, e specialmente Nina, non vengano a sapere dell’incidente che mi è capitato dieci giorni fa.

Lo specchio del pellegrino è il 13 esimo romanzo della serie scritta dalla scrittrice americana (ma con radici italiane) Ben Pastor con protagonista l'ufficiale tedesco dei servizi Martin Bora.

La parola pellegrino/pellegrinaggio che da il titolo a questo romanzo è doppiamente significativa per questo personaggio così complesso: perché la storia del soldato Martin Bora e stata un continuo pellegrinaggio in giro per l'Europa su tutti i fronti, dalla Spagna a Stalingrado, da Roma a Berlino. Un pellegrinaggio che Ben Pastor ci ha raccontato andando avanti e indietro nel tempo, dal 1937 con la guerra in Spagna fino all'inizio del 1945, con gli ultimi mesi della repubblica di Salò.

E questa nuova indagine sarà per l'ufficiale-investigatore, un nuovo pellegrinaggio: ci troviamo nell'autunno del 1941 a pochi mesi dall'inizio dell'operazione Barbarossa, quando ancora l'esercito tedesco si illudeva di una rapida avanzata fino a Mosca.

Ferito nel corso di un pattugliamento sulla linea del fronte, all'ospedale dove è stato ricoverato a Bora viene chiesto di indagare su un collega che a Odessa stava indagando sui crimini di guerra dei russi contro i civili, il maggiore Alt dell'ufficio crimini di guerra, ucciso mentre ispezionava quella che si crede fosse una fossa comune poco fuori Odessa.

Ma questo incarico in realtà è solo la parte superficiale di una richiesta molto più complessa e pericolosa che arriva direttamente dall'Abwher: si tratta dell'indagine nascosta sul "sommerso", ovvero sui crimini di guerra commessi dai tedeschi e dai romeni nell'Ucraina occupata.

Le stragi di civili compiute per rappresaglia dai soldati (tedeschi e dei loro alleati romeni) come anche i crimini contro gli ebrei compiuti dagli Einsatzgruppen, le unità speciali delle SS che dovevano "ripulire" i territori occupati da tutte le "razze inferiori".

Così, devo stilare la mia lista di tappe, il mio pellegrinaggio. È chiaro che investigare un omicidio – e risolverlo – non è che una maschera per qualcosa di più rischioso e oscuro. Sono quattro anni che vedo morte violenta. Vittime di stupro, colpi di grazia. Ciò che resta delle esecuzioni di massa.

Martin Bora, ufficialmente solo un capitano (di cavalleria) che deve indagare su un omicidio, si troverà così dentro un'indagine molto più complessa e pericolosa: complessa per la difficoltà di trovare un civile che, di fronte alla divisa di un ufficiale abbia voglia di raccontare qualcosa sul lavoro che il maggiore Alt stava facendo a Odessa.

Pericoloso perché Bora sa che dopo quello che ha visto in Polonia (che l’autrice ha raccontato in Lumen), con altre fosse comuni di civili uccisi dal suo stesso esercito, le SS lo stanno tenendo d'occhio.

E poi c’è Odessa, una città che evoca tanti ricordi personali: è la città dove il suo padre naturale, il maestro von Bora, era stato accolto come una star. Ma Odessa era stata la città che, dopo l’accordo del 1918 tra Germania e Russia, era stata occupata dai dalle truppe tedesche. E qui i ricordi passano al patrigno, il generale von Sickingen.

Questa era una parte del mondo dove da molto prima della Grande Guerra tutti odiavano tutti, e tutti coltivavano rancori e motivi di rivendicazione. Forse si discuteva di ucraini, o di russi, o di ebrei, o di comunisti veri o presunti. Lo sproloquio prometteva di esportare altrove

Odessa, la città cosmopolita, con all’interno italiani, ebrei, francesi, greci.. la città che aveva subito già diverse occupazioni (e violenze sui civili) nel passato, prima di quella nel tempo presente del romanzo. Quella delle truppe tedesche nel passato, poi la rivoluzione russa, i bolscevichi, le purghe staliniane, i pogrom contro gli ebrei.

Ferite che avevano lasciato un segno profondo sulla pelle delle persone.

Odessa è Odessa è Odessa. I vecchi ebrei di Moldavanka dicevano così, ma è vero anche per noi buoni cristiani. Siamo come nessun altro luogo al mondo. Prenda me: sono ucraino, ma ho sempre parlato russo.

Tante etnie mescolate tra loro e divise da vecchi rancori. Una città dove non è facile trovare qualcuno di cui fidarsi.

Questa tappa del lungo pellegrinaggio di Martin Bora segnerà ancor di più la cesura col passato: quel passato che ancora oggi Martin ricorda nel suo diario coi suoi ricordi da bambino, l’entusiasmo che lo aveva spinto ad entrare nell’esercito e a sentire sulla sua lingua il sapore amaro della guerra.

E il tempo presente, la scoperta del vero volto della guerra, le atrocità contro i civili, le fosse comuni, gli sciacalli pronti a spogliare i morti per accaparrarsi dei loro beni, gli informatori della polizia, i doppiogiochisti…

Come spiegheremo negli anni a venire che quelli come me non hanno fatto parte di certe cose? Non basterà dire che non sapevamo. Eravamo altrove, combattevamo altrove. Ma indossiamo un uniforme assai simile, come simili sono le bandiere sotto le quali avanziamo.

A Odessa, dopo la Polonia, si compierà il primo passo della presa di coscienza del soldato Martin Bora, quel sentirsi a disagio nel vestirsi con quella divisa, diviso a metà tra dovere morale e dovere di ufficiale: Odessa sarà il suo “specchio” dove vedersi per quello che è, un pellegrino

Al contrario degli specchietti usati in antichità per catturare idealmente un’immagine sacra da condividere coi congiunti, Odessa si era rivelata uno specchio impietoso. Doveva decidere se lasciarlo in vista o coprirlo prima di tornare in guerra.

Lo specchio del pellegrino è una storia di guerra di ieri che parla di tutte le guerre, anche quelle di oggi, dove ancora una volta a morire non sono i soldati ma i civili. Sotto le bombe, per la fame, per un colpo di un cecchino.

Una storia di ieri che parla anche dei crimini di guerra di oggi, sempre in Ucraina, non solo Odessa, ma Ovidiupol, Kerson a Gaza.

Non aveva dimenticato niente, a meno che non lasciasse a Odessa un po’ di sé. Lo avevano fatto infiniti altri prima di lui, anche il suo patrigno e il suo vero padre.

Il pellegrinaggio di questo personaggio così affascinante nonostante la sua durezza, il suo forte autocontrollo, che deriva dagli studi di filosofia, Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, continuerà ancora: lo aspetta il fronte russo, l’avanzata fino al Volga, l’Italia.. e tante altre avventure che ancora Ben Pastor ci deve raccontare.

La scheda del libro sul sito di Sellerio
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

29 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – in tour col Gambero Rosso, i prestiti all’Ucraina, l’assalto alla Corte dei Conti e una gara al Senato particolare

Quanto è importante ottenere i tre bicchieri del Gambero Rosso per un vino italiano e a che prezzo?

Vedremo anche lo spreco di denaro nella pubblica amministrazione, ben 180 miliardi. Chi controlla?

Si torna a parlare di vino, una delle tante eccellenze italiane, che spesso però sono eccellenze solo sulla carta, visti i pochi controlli (e la poca trasparenza) anche in produttori di vino dal nome importante.

Gli aiuti all’Ucraina

L’Europa ha erogato aiuti per l’Ucraina per 50 miliardi: per due terzi sono prestiti concessi dietro precise condizioni.

Ogni quadrimestre – spiega l’europarlamentare tedesco Michael Gahler – la commissione esamina le leggi approvate dal parlamento ucraino e poi condivide il risultato con gli stati membri e solo allora la commissione libera il pagamento della tranche del fondo. L’Ucraina vuole entrare nell’Unione Europea? Bene, chi entra nel club deve rispettare le sue regole, le imprese devono trovare in Ucraina un quadro giuridico che favorisca gli investimenti per la ricostruzione.

Marta Kos slovena è la commissaria per l’allargamento e sta seguendo in prima persona il percorso di ingresso in Unione dell’Ucraina: “le imprese non aspetteranno la fine della guerra ma stanno già investendo e l’UE offre loro un sostegno finanziario e strumenti per ridurre il rischio. Stiamo facendo buoni affari.”

Ma in cambio dei prestiti che cosa viene chiesto all’Ucraina? Vengono chieste privatizzazioni, liberalizzazioni: in un paese povero e prostrato dalla guerra potrebbero avere conseguenze molto dure: “noi li aiuteremo ad ottenere degli investimenti” risponde la commissaria “non avranno più bisogno del nostro aiuto, diventeranno sempre più competitivi ..”

Di doverso pare l’economista ucraino Alexey Kusch: “i requisiti dell’UE porteranno solo alla vendita delle risorse più preziose al prezzo di rottami metallici. Chi acquisterà il porto di Odessa,
le industrie chimiche di Sumy, le officine meccaniche di Kharkiv e lo stesso vale per l’energia, già oggi l’industria paga prezzi più alti rispetto all’Europa, se ora l’elettricità viene venduta allo stesso prezzo nelle campagne si scatenerà una crisi sociale..

Sul Fatto Quotidiano Manuele Bonaccorsi e Chiara D’Ambrosio hanno pubblicato una anticipazione del servizio

Ucraina, una “troika” per Kiev: prestiti solo in cambio delle privatizzazioni

di Manuele Bonaccorsi e Chiara D’Ambros*

Domani sera a Report (Rai3), FMi: “Il memorandum lo scriviamo noi, non gli stati”

Ogni quadrimestre c’è la pagella, altrimenti non arriva la paghetta. Così l’Ue tratta l’Ucraina, dipendente dai suoi prestiti, dato che quasi tutta la raccolta fiscale di Kiev finisce nella guerra. Funziona così il meccanismo di aiuto varato nel 2024 dall’Ue, l’Ukraine Facility Plan, salutato come una dimostrazione del totale e incondizionato appoggio a Zelensky all’invasione russa. Non del tutto incondizionato, a guardare bene: sono 130 i paletti che la Commissione pone all’Ucraina in cambio dei suoi prestiti, un programma di riforme che impegna la Verkhovna Rada notte e giorno. Altrimenti niente prestiti. E l’Ucraina, oggi non riesce a finanziarsi autonomamente sui mercati internazionali.

LAB REPORT: I GENEROSI

Di Manuele Bonaccorsi e Chiara D’Ambros

Collaborazione Madi Ferrucci

Il sostegno finanziario occidentale è fondamentale per l’Ucraina, impegnata da oltre 3 anni a difendersi dall’aggressione militare russa. Ma a quali condizioni vengono concessi questi aiuti? L’Ue e il Fondo monetario internazionale hanno stanziato miliardi di prestiti a Kyiv ma in cambio chiedono liberalizzazioni, privatizzazioni, riduzione della spesa pubblica. Obiettivo: rendere l’Ucraina appetibile agli investimenti privati, anche grazie a un basso costo del lavoro. Una medicina amara, per uno Stato piegato da anni di guerra, con centinaia di migliaia di senza casa, profughi, mutilati, e una popolazione sempre più anziana dopo la fuga all’estero di milioni di giovani. Il Paese avrebbe bisogno di welfare per sanare le sue ferite e non di austerità.

I bicchieri del Gambero

In che modo si ottengono i “tre bicchieri” del Gambero rosso?
Report è andata fino a Washington per seguire il tour del Gambero rosso dove marchi rinomati di vino presentano i loro prodotti: questi eventi del Gambero rosso non sono gratuiti, gli espositori devono pagarsi anche il viaggio e l’alloggio, oltre che lo spazio per l’esposizione delle bottiglie.

Gambero rosso invia ai vari produttori un modulo in cui propone alle cantine di partecipare al tour nord-America, ogni tappa ha un costo di iscrizione di 3600 euro + iva.

Si paga l’affitto della location si paga il catering, Gambero Rosso arriva a spendere anche 30000 mila dollari, da detrarre a quanto si incassa dalle aziende. Nella tappa di Miami erano ad esempio 30 e nel complesso hanno pagati circa 100000 euro, così Gambero Rosso ha ottenuto un guadagno da 70mila euro circa. Ma ci sono eventi dove si arriva, negli Stati Uniti, anche a 200 aziende, come a New York, dove l’incasso è stato circa 700 mila euro.

In Nord America ci sono le tappe poi di Los Angeles, San Francisco, Chicago, Las Vegas.. il peso delle attività all’estero per Gambero Rosso è importante, in totale sono 34 le tappe del tour in giro per il mondo, con cui si arriva ad un incasso totale da milioni di euro dalle cantine.

Le stesse cantine che poi Gambero Rosso deve poi valutare se meritano o meno i “tre bicchieri”.

La scheda del servizio: VINO DIVINO

di Emanuele Bellano

Collaborazione Raffaella Notariale, Carmen Baffi

Il Gambero Rosso è il gruppo editoriale che si occupa di vino e pubblica ogni anno una guida in cui recensisce quelli che vengono definiti i migliori vini d'Italia. Le cantine che devono essere premiate però pagano grandi somme di denaro al Gambero Rosso attraverso pacchetti commerciali e pubblicitari. L'editore del Gambero Rosso, Paolo Panerai è titolare di una rinomata cantina toscana che vende grandi vini di pregio. In base a informazioni esclusive Report è in grado di ricostruire che questa cantina acquista e imbottiglia ingenti quantità di vino sfuso dal commerciante toscano Cantine Borghi. I pezzi del puzzle si ricompongono e mostrano un meccanismo che ruota intorno a Borghi e coinvolge produttori, valutatori di vino e istituzioni di controllo. E intanto nella Fondazione Cotarella, creata da Famiglia Cotarella per raccogliere denaro in beneficenza a favore dei ragazzi colpiti da malattie del comportamento alimentare, emergono ulteriori profili poco trasparenti.

L’insofferenza ai controlli: I fondi del PNRR e la Corte dei Conti

Dopo la pandemia, il governo Conte è riuscito ad ottenere dall’Unione Europea la fetta maggiore dei fondi europei, 194 miliardi di euro: sono soldi in prestito per la maggior parte, è vero, ma sono soldi, tanti. Soldi da spendere in progetti da completare entro il 2026.


Il governo Meloni ha avuto una narrazione sullo stato di avanzamento dei lavori del PNRR molto diversa da quella del governo Draghi – racconta a Report il giornalista di Openpolis Luca dal Poggetto – ha sempre cercato di tranquillizzare l’Unione Europea sul fatto che si stava procedendo nei tempi previsti per il completamento dei progetti andando anche ad eliminare l’attività di controllo della Corte dei Conti.

Quello che ha lasciato perplessi ” continua Antonio Giuseppone procuratore generale della corte dei Conti della Campania “sono state le modalità dell’eliminazione di questo tipo di controllo, il decisore politico è come se si fosse sentito in qualche modo punto sul vivo e ha detto eliminiamo questo controllo”.

Ma dal 2021 è attiva in Lussemburgo la procura europea che ovviamente si occupa anche dei fondi del pnrr in tutta Europa. Nel 2023 su 223 inchieste totali, 179 riguardavano l’Italia, nel 2024, su 307 indagini totali, ben 228 erano fatte in Italia. Solo 6 in Francia, 4 in Spagna, 0 in Germania.

In Italia c’è stata un distribuzione molto capillare dei fondi che quindi si ramificano in tante direzioni, questo può favorire dei numeri alti anche in termini di accertamento dei reati – spiega a Report il procuratore europeo per l’Italia Andrea Venegoni.

Ma quanto era importante per la corte europea il controllo concomitante della Corte dei Conti sui progetti del pnrr? “Accanto al nostro ruolo, la possibilità di avere dei controlli ad altro livello amministrativo, finanziario da parte di altri organi statali è importante, perché questo aiuta anche a prevenire la frode e a non erogare i fondi in determinate situazioni. Il principio deve essere quello secondo cui più controlli ci sono e più la tutela delle finanze è garantita.”

Eppure il governo Meloni ha voluto ridimensionare il ruolo di controllore da parte della Corte dei Conti sui progetti finanziati dal pnrr.

Qual è il compito della Corte dei Conti? Si tratta della magistratura più antica del paese ed è anche quella più vicina ai cittadini, perché controlla la finanza pubblica,come vengono spesi i nostri soldi (il voto, ricordiamolo sempre, non è una delega in bianco, quello sono le dittature).

Ecco perché una parte della classe politica si sente “imbrigliata” dai controlli sulla pubblica amministrazione, come se il lavoro della magistratura contabile fosse una ingerenza sul proprio lavoro: la destra, dalla Lega a fratelli d’Italia hanno usato questi argomenti, la paura della magistratura, la pistola puntata alla tempia, una briglia per la politica, come alibi per depotenziare i controlli della Corte dei Conti.

Fa più paura la Corte dei Conti che non la corruzione, lo sperpero delle risorse pubbliche: “ci si muove soltanto e si contesta l’amministratore solo quando ha agito con negligenza” racconta Paola Briguori presidente dell’associazione magistrati della Corte dei Conti “parliamo di strade dissestate, costruite con materiale scadente, mi dica lei se il cittadino non vorrebbe che vada ad indagare chi è stato a fare quelle scelte..”
Paolo Evangelista, procuratore della Corte in Lombardia aggiunge “magari avessero avuto timore di firmare, invece hanno firmato eccome [i politici], sottoscrivendo atti palesemente illegittimi. È indubbio che se noi eliminiamo i freni di una autovettura evidentemente va più veloce e però rischia anche di schiantarsi, c’è anche questo aspetto da considerare. Così come il fatto che ci sono tantissime archiviazioni.”

Proprio il numero delle archiviazioni dimostrerebbe che la paura della firma sarebbe infondata: dai dati emerge che nel 2024 le procure contabili hanno archiviato 15722 fascicoli ed emesso solo 986 atti di citazione, solo il 5,9% degli amministratori sono stati citati in giudizio.

Le procure – questo emerge dalla realtà dei dati – svolgono la loro attività con attenzione e con estrema cautela, conclude il procuratore regionale della Campania Giuseppone.

Uno dei fatti scoperti ha riguardato il comune di Ceccano in provincia di Frosinone: una organizzazione criminale faceva la cresta sugli appalti del pnrr e i soldi europei finivano nelle mani del faccendiere Stefano Annibaldi che poi ogni settimana li distribuiva poi a tutti i membri dell’organizzazione.


Una vicenda che racconta a Report il giornalista Clemente Pistilli de La Repubblica: tramite false fatturazioni emesse da alcune ditte compiacenti si creava una percentuale di costi extra per i lavori assegnati durante l’appalto. Fatture false con cui costruire provviste di denaro che settimanalmente veniva trasportato dalla Campania dove si trovavano le ditte, alla provincia di Frosinone. Al di là degli aspetti giudiziari la cosa incredibile è che i fondi del pnrr sarebbero stati utilizzati per lavori inutili come nel caso della piazza principale del centro storico.

Una piazza senza problemi – racconta a Report Patrizia Fabi del comitato centro storico di Ceccano – così come l’ascensore messo nel castello, si parla di lavori per la messa in sicurezza ma nessuno ha mai potuto verificare e al momento i lavori sono fermi. La scuola, su cui ci sono stati altri lavori, non è mai partita, dunque oltre al danno la beffa, rischiando così che i fondi per Ceccano, poiché manca poco più di un anno alla scadenza, siano persi.

Un ruolo chiave nell’organizzazione criminale lo aveva il geometra dell’ufficio tecnico Camillo Ciotoli che insieme al sindaco e agli altri sodali, “in cambio dell’indebita assegnazione di appalti per lavori pubblici alle numerose ditte riconducibili ai fratelli Rinaldi [..] ottenevano cadauno il 10% circa dell’importo dell’intero appalto..”
Come la tangente riscossa il 15 giugno 2023 quando il geometra Ciotoli esce dall’ufficio senza nulla e rientra con una carpetta rossa che secondo gli inquirenti nasconderebbe la tangente, come dimostrerebbe anche l’intercettazione tra il geometra e il sindaco in cui si lamentano di un imprenditore che non avrebbe rispettato gli accordi sulle percentuali da dare.

Lo stesso geometra Ciotoli, a proposito di alcuni lavori per il dissesto idrogeologico, appare come un uomo senza scrupoli, “ce ca.. ce frega a noi del dissesto idrogeologico, che andiamo a fa 30,40, 50 mila euro in meno di lavori..”

La scheda del servizio: ASSALTO ALLA CORTE

di Danilo Procaccianti

Collaborazione Goffredo De Pascale, Eleonora Numico

È la più antica istituzione italiana, l'ha creata Cavour perché verificasse che i soldi pubblici venissero spesi bene. Se un amministratore per superficialità o per inadempienza viene meno alla sua professionalità e causa ingenti danni economici è la Corte dei conti a verificarlo e a richiedere che quella somma venga restituita. Così è stato per più di un secolo, ma adesso, con la riforma già approvata alla Camera e attualmente al vaglio del Senato, la magistratura contabile potrebbe rischiare di vedere indebolita la sua funzione e - secondo i magistrati contabili - “sarà trasformata in un enorme ufficio burocratico” impegnato principalmente nel consenso preventivo, mentre le sanzioni sarebbero ridotte a poche decine di migliaia di euro e gli amministratori godrebbero anche di un'assicurazione a spese del contribuente.

Tutto in famiglia – le relazioni di Gasparri

Report ha scoperto che un familiare del senatore Gasparri – di cui la trasmissione si era già occupata per il suo ruolo da lobbista nel settore della difesa – è stato assunto da una società che ha vinto una gara in Senato.

Le relazioni del senatore hanno favorito questa assunzione? Assolutamente no – risponde a Report l’amministratore di Na.Gest Global Service Roberto Rossi, “il senatore Gasparri non è né nelle possibilità né nelle intenzioni di aiutarmi in nessun tipo di manovre strane che lei possa pensare ..”
Gasparri ha scelto di non rispondere alle domande del giornalista, “prendete un appuntamento..” è la solita scusa per evitare le domande scomode. Perché l’appuntamento a Report non è mai stato concesso dal senatore.

Forse ai cittadini interessa sapere come è avvenuta l’assunzione di un suo parente dentro la Na.Gest. Proprio a ridosso di una gara in Senato. Forse è solo una coincidenza.

La scheda del servizio: SENATO AL BANDO

di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale

Con le sue splendide sedi, un tempo abitate da monaci e cardinali, oggi centro nevralgico della nostra democrazia parlamentare, il Senato della Repubblica è un’istituzione preziosa, di cui prendersi cura non solo politicamente ma anche proprio materialmente. I servizi di manutenzione dei 12 edifici del Senato valgono oltre 20 milioni di euro. Report ha scoperto però che l’ultima gara per affidarli non è stata una grande prova di efficienza e trasparenza da parte delle nostre istituzioni: in fase di valutazione si è scoperto che la società che aveva vinto - di proprietà di un imprenditore la cui fitta rete di relazioni arriverebbe fin dentro Palazzo Madama - non aveva poi fornito tutta la necessaria documentazione per vedersi assegnata la gara.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

22 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – il fondo monetario in Ucraina, la vendita di San Siro, i fondi del pnrr per la sanità, l’omicidio di Giulio Regeni e i viaggi di Eni, il protagonismo di Mori in antimafia

I 18 milioni di euro in arrivo per la sanità, dai fondi del pnrr, salveranno solo le mura degli ospedali o anche i pazienti?

Dopo la sanità, un servizio sulla fu Scala del calcio, lo stadio di San Siro, ex Meazza, che oggi rischia di essere abbattuto per lasciare spazio all’ennesima speculazione edilizia camuffata dal progetto per il nuovo stadio.

Poi un servizio su come il Fondo monetario sta aiutando l’Ucraina e un aggiornamento sulla morte del ricercatore Giulio Regeni.

Come il fondo monetario aiuta l’Ucraina

In che modo il fondo monetario sta aiutando l’Ucraina, ancora da prima della guerra che sta sostenendo dopo l’invasione dell’esercito russo?

Nel 2018 FMI ha concesso un prestito da 3,9 miliardi di dollari in cambio della liberalizzazione esplicita delle terre agricoli cedute dallo stato alle grandi multinazionali del settore agricolo.

Campi che oggi sono rovinati dalle “big pharm” che fanno un uso intenso dei prodotti chimici: Report ha racconto le proteste dei piccoli agricoltori che si trovano schiacciati da questi giganti, come Vitaly Konfederat che nel passato è stato ufficiale di una brigata di assalto e che in guerra è stato ferito al petto. Ora Vitaly è nella riserva ed è tornato a casa nella regione di Odessa, nella terra nera dell’Ucraina, la più fertile del continente che rende questo paese da secoli il granaio d’Europa

LE squadre delle grandi aziende arrivano, lavorano e se ne vanno” racconta Vitaly “noi piccoli agricoltori teniamo in vita i villaggi, gli asili, le scuole, ma nelle piccole fattorie mancano gli uomini, sono andati al fronte lasciando le terre incolte.”

La legge sulle liberalizzazioni delle terre agricole consente ai privati di acquistare fino a 10 mila ettari ed è entrata in vigore a guerra in corso nel gennaio 2024.

Anche l’Italia avrebbe voluto acquistare delle terre, anche Vitaly ha ricevuto delle richieste di acquisto della sua terra, “ma io ho combattuto al fronte per questa terra, voglio lasciarla ai miei figli, nipoti fa male vedere che lo stato lascia spazio a questi speculatori, loro possono comprare io no, ho chiesto un prestito alla banca e mi hanno risposto che non potevano darmelo perché sono un militare e potrei restare ucciso da un momento all’altro..”

La scheda del servizio: LAB REPORT: AAA UCRAINA VENDESI

Di Manuele Bonaccorsi e Chiara D’Ambrosio

Collaborazione Madi Ferrucci

L'Ucraina piegata dalla guerra rischia di vedersi sottratte le sue principali risorse: i terreni agricoli e i minerali. Non solo dalla Russia, che ha conquistato con le armi un terzo del territorio ucraino. Ma anche dagli alleati occidentali. Trump ha imposto un accordo che prevede la gestione del 50% delle royalties su qualsiasi nuova estrazione mineraria, con l'obiettivo di controllare materiali strategici per l'industria della difesa. E il Fondo monetario internazionale ha chiesto e ottenuto di liberalizzare la vendita delle terre agricole. Mentre gli agricoltori sono impegnati al fronte, poche grandi compagnie, spesso con sede in Europa e negli USA, si espandono e controllano ormai centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile. Un modello di agroindustria che rischia di svuotare le campagne e di impoverire milioni di piccoli contadini.

Come spenderemo i fondi del Pnrr sulla sanità

Doveva essere l’occasione per rinforzare la sanità territoriale, quel presidio a tutela della nostra salute che avevamo scoperto essere fragile, per la carenza delle strutture.

Coi fondi del pnrr avremmo potuto finalmente avere ospedale sul territorio (e non solo nelle grandi città) per gestire visite ed esami e alleggerire il carico sulle grandi strutture e nei pronto soccorso.

Ma ci si è dimenticati di un aspetto importante: mancano medici e infermieri da mettere in queste case di comunità che potrebbero diventare delle strutture vuote.

Anche qui in Lombardia dove l’amministrazione di destra che governa da decenni la regioni si fregia di avere una sanità da eccellenza: il territorio della Martesana comprende 53 comuni e 630 mila abitanti ed è il distretto sanitario più popoloso della regione, ma anche qui mancano medici e infermieri tanto da essere ultima in regione coi suoi 4 sanitari per ogni mille abitanti. 13 mila cittadini poi sono senza medici di base, sono quasi 100 i posti vacanti nel 2024: tutto questo è causa di grani disagi per i cittadini che per settimane si sono dati appuntamento davanti la sede dell’azienda sanitaria per protestare.

I cittadini chiedevano ai sindaci della Martesana di attivarsi con tutti i mezzi a disposizione presso tutti gli organi competenti affinché si facciano carico della soluzione: trovare medici per assicurare un servizio garantito dalla Costituzione.

Secondo la regione in questo distretto le liste di attesa per le visite urgenti o a breve termine sono peggiorate negli ultimi anni, le dieci case di comunità previste dal piano di potenziamento sarebbero un toccasana.

Curzio Rusnati è portavoce del comitato cittadini per la salute della Martesana: per mesi hanno organizzato un presidio davanti ad una casa di comunità, nel comune di Gorgonzola, “sono venuti i funzionari della ASST” racconta a Report “a promuovere i servizi che ci sarebbero stati per i cittadini, ad accesso libero, h24..”
Ma cosa c’è veramente nella casa di comunità di Gorgonzola, inaugurata a dicembre 2022 (prima della elezioni regionali del 2023) poi chiusa a luglio 2024 per problemi alla struttura. I lavori alla struttura dovrebbero terminare a gennaio 2026: in una domenica mattina il giornalista di Report ha trovato dentro solo il medico di guardia, spostato dentro la casa di comunità.

A Report il medico racconta che al di fuori dei giorni festivi non si trova sempre un medico: “perché o ti doti della possibilità di fare le rx, la possibilità di fare emogas, elettrocardiogramma, hanno messo semplicemente qua sopra per 4 mesi un hotspot dove facevi i tamponi di influenza covid .. quello che se ne sta più grave se ne va al pronto soccorso..”

Assenti anche i servizi infermieristici promessi, non c’è nessun infermiere ad aiutare il lavoro del medici di guardia che comunque rimane in struttura fino alle 20.30. Se uno si sente male dopo vai al pronto soccorso.

Come finirà la storia delle case di comunità? Finirà che saranno date in gestione ai privati che si ritroveranno gratis nuove strutture e un bacino di utenti bisognosi di cure, a pagamento.

Il presidio medico di Palazzo Chigi

Se devi sentirti male, meglio stare a Palazzo Chigi dove è presente un presidio medico ben fornito, diversamente da quanto visto nelle case di comunità e nei pronto soccorso.

Ben dotato non solo come medici e infermieri ma anche come strumentazione sanitaria con defibrillatori, cardiografo portatile, strumenti oculistici, sei lettini, farmaci per urgenze, dispositivi vari.. quasi un pronto soccorso, forse anche troppo considerando che Palazzo Chigi si trova al centro di Roma con diversi ospedali vicini.

Quanto costa questa struttura? Palazzo Chigi non ha risposto alle domande di Report così i giornalisti hanno fatto i conti da soli: il costo del personale ammonterebbe almeno a 2,3 ml l’anno.

La scheda del servizio: PALAZZO CHIGI HOSPITAL

di Chiara De Luca

Collaborazione Eleonora Numico, Carlo Tecce

A Palazzo Chigi c’è il Presidio sanitario più invidiato d’Italia: 4 medici dirigenti, 9 infermieri e 13 amministrativi, due oculisti e un medico del lavoro per alcune ore settimanali più una convenzione con l’ASL per medici rianimatori con uno costo di 2 milioni e 300 mila euro l’anno.

A dirigere il Presidio fino a qualche settimana fa è stata la Dottoressa Brunella Vercelli che è anche medico di base a Roma. Report è andato a verificare se i pazienti comuni sono stati trattati come gli inquilini di Palazzo Chigi.

Le luci si spengono su San Siro

La canzone di Vecchioni è forse quella adatta come colonna sonora per questi ultimi mesi dello stadio di San Siro: i privati hanno fatto una proposta di acquisto che è stata giudicata congrua per lo stadio e ora potranno farci quello che vogliono.

Lo stadio fu inaugurato nel lontano 1926, il secondo anello fu costruito nel dopoguerra e solo per i mondiali di Italia 90 viene realizzata la copertura e il terzo anello.

San Siro ha una sola particolarità – racconta lo stesso Vecchioni – è solo uno stadio, non ci sono ristoranti, bar, piste per l’atletica, è solo stadio “quando sei dentor lì, il mondo non c’è più”. La storia di questo stadio finirà come la canzone, “le luci non si accenderanno più”..: sulle ceneri del vecchio stadio ne sorgerà uno nuovo attorniato da ristoranti, centri commerciali, palazzi per clientela vip.

L’appassionato di calcio è visto come un limone da spremere – racconta a Report l’ex vicesindaco di Milano Luigi Corbani – “il modello non è quello delle tartine di gamberetti ma dovrebbe essere quello della gente che vuole vedere il calcio ..”

Il sindaco Sala, ancora nel 2019 per paura che le società andassero via da Milano aveva messo il piatto anche la vendita dello stadio che, all’epoca, non era la priorità per le società.
Il Milan infatti rilanciò prima col nuovo stadio personale nel parco della Maura e, infine, a San Donato Milanese in un’area nel mezzo dell’autostrada e delle linee ferroviarie a sud di Milano.

Facendo sorgere subito la reazione negativa dei comitati locali, contrari all’opera: Innocente Curci è un esponente di questo comitato che a Report racconta di come questa zona sia un imbuto “attualmente accessibile solo da un sottopasso”.
In questo imbuto secondo il Milano sarebbero dovuti arrivare circa 70 mila tifosi ogni partita in un comune che conta solo 30 mila abitanti.

Immaginate che San Donato non ha parcheggi” spiega la consigliera di opposizione Gina Falbo “addirittura hanno immaginato per i parcheggi dello stadio di far lasciare le macchine degli ospiti della struttura all’aeroporto di Linate, alcuni hanno addirittura rappresentato i parcheggi del supermercato Esselunga.”

Il sindaco di San Donato Squeri – area centro destra – si giustifica dicendo che quel fazzoletto di terra sembra piccolo ma “guardando il progetto lo stadio ci starebbe, verrebbero fatti dei parcheggi sotto, non sono tutti sufficienti, ma noi abbiamo ad un km e mezzo circa ci sono i parcheggi della metropolitana ..”

Ma che impegno economico ha assunto il Milan per comprare l’area? Il Milan parla di 40 ml di euro, una cifra alta se si pensa che il solo San Siro potrebbe essere adesso venduto dal comune di Milano per soli 73 ml di euro.

Il terreno è stato comprato definitivamente dal Milan? Parrebbe di si, spiega la consigliera Falbo “ma questo contratto non l’ha mai visto nessuno, nemmeno il comune ha copia di questo contratto ”.

Sullo stadio San Siro c’era il vincolo della Soprintendenza che scatta, per un’opera di proprietà pubblica, dopo i 70 anni dalla costruzione e diversi comitati che si oppongono al progetto di abbattimento dello stadio si sono basati su questo vincolo.

Veronica Dini è legale del comitato San Siro: “abbiamo raccolto documentazione fotografica che dimostra il fatto che a partire dalla fine del 1954 ma sicuramente dal gennaio – giugno 55 si sono giocate partite a San Siro nelle quali il pubblico era seduto anche al secondo anello, quindi non solo era eseguito lo stadio, come richiede la legge, ma era agibile per il pubblico. La cosa singolare che è venuta fuori dall’archivio di Stato è che non ci sono stranamente proprio o documenti progettuali di San Siro..”

Il sindaco Sala si è sempre speso per il progetto di abbattimento dello stadio, sin dal 2021, usando la scusa che le squadre erano contrarie ai vari progetti di ristrutturazione (come se il compito del sindaco non fosse anche quello, essendo sindaco anche dei cittadini contrari all’abbattimento), “se le squadre non lo vogliono fare [la ristrutturazione] se qualcuno si sente più bravo di me, venga avanti..”

Così a fine 2023 si fa avanti un gruppo di professionisti guidati dall’architetto Giulio Fenyves con un progetto da ristrutturazione da 300 ml di euro, obiettivo era creare un’area dedicata ai tifosi tra il primo e il secondo anello, per dare alle squadre l’opportunità di aumentare gli introiti con ristoranti, skybox, aree alberghiere, tutte strutture con vista campo. Con tanto di copertura acustica sul tetto dello stadio per non dare fastidio al quartiere, “che questo stadio smetta di essere così rumoroso.”

Il progetto prevedeva, nel rispetto del piano regolatore, anche due torri e attività terziarie come uffici e alberghi, “abbiamo dato una risposta laica al tema” spiega l’architetto a Report, per conservare e valorizzare l’attuale impianto.

Ma la scelta politica del sindaco di Milano è stata quella di vendere lo stadio di San Siro, inserendo l’opera nel piano di alienazione del comune. Fondamentale per questo è il documento chiesto all’Agenzia delle Entrate sul valore dello stadio, che secondo l’agenzia vale 73 milioni di euro, 124 ml quello delle aree circostanti per un totale di 197 ml di euro. Significa un valore di 440 euro al metro quadro, un prezzo molto basso considerando che in centro si viaggia anche fino a 5000 euro al metro quadro.

Ma l’Agenzia delle entrate è un ente dello stato, risponde Sala, a chi dovremmo chiedere il valore dello stadio? Ma di fatto si è preso a scatola chiuso quello che ha riportato nel suo documento – commenta l’ex vicesindaco Corbani che aggiunge “a Parigi il sindaco Hidalgo di fronte al qatariota che gli proponeva di acquistare il Parco dei Principi per 50 ml gli ha risposto no, perché è un’offesa ai parigini. Anche lì il qatariota minacciava di andare da altre parti a fare lo stadio e il comune gli ha detto ‘benissimo vai da altre parte’ ..”

Che qualcosa non vada nella valutazione dell’agenzia delle entrate lo dimostra l’ultimo atto di Sala: si scopre che a fine aprile ha affidato senza gara una consulenza a due professori della Bocconi e del Politecnico per un’altra valutazione.

è stata fatta per avere maggiore certezza” ha spiegato Sala a Report per poi aggiungere “i professori sono stati scelti in base alla loro capacità, ma l’agenzia delle entrate costituisce una grande garanzia”.

Un voler tappare il buco o rafforzare la valutazione dell’agenzia?

Report ha scoperto che entrambi i consulenti scelti da Sala hanno rapporti con l’Agenzia delle Entrate: Giacomo Morri della Bocconi fa parte del comitato scientifico di una rivista dell’ADE, mentre Alessandra Oppio del Politecnico è dentro la commissione censuaria dell’Agenzia.

La scheda del servizio: LUCI SPENTE A SAN SIRO

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Il 3 ottobre del 2017, dopo che il Milan di Berlusconi era stato da poco venduto a Mr. Lì per 740 milioni di euro e l'Inter era già nelle mani del gruppo cinese Suning, il sindaco Sala ufficializza la volontà di ristrutturare lo stadio San Siro. È l'inizio di una telenovela che ci accompagna da quasi 8 anni e che a breve potrebbe terminare, con la vendita alle due squadre dello stadio e dell'area circostante per costruire un hotel, un centro commerciale e un nuovo impianto per aumentare i posti riservati dedicati ai tifosi. Chi realmente beneficerà della vendita è ancora un mistero, ma il sindaco tratta da 8 anni in via esclusiva con le squadre. Di sicuro c'è un profondo interesse tra la società Hynes, che qualche anno fa ha comprato l'area dell'ex-trotto accanto allo stadio per realizzare immobili, e il nuovo progetto presentato ufficialmente dalle due squadre.

Ancora sul rapimento e sull’omicidio Regeni

Report tiene accese le luci sull’omicidio Regeni, prima che prevalga l’oblio o la ragione di stato, per difendere i nostri interessi in Egitto.

Nel servizio di stasera si racconterà dei viaggi in Egitto dei vertici di Eni, all’indomani del rapimento del ricercatore italiano, come quello del numero due di Eni, il 27 gennaio. Un viaggio che equivaleva a quello di un diplomatico di alto livello – racconta a Report una fonte all’interno dell’azienda, come fosse un capo di stato.

Vella, come emerge da delle mail di cui Report è entrata in possesso, avrebbe incontrato il primo ministro egiziano, ufficialmente per definire dei dettagli per un accordo su un giacimento di gas in mare che faceva gola ad Eni. Erano però i giorni dove il governo egiziano aveva chiuso le porte a quello italiano per la scomparsa di Giulio Regeni.

In aula, nelle udienze per il processo sulla morte del nostro connazionale, l’AD di Eni è stato chiamato come testimone: quegli incontri erano per concordare gli ultimi dettagli prima di chiudere il contratto per il giacimento.

Ma il 28 febbraio 2016, dopo il ritrovamento di Regeni e quando la macchina egiziana dei depistaggi è già al lavoro, una mail interna all’Eni comunica l’arrivo di Descalzi a Il Cairo: in Eni la prima linea della dirigenza era consapevole che quella visita poteva generare imbarazzo di fronte all’opinione pubblica.

Sono i giorni in cui la diplomazia e la magistratura italiana sono ai ferri corti con le istituzioni egiziane per cui a fine febbraio il capo della security Rapisarda manda due mail, nella prima chiede che sia mantenuto il riserbo sulla visita e nella seconda aggiunge “da non diffondere..”

Viaggi riservati, non pubblicizzati: “i miei viaggi sono sempre riservati per la sicurezza mia” ha spiegato in aula lo stesso Descalzi (poi non sempre è così).

La realtà che sta dietro i comunicati ufficiali, le parole di circostanza per la morte del nostro connazionale Giulio Regeni è ben diversa e parla dei rapporti commerciali e strategici tra l’Italia e l’Egitto di Al Sisi, con a fianco l’Europa.

Per l’Italia, dopo la fine del gas russo, l’alternativa doveva essere il gas egiziano (alla faccia della transizione ecologica): lo ha ammesso lo stesso Descalzi in aula, parlando di gas dall’Algeria, dalla Libia e dall’Egitto (e pazienza se non sono proprio esempi di democrazie).

Né i nostri governi e nemmeno l’Unione Europea (vi ricordate i famosi valori occidentali che dobbiamo difendere?) può permettersi di infastidire Al Sisi – racconta a Report un diplomatico in forma anonima.

Con le bombe in Ucraina e a Gaza l’Egitto è un partner importante per l’Europa nel Mediterraneo, anche nella gestione delle politiche migratorie: ecco perché il 7 maggio 2024 il governo italiano lo inserisce nella lista dei paesi sicuri, quelli dove non esistono atti di persecuzione, tortura né altre forme di pena con trattamenti degradanti.

A voler l’Egitto nella lista dei paesi sicuri è stato il ministro degli Interni Piantedosi, dopo uno scontro col ministro degli Esteri (Tajani si era opposto proprio per la vicenda Regeni) – continua la fonte dentro la Farnesina.

Piantedosi ha dovuto forzare la mano per questa scelta: nell’aprile del 2024 Piantedosi ha scritto una lettera a Tajani in cui chiede esplicitamente che l’Egitto fosse incluso nella lista. L’Unione Europea (che nel 2024 aveva già promesso all’Egitto un pacchetto di aiuti europei da 7 miliardi) si accoda alla scelta italiana il 16 aprile 2025 inserendo Egitto e Bangladesh nella lista comune europea dei paesi sicuri.

Il giornalista di Report ha provato a chiedere al ministro Piantedosi le ragioni della sua scelta, senza ottenere una risposta, Report ha poi presentato richiesta di accesso agli atti negata dal ministero dell’Interno. 

La scheda del servizio: ALLA CORTE DEL FARAONE

di Daniele Autieri

Collaborazione Andrea Tornago, Alessandra Teichner

L’inchiesta ricostruisce le dinamiche di potere che hanno consolidato il legame profondo tra Italia e Egitto e tra il Paese guidato dal Presidente Al-Sisi e l’Unione Europea. Una delle voci autorevoli è quella del Ministro del Turismo Egiziano, Sherif Fathy, che rilascia a Report un’intervista esclusiva nella quale risponde sui rapporti politici tra il governo Meloni e il governo Al-Sisi.

L’inchiesta rivela anche i retroscena della decisione politica che ha portato all’inserimento dell’Egitto nella lista dei “Paesi sicuri” nonostante il presunto coinvolgimento di membri degli apparati di sicurezza egiziani nel rapimento, nelle torture e nell’assassinio di Giulio Regeni.

L’influenza di Mori e De Donno sulla commissione antimafia

Diceva Falcone, in una audizione al Csm, che qualora le sue ipotesi sugli omicidi politici avvenuti in Sicilia tra gli anni settanta e ottanta, fossero confermate, la storia della mafia e dell’Italia andrebbe riscritta.

Mettendo assieme, non in contrapposizione, la pista nera con quella mafiosa dietro delitti come quello del presidente della regione Mattarella.

Ma sono piste che danno fastidio, mettendo in discussione quel racconto consolatorio che si è consolidato in questi anni: la mafia è stata sconfitta, ha vinto lo stato, amen.

Non cercate altre piste dietro le stragi di mafia Capaci, via d’Amelio, altro che servizi, altro che trattativa, tutta colpa dei colleghi di Borsellino.

Questa sera Paolo Mondani si occuperà dell’attivismo del generale Mori per condizionare l’azione della commissione antimafia presieduta dalla deputata Colosimo, per spingere le indagini sulle stragi del 1992-93 verso il famoso dossier mafia-appalti, togliendo di mezzo l’imbarazzante (per il governo) pista nera. Riscrivere la storia dell’antimafia secondo una formula consolatoria e che tolga una volta e per sempre di mezzo i famosi rapporti tra mafia e politica, tra cosa nostra e apparati dello stato.

Ne parla Marco Lillo in un articolo del Fatto Quotidiano

Ranucci&C.: “Mario Mori pilota così l’antimafia”. Il generale intercettato nel 2023-‘24

di Marco Lillo

Nel racconto inedito di un investigatore le trame dell’ufficiale (indagato a Firenze) per riscrivere la storia del 1992-1993

Uno scoop che farà discutere quello annunciato da Report per la puntata di domenica dal titolo “Mori va alla guerra”: il generale dei carabinieri in pensione è stato intercettato dalla Dia di Firenze (per altri fatti) mentre parlava con ex collaboratori, avvocati, giornalisti e soggetti legati alla politica per influenzare le mosse della Commissione Antimafia, guidata dalla presidente FdI, Chiara Colosimo.

Report ricostruisce il contenuto delle conversazioni risalenti al 2023-24 grazie alle dichiarazioni di un investigatore anonimo. Mario Mori è indagato per le stragi del 1993 con l’aggravante della finalità mafiosa e terroristica. Per Mori vale la presunzione di non colpevolezza e va ricordato che è stato già processato altre tre volte per accuse diverse e sempre assolto. I pm di Firenze, coordinati allora dall’aggiunto Luca Tescaroli, gli hanno inviato a maggio 2024 un invito a comparire nel quale l’accusa era così riassunta: “Pur avendone l’obbligo giuridico, non impediva, mediante doverose segnalazioni e/o denunce all’autorità giudiziaria, ovvero con l’adozione di autonome iniziative investigative e/o preventive, gli eventi stragisti di cui aveva avuto plurime anticipazioni” eventi poi verificatisi a Firenze, Roma e Milano tra maggio e luglio 1993. In particolare, secondo l’accusa, Mori era stato “informato, dapprima nell’agosto 1992, dal maresciallo Roberto Tempesta, del proposito di Cosa Nostra, veicolatogli dalla fonte Paolo Bellini, di attentare al patrimonio storico, artistico e monumentale della nazione e, in particolare, alla Torre di Pisa” e, qualche tempo dopo, anche dal pentito Angelo Siino “il quale [il 25 giugno 1993] gli aveva espressamente comunicato che vi sarebbero stati attentati al Nord”.

Lapista nera di cui Report più volte si è occupata è quella che vede coinvolte nelle stragi del 1992-93 gli stessi personaggi delle stragi degli anni ‘70, tra questi Stefano Delle Chiaie.

Nel servizio di questa sera Report rivelerà un nuovo testimone che afferma come il fondatore di Avanguardia Nazionale fosse presente a Palermo nel marzo del 1992, confermando la versione che l’allora capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo aveva raccolto grazie alle confidenze di Maria Romeo, sorella dell’autista di Delle Chiaie e compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero: ne parla ancora Marco Lillo in un secondo articolo

Nel ’92 vidi Delle Chiaie a Palermo, era al giornale”

di Marco Lillo

Il giornalista siciliano Intervistato da Paolo Mondani. La testimonianza inedita può rilanciare la “pista nera” dietro all’attacco allo Stato da parte di Cosa Nostra

Stefano Delle Chiaie era a Palermo nel febbraio-marzo del 1992. L’ennesima smentita all’informativa dell’allora capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera del dicembre 1992, che negava la presenza dell’estremista di destra in Sicilia giunge da un testimone scovato da Report. Si tratta di un giornalista che allora lavorava per Il Giornale di Sicilia, Giuseppe Martorana. A Paolo Mondani, autore del servizio che andrà in onda domani, ha raccontato che il fondatore di Avanguardia Nazionale, più volte indagato per le stragi della strategia della tensione degli anni 60, 70, 80 e pure 90, ma sempre prosciolto, per due volte fu avvistato in redazione. “Una mattina vennero una coppia di persone (…) vidi un viso che conoscevo. Era Stefano Delle Chiaie (…) era l’inizio del ’92. Tra febbraio e marzo”. La testimonianza inedita è la leva argomentativa per rilanciare la ‘pista nera’ delle stragi di mafia alle quali la trasmissione di Rai3 ha dedicato già numerosi servizi. Report ripercorre la vicenda della nota dell’ottobre 1992 del capitano dei Carabinieri di Palermo (ora generale di corpo d’armata) Gianfranco Cavallo. La nota era basata sulle confidenze riferite anonimamente da Maria Romeo, sorella dell’autista di Stefano Delle Chiaie in Sicilia (Domenico Romeo) ma allo stesso tempo compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, autista del boss di Cruillas Mariano Tullio Troia.

La scheda del servizio: MORI VA ALLA GUERRA

di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Mentre proseguono le indagini sulla pista nera a Caltanissetta, Report aggiunge una testimonianza sulla presenza di Stefano Delle Chiaie in Sicilia a ridosso della morte di Giovanni Falcone.

A Roma invece continuano i lavori della Commissione parlamentare antimafia. Nelle ultime audizioni il generale Mori e il colonnello De Donno hanno sostenuto che proprio il dossier mafia e appalti sarebbe dietro l’accelerazione della morte di Paolo Borsellino, lanciando accuse ai magistrati della procura di Palermo quali responsabili morali della sua morte. Report propone una testimonianza che racconta quanta influenza, il generale Mori e il colonnello De Donno, avrebbero avuto sui lavori della Commissione Antimafia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

26 febbraio 2024

Presadiretta – terra occupata

Le 30mila vittime civili palestinesi a Gaza, una prigione a cielo aperto. I 134 ostaggi israeliani ancora in mano di Hamas e la battaglia dei parenti contro l’azione del presidente Netanyahu. La violenza dei coloni in Cisgiordania, che si sta prendendo la terra dei coloni e il fallimento degli accordi di Oslo.

In Libano si vive nel terrore che il conflitto si allarghi, mentre stanno vivendo una crisi economica.

Infine l’Ucraina, dove i soldati al fronte dopo due anni di guerra sono stremati: le mogli scendono in strada per chiedere che tornino a casa.

Israele in ostaggio

Questi gli argomenti della puntata di Presadiretta di questa sera: un lungo racconto che comincia con la battaglia di Avichai Brodutch, sua moglie e i tre figli sono nelle mani di Hamas. Il 14 ottobre inizia la sua battaglia silenziosa e disperata per farli tornare a casa: la sua protesta si è allargata ad altri familiari, chiedono le dimissioni del primo ministro del loro paese.

Temono che il governo non stia dando priorità al ritorno a casa degli ostaggi: i familiari hanno incontrato il presidente Herzog, sconfortati per non aver ricevuto rassicurazioni.
Avichai è diventato simbolo della protesta, scontrandosi anche con un parlamentare del partito Likud: Hamas ha chiesto il rilascio di tutti i detenuti palestinesi, per rilasciare gli ostaggi, ma il governo israeliano ha scelto di non negoziare, portando avanti la battaglia a Gaza.

I familiari sono stati aiutati da un ex astronauta israeliano, che ha pagato i loro viaggi nel mondo, dove portano il loro messaggio di pace.

Il governo Netanyahu è concentrato nella distruzione di Gaza – racconta in televisione Avichai: dopo sei settimane anche la loro protesta ha portato ad un accordo di cessate il fuoco e allo scambio di prigionieri,5 soldatesse in cambio di quindici palestinesi nelle carceri israeliani, questo l’ultima ipotesi di accordo. Ma la guerra andrà avanti ancora.

Diplomazia parallela

Attorno alle famiglie degli ostaggi c’è l’attenzione di una buona parte della società del loro paese: anche loro sono entrati nei negoziati, con una forma di diplomazia parallela, assieme ad ex ambasciatori come Alon Diel che stanno supportando le famiglie che non si sono fidate della strategia ufficiale del governo.

Si deve parlare anche coi leader di Hamas, anche se lo odiamo, perché questo accordo va fatto con Hamas – racconta a Presadiretta Alon Diel: la morte di Rabin ha depotenziato gli accordi per i due stati, facendo crescere i movimenti estremisti.

I figli di Avichai sono tornati a casa: la vittoria per gli israeliani arriverà quando torneranno tutti a casa – racconta un altro familiare che aggiunge – servirà un accordo con Hamas.

Sono stati liberati 105 ostaggi fino ad oggi: anche l’ipotesi del nuovo scambio, le cinque soldatesse, non fermerà la guerra, l’ultimo baluardo di Hamas è Rafa, dove però vivono tanti civili, a ridosso della frontiera con l’Egitto.

Rafa è la destinazione finale della popolazione palestinese, che ha trasformato la città in una enorme tendopoli, senza servizi igienici e acqua, col terrore per le persone che stanno qui che ogni giorno sia l’ultimo.

Rafa doveva essere un rifugio sicuro, ma ora per Israele è l’ultimo bastione di Hamas: l’esercito entrerà anche qui e sarà un massacro per la popolazione.

Non sono risparmiati nemmeno ospedali, anche quello di Medici senza Frontiere: da Rafa arrivano a singhiozzo i camion con gli aiuti umanitari per i civili, ma non bastano per le esigenze minime della popolazione.

Ogni giorno estremisti israeliani si mobilitano per non far entrare cibo e aiuti a Rafa, ma sono anche assaltati dai disperati della striscia alla ricerca di qualcosa da mangiare.

La situazione a Rafa e in tutta la striscia è raccontata solo dai giornalisti palestinesi (molti dei quali uccisi per la guerra), altri giornalisti non sono ammessi: le loro testimonianze sono crude, come quelle dei bambini operati senza anestesia, eppure non fanno il giro del mondo, troppo scomode forse.

Solo chi ha i soldi, 5000 dollari, può scappare da Gaza: la guerra è un affare per tanti sciacalli che ne approfittano. Chi vuole andarsene non ha nemmeno un corridoio umanitario per sfuggire dalle bombe.

Terra occupata

In Cisgiordania si è aperto un altro conflitto: qui doveva sorgere lo stato palestinese, ma i loro territori oggi sono attaccati dai coloni israeliani.

Presadiretta ha raccolto la testimonianza di un ex soldato: case prese dai palestinesi e confiscate, una occupazione militare di territori che dovrebbero essere dei palestinesi. Le colonie sono insediate in modo strategico per separare i villaggi, si costruiscono nuovi avamposti, che domani diventano nuove colonie.

Gli attacchi dei coloni costringono i residenti palestinesi a scappare: un esproprio avvenuto con violenza e legalizzato dalla polizia e dall’esercito.

Ai pastori è impedito il ritorno alle loro case: dall’inizio del 2023 sono più di duemila gli attacchi, secondo una ricerca fatta da questa ONG solo nell’ultimo anno circa 110 chilometri quadrati della Cisgiordania sono stati annessi dai coloni ai loro avamposti illegali: negli ultimi cinque anni hanno di fatto preso il controllo del dieci per cento dell’area C.

La politica del governo israeliano li agevola nel costruire, la politica è quella di svuotare la terra dai palestinesi e di annetterla, di rubare questa terra.

In Cisgiordania si vive sotto un regime militare – racconta un ragazzo palestinese che vive nell’area C – tutti i permessi di costruzione sono negati, i coloni attaccano le persone, li minacciano.

LE colonie sono illegali, ma secondo Israele non c’è illegalità perché i palestinesi non sono cittadini di uno stato, quei territori che Israele vuole annettersi non sono considerati parte di un altro stato sovrano.

La fine dei palestinesi sarà quella degli indiani, confinati in tante piccole riserve isolate tra di loro?

L’esercito israeliano ha il potere di bloccare le strade, anche senza veri pericoli, bloccando la circolazione delle persone.

Tutto questo non fa che crescere la tensione contro gli israeliani: a Jenin si trova il campo profughi dei palestinesi che nel 1948 hanno dovuto abbandonare le loro terre, sui muri delle case sono presenti i segni dei proiettili perché ogni due giorni ci sono raid dell’esercito.

In uno di questi raid sono morti due bambini, di 13 e 15 anni, sparati dai soldati su una jeep. La loro colpa? Stavano lanciando degli oggetti sui soldati..

Le violenze si susseguono anche a Gerusalemme: dal 7 ottobre ai palestinesi è proibito l’accesso alla moschea, si sono susseguiti degli scontri tra l’esercito e dei civili.

Perché sono falliti gli accordi di Oslo?
Il 13 settembre del 1993 alla Casa Bianca Rabin e Arafat si stringono la mano in presenza del presidente Clinton: gli israeliani riconoscono l’OLP e il suo diritto a rappresentare i palestinesi.

Gli accordi sono nati ad Oslo: Israele non poteva negoziare direttamente con l’OLP, così si scelse un palazzo ad Oslo, racconta l’ex diplomatico Egeland, dove i negoziatori si incontrarono sotto le spoglie di un programma di ricerca.

L’ex viceministro Beilin racconta delle trattative, del riconoscimento reciproco, di un accordo definitivo che doveva arrivare dopo cinque anni.

Basta sangue e lacrime” sono le parole di Rabin: ma dopo l’accordo scescero in campo gli estremisti, i religiosi ortodossi e la destra estrema.

L’attuale ministro della Difesa era in piazza in quei giorni, fu lui il responsabile del danneggiamento dell’auto di Rabin e a guidare la protesta c’era proprio Netanyahu.

Dopo le manifestazioni in piazza si arrivò ad un attacco ad una moschea, cui seguì la risposta di Hamas con attacchi suicidi in Israele contro i civili, Hamas si era sempre opposta agli accordi con Israele.

Il 4 novembre 1995 in una manifestazione a Tel Aviv, a difesa degli accordi, un estremista ortodosso uccide Rabin: fu un grave contraccolpo per il processo di pace, che si interruppe.

Alle elezioni del 1996 il paese svolta a destra con l’arrivo di Netanyahu: il suo governo abbandonò gli accordi di Oslo, che non erano concepiti come permanenti. Da quegli anni l’espansione in Cisgiordania si è espansa, i coloni da 130mila sono passati a 800 mila, la vita dei palestinesi è peggiorata, tutti i loro diritti sono stati ristretti.

Le colonie si espandono, si usa l’arma della sicurezza di Israele per giustificare questa occupazione di territori in Cisgiordania: ma tutto questo non porterà ad alcuna sicurezza – racconta la relatrice dell’Onu Elena Basile che aggiunge che la fine del conflitto arriverà solo quando cesserà la fine dell’occupazione e la nascita di uno stato palestinese.

Ma oggi Netanyahu ha bloccato tutto, spiegando che in questo momento non c’è spazio per uno stato palestinese, a peggiorare le cose c’è il rischio che il conflitto si allarghi ad altri paesi, come in Libano.

La crisi in Libano

In Libano c’è una crisi economica e sociale che dura da cinque anni: anche qui c’è una guerra, di fatto, che costringe le persone a vivere una situazione di povertà, non potendo curarsi, non potendo mandare i propri figli a scuola.

Sono saliti i prezzi delle materie prime, il turismo è scomparso, le attività commerciali si stanno chiudendo una dopo l’altra. Anche ad Hamra Street, il cuore di Beirut.

La colpa è la paura che la guerra arrivi fino a qui: la paura colpisce tutti, cristiani e musulmani, per questo tutti i politici cercano di gettare acqua sul fuoco, anche in opposizione ai desideri di Hezbollah.

Ci sono quartiere nelle mani di Hezbollah, che controlla le strade, controlla la popolazione dando pacchi di aiuti alle famiglie.

La guerra è arrivata fin qui coi missili caduti in Libano che hanno ucciso leader di Hamas: nonostante questo Hezbollah ha scelto di non andare allo scontro diretto con Israele.

Anche qui, in Libano, la vita dei palestinesi è difficile, nei campi profughi come quello di Sabra e Chatila (dove avvenne la strage per mano delle falangi cristiano maronite protette dall’esercito israeliano), nei palazzi dove le persone sono ammassate. Non hanno documenti per andare all’estero, non riescono a lavorare, non possono curarsi perché non hanno soldi per pagarle.

Dipendono per tutto dagli aiuti dell’agenzia delle Nazioni Unite, UNRWA: è la povertà a spingere tanti nelle mani dei terroristi.

Guerra chiama guerra: gli scontri tra l’esercito israeliano e Hezbollah sono in crescita, continuano gli attacchi dei Houthi nel mar Rosso e i negoziati fanno fatica ad ottenere dei risultati.

Ucraina due anni di trincea

Iacona è stato in Ucraina nello scorso gennaio per incontrare le mogli dei soldati al fronte: tutte aspettano notizie dai loro cari, sperano in un loro ritorno a casa dopo due anni di battaglie.

Tutte sperano di cacciar via gli invasori, ma i soldati scomparsi, dispersi, devono tornare a casa, molti sono ancora prigionieri nelle mani dei russi.

Anastasia è una ragazza che si occupa di moda: con la sua pagina Facebook sta raccogliendo soldi per aiutare i soldati, come kit notturni e perfino armi o droni. Ai soldati mancano le armi per vincere la guerra come sperano in tanti.

L’equipaggiamento per i soldati, i droni, arrivano dagli aiuti dei civili, ma il problema è che mancano i soldati: la gente ha capito che l’interesse dell’Europa in questa guerra è calato, le armi che servirebbe non arrivano più come si aspettano.

Ci sono le critiche delle madri e delle mogli dei soldati, logorati da due anni due guerra: i soldati stanchi devono essere rimpiazzati, per non perdere la guerra.

È una critica a come viene portata avanti la guerra: servono forze fresche dai civili oggi a casa per portare avanti questa guerra di trincea.

Iacona è andato ad intervistare la moglie di uno dei tanti soldati al fronte, Anastasia, il marito si chiama Vitaly ed è al fronte da due anni: “in televisione si dice solo che tutto va bene, non parlano del fatto che l’esercito è esausto, che i soldati devono essere sostituiti, che ci sono così tanti morti e feriti, non dicono che ci sono brigate dove l’organico è dimezzato, invece bisogna raccontare al paese che l’esercito è stremato e che è il dovere di tutti arruolarsi per difendere l’Ucraina, questo bisogna dire in televisione. La propaganda non serve a nessuno: io non ho paura di nessuno, l’unica paura che ho è di perdere mio marito, tutto il resto non ha alcuna importanza, che venga pure a casa la polizia o i servizi segreti, io continuerò a difendere i nostri uomini che ora stanno combattendo per noi.”

Gli arruolamenti di massa dei primi giorni non ci sono più: servono più armi all’Ucraina, chiede l’ex presidente Poroshenko, anche per convincere gli stessi ucraini ad andare a combattere, col rischio che l’offensiva di Putin metta in crisi ancora di più l’esercito.

Da una parte la richiesta di armi dall’altra la crisi della diplomazia, in Ucraina e anche in Israele, le dichiarazioni dei leader politici stessi, che non fanno altro che incendiare ancora di più la situazione.