Visualizzazione post con etichetta transizione energetica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta transizione energetica. Mostra tutti i post

23 marzo 2025

Anteprima Presadiretta – rinnovabili, indietro tutta!

Mentre la Cina, che rimane uno dei paesi che più inquinano al mondo, sta spingendo su eolico, solare e sulla mobilità elettrica per una vera transizione energetica, la nuova Europa sta passando dal green deal al war deal.

Si fa campagna elettorale contro le rinnovabili, si predispongono piani per un ritorno al nucleare (pagato coi contributi pubblici) e nell’America di Trump aumenteranno le estrazioni di petrolio (drill, baby drill!). Una conversione ad u delle politiche energetiche poco lungimirante e non sostenibile per il nostro pianeta.

Nell’anteprima della puntata, Aspettando Presadiretta, si parlerà del disordine mondiale sul “cambiamento radicale” nelle relazioni nel mondo intero da quando Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, prendendo sin da subito tante decisioni.
Cosa comporteranno per l’Europa le sanzioni, un reportage sui tagli ad Usaid, l’agenzia internazionale statunitense che aiutava il mondo intero, si parlerà delle mire di Trump in Groenlandia e poi si racconterà di cosa significa veramente lo slogan “drill, baby drill” ovvero l’aumento delle perforazioni di gas e petrolio.


Metteremo dazi e tasse ai paesi stranieri per arricchire i nostri cittadini – ha detto il neo presidente Trump nel discorso di insediamento il 20 gennaio scorso: è il suo guanto si sfida lanciato al commercio mondiale per una battaglia senza confini a colpi di dazi. Una battaglia che prima o poi colpirà le famiglie americane – ha risposto subito l’ex presidente Trudeau, mentre la Cina ha risposto con suoi dazi al 15% sui prodotti americani.

L’Unione europea è stata creata per fottere gli stati uniti” questo ha avuto il coraggio di dire Trump: dazi da una parte e dazi in risposta dall’altra, anche dai paesi europei, divisi tra di loro.
Sono bastati pochi mesi di questa amministrazione per sconvolgere le relazioni commerciali tra i paesi per come eravamo abituati a conoscerle.

Dazi annunciati poi sospesi, a che gioco sta giocando Trump?
È una strategia voluta per creare un terreno di trattativa in cui gli Stati Uniti partono in posizione avvantaggiata, di forza, quasi da bulli – risponde Sissi Bellomo giornalista de Il sole 24 ore.
Una uscita da bullo anche quella contro la Groenlandia: vi porteremo a livelli di ricchezza come non ne avete mai avuti prima, a patto che scegliate liberamente di diventare uno degli stati americani.
Ma noi non siamo una merce, siamo un popolo, una democrazia – risponde Naaja Nathanielsen ex ministra dell’economia della Groenlandia, “abbiamo il nostro parlamento, il nostro sistema giudiziario e ci aspettiamo che i nostri alleati lo rispettino. Quello che non vogliamo è essere annessi, comprati o scambiati.”
Nathanielsen ha avuto la delega anche alle industrie minerarie il vero tesoro dell’isola: se gli Stati Uniti vogliono più concessioni minerarie: “La Groenlandia è già aperta agli investimenti americani eppure ad oggi solo una licenza mineraria è in mano ad una compagnia statunitense, contro le 23 canadesi e 23 britanniche. Trump vuole qualcosa che è già disponibile, basta investire.”
In realtà Trump vuole dividere l’Europa – continua l’ex ministro degli esteri Likketoft “basta vedere come Musk stia sostenendo partiti antieruopei in Gran Bretagna e in Germania. Trump ha iniziato con la Groenlandia, col canale di Panama, col Messico, col Canada, cercando di portarli sotto il suo controllo, vujole portare il mondo sotto la dottrina Monroe, il mondo diviso in sfere di influenza tra le grandi potenze. Questo ci porta davanti ad un’altra domanda: significa che Trump riconoscerà a Putin il diritto di prendersi l’Ucraina? La vera prova sarà l’Ucraina. Gli stati uniti cercheranno di influenza il referendum in Groenlandia, come le interferenze dei russi in Moldavia e negli stati vicini.”

Rinnovabili indietro tutta
Su Raiplay potete trovare una anteprima del servizio sulla rivoluzione verde in Cina: qui le infrastrutture sia per i mezzi pubblici, per i taxi che per le auto private, sono di fabbricazione cinese, sopra le pensiline per le ricariche delle auto elettriche sono presenti pannelli solari, collegati a grandi batterie di accumulo per avere energia pulita per le ricariche.

Qui un kw/ora di ricarica costa 20 centesimi, come prezzo orario più alto perché da mezzanotte fino alle otto del mattino si paga la metà, dieci centesimi di euro, sei volte di meno di quanto costa da noi in Italia. È anche questo uno dei motivi per cui in Cina i consumatori hanno scelto e premiato le auto elettriche: a Shenzhen più del 50% delle auto private in circolazione è elettrico, tutte auto con le targhe verdi, per la gioia delle case automobilistiche cinesi.
Queste aziende infatti hanno visto crescere la vendita delle auto elettriche, sia full che hybrid, al punto che oggi il 45% delle auto in circolazione sono elettriche. Nella zona del porto commerciale di Shenzhen c’è il quartier generale di un colosso della produzione di auto elettriche, BYD, un marchio conosciuto in tutto il mondo: questa azienda ha cominciato nella progettazione e produzione di batterie dove è diventata leader, poi dal 2004 attorno alle batterie ci ha costruito le macchine. In venti anni il gruppo è passato da 20 a 900 mila dipendenti con trenta stabilimenti e filiali in tutto il mondo. Oggi Byd produce veicoli commerciali, autobus, macchine da lavoro, treni e decine di modelli di auto, di ogni dimensione e per tutti i portafogli, dalle utilitarie alle auto sportive.

Il 2024 è stato un anno record per il gruppo, Byd ha venduto 4,3 ml di veicoli con un incremento delle vendite del +41,26%, numeri incredibili rispetto al basso mercato europeo e italiano. Come hanno fatto?
Iacona ha incontrato Stella Li, vicepresidente esecutivo del gruppo, secondo Forbes una delle donne più importanti del settore, tanto da essere stata nominata nel 2025 World car person, persona dell’anno nel settore automotive, un prestigioso riconoscimento internazionale per la prima volta dato ad una donna.
Come hanno fatto dunque? “La tecnologia è la risposta” spiega Stella Li, “ecco perché stiamo andando così bene, il 10% dei nostri dipendenti sono ingegneri, sono 110 mila e lavorano in 11 diversi istituti di ricerca e sviluppo. Produciamo circa 32 brevetti al giorno e portiamo continue innovazioni tecnologiche sulle macchine.”
Quanti investono in ricerca e sviluppo?
“L’anno scorso più di 5 miliardi di dollari in un solo anno, attualmente la spesa in ricerca e sviluppo rappresenta il 7% del fatturato totale. È una cifra enorme e crediamo che il futuro della mobilità sia ancora elettrico.”
Quanto è stata importante la scelta del governo cinese di spingere verso la transizione energetica?

Si, è stato importante, ogni nazione dovrebbe fissare obiettivi sostenibili, se guardi alla Cina, venti anni fa hanno detto nel futuro incoraggeremo tutta l’industria a spingere verso veicoli a nuova energia. Questa politica non è mai cambiata in venti anni, non hanno mai cambiato direzione, hanno fissato un obiettivo e l’hanno mantenuto. Come azienda privata abbiamo bisogno di certezze per il futuro. Questa incertezza è un problema per l’Europa ma anche per altri paesi: le aziende automobilistiche in Europa sono spaventate perché non sanno se esiste una direzione chiara o no, in Cina invece il governo ha investito molto nell’infrastruttura, nella ricarica e nelle energie rinnovabili per portare elettricità a costi bassi nelle città. E’ questo cambiamento che abbiamo visto in Cina che ha reso il nostro paese un leader globale nelle auto elettriche. ”

Stellantis investe in ricerca e sviluppo una quota molto inferiore rispetto al fatturato (2,9% una delle quote più basse del settor) e anche questo marca le differenze.

Eppure l’Italia avrebbe enormi potenzialità nel settore delle energie pulite: nel servizio di parlerà del parco eolico di San Severo in Puglia, 12 generatori ognuno dei quali ha una potenza di 4,5 MegaWatt. “Con il parco eolico in funzione siamo in grado di fornire energia a 55 mila famiglie ogni anno” racconta ai giornalisti Fabrizio Pucacco project manager di RWE. Questa infrastruttura è stata costruita su terreni privati col loro supporto, su terreni dove si continua a fare agricoltura (smentendo una fake news per cui la transizione energetica ruba spazio all’agricoltura), “le rinnovabili possono coesistere in un ambiente dove l’agricoltura è un fattore fondamentale”.
I cittadini hanno potuto partecipare a questo progetto con 200mila euro con un investimento libero di minimo di 250 euro fino ad un massimo di 5000 euro. Per tutti loro c’è un rendimento garantito dell’ 8% l’anno, che diventa del 9% se sei locale.
“Rendere i benefici economici di questi impianti più democratici è stato sicuramente uno degli elementi che mi ha spinto ad investire” racconta a Presadiretta uno di questi investitori: “è un orgoglio, sento l’appartenenza al progetto, alla tecnologia”.
Cosa ne pensano queste persone che, alla transizione ecologica, hanno creduto tanto da metterci dei loro soldi, dell’ostilità che c’è verso queste tecnologie?

Io credo che sia ingeneroso è probabile che ci siano dei casi isolati di speculazione ma nel complesso le evidenze scientifiche dicono che è una tecnologia pulita e necessaria in questo momento..”
Ci sono luoghi dove una pala è certamente impattante, ma ci sono anche zone come San Severo dove non è certamente una pala eolica quella che impatta sul paesaggio tanto da scegliere una fonte fossile – è l’opinione di un altro di questi cittadini investitori.

Ma il clima politico attorno alla transizione energetica è cambiato anche a seguito dell’elezione di Trump: nonostante gli stati petroliferi come la California e il Texas siano ai primi posti al mondo per nuove installazioni di rinnovabili e accumuli, negli Stati Uniti oggi la retromarcia è totale, al grido di “drill, baby, drill”: sempre più perforazioni con evidenti mire alla Groenlandia e al Golfo del Messico. Ritorna la retorica trumpiana del green deal come enorme bufala.

In Europa l’attacco frontale alle rinnovabili arriva dalle destre: nella sua campagna elettorale AFD ha attaccato la legge che destina il 2% della superficie della Germania alle energie rinnovabili, accusata di voler distruggere le foreste.

Grazie alle battaglie contro le politiche verdi, oltre ai temi tradizionali come migranti e sicurezza, l’estrema destra ha raccolto consensi fino ad arrivare il secondo partito in Germania e il primo in stati federali come la Turingia.

Penso che le politiche verdi ci stiano rovinando, i verdi sono il partito dei divieti, sono una setta ideologica” dicono i dirigenti del partito: queste posizioni hanno però spinto i grandi partiti come la CDU a tornare sulle proprie posizioni. La CDU è il partito di Angela Merkel che aveva chiuso le centrali nucleari in favore delle rinnovabili: oggi il nuovo leader Merz dice che non si sarebbero mai dovute chiudere le centrali, “è stata una follia, sta danneggiando la nostra industria.. ”
Le stesse parole della leader di AFD che nella campagna elettorale spiega chiaro che metterà fine alla transizione energetica per uscire dalle politiche climatiche europee, “quando saremo al potere abbatteremo tutte le pale eoliche, mai più questi mulini a vento..”

La scheda del servizio:

Le nuove politiche di Trump e la transizione energetica saranno al centro della puntata dal titolo “Rinnovabili indietro tutta” del programma “PresaDiretta” in onda domenica 23 marzo alle 20.30 su Rai 3. Nell’anteprima “Aspettando PresaDiretta” ci sarà un approfondimento sull’economia mondiale di fronte alle decisioni di Donald Trump: l’analisi con economisti ed esperti , delle misure che, secondo le stime, potrebbero avere per l’Europa un impatto tra i 40 e i 50 miliardi di euro, per riflettere sulle conseguenze per l’Europa e per l’Italia. Nel reportage dalla Danimarca, l'analisi delle mire di Trump sulla Groenlandia. E un’inchiesta sul taglio dei fondi per USAID l’agenzia federale che da decenni fornisce aiuti umanitari e assistenza per lo sviluppo in decine di paesi in tutto il mondo, con quali conseguenze?
A seguire, nella puntata di “PresaDiretta”, un reportage esclusivo di Riccardo Iacona in Cina, la nazione che spende di più per la transizione energetica, ben 1.600 miliardi di dollari solo negli ultimi due anni, con l’obiettivo emissioni zero entro il 2060.  Da Shenzhen che a sud-est fronteggia Hong Kong fino all’altopiano desertico di Yinchuan nella regione autonoma di Ningxia, passando per la città di mare Shanwei e poi Dunhuang, sulla via della Seta. Un viaggio per conoscere da vicino “i nuovi tre”: fotovoltaico, eolico e mobilità elettrica. Dai taxi agli autobus, dalle metropolitane al parco auto privato, tutto rigorosamente a emissioni zero. “PresaDiretta” è riuscita a entrare nel quartier generale di uno dei colossi della produzione di auto elettriche, nella più grande base portuale per l’energia eolica offshore di tutta la Cina e nel parco di 12 mila eliostati, specchi che seguono il percorso del sole.
Si parlerà anche dell’Italia con un reportage in Sardegna, in rivolta contro le rinnovabili. Comitati di protesta, raccolte di firme, sabotaggi e fake news per fermare i progetti eolici e solari. Ultima tappa, la Puglia. Dal nuovo parco eolico di San Severo finanziato anche dai cittadini alla grande fabbrica di una multinazionale danese che a Taranto produce pale rotanti vendute in tutto il mondo, ma in Italia sempre meno. In studio con Riccardo Iacona: il professor Nicola Armaroli del CNR, esperto di energia rinnovabile per fare chiarezza sulla transizione energetica tra luoghi comuni e fake news.
“Rinnovabili indietro tutta” è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Marianna De Marzi, Irene Fornari, Lorenzo Grighi, Alessandro Macina, Elena Marzano, Paola Vecchia, Emilia Zazza, Fabrizio Lazzaretti, Paolo Martino, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 settembre 2022

Anteprima Presadiretta – Sole vento uranio

Qual è la ricetta per chiudere coi combustibili fossili, come richiesto da tutti gli esperti per evitare che gli effetti dei cambiamenti climatici? Puntare sulle rinnovabili, sul nucleare o su un mix di entrambe?

In questa puntata di Presadiretta si parlerà sia delle rinnovabili (una scelta irrinunciabile la definisce nell’anteprima Riccardo Iacona) che del nucleare, una soluzione di cui tanto si sente parlare, specie ora che siamo in campagna elettorale.
Dobbiamo fare come il Portogallo che ha iniziato anni fa una politica energetica verde che puntava sulle rinnovabili e che ora non deve sottostare i ricatti del gas russo perché l’energia la produce dal sole e dal vento?

Questo paese è il secondo produttore di energia pulita dal vento dopo la Danimarca: le turbine sono state realizzate lontano dalla costa, non visibili, le quali generano più energia rispetto a quelle sul territorio, più impattanti.

L'impronta green la si vede anche nelle città: piste ciclabili, zone a basso impatto di emissioni dove le auto devono circolare a bassa velocità, parcheggi con centraline per la ricarica.

Il paese arriverà all'80% di energia rinnovabile entro il 2026, quattro anni prima dell'Europa: tutto il paese si muove in questa direzione, grazie ad una precisa scelta politica.

La decarbonizzazione e la transizione energetica sono state una opportunità per risollevarsi dalla crisi economica che questo paese ha avuto qualche anno fa, hanno riconquistato la loro libertà.

Oppure dobbiamo tornare oggi come possibile alternativa al gas: oggi ci sono 441 reattori operativi al mondo e più di 50 sono in fase di costruzione – racconta Mattia Baldoni di Agenzia Nucnet?

Presadiretta è andata in Germania, nella regione di Sleswig-Holsteen al nord che confina con la Danimarca e si affaccia sul mare del nord: nel piccolo paese di Brokdorf vivono mille persone in mezzo al verde: in questo paese è ospitata una delle 18 centrali nucleari tedesche, si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dal paese. Il 31 dicembre 2021, dopo 36 anni di attività la centrale è stata chiusa definitivamente e staccata dalla rete elettrica, insieme ad altre due centrali, di cui una in Baviera. La chiusura è arrivata dopo che la Germania ha deciso di uscire definitivamente dal nucleare. Ma il nucleare continuerà a costare sulle casse pubbliche dello Stato ancora per decine di anni: le centrali vanno smantellate, a Brokdorf la proprietà ha comunicato che il cantiere sarà terminato nel 2040, tra 18 anni. Un reattore non si può spegnere come il motore di una moto, prima di intervenire occorre che il livello di radioattività si abbassi sotto una certa soglia, e ci vogliono anni. Poi una centrale si smonta pezzetto per pezzetto, si provoca polvere radioattiva, che va aspirata per evitarne la fuoriuscita e le procedure di autorizzazione sono meticolose, tutto questo richiede decenni.

Poi in Germania, come in Italia, occorrerà trovare il deposito dove stoccare le tonnellate di materiale radioattivo delle 18 centrali che verranno smantellate.


In Finlandia c’è una centrale in via di costruzione da 12 anni, a Olkiluoto, a nordest di Helsinki, su un’isola che è anche un’area protetta: i due reattori di prima generazione sono stati costruiti tra il 1979 e il 1982, ognuno produce circa 900 MgW di energia. C’è anche un reattore EPR, di tecnologia francese, di terza generazione, capace di produrre 1600 MgW/ora ancora in fase di test. Quando entrerà in funzione coprirà circa il 15 % del fabbisogno energetico della Finlandia. Questo EPR doveva iniziare a produrre energia 12 anni fa, Presadiretta era stata già qui nel 2010, quando il cantiere era ancora lontano dall’essere terminato. Alla fine sono serviti 17 anni per completare la centrale e i costi sono saliti alle stelle. La TWO, una società privata finlandese, avrebbe dovuto pagare ai francesi 3 miliardi di euro, per comprare la centrale ma il prezzo è quasi raddoppiato.

Da dove arriva l’uranio per le (eventuali) nuove centrali? Uno dei maggiori produttori di uranio naturale al mondo è il Kazakhstan: i giornalisti di Presadiretta sono andati fino alla capitale di questo paese, Nur-Sultan, una città in piena espansione, ovunque si vedono gru per nuovi cantieri. Con i suoi 3ml di metri quadrati, il Kazakhstan è il nono paese più grande al mondo, otto volte la Germania. Fino al 1991 faceva parte dell’Unione Sovietica ma ora che è una repubblica autonoma gioca una sua partita geopolitica contando sua sua posizione strategica, tra Asia e Europa, e sul fatto che è uno dei paesi più ricchi di materie prime, preziosissime oggi. Gas, petrolio, terre rare e anche uranio naturale. A gestire questo patrimonio è l’azienda di Stato Kazatomprom. Presadiretta ha intervistato il suo portavoce, Askar Batyrbayev: “il Kazakhstan rappresenta circa il 46% di produzione di uranio nel mondo, nel 2021 abbiamo venduto il nostro uranio a 21 diversi clienti in otto paesi diversi, in Asia, Europa, Cina, ma abbiamo venduto uranio anche alla Russia. Perché il nucleare non è stato toccato dalle sanzioni.”

Qual è il peso dell’uranio nel mercato di vendita delle materie prime?

“Il mercato dell’uranio vale circa 9 miliardi di dollari l’anno, se lo paragoniamo col mercato del petrolio è circa 250 volte inferiore, ma in termini di sicurezza energetica è molto importante perché con l’attuale situazione geopolitica i prezzi dei combustibili fossili che salgono e scendono, tutti riconoscono che dovrebbe esserci una fonte di energia sostenibile, pulita e stabile. Molti paesi come gli Stati Uniti, la Cina ma anche l’Europa hanno riconosciuto il nucleare come energia pulita e questo ha permesso l’accesso a finanziamenti per costruire le proprie centrali nucleari. Si stima che il mercato del nucleare crescerà nel prossimo futuro del 2% circa. E dopo il 2030 l’aumento sarà anche significativo.”

Ma le alternative al nucleare esistono, come dimostra il caso portoghese. Nella stessa Germania si trovano anche storie interessanti dal punto di vista della sostenibilità: Riccardo Iacona è andato visitare una una energetica dove si combinano energia ed agricoltura verde.

Si tratta della Dirkshof di Dirk Ketelsen, un’azienda dove al parco eolico sono affiancati campi coltiva e zone dedicate all’allevamento: le pale eoliche producono energia per 1 milione di persone per un anno e hanno un’aspettativa di vita di anche 30 anni. Tutto infinitamente meno costoso del nucleare, almeno finché vento e sole non costeranno un euro. L’intera comunità partecipa al parco eolico: sono le 350 persone che vivono attorno al parco e che adesso sono diventati soci.

Perché tutto questo non lo si può replicare in Italia? Perché i tempi per ottenere i permessi da noi sono molto più lunghi, anche 14 anni, tempo in cui la tecnologia rischia di diventare già obsoleta. È successo a Renexia, dove hanno aspettato tutto questo tempo per un parco tra permessi e ricorsi, ma che ora stanno già lavorando per un nuovo parco eolico nel mare di Sicilia, di 2800 MGW, con 190 aerogeneratori. Ma l’assemblea regionale siciliana ha dato per ora parere negativo sul progetto Med Wind, questo impianto a 60km dalla costa, con la stessa tecnologia flottante come in Portogallo. Ancora una volta un no, un altro no che impedisce all’Italia di crescere nelle rinnovabili.

L'Associazione nazionale dell’Eolico (@AnevEolico) ha calcolato che se dessimo le autorizzazioni agli impianti in lista d'attesa potremmo produrre già adesso 80 TWH di energia eolica, il 20% del nostro fabbisogno energetico totale, e stiamo parlando solo di eolico. Ma cos'è allora che frena questa rivoluzione in Italia?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.