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22 ottobre 2025

La ghenga degli storti di Fulvio Luna Romero


 

Prologo

Fine anni Novanta

«Certo che tra l’attesa, il freddo, questa specie di passamontagna così… dozzinale! Dà le scossette, diamine! Mi irrita la pelle. Io non so se sono tagliata per questo lavoro.»

«Cioè, stai per rapinare dei pazzi armati e cattivi, e il problema è il passamontagna che fa le scosse? Oh, ma sei veramente una tipa strana, eh!»

«Sarà, ma se mi guardo attorno di normale non ne vedo uno in questa … come dice Lele? Ghenga?»

E’ sempre cosa buona leggersi le note finali, i ringraziamenti a fine libro: l’autore, infatti, a fine lettura si chiede quanto tempo ci avesse messo a scrivere questo libro e la risposta potrebbe essere “almeno trent’anni”.

Perché la Ghenga degli storti è un po' il libro di una vita, quella di Fulvio Luna Romero, classe 1977 ma anche il libro della vita del nordest a partire dagli anni Novanta fino ad oggi. Dagli anni del boom a quelli della crisi, fino alla scoperta dell’anima criminale di una regione crocevia tra est e ovest.
Se ha un difetto questo libro sta forse proprio in questo, ha l’ambizione di coprire una storia lunga e intensa, mettendoci un po’ a salire di ritmo per quell’inizio che sembra quasi spiazzante, dove facciamo conoscenza di Andrea Rasic:

Andrea Rasic ha quarantacinque anni ed è un uomo assolutamente normale, di quelli che non ti volteresti a guardare due volte.

Una vita normale, scandita dalle solite abitudini nella sua Gorizia: tre lavori diversi da lunedì al venerdì: il terzo come factotum presso un vecchio antiquario, uno con l’abitudine di fare anche da strozzino e di mettere le mani su opere dal passato poco limpido. Un incarico in cui Andrea ha dovuto incontrare persone poco raccomandabili.

L’unica nota di colore in quella vita la fidanzata Susanna, un’universitaria più giovane di lui, conosciuta per caso e con cui è nata una relazione a cui inizialmente credeva poco ma che invece adesso sembra diventare, dopo tanti anni senza una donna accanto, qualcosa di importante.

Altra nota caratterizzante di questa persona anonima, gli occhi di un colore diverso, una caratteristica che Andrea tende a voler nascondere dietro un paio di occhiali fumè.

Meglio non farsi etichettare -gli aveva insegnato nonno Flavio, uno dei tanti istriani costretti ad andarsene dopo l’arrivo dei titini, o l’esilio o le foibe era la scelta.

Ma, in realtà, Andrea ha anche altri motivi per tenere un profilo basso.

Perché un giorno il passato di Andrea torna a bussare alla sua porta sotto le forme di due killer appostati davanti casa, mentre è in macchina assieme a Susanna. Nonostante siano entrambi armati, Rasic riesce a neutralizzarli, con una freddezza che lascia la compagna sotto choc.
Andrea e Susanna sono costretti a scappare, una fuga dalla polizia, richiamata dagli spari e dai due corpi a terra, ma anche una fuga dal suo passato.

Chi vuole morto Andrea Rasic?

In una continua alternanza tra il tempo presente, con la fuga per i boschi delle Dolomiti, e il tempo passato, Andrea passa al setaccio tutta la sua vita – si dice che quando stai per morire è proprio questo quello che ti viene in mente.

Andrea ci accompagna nella sua vita precedente, a partire dall’infanzia: una madre alcolizzata che gli scaricava addosso tutti i suoi problemi, un padre assente che preferiva scappare dai problemi e rifugiarsi dalla sua prostituta serale. Unica figura carismatica in famiglia il nonno, esule istriano, coi suoi consigli (“se pesti, pesta per ammazzare”) che lo aveva avvicinato alla boxe.

Unico rifugio in questa vita senza affetti le amate letture in solitaria, come Scerbanenco e la sua quadrilogia di Duca Lamberti.

A scuola Andrea, che i coetanei iniziano a chiamare Husky per i colori degli occhi, fa gli incontri che segneranno la sua vita: con “Weekend” prima di tutto, un altro bambino “problematico” e solitario come lui e poi con Daniele, “Lele”, un ragazzone robusto per la sua età e come loro dunque ben distinto dalla massa.

A questo nucleo iniziale, da cui i bulli della scuola iniziano a prendere le distanze perché hanno imparato a temerli, se ne aggiungeranno, con gli anni, altri due: una ragazza, Milena o “Milady”, arrivata in quel paesotto della provincia Veneta anche lei in fuga dal passato. E poi William, proveniente da una famiglia sinti e per questo soprannominato lo “Zingaro”.

La realtà, per Husky, Lele e Weekend, era una fondamentale mancanza di modelli. Rasic aveva un padre devoto al lavoro (e al sesso a pagamento), una madre suicida e una donna matura e intelligente che viveva con loro..

Seduti sul muretto del loro bar preferito, iniziano a vedere il mondo che li circonda in modo diverso e anche le persone in modo diverso. Iniziano così la loro carriera criminale: prima piccoli furti nei negozi, poi furti di auto, poi rapine a mano armata. Poi..

.. mentre in alcune zone d’Italia esplodevano bombe che distruggevano monumenti, mentre la prima repubblica, così lontana, andava in frantumi, in paese, come in tutto il Nordest, si viveva quella straordinaria esplosione economica che in tanti definivano un miracolo.

L’improvvisa ricchezza caduta sul miracolo “nordest” aveva portato in poco tempo a persone che fino a poco prima lavoravano nei campi o in piccoli laboratori a diventare padroncini di piccole aziende con fatturati stellari (non sempre dichiarati al fisco). A passare da una economia agricola ad una industriale senza aver né le infrastrutture necessarie né le competenze.

E tutto questo denaro portava anche ad una grande voglia di divertirsi: belle auto, belle donne e tanta droga.

«Andrea, cosa succederà adesso?» Lui ci pensa un po’ su. «Ci sono tante persone che ritengono di avere dei conti in sospeso con me. Giusto, sbagliato… non è importante. Il fatto è che loro ne sono convinte.

Quali di queste persone del passato, criminale, di Andrea Rasic hanno deciso di fargli la pelle adesso, a distanza di tanti anni?

E come ha fatto Husky, il leader carismatico di questa “ghenga degli storti” a diventare l’anonimo Andrea Rasic? Ce lo racconterà lui stesso in questo continuo flashback col passato.

Dove rivivremo tutta la storia recente del paese e del Veneto: la fine della prima Repubblica con le bombe, i politici dei grandi partiti che finivano a processo per l’indagine dei pm milanesi. Il boom del nordest legato alla globalizzazione delle merci e dei mercati. E, dall’altra parte, la crescita dei partiti secessionisti, per liberarsi da Roma ladrona.

Fino ad arrivare alla storia recente, la crisi mondiale col crollo delle banche.

Chi è stato a mandare i due “croazzi” che volevano fargli la pelle allora, davanti casa?

Se non è qualcuno del suo passato, uno dei tanti a cui ha pestato i piedi, allora potrebbe essere qualcuno del suo presente. Andrea deve scoprirlo in prima persona e, per la prima volta nella vita, deve pensare anche a quella persona a fianco, Susanna, da cui non riesce a separarsi.

In un crescendo di colpi di scena, tutte le tessere di questo enorme puzzle si metteranno al loro posto. E ci mostreranno il quadro di questo “Romanzo criminale” del nordest.

Ragazzi cresciuti senza riferimenti che diventano grandi criminali e che si ritrovano incastrati in un ingorgo di interessi da cui non è facile uscire. Un territorio permeabile al crimine per la fame dei soldi e del successo. E, dall’altra parte, uno Stato con una sua faccia nascosta, ancora più criminale.

Sì: odio essere bipolare, è bellissimo! Razionale. Impulsivo. Spregiudicato. Chissà cosa direbbe ora la sua maestra.

La scheda del libro sul sito di Marsilio Editore

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23 settembre 2025

A esequie avvenute: Una storia dell'Alligatore, di Massimo Carlotto

 


«Le cicatrici temono il tempo e le cure, sbiadiscono come i ricordi e gli amori». Ero tentato di alzarmi e di sussurrare questa mia granitica certezza a una ragazza magrolina, che sfoggiava un French Bob fresco di parrucchiere, seduta al tavolino accanto a quello che condividevo con il mio amico Max.

Pochi scrittori come Carlotto hanno saputo raccontare il nordest, quel mondo all’apparenza slegato dal resto del paese, fatto da piccoli imprenditori, città a misura d’uomo che si alternano a capannoni e alle dolci colline coi filari dei vitigni per produrre il famoso Prosecco, con cui preparare lo spritz ..
Tanta ricchezza porta come conseguenza la voglia di divertirsi: nei locali, nelle discoteche dove girano belle macchine, belle ville e tanto altro ..
Il miracolo nordest ha anche un suo lato oscuro che Carlotto, nei racconti con l’Alligatore (ma anche in quelli con Giorgio Pellegrini, che qui ritroveremo nuovamente), ci ha mostrato senza alcun filtro. La criminalità organizzata ben radicata sul territorio e la criminalità quotidiana delle gente perbene basta sull’evasione, il nero, il ricorrere al caporalato e a forme di schiavismo nei campi, nei capannoni.

Un certo Veneto era deciso a riscrivere la storia criminale del territorio e a cancellare la macchia di essere stato dominato per un lungo periodo da una vera e propria organizzazione mafiosa, nata e cresciuta nelle campagne..

Non è facile distinguere chi siano i veri criminali in queste storie dove vediamo il protagonista, muoversi tra le pieghe delle legge, avendo a che fare con gente che spara e gente che campa sullo sfruttamento (delle donne, dei migranti, degli ultimi di questa terra), sulla benevolenza che lo Stato italiano concede a fa uso del nero.

Uno come Loris Pozza ad esempio, il nuovo cliente dell’Alligatore e dei suoi amici, Max “la memoria” e il “vecchio” bandito con un suo codice di regole: la sua amante, Aliona, è stata rapita e loro devono gestire il riscatto. Di chiamare la polizia nemmeno a parlarne, troppo complicato spiegare l’origine dei suoi soldi.

E i soldi non sono frutto di attività legali, – lo incalzai.

Diciamo di no. Mica droga o puttane, solo magheggi con le fatture, quelle cose lí. – Insomma, il sequestro è maturato all’interno di un gruppo di evasori fiscali? – chiesi incredulo.

Società cartiere con cui creare finte fatture per spese inesistenti, una banca clandestina gestita dai cinesi con cui riciclare questa massa di nero. Ma però, una facciata pulita davanti: una bella casa, una bella moglie, veneta chiaramente, dei figli. Una vita rispettabile insomma. Mica come la ndrangheta, “noi siamo furbi, e lo siamo diventati per impedire allo Stato di derubarci, ma siamo gente per bene”.

Qualcosa va storto dopo il pagamento del riscatto, la giovane ragazza moldava non torna a casa e l’amante perbene, questo Loris, teme che sia morta.

Inizia così un’indagine personale e non autorizzata dell’Alligatore e dei suoi due amici per capire cosa sia successo ad Aliona perché, nel codice d’onore di questi strani investigatori, anche una persona come lei ha diritto ad avere giustizia. Prima che l’oblio cancelli tutto.

Nel frattempo Beniamino Rossini, che ancora non ha dimenticato Sylvie, la danzatrice del ventre che aveva amato, si ritrova contro la mafia ucraina: aveva conosciuto una ragazza finita nella loro rete e aveva deciso di liberarla, uno sgarro inaccettabile per l’organizzazione.

La solita vecchia storia. La guerra arricchisce le mafie, crea nuovi mercati illegali sui quali immettere masse di disperati da trafficare, vendere, sfruttare. La mafia ucraina e quella russa prima del conflitto erano abituate a lavorare insieme.

Non solo il nordest ha il suo lato oscuro, ma anche la guerra: la grande abbondanza di armi che vengono inviate dagli arsenali europei verso l’Ucraina è stata in parte dirottata dalle organizzazioni criminali verso altri paesi, arricchendo queste mafie su cui l’attenzione delle polizie è stata allentata proprio a causa della guerra.

Me ne stavo tranquillo in Polonia a gestire il traffico d’armi quando sono stato interpellato. Sapendo che ero della zona mi hanno chiesto se conoscevo un tale Beniamino Rossini.

Mentre i tre investigatori sono decisi a fare giustizia per Aliona, ricorrendo all’aiuto di quello “strano” sbirro che è l’ispettore Campagna, un pericoloso nemico è arrivato in Italia per far fuori, per conto della mafia ucraina, il vecchio Rossini: come un esperto predatore si è messo ad osservare le loro vite in attesa del momento migliore per colpirli. E regolare vecchi conti.

Sono otto anni che aspetto questo momento, da quando mi hanno abbandonato ferito in mano a una banda di trafficanti viennesi.

Buratti, l’Alligatore, mentre cerca di regolare i suoi conti con la famiglia di Loris Pozza, si ritrova a dover affrontare una nuova guerra e, per salvare la sua vita e quella dei suoi amici, si dovrà superare quel limite che si era posto, nelle sue regole criminali.

Uccidere per non essere ucciso. Anche lavorando per certi settori dello Stato che possono essere più infidi dei criminali veri, in un gioco di ricatti e di segreti.

«A esequie avvenute proseguono senza sosta le indagini per identificare il misterioso killer…» Non serviva leggere altro.

Eccolo il grande scrittore, capace di imbastire un racconto noir duro e doloroso, che non fa sconti a nessuno. Che mostra la realtà di un paese dove l’asticella dell’etica si è abbassata a tal punto che gli “incensurati hanno scoperto il crimine e non ne possono piú fare a meno”.

Un brindisi, da parte di noi lettori, a questa nuova avventura dell’Alligatore, la più dolorosa di tutte, dove imparerà come non tutte le cose possono essere sistemate. 

La scheda del libro sul sito di Einaudi
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26 marzo 2024

Le regole della vendetta di Fulvio Luna Romero

 


Prologo 

Finalmente l’aria gelida ha smesso di soffiare sul litorale. L’uomo beve l’ultimo sorso di caffè davanti alle vetrate del suo attico affacciato sulla spiaggia, guardando alcune persone che portano a spasso i cani sulla sabbia.[..] Non fa ancora così caldo da tuffarsi in mare, ma una passeggiata con la giaca slacciata si può fare, soprattutto ora che è cessato quel vento da est, di solito assente in questa stagione. Una doccia e si veste: ha un appuntamento al quale non può mancare.

Secondo capitolo della trilogia dello scrittore veneto Fulvio Luna Romero, Le regole della vendetta riparte da dove era finito il primo romanzo, Le regole degli infami, ma con un continuo avanti e indietro nel piano cronologico degli eventi, un approccio che può essere spiazzante ma che è funzionale a raccontare gli intrecci tra i personaggi e da dove nasce questa vendetta che da il titolo alla storia.

Nel prologo c’è un uomo che si appresta ad un appuntamento importante, l’ultimo della sua vita purtroppo. Perché viene ucciso e perché in quel modo?

Cinque anni prima 

«118, buonasera.»

«Sì, buonasera, signora… ’A me scusa… chiamo qua da Cavaiino.»

La voce di un uomo avanti negli anni, con la cadenza marcata e la tipica deferenza della persona del Nordest che si approccia all’autorità

In un salto indietro nel tempo c’è un altro personaggio, ferito in un lago di sangue: qualcuno, sentendo gli spari che lo hanno colpito, ha scelto di non far finta di niente (che si ammazzino tra di loro) e di chiamare il 118. Chi è questa persona?

Veneto orientale.

Oggi La sveglia suona alle 6.30 mandando la musica di Twin Peaks dal cellulare. Accade tre giorni alla settimana, quando Susy, sua moglie, è di turno al supermercato per lo scarico merci.

Maicol Biasin è un autista di pullman, un signore come tanti: una moglie e una figlia, una vita comune. È il suo vero lavoro a non essere un lavoro comune. Quel lavoro che non può raccontare a nessuno e che gli garantisce delle entrate extra in nero. Per andare avanti e indietro da Mestre a Nova Gorica, poco fuori il confine con la Slovenia: o c’è dell’altro dietro?

Orio al Serio (Bg).

Quattro anni prima

Il tizio è un magrebino anonimo. Si muove con un piccolo bagaglio a mano giusto per non dare nell’occhio. L’hanno recuperato all’aeroporto, volo in arrivo da Belgrado.

Un corriere della droga che arriva dall’est e che viene recuperato da due pesci piccoli della rete, un uomo e una donna. Qualcosa va storto però e l’uomo muore con gli ovuli nell’intestino. Ovuli che vanno recuperati grazie all’aiuto di un medico con pochi scrupoli. Come pochi scrupoli devono avere queste due persone, un uomo e una donna, perché sanno come vanno le cose nel traffico della droga. Gli scrupoli servono a poco.

Veneto orientale. Oggi

«Virgilio, davvero non possiamo. Hai già tutti i fidi utilizzati a tappo. Uno sconfino non me lo autorizzano. E se anche me lo autorizzassero, ci vorrebbe del tempo.

Virgilio Casale è un piccolo imprenditore, uno dei tanti che ha accumulato una fortuna negli anni del boom del nordest come artigiano del lusso e che è riuscito a sopravvivere alla crisi del 2008 grazie alle scorte di nero. Ma oggi le cose stanno andando male, alcuni lavori con l’amministrazione pubblica non sono stati pagati e c’è la banca che chiede il rientro dello scoperto.

Come fare allora? Qualcuno gli suggerisce di rivolgersi a una certa società Finanziaria che si farà meno problemi nel prestargli dei soldi. In cambio di cosa, però?

Casale fissa il denaro con gli occhi sgranati. Questa gente arriva da lui, il titolare di un’azienda in difficoltà, e a fronte di una firma su un foglio mette sul tavolo centocinquantamila euro in contanti.

Jesolo oggi.

Dopo la fine dell’azienda di Andrea Salvi, morto in un gioco di tradimenti e di infami, dove ad un certo punto non si capiva chi stesse tradendo chi, la piazza di Jesolo è finita nelle mani del boss Di Paola, il muratore venuto su dalla Calabria e che ha sfruttato le sue parentele per portare qui i traffici criminali che bene hanno attecchito nel territorio veneto. Come lo spaccio della droga che, sulla piazza, è gestito dai fratelli Vianello, i “duri”, perché duri di comprendonio. Ufficialmente gestiscono un chiosco, ma tutti sanno che è solo una facciata.

Lavorano per conto di Di Paola per gestire lo spaccio a livello locale, ma solo uno degli ultimi livelli della catena predatoria: a fianco al boss sono altre le persone di fiducia che possono sedersi a tavola.

Come l’avvocato Lunelli, principe del foro e avvocato del boss. Edoardo Aricò, cugino del boss, che segue il business redditizio dello smaltimento dei rifiuti, con tanto di aiuti comunitari, rifiuti che invece di essere smaltiti secondo le regole finiscono dentro capannoni abbandonati, ricordi del passato industriale del Veneto. E quando qualcuno, i carabinieri, la finanza, decide di fare un controllo, basta appiccare un bell’incendio.

Arianna Marino è una “ex manager sfrontata e impavida di varie aziende commerciali”, esperta in riciclaggio, nel creare le strutture societarie fittizie per giustificare i giri di denaro e beni nascondendo i beni allo stato.

Infine, Tiziano Rossi, il broker della droga, “uno dei più potenti broker europei nell’ambiente del traffico internazionale di stupefacenti”, con contatti ovunque, sia coi produttori di coca e eroina, sia nel mondo della “logistica” ovvero persone in grado di organizzare il trasporto della droga.

Sono passati cinque anni dalla fine dell’azienda di Salvi, da quella scia di omicidi che avevano insanguinato le strade di Jesolo, suscitando uno scandalo subito quietato da parte della politica, perché tanto sono criminali, meglio non chiedersi come sia stato possibile che la mafia si fosse così radicata in mezzo alla brava gente.

Ma c’è una donna che ancora non ha dimenticato quelle morti, la perdita dei due uomini più importanti della sua vita, l’uomo che amava e il fratello, ucciso in uno scontro coi carabinieri.

Una donna sa stare da sola, soprattutto quando è una sua scelta. Non ha bisogni, non sente doveri. Sceglie, e basta. Una donna può rimanere lucida per anni, e per anni non dimentica.

Valentina Luisetto non ha dimenticato. Una volta era lei la regina di Jesolo, essendo la donna di Andrea Salvi, il capo dell’azienda che aveva le mani in pasta in tanti settori, dalla droga alle costruzioni. Fino a che, in una terribile girandola di tradimenti, non era stato ucciso sotto casa.

Ora, passati cinque anni, un passo alla volta, la freddezza ha sostituito la rabbia e l’impulsività con cui aveva convissuto a lungo. Ora in lei vive la consapevolezza di avere ora uno scopo nella vita, riprendersi tutto quello che aveva, facendo la guerra a Di Paola, alla sua rete, ai suoi affari.

Ma per fare la guerra ad uno come Di Paola che, sebbene sia un cane sciolto, è comunque legato ai calabresi, devi avere una strategia, devi conoscere il nemico, i suoi punti deboli e, soprattutto, devi avere degli alleati alle spalle. Devi saper rinunciare a qualcosa della tua vita, pur di raggiungere la tua vendetta, sperando che non sia un prezzo troppo alto.

Pensa al suo passato, alla donna che è stata, ai tempi che non torneranno più, e per la prima volta ha paura che la sua vita non sarà come l’aveva immaginata, che passerà il proprio tempo a guardarsi le spalle

Le regole della vendetta fa un ulteriore passo in avanti rispetto al primo: come nei romanzi di Carlotto, le storie dell’Alligatore e quelle di Pellegrini, dove già si raccontava già del marcio dentro il nordest, del benessere, del boom dei piccoli imprenditori che hanno fatto spregio dell’ambiente, delle regole sociali, della ricchezza come unico obiettivo della vita, qui Fulvio Romero ci fa sedere allo stesso tavolo dei grandi pupari, quelli che muovono l’economia nera, hanno legami con la politica, decidono strategie. Il vero potere criminale che sa come spostare capitali senza lasciare tracce, come infiltrarsi nell’economia reale sfruttando i momenti di crisi, l’avidità delle persone, l’assenza di filtri morali (il richiamo del benessere), sia da parte della politica che da parte della società civile.

Anche i protagonisti di questa storia, pur nel loro essere spietati, nel voler portare avanti la loro vendetta, sono solo pedine di un gioco più grande che abbraccia non solo il Veneto, quel vasto territorio tra campi, costruzioni, lunghi rettilinei, ma tutto il paese.
Un gioco violento, dove non si guarda in faccia a nessuno, specie ai pesci piccoli, le piccole pedine che, come negli scacchi, sono le prime ad essere sacrificabili.

La scheda del libro sul sito di Marsilio
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19 marzo 2024

Le regole degli infami, di Fulvio Luna Romero


 

Prologo
Tre anni prima

La cravatta piegata con cura. La giacca in panno, i pantaloni con la banda rossa. Tutto nell’armadio con le bustine per tenere lontano le tarme. Guarda il cappello, la fiamma argentea per cui ogni mattina si alza e fa quello che deve fare. Usi obbedir tacendo, e tacendo morir.

Chi è l’ufficiale dei carabinieri che nel prologo si “spoglia” del suo essere uomo dello stato e si appresta a compiere il proprio dovere senza porsi troppe domande su quello che gli verrà chiesto di fare? È uno dei misteri che si svelerà, alla fine, in questo noir dal sapore incredibile, che parte quasi in sordina, per poi accelerare in un intreccio di colpi di scena, di morti e di tradimenti.

Siamo in Veneto, lungo la penisola di Jesolo, terra di turismo, di mare e di vacanze.. ma qui si racconta di un altro nordest, come non l’avete mai visto se non nei romanzi di Massimo Carlotto a cui più volte è andato il mio pensiero mentre leggevo le pagine di questo romanzo. Un’immagine che va oltre il benessere, i soldi, la facciata perbene.

C’è anche un lato oscuro, come impariamo sin dalle prime pagine quando incontriamo due protagonisti, il Negro e Africa.

La rete del campeggio abbandonato, coperta di ruggine, è nascosta dalle sterpaglie. Tra gli alberi rinsecchiti, miracolosamente sopravvissuti alle violente trombe d’aria degli ultimi anni, la natura si è ripresa quegli spazi catturando la poca luce del primo pomeriggio. Il Negro, Africa e Simone camminano in fila indiana.

Sono due guardaspalle di Andrea Salvi, il proprietario di un’azienda che si occupa di ristorazione e che rifornisce una buona parte dei locali e dei ristoranti del litorale. Almeno questa è la facciata pulita: nonostante quella faccia da brava persona, quei modi quasi educati, la sua azienda si occupa di spaccio di droga, di prostituzione, del business delle videolottery, di riciclaggio di denaro sporco tramite il settore delle costruzioni.

Il suo nome è Andrea Salvi. Vuole essere chiamato Andrea. Punto. La seconda è uno dei pilastri su cui si basa tutta la sua organizzazione o, per dirla come farebbe lui, la sua azienda: volare basso.

Vola basso Andrea Salvi, ma sa picchiare duro, attraverso i suoi guardaspalle, il Negro, Africa e il Bomber. Il primo aveva iniziato come trasportatore e ha “fatto carriera” per il suo modo spiccio di riscuotere i crediti. Non si sa nulla del suo passato.

Africa si chiama così perché viene dal sud (e tutto ciò che è a sud è “Africa”), lavorava per i clan della Camorra ma ad un certo punto ha dovuto cambiare vita, andando su al nord a fare le stesse cose. Infine Bomber, ex promessa del calcio che si è bruciato la carriera per la coca e altre cose poco legate allo spor.

Tutti e tre gestiscono i lavori sporchi per l’azienda, quando bisogna minacciare, picchiare o perfino sparare. Come si fa volare basso quando devasti il territorio col cemento, mandi in giro la droga, intimidisci la concorrenza?

Sempre nella galassia di attività governate dalla scrivania della Adria Drink ci sono due cooperative che si occupano di accogliere e gestire i rifugiati. Questi sono fondamentali per l’azienda. Manodopera criminale a bassissimo costo, ricchi contributi statali.

Non è vero che quando vediamo una persona di colore per strada, in piazza, pensiamo subito questo che sia uno spacciatore arrivato qui coi barconi a delinquere e ad essere mantenuto coi nostri soldi? Mica pensiamo a quelli che stanno sopra di lui, magari imprenditori dalla faccia pulita come Andrea Salvi oppure, sopra ancora, al boss della locale della ndrangheta che si è ben installata in questa ricca regione, stringendo accordi con la criminalità locale.

Con gente come Salvi appunto che è stato bravo, anni prima, ad inserirsi nel vuoto che si era creato dopo la cattura dei capi della mala del Brenta, un vuoto che la criminalità straniera voleva riempire. È stato anche bravo a seguire delle regole ben precise, per volare basso e per evitare di finire nel radar di qualche magistrato o poliziotto.

Nessuna ostentazione del lusso, nessuna chiacchierata pericolosa al cellulare, se si deve parlare di qualche operazione sporca si prende la barca e si discute in alto mare.

Come quando si deve preparare l’azienda all’arrivo di un grosso carico di droga: droga ha fatto più delle politiche per l’integrazione perché a bucarsi, a farsi la dose, ci sono sia i ricchi che i poveri, sia i bianchi sia le persone da tutto il mondo, bianchi, neri, balcanici e sudamericani.
Eccolo, il business dei rifugiati, creato dalla politica che fa propaganda sulla loro pelle e che arricchisce anche la criminalità:

Negli ultimi anni, infine, c’era stato l’affare dei rifugiati: era stato sufficiente creare delle cooperative e mettere a disposizione degli immobili. Lo stato pagava, e lui poteva contare su un sacco di spacciatori a basso costo.

Bisogna volare basso ma ogni tanto va lanciato un segnale: per esempio quando c’è da sbrigare un problema con un albanese che si sta facendo un po’ troppo gli affari che avrebbe dovuto lasciar perdere: tanto, la brava gente quando leggerà sui giornali dell’omicidio penserà che si tratta di bande criminali di stranieri che si stanno ammazzando tra di loro.

Cosa c’è di meglio che dire: «Si tratta di stranieri che si ammazzano», piuttosto che focalizzare l’attenzione sul fatto che il litorale è in mano a un gruppo locale potente e organizzato?

L’importante è non svegliare l’attenzione dei bravi cittadini con reati che possano suscitare qualche reazione di pancia: agli italiani non toccategli le case, le macchine, i loro beni, il crimine non deve essere percepito.

È un gioco vecchio, una delle regole più salde di Salvi: ricicla, corrompi, traffica, edifica, e nessuno dirà nulla. Fai entrare i ladri in un paio di case, spacca due macchine, e la gente si scatenerà.

Tanto lo sanno tutti chi è e cosa fa questa azienda, come ha fatto fuori i concorrenti, come si è espansa in tanti settori. Ma per un pizzico di omertà, paura e anche convenienza, tutti sanno e nessuno parla.

È andata sempre bene ad Andrea e ai suoi uomini, fino a quell’ultimo carico, arrivato sul litorale per tramite del boss Di Paola e che verrà consegnata all’azienda per tramite degli albanesi.

In quello scambio, in mezzo alla laguna, irrompono i carabinieri, scoppia una sparatoria dove ci scappa un morto. E allora tutto inizia a crollare, perché bisogno violare quelle regole che si era dato.

Ma tra gli uomini di Salvi c’è n’è uno che ha una doppia faccia. È un carabiniere che è stato infiltrato dentro l’azienda per cercare le prove per portarli tutti in carcere.

Dopo anni vissuti da “undercover”, sul filo del rasoio, dove ad ogni passo devi guardarti le spalle, non è facile ricordarsi chi sei veramente, che lavori per lo Stato e non per la criminalità. Ti si spalanca davanti un abisso, che rischia di inghiottire tutta la tua vita.

E non solo la tua.

«Mi hai presa per il culo. Tutto questo tempo… Non vali niente!»

«In un mondo di bugiardi e tradimenti ho solo dovuto imparare a recitare meglio degli altri.»

Adrenalinico, specie nella seconda parte dove tutto sembra esplodere e si perdono tutti i punti di riferimento: dentro questo noir non troverete buoni contro cattivi e nemmeno un finale edificante, quelli dove alla fine il bene prevale sul male e i cattivi sono assicurati alla giustizia.
Viene da chiedersi quanto la realtà sia distante dal romanzo, quanto marcio sia un certo tessuto sociale, imprenditoriale. E quanto sia labile il confine tra chi combatte il male e il male.

La scheda del libro sul sito di Marsilio

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19 novembre 2015

Per tutto l'oro del mondo Massimo Carlotto

Una casalinga tranquilla dalla doppia vita: infermiera di giorno e donna di jazz di notte, in quei locali solo per appassionati. O per gente che è li per motivi di lavoro come il detective senza licenza Marco Buratti.
Una rapina in villa di due anni prima finita tragicamente con due morti ammazzati, anche in una maniera molto brutta.
E ora la moglie di una delle vittime che chiede a Marco Buratti di fare un'investigazione molto privata per arrivare ai colpevoli, dopo che la indagini ufficiali della polizia non hanno portato risultati.

Questi gli ingredienti dell'ultimo giallo di Massimo Carlotto della serie dell'Alligatore. Un noir in piena regola, dove l'investigazione del detective è in realtà un pretesto per raccontare il mondo della malavita (quella regolare e quella irregolare) del nordest. Per raccontarne il marcio, tra laboratori in nero, imprenditori hanno bisogno dei soldi della mafia da riciclare per superare il momento di crisi, di casalinghe che si improvvisano prostitute per racimolare qualcosa e di finte casalinghe che nascondono una vena criminale.
Il nordest era terra di confine e le bande attaccavano e si ritiravano con grande facilità. Il disprezzo per la vita umana di questa nuova criminalità globalizzata metteva i brividi.Del resto rispecchiava le logiche che dominavano il mondo. E non c'era il minimo segnale che le cose potessero migliorare”.

Nordest amministrato da politici che rispondono alla pancia del paese, giocando in modo pericoloso con le paure dei cittadini:
[A Padova] L'amministrazione della città era perennemente in guerra con qualcuno. Una signora caritatevole, che aveva ospitato alcuni nigeriani fuggiti dalle zone controllate dai jihadisti di Boko Haram e sopravvissuti ai viaggi verso Lampedusa, era stata contestata duramente dal primo cittadino. Un'associazione di commercianti aveva organizzato una fiaccolata di protesta per scongiurare il pericolo di un'epidemia di solidarietà. Magari a sfilare c'erano pure quelli che riciclavano per conto delle mafie, diventate all'improvviso meno pericolose dato che il loro fiume di denaro sporco contribuiva a sostenere l'economia nel momento di crisi”.

Ma più di tutti, in questo romanzo il faro è puntato sulle bande specializzate nelle rapine in villa e nel mondo attorno dei riciclatori della merce. Una rete di criminali che i nostri protagonisti considerano particolarmente abbietta.
Abbietta anche per gente come l'Alligatore, come il vecchio gangster Rossini e come Max la memoria, l'analista del gruppo. Criminali, certo, ma con delle regole ancora. Da rispettare, se possibile.
E in queste c'è scritto che non si fa una rapina col cane armato, lasciando dietro due cadaveri, seviziati in malo modo e pure un orfano.

Parliamo di Gastone Oddo, il padrone della villa e di Luigina, la domestica. E di Luigino, il ragazzino rimasto senza genitori in mano a degli zii poco contenti di farsi carico.
In questa storia dove troviamo di fronte i cattivi da una parte, e i cattivi senza regole se remore per le persone, parte tutto da qui.
Nemmeno per tutto l'oro del mondo bisogna mettersi in mezzo a queste faccende perché poi il destino ti punisce.”

L'Alligatore e i suoi soci decidono di farsi assumere dal piccolo Luigino, facendosi anticipare una cifra simbolica di 20 centesimi: l'indagine è, come al solito, rognosa, perché li porta a svelare le vere ragioni della rapina e i veri responsabili delle due morti.
Una storia di vendette e di rabbia repressa.
Ma anche di tanta cattiveria.
Era tutto apparentemente assurdo ma nelle logiche che avevano portato allo scontro tra quelle due bande di rapinatori in realtà un senso c'era, anche se orrendamente perverso.Avidità e disprezzo della vita umana da un lato, dall'altro un'idea esasperata e folle della giustizia e della proprietà. Una miscela esplosiva di cui avevamo riacceso la miccia”.

Una storia Che metterà una contro l'altra due bande, una regolare e una di gente all'apparenza civile, perbene. Di quelli che magari di fronte alla recrudescenza del crimine strillano che servirebbe la pena di morte, che basta dobbiamo difenderci noi, che se aspettiamo lo Stato …..
Le leggi non scritte che dominano il mondo dell'illegalità erano complesse e di non facile interpretazione. Appartengono ad un mondo in via di estinzione di cui noi facevamo pervicacemente parte. La criminalità globalizzata che ne rappresentava la modernità le aveva eliminate tutte, l'unico elemento regolatore tra le organizzazioni erano i rapporti di forza. Noi eravamo rimasti tra i pochi uomini liberi a conservare scrupolosamente le regole. Era l'unico modo per tutelare i deboli e le vittime. E le coscienze”.

In questo romanzo compare come un cameo un altro personaggio nato dalla penna di Carlotto: il poliziotto Giulio Campagna, lo strano poliziotto con le sue strane camicie e il suo strano senso della giustizia e del rispetto della legge.
Era l'unico poliziotto che evitava di passare inosservato. Si chiamava Giulio Campagna, ispettore alla sezione antirapine della questura di Padova. Aveva un modo di fare stravagante come il suo abbigliamento che gli aveva negato ogni possibilità di fare carriera”.

Ma un'altra sorpresa vi attenderà alla fine del libro che si chiude facendo comprendere come una nuova sfida, mortale, contro un nemico molto temibile sia alle porte.
Non avevo la minima idea di come sarebbe andata a finire, ma avrei condiviso il destino coi miei amici e avremmo tenuto alta la testa. Di meglio non potevo sperare”.

Il blog dell'autore e la scheda del libro sul sito Edizioni e/o

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

08 giugno 2014

Alla fine di un giorno noioso .. (deja vu di letture passate)

L'incipit del libro:
Alla fine di un giorno noioso l'avvocato, nonché onorevole della Repubblica, Sante Brianese entrò alla Nena con il suo solito passo deciso.Un attimo dopo apparvero sulla porta la segretaria e il portaborse. Ylenia e Nicola. Belli, eleganti, giovani, sorridenti. Sembravano usciti da una serie televisiva americana.
Era l'ora dell'aperitivo, un viavai continuo di gente, bicchieri e stuzzichini. All'esterno stufe a forma di fungo riscaldavano una fitta schiera di fumatori.Conoscevo quasi tutti. Avevo selezionato la clientela negli anni con pazienza certosina.
Nel mio locale non giravano coca, troie e teste di cazzo e pagavo un tizio, che si era fottuto il cervello con gli anabolizzanti, per stare alla porta con discrezione e tenere alla larga venditori di fiori, accendini e mercanzia varia. Alla Nena entravi solo se avevi voglia di spendere il giusto per goderti un'atmosfera tranquilla, raffinata ma al lo stesso tempo “frizzante e divertente”. La mattina, dal le 8 alle 10, offrivamo tè pregiati, fragranti croissant e cappuccini con latte che arrivava direttamente da un paesino delle Dolomiti.
Alle dodici spaccate l'aperitivo. Dalle 12.30 alle 13 il pranzo: leggero e dinamico per impiegati e professionisti, minimalista vegetariano per ciccione perennemente a dieta oppure luculliano, seppur rispettoso delle tradizioni venete, per rappresentanti e clienti non ossessionati dalla linea.
L'aperitivo serale partiva alle 18.45 e la cena alle 19.30. Per i comuni mortali la cucina chiudeva alle 22.30.
Per quelli come Brianese il locale era sempre aperto.
L'avvocato si sedette al solito tavolo e la sua cameriera preferita si affrettò a portargli il solito bicchiere di bollicine pregiate che da undici anni gli servivo gratuitamente.
Poi, come sempre, i clienti si misero in fila per porgere gli omaggi di rito al loro eletto. Non tutti. Una volta non ci sarebbero state eccezioni, ma il suo partito rischiava seriamente di perdere le elezioni regionali a favore dei padanos, come venivano affettuosamente chiamati dai loro stessi alleati, e qualcuno stava già annunciando discretamente il passaggio ai futuri padroni. Brianese, con il solito sorriso stampato sul volto, incassò le manifestazioni di fedeltà e prese nota delle defezioni.
Alla fine venne il mio turno. Mi versai un prosecco, uscii dal bancone e mi sedetti al suo fianco.
«Sempre dura a Roma?» domandai.
Alzò le spalle. «Non più del solito. I veri casini adesso sono qui» rispose osservando i suoi collaboratori che chiacchieravano con diverse persone.
Tra una battuta e un pettegolezzo tentavano di recuperare i delusi. Era il loro lavoro e lo facevano bene, ma l'esito era comunque scontato.
Bisognava attendere il voto per valutare esattamente la portata della sconfitta e dei danni collaterali nel campo degli affari.
Poi si voltò e mi fissò dritto negli occhi. «Ti devo parlare».
«Quando vuole, avvocato».
Inizia così, in modo asciutto, il romanzo di Massimo Carlotto “Alla fine di un giorno noioso”: un affresco impietoso del nordest, con protagonista l'ex terrorista ora imprenditore nella ristorazione Giorgio Pellegrini. Che è riuscito a farsi una verginità sociale, dopo il carcere, con l'aiuto dell'avvocato Sante Brianese (“Arrivederci amore, ciao” sempre di Massimo Carlotto).
Bastava leggersi questi romanzi, per capire cosa era diventato l'ex ricco nordest, prima ancora che ce lo dicessero le carte delle inchieste su corruzione e appalti (vedi caso Mose): un territorio dove tutto è mischiato: imprenditoria, politica, criminalità (organizzata). Collante di tutto sono i soldi che girano, nelle mazzette, per concludere gli affari, per comprarsi delle escort.
Un blocco di potere dove ai vecchi partiti sono subentrati direttamente quei personaggi che prima erano costretti ai margini (e ad osservare la grande abbuffata): commercianti, avvocati, commercialisti che ora hanno voglia di contare qualcosa nel Veneto e a Roma.
«Vede signor Pellegrini, il Veneto si regge su un blocco di potere definito, composto dalle varie associazioni degli industriali, i padanos, il partito in cui milita Brianese e settori responsabili dei sindacati. Nessuno è particolarmente simpatico all'altro, ma sono le reciproche convenienze a cementare la loro alleanza. Mi segue?»Annuii, ma in realtà non riuscivo a capire che cazzo c'entrassero tutte quelle menate politiche con i miei soldi e i Palamara.«La situazione nel paese è molto fluida, ma non vi sarà nessun cambiamento in Veneto, per il semplice motivo che nessuno è in grado di modificare la realtà. Non scoppieranno scandali simili a quelli che affliggono questa povera Italia e tantomeno vi saranno inchieste della magistratura. Di nessun tipo. Assisteremo a brevi aggiustamenti degli equilibri tra i padanos e i loro alleati a causa dei problemi interni che svilupperanno una spaccatura nel fronte del nord, problemi alimentati da alcune iniziative giudiziarie che coinvolgeranno dirigenti territoriali per reati finanziari».«Ora mi sono perso» lo interruppi con un certo disagio.«Non capisco dove vuole andare a parare».«Le stavo semplicemente spiegando perché Brianese è intoccabile e insostituibile e le posso anche confidare che è destinato ad essere nominato ministro».
Ecco, è tutto qui il nocciolo della questione. Se i Brianese (dietro cui non è difficile intuire a chi si sia ispirato Carlotto), diventano insostituibili, per garantire la continuità di un certo potere marcio, la situazione si imputridisce, come l'acqua di uno stagno. Chi fa parte del gruppo di potere pensa di essere intoccabile, si stacca dalla realtà, agisce e pensa nel suo stesso interesse sostituendosi allo stato.
Perché man mano pezzi dello stato si staccano dalle istituzioni per mettersi a libro paga di questi nuovi padroni, che si comportano come signorotti medioevali.
Tutto è cosa loro. Giornalisti, professionisti, uomini delle forze dell'ordine, sindacalisti, politici locali, magistrati.
E anche confindustria e sindacati, che dovrebbero fare meno convegni sulla legalità e più verifiche interne sullo standard etico (lo scrive questa mattina Antonio Polito sul corriere).
Sono i Galan in Veneto (di cui stiamo leggendo dalle cronache dei giornali), gli Scajola in Liguria (assieme ai Burlando, ai Bertone), i Riva a Taranto (intoccabili e non criticabili), i Ligresti a Milano (quelli che potevano telefonare ad un ministro per perorare la scarcerazione di un familiare) e tutto il gruppo che ruotava attorno a Formigoni per la sanità. I Caltagirone (quelli del mattone, dell'acqua pubblica) e gli Angelucci (quelli della sanità privata in convenzione e dei giornali) a Roma. Solo per citare i principali, e mettendo da parte l'ex presidente in nero Berlusconi.

Da qui parte il declino del paese. Progetti che non finiscono mai, gare al massimo ribasso perché poi i costi vengono fatti lievitare artificialmente. Infrastrutture che non ci sono e il debito pubblico, che come la faccia tosta di questi potenti, non smette mai di crescere.

Bastava leggersi qualche buon libro.

28 aprile 2014

La sedia della felicità

Non mi capitava di tanto, di assistere ad un film al cinema e di ridere dall'inizio alla fine. Assieme agli altri spettatori.
Il film di Carlo Mazzacurati, La sedia della felicità, è divertente, irriverente e irrispettoso della tonaca, dei luoghi comuni del nordest, della morte ..
Protagonisti sono due ragazzi e un prete, tutti in cerca di un colpo di fortuna che dia una svolta alla loro vita. Perché sanno che il lavoro non darà mai i soldi per migliorare la loro vita.
Valerio Mastrandrea è Dino un tatuatore, separato che fa fatica a farsi pagare e a pagare gli alimenti alla moglie.
Isabella Ragonese è Bruna, un'estetista tradita dal fidanzato e alle prese coi debiti per le macchine della sua sala.

Qual'è il tesoro? E' una sedia dentro cui ci sono nascosti i gioielli che, la signora Pecche (Katia Ricciarelli) ha nascosto alla polizia, frutto dei colpi del figlio.
La ricerca della sedia, a forma di elefante, giustami ha fatto venire in mente le atmosfere di Monicelli ne l'Armata Brancaleone.
Anche qui c'è una tonaca, non un monaco ma un prete, padre Weimer.

Ma attorno ai tre protagonisti (con orso incluso) ruotano tutta una serie di personaggi minori interpretati da attori amici del registra: il mago Raul Cremona, gli imprenditori gemelli interpretati da Albanese, Natalino Balasso il venditore di macchinari per lo studio di estetista di Bruna.
Citran che interpreta in pescivendolo con la passione delle sedie.
Claudio Marzocca nelle panni di un venditore di fiori indiano (e avido) al cimitero di Verona.
I i due televenditori di quadri, Orlando e Bentivoglio.
Milena Vukotic che fa la medium e aiuta i tre a trovare le sedie perdute ...
Buona visione a tutti!

Qui di seguito il trailer


Lo scrigno dentro la sedia


L'intervista agli attori

03 aprile 2014

Eversione

In Italia si passa facilmente dalla tragedia alla farsa.
Viene da ridere a vedere il carro armato padano con cui gli insorti volevano portare avanti la loro rivoluzione.
Ma la sofferenza del Veneto che versa alle casse dello stato 70 miliardi per prenderne 50 è reale.
Reali la crisi industriale della regione che ha perso tutto: l'industria e l'agricoltura soffocata dal cemento dei capannoni e delle autostrade.
Capannoni vuoti e strade che non trasporteranno più merci.
Forse, più che l'indipendenza, sarebbe stato meglio chiedere governatori e politici all'altezza.
E invece il nordest ora paga anni di cattiva politica che ha concesso il sommerso, il nero, l'assenza di una vera politica industriale.
Non basta parlare di federalismo.

Ma ieri la notizie eversive erano due: la seconda era l'incontro di B. col presidente della Repubblica, per chiedere nuovamente una agibilità politica in vista delle elezioni.
Berlusconi dovrebbe essere fuori dalla politica a prescindere dalla condanne (e dai processi in corso).
Ma per quello che ha fatto come presidente del Consiglio.

Non mi preoccupa il tanco.
Mi preoccupa un percorso di riforme non condivise col paese e in cui giocano un ruolo importante persone condannate per frode.
Uno che non può votare, decide come dobbiamo votare noi italiani.
Ma ha preso voti, ripetono. E' la stessa giustificazione che si sente dire.
Sono poi gli stessi voti di quanti ora si lamentano delle tasse, dei servizi che non funzionano, delle aziende costrette a chiudere per la stretta creditizia.