25 agosto 2026

Maigret e il produttore di vino di Georges Simenon

«L’hai uccisa per derubarla, vero?».
«Non volevo ucciderla. Altrimenti perché mi sarei portato solo una pistola giocattolo?».
«Sapevi che aveva molto denaro?».
«Non sapevo quanto... Aveva lavorato tutta la vita, e a ottant’anni suonati doveva per forza avere qualcosa da parte...».

Si può uccidere una persona senza rendersene nemmeno conto, questo ci racconta l’indagine di Maigret sull’assassino di un famoso commerciante di vino, Oscar Chabut.
La notizia dell’omicidio arriva al commissario mentre sta interrogando un ragazzo, Théo Stiernet. Aveva appena ucciso la zia per rubarle dei soldi: lei ne aveva tanti, perché non prendergliene un po’, nemmeno voleva ucciderla.. È successo così, per caso, ho perso la testa – racconta il ragazzo a Maigret che si rende conto di come nemmeno sia consapevole di quello che hai fatto. Che pena puoi dare ad una persona così? Beh, ma questo non sarebbe stato compito di Maigret, a lui interessava solo scoprire chi e, soprattutto, perché.

Fourquet era un uomo elegante, cortese, che Maigret aveva incontrato varie volte. Si strinsero la mano. «Conosce Oscar Chabut?». «Dovrei?». «È un uomo piuttosto importante, uno dei più grossi produttori di vino di Parigi.

L’indagine sulla morte di Chabut, un produttore di vino importante e con amicizie altolocate, sarà per Maigret un caso “fastidioso”, per diversi motivi.

Prima di tutto per come è avvenuto: l’uomo è stato ucciso poco fuori una casa di tolleranza di lusso, di quelle frequentate da banchieri e politici che amano avventure discrete.

Dentro una delle stanze Maigret incontra la sua segretaria:

… nella terza c’era una ragazza che se ne stava seduta, tutta rigida, su una sedia imbottita e foderata di velluto granata. Si alzò di scatto. Era alta e sottile, quasi senza seni né fianchi. «Chi è?» chiese Maigret.

Questo Chabut era uno di quegli uomini che devono portarsi a letto tutte le donne che si trovano davanti. Non per una questione di bulimia sessuale: era venuto su dal nulla, poi pian piano si era fatto una posizione nel settore vinicolo, fino ad arrivare al successo. Le donne era solo prede per dimostrare il suo successo, donne da consumare e poi gettare via, da prendere a tutte le persone del bel mondo dentro cui era riuscito ad entrare. Un ambiente che mette Maigret a disagio, perché segue regole diverse dalle sue:

Maigret non si era mai sentito a suo agio in quell’ambiente, con quella borghesia opulenta che lo faceva sentire goffo e fuori posto. Le persone della lista che Jeanne Chabut gli aveva consegnato, per esempio, appartenevano tutte, chi più chi meno, a una stessa cerchia che aveva le sue regole, le sue abitudini, i suoi tabù..

Chi era questo Oscar Chabut?

«Probabilmente la stupirò se le dico che era un timido, e che proprio per questo aveva bisogno di conferme».

Questo il giudizio che ne da la moglie, bella ed elegante: Oscar era un timido che aveva bisogno di confermare la sua forza, il suo potere, prendendo le donne degli altri. Anche sulla scrivania del suo ufficio, non solo in case come quella di Madame Blanche. Un uomo che si era creato così molti nemici, tra i tanti mariti traditi.

«Tutti quanti, chi più chi meno, avevano motivo di augurarsi la sua scomparsa. Solo una persona però è andata fino in fondo e gli ha sparato. Gli altri sono innocenti, eppure, anziché aiutarci, si direbbe che cerchino di metterci i bastoni fra le ruote».

Non è vero, qualcuno sembra voler imbeccare Maigret dandogli delle informazioni sul delitto. Qualcuno che gli manda delle lettere anonime, poi chiamandolo al telefono.

Chabut era un farabutto, uno che meritava di dover morire, dovremmo congratularci con l’assassino:

«Il commissario Maigret?» chiese una voce sommessa.
«Sono io».
«Volevo solo dirle di non preoccuparsi per il produttore di vino. Era un vero mascalzone».
Maigret chiese: «Lo conosceva bene?». Ma l’uomo all’altro capo del filo aveva già riattaccato.

Maigret è costretto a muoversi in una Parigi invernale fredda e grigia, alle prese anche con un fastidioso raffreddore che curerà a colpi di Grog.
Muovendosi tra gli uffici dell’amministrazione e quelli della vecchia sede, andando a raccogliere le testimonianze dei mariti a cui Chabut aveva “rubato” la donna. Perché non potendo essere amato da tutti, allora tanto valeva che le persone attorno a lui lo odiassero.

Ma solo uno di questi è l’assassino. Forse si tratta dell’uomo che sembra che lo stia seguendo – al Quai, negli uffici del produttore di vino, perfino sotto casa sua.

Un assassino che non voleva esserlo, in fondo solo un uomo capace di compiangersi. Come il ragazzo che aveva ucciso la zia per pochi Franchi. Ma non l’aveva fatto apposta..

La scheda del libro sul sito di Adelphi
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19 agosto 2026

Il tempo dell'orologiaio di Maurizio De Giovanni


Il treno s’infilò nell’ennesima galleria, percorrendo placido la notte. Non era un convoglio moderno, di quelli dotati di sedili in pelle e monitor che annunciano trionfanti altissime velocità, con inservienti in divisa che spingono carrelli carichi di bevande, snack e panini stopposi. Sapeva invece di plastica sudicia e metallo..

Due uomini si osservano silenziosi su un treno che viaggia di notte. Sono due persone profondamente diverse eppure uguali a cominciare da quegli occhi, color grigio, dallo stesso sangue, quello di un padre e del figlio.

Non si era sbagliato: il vecchio lo fissava, inespressivo. Quegli occhi avevano qualcosa di spaventoso e indecifrabile. Le iridi erano grigie come le sue, ma la familiarità con ciò che il giovane vedeva nello specchio ogni mattina si fermava

Il vecchio è uno che sa riparare gli orologi, sa mettere assieme quei meccanismi perfetti in grado di misurare il tempo. Sarà un elemento ricorrente in questa storia, il tempo: anni prima il vecchio si chiamava Carlo, faceva parte di una cellula terroristica nella città del sole e del mare. Erano gli anni 80, quando il reflusso avrebbe seppellito per sempre le idee di una rivoluzione da imporre col sangue e col tritolo. Era bravo Carlo, che all’epoca si faceva chiamare Sergio, il suo nome di battaglia, tanto da essere chiamato anche da altri gruppi per mettere le bombe. La sua ultima missione, prima di sparire era stata particolare, però. Uccidere un giovane magistrato e il suo autista, uccisi per una esplosione in una cava dove erano stati attirati in una trappola.

Vera Coen è la figlia di questo poliziotto per per lungo tempo (il tempo, sempre lui) aveva cercato di capire il perché di quell’attentato avvenuto nei primi anni 80. Era diventata una ossessione la sua, tanto da legarsi ad un vecchio poliziotto che aveva seguito le indagini senza venire a capo di nulla.

Lei voleva soltanto scoprire cos’era accaduto, e il motivo. Non le interessava acquisire elementi da esibire in tribunale. È molto diverso, come puoi immaginare.

La sua determinazione l’aveva portata fino al professore di storia medioevale Andrea Malchiodi: anche lui ha perso il padre, questa la storia che la madre, Flavia, gli ha raccontato negli anni. Ma non era vero.
Dopo anni di una vita sempre uguale, facendo quello che ci si aspettava che facesse, la laurea, la carriera universitaria, un matrimonio senza alcun sapore, la sia vita prende uno scossone: l’allontanamento dalla cattedra per colpa di uno scandalo di cui è vittima, poi l’irruzione di Vera, ossessionata dalla sua ricerca della verità, che gli racconta di come le loro storie siano legate. Se vuole conoscere il suo passato, deve andare a caccia di questo orologiaio, che ora vive come un’ombra a Brest, in Francia.

Questa era la storia che Maurizio De Giovanni ci ha raccontato nel primo capitolo di questo dittico – L’orologiaio di Brest – che si chiudeva con la sparizione di Vera e con la fuga (dalla polizia? O da qualcuno dei servizi?) di Carlo e Andrea. Padre e figlio.

Il tempo dell’orologiaio è una corsa contro il tempo: il tempo per scoprire chi abbia preso Vera, verso cui Andrea scopre di provare qualcosa, e per quale motivo.
Il tempo per Carlo per capire chi, del suo gruppo, possa averlo venduto, costringendolo a compiere quell’attentato per conto di un uomo oscuro rappresentante di questa entità, un servizio segreto che non esiste ufficialmente. Ma capace di condizionare governi, di scatenare guerre, di eleggere papi e presidenti.
Il tempo per Andrea per salvare Vera, per cercare di dare un senso così alla sua vita e magari anche pensare di riannodare quei legami familiari che aveva perso. Col padre, che credeva morto da tempo. E con la figlia, Martina, una ragazza di una generazione distante anni luce da quella del nonno ma con la stessa determinazione a non volersi voltare dall’altra parte di fronte alle storture del mondo.

Non poteva certo cambiare gli eventi. Non poteva tornare indietro, ricucire il tempo. Non era come avere tra le dita un orologio da aggiustare perché ricominci a fare il proprio lavoro. La realtà non propone appelli. L’occasione era riuscire a salvare la figlia di quel giovane poliziotto morto per sua colpa..

Attorno a queste tre figure centrali per la storia, Andrea, Carlo e Martina, che cercheranno nel passato le chiavi per trovare la risposta alle loro domande (e salvare Vera), si muovono altre figure, senza nomi, a conoscenza dei fatti che hanno portato a quella bomba, quarant’anni prima. Persone senza volto, senza un nome vero, ma depositarie di segreti che ancora oggi fanno paura. Che possono minare le basi del potere della Chiesa nel mondo.

“Qualcuno ha attivato un processo assai pericoloso, eminenza. Un processo che potrebbe portare alla luce tutto ciò che ha preceduto i fatti di quarantuno anni fa. E intendo proprio tutto. Con nomi, cognomi e indirizzi.”
Quel mondo che i brigatisti volevano cambiare, spazzar via le ingiustizie, i soprusi, le raccomandazioni, con la violenza, con la rivoluzione proletaria. Quel mondo che alla fine aveva cambiato loro, trasformandoli in maschere, in zombie, ai marni di una società dove le ingiustizie ancora la fanno da padroni. Il sogno della rivoluzione che si era dissolto in un incubo, giorno dopo giorno, col passare del tempo.

Il tempo dunque: che cambia le persone, che fa risvegliare antichi fantasmi, emergere segreti inconfessabili per cui si è disposti ad uccidere. Anche il tempo che non riesce a cancellare quel sentimento di amore – quello da cui tutto è partito, tanti anni prima – tra due persone che non potevano amarsi.

Io ho conosciuto l’amore. I miei confessori hanno provato e provano a dirmi che era il Maligno, che assume le forme più incantevoli per condurci all’inferno. Ma io lo so che lei era invece un angelo venuto a presentarmi un paradiso di sole e di calore..

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli e un estratto del primo capitolo.
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13 agosto 2026

Le stragi sono tutte un mistero di Benedetta Tobagi

 

“Misteri d’Italia” è un marchio di successo. La declinazione oscura del made in Italy appare non meno seducente dell’alta moda e del buon cibo, negli anni in cui trionfano le serie televisive crime, sia fiction sia documentarie, mentre gialli e thrille dominano le classifiche dei libri più venduti. Nel calderone entra di tutto: dal sequestro Moro alla morte di Enrico Mattei, all’omicidio Pasolini, e chi più ne ha più ne metta. Un posto d’onore spetta al racconto delle grandi stragi di terrorismo avvenute tra il 1969 e l’80, i Misteri d’Italia per eccellenza, come le bombe di piazza Fontana, Brescia, Bologna.

Dobbiamo essere grati a ricercatrici (e scrittrici) come Benedetta Tobagi per l’impegno che mettono nel ricostruire, studiare, la storia recente italiana e a volerla raccontare in volumi come questo – uscito per Laterza – una sorta di “cassetta per gli attrezzi” per muoversi con maggiore consapevolezza in quelli che vengono, erroneamente, chiamati, misteri d’Italia.

Ustica, piazza Fontana, piazza della Loggia .. eh, non sapremo mai chi è stato .. è tutto un mistero, sono stati i fascisti, no sono state le Brigate Rosse… c’è stato un grande vecchio dietro la stagione degli anni di piombo (altra formula di successo usata e strausata dal mondo dell’informazione per raccontare gli anni ‘70), il doppio stato..
Benedetta Tobagi ci aiuta a mettere dei punti di fermi sulle stragi avvenute nel nostro paese tra il 1969 e il 1980, ovvero tra la bomba di Milano alla banca dell’Agricoltura e la bomba scoppiata il 2 agosto a Bologna. Nonostante ci siano voluti molti anni, nonostante il fatto che le inchieste spesso abbiano portato a giudizi contrastanti, nonostante l’ostacolo dei depistaggi portati avanti delle stesse istituzioni per bloccare le azioni dei magistrati (uomini dello Stato anche loro), sappiamo molto.

Sappiamo che le bombe le hanno messe le formazioni dell’estrema destra, fascista, godendo di un senso di impunità per le coperture ottenute da apparati dei servizi nazionali e anche oltre oceano.
Parliamo dell’arcipelago nero della destra extra parlamentare, Ordine Nuovo, La Fenice, Ordine nero, Avanguardia nazionale e per ultimi i Nar, Terza posizione: come racconta l’autrice, c’era una forte porosità tra i vari gruppi per lo scambio di armi e per i legami tra loro.
Forte porosità che c’era anche nei confronti del Movimento Sociale italiano: sebbene tutte le inchieste hanno poi portato al proscioglimenti degli esponenti del MSI indagati per le stragi, i rapporti tra esponenti del partito (che funzionava come un ombrello per le garanzie costituzionali dei deputati) e i membri di questi gruppi. Uno tra tutti Pino Rauti, presentato ancora oggi come uno studioso, punto di riferimento per tanti politici di destra – tra cui anche l’attuale presidente del Consiglio – ma anche fondatore del Centro studi Ordine Nuovo, lo stesso di Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Brescia. E di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti responsabili della strage di Milano ma non condannabili per il principio del nostro ordinamento giudiziario, “ne bis in idem”.

Non esistono i misteri dunque, esistono i segreti, gelosamente custoditi in qualche archivio, ben al riparo dalla magistratura “impicciona”, questi magistrati che pensano di voler applicare la legge, o forse solo nella testa di qualcuno dei pochi sopravvissuti di quegli anni.
Come non esistono nemmeno i servizi deviati, poche mele marce su cui scaricare tutte le colpe (i Miceli, i Maletti, i Santovito): sono esistiti uomini dei servizi che hanno dovuto dare fedeltà all’alleanza atlantica e poi, in secondo ordine, anche alla Costituzione.

Ma sono esistiti anche uomini dello Stato che hanno voluto fare luce su quelle stragi, che alla ragione di Stato (abusata) hanno messo davanti la carta costituzionale, la giustizia per le vittime: Tobagi cita, tra i tanti, l’ex generale del Sismi Pasquale Notarnicola, in contrapposizione ai colleghi del Sismi Benedetto Santovito e Francesco Belmonte (condannati per i depistaggi sulla strage di Bologna). Ecco perché non è corretto parlare di “strage di stato” o di “doppio stato” (altre due formule molto in voga quando si parla di stragismo, ma poco corrette). Lo Stato sono stati anche i magistrati di Milano che hanno seguito la pista nera, i giudici di Catanzaro che con mille difficoltà hanno portato alla sbarra politici e uomini dei servizi.

Come mai allora tutta questa confusione, questo parlare di misteri, questo continuo voler intorbidire le acque, quando si parla della storia repubblicana del nostro paese?

Una democrazia forte da i conti con le proprie ombre e le pagine oscure, per denunciarle, per correggerle, farle conoscere, analizzarle, vedere come funziona il nostro presente – e fa tutto questo in modo civile e non violento, per e non contro la Costituzione.
Ecco il punto nodale: non siamo (ancora) una democrazia forte, non avendo voluto e saputo fare i conti con questo passato. Questo vale ancora di più oggi, con questa destra al governo, la destra di Meloni, quella delle radici profonde che non congelano. Radici così profonde da arrivare al movimento sociale e a quell’arcipelago nero con cui sono ben legate.

Ancora deve iniziare a sfogliare il proprio album di famiglia, la destra di Fratelli d’Italia, fare i conti con le proprie origini, con quello che scrivevano sulla democrazia, sulle libertà, sugli strumenti di lotta auspicabili per fermare la deriva comunista in questo paese. Sempre citando l’autrice, Rauti è stato maestro, o cattivo maestro, “anche degli ordinovisti veneti responsabili delle stragi di piazza Fontana e di Brescia”.

In questo saggio c’è spazio anche per raccontare del ruolo dei servizi americani sulle stragi: un ruolo di osservatore non neutrale, per dichiarazioni degli stessi ordinovisti pentiti (pochi ma sufficienti a descrivere quel contesto): i servizi americani sapevano delle attività di Ordine Nuovo (e delle altre sigle) ma non hanno ostacolato le loro azioni.
Come del resto fecero i vertici dei nostri servizi (dentro cui mettiamo anche l’Ufficio Affari Riservati, l’intelligence del Viminale): quelle bombe erano un segnale, uno strumento per condizionare la politica, per spostarne il baricentro politico. Erano gli anni della guerra fredda, si doveva fermare l’avanzata delle sinistre tramite la “guerra non ortodossa”. Come in Grecia col golpe dei colonnelli. Con la violenza, con le bombe, con le stragi.
Bombe di provocazione, in una prima fase, da addossare alle sinistre. Bombe di intimidazione, da Brescia, all’Italicus, fino a Bologna.
Creare terrore per bloccare ogni tentativo di riforma di questo paese, in senso progressista: riforme che poi, sempre grazie all’azione di uomini dello Stato, sono comunque andate in porto. Dalla riforma sulla sanità, allo Statuto dei lavoratori, all’abrogazione della legge sul delitto d’onore..

No, troppo imbarazzante sfogliare questo album, meglio continuare a negare, a portare avanti la storiella dei ragazzi di destra perseguiti per le loro idee da magistrati comunisti. Meglio portare avanti la finta verità della pista palestinese per la strage di Bologna: “e se fossero innocenti” – ripetono ipocritamente da destra ma anche a sinistra, per una ossessione contro certi magistrati comune anche in certa sinistra.

La storia non si fa nei tribunali, ma purtroppo, anche per colpa della classe dirigente (e del contesto geopolitico che abbiamo avuto alle spalle), le sentenze dei tribunali, anche grazie al lavoro degli storici e dei ricercatori, ci hanno raccontato molto della nostra storia, molto di più di quanto hanno fatto i passati governi. Per spiegarci meglio, se non ci fosse stato il prezioso lavoro delle parti civili e dei giudici di Bologna dietro il processo a Bellini e ai mandanti, non sapremmo del coinvolgimento della P2, di Licio Gelli, di pezzi dello stato (il potentissimo prefetto Federico Umberto D’Amato a capo dell’Ufficio Affari Riservati), e della politica (come il senatore missino Tedeschi) per la preparazione della strage alla stazione di Bologna. Una storia che mette in luce le ambiguità dei Nar, del supposto spontaneismo, del vero potere della loggia P2.

La conclusione di questo libro è un invito al lettore a non rassegnarci del tutto al fatto di avere ancora tutta la verità:

.. dobbiamo realisticamente rassegnarci al fatto che non potremo mai sapere tutta la verità sulle stragi, in particolare sui livelli politici e istituzionali che hanno coperto e con ogni probabilità strumentalizzato questi delitti. Ma dobbiamo continuare a scavare e studiare per portare alla luce quanta più verità possibile, senza abbandonarci alla sfiducia o al cinismo.

[..] Spesso sento dire che “lo dobbiamo alle vittime innocenti delle stragi” e di certo loro si meritano tutta la giustizia e la verità che possiamo dar loro; però io credo che lo dobbiamo innanzitutto e soprattutto a noi stessi, ed eventualmente alle generazioni che verranno. Perché le stragi, insieme alle vittime, volevano colpire tutti. Perché dalle macerie lasciate dalle stragi possiamo capire e imparare molto, quanto alla manutenzione e alla maturazione della democrazia, e magari anche svelenire il clima della società in cui viviamo. La strage, alla fine, non è “di Stato” perché, ieri come oggi, lo Stato siamo anche noi, anche – o forse soprattutto -quando i rappresentanti delle istituzioni ci fanno venire da piangere per la rabbia.

Gli altri libri di Benedetta Tobagi dedicati alle stragi avvenute in Italia
Una stella incoronata di buio – la strage di Brescia

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo

Piazza Fontana il processo impossibile


La scheda del libro sul sito di Laterza editore
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06 agosto 2026

Domenica di Georges Simenon

 


Non aveva mai avuto bisogno della sveglia e già da un po’, senza aprire gli occhi, era cosciente del sole che si infilava tra le due sottili fessure delle persiane quando finalmente sentì un trillo soffocato provenire dalla stanza di sopra. Era un’angusta mansarda, proprio sulla sua testa. Ne conosceva ogni angolo, il letto di ferro con la coperta rosso scuro, la bacinella su un treppiede di legno tornito e la brocca di smalto per terra, il lembo di tappeto marrone che non stava mai a posto ...

È una domenica come tante, quella con cui inizia questo romanzo di Simenon: alla Bastide, una locanda nel Midi, in Costa Azzurra, si stanno svegliando tutti. Emile, il padrone, Berthe a fianco nel suo letto che fa ancora finta di dormire. E Ada, una delle donne che lavorano in quella casa, che ancora dorme nella mansarda sopra la loro stanza.

Ma quella non è una domenica come le altre: qualcosa sta per succedere, qualcosa che Emile ha preparato con cura, stando attento a tutti i particolari, cercando di tenere a bada quell’ansia che lo attanaglia da mesi... da quel giorno in cui un piccolo incidente gli rivelo quale potesse essere la soluzione al suo problema.

Ma ora deve stare attento, a non farsi tradire, deve ripetere le stesse azioni di sempre, come andare a prendere il pesce col suo furgoncino. E mentre scende le strade verso il paese, ripercorre con la mente la strada che l’ha portato a quel punto. In modo impietoso, tremendamente onesto. Avete presente quando si legge sui giornali “un uomo accoltella la moglie alla fine di una lite?”. Ecco, cosa ha portato a quella lite? Perché le coltellate? Simenon, non ci racconta il dopo, ma la genesi di quella lite, di quella violenza.

Se ammettiamo infatti che esista la vocazione di assassino, possiamo supporre che esista anche la vocazione di assassinato, e ne deriva che, in un delitto, chi viene ucciso ha qualcosa di cui rendere conto al pari di chi uccide.
Non ha un solo inizio, questa storia che Emile ci sta raccontando, ce ne sono molti: quel viaggio assieme al padre, proprietario di una locanda su al nord, a Lucon, a trovare i Harnaud, come loro proprietari di una locanda. È qui che il vecchio Louis racconta della sua scelta di andare al sud, comprarsi un locale vicino Cannes, campare col turismo, una vita semplice…
La prima volta che vide Ada, sul ciglio della strada dalla Bastide al paese: una selvaggia, una zingara – così la chiamavano gli altri – fino a quando il padre, un muratore -selvatico pure lui – la portò a lavorare proprio alla sua locanda, come uno che porta a vendere un animale al mercato.

Ma l’inizio di tutto è stato forse quella lettera del padre, cosa inusuale per quel genitore così taciturno: la signora Harnaud l’aveva informato che il suo amico Louis aveva avuto un ictus nel suo locale giù in Costa Azzurra, e vorrebbe che lui, Emile, andasse a lavorare da loro per aiutarli.

In definitiva lui non aveva desiderato niente, voluto niente, né la Costa Azzurra né Berthe. La sorte lo aveva messo in quella casa, che era diventata la sua quasi senza che lo sapesse.

Emile diventa così l’uomo di casa, a Bastide: non solo il cuoco della locanda, ma anche il futuro marito della figlia della signora Harnaud, Berthe. Una bella ragazza bionda, formosa, ma che Emile aveva sempre considerato come una sorella.
“Prima o poi dovrai sposarti ..” pensa Emile, che si lascia usare da Berthe, dalla madre, da tutti, come un bambino incapace di prendere una decisione.

Ma giorno dopo, quella situazione strana, essere diventato marito di una donna che nemmeno desidera e che, anzi, lo fa sentire in soggezione perché sembra sempre volergli leggere il pensiero, inizia a diventare più pesante.
Sebbene a Bastide lui si senta a casa e in paese tutti lo abbiano accettato, non è più lui il padrone. Non è il padrone della sua vita, quella dell’eterno “bambino che non pensava ad altro che ai compiti e alle biglie”.

Aveva ottenuto tutto quello che desiderava. Non solo Émile le apparteneva, ma pure La Bastide, e anche se qualche cliente credeva il contrario la vera padrona era lei.
Da questi momenti è maturata in lui la decisione di prendersi una rivincita nei confronti della moglie, questa donna con cui è come se avesse sancito un contratto non scritto, sono un bene di tua proprietà. Questa donna che lo osserva come fosse la madre, che lo controlla, anche per le sue “scappatelle” con altre donne.
Cosa succederà, allora, questa domenica di così importante per Emile?

Mi sorprende ogni volta Simenon per questa sua capacità di condensare in poche pagine un racconto così intenso che cresce in una tensione che sfogherà in un finale drammatico e imprevedibile.
Pochi scrittori sono stati capaci nel raccontare in modo così onesto e chiaro la psiche umana con questi personaggi così reali in cui, soprattutto per i loro difetti, si arriva a riconoscervi.
Ancora una volta, come in altri romanzi, varrà la regola che non si può sfuggire al proprio destino.

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