11 dicembre 2022

Milano 12 dicembre 1969 – il processo allo stato e l’album di famiglia della destra

Immagine della Banca dell'Agricoltura dopo lo scoppio della bomba (presa dal sito dell'ARCI)

Per la prima volta nella storia di questo paese senza memoria, la destra italiana, si ritroverà a dover celebrare le commemorazioni della strage di Milano, la bomba piazzata nella banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969 dai neofascisti di Ordine Nuovo che causò 17 vittime, da destra di governo.
Nei discorsi di insediamento, la presidente Meloni e il presidente La Russa hanno volutamente omesso queste pagine della nostra storia, troppo ingombranti, troppo nere, tali da rovinare il discorsetto che stavano facendo di essere una destra autoritaria, di patrioti, che finalmente difende gli interessi degli italiani.
Eppure esistono i legami tra questa destra e quella responsabile di questa pagina nera: da Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, indagato e poi prosciolto, fino a Borghese, presidente del MSI, il partito in cui militavano molti degli attuali esponenti della maggioranza.

La storia di Piazza Fontana racconta un altra verità, rispetto a quella raccontata in aula: è stata chiamata “la madre di tutte le stragi” perché ha aperto la stagione degli anni di piombo (con le altre bombe a Milano, Brescia, Bologna), e insieme la “madre degli anni bui”, perché come racconta l’autrice “costituì uno dei detonatori dell’escalation del terrorismo di sinistra negli anni successivi.”
È stata anche definita la nostra “perdita di innocenza” perché accentuò il senso di sfiducia degli italiani nello stato, nelle istituzioni, ritenute complici, conniventi, dei veri responsabili di quella bomba:piazza Fontana creò una lacerazione durevole nel rapporto, già difficile, tra larga parte dei cittadini italiani e le istituzioni. «Le degenerazione del nostro sistema democratico è cominciata da lì» scrisse Norberto Bobbio.

Manipolazione delle prove, false piste create dentro i ministeri, mostri da dare in pasto all’opinione pubblica. E mentre gli anni passavano, i familiari delle vittime dovevano fare i conti col dolore della perdita, con le difficoltà nell’andare avanti col podere, con l’azienda agricola, senza sapere i nomi dei colpevoli. Senza sapere il perché. Perché quella strage?
La storia della bomba piazzata da esponenti di Ordine Nuovo, una formazione neofascista nata da una scissione del Movimento Sociale Italiano, era una bomba con tanti padri: c’erano gli interessi delle formazioni neofasciste che con quelle bombe preparavano la strada verso un governo di destra, magari un regime come quello in Grecia dopo il golpe dei colonnelli del 1967. Per creare il clima di sfiducia nei confronti dello stato servivano le bombe: quelle scoppiate a Milano nella primavera del 1969, quelle esplose sui treni nell’agosto dello stesso anno. Tutte bombe fasciste ma fatte addossare agli anarchici, per colpire indirettamente poi le forze di sinistra.
Destabilizzare per stabilizzare i governo in senso centrista, spostare l’opinione pubblica affinché potesse accettare governi basati sull’ordine e sulla fermezza.

Ma i fascisti erano solo manovalanza, utili idioti di interessi superiori: quelli di un certo ceto industriale che si era arricchito negli anni del boom e che vedeva come il fumo negli occhi gli scioperi dell’autunno caldo, dove gli operai chiedevano salari maggiori e maggiori tutele sul lavoro (nel 1969, come oggi). Ceto industriale che finanziò anche queste formazioni, come emerso anche nelle indagini sul golpe Borghese: l’industriale Piaggio, il re del caffè Tubino, il costruttore romano Orlandini.

C’erano gli interessi che arrivavano da oltre oceano: l’Italia era inserita nel blocco occidentale e gli Stati Uniti, negli anni della guerra in Vietnam, da Washington non potevano tollerare lo scivolamento a sinistra del governo italiano, come stava avvenendo dai primi anni sessanta col la politica di Aldo Moro.
Le indagini sulla strage di Milano, su Brescia, portano dentro la base Nato di Verona, dove esponenti neofascisti, finiti poi nelle indagini, erano di casa. Ci sono i finanziamenti della CIA verso la destra DC.
In tanti avevano interesse che in Italia le proteste di studenti, di operai, di persone che chiedevano maggiori diritti, di svecchiare un paese ancora ostaggio dei retaggi del fascismo (i vertici di magistratura e polizia erano già al loro posto negli anni del fascismo, come il Questore di Milano Marcello Guida), venissero bloccate. Che questo paese rimanesse bloccato nel suo status quo.

Ci sono tanti saggi che raccontano quella strage, del contesto (politico, sociale, storico), delle responsabilità da parte dei servizi (che conoscevano questi gruppi di destra avendoli infiltrati ma non fecero nulla per fermare le bombe), del Viminale, di parte della polizia e parte dei carabinieri che nascosero ai magistrati le prove, creandone altre per la falsa pista rossa. Della storia dei processi spostati da Milano a Catanzaro (per timori di ordine pubblico, paravento dei timori da parte della magistratura di creare problemi all’esecutivo), dei depistaggi, un processo lunghissimo durato più di vent’anni e che costrinse i familiari delle vittime a lunghe peregrinazioni da Milano e provincia verso Catanzaro.
L’ultimo che sto leggendo è l’opera “monumentale” di Benedetta Tobagi, “Piazza Fontana – il processo impossibile” (Einaudi editore), che già nel prologo racconta del tortuoso iter giudiziario, dalla condanna in primo grado del 1979, fino all’assoluzione in Appello confermata dalla Cassazione. E poi il secondo processo, cominciato dopo la caduta del muro di Berlino, dalle rivelazioni dei pentiti neofascisti che porto comunque a nuove assoluzioni. Ma che almeno sancì le responsabilità (ma non la colpevolezza) di Giovanni Ventura e Franco Freda:

La folla freme quando il giudice scandisce la frase fatale.

Per piazza Fontana ergastolo a Freda, Ventura e Giannettini, è il titolo composto in fretta nella tipografia milanese del «Corriere della Sera». La Corte d’Assise ha condannato due terroristi

neri e un loro complice, collaboratore dell’intelligence militare.

Ci sono voluti dieci anni, ma giustizia è fatta. Durerà poco.

La dissoluzione del giudizio comincia in Appello e invade il processo come una cancrena, rapida e inesorabile, fino alla conferma delle assoluzioni generalizzate del 1987. «Le nebbie del

dubbio avvolgeranno per sempre tutti i principali imputati: sappiamo solo di non sapere», commentava, fatalista, il «Corriere».

Invece no.

Altri processi, in seguito, scandagliano a profondità sempre maggiori i retroscena della strage, il magma dell’eversione nera coperta, aiutata – istigata? – da uomini delle forze di sicurezza

dello Stato (quale sicurezza? quale Stato?) Fino al 3 maggio del 2005, all’ennesima pronuncia della Cassazione, l’ultima. Tutti assolti, di nuovo. Ma rispuntano due dei nomi che echeggiarono quella sera del 1979 nell’aula fredda di Catanzaro: Freda e Ventura.

Già assolti in via definitiva, quindi – ne bis in idem – non piú processabili. Eppure, alla luce di nuovi elementi di prova, sono dichiarati responsabili – almeno davanti al tribunale della storia. Parole pesanti, atipiche. Molti faticano a comprendere: se sono stati assolti, come può la Suprema Corte spendere parole su di loro? Che fine fa il garantismo? Come è possibile?

La nebbia cala di nuovo, ma possiamo ritrovare la strada, dipanando un filo attraverso il labirinto dei processi di piazza Fontana, camminando a raso dei muri alti e spessi che limitano

di fatto la giurisdizione, laddove sono pezzi di Stato a finire sotto processo. Per analizzare la sostanza di cui è fatta l’impunità. Per comprendere il significato profondo – e la correttezza ineccepibile – di un paradosso: una giustizia incompiuta che tuttavia iscrive nella storia i nomi dei responsabili.

Quello di Benedetta Tobagi è forse uno dei libri più completi sulla strage di Milano che viene raccontata seguendo l’iter giudiziario, partito con le istruttorie di Milano e Roma (dove scoppiarono altre bombe senza morti in quel 12 dicembre) e poi coi processi a Catanzaro fino a Milano, con l'ultima indagine aperta dal giudice Salvini.
Ma questo punto di vista consente di raccontare del ruolo della polizia giudiziaria, con i suoi legami con l’esecutivo per tramite della polizia politica che faceva capo all’Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto d’Amato, l’intelligence del Viminale.
Ai magistrati di Milano furono inviate delle note contenente informazioni false (quello del SID del 17 dicembre sull’agenzia Aginter Press), furono nascoste delle prove, la polizia politica agiva in solitudine coi suoi arresti, le perquisizioni senza informare i magistrati che, secondo legge, erano responsabili della direzione delle indagini.

Il saggio racconta dello scontro tra le due generazioni della magistratura: quella nata col fascismo, che ancora governava i vertici degli uffici e decideva delle carriere dei sostituti e quella nuova generazione nata dopo la guerra che intendeva la giustizia con lo stesso spirito della Costituzione: una legge uguale per tutti, senza discriminazioni, che non chiude un occhio per favorire il governo, interessi sovranazionali per un finto interesse di sicurezza (quale sicurezza poi, quella dei 17 morti di Milano?). Emblematico lo scontro tra il giovane procuratore Paolillo (ma anche di altri giovani magistrati come Alessandrini e D’Ambrosio), titolare delle prime indagini di Milano e il procuratore capo De Peppo, responsabile della scelta di spostare il processo da Milano a Catanzaro, proprio quando la pista nera (che portava ai fascisti e ai loro legami coi servizi segreti) stava mettendo in difficoltà l’esecutivo a guida DC.
Si racconta del ruolo della stampa: da una parte i grandi quotidiani che, quasi tutti, sposarono la pista rossa, gli anarchici responsabili della bomba, molti dei quali si resero complici della costruzione del mostro Valpreda (vicenda a cui si ispirò Marco Belocchio col suo “Sbatti il mostro in prima pagina”).
Giorgio Zicari, ad esempio, collaboratore del SID e autore di alcuni scoop sull’arresto di Valpreda.
E poi l’altra stampa: quella della controinformazione che portò alla pubblicazione del famoso libro “Strage di Stato”, che pur con tanti limiti conteneva tanti spunti verso la verità dei fatti.

E quella dei pistaroli come Marzo Nozza, giornalista de Il Giorno, che seppe fare il suo mestiere, non fermandosi alle veline dei servizi, ai comunicati stampa della Questura di Milano (Pinelli si è suicidato dopo aver saputo della confessione di Valpreda, notizia falsa):

“Controllare qualsiasi notizia, personalmente, mi veniva naturale, così come controllare le veline. Anche la velina è una notizia, indipendentemente dal suo contenuto. L’importante è scoprire come nasce, la velina. E chi la fa nascere. E perché. E a chi è destinata. Che giornalista è uno se non tenta di vedere cosa c’è dietro (anche dietro una velina)?”.

Emerge dal saggio di Benedetta Tobagi l’impossibilità da parte dello Stato, di quello stato italiano prima della caduta del muro e anche dello stato italiano dopo la fine del mondo diviso in blocchi, di poter giudicare se stesso. Ancora oggi Piazza Fontana è un tabù, la sua storia non può essere raccontata fino in fondo, raccontando dei responsabili fascisti e dei manovratori dentro le stanze del potere.
Quei politici che, portati a testimoniare dai coraggiosi giudici di Catanzaro, ripeterono i loro non ricordo, non so, non sapevo. L’ex presidente del consiglio Rumor, l’allora ministro Andreotti.

L’atteggiamento sprezzante, ai limiti della provocazione, di Freda, la sicurezza (consapevole dell’impunità) del giornalista-agente del SID Guido Giannettini.
Dall’altra parte l’atteggiamento composto, dignitoso, dei parenti delle vittime, andati a seguire quel processo fino a Catanzaro ad un migliaio di chilometri di distanza.
Quel silenzio e quella dignità dimostrati nel giorno dei funerali di Milano (quando gli attentatori si aspettavano una reazione legalitaria): un silenzio e una dignità che salvarono il nostro paese dal golpe, probabilmente.

Quello di Piazza Fontana fu un processo politico – spiega l’autrice in uno dei primo capitoli: non perché intento del processo fosse quello di attaccare dei politici in quanto tali. No, da questo processo, dal dibattimento, dalla sua travagliata storia (tre processi, dieci diversi giudizi, una durata record complessiva di 36 anni) emerge quelli che erano i rapporti tra giustizia e potere, dove più che la certezza della pena e di assicurare un processo nei tempi ragionevoli, ai vertici della magistratura (e della Cassazione, con le sue scelte di remissione del processo da Milano a Catanzaro) interessava non interferire coi desiderata del governo: la teoria degli opposti estremisti della DC, ad esempio, per cui estrema destra e sinistra erano entrambi colpevoli (cosa falsa, come emerso poi alla fine). All’altra magistratura interessava proteggere la “ragione di Stato”, interna e internazionale (il mondo diviso in blocchi, l’esclusione del PCI dall’area di governo).

Anche queste sono riflessioni che hanno un senso ancora oggi, dove in assenza di una verità giudiziaria rimane solo l’incompleta ricostruzione storica di quegli anni: riflessioni che hanno maggior senso soprattutto alla luce delle recenti riforme a cui pensa questo governo, di destra: riforme che minano l’indipendenza della magistratura, legandola alle scelte del governo del momento.

Un salto indietro nel passato, come ai tempi di Piazza Fontana appunto.

Di seguito l’elenco delle vittime della strage, di cui spesso nemmeno viene ricordata l’esistenza, inghiottite anche loro nel buco nero della bomba, assieme alla credibilità delle nostre istituzioni

Giovanni Arnoldi (42)

Giulio China (57)

Eugenio Corsini (71)

Pietro Dendena (45)

Carlo Gaiani (56)

Calogero Galatioto (71)

Carlo Garavaglia (67)

Paolo Gerli (77)

Luigi Meloni (57)

Vittorio Mocchi (33)

Gerolamo Papetti (79)

Mario Pasi (50)

Carlo Perego (74)

Oreste Sangalli (49)

Angelo Scaglia (61)

Carlo Silva (71)

Attilio Valè (52)

A questi va aggiunto anche il ferroviere Giuseppe Pinelli, morto all'interno della Questura di Milano, mentre era in stato di fermo (scaduto perché erano passate le 48 ore).

Consigli di lettura:

Piazza Fontana, il primo atto dell'ultima guerra italiana di Gianni Barbacetto

La bomba Enrico Deaglio

12 dicembre 1969 Mirco Dondi

Una stella incoronata di buio di Benedetta Tobagi

Piazza Fontana, noi sapevamo, di Andrea Sceresini , Nicola Palma , Maria elena Scandaliato

-  L'Italia delle Stragi, di Angelo Ventrone, Donzelli

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