Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post

09 marzo 2021

Questo non è un racconto di Leonardo Sciascia

 

Per Carlo Lizzani

Un'aula giudiziaria. Una donna vestita di nero seduta quasi al centro, tra il banco della corte e quello degli avvocati, alle spalle la gabbia degli imputati, di fronte il pubblico ministero. Dice: «In quel momento, a Palermo, non si capiva niente. Si ammazzavano tra loro, era tutta una catena. Certo le ragioni ci dovevano essere .. [..] Ma io torno a dire che mio marito, in questi interessi, non c'entrava per niente. Badava alle sue cose, era tranquillo.»

In occasione del centenario della nascita dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia ho comprato questo piccolo volume che raccoglie degli articoli inediti, lettere, scritte tra la fine degli anni cinquanta e il 1989.

Sono tutti scritti dove si parla di cinema: non sapevo, onestamente, della passione di Sciascia per il cinema, non solo per i film tratti dai suoi romanzi, ma del cinema con la C maiuscola.

Per Sciascia la passione per il cinema era nata nel piccolo teatro di Racalmuto poi trasformato in cinema: in queste pagine troverete le sue riflessioni su registi, film e attori.

Ma il primo capitolo è dedicato a tre soggetti inediti per tre film mai realizzati: nel primo, per Carlo Lizzani, una donna testimonia al processo contro un capo mafia. Ha deciso di parlare dopo che, nonostante le rassicurazioni del boss, le hanno ucciso prima il marito e poi il figlio, desideroso di vendicarsi del padre.

La giustizia che questa donna cerca ora, dalla legge, dal giudice, è la vendetta non il rispetto della legge. Perché loro sono venuti meno alla legge dell'onore.

Il secondo soggetto per Lina Wertmuller parla di due ragazzi, testimoni di un delitto. Lei vorrebbe parlare, raccontare dell'assassino ai carabinieri ma il fidanzato e la sua famiglia hanno solo paura. E così preferiscono far passare lei per pazza, piuttosto che mettersi contro l'assassino.

Infine un soggetto per Sergio Leone, una storia di amicizia e di tradimenti tra ragazzi di una stessa banda criminale nell'America degli anni venti. Con un finale che lascia poca speranza.

Negli altri articoli, lettere, memorie Sciascia racconta della morte di Gary Cooper, emblema dell'America delle libertà, che gli ricordava quel sergente americano che aveva liberato il suo paese.

La morte di Buster Keaton e di Charlie Chaplin, “con lui si rideva fraternamente”, come tra fratelli.

E poi il commento ad alcuni film usciti in quegli anni: Il Gattopardo di Visconti con quel personaggio, don Fabrizio, poco fedele al libro.

I film del genovese Pietro Germi sulla sua Sicilia, da Divorzio all'italiana a Sedotta e abbandonata, “un ragguaglio arretrato”, distante dalla Sicilia reale secondo Sciascia.

La scelta di Bolognini, sbagliata, di ambientare il film tratto dal libro di Brancati, Il bell'Antonio, ai tempi della Democrazia Cristiana e non del fascismo: non è lo sceneggiatore che fa il film, dice Sciascia, è il regista che lo plasma.

Sciascia commenta dei funerali di Rodolfo Valentino e della nascita dello star system, di quella stampa dedicata alla cronaca dei divi e delle dive del cinema.
E poi, alla fine, si torna a parlare del cinema che tocca i temi a lui più cari: il film di Michael Cimino sul bandito Giuliano, falso e poco aderente alla storia.

I film di Petri e Rosi tratti dai suoi romanzi: Cadaveri eccellenti tratto da Il Contesto, che suscitò molte polemiche anche all'interno del PCI, all'interno di cui si candidò alle elezioni comunali.

E poi Todo Modo di Petri, accusato di non aver “scherzato” sceneggiando il suo libro: si scherza su ciò di cui si ha paura, si teme o ciò di cui si ama, “per liberarsi dalle paure”.

E il riferimento era rivolto alla DC coinvolta negli scandali, nelle ruberie, nei rapporti poco chiari con le mafie e con gli episodi stragistici nel nostro paese.

Petri non scherza. E nemmeno Rosi ha scherzato cavando dal Contesto il film Cadaveri eccellenti. Perché?

Il libro Il Contesto raccontava del clima politico dell'Italia nei primi anni settanta quando in parte delle istituzioni covava il desiderio di arrivare ad uno stato forte, non un golpe come in Grecia, ma una repubblica sempre meno democratica e parlamentare, come argine alle spinte progressiste che arrivavano dalla società.

Il libro e soprattutto il film di Rosi suscitarono forti polemiche, perché puntava il dito contro parte delle istituzioni, magistratura, forze armate, vertici della polizia e così su Rosi piombò la denuncia per vilipendio. La risposta di Sciascia è un pezzo in cui riconosciamo tutta l'intelligenza, l'onestà intellettuale dello scrittore siciliano in cui rinfaccia a quei pezzi dello stato di rispettare, per primi, lo Stato stesso:

Le istituzioni non vanno vilipese. Ma a patto che ci siano

Non è insomma il caso di fare un discorso sulle libertà, di fronte alle denunce per vilipendio delle istituzioni che colpiscono il film di Rosi. Si può anche, per principio, ammettere che le istituzioni non vanno vilipese: ma a patto che le istituzioni ci siano. Che ci siano, cioè, come organismi stabiliti, certi, uniformemente regolati, e per tutti. Ma le istituzioni d'Italia ormai non sono che involucri vuoti, involucri da pesce d'aprile, da cui altro non può uscire che la paura di essere vilipese. E il vilipendio dunque appunto consiste nel dire la verità sulle istituzioni.

Il film di Rosi di verità sulle istituzioni ne dice molte. Direi che è un mosaico di verità tratte dalla cronaca di questi ultimi anni. Di verità su quel groviglio di non verità che è diventata l'Italia. C'è una sola verità che le istituzioni abbiano detto in questi anni? Da quando, nel cortile della casa di Castelvetrano, è stato rinvenuto il cadavere del bandito Salvatore Giuliano, le istituzioni si sono votate alla menzogna. La verità, quegli italiani che ne sentivano il bisogno, se la sono faticosamente cercata, un tassello dopo l'altro, e sempre con qualche tassello che mancava e che manca.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


02 dicembre 2018

L'italiano medio




Ieri è morto Ennio Fantastichini: lo voglio ricordare con questo spezzone preso da "Ferie d'Agosto" di Paolo Virzì.
Era il 1995 e il cavaliere Berlusconi era appena sceso in politica per salvare il paese dai comunisti.
Così ragionavano gli italiani, quelli che lavorano tutto il giorno, che si alzano presto e che chiedono il rispetto delle leggi, specie ai "vu cumprà" (all'epoca si diceva così). Ma poi sbottano quando le leggi le devono rispettare loro.

Ennio aveva saputo raccontarlo bene, quell'italiano, in questo film che consiglio di rivedere a tutti. Specie oggi in tempi di sovranismo e populismo, dove quel qualunquismo, quelle chiacchiere da bar sono state definitivamente sdoganate.
Grazie Ennio

08 settembre 2018

8 settembre

8 settembre 1943: l'armistizio firmato a Cassibile (il 3 settembre) viene comunicato anche agli italiani, anche ai soldati italiani, che fino a quel momento erano alleati con la Germania di Hitler.

Per capire il clima di quelle ore, il film di Comencini "Tutti a casa", con Alberto Sordi



18 aprile 2017

Report – che spettacolo

L'inchiesta di Giorgio Mottola sui fondi pubblici alcinema ha già fatto rumore, prima che fosse mandata in onda: colpa della parte del servizio su Papigno, lo studio voluto da Benigni e che è finito in perdita.

Al cinema abbiamo dato 1,2 miliardi l'anno: che qualità di film abbiamo prodotto?
La casa del Cinema Cinecittà: è stata in parte privatizzata da Prodi nel 1997, oggi lo Stato se la sta riprendendo e troviamo il banchiere Abete in due vesti, da privato e da pubblico interessato.
Il film di cui ci parla Mottola è un film che parte proprio da qui: dalla finta privatizzazione del 97, con Ente Cinema di Abete venduta a Cinecittà studios, sempre di Abete (con Della Valle e De Laurentiis).

Abete che affitta se stesso ad una società privata: pieno conflitto di interesse dove però ai tre signori non interessava solo il cinema. L'area di Cinecittà interessava per realizzare centri commerciali e cinema.

Poi l'interesse si è spostato fuori Roma, sulla Pontina: con Cinecittà Parchi si doveva creare lavoro, con parchi giochi, studios, ma oggi le imprese che qui hanno lavorato ancora attendono di essere pagate.

Anche a Cinecittà (quella vera) le cose non vanno bene: qui ci sono le migliori maestranze, potremmo fare i migliori film al mondo, ma attorno agli studi ci sono solo scene di abbandono.
Cosa direbbero Fellini e Sergio Leone?

Abete & C., in un momento di grandeur, hanno deciso di comprare gli studi di Papigno, dove Benigni aveva girato La vita è bella.
Qui nell'ex fabbrica di Papigno ci sono soldi dello Stato, della regione e del comune, oltre a fondi europei: complessivamente più di 10 ml.
Molti di più, dice il vicesindaco, per le opere aggiuntive nel comune.
La città era in fermento per gli studi, qui stava per arrivare anche l'università di Perugia, con una nuova sede: nel 2005, dopo il mancato successo dei suoi ultimi film, Benigni vende le sue quote di Papigno a Cinecittà studios di Abete.

Oggi la situazione degli studi è di abbandono: molte maestranze sono rimaste senza lavoro, raccontano ex dipendenti.
E' finito tutto – con un esito favorevole per i lavoratori diretti, dice l'avvocato di Benigni.
Meno favorevole per chi si è iscritto alla facoltà di cinema: ha chiuso e molti studenti si sono trovati in mezzo al guado, perché finiti i primi anni ora non possono finire il corso in altre università.

Quante perdite ci sono state per Benigni? Rischiava di perdere fino a 5 ml, ma Cinecittà si è accolta il suo debito, salvando l'attore.

E ora Cinecittà studios sta per cambiare proprietario: lo Stato sta comprando gli studi per 20 ml di euro, conferma il ministro Franceschini.
Anche i soldi di Papigno e gli studi tornano ai contribuenti italiani, come i 32 ml di debiti di Cinecittà studios.

C'è un contenzioso tra ministero e Abete? Il ministro dice sì, Abete dice di no. Non si capisce.
Cosa troveremo nei nuovi studi di Cinecittà? Magari i robot, prodotti da IBM, che hanno realizzato il trailer di un film, Morgan.

Hanno preso e memorizzato scene “forti” da film horror: da questa mole di dati, hanno estratto una sintesi da 10 minuti.
Trailer che è stato recensito da un altro robot: una macchina potrà forse fare sceneggiature, o forse prepararle. Magari un giorno anche vincere un oscar..

Come sono stati spesi i fondi pubblici del cinema?
Quel 1,2 miliardi di euro sono stati spesi in tax credit: un investitore mette 100 nella produzione di un film e ne prende subito 40 come sgravio.
Ad investire sono state per lo più banche: non hanno fatto solo il bene del cinema, ma è stato un investimento finanziario.
Alcuni registi hanno scelto di non parlare, come Sorrentino.
Mainetti ha invece deciso di raccontare quello che in molti hanno visto: del tax credit molti ne hanno approfittato.
Anche delle truffe, ci sono state: parte dei soldi versati, non sono nemmeno stati versati per la vera produzione del film.

Sono arrivate proposte indecenti anche a case di produzione importanti come la Indigo, che ha prodotto i film di Sorrentino.
Nel film di Pupi Avati è arrivato un 1 ml di euro sulla carta del Casinò di Campione: ma era solo sulla carta 1 ml, alla produzione sono finiti solo 300mila euro.
In realtà era un socio di Campione, la signora Parnasi.

Chi vigila su questi fondi è la direzione cinema del MIBACT: intorno al tax credit è nato un mercato parallelo, gente che vendeva dei fondi ai produttori, come fossero società di intermediazione.
Una di queste è Cinefinance: ha lavorato a molti film italiani, tra i soci anche Franco Tatò.

Al ministero sono al corrente di tutto – racconta una fonte interna al ministero, nella commissione interna: dal 2014 il dottor Bonnelli si era accorto che metà dei tax credit era stato abusato, perché non è stato fatto niente per controllare l'uso dei fondi?

Non dormivano – assicura il direttore al MIBACT che dà la colpa a quei cialtroni dei produttori.
Peccato che quei soldi sono finiti, in maggior parte a banche ed assicurazioni.

Quali sono i film finanziati per motivi culturali?

Abbiamo finanziato il film di Zalone, Quo Vado, che è il film che ha incassato di più nel 2016.
Un film che fa bene al botteghino non avrebbe bisogno di fondi statali: dalle tabelle ministeriali risulta un contributo di 1,9 ml per gli incassi per “Cado dalle nuvole”.

Esiste un apposito finanziamento per aiutare gli incassi di film dal valore culturale: soldi finiti al film “Manuale d'amore 3”.

Le grandi società di produzione sembrerebbero favorite rispetto ai piccoli: è il caso di Cattleya, che produce film importanti e prende molti finanziamenti.
Diverso il caso del regista Mainetti, che ha impiegato anni prima di trovare un produttore.
Il produttore indipendente e il distributore indipendente fanno fatica a produrre e distribuire i film: i grandi decidono cosa produrre e cosa proiettare nelle sale.

In Francia è tutto un altro film: gli spettatori sono il doppio rispetto a noi, nel cinema francese sono stati investiti 1,4mld di euro, più di 4 volte tanto rispetto a quello investito in Italia.
Soldi presi dalle società di produzione: chi incassa di più al botteghino versa di più allo stato, tramite le tasse, soldi che vengono poi ridistribuiti ai produttori più piccoli.
In questo modo si tengono aperti i cinema e si riescono a proiettare anche film non da cassetta.

Il ministeri intende riformare il modo in cui si finanzia il cinema: ci saranno finanziamenti automatici, che rischiano di premiare la casta del cinema, perché legati alle scelte della politica.
Ai parenti dei politici piace fare cinema (e a volte prendere fondi pubblici).
A capo di Medusa c'è il figlio di Gianni Letta.
Le fiction di Mediaset sono prodotte da Taodue, Don Matteo è prodotto da Lux Vide, dell'ex presidente della Rai.


Non sono inciuci, rassicura i l figlio di Bernabei. Sarà.

17 aprile 2017

I fondi per il cinema e il vaccino contro il papilloma virus

I fondi pubblici che hanno finanziato il cinema italiano, gli studi sugli effetti del vaccino anti-papilloma virus e, ad aprire la puntata di Report, il servizio di Sabrina Giannini sull'alimentazione.



Indovina chi viene a cena: cosa rimane delle uova nei prodotti industriali che mangiamo?
In Italia si producono 12 miliardi di uova l'anno, tutte uguali da fuori quando le compriamo fresche, con tanto di classificazione in base alla loro freschezza e al tipo di allevamento.
Quando invece mangiamo merendine, o pasta all'uovo, cosa sappiamo dell'identità delle uova con cui sono stati prodotti? Sono stati aggiunti additivi?
Secondo la legge sono tutte uova fresche. Ma non è tutt'oro quel che luccica...

I finanziamenti pubblici al cinema.

La domanda da cui si è partiti è “che fine hanno fatto i finanziamenti pubblici al cinema italiano”? In cinque anni il cinema italiano è stato finanziato per 1,2 miliardi di euro.
Soldi spesi per un principio nobile e importante: produrre film di interesse culturale, riempire le sale cinema, tenere vivo un settore, quello dello spettacolo, che da lavoro a molte persone.
Non tutti i film finanziati ne avevano veramente bisogno, perché film della categoria “cinepanettoni” dove l'interesse culturale sembra carente.
Con che criterio sono stati scelti allora, questi film?
In altri casi, il finanziamento tramite la forma del tax credit, ha nascosto un altro fine: non finanziare un film, ma fare un semplice investimento.
Tramite lo strumento del tax credit, il privato che investe soldi nel cinema, riceve dallo Stato il 40% di quanto investito: a farlo sono state soprattutto le banche (anche quelle poi finite nei guai come Popolare di Vicenza).
Riassumendo: non sempre sono stati prodotti buoni film, i cinema perdono spettatori e gli studi cinematografici cadono a pezzi.
Parte del servizio di Giorgio Mottola sarà dedicata alla storia dello studio cinematografico di “Papigno”: ancora prima di andare in onda, il servizio è costato una diffida da parte dell'attore Roberto Benigni che, come Berlusconi prima e Renzi ora, ha mandato tramite i suoi legali una lettera alla Rai.
Quel servizio non deve andare in onda.

Si parla dell'investimento che Benigni ha fatto per rilanciare gli studi di Papigno, a Terni: Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano ne ha parlato ieri

La puntata di domani racconta, tra le altre, la vicenda degli studi di Papigno, una frazione di Terni, dove il regista toscano ha girato La vita è bella e il meno fortunato Pinocchio. Benigni aveva un progetto ambizioso: trasformare Papigno negli Umbria studios, un nuovo prestigioso polo cinematografico in grado di fare concorrenza anche a Cinecittà, come racconta lui stesso ridendo. La scelta imprenditoriale si rivela sciagurata, nono-stante gli onerosi investimenti pubblici, tra fondi europei, statali e degli enti locali (Report li stima in 16 milioni di euro, anche se la cifra è contestata dall’avvocato di Benigni).

Papigno si trasforma in un pozzo senza fondo, Benigni e Braschi –racconta Report accumulano un passivo di ben 5 milioni di euro. A quel punto arriva un intervento inaspettato: nel 2005 è proprio Cinecittà Studios, la società di Luigi Abete, Aurelio De Laurentiis e Andrea Della Valle, a rilevare gli studi ternani e a farsi carico dei debiti di Benigni (a oggi avrebbero versato 3,9 dei 5milioni di rosso). Papigno però non è stata rilanciata: oggi l’area è completamente abbandonata a se stessa, ha perso valore. Non si gira più un film e sono scomparsi i posti di lavoro (secondo le fonti consultate da Report almeno 200).
Adesso Cinecittà sta per tornare in mani pubbliche. Oltre a un’imponente mole di debiti accumulati da Abete e soci – spiega il giornalista Giorgio Mottola –lo Stato si ritroverà in pancia anche l’investimento in perdita di Benigni e Braschi.L’A RT I STA non ha voluto rispondere alle domande del cronista di Report, limitandosi a una battuta: “Non sa quanti soldi ci ho perso”. Anche lui, come Renzi, ha preferito far parlare gli avvocati.

Oltre ad una possibile situazione da conflitto di interesse per Abete, nell'articolo di Rodano si ricordava quando Benigni aveva difeso Report dagli attacchi di Berlusconi (quando voleva censurarla e togliere la manleva), in nome dell'articolo 21 della Costituzione. La più bella del mondo..

La scheda del servizio: “CHE SPETTACOLO!” Di Giorgio Mottola
Un miliardo e duecento milioni: è il contributo di cui ha beneficiato l’industria cinematografica italiana negli ultimi cinque anni, più di tanti altri settori a cui è precluso l’aiuto di Stato. Con i soldi del contribuente è discutibile salvare una banca, secondo l’Unione Europea, ma sovvenzionare il cinema si può: è una questione di identità culturale. Che film abbiamo finanziato per il loro interesse culturale? Si va da “Sapore di te” di Carlo Vanzina, ad “Amici miei – come tutto ebbe inizio” di Neri Parenti, a “Il ricco, il povero e il maggiordomo” di Aldo Giovanni e Giacomo. E poi ci sono i contributi sull’incasso. “Cado dalle nubi” di Checco Zalone, una delle rare pellicole italiane che al botteghino è andata benissimo, ha ricevuto un milione e novecentomila euro: ne aveva bisogno? Ma la principale forma di sostegno che noi contribuenti garantiamo al cinema è il “tax credit” che vuol dire oltre cento milioni di sconti fiscali ai privati che decidono di investire nel cinema. Per ogni euro investito, lo Stato restituisce loro il 40%. Si scopre che a investire sono state soprattutto le banche: Unicredit, Bnl, Monte dei Paschi, la Popolare di Vicenza. Quanti dei soldi del tax credit sono finiti veramente ai film?
Intanto i leggendari studi cinematografici di Cinecittà cadono a pezzi nel degrado e hanno accumulato debiti per oltre 32 milioni. Come siamo arrivati a questo, in una realtà che è stata gestita da super manager come Luigi Abete, Diego Della Valle e Aurelio De Laurentiis? Anche Roberto Benigni è uno che ha investito del suo, ma quando le cose si sono messe male è riuscito a sfilarsi. Cinecittà invece pare che ce la dovremo ricomprare noi contribuenti.

Il secondo servizio di Alessandra Borella tocca il tema del vaccini, oggi molto attuale per le polemiche nate dall'obbligo di sottoporre i bambini ai vaccini per evitare il ritorno di malattie che pensavamo aver eliminato.
Nel servizio si parlerà del vaccino contro il papilloma virus: se sulla necessità dei vaccini c'è poco da aggiungere, altro discorso sono i test cui questi devono essere sottoposti per essere certi della loro efficacia, che non portino ad effetti collaterali.
Un team di ricercatori indipendenti ritiene che l'Agenzia del Farmaco non abbia fatto quanto necessario, per questi test e che ci sarebbe pure una situazione di conflitto di interesse.

La scheda del servizio: “EFFETTI INDESIDERATI” Di Alessandra Borella


Il papilloma virus (HPV) è stato collegato all’insorgere del tumore al collo dell'utero. Per prevenirlo l’Italia è stata il primo paese in Europa ad introdurre il vaccino anti-papilloma virus, tra i più costosi in età pediatrica. Le nostre autorità sanitarie hanno potuto contare su una valutazione positiva dell’Agenzia Europea del Farmaco, che ha dichiarato sicuro questo tipo di vaccini. Ma le segnalazioni sui possibili danni causati dal vaccino anti HPV sono state correttamente valutate? Se lo chiede un team di ricercatori indipendenti danesi della rete “Cochrane Collaboration”, che ha presentato un reclamo ufficiale a Strasburgo. L’accusa è contro l’Agenzia Europea del Farmaco: avrebbe sottovalutato le reazioni avverse e ci sarebbero anche dei conflitti d’interesse che non sono stati dichiarati.

02 marzo 2017

Sono solo 7 minuti (cosedilavoro)


Se vi capita, guardatevi il film di Michele Placido, 7 minuti: si basa su una storia vera, la lotta portata avanti da operaie francesi per difendere i diritti e le condizioni di lavoro.
Il film porta la storia nella provincia italiana, in una azienda tessile che da lavoro a circa 300 operaie, gestita in modo quasi familiare da due fratelli.
Azienda che è stata comprata da una multinazionale francese che si presenta ai vecchi padroni e alle maestranze, che temono licenziamenti e chiusura della fabbrica.
E invece: la manager francese, gentile e affabile, almeno ad inizio film, chiede una sola condizione: la rinuncia a sette minuti della loro pausa giornaliera.

Sette minuti chiesti per avere una maggiore produttivà.
Le 11 rappresentanti dei lavoratori hanno meno di due ore per decidere se accettare o meno l'accordo, consapevoli delle conseguenze: c'è tutto un mondo che viene fuori dal confronto, teso, tra queste donne.
Il ricatto del lavoro, perché tutte ne hanno un disperato bisogno: che la ragazza originaria dell'Africa che spiega che per lei, si può anche mangiare e lavorare assieme.
C'è un'altra donna che, poco prima, abbiamo visto chiedere l'elemosina al parroco per avere i soldi per i libri della figila.
C'è la neoassunta che, se perdo questo posto dove vado.
C'è la ragazza di origine albanese che ha subito molestie da parte del padrone (uso volutamente questo termine) e non può denunciare.
C'è la mamma con la carrozzina, per un incidente. Che poi si scoprirà essere un incidente sul lavoro, non denunciato perché così ha potuto mantenere il posto, come impiegata.

Fino a dove puoi spingerti nelle rinunce, per tenerti un posto del lavoro?
Sono solo 7 minuti, ma teniamo il posto, si dicono. Vogliono tutte dire di si, eccetto la loro rappresentante.
E invece.. mentre i capi e anche la manager francese aspettano la loro risposta, iniziando anche a spazientirsi, le donne iniziano a ragionare. A discutere.
Sono solo 7 minuti, in una pausa di 15 minuti complessiva.
Il confronto diventa uno scontro tra le operaie: si rinfacciano accuse, favoritismi, razzismi.
Emergono le paure.
Voi albanesi, voi romene siete venute qui e accettate qualsiasi condizione.
Il momento è quello che è, e siccome è quello che è possono chiederci qualunque cosa, tutto quello che vogliono, ma un pezzo alla volta..

Io posso benissimo mangiare mentre lavoro.. con una mano mangio con l'altra lavoro...
Sono solo 7 minuti, su 15 minuti di pausa. Che una volta era di 45 minuti, poi 30, poi 15...
Con una lettera l'azienda ottiene 7 minuti di lavoro in più, che fanno 900 ore di lavoro al mese, come se ci fossero altre operaie.
Assumere senza assumere.

La paura, il bisogno di sentirsi protette (dalla perdita del lavoro, ma anche da chi ti sta vicino, perché non puio fidarti di nessuno).
La paura è dappertutto.
Vorrei che questi film fosse visto, anche dai signori che disquisicono di lavoro (e di diritti, e di voucher, e di produttività) senza sapere nulla del mondo reale.

A proposito di produttività:
Per i risultati conseguiti nel 2016, Fiat Chrysler Automobiles ha premiato il suotop manager, Sergio Marc h i on n e ,con 10,6 milioni di euro. Per l’ad le inchieste americane ed europee sui veicoli diesel non hanno comportato evidentemente problemi.Ha percepito 3,6 milioni di stipendio (come nel 2015), 6,1 di bonus e poco più di 900 mila euro per altri compensi. Il presidente John Elkann ha incassato 2,4 milioni. Il manager italocanadese lascia al suo successore (ha detto di volersene andare nel 2018) diversi problemi oltre ai debiti. Delle inchieste avviate da una parte all'altra dell'Atlantico sembra ormai prossima alla chiusura solo quella in Germania. Dopo la denuncia da parte dell'Epa, l'Agenzia per la protezione ambientale Usa, il gruppo è indagato dall'autorità di Borsa, laSec, dal Dipartimento di Giustizia e dai procuratori generali di alcuni Stati. Il sospetto è che Fca abbia manipolato sulle emissioni (ipotesi respinta dal costruttore): nella peggioredelle ipotesi rischia fino a 4,6 miliardi di multa, oltre agli indennizzi. Con Donald Trump è però quasi una certezza che la sensibilità sui temi ambientali non sarà la stessa dell'Amministrazione Obama. Fca ha confermato indagini anche in Italia e Olanda, ene rischia una in Francia. Tutto questo non ha influenzato il maxi stipendio di Marchionne. Non èperò un caso isolato. In Germania il tema è esploso dopo i 12 milioni di buonuscita per 13 mesi di lavoro dati a Christine Hohmann Dennhard, la ex giudice costituzionale liberata da Daimler. Prima di essere costretto a dimettersi, Martin Winterkorn ne incassava 15 in Volkswagen. Dieter Zetsche di Daimler nel 2015 era risultato il dirigente più pagato delle 30 società quotate a Francoforte. Per il 2016 è stato quasi doppiato da Bill McDermott di Sap. Tra i paperoni dell'auto ci sono MaryBarra di Gm, (15,9 milioni) e Carlos Ghosn di Renault e Mitsubishi (16).Mattia Eccheli su Il fatto Quotidiano

29 gennaio 2017

Lettere da Berlino - il film di Vincent Perez






Nella Germania di Hitler c'è stata una resistenza interna, contro il regime, contro l'oppressione nei confronti della popolazione, la restrizione dei diritti.
Uno di questi è stato raccontato dallo scrittore Hans Fallada nel suo libro "Ognuno muore solo" (Sellerio): il regista Vincent Perez ne ha tratto un film "Lettere da Berlino" in cui si racconta dell'opera coraggiosa di Otto e Anna Quangel.
Dopo la morte del loro figlio, sul fronte francese, decidono di scrivere delle cartoline contro Hitler, contro la guerra, contro la repressione delle libertà, che verranno lasciate dentro i palazzi della capitale tedesca.
Saranno in tutto 285 cartoline, di cui 267 finiranno in mano alla polizia criminale.
Diciotto, almeno diciotto, rimarranno in circolazione, come un seme per un nuovo sentimento di libertà.

Il trailer


Un tentativo solo velleitario, un inutile sacrificio (i due coniugi verranno arrestati e giustiziati dalle SS)?
"Se tanta gente getta sabbia nell'ingranaggio, la macchina si interrompe ..Nei miei sogni vedo tanta gente che getta sabbia negl’ingranaggi".

Queste sono le parole di Otto Quangel, trasposizione letteraria di Otto Hampel: la storia raccontata da Hans Fallada è infatti una storia vera, una storia di coraggio e di resistenza contro un regime che, come racconta bene il film, basa la sua forza solo sulla paura che impone nei confronti dei cittadini e sull'effimera esaltazione dei risultati della guerra.  

22 gennaio 2017

Tu che puoi diventare Jeeg


Avendolo perso al cinema, Ho avuto la fortuna di vedere il film di Gabriele Mainetti “Lo chiamavano Jeeg robot”: un po' film d'azione, un po' anche favola moderna di un paese che, minacciato dalle bombe di un nemico insidioso, ha bisogno del suo super eroe per salvare le persone.
Finisce così, il film: il ladruncolo che diventa supereroe suo malgrado (Claudio Santamaria), che dopo aver sconfitto il suo nemico (un grandissimo Luca Marinelli), si rende conto che ora dovrà usare i suoi poteri per salvare tutti.
“Sfortunato quella terra che ha bisogno di eroi” era una celebre frase attribuita a Brecht.
Siamo noi quel paese sfortunato.

Immagine presa da Il Post

Ho visto le immagini del recupero dei dispersi sepolti sotto la valanga all'hotel Rigopiano: la gioia dei vigili del fuoco, degli alpini, delle forze dell'ordine e dei volontari quando dopo ore e ore di fatica riuscivano a tirar fuori, viva, una persona.
La loro gioia, è anche la nostra.
I nostri eroi.
Quando questa storia sarà finita, però, potremmo anche parlare di come in Italia sappiamo gestire, a volte anche abbastanza bene, le emergenze. Ma malissimo la gestione post emergenziale, quando passate le settimane la gente rimane sotto le tende o nei container.
E, altrettanto male, anzi, in modo quasi criminale, la parte prima, quando si costruiscono le cose, quando si dovrebbe fare manutenzione degli argini dei fiumi, dei boschi.
Quando si decide di cementificare zone rischio alluvionale, quando si decide di costruire in zone a rischio sismico, quando non si fanno sufficienti controlli sul rispetto dei criteri di costruzione.
Oppure quando si mettono su carta le grandi riforme, su province e sul corpo forestale (accorpato ai carabinieri), senza pensare alle conseguenze pratiche. Chi fa cosa, poi. Chi si prenderà le responsabilità, poi, su un determinato aspetto. Le strade, il sale quando nevica.
Verrà forse un giorno in cui non avremmo bisogno più di questi super eroi.

La vignetta di Makkox, a Gazebo di mercoledì 20 gennaio



Perché si interverrà prima, nelle città e nei borghi isolati sulle montagne, affinché una nevicata, o un evento temporalesco particolarmente importante possa essere osservato da casa, al caldo.

Un'ultima cosa.
Nel mondo dei super eroi, il nemico di solito è un qualcosa che viene da fuori. Dallo spazio. Oppure un pazzo che vuole conquistare il mondo.

A Rigopiano, sull'appennino marchigiano e abruzzese (e prima ancora a l'Aquila, a Genova,..) il nemico siamo anche noi.

Il finale del film "Lo chiamavano Jeeg Robot" e quel bisogno dell'eroe che veglia sulle nostre vite:
Voce Narrante: Che cos'è un eroe? È un individuo dotato di un grande talento e straordinario coraggio, che sa scegliere il bene al posto del male, che sacrifica se stesso per salvare per gli altri, ma soprattutto... che agisce quando ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Enzo Ceccotti era davvero un supereroe, come ama definirlo oggi la gente? I benpensanti commiserano le terre sventurate e bisognose di eroi. Ma la verità è un’altra: la presenza di qualcuno che veglia sulle nostre vite ravviva la speranza in un futuro migliore. Purtroppo, oggi, questo qualcuno… non c’è più. Da Tor Bella Monaca, Roma, è tutto. A voi studio.Telegiornale: Passiamo ora allo sport. Domenica prossima, di nuovo in campo, le squadre capitoline: La Roma affronterà la Juventus, mentre Lazio…

07 gennaio 2017

Ritratto dell'Italia e degli italiani di Dino Risi

In occasione dell'anniversario della nascita, mi sono fatto una personale rassegna cinematografica dei film del regista Dino Risi (in attesa che magari un giorno siano trasmessi in prima serata dalla Rai).
Cominciando da due film, meno noti degli altri: La marcia su Roma del 1961 e In nome del popolo italiano del 1971, entrambi con protagonisti Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi.

Il primo film è il racconto della marcia su Roma, il tentativo di colpo di Stato usato da Mussolini per fare pressioni sul re per entrare a Palazzo Chigi, dalla porta principale e non marciando assieme alle squadracce.
Domenico Rocchetti (Gassmann) e Umberto Gavazza (Tognazzi) sono due reduci della guerra: il primo sopravvive scroccando qualche lira ai passanti fingendo di essere ex commilitoni, il secondo è un contadino senza lavoro, che vive mal sopportato sulle spalle del cognato.
Siamo nel 1919 e in via San Sepolcro è appena nato il partito fascista, con a capo l'ex socialista Benito Mussolini: nel piano delle riforme è previsto il passaggio alla repubblica, la libertà di stampa, la fine dei titoli nobiliari, la terra ai contadini, le libere elezioni ..
Più per scroccare un pasto che per vera convinzione, Rocchetti entra in una delle “squadracce” e, in campagna fuori Milano incontra Gavazza.

Sono gli anni in cui le squadracce venivano usate per mostrare come il fascismo avrebbe ripristinato l'ordine, per esempio prendendo il posto dei netturbini in sciopero.
Finiti in carcere dopo uno scontro con la polizia, vengono liberati dai camerati che irrompono a San Vittore (il prefetto di Milano, fascista, aveva lasciato campo libero).
Siamo nel 1922 e si prepara la marcia su Roma che vedremo raccontata con gli occhi di questi due disgraziati che, man mano che scendono sulla capitale, hanno modo di ricredersi sulle presunte “riforme” del fascismo.
Niente libertà di stampa, visto che bruciano le tipografie che stampano giornali di sinistra.
Niente libere elezioni, visto che nel 1919 le hanno perse e la prossima volta si faranno a modo nostro.
Niente terra ai contadini e niente abolizione dei titoli nobiliari, visto che i latifondisti e i nobili sono i finanziatori dei gerarchi fascisti.



Riusciranno, come eroica impresa, a far bere un bicchiere di olio di ricino al magistrato in pensione che li aveva fatti condannare anni prima, ricevendone però una lezione di dignità e di civiltà.


Arriveranno anche loro a Roma: ma almeno butteranno giù il re Mussolini e i suoi gerarchi?
“ma mica possono dare il governo a gente così, vedrai che ora le cose cambiano da così a così” dice Gavazza ..
Mentre dal palco, il registra fa dire al re, parlando al suo aiutante di campo

 «Ammiraglio, spassionatamente, cosa ne pensa di questi fascisti? Crede che mettiamo il paese in buone mani? Mi dica fuori dai denti qual è il suo parere, perché siamo ancora in tempo a sbatterli fuori, néh!», «Spassionatamente, Maestà, mi sembra gente seria.» «Ma sì, proviamoli per qualche mese!»  





Nel film In nome del popolo italiano siamo in piena democrazia, nei primi anni '70: il giudice istruttore Bonifazi (Tognazzi) è uno di quei magistrati che all'epoca venivano chiamati pretori d'assalto, perché si permettevano di aprire fascicoli contro nomi importanti dell'industria e dell'imprenditoria.
Per esempio contro gente come il dottor Santenocito, presidente di una azienda di plastiche che inquina il tratto di mare dove il giudice va a pescare. Ma anche costruttore edile molto ammanicato con la politica, uno di quei capitani di industria che ogni anno prendono premi per il loro lavoro.
Il nome di Santenocito viene fuori in un caso di cui si occupa Bonifazi: una ragazza venuta dal paese a Roma, grazie alla raccomandazione del dottore e che a Roma faceva la escort di lusso per aiutare quegli incontri di affari che si chiudono meglio a tavola che non negli uffici. E ancora meglio si chiudono a letto.
Come si vede, questo paese non è cambiato molto da allora.

L'indagine di Bonifazi punta su Santenocito, sull'alibi della sera in cui la ragazza è morta, avvelenata e con segni di percosse sul corpo.


Dopo un primo tentativo di sfuggire alla macchina della giustizia, l'industriale cerca poi di comprarsi la benignità del giudice, invitandolo a pranzo, ammiccando, strizzando l'occhio ..
Con Bonifazi non funziona: sotto una pioggia battente, l'industriale accusa il giudice di essere prevenuto nei suoi confronti, di non essere un buon giudice.
Forse ha ragione: il giudice vede in quell'industriale il simbolo di tutti i mali dell'Italia. I mari inquinati, le strade che crollano, la speculazione edilizia, la corruzione per le opere pubbliche, un sistema corrotto che va avanti solo grazie alle relazioni con cui si protegge da servitori dello stato come Bonifazi.
Tutto questo esplode nel finale, evocativo, dove, duranti i festeggiamenti per la vittoria dell'Italia sull'Inghilterra, Bonifazi continua a rivedere Santenocito in mezzo alla folla, una volta come tifoso, una volta come paracadutista (che canta la canzone di Giarabub), un'altra vestito da prostituta ..


In man ha le prove della sua innocenza, non ha ucciso la ragazza. Le prove vengono gettate nelle fiamme di una macchina incendiata dai tifosi ..

Il ritratto degli italiani.
In questi due film Dino Risi ha raccontato il carattere di noi italiani: quello cialtrone e opportunista di sbandati come le due camice nere, la vera natura del fascismo all'italiana, prepotente coi deboli e connivente coi potenti. L'inettitudine delle classi dirigenti, del re in prima persona e di parte degli intellettuali (uno dei personaggi è un poeta che ricorda vagamente il D'Annunzio), la facilità con cui noi italiani ci facciamo abbindolare dall'uomo forte, quel bisogno di ordine che viene usato come maquillage affinché nulla cambi, nelle classi dirigenti italiane.

E, nell'altro film, l'impossibilità da parte di un magistrato, da parte delle stesse istituzioni, di fare giustizia in un modo che, così corrotto, non si può risolvere se si rispettano le leggi stesse.

Il crollo del palazzo di Giustizia a Roma, è metafora di un paese in cui è perennemente a rischio la tenuta delle istituzioni, dove le tangentopoli si susseguono, decennio dopo decennio.
"La corruzione è l'unico modo per sveltire gli iter e quindi incentivare le iniziative: la corruzione, possiamo arrivare a dire paradossalmente, è essa stessa progresso".

24 ottobre 2016

Le confessioni, il film di Roberto Andò

L'uscita in DVD del film "Le confessioni" del regista Roberto Andò, mi ha permesso di vedere questo bel film, che mi ero perso al cinema. 
Ci sono tanti modi per raccontare, o per non raccontare, il modo degli economisti, dei potenti della terra, della finanza e del mercato.
Quello documentaristico alla M. Moore, quello dei complottisti, quello dei TG (va tutto bene..), quello degli espertoni che fanno di tutto per non farsi capire.

Roberto Andò ha cercato invece di raccontare questo mondo secondo una chiave diversa, quasi religiosa, spirituale. 
"Le confessioni" non è un film politico alla Elio Petri (come in Todo modo, per chi lo ha visto), ma un film con un taglio quasi religioso.

Siamo in Germania, in un albergo su un lago dove i potenti della terra, i ministri della Finanze riuniti per il G8 assieme al direttore del Fondo monetario, si accingono ad approvare una manovra segreta che avrà conseguenze pesanti per molti paesi.

Persone abituate a comandare si trovano di fronte ad una persona che non si lascia dominare: è il monaco certosino Roberto Salus che, dopo aver confessato Roché (il presidente dell'FMI), è in possesso di un segreto che mette a rischio il loro mondo, per il rischio (imprevisto) che lo riveli.
In finanza è un fenomeno chiamato "il cigno nero".

Nel mondo alla rovescia in cui viviamo oggi, il pericolo non sono le speculazioni sui debiti degli stati, sulle materie prime, i fondi neri nei paesi offshore, la corruzione e l'evasione. Ma un semplice monaco che li mette di fronte a questioni etiche, che nelle "confessioni" di fronte a questi politici, fa emergere i loro dubbi.

E non si fa spaventare dalle nemmeno troppo velate minacce che vengono rivolte:
"L'ortodossia mi è  indifferente, io sto dalla parte della pietà, l'unico fronte per cui vale la pena di combattere".


E' un film pieno di metafore, ed è molto bello che ci siano registi che ancora vogliano emozionare e stupire così: come un S. Franscesco, Salus è più interessato al canto degli uccelli che al fasto e al potere mostrato da questi signori.
Nel film un ruolo lo ha anche il cane Rolf, del ministro tedesco, che durante una seduta, spaventa questi ministri trasformandoli in bambini (chi è il cane? La folla inferocita che assedia i luoghi del potere?) ... 

Un apologo, che si conclude come nei film di Chaplin, con l'occhio della telecamera che si chiude sul monaco, con la sua tonaca candida, seguito dal cane.
Apologia di un mondo, quello degli economisti, staccato dalla realtà. Che si basa su formule scientifiche che sono un guscio vuoto. 
«Questa equazione è un guscio perfettamente vuoto, una formula che non corrisponde a nulla. Ma se io volessi, sarei in grado, partendo da questa formula, di far convergere, in poco tempo una enorme quantità di denaro sui mercati. Nessuno più dei politici ha bisogno di credere di poter governare quello che non si vede»
Che calpesta i diritti dei deboli:
«Io penso che anche voi economisti siate costretti a tener conto dell’infelicità» «Un certo tasso di disperazione è nell’ordine delle cose» «Che vuol dire “distruzione creativa”?» «Vuol dire che l’economia per crescere, deve prima distruggere il superfluo» «E chi appicca il fuoco?» «…questa volta non è così, bisogna prima dare uno scossone definitivo, sfoltire l’albero. Lasciare fuori qualcuno…» «Chi?»
Che si ritiene al di sopra degli Stati nazionali ("la democrazia è una frottola.."), della volontà popolare, delle Costituzioni.
«La sovranità degli Stati non esiste più, uomini come Roché possono calpestarla quando vogliono e i grandi capi del mondo ormai pendono dalle loro labbra. Sa cosa diceva? “Voi italiani avete inventato un modello di potere imbattibile, ma non siete stati in grado di farlo funzionare” … Si riferiva alla mafia»
Un film assolutamente da vedere: se in Viva la libertà si parlava della politica che parlava solo a se stessa e che non riusciva a dare una visione, in questo film l'obiettivo è puntato sul mondo degli economisti, che si ritengono sacerdoti di un culto elitario, lontano dalla società, dalle persone, dal mondo reale.
«“L’ultima forma di libertà è il silenzio”… certamente ricorderà chi lo ha scritto» «Un poeta greco» «Un grande poeta per una nazione fallita» «Ci sono fallimenti molto più grandi di quelli contabili»

14 marzo 2016

Le belle famiglie italiane

E' stato giusto un caso che, a distanza di pochi giorni, abbia visto due film diretti da registi diversi, ambientati in posti diversi geograficamente e ambientati in epoche diverse che parlano dello stesso tema: il perbenismo nella nostra società.
Parlo del film di Ettore Scola, Il commissario Pepe e dell'ultimo di Paolo Genovese “Perfetti sconosciuti”.
Il primo ambientato nella provincia Veneta (tra Vicenza e Bassano) nel 1969, tra l'inizio della contestazione e la fine del boom, il secondo ambientato nel presente.
Sembrerebbero due film quanto più distanti possibili, eppure tutti e due toccano lo stesso argomento e portano lo spettatore allo stesso (amaro) finale.

Il perbenismo di noi italiani, bravi a tenere una facciata di persone rispettabili e, dietro, i tradimenti, le cattiverie, le nostre ipocrisie. Finché si riesce a tenere questi due mondi separati, va tutto bene. Il problema è quando il marciume viene a galla.


Perché, nel film di Scola, il commissario (il grande Ugo Tognazzi) deve portare avanti un'inchiesta su reati a sfondo sessuale, sul buon costume e sulla morale: gli affittacamere che fanno lavorare le prostitute, su una nobildonna e i suoi festini, i vizietti del preside, la figlia del prefetto che riceve nelle camere di un ristorante della zona ..
Perché, nel film di Genovese, le coppie più l'amico che si ritrovano a cena decidono di fare un gioco: rendere pubblici messaggi, mail e telefonati.

Il commissario di polizia verrà fermato, quando arriva il momento di portare alla luce scandali e scandaletti: ci sono cose che è meglio tenere nascoste.
E le coppie di amici? Il gioco finirà male e le coppie esploderanno tutti i problemi che si voleva nascondere dietro la facciata del “va tutto bene”.

Ma è l'amaro finale che accomuna i due film: in entrambi i protagonisti sceglieranno di non affrontare il problema (personale). Meglio la finzione.


Pepe, quando scoprirà che anche la sua fidanzata (amante) è in un giro di foto “artistiche”, sceglierà vigliaccamente di non far nulla.

"Perché voi siete tutti leoni?".

12 giugno 2015

Signore e signori, buonanotte

Paolo T. Fiume: Siamo qui in Piazza Montecitorio in attesa di una personalità che in questi giorni è al centro di vivaci polemiche e sconcertanti interrogativi. Oh ma, eccolo. Signor Ministro mi consenta alcune domande per conto di Tg3.Ministro: Purché si sbrighi, per favore.Paolo T. Fiume: Lei è al corrente delle gravi accuse che le sono state mosse riguardo ai fondi sottratti alle mense degli orfani? Si parla di duecento miliardi.Ministro: Certo, certo che ne sono al corrente.Paolo T. Fiume: Ecco, e non crede che sarebbe opportuno in attesa di conoscere la verità, di dare le immediate dimissioni dalla sua alta carica?Ministro: Giovanotto, dimettermi mai. Questa sarebbe una mossa sbagliata.Paolo T. Fiume: Lei vorrebbe dire che le sue dimissioni sarebbero un implicito riconoscimento delle accuse?Ministro: Ma no, no, io non mi dimetto per combattere la mia battaglia da una posizione di privilegio! Dal mio posto posso agevolmente controllare l'inchiesta, inquinare le prove, corrompere i testimoni, posso insomma fuorviare il corso della giustizia.Paolo T. Fiume: Onorevole ma non è irregolare? Dico, contro la legge?Ministro: Ah, no giovanotto. Io le leggi le rispetto e soprattutto la legge del più forte! E siccome in questo momento io sono il più forte, intendo approfittarne, è mio dovere precipuo.Paolo T. Fiume: Ma dovere verso chi, scusi?Ministro: Ma verso l'elettorato che mi ha dato il voto per ottenere da me posti, licenze, permessi, appalti, perché li spalleggi in evasioni fiscali, in amministrazioni di fondi neri, crolli di dighe mal costruite, scandali, ricatti, contrabbando di valuta!Paolo T. Fiume: Scusi ma... ma che cacchio sta dicendo?Ministro: Io sto dicendo che l'elettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me? Addio ragazzo. Andiamo, andiamo.Paolo T. Fiume: Ma... ma tu guarda che fijo de 'na mignotta! [qui il video]
Da un episodio del film "Signore e signori buonanotte" un film collettivo satirico italiano del 1976, scritto e diretto da Age, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli e Ettore Scola.

Il film è del 1976. E ogni riferimento a fatti dell'attualità non è proprio casuale.

30 novembre 2014

Quando gli immigrati eravamo noi (italiani del sud)

Gli immigrati che rubano il lavoro.
Gli immigrati che si prendono le case.
Gli immigrati che pretendono diritti senza rispettare alcun dovere.
Basta immigrati ...

Ecco, questa parola, "immigrati", una volta era rivolta contro (perché è una parola contro) altri italiani. Recentemente mi è capitato di rivedere "Sbatti il mostro in prima pagina", il bel film di Bellocchio sul giornalismo che si presta alle speculazioni politiche.


Ecco, ad un certo punto, il capo redattore Roveda da una breve lezione di giornalismo, per come lo si intende in un giornale di parte e reazionario (una volta si sarebbe detto così).
Si parla di immigrati.
BIZANTI: “Ah ecco...bravo Roveda… siediti là. Tu sai quante copie tira il Giornale vero?”ROVEDA: “ 500.000 ”BIZANTI: “ Tutta l’opinione che conta nel paese… Sì gente che magari legge anche altri giornali…di altro colore, ma che alla fin fine si rivolge a noi, al Giornale…. per sentire dalla sua voce..una parola pacata e definitiva. E questa voce Roveda… deve essere sempre la stessa…dalla prima riga dell’editoriale all’ultimo annuncio economico.”ROVEDA: “ Sì, sono d’accordo.”BIZANTI: “Chi è il nostro lettore? E’ un uomo tranquillo, onesto, amante dell’ordine…. che lavora, produce, crea reddito! Ma è anche un uomo stanco Roveda, scoglionato, i suoi figli invece di andare a scuola fanno la guerriglia per le strade di Milano…i suoi operai sono sempre più prepotenti, il Governo non c’è! Il Paese è nel caos!…apre il giornale per trovare una parola serena, equilibrata, e che cosa ci trova?!.... Il tuo pezzo Roveda!.... Ho copiato parola per parola il tuo occhiello e il tuo titolo:« DISPERATO GESTO DI UN DISOCCUPATO - SI BRUCIA VIVO PADRE DI CINQUE FIGLI», ora io non sono Umberto Eco e non voglio farti una lezione di semantica applicata all’informazione, ma mi pare evidente che la parola , «disperato» è gonfia di valori polemici…se poi me lo unisci alla parola «disoccupato»… «disperato-disoccupato» beh allora ci troviamo di fronte a una vera e propria provocazione…”ROVEDA: “Maaah…”BIZANTI: “Compiuta la quale, tu prendi questo pover uomo direttore e gli sbatti in faccia 5 orfani e un cadavere carbonizzato! Noh, dico, cosa vogliamo farne di questo pover uomo direttore? Un nevrotico? Ti ha forse dato fuoco, lui??....Vogliamo vedere di rifare insieme questo titolo? Può capitare a tutti di sbagliare noh? Scrivi: «DRAMMATICO SUICIDIO» «drammatico-suicidio» due parole, «DI» , cos’è un calabrese il poveretto?”ROVEDA: “Si”BIZANTI: “Ecco, «DI UN IMMIGRATO» «immigrato» una parola sola che contiene implicitamente il disoccupato e il padre di cinque figli, ma da anche un’informazione in più!”ROVEDA: “Certo”BIZANTI: “Il succo della notizia, la sintesi….il lettore apre il Giornale, guarda, se gli va legge, se non gli va tira via, ma senza avere la sensazione che gli vogliamo rompere i coglioni! Senza sentirsi lui responsabile di tutti i morti che ci sono ogni giorno nel mondo….comunque il pezzo è eccellente! sì magari c’è qualche parolina in più, qualche aggettivo da limare, per esempio quel «LICENZIATO»…”ROVEDA: “«RIMASTO SENZA LAVORO»”BIZANTI: “«RIMASTO SENZA LAVORO». Bravo! Dacci dentro Roveda, che la stoffa c’è!…adesso lo ricopi e lo porti direttamente in composizione, vai.”