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10 aprile 2012

L'Italia della Uno bianca - pretesti di lettura

Alcuni spezzoni dal libro "L'Italia della Uno bianca", di Giovanni Spinosa.



"Chissà che questo libro, oltre a sbugiardare le comode 'verità' della Uno bianca, non convinca qualcuno che sa a parlare."
Marco Travaglio.


"Il vero business dei Savi era il traffico di armi intessuto con elementi della criminalità catanese e campana."
pagina 359


"Se fossimo stati arrestati qualcuno ci avrebbe tirato fuori."
Roberto Savi rassicura il fratello, 21 novembre 1994.
pagina 9


"Roberto Savi non sa nemmeno a chi ha sparato; non gli interessa. È una verifica che devono fare i periti." [riferendosi all'omicidio della guardia giurata per la rapina alla coop di Rimini]
pagina 318 


"La storia dei fratelli Savi è la storia di un grande depistaggio... con i delitti finalizzati a inserire in un contesto di serialità altri delitti più gravi."
pagina 330


"- Fai quello che devi fare. - Ti devo sparare."
Roberto e Fabio Savi.
pagina 303-304


"Sa fet, delinquent! (Cosa fate, delinquenti!)."
Le ultime parole di Adolfino Alessandri, colpito a morte senza un perché.
pagina 115


"I dieci anni di 'furia omicida' di Cosa nostra (dal Natale 1984 all'aprile del 1994) si sovrappongono quasi integralmente ai sette anni di furore omicida della Uno bianca."
pagina 408


"La Uno bianca era un timbro."
Alberto Savi.
pagina 380


"Chissà che questo libro, oltre a sbugiardare le comode 'verità' della Uno bianca, non convinca qualcuno che sa a parlare."
Marco Travaglio, nell'introduzione al libro. 


L'intervista a Giovanni Spinosa su Affaritaliani riportata su Cadoinpiedi:



Sono passati 17 anni dall'ultima azione della banda della Uno Bianca. Perché scrivere ora questo libro?
"Ho iniziato a occuparmi della Uno Bianca nel 1988, quando ero alla Procura di Bologna. Ho sempre seguito una certa strada, sono sempre stato convinto che le loro azioni si inserissero in un contesto criminale molto più ampio. Questo anche se all'inizio non era facile collegare tutte le vicende. Quando sono stati arrestati i fratelli Savi, fin dai primi interrogatori fui convinto che dicessero un sacco di bugie. Al processo per l'eccidio del Pilastro capii che avevo ragione. La sentenza diede ragione alla mia tesi, ovvero che i Savi rientravano in un grande disegno della criminalità organizzata nel quale facevano parte personaggi contigui alla trattativa con i servizi segreti per la liberazione del camorrista Cirillo. Tutto questo viene scritto nella sentenza e io pensavo di avercela fatta, di essere riuscito a scardinare l'interpretazione che si era data della Uno Bianca. Poi mi sono accorto che non era così. A quel punto mi sono reso conto che non c'era più spazio, ho restituito tutte le deleghe e non mi sono mai più occupato della vicenda. Non ho mai letto un libro o visto film, niente di niente... quando vedevo degli articoli sui giornali chiudevo gli occhi e andavo oltre. Poi due anni fa mi hanno proposto un'intervista per una trasmissione televisiva e mi sono lasciato convincere. Per me è stato molto difficile sul piano umano risalire la scaletta e prendere dal mio ripostiglio le fotocopie di tutti gli atti della Uno Bianca. Poi però non si è più fatto vivo nessuno. Nonostante questo, il programma l'hanno fatto comunque e ancora una volta ho visto le solite banalità. Mi sono cadute le braccia. A questo punto ho pensato che avevo il dovere di scrivere qualcosa. Davvero. Non sono uno scrittore, e dopo questo non scriverò altri libri. Scrivo e voglio continuare a scrivere solo atti giudiziari".


Perché media e giustizia si sono appiattiti su una versione, come la definisce lei, "semplicistica" sulla vicenda Uno Bianca?
"Non lo so, non l'ho mai capito. Il giorno che uscii la sentenza del processo Medda il giudice venne autorizzato a fare una conferenza stampa nel quale disse: 'Crediamo che i Savi fossero al Pilastro insieme a soggetti legati ad ambienti camorristi'. Lo ha detto pubblicamente. Io non so come sia stato possibile fare finta di niente. Credo ci siano anche dei fattori psicologici da tenere in considerazione. Non si vedeva l'ora di risolvere la questione perché la gente aveva paura. Ma non si è tenuto conto di dati di fatto inconfutabili. Dal 1984 all'Italia c'è uno stragismo mafioso. Si è voluto a un certo punto andare dietro alle piste eversive e al concetto delle 'schegge impazzite' che ripercorrono Gladio, la banda del Brabante Vallone e tutto il resto. Dimenticando che dalle bombe sul rapido 904 del 1984 messe da Pippo Calò lo stragismo è legato alle azioni della mafia. Poi può essere anche eversivo, ma il primo aggettivo da mettergli di fianco è senza dubbio mafioso. E' uno stragismo diverso da quello precedente. Le bombe di piazza Fontana e piazza della Loggia erano azioni golpiste. Ma dal 1984 lo stragismo magioso ha pochi golpe da fare visto che in buona parte lo Stato sono loro. Era evidente che i Savi si inserissero all'interno di un ingranaggio molto più vasto e complesso".


Com'è possibile che nei vari processi si sceglie di credere sempre alle confessioni dei Savi e tralasciare invece le parecchie testimonianze di cittadini e vittime delle rapine o violenze?
"La risposta alla sua domanda è una frase di Roberto Savi. A un certo punto il perito Farneti smentisce la ricostruzione che sta facendo di una delle loro rapine e lui risponde: 'Farneti può dire quello che vuole, perché solo chi c'era può dire quello che è successo'. Questa frase è stata come un macigno messo sopra le indagini. Allora o si ha la capacità di operare una lettura organica e di cogliere i fatti nel loro insieme e vedere come messi uno di fianco all'altro hanno una coerenza, oppure l'affermazione di Savi ti tappa la bocca ed è impossibile avere la forza di controbattere. Era difficile, davvero difficile, andare contro il comune senso di liberazione che c'era nel pensare di aver trovato i colpevoli. Era complicato dire: 'Fermi tutti, non è vero niente'. E invece i Savi avevano messo in atto una radicale organizzazione del depistaggio".


Che ruolo hanno allora i Savi nella storia della Uno Bianca?
"Sono l'ultimo anello. Ci sono degli episodi clamorosi, dove è evidente che c'è qualcosa che passa sopra le loro teste. Una volta dicono di aver parcheggiato l'auto in un posto ma viene ritrovata da tutt'altra parte. Un'altra volta viene ritrovato nella loro auto il bossolo di un revolver che i Savi non hanno mai avuto. La Corte d'Assise deve arrivare a ipotizare che il bossolo è stato esploso da un'arma rubata dai Savi durante una rapina dei quali entrambi hanno perso il ricordo e della quale non c'è traccia. E rubare una calibro 357 non è una cosa che passa molto inosservata. In molti casi i Savi non erano nemmeno consapevoli di quello che stava accadendo".


Che cosa ci guadagnano a confessare colpe non loro?
"I Savi sono segnati. E' dal 30 gennaio 1988 che la loro condanna all'ergastolo è inevitabile. La domanda da fare allora è un'altra: 'che cosa sarebbe cambiato se loro avessero detto che si erano limitati a fornire le armi?'. Dal punto di vista giudiziario, avrebbero comunque avuto l'ergastolo. Ammettere di aver agito insieme a personaggi della criminalità organizzata poteva portargli il rischio di un regime carcerario più duro. Senza contare l'argomento dei benefici penitenziari: chi viene condannato per reati di mafia deve dimostrare la rottura dei rapporti con il mondo esterno. Loro invece oggi non devono dimostrare nulla perché ufficialmente hanno fatto tutto da soli. E poi non si dimentichi che a un certo punto i Savi provano a parlare. Dopo il primo ergastolo Roberto dice che ha raccontato una valanga di bugie. Lo ripete anche Alberto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere facendo anche dei nomi di personaggi di Poggiomarino. Ma non è stato fatto niente per indagare. La versione della 'banda famigliare' era troppo comoda". 


Nell'estate 1993 le principali città italiane vengono colpite dalle bombe: Milano, Firenze, Roma. Come mai Bologna viene risparmiata?
"Perché Bologna aveva la Uno Bianca. Mi venne immediatamente in mente in quell'estate. Quando nel novembre dell'anno dopo vengono preso i Savi ho capito tutto. Poi recentemente vengo anche a sapere che per gli attentati di quel luglio erano state usate della Fiat Uno. C'è addirittura un pentito che racconta che a costo di rubare una Fiat Uno è arrivato fin sotto una questura. Qualcosa vorrà dire".


Come ha reagito quando è stato isolato all'interno della Procura di Bologna?
"Io sono un magistrato, e lavoro in un ufficio gerarchico. Ho capito che la mia linea non era condivisa e mi sono tolto di mezzo. Per me è stata una sofferenza, non volevo andarmene via. Però sentivo davvero di essere diventato una specie di capro espiatorio, anche per gli organi di stampa".


Pensa che qualcuno possa definire il suo libro come "complottista"?
"L'esplosivo del 1984 è lo stesso delle bombe degli attentati di via D'Amelio e di Capaci. Questi sono dati di fatto. Io credo di aver dimostrato con molteplici fatti che i Savi non erano soli e che hanno preparato un depistaggio gigantesco. Non volerlo capire significa rassegnarsi a non scoprire la verità su una pagina oscura della storia del nostro Paese. L'esistenza di un complotto sta nei fatti e non nei libri".


Recentemente è uscito Occhipinti dal carcere, uno di quelli che avrebbero aiutato i Savi nelle loro rapine. Pensa che il caso si possa riaprire?
"Spero sinceramente di sì. E ci credo, anche".


Lei è stato uno dei primi a indagare sulle infiltrazioni mafiose al Nord. Trent'anni fa quanto era difficile affermare che la criminalità organizzata si stava estendendo anche nelle regioni settentrionali?
"Ma guardi, vada dalle parti di Sassulo, di Reggio Emilia o di Modena. La presenza della mafia sul territorio è fortissima, l'economia la controllano loro. Se vogliamo dirla tutta, la vicenda della Uno Bianca ha avuto come effetto collaterale anche quello di bloccare tutte le indagini a questo proposito. Nel 1984 quando esplodono le bombe di Pippo Calò sul rapido 904 stavo indagando su tale Salvatore Rizzuto. Rizzuto era un fedelissimo di Calò e grazie all'interruzione dell'inchiesta è riuscito a portare a termine un affare spaventoso che lo ha fatto diventare il re di tutte le bische della Romagna. La mafia al Nord è di casa. Io oggi lavoro a Teramo, ma gli amici che ho lasciato in Emilia mi dicono: 'Le stiamo prendendo dappertutto'".


L'Italia della Uno Bianca di Giovanni Spinosa

L'Italia della Uno bianca

"Una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare"
Ecco un altro appassionato di dietrologia che vuole vedere misteri ed enigmi anche laddove non ce ne sono !
Questa potrebbe essere, più o meno, la reazione del lettore medio alla lettura del titolo di questo titolo, e soprattutto di quanto segue sotto: “una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare”.
Ma, come, non c'è già stato un processo, anzi più processi, contro
i membri della Uno Bianca? Non ci sono già state delle condanne con sentenza passata in giudicato? Non sono stati i fratelli Savi (Roberto il “ragioniere”, il poliziotto della questura di Bologna, e Fabio, il “fantasista”, con la complicità del fratello Alberto e di altri poliziotti) a compiere quella scia di sangue? 82 delitti, 23 omicidi, centinaia di feriti .. 

Tutto vero. 

E allora perchè questo libro?
Forse perchè, le sentenze, le confessioni (troppe confessioni), anche di delitti ancora da scoprire o di delitti per cui altri imputati erano già finiti davanti al giudice, (come per il processo Medda per lastrage del Pilastro e per il processo contro la banda Amato, composta da rapinatori catanesi), comunque lasciano scoperte delle zone d'ombra. 
Perché le confessioni dei due fratelli sembra costruite a tavolino perché entrambi non ricordano certi episodi e particolari specifici, su altri mentono entrambi o fanno finta di non ricordare. 
Mettendo assieme uno dopo l'altro i fatti, come ha fatto il magistrato autore del libro, si scopre che dietro i delitti della Uno Bianca, non possono esserci solo i Savi, ovvero una “impresa criminale a struttura familiare”.
Troppe testimonianze parlano di altre persone sui luoghi dei crimini, di altre macchine che si allontanavano dal luogo della rapina dopo aver raccolto i responsabili , ci sono pistole che hanno sparato contro delle vittime che non appartengono ai Savi ..

Bisogna iniziare a distinguere tra i delitti della banda della Uno Bianca e i delitti (non del tutto slegati) della banda dei fratelli Savi.
Che qualcosa non torni, in questa storia di rapine, assalti a banche e coop, omicidi gratuiti e senza un perchè ci sono tante cose: prima di tutto la pista che portò ai Savi, da parte dei due ispettori della polizia Baglioni e Costanza.
Da qui inizia il suo lungo percorso Spinosa: dalla scoperta casuale della residenza di Roberto Savi, a Torriana, seguendo una punto bianca con la targa sporca (che aveva attirato l'attenzione dei due ispettori), che però è risultata non appartenere a nessuno dei fratelli.
Una circostanza che la stessa corte d'Assise di Rimini ha stabilito essere una “concomitanza di circostanze fortuite e sicuramente irripetibili”.
“La Fiat Tipo bianca che passò davanti alla banca era, quindi, la macchina di uno sconosciuto; quella parcheggiata davanti all’abitazione di Fabio Savi apparteneva a un innocuo vicino. (…) (…) Baglioni e Costanza non avrebbero avuto alcuna ragione d’insospettirsi per il passaggio di una Fiat Tipo (macchina che, in teoria, non avrebbe dovuto nemmeno essere segnalata come collegata ai banditi della Uno bianca) davanti alla banca, se tale passaggio non avesse avuto caratteristiche particolarmente sospette e reiterate. Verrebbe da dire: adescanti.”
Non si fa della dietrologia spicciola allora se si inizia a chiedersi perchè i Savi si sono incolpati di crimini di cui altri erano già sotto processo (i catanesi del Pilastro, Marco Medda un camorrista vicono alla NCO di Cutolo).
Quale era il loro vero ruolo in certe rapine: forse erano solo i fornitori di mezzi e armi (da qui si spiega il perchè delle targhe anteriori delle auto smontate, forse come segnale per i veri rapinatori).
Qualcuno voleva imbeccare i due agenti sulla pista giusta, e consegnare i Savi alla polizia, quando ormai si sapeva che erano bruciati?
Perchè i Savi, quando ne ebbero la possibilità non scapparono all'estero, non nascosero le armi che li inchiodavano ai loro reati? Perchè raccontarono alcune delle loro “imprese” alle rispettive fidanzate (il “fumarone” alla coop di Casalecchio di Reno)? Che fine hanno fatto i profitti delle loro azioni (1,9 miliardi di lire)? Come mai nelle loro abitazioni sono state trovate così tante armi, che nemmeno usarono nella loro vita criminale? Per chi erano a disposizione?

Per arrivare a dare una risposta ai perchè (perchè quella violenza, hanno fatto tutto da soli, quali erano i loro reali obiettivi, perchè si sono presi anche colpe che potrebbero essere non loro, perchè non parlano, ..) Spinosa ricostruisce la storia della banda, seguendo le orme della sua evoluzione, dai primi colpi del 1987, fino all'arresto del 1994.
Mostrando una cosa all'apparenza poco scontata: la loro evoluzione criminale è stata tutt'altro che lineare, ovvero da piccoli furti, a furti via via più complessi, feroci o remunerativi.
No, usando una metafora dal mondo animale, Spinosa parla di evoluzione a “cespuglio”.
Ovvero una evoluzione con nel mezzo delle discontinuità, come se a compiere certe azioni non fossero le stesse persone. 

Dalla seconda parte del libro: “Una lunga scia di sangue”
- Dalle rapine ai caselli agli assalti alle coop (1987-1989)
Per quale motivo i Savi decisero di passare dai caselli, alle rapine alle coop, più complicate militarmente e logisticamente da gestire?
Nell'assalto alla coop di via Gorki, chi sparò alla guardia Picello, alle spalle, mentre i due malviventi furono visti scendergli dal davanti?
Perchè spararono ad Adolfino Alessandri, colpevole solo di avergli gridato “Sa fet, delinquent!”.
Perchè quel colpo di fucile gratuito al casello di S Lazzaro nel 1988: forse per collegare quella nuova arma (il fucile a pompa) ai delitti della Uno Bianca?
Perchè le auto senza targhe anteriori, perchè i Savi non ricordano questo particolare? 
Quale altra arma non posseduta dai Savi ha sparato ai carabinieri Stasi ed Erriu, colpevoli solodi essersi imbattuti nella banda della Uno Bianca che si stava preparando ad un altro colpo?

- Furore omicida. Dalla prova del fuoco ai delitti senza maschera.
Sono i mesi delle morti senza un motivo particolare: non è razzismo (Roberto aveva una fidanzata nigeriana), né può essere stata una scelta dettata da uno scatto d'ira. 
Il ferimento di Akesby (la prova del fuoco di Fabio Savi?), l'omicidio di Primo Zecchi, l'assalto al campo nomadi di Santa Caterina e quello in via Gobetti. Fino agli omicidi di Pasqui e Pedini, durante una rapina al distributore.

- L'eccidio del Pilastro. Una sistematica e consapevole ricerca del caos (4 gennaio 1991).
Qui, della ricostruzione dei Savi (che ha permesso la scarcerazione di Antonio Medda), non convince nulla.
La posizione degli spari, come è iniziato l'agguato, perchè sono stati uccisi i tre carabinieri Mitilini, Stefanini e Moneta (morto con le armi in pugno). Cosa avevano visto, nel loro giro di pattuglia?
- Omicidi senza un apparente perchè (9 gennaio – 28 agosto 1991).

L'omicidio nell'armeria di Volturno (Ansaloni e Capolungo), l'omicidio Mirri e Bonfiglioli durante una rapina ad un distributore di benzina. Chi era la persona distinta vista fuori dall'armeria? Infine l'omicidio dei tre senegalesi Cheick, Malik e Diaw.
-
La stagione delle rapine in banca (novembre 1991 – novembre 1994).
In questa fase la banda della Uno bianca diventa sovrapponibile a quella dei Savi e il filone ecomomico diventa la leva principale del gruppo, che comunque non rinuncia a quello eversivo.

L'Italia della Uno bianca.
Quale era l'Italia negli anni della Uno bianca? Era il paese in cui il gruppo di fuoco dei corleonesi aveva deciso di lanciare la sua sfida allo stato, dopo le sentenze (passate in Cassazione nel 1992) del maxi processo di Palermo.
La teoria del giudice Spinosa, vede nella violenza della banda della Uno Bianca il braccio armato della mafia per il loro piano di terrore nelle strade, nelle banche, negli uffici postali.
E i Savi, non erano estranei a questa criminalità, come si crede.
I legami con la criminalità organizzata e le rivendicazioni della Falange Armata, confermano questa teoria.

Le varie corti che si sono occupate dei delitti della uno bianca hanno “parcellizzato” i fatti senza riuscire ad avere una visione d'insieme generale.
È diventato quasi un dogma, dice Spinosa, la permeabilità dei Savi alla criminalità organizzata (come la mafia, che in quegli anni si era ben radicata in Emilia Romagna). Eppure sono provati i contatti tra Fabio Savi e una certa Sabine Falschlunger, amante di Mario Iovine, esponente del clan dei casalesi.
Il racconto di Alberto Savi, in carcere, sui suoi rapporti per traffico d'armi con i camorristi della famiglia Jervolino.
I Savi, che in Italia si dice non avessero contatti con la criminalità, da chi avrebbero preso tutte quelle armi in loro possesso? E a chi le dovevano dare? E come mai Fabio Savi va in Ungheria per compare delle armi proprio dalla criminalità ungherese. Non è tutto questo poco ragionevole?

La sigla misteriosa di Falange Armata rivendicò molti delitti e stragi di mafia della stagione 1992-1993. 221 telefonate su 500 di questa struttura (probabilmente legata a cellule del Sismi) riguardavano proprio episodi della Uno bianca.

Così come i Savi servivano per portare il terrore nelle strade, la Falange Armata serviva come terrorismo mediatico: creare confusione e sfiducia nei cittadini nei confronti delle istituzioni. Una specie di sfida allo Stato, come lo è stata da un certo punto anche quella dei Savi, se si crede alle loro parole. Una banda familiare di criminali che non si riesce a prendere, e che praticamente si lascia arrestare quando alla fine viene scoperta (o fatta scoprire?).
Forse, parafrasando Fabio Savi, dietro la Uno Bianca c'è qualcosa di più della targa e del paraurti ….



"I DELITTI DELLA UNO BIANCA SONO UNO DEI PRIMI ATTI DELLA STRATEGIA TERRORISTICA E DESTABILIZZANTE CHE LA MAFIA SCATENA CONTRO LO STATO... CHI SI INOLTRA NELLA LETTURA DI QUESTO LIBRO DEVE SAPERE CHE NON RIUSCIRÀ PIÙ A SMETTERE."Marco Travaglio

Documentazione:

La lettera di Guglielmo Avolio, attualmente, è Presidente di Sezione del Tribunale di Trento, all'epoca giudice di Corte d'Assise presso il Tribunale di Bologna.

Sono stato estensore della sentenza che esitò il "primo" processo per i fatti della Uno Bianca, nel bel mezzo del quale, attraverso un'operazione che per me è ancora oscura (ma che qualcuno lega a risvolti addirittura boccacceschi), furono arrestati i Savi ed alcuni altri "poliziotti", e furono letteralmente cestinati anni di indagini ed oltre un anno di processo, che - attraverso riscontri oggettivi di non indifferente spessore - contestualizzavano, accanto a quelle belve, un ergastolano latitante legato ai servizi, ferito nella sparatoria e ucciso in casa sua a distanza di qualche anno, ed alcuni malavitosi locali imparentati o legati ad ergastolani "comuni". Emersero già in giudizio inquietanti collegamenti con esponenti dei Casalesi. Poi la bulimia confessoria di Roberto Savi cancellò tutto, compresi altri processi in cui si era già giunti, se non erro anche in secondo grado, alla cattura di rapinatori professionisti provenienti da Catania.


L'intervista a Giovanni Spinosa dove parla dei legami dei Savi con la mafia.

Un gioco infame, di Massimo Polidoro (la storia della banda della Uno bianca in versione romanzata).
Blu Notte - Il Caso della Uno Bianca
- La scheda sul sito di Chiarelettere e la prestentazione dell'autore sul blog Cadoinpiedi.

Il link per ordinare il libro su ibs.
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