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19 luglio 2021

Il paese dei ricatti

Borsellino e la sua scorta (immagine presa da Antimafiaduemila)

Deve essere un vizio per questo paese e per le sue istituzioni, quello di dover subire ricatti da persone ed entità senza titoli.

L'ultimo caso, la trattativa stato – Bonucci per poter sfilare su un pullman scoperto per le vie di Roma, altrimenti disertiamo l'incontro col presidente del consiglio (e ci portiamo via la coppa).

Ma 29 anni fa lo stato italiano subì un ricatto ben peggiore da entità di tutt'altra natura e per altri fini: parliamo della stagione delle bombe della mafia, del ricatto allo stato, della trattativa stato mafia (sempre presunta per gli irriducibili della teoria “è stata solo mafia”) e delle vittime di questa guerra contro lo Stato che costò decine di vittime innocenti.

Tra queste, i due giudici Giovanni Falcone, ucciso con la moglie e la scorta, il 23 maggio 1992 sull'autostrada per Palermo a Capaci. E Paolo Borsellino, ucciso assieme alla sua scorta 58 giorni dopo, con un'autobomba in via D'Amelio.

Quegli anni di bombe, contro uomini dello Stato e contro obiettivi dal valore simbolico, di strani incontri tra mafiosi e uomini in divisa (gli ufficiali del ROS De Donno e Moro con Ciancimino), di 41 bis tolti da ministri in solitudine (l'ex ministro Conso), sono un buco della nostra storia.

Un buco che ha inghiottito le vite delle vittime, che ha sporcato la credibilità delle istituzioni, quelle che ogni anno celebrano i due santini, Falcone e Borsellino, ma che poco fanno per fare vera luce sulle zone d'ombra.

Perché pezzi dello stato, a cominciare dall'ex Questore La Barbera (lo stesso della Diaz a Genova, ma questa è un'altra storia), hanno messo in piedi la finta pista del pentito Scarantino, poi spazzata via da un altro pentito, Gaspare Spatuzza che nella sua ricostruzione tira in ballo persone esterne alla mafia?

Perché è stato ucciso in quel modo Giovanni Falcone, facendo saltare in aria un pezzo di autostrada, quando era più semplice colpirlo a Roma?

Cosa stava facendo di così importante, pericoloso per cosa nostra (e forse non solo), Falcone a Roma al ministero?

E perché Borsellino è stato ucciso, solo dopo 58 giorni, con un altro attentato così rumoroso? Riina non sapeva che lo stato avrebbe dovuto rispondere, quanto meno per dare l'impressione di un paese allo sbando?

Sono tanti i misteri ancora da risolvere dietro queste stragi, dietro queste bombe: se è stata solo mafia, se Borsellino è stato ucciso perché voleva riprendere in mano il rapporto del ROS su mafia e appalti, come mai i depistaggi, la sparizione dell'agenda rossa, come mai, anno dopo anno, si è cercato di smontare quelle riforme volute proprio da Falcone per contrastare cosa nostra? Dai pentiti, ai tentativi di ridurre la portata del 41 bis, dell'ergastolo.

Oggi, se fosse vivo, Borsellino sarebbe attaccato dai garantisti all'italiana, per le sue parole oggi dimenticate:

.. si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l'ha condannato, ergo quell'uomo è onesto… e no! [...] Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be' ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest'uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest'uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!

D'altronde, e anche questo va ricordato in questo paese senza memoria, o con una memoria che filtra quello che deve rimanere nascosto, tabù, pochi ricordano che da vivi Borsellino, Falcone, il pool, furono attaccati per il loro lavoro. Giudici comunisti, che vogliono attaccare la DC, gli imprenditori siciliani. Si è parlato di teorema Buscetta, quasi a voler sminuire le sue rivelazioni su cosa nostra, struttura unitaria e verticistica.

Ci vorrebbe ora un altro Buscetta, da dentro lo stato, da dentro le istituzioni, per togliere il velo finalmente a questo tabù dei rapporti stato mafia.

Rapporti che si basano su ricatti, sul potere dei soldi, sul condizionamento della politica, non solo quella siciliana perché la mafia, o meglio, le mafie, sono un problema nazionale.

Prima che questo paese torni a respirare “quel fresco profumo di libertà” evocato dallo stesso Borsellino in uno dei suoi ultimi discorsi, serve sciogliere questo rapporto tra stato e antistato.

La lotta alla mafia deve tornare nelle agende del governo, non solo con singoli provvedimenti di legge (come la legge sul voto di scambio, modificata dal governo Conte), ma deve coinvolgere anche imprese, sindacati, mondo della finanza, professionisti.

I discorsi di circostanza, che sentiremo oggi, dove si parla di lotta alla mafia, della vittoria dello stato, del sacrificio degli eroi, i due giudici e gli uomini delle scorte (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e poi Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro), suonano come discorsi vuoti, di circostanza.

Perché non tutti si sono dimenticati del sistema Montante, l'ex presidente di Confindustria Sicilia (e paladino della lotta alla mafia sulla carta) la rete di spionaggio che lo informava delle inchieste a suo carico.

Dell'inchiesta che ha coinvolto il consulente della Lega per energia Paolo Arata, assieme a Paolo Nicastri, il re dell'eolico vicino a Messina Denaro, boss della mafia latitante da più di 30 anni.

Che un partito di governo, che regge l'attuale maggioranza, è stato fondato da una persona condannata per mafia, Dell'Utri, coinvolto anche nel processo sulla trattativa Stato Mafia.

Sono passati più di trent'anni da quel 19 luglio 1992, non bastano i santini della lotta alla mafia, dobbiamo arrivare ai mandanti di quelle stragi, a chi ha ordinato i depistaggi di Stato, a chi ha protetto la latitanza dei boss, da Riina a Provenzano a Messina Denaro.

Spezzare il legame tra mafia e politica, rompere l'omertà di imprenditori e professionisti che non denunciano le pressioni le minacce.

Rivedere il sistema degli appalti togliendo i massimi ribassi, rinforzando i controlli su imprese appaltanti.

Sempre che si voglia fare vera lotta alla mafia.


23 luglio 2015

Eroi senza nome di Maurizio Lorenzi

Quando il senso del dovere diventa esemplare coraggio

Eroe: chi sa lottare con eccezionale coraggio e generosità,fino al cosciente sacrificio di sé, per una ragione o un ideale ritenuti validi e giusti.

Questa la definizione che ho trovato sul mio vocabolario Zingarelli della parola.
Eroe, parola quanto mai abusata, basta solo fare una ricerca su google.

Ma dopo aver letto le storie raccontate in questo libro dal poliziotto scrittore Maurizio Lorenzi, trovo che per queste persone, la definizione sia estremamente calzante.

La squadra dei vigili del fuoco di Bergamo di cui faceva parte Marco Cavagna.
I sommozzatori di Mestre, tra cui Gianpaolo Canciani.

Sono Italiani che hanno indossato una divisa, rappresentanti dello Stato, e che diversamente da altri, hanno dato “lustro” all'Italia.
Ma purtroppo sono rimasti eroi “senza nome”, senza che la memoria storica di questo nostro paese (sfortunato perché ha così bisogno di eroi) abbia tenuto traccia dei loro nomi.

Leggetevi allora le loro storie, raccolte dall'autore raccogliendo le testimonianze di persone che hanno avuto la fortuna di conoscerli da vicino: la moglie di Antonio, la sorella di Emanuela, la persona salvata da Claudio, gli amici di Marco .
Da ogni racconto emerge un tratto comune per questi eroi: erano e sono persone positive, capaci di accettare grandi sacrifici imposti dal lavoro e dalla divisa indossata.

Dunque, a questi eroi possiamo solo dire una cosa: grazie

Il blog dell'autore con l'intervista a Rainews 24 e la pagina FB dedicata al libro.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

21 luglio 2015

Eroi senza nome – Emanuela Loi

Ogni uscita potrebbe essere l'ultima, ogni volta quella da ricordare. Lo sanno, eccome, gli sbirri dentro la blindata, ma il giudice non può essere abbandonato. È la loro personale speranza di un Paese intero che invece sembra far di tutto per dimostrare che e se ne frega di loro e del loro giudice.Ma loro credono che la vita vada onorata, con la dedizione che merita la divisa della polizia di Stato, con la passione di chi coltiva degli ideali propri, forse non infallibili ma pur sempre autentici.

Emanuela Loi è il secondo eroe senza nome, di cui parla il libro di Maurizio Lorenzi.

La prima donna poliziotto a morire in servizio: assieme agli agenti Traina, Catalano, Li Muli, Cosina e
al giudice Paolo Borsellino, fu uccisa dall'autobomba piazzata dalla mafia (e forse non solo della mafia) in via D'amelio, il 19 luglio 1992.
La storia di Emanuela, che poteva diventare una maestra d'asilo se solo il destino avesse preso una direzione diversa, è raccontata dalla sorella Claudia.
Che era in vacanza in trentino quando seppe la notizia: il racconto che fa la sorella di quelle ore angosciose, ha dell'assurdo.
La difficoltà nell'avere notizie sulla sorella da parte dello stato, il viaggio prima in Sardegna (dai suoi) e poi a Palermo. Non all'ospedale dove pensavano di trovare Emanuela ferita. Ma al Tribunale, con davanti quelle bare di legno e la bandiera.

Emanuela era appena entrata nella scorta di Borsellino: dopo Capaci il reparto scorte aveva bisogno di nuovi elementi. Arrivò lei: così giovane che il giudice stesso chiese al caposcorta di sostituirla. Sapeva, Borsellino, che toccava a lui. Sapeva anche che la scorta non fosse affatto un deterrente per la mafia.
Emanuela era troppo giovane per morire:
Borsellino si sporge in avanti, appoggiandosi al sedile anteriore. È quasi costretto ad urlare, per via del frastuono della sirena.
«Quanto tempo rimane con noi la ragazza?»
 
«Chi? Manuela? Solo un paio di giorni, il tempo che il collega faccia rientro dalla malattia».«Bene, sostituitela non appena possibile. È troppo giovane. Quanti anni ha di servizio?» 
«Credo quattro anni, dottore». 
«Appunto! Tu sai come la penso». 
«Sarà fatto, dottore».«Questa ragazza mi sembra un farfalla, potrebbe essere mia figlia. Non voglio morti così giovani sulla coscienza. Intesi, Catalano?»

Nei ricordi della sorella c'è spazio anche per raccontare dei funerali della scorta di Borsellino nella cattedrale di Palermo:
La piazza si infiamma. Esplode.È una via senza ritorno. La gente si lascia andare. Molti dicono quello che pensano e hanno sin lì taciuto. Nessuno le manda a dire«Giustizia! Giustizia! Giustizia! Vogliamo giustizia!»«Assassini!»«Venduti!»«Fuori la mafia dallo Stato!»«Il sangue dei giusti è seme! Fuori la mafia dalla chiesa! Fuori!»La ressa trasforma l'esterno della cattedrale in un'arena. La rabbia è tanta e i palermitani presenti urlano che sono stanchi di tutte quelle morti. I colleghi di Manuela sono stanchi. L'intero reparto della scorta è presente e sembra fare squadra, formando un ideale monolite di solidarietà. Uno di loro fronteggia il neoeletto presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. È arrabbiato , proprio perché ama il suo lavoro, ma non si sente tutelato. Lo racconta con il cuore in mano. Dice che il coraggio dei poliziotti non può bastare senza l'aiuto delle istituzioni e che i prossimi morti sono di qua, alle sue spalle, dalla parte opposta [..] I morti, quelli che verranno in futuro, sono loro, i poliziotti che resteranno a combattere la mafia come hanno fatto i loro colleghi che adesso riposano in fredde bare di legno.

Emanuela aveva scelto il reparto scorte, pensando di poter avere così più tempo per tornare a casa.
Ci tornò, è vero.
Ma solo per riposare bel suo giardino.

La sua tomba, infatti, non è una tomba ma un giardino. Sull'immagine, adagiata sul fondo di una vasca d'acqua, sono scritte le seguenti parole: “Tu Luce della Luce della mia Luce”, una frase di J. Rodolfo Wilcock.
Prima ci venivano anche mia madre e mio padre.Adesso che non ci sono più, io vengo anche per loro ed è come se fossimo tutti insieme, qui, nel giardino di mia sorella. 
Mia sorella, una parte di me che non ha mai smesso di vivere.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.