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19 dicembre 2017

Il derby

Repubblica 19-12 su Etruria, Renzi e Visco

Il fatto quotidiano del 19-12 su Etruria, Renzi e Visco


La stessa storia, vista da due punti di vista diversi o, meglio, vista cogliendone solo alcuni aspetti ("mai state pressioni") che non altri ("[Renzi] espresse preoccupazione sul settore dell’oro dell’aretino").

Il derby continua e andrà avanti per molto.
Che questo poi servirà a risolvere il problema della carente vigilanza bancaria, della selezione della classe dirigente, è tutto un altro discorso.

01 dicembre 2017

Colpa d'Alfredo

Per disinnescare la bomba della crisi bancaria val bene una mezza verità: l'audizione del procuratore di Arezzo Rossi (che aveva seguito  l'inchiesta sul crac della Banca Etruria pur essendo anche consulente del governo Letta e Renzi) ha scatenato uno dopo l'altro i deputati PD renziani felici di aver trovare il colpevole della crisi della banca aretina.
Non il maggiordomo ma il mancato controllo di Bankitalia.
Meschini, non si rendevano conto del cortocircuito del loro ragionamento: se fosse solo colpa di Bankitalia (che spingeva affinché la Popolare di Vicenza (Bpvi)  si prendesse Etruria), significa che il management di Etruria o non si era accorto, non sapeva, non poteva fare nulla (allora a cosa serve avere un cda, un presidente?).


Oppure le cose sono andate in modo diverso: lo racconta Il fatto quotidiano oggi "Le spinte di Via Nazionale e le amnesie del procuratore"
LA TELEFONATA. Il 3 febbraio 2015, una settimana prima del commissariamento di Etruria, il vicepresidente Pier Luigi Boschi viene intercettato al telefono con il direttore generale di Veneto BancaVincenzo Consoli. Boschi dice: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”.La figlia è Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme. Il presidente è Matteo Renzi. Il procuratore Rossi ha detto, rispondendo a Carlo Sibilia (M5S), di non saperne niente. L’intercettazione “non risulta” agli atti della sua inchiesta sulla bancarotta di Etruria. Per Rossi forse “si tratta di accertamenti disposti dalla Procura di Vicenza di cui non ci ha reso partecipi”. In realtà l’intercettazione l’ha fatta la procura di Roma, che indaga su Veneto Banca e non gliel’ha segnalata.
Insomma, nell'epoca delle fake che tanto preoccupano il PD, proprio questo partito si gioca ad una narrazione della realtà come più fa comodo.
Di chi è la colpa della crisi bancaria? Colpa d'Alfredo che coi suoi discorsi seri ...

14 giugno 2016

Cosa ci sta accadendo? - Saviano, il conflitto di di interessi e il ruolo della stampa

Un intero capitolo del libro di Davide Vecchi "Matteo Renzi - Il prezzo del potere" è dedicato alla vicenda della banca Etruria, al salvataggio degli interessi delle banche, il decreto del governo (che penalizza i risparmiatori truffati) e i conflitti di interesse di un ministro giovane e rampante (ma senza passato).

L'autore riporta l'articolo di Roberto Saviano uscito l'11 dicembre, in piena Leopolda, su il Post.it (e non Repubblica), che ancora a distanza di mesi, merita di essere interamente riletto:


Molti si sono preoccupati di dare ampia pubblicità agli impegni del Ministro Boschi nella giornata in cui il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto che ha salvato dal fallimento anche la Banca della quale il padre è vicepresidente. Molti hanno sentito la necessità di dare ampio spazio all’alibi del Ministro che, salvata la forma, ritiene di aver risolto la questione sul piano politico. Ma non è così. Perché la Banca sia fallita – dopo essere stata oggetto nei mesi scorsi di sospette speculazioni – è compito degli organi competenti accertarlo (sempre che non si applichino al caso moratorie altrove felicemente utilizzate). Ma il conflitto di interessi del Ministro Boschi è un problema politico enorme, dal quale un esponente di primissimo piano del governo del cambiamento non può sfuggire. In epoca passata abbiamo assistito a crociate sui media per molto meno, contro esponenti di terza fila del sottobosco politico di centrodestra: oggi invece pare che di certe cose non si debba o addirittura non si possa parlare. 
È probabile che il Ministro Boschi non risponda come se il silenzio fosse la soluzione del problema. Ma questo è un comportamento autoritario di chi si sente sicuro nel proprio ruolo poiché (per ora) le alternative non lo impensieriscono. E se il Ministro resterà al suo posto, senza chiarire, la colpa sarà principalmente nostra e di chi, temendo di dare munizioni a Grillo o a Salvini, sta tacendo o avallando scelte politiche inaccettabili. Quando è iniziata la paura di aprire un serio dibattito su questo governo? Quando è accaduto che a un primo ministro fosse consentito di prendere un impegno serio sul Sud ad agosto per dimenticarlo del tutto il mese successivo? Proviamo a immaginare per un attimo che la tragedia che ha colpito Luigino D’Angelo, il pensionato che si è suicidato dopo aver perso tutti i risparmi depositati alla Banca Etruria, fosse accaduta sotto il governo Berlusconi. Tutto questo avrebbe avuto un effetto deflagrante. Quelli che ora gridano allo scandalo, gli organi di stampa vicini a Berlusconi forse avrebbero taciuto, ma per tutti gli altri non ci sarebbe stato dubbio: si sarebbero invocate le dimissioni. 
Dunque, cosa è successo? Come siamo passati dai politici tutti marci ai politici tutti intoccabili? Cosa ci sta accadendo? All’alba della Terza Repubblica un ministro del governo Letta, la campionessa Josefa Idem, sfiorata da una vicenda senza alcuna rilevanza penale (aveva indicato come abitazione principale ai fini della tassazione un immobile che non lo era), decise di dimettersi. Era iniziato un nuovo corso e alle elezioni politiche il Movimento 5 Stelle, con la carica moralizzatrice che gli è propria, aveva ottenuto un risultato impensabile: c’era la necessità di marcare la differenza con il passato. Il passato era la Seconda Repubblica e la sua impostazione liberale, non nel senso classico, ma in quello icasticamente definito da Corrado Guzzanti per il quale la Casa della Libertà era solo un luogo dove ognuno – e i potenti ancor di più – facevano quello che volevano, contro la legge o con l’ausilio di leggi ad hoc. Si torna sempre a Berlusconi, ma del resto non è vero che senza conoscere il passato non può comprendersi il presente? O si tratta di una massima di portata generale e mai particolare? I nemici di Berlusconi, tra i quali mi onoro di essere annoverato, sono una folta, foltissima schiera di scrittori, giornalisti, intellettuali, privati cittadini che nel tempo si sono sentiti investiti del compito di monitorare cosa stesse accadendo alla politica italiana, alla sua economia. Di comprendere e se possibile rendere pubblici certi meccanismi. 
I tentativi di censurare, di impedire il racconto della realtà e infine di diffamare chi osasse farlo, sono stati innumerevoli. Ma l’Italia non è mai diventata la Turchia di Erdoğan o la Russia di Putin – amici dichiarati del nostro ex Presidente – perché non eravamo soli. Ognuno di noi sapeva di poter contare sul supporto di altri che come noi spendevano tempo, energie e intelligenza per raccontare quanto succedeva ogni giorno, tra cronaca parlamentare e giudiziaria. Sulle pagine del quotidiano Repubblica un maestro indimenticabile del giornalismo di inchiesta, Peppe D’Avanzo, inchiodò il berlusconismo a dieci domande che non hanno mai ricevuto risposta, poiché è bene ricordare che il compito del giornalista è chiedere, il dovere del potere è rispondere. Quel potere era legittimo e democratico e quei governi frutto di libere elezioni: i media facevano il proprio dovere, tutelando quelle regole democratiche alle quali il signore di Arcore e il suo codazzo si richiamavano costantemente per fare quello che gli pareva e conveniva. Cosa è successo da allora? Cosa è cambiato nel nostro modo di leggere ciò che accade? Cosa è cambiato nella nostra capacità di indignarci? Cosa ne è di quel fronte unito contro un metodo di governo? Perché era giusto sotto Berlusconi chiedere le dimissioni, urlare allo scandalo e all’indecenza ogni volta che qualcosa, a ragione, ci sembrava andare nel verso sbagliato e tracimare nell’autoritarismo? Perché sotto Berlusconi non ci si limitava a distinguere tra responsabilità giuridica e opportunità politica, ma si era giustizialisti sempre? E perché invece oggi noi stessi ieri zelanti siamo indulgenti anche dinanzi a una contraddizione cosi importante e oggettiva? Se Berlusconi, che per anni abbiamo considerato causa dei mali dell’Italia, era in realtà la logica conseguenza della ingloriosa bancarotta della Prima Repubblica, così la stagione politica che stiamo vivendo adesso non ha nessuna caratteristica peculiare, nessun pregio o difetto autonomo, ma nasce dalle ceneri di quella esperienza. Il che non vuole dire in continuità, ma neanche ci si può ingannare (o ingannare gli altri) raccontandoci l’incredibile approdo sul suolo italico di una nuova generazione di politici senza passato. Banalmente – questa la narrazione dei media di centrodestra – potremmo dire che quando al potere ci sono le sinistre, si è più indulgenti. L’opinione pubblica è più indulgente. I media sono più indulgenti. È come se, a prescindere, si fidassero. Anche se ho seri dubbi che al governo ci sia la sinistra, o anche solo il centro-sinistra, e nemmeno, a dire il vero, una politica moderna: dato il ridicolo (per non dire peggio) ritardo sul tema dei diritti civili. O forse le ragioni della attuale timidezza risiedono nell’iperattivismo del Renzi I (dato che tutti prevedono un nuovo ventennio per mancanza di alternative, forse dobbiamo prepararci alle numerazioni di epoca andreottiana) che lascia spiazzati, poiché il timore è di sembrare conservatori (con un uso improprio degli hashtag) o peggio nostalgici. Del resto come si comunica contro gli hashtag del premier senza passare per gufi o nemici del travolgente cambiamento? Ormai si è giunti ad un passo dall’accusa di disfattismo. Imporre la furba dicotomia che criticare il governo o mostrare le sue forti mancanze sia un modo per fermare le riforme, che invece vogliamo, e per armare il populismo, verso cui nutriamo sempiterna diffidenza, è un modo per anestetizzare tutto, per portare all’autocensura. 
Ma non cadiamo nella trappola: la felicità di Stato non esiste, è argomento che riguarda gli individui, non si impone, si raggiunge e noi ne siamo lontani. E la critica non è insoddisfazione malinconica, non è mal di vivere, non è spleen: e considerarla tale è quanto di peggio possa fare un capo di governo. Che il ministro Boschi risponda e subito della contraddizione che ha visto il governo salvare la banca di suo padre con un’operazione veloce e ambigua. Lo chiederò fino a quando non avrò risposta.

05 maggio 2016

Marco Palombi sui rimborsi di banca Etruria

Marco Palombi sui rimborsi di banca Etruria (Fatto Quotidiano del 5-5-2016):
Eppure il premier continua ad andare in giro ad insolentire le vittime del suo decreto a colpi di menzogne. Tipo ieri in radio: “Quelli delle 4 banche vogliono il rimborso totale dei loro soldi che non ci potrà essere,perché signori, queste diecimila persone, hanno messo dei soldi in operazioni a rischio. Vediamo di essere chiari: questi signori prendevano il 7-8% di interessi, avevano assunto delle obbligazioni subordinate, molto a rischio, ma che gli rendevano molto. Diciamo le cosecome stanno”.Ecco, diciamo le cose come stanno: dei 29 bond emessi delle 4 banche il cui ammontare Renzi ha azzerato, solo in 5 casi si arrivava a rendimenti pari o superiori al 7-8%. Qualche esempio: il 30 ottobre 2013,Etruria emette un bond subordinato con cedola al 5%, nello stesso periodo Intesa Sanpaolo (la prima banca italiana) ne emette uno simile con rendimento effettivo del 6,75. Per di più Intesa vende agli investi-tori istituzionali, la Etruria del signor Boschi a lotti minimi da mille euro. Tradotto: li vende in filiale aiclienti che si fidavano dellaloro banca. Nello stesso periodo - fece notare Il Sole- un Btp decennale rendeva lo 0,82% in più dei bond Etruria: di quali speculatori parla Renzi? Casi simili ce ne sono a bizzeffe: a maggio 2013 Carichieti emette un bond con cedola al 5%, Unicredit al 6,37%. Renzi è giovane, sano, pre-mier e nessuno gli ha tolto i risparmi: eviti almeno di insolentire persone che hanno subito un danno, u-no dei quali mortale.

24 aprile 2016

Il giallo dei gettoni d'oro

La seconda inchiesta di questa sera di Report tratterà dei gettoni d'oro con cui la Rai premia i vincitori dei concorsi: questa l'anticipazione della puntata su Reportime


Il giallo dei gettoni d’oro alla Rai «In ogni chilo 5 grammi in meno»L’inchiesta sui premi dei giochi in tv. Il fornitore? Banca Etruria. Tutto inizia con la signora Maria nel 2013: ha vinto 100 mila euro e ne incassa poco più di 64 mila
Dove vanno a finire quei cinque grammi spariti da ogni chilo d’oro fino che la Rai compra per distribuire fin dal lontano 1955 gettoni di metallo prezioso ai concorrenti dei giochi a premi, è mistero. Non meno misterioso è il modo in cui spariscono. Ma che qualche vincitore si sia ritrovato in mano gettoni d’oro taroccati, e che lui e la Rai abbiano subito una frode bella e buona, è fuor di dubbio. La sconcertante vicenda l’ha scoperta Sigfrido Ranucci, autore di un servizio televisivo che Report di Milena Gabanelli manda in onda stasera su Raitre.

Il casoTutto comincia quando alla signora Maria Cristina Sparanide, che nel 2013 ha vinto 100 mila euro alla trasmissione Red or Black su Raiuno arriva una lettera della Zecca, incaricata dalla Rai di coniare quattro gettoni d’oro del valore unitario di 20 mila euro per saldare il conto. Perché 80 mila euro e non 100 mila? Semplice: ci sono le tasse, ma questo il concorrente lo sa. Quello che invece apprende solo quando legge la lettera del Poligrafico dello Stato è che deve pagare pure l’Iva sebbene, spiega il servizio di Ranucci, l’imposta non sia dovuta sull’oro per investimento, cioè quello definito da una direttiva comunitaria come «lingotto o placca». E non ha ragione forse la Treccani a definire il gettone d’oro una «placca»? A questa domanda, però, a quanto pare nessuno sa, può o vuole rispondere. Non il ministero dello Sviluppo. Non le Finanze. Né l’Agenzia delle Entrate.Oltre alle tasseOltre alle tasse, all’Iva e al costo del conio del gettone c’è poi un’altra voce a carico del vincitore: il calo del 2 per cento dovuto alla fusione. Come se su un chilo d’oro si perdessero 20 grammi ogni volta che si fonde il metallo. Decisamente curioso. A conti fatti, la vincita di 100 mila euro si riduce così a poco più di 64 mila. Ma se l’Iva e quel fantomatico calo, sono questioni legate a interpretazioni astruse di norme astruse, ben altra storia è quella della qualità del metallo. I gettoni che escono dalla Zecca sono marcati come oro fino: 999,9. Quando però la signora Sparanide li porta a un’azienda orafa per farli valutare, il risultato la lascia di stucco: non è oro purissimo. Lo conferma anche un laboratorio specializzato accreditato dal ministero per le analisi legali. Il risultato è identico: si tratta di oro 995. Significa che per ogni chilo ci sono 5 grammi di altro metallo non prezioso. Il bello è che la Rai, c’è scritto nero su bianco nel contratto, l’ha acquistato (e pagato) come oro 999,9. Dunque, in questa incredibile vicenda, è chiaramente parte lesa.Banca EtruriaLa faccenda è pelosissima. Milena Gabanelli precisa che la Rai compra ogni anno dai 6 ai 10 milioni di euro di gettoni d’oro dalla Zecca, che a sua volta si rifornisce del metallo in lingotti sul mercato. Da chi? Da Banca Etruria, fornitore storico degli orafi di Arezzo. Da quell’istituto travolto da una bufera nei mesi scorsi per le obbligazioni subordinate la Zecca ha acquistato «milioni di euro in lingotti d’oro per trasformarli in gettoni della Rai», dice Ranucci, «per anni e senza bando di gara». Perché «è la banca che ci fa il prezzo più basso», replica la Zecca. Aggiungendo che dei lingotti forniti da Banca Etruria «il 20 per cento è stato controllato in ingresso, secondo le nostre procedure di qualità, ed è risultato oro 999». Saranno dunque le procedure, ma resta il fatto che l’80 per cento non è stato controllato. A scanso di equivoci la Zecca si è premurata di presentare un esposto alla procura. E la cosa non finirà qui.

20 dicembre 2015

Sul conflitto di interessi (e sulla legge di stabilità)

Art. 35 del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180, che, al 3° comma:
L'esercizio dell'azione sociale di responsabilità e di quella dei creditori sociali contro i membri degli organi amministrativi e di controllo e il direttore generale, dell'azione contro il soggetto incaricato della revisione legale dei conti, nonché dell'azione del creditore sociale contro la società o l'ente che esercita l'attività di direzione e coordinamento spetta ai commissari speciali sentito il comitato di sorveglianza, previa autorizzazione della Banca d'Italia”.

Sono queste le righe del DL sul Bail in, dove viene fuori il probabile conflitto di interesse (tra il ministro e l'ex vicepresidente di una banca): probabile perché in Italia come al solito tutte le leggi sono scritte per essere interpretate in modo diverso.
Come le opportunità politiche per cui Lupi si dimette, Marino va a casa, mentre invece quelle contro il ministro Boschi sono solo diffamazioni.

Oramai la legge di stabilità non sipuò più cambiare, l'assalto alla diligenza c'è stato anche quest'anno: i forestali, il casinò di campione, gli interinali nei comuni siciliani, la tassa sui calciatori, i 500 euro per i neo diciottenni … (alla faccia del cambiamento di verso).
Ma almeno queste poche righe, sul DL che recepisce la direttiva europea sul Bail in, il governo e il ministro Boschi le potrebbero cambiare.

Proprio per cancellare del tutto le ombre sul conflitto di interessi.

18 dicembre 2015

Le colpe dei figli

Per giustificare l'operato del ministro, minimizzare la situazione che se non di conflitto di interesse è almeno di imbarazzo, si è usata la formula
"le colpe dei padri non ricadono sui figli".

Poi, a leggere la risposta del deputato Carbone (ovviamente via Twitter) alle parole del collega Di Battista, viene da pensare il contrario
"Figli di fascisti, sciacquatevi la bocca" - così risponde.

Cosa c'entra il padre, allora?
Siccome il padre del ministro ha malgovernato (così dice Bankitalia) allora Di Battista cosa dovrebbe rispondere?

La mozione di sfiducia riguarda degli episodi specifici nel comportamento del ministro: tirare in ballo maldicenze o invidie è disonesto intellettualmente.
Era presente o meno ai CDM dove si discuteva di leggi che impattavano la banca di cui era azionista (anche se solo per mille euro), dove lavorava il padre?
L'azione del governo ha in qualche modo aiutato le banche e in particolare banca Etruria?

E poi, giusto per essere coerenti: la legge Frattini sul conflitto di interessi la si ritiene sufficiente per gestire questi casi? Perché se faceva ridere ai tempi di B. il solo fatto di non essere presente al consiglio dei ministri, dovrebbe far ridere anche oggi.
Cosa è cambiato da quando, nel passato, si chiedeva ai ministri (di Letta, di Berlusconi) di dimettersi per motivi di opportunità politica (a prescindere dalle valutazioni della magistratura)?

Rondolino risponde all'editoriale di Travaglio dove parlava del ministro: contro-rispondo solo ad alcuni.
Il decreto salva banche non costerà ora alle casse dello stato, ma alle banche è stato concesso uno sgravio sul pagamento delle tasse dal governo. Si parla di 4 miliardo.
Il governo doveva agire, dubito che avrebbe potuto lasciar fallire quattro banche, nel "suo" territorio, senza fare nulla (come nel caso del crac del banco Ambrosiano).

Sulla questione dell'onorabilità, Travaglio racconta come nel consiglio del 16 novembre "il governo aggiunge alla norma europea una clausoletta (articolo 35 comma 3) che quella non prevede in materia di responsabilità degli amministratori. E, secondo alcune interpretazioni, rende più difficile per azionisti e singoli creditori l’azione di responsabilità per chiedere risarcimenti ai manager, ai membri dei Cda e ai commissari delle banche. Compreso papà Boschi, ex vicepresidente
di Etruria. Che, grazie alla mancata equiparazione dello scioglimento di una banca al fallimento, non perde neppure i titoli necessari per andare ad amministrarne
un’altra".

Questione di interpretazione, dunque. Possiamo anche fidarci del governo, come sulle norme della delega fiscale, sul jobs act.
Il governo poteva fare chiarezza, rendendo più stringente la norma europea.

Roberto Rossi, il pm di Arezzo che indaga su Banca Etruria ed è anche consulente del governo, è stato nominato da Letta. Non significa niente, è in una situazione di conflitto (anche se a breve scade l'incarico).

15 dicembre 2015

Fiducia

Il vero nemico del renzismo si chiama fiducia.
Per questo i tre giorni di Leopolda si sono rivolti contro i giornalisti che si ostinano a parlare di banche e a titolare in modo così critico contro le favole.
Per questo la #Leopolda6 è stata condotta nella maniera che Gazebo ci ha mostra domenica sera: la sensazione di qualcosa di preparato, artefatto, vuoto di veri contenuti, con tanti video a stordire la platea. E quel giochino "goliardico" sulle prima pagine dei giornali.
Mio padre, tessera PCI dai cinquanta e che alle primarie ha pure votato Renzi, l'avrebbe bollata come la solita "americanata".
Si, certo, c'erano i giovani, entusiasti, ottimisti ma anche no, quelli che vogliono cambiare l'Italia. Assieme ad Alfano, Azzollini & C.
Ma c'erano anche i tanti vecchi saldamente al potere: Bassanini, Malagà, Testa. Sala, l'eroe dell'expo dei dogmi (i conti, gli ingressi..).

Serve iniettare fiducia prima che il velo del sipario si apra per mostrare la realtà dei fatti, prima che l'ondata di sfiducia (sulle banche, sul lavoro, sulla scuola) riesca a diventare massa critica.
L'anno prossimo si vota in comuni importanti e ci sarà anche il referendum sulle riforme che sarà trasformato in un referendum pro o contro Renzi.
Non avrei immaginato quanto fosse facile cambiare pelle, per questa gente: come è stato facile zittire Saviano che chiedeva conto del possibile conflitto di interesse del ministro delle riforme. Come è stato facile anche digerire la gogna dei giornali sgraditi al governo. Ma era solo una goliardata, si difendevano ieri. Mica come Grillo che suo suo blog se la prendeva col giornalista del giorno.

Serve fiducia, dunque. Ecco le mance, i bonus (anche ai vigili), le americanate per fare training autogeno. Gli emendamenti per togliere l'obbligo della "Via" per gli aeroporti strategici, come quello di Firenze.
Nel frattempo la procura di Arezzo ha aperto un'indagine sul conflitto di intesse degli ex dirigenti di Banca Etruria. 
Anche loro leggeranno i titoli del Fatto quotidiano?

13 dicembre 2015

Conflitto di interessi (in versione 2.0)

Ho capito una cosa: che quando si parla di conflitto di interessi e di libertà di stampa (quella che si permette di criticare), non c'è molta differenza tra renziani e berlusconiani.

L'articolo di Stefano Feltri e Carlo di Foggia sul Fatto Quotidiano (ormai ribattezzato "fango quotidiano" per i leopoldini) sulla storia della banca Etruria e sui conflitti di interesse
"Quando la Banca d’Italia commissaria la Popolare dell’Etruria, nel febbraio 2015, della banca non è rimasto praticamente nulla, come ha rivelato Giorgio Meletti sul Fatto : il Common Equity Tier 1, indicatore di solidità patrimoniale, è allo 0,66 per cento invece che all'8-9 per cento considerato ottimale. Boschi fa parte di quella “commissione consiliare informale”che, secondo l'accusa di Bankitalia, prende le decisioni vere sulla banca, poi solo ratificate in cda. La vigilanza di via Nazionale riscontra 198 operazioni per 185 milioni di euro deliberate dagli amministratori in conflitto di interesse. Hanno cioè prestato soldi che forse non dovevano essere concessi o che comunque avrebbero richiesto condizioni più severe.Tra i fidi concessi senza rispettare le procedure riservate alle imprese normali, ci sono quelli alla Città S. Angelo Outlet Village Spa. Lo stesso business per il quale Rosi [presidente di banca Etruria che nel 2014 aveva chiamato come vice papà Boschi] sembra aver poi beneficiato della presenza, mai chiarita ufficialmente, di Tiziano Renzi come accompagnatore negli incontri con le amministrazioni locali. Nessun incarico esplicito, ma un utile segnale delle relazioni su cui l’ex banchiere poteva contare".