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18 febbraio 2020

Presa diretta – Il polmone blu

Prima dell'inchiesta sulla salute dei mari, un servizio sugli abusi di parti cesarei.

Il primo respiro

Da dieci anni c'è stato un abuso di questa pratica, il 32% dei parti del 2018 è stato fatto col cesareo.
È un intervento che serve, in taluni casi, per salvare la salute della madre e dei bambini: oggi la sua facilità di esecuzione porta ad un suo uso eccessivo, molti medici non sono più abituati a seguire un parto naturale.
Nel lungo termine i bambini nati in modo naturale stanno meglio: meno malattie e meno tumori, per esempio.
Il parto naturale è da preferire: ci sono sostanze che passano dalla madre al bambino, il bioma umano, che passano dal condotto vaginale in un contatto che avviene solo alla nascita, con cui si passano questi micro-organismi che costituiscono le prime difese immunitarie.

La Campania è una regione dove si praticano molti cesarei, circa il 75%, molti dei quali in strutture convenzionate come Villa Cinzia, dove si prendono più soldi dalla regione col parto cesareo.
C'è un motivo economico dietro la scelta del cesareo?
Dal 2015 c'è stato un richiamo dalla regione che ha portato ad un controllo maggiore sui parti: la regione di De Luca ha dato due anni di tempo per le strutture convenzionate di rientrare nella norma, riducendo i cesari.


Il mare assorbe il calore della terra, la co2, ma il riscaldamento della terra, l'inquinamento, rendono sempre più difficile questo compito.
Il mare ci dà da vivere, ci protegge: eppure abbiamo depredato i mari e li stiamo cambiamento per sempre. L'oceano vale di più di tutte le foreste del mondo, più dell'Amazzonia.

Presadiretta ha viaggiato sulla nave Tara, dove hanno condotto delle ricerche sugli oceani: hanno osservato il microplancton, che producono il 50% dell'ossigeno che respiriamo.
Alessandro Macina ha intervistato il biologo francese Eric Carcenti, ideatore della missione che ha spiegato l'importanza del plancton, che è alla base della catena alimentare, che cattura la co2 pulendo l'aria, ma l'inquinamento sta uccidendo il plancton, che si nutre delle microplastiche.

Al laboratorio europeo di biologia molecolare – EMBL, un'eccellenza della ricerca sostenuta da fondi comunicati, Alessandro Macina ha incontrato i ricercatori che analizzano i microorganismi nel mare in collaborazione con la missione Tara: sono loro che hanno lanciato l'allarme.
Per colpa del riscaldamento, il plancton sta perdendo la capacità di darci ossigeno: “una temperatura più alta” - racconta Bianca Silva una delle ricercatrici - “aumenta il metabolismo dei microorganismi che vivono nei mari, che quindi consumano più ossigeno, paradossalmente c'è meno ossigeno nel mare e questi organismi ne hanno bisogno di più, in un circolo che fa che ci sia sempre meno ossigeno a disposizione”.
Quanto sta diminuendo l'ossigeno in mare?
In media, negli ultimi 50 anni è diminuito del 2%, sembra poco ma in realtà è tantissimo, perché piccole diminuzioni di ossigeno hanno grandi effetti. Ma questa è una media, ci sono alcune zone dove è diminuito anche del 40%, ci sono anche zone dette “zone morte”, queste sono quadruplicate”.

In queste zone aumentano le specie marine che hanno bisogno di meno ossigeno, come le meduse: l'aumento di gas serra porta anche a queste conseguenza.
Una delle zone rosse in Italia si trova nel golfo davanti Venezia, le altre sono alle foci dei grandi fiumi.

Si stanno studiando anche gli effetti dell'innalzamento della temperatura del mare, come il Mediterraneo: la Nato sta studiando gli effetti dei cambiamenti climatici, che saranno sicuramente legati a cambiamenti geo-politici dei paesi che si affacciano sul nostro mare.
Aumenta la temperatura del mare, aumenta anche la Co2: fino a quando riusciranno a “sequestrare” l'anidride carbonica nell'atmosfera?
Come potrebbero peggiorare gli scenari sui cambiamenti del clima e dei suoi effetti sulle nostre coste?
Già quest'anno abbiamo visto uragani, cicloni nel nostro Mediterraneo che in questi 50 anni si è riscaldato di due gradi.

All'isola D'Elba Greenpeace ha installato una struttura marina per la misurazione della temperatura: in superficie, in inverno siamo già a 19 gravi, che rimangono a 18% anche fino a 35 metri.
Ci sono specie che sono sparite, come la “pinna mobilis”, uccisa da un batterio sviluppatosi col crescere della temperatura.

Tutte le aree marine protette dovrebbero avere strutture simili per il monitoraggio: attorno al fondale di Genova sono esplose le mucillagini che hanno distrutto i fondali.
Ad Ischia piante marine come la Gorgonia sono state eliminate da un fenomeno nuovo, le ondate di calore marino.
Lo ha spiegato la ricercatrice Maria Cristina Gambi: il calore accumulato in superficie, va in profondità e questo uccide gli organismi sui fondali, portando ad una progressiva estinzione delle specie marine.

Nel Mediterraneo iniziano ad arrivare specie aliene: sono specie aggressive che arrivano dal mar Rosso, ad esempio, transizione facilitata dall'allargamento del mar Rosso.
Le nuove specie sono monopolizzatrici che rischiano di stravolgere l'ecosistema attuale: è uno degli studi del ricercatore Dominici che ha spiegato come al crescere della temperatura, il metabolismo dei pesci ha un tracollo.
Un mare più caldo e anche più corrosivo, perché siamo riusciti pure a modificare il suo ph: stiamo parlando delle barriere coralline che oggi sono a rischio, per questa decalcificazione.

All'Enea hanno simulato cosa succederà ai nostri mari se non cambiamo le cose: nel 2079 arriveremo ad una temperatura cresciuta di 4 gradi, il mare non riuscirà più a “respirare”, come un essere umano che si trova in affanno.

Cosa stiamo facendo per affrontare questo problema?
Le grandi lobby del petrolio stanno facendo di tutto per rallentare la transizione dal fossile alle rinnovabili.

Nel frattempo nemmeno le aree protette sono del tutto sicure: Presadiretta è andata a Ventotene, dove è proibita la pesca e l'attraversamento con le barche.
Sono riusciti a salvare la foresta di Poseidonia: questa pianta produce ossigeno, rallenta il moto ondose riducendo l'erosione, fa da nursery per la crescita dei pesci.

Ma in Italia le aree marine protette non sono enti gestori, come i parchi nazionali: non c'è sorveglianza, non ci sono biologi.
Dovremmo tutelare 27 aree marine, ma solo sulla carta, perché ne proteggiamo solo una parte: il budget complessivo per queste è di 3 milioni di euro, mentre in Francia questa è la cifra che è destinata ad una sola delle aree.

Dobbiamo proteggere il mare, non basta mettere sulla carta il nome “area protetta”: proteggere il mare e i suoi abitanti, come i cetacei del santuario tra Italia a Francia, molto più utili degli alberi nel pulire la co2, se proteggiamo le balene, dunque, proteggiamo anche noi.

La prosperità della natura è anche la nostra prosperità.

C'è anche un altro problema: l'innalzamento del livello dell'acqua del mare.

Se l'acqua cresce come livello, non sparisce solo Venezia, ma spariranno anche tante altre località costiere in Italia.
Le immagini dell'acqua alta a Venezia, lo scorso anno, hanno fatto il giro del mondo: l'acqua alta c'è sempre stata, ma mai con questa frequenza e con questa crescita, esponenziale.
Eventi che hanno portato poi all'esplodere dello scandalo del Mose, 6 miliardi di euro spesi per una struttura che potrebbe non salvare Venezia.
Le zone più fragili sono quelle centrali, di piazza San Marco, che si allaga già quando l'acqua sale fino a 110 centimetri.

Il mare è salito di 26 cm ogni anno, anche perché sono sprofondati i sedimenti su cui si poggia la città: a fine secolo la città potrebbe sparire, già nel 2050 se volessimo salvare le tante opere d'arte dovremo spende 1 miliardo l'anno.

Venezia, Napoli, Cagliari, Brindisi, Palermo. E poi Taranto, La Spezia, la pianura Veneta e quella Pontina, quella del Sele in Campania.
Dobbiamo abituarci ad un futuro di eventi eccezionali?
Ai ghiacciai che si sciolgono, all'espansione (termica) degli oceani, a temperature sempre più alte?

Se non applichiamo gli accordi di Parigi, la rotta di non ritorno sarà prossima.
Possiamo solo agire sulla velocità di crescita dei mari, tornare indietro sarà impossibile.

Già oggi ci sono posti bellissimi che stanno sparendo o sono spariti.
Un terzo delle nostre coste è già esposto ad erosione, come l'ovest della Sardegna e la parte sud della Sicilia, ad Agrigento.

Fiumi cementificati, porti costruiti in zone sbagliate, significa meno sabbia che arriva al mare: mare che si mangia pezzo dopo pezzo la spiaggia, il bosco, la flora marina.
Un danno anche per le attività legate al turismo in queste zone del paese.

Come successo ad Agrigento, lungo la costa, dove il mare sta mettendo a rischio anche l'autostrada principale che collega la città col centro dell'isola, dove le spiagge sono a rischio balneazione per i crolli.

Come successo ad Oristano, dove a rischio c'è il sito archeologico di Tarros, la penisola di San Marco: luoghi vulnerabili per l'innalzamento del mare, che in questi venti anni è cresciuto di 2 centimetri almeno.

Oggi stiamo prendendo in considerazione questi cambiamenti climatici, che poi causano gli esodi di massa di popolazioni: “effetto serra uguale effetto guerra”.

Il servizio è andato poi a mostrare quello che sta succedendo nell'Artico, la regione del mondo che sta salendo in modo più veloce al mondo: i ghiacci si sciolgono e portano alla luce tanti tesori del sottosuolo, che oggi politici criminali vorrebbero estrarre, andando ad aggravare ancora di più la situazione dell'ambiente.

Oggi sull'Artico si sta combattendo una battaglia geopolitica: solo la ricerca scientifica salverà l'Artico e il mondo, non politici senza scrupoli.
Non abbiamo più tempo, non possiamo farci rubare il futuro dalle lobby del petrolio, da politici predatori, da finti scienziati negazionisti.

11 settembre 2018

Presa diretta: caldo artico

Il riscaldamento climatico non è una bufala, come sostiene Trump: basta andare a vedere come si stanno sciogliendo i ghiacci sull'Artico, il nostro sistema refrigeratore.

L'Artico è al centro dei cambiamenti climatici, si sta riscaldando in fretta e gli effetti si vedranno in tutto il mondo. Anche da noi.



I ghiacci si sciolgono anche sulle Alpi, sul Monte Bianco: perdiamo le nostre riserve idriche e la nostra memoria. Il ghiaccio infatti è un archivio vivente della storia e del clima.

Una carota presa nell'Antartico va indietro di migliaia di anni fa o centinaia di migliaia di anni fa: è un patrimonio dell'umanità, per comprendere la nostra storia climatica.

E per capire quanti CO2 e quanti gas serra erano presenti nell'atmosfera: oggi siamo 400 parti per milione, come concentrazione di anidride carbonica.

Una concentrazione mai così alta, negli ultimi 800 mila anni, quando la Terra era ben diversa da quella che conosciamo.



LA velocità del cambiamento indica che è anche colpa nostra: colpa delle attività umane, dei combustibili che usiamo, dicono i ricercatori del CNR intervistati dai giornalistidi Presa diretta.



La co2 è stata misurata per la prima volta dal prof Keeling nel 1958: da allora è sempre in crescita, perché continuiamo a bruciare materiale fossile e questo porta al caldo di questi ultimi anni, alla deforestazione, alla siccità, alle migrazioni di popolazioni in cerca di migliori condizioni di vita.



A Roma, nei laboratori dell'ESA, misurano gli indicatori del clima usando i dati dei satelliti: per esempio le deforestazioni in Brasile, che contribuiscono a contrastare alla presenza dei gas serra. Ma ogni anno perdiamo pezzi di foresta grandi come la Grecia.

Come perdiamo anche il ghiaccio sull'Artico, che diventa anno dopo anno sempre con meno spessore: rischiamo, se va avanti questo processo di immissione di gas serra nell'atmosfera, di arrivare ad un processo irreversibile. Un Artico senza ghiaccio.



Il viaggio in Artico: Alessandro Macina è andato a vederlo, il ghiaccio eterno, sull'Artico.

Ospite in un villaggio di scienziati, Ny-Alesund, il giornalista ha osservato il lavoro dei ricercatori, tra cui anche quelli italiani del CNR.

L'attività è incentrata nel capire cosa sta succedendo ai Poli: l'aumento di temperatura nel pianeta ha effetti sull'Artico e questo ha dei riflessi sul sistema terra, anche alle nostre latitudini.

Come quest'anno: a Roma nevicava mentre all'estremo nord pioveva, perché la temperatura era sopra lo zero.



Si misurano tutti i dati del clima sulla torre dei “cambiamenti climatici”: il vapore acqueo, le temperature, la presenza di co2. Qui si stima che le temperature sono in crescita di 3 gradi ogni 10 anni: all'Artico il cambiamento è più veloce rispetto al resto del pianeta.

Così in autunno, quando si dovrebbe riformare il ghiaccio, si scopre che il ghiaccio è il grande malato.

Ogni anno si misura sempre meno neve sui ghiacciai: piove sempre di più, in inverno e in autunno, acqua che scioglie i cristalli creando dei crepacci nei ghiacciai, non più eterni.

Il riscaldamento non procede in modo lineare qui, ma c'è un effetto di amplificazione delle temperature, chiamato “amplificazione artica”.

L'assenza del ghiaccio ha effetti sull'amplificazione delle temperature: si scioglie il ghiaccio da sotto (perché il mare è più caldo) e ha degli effetti sull'ecosistema naturale: gli orsi polari devono muoversi non più sul pak, ma nuotare nell'acqua per trovare le prede.

Milioni di metri cubi di ghiaccio si sono trasformate in acqua: acqua dolce che si riversa in acqua salata, cambiando l'ecosistema, il trasporto di calore.

Tutto è collegato: acqua, terra, atmosfera.



Gli effetti dell'Artico stanno già colpendo il pianeta: alluvioni, uragani, isole che scompaiono. sommerse dall'acqua, vittime per questi eventi, danni alle strutture.

L'instabilità dei poli causa eventi climatici sempre più forti, come il fronte freddo “burian” arrivato in Italia l'inverno scorso.

Con questo ritmo di scioglimento dei ghiacci, si stima un innalzamento dei mari da 1 a 2 metri: si pensi che l'aeroporto La Guardia è ad 1 metro sopra il livello del mare...



E' a rischio la costa est degli Stati Uniti, il continente indiano, Shangai. Anche l'Italia come penisola è a rischio: secondo l'ENEA ci sarebbero 7 aree a rischio, tra cui Venezia.

Lo scrittore Amitav Ghosh ha scritto dei cambiamenti climatici in Bangladesh: cambiamenti che causano spostamenti di persone, che devono abbandonare i loro terreni.

Venezia e il Bangladesh vivono la stessa minaccia, la scomparsa al crescere dei mari.

Viviamo in un mondo dove scienza e ingegneria sono importanti: eppure nonostante gli allarmi della scienza siamo ciechi – dice lo scrittore.

Nonostante tutti gli allarmi, continuiamo a costruire vicino al mare: come se il nostro modo di pensare tenda ad escludere l'arrivo di queste catastrofi, neghi questi cambiamenti.

E lo stesso vale per la politica che vive una deriva tragica: nessuno si occupa dei cambiamenti climatici, delle disuguaglianze, della crescita insostenibile, degli eventi estremi.



Il climatologo del CNR Pasini in uno studio ha dimostrato che i tornado che si formano nel Mediterraneo sono legati all'innalzamento della temperatura del nostro mare.

Basterebbe un grado in meno, e il tornado che si è abbattuto su Taranto, causando un morto, non ci sarebbe stato.

Basta un grado in più per incamerare tanta energia che poi si scatena in modo violento sul territorio.



Il punto è che l'Italia è sempre più calda e il nostro territorio sempre più a rischio: ci riscaldiamo di più rispetto alla media globale, un quarto di grado ogni 10 anni, a fine secolo arriveremo a 4 gradi in più.

Siamo vicini, pericolosamente, al limite stabilito dall'accordo di Parigi, di due gradi: colpa della fisionomia del nostro paese.



Come sarà il nostro paese, tra 30 anni: al CIRA (centro euro mediterraneo di ricerca) prevedono maggiori eventi estremi, meno pioggia ma più intensa, siccità e stagioni calde.

Ondate di calore sempre più lunghe ed intense e notti tropicali dove la temperatura rimane alta.



Come mai dopo l'accordo di Parigi del 2015, le emissioni di co2 aumentano?

C'è qualcuno che sta scommettendo sulla catastrofe?

C. Figueres, architetto dell'accordo di Parigi, come segretario dei cambiamenti climatici alle Nazioni unite ammette i limiti dello stesso: non è vincolante e ha troppe deroghe.

Trump per esempio si è ritirato: ma Figueres non ne è preoccupata, perché il mondo interno ormai ha capito che ci si deve muovere sulle energie rinnovabili.

L'accordo di Parigi è in una fase di applicazione: stiamo decarbonizzando l'economia, stiamo puntando sull'energia elettrica, quella che mi preoccupa è la velocità.



Purtroppo è anche vero che Trump sta smantellando le riforme di Obama in ambito energetico: è un negazionista del cambiamento, nonostante le prove.

Il cambiamento climatico coinvolge tutti: anche i paesi ricchi, quelli che oggi stanno puntando sulla corsa all'oro sull'Artico.

Se i ghiacci si sciolgono, questo apre nuove opportunità commerciali per le navi che possono passare a nord ovest evitando viaggi lunghi per Panama.

C'è poi un discorso per gli idrocarburi, per le risorse che si estraggono da questi territori: in Artico si stima siano presenti il 30% degli idrocarburi non estratti.

Trivellazioni più facili sia in Alaska, grazie a Trump, e in Siberia per Putin.

E anche l'Eni italiana trivella nel mare di Norvegia



Marzio Mian è un giornalista italiano: ha raccontato della più grande miniera di uranio in Groenlandia, che ha dietro investimenti cinesi e australiani, per centinaia di miliardi.

È in atto un nuovo colonialismo, un nuovo Congo: uranio, zinco, rubini, diamanti, petrolio, gas.

L'artico è oggi strategico: il valore delle risorse si aggira attorno ai 20 trilioni di dollari, l'equivalente dell'intera economia americana.

L'Artico per la Russia è un'assicurazione sulla vita: per questo sta militarizzando questa zona, un'occupazione militare fatta anche con testate militari.

Tutto in violazione agli accordi di Parigi.

Le generazioni future malediranno per il resto della vita i politici di oggi, i Trump e i Putin.



La scorsa puntata Presa diretta aveva raccontato che solo puntando sulla geotermia, per riscaldare le case, potremmo tagliare le nostre emissioni del 17%.

E' una decisione politica che una base di cittadini informati può spingere.



L'Artico: la pattumiera del nord



Non solo non sono più ghiaccia eterni, non sono nemmeno più ghiacciai e neve immacolata, perché i ricercatori hanno trovato sostanze inquinanti che derivano dalle nostre latitudini.

Le nevi più inquinate sono più scure sono quelle che si sciolgono prima: si sta mettendo in moto un effetto a catena che sta facendo sparire perfino il permafrost.

Uno strato di terreno congelato che contiene grandi quantità di co2 che ora, rischia di essere liberato in atmosfera.



Alessandro Macina è andato ad intervistate il glaciologo britannico Peter Wadhams approfittando di un suo intervento alla fiera del libro di Milano. Il glaciologo, nel 1990, è stato il primo al mondo a dimostrare che l’Artico si stava sciogliendo: oggi è convinto che prima di quanto ci aspettiamoci sarà un Artico completamente libero dai ghiacci.

Il suo ultimo lavoro si chiama proprio “Addio ai ghiacci” e prevede la scomparsa dei ghiacci verso la metà di questo secolo.

Ha iniziato a misurare i ghiacci negli anni '70, viaggiando nei sottomarini britannici per le misurazioni: ripetendo le misurazioni nel 1987, aveva notato una riduzione dello spessore del 15% e oggi quel ghiaccio è più sottile del 50%.

In base a queste rilevazioni, il glaciologo si aspetta un Artico senza ghiaccio in estate già tra cinque anni, e la causa siamo noi.

Lo scienziato sostiene inoltre che abbiamo toccato un punto di non ritorno, non rivedremo più l'Artico che conosciamo, con quell'ispessimento.

Che effetti avremo sul pianeta? Un aumento dell'effetto del riscaldamento globale del +50%, oltre a quelli causati dalla co2 nell'atmosfera.

L'Artico stesso sarebbe dunque un moltiplicatore del riscaldamento del pianeta: “stiamo lasciando alle prossime generazioni un pianeta diverso. Tutto cambierà e anche se riusciremo a gestire il riscaldamento globale sono sicuro che non riusciremo a tornare al mondo che avevamo prima. Quindi dobbiamo dire addio a quei luoghi che oggi ci sembrano familiari.”



Chi sono i ricercatori italiani sull'Artico? Molti sono precari, l'immagine stessa dell'Italia che ha studiato, che fa un lavoro importante, ma che lo Stato italiano fa di tutto per allontanare.

Finiti gli assegni di ricerca, o vinceranno un concorso oppure dovranno trovarsi un altro lavoro.



Le persone che misurano la febbre del pianeta e dell'Italia sono precarie.

Come la salute della nostra ricerca. Come la salute del nostro paese.

Con un futuro precario: infatti spendiamo la metà della media europea in ricerca.

Qui il link per rivedere la puntata.


10 settembre 2018

Il riscaldamento climatico - le inchieste di Presa diretta


Quest'estate al nord, per godersi il caldo, si poteva anche andare al Polo Nord o in Scandinavia, viste le temperature registrate.
Mentre in Italia abbiamo vissuto un'alternanza sfiancante tra periodi caldi e periodi più freschi, al nord siamo arrivati a punte di 32 gradi: l'anticiclone delle Azzorre aveva deciso infatti di prendere casa più al nord.

Effetto dei cambiamenti climatici o è solo un'anomalia rispetto alle medie stagionali?
Per capirlo bisognerebbe analizzare le temperature in una serie storica, mettere assieme tutti gli eventi meteorologici di questi anni, che sono stati spesso caratterizzati dalla loro violenza.
Dati che ci direbbero che ci stiamo trasformando in un paese tropicale, per gli acquazzoni, le grandinate che ogni volta causano disastri anche perché non facciamo mai abbastanza per mettere in sicurezza il territorio.

Presa diretta questa sera parlerà dei cambiamenti climatici e di tutto quello che potremmo fare e che non stiamo facendo: per farlo è andata sull'Artico a vedere il lavoro degli scienziati del CNR, che stanno studiando le relazioni tra quello che succede all'estremo nord e quello che sta avvenendo qui da noi.
L'innalzamento delle temperature dei mari, lo scioglimento dei ghiacci sulle nostre alpi, i mari che saliranno di livello e si mangeranno parte delle nostre coste, le isole che spariranno, le specie a rischio..


Sono cambiamenti non irreversibili e causati anche dall'uomo, per esempio per l'accumulo di co2 nell'atmosfera, che oggi è registrato a 400 parti per milione, il dato più alto da 800 mila anni.
Tutto questo da quando l'uomo ha iniziato a sfruttare la combustione come fonte di energia: in poco più di cent'anni abbiamo accumulato la concentrazione di gas serra in atmosfera più di 120 parti per milione.
L'aumento di anidride carbonica e degli altri gas serra è legato all'innalzamento delle temperature: ormai questo è acclarato da centinaia di studi scientifici.

Se le temperature si alzano, cosa succede all'estremo nord, nell'Artico?
Forse non ce ne rendiamo conto a sufficienza, ma dall'Artico dipende la sopravvivenza del nostro pianeta e della nostra specie. L'Artico, coi suoi ghiacci eterni, è un regolatore termico della temperatura dell'emisfero nord, in cui viviamo. Ma è anche un sistema molto fragile: è il refrigeratore del pianeta ma, come hanno scritto gli scienziati, “la porta del frigo è stata lasciata aperta”.
Sono in crisi anche le nostre Alpi coi ghiacciai che sono una riserva d'acqua per le nostre città. Ma la perdita dei ghiacci è anche una perdita di una preziosa banca dati: sui ghiacciai sono registrati i dati sulla temperatura e sull'atmosfera, un archivio vivente sulla nostra storia del clima.
Le “carote” prese dai ghiacciai ci dicono quanti gas serra e co2 erano presenti nell'atmosfera rispetto ad oggi.


Alessandro Macina è andato ad intervistate il glaciologo britannico Peter Wadhams approfittando di un suo intervento alla fiera del libro di Milano. Il glaciologo, nel 1990, è stato il primo al mondo a dimostrare che l’Artico si stava sciogliendo: oggi è convinto che prima di quanto ci aspettiamoci sarà un Artico completamente libero dai ghiacci.
Il suo ultimo lavoro si chiama proprio “Addio ai ghiacci” e prevede la scomparsa dei ghiacci verso la metà di questo secolo.
Ha iniziato a misurare i ghiacci negli anni '70, viaggiando nei sottomarini britannici per le misurazioni: ripetendo le misurazioni nel 1987, aveva notato una riduzione dello spessore del 15% e oggi quel ghiaccio è più sottile del 50%.
In base a queste rilevazioni, il glaciologo si aspetta un Artico senza ghiaccio in estate già tra cinque anni, e la causa siamo noi.
Lo scienziato sostiene inoltre che abbiamo toccato un punto di non ritorno, non rivedremo più l'Artico che conosciamo, con quell'ispessimento.
Che effetti avremo sul pianeta? Un aumento dell'effetto del riscaldamento globale del +50%, oltre a quelli causati dalla co2 nell'atmosfera.
L'Artico stesso sarebbe dunque un moltiplicatore del riscaldamento del pianeta: “stiamo lasciando alle prossime generazioni un pianeta diverso. Tutto cambierà e anche se riusciremo a gestire il riscaldamento globale sono sicuro che non riusciremo a tornare al mondo che avevamo prima. Quindi dobbiamo dire addio a quei luoghi che oggi ci sembrano familiari.”

Perché allora non stiamo facendo abbastanza per limitare l'inquinamento dell'atmosfera, perché gli accordi sul clima non vengono rispettati? Perché Trump ha deciso di uscire fuori dagli accordi di Parigi (e ora rientrerebbe ma solo se fosse favorevole agli Stati Uniti)?
Il servizio di Presa diretta racconterà anche della cosa all'oro per accaparrarsi le risorse che si trovano sotto l'Artico: i gas naturali, il petrolio, i diamanti.
Risorse che lo scioglimento dei ghiacci renderà più semplice raggiungere.
Sulla pelle del pianeta.

Lo scrittore Amitav Ghosh commenta con rammarico la grave situazione attuale che nessuno sembra voler affrontare: “Noi viviamo in un mondo in cui scienza, ingegneria e tecnologia sono molto importanti. Eppure quando la scienza ci dice che è in atto un rapido e grande cambiamento climatico noi chiudiamo gli occhi. Questa è la grande cecità ”.


La scheda della puntata: Caldo artico
A PresaDiretta uno straordinario ed esclusivo viaggio in Artico, il luogo più fragile del pianeta che già oggi è a rischio a causa del riscaldamento globale. Perderlo significherebbe un’accelerazione irreversibile delle mutazioni climatiche.
Al centro della seconda puntata di PresaDiretta, il cambiamento climatico e le sue terribili conseguenze, entrate ormai con prepotenza nelle nostre vite. Questa estate intere zone del pianeta hanno vissuto condizioni climatiche estreme, incendi, alluvioni, siccità e bombe d’acqua. Dal Giappone alla Scandinavia, Italia compresa.
 
Le telecamere di PresaDiretta hanno potuto seguire lo straordinario lavoro degli scienziati italiani della base artica del Cnr per vedere da vicino gli effetti amplificati del global warming. In Artico infatti, glaciologi, climatologi, fisici dell’atmosfera e chimici, studiano da più di vent’anni il clima che sta drammaticamente cambiando. L’artico non funziona più da regolatore termico e la temperatura ormai aumenta alla velocità di 3 gradi ogni 10 anni. 
Come mai dalla Conferenza sul clima di Parigi del 2015, dove 195 paesi hanno siglato un accordo vincolante per limitare l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi centigradi a oggi, la temperatura del pianeta continua ad aumentare? Cosa c’è che non va in quell’Accordo? PresaDiretta è andata a vedere quale partita mondiale si è accesa sulle ricchezze naturali dell’Artico, che con le sue risorse minerarie ed energetiche purtroppo fa gola a molti.L’Artico è sotto attacco, e rischia di scomparire. Con quali conseguenze per il nostro pianeta?CALDO ARTICO è un racconto di Riccardo Iacona con Alessandro Macina, Fabrizio Lazzaretti.