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28 marzo 2016

Lo Stato parallelo di Andrea Greco e Giuseppe Oddo


La prima inchiesta sull’Eni tra politica, servizi segreti, scandali finanziari e nuove guerre, da Mattei a Renzi.

Un'inchiesta che si doveva proprio fare, questa sull'Eni, un colosso industriale controllato dallo Stato ma anche uno Stato nello Stato:“con 110 miliardi di euro di ricavi nel 2014, e nonostante la perdita del 2015 causata dal crollo del prezzo del petrolio a 30 euro al barile, il gruppo occupa la venticinquesima posizione nella classifica di Fortune sulle prime cinquecento aziende mondiali per fatturato..”.
Un'azienda che alimenta le casse pubbliche grazie ai ricchi dividendi, specie ai tempi dell'amministrazione scaroniana (ora un po' meno), un'azienda che garantisce l'approvvigionamento delle risorse energetiche (gas e petrolio) per il riscaldamento domestico, l'elettricità, per la produzione industriale.
Un'azienda che occupa 84000 dipendenti (circa un terzo in Italia), che è presente in 80 paesi nel mondo, che fa esplorazioni in fondo al mare (come al largo delle coste egiziane dove Eni si è appena aggiudicata un promettente giacimento di gas) o poggia i tubi dei gasdotti (come quello che ci collega con la Libia).
Un'azienda strategica, per la sua stessa, duplice, funzione: lo aveva capito già Enrico Mattei, il fondatore, come la forza industriale (e politica) di una nazione dipenda dalla sua indipendenza energetica.
L'amministratore delegato dell'Eni è dunque qualcosa di più di un manager che si deve preoccupare di portare l'energia alle aziende e alle famiglie al minor costo possibile e garantendo il giusto profitto all'azionista (come altre aziende dello Stato, anche Eni è stata parzialmente messa sul mercato dopo Tangentopoli).
L'AD di Eni è più di un ministro degli Esteri, in quanto ha anche fare direttamente con i paesi produttori, intreccia rapporti d'affari, crea rapporti anche politici, apre dei ponti verso nuovi mondi: fu Mattei che andò per primo in Russia, in piena guerra fredda, suscitando le ire dell'alleato americano (e della stessa DC). Fu sempre Mattei che appoggiò i movimenti indipendentisti algerini, in cambio dei pozzi, suscitando altri malumori da parte dei francesi …

Eni è dunque una potenza politico-industriale e anche uno snodo centrale di molte vicende della nostra storia, dal boom, agli anni della P2 (e poi delle P3 e P4), a Tangentopoli, alla ristrutturazione di Mincato, fino ad oggi. Quando, dopo gli anni di Scaroni, dell'asse politico con Putin e Gheddafi (che generò molte tensioni con l'amministrazione americana, come raccontano i cablogrammi usciti con Wikileaks), la nuova gestione di Descalzi sta portando l'azienda verso una sua “terza repubblica petrolifera”.
Parlare di Eni significa parlare di politica estera, geopolitica, strategie energetiche e industriali: ma anche dei tanti lati oscuri emersi nel corso degli anni.
Le tangenti ai partiti della prima repubblica, la pagina buia della morte di Enrico Mattei, precipitato a Bascapè nell'ottobre del 1962, la figura opaca di Eugenio Cefis e i collegamenti con Gelli.
E, ancora oggi, le troppe inchieste di corruzione (alcune ancora da vagliare processualmente) nel mondo: in Algeria, in Nigeria, in Russia, in Kazakhistan.

Per questo è importante questo libro, dedicato al giornalista di Repubblica Peppe d'Avanzo, che ha spronato gli autori a scrivere questa inchiesta dicendo “voi questo libro lo dovete fare”.
Un'inchiesta che spiega da dove nasce l'espressione “Stato parallelo”: azienda Stato che si sostituisce o sovrappone alle funzioni di uno stato. Non è stato semplicemente un lapsus quello di Matteo Renzi, quando ad Otto e mezzo disse: "L'Eni è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence. Cosa vuol dire intelligence? I servizi, i servizi segreti".

Tentare di riassumere qui tutti gli aspetti toccati dal libro sull'Eni sarebbe cosa impossibile, tanto è dettagliato e ampio nel riportare dati e cifre della multinazionale, quasi da appesantirne la lettura
Nei capitoli del libro i due autori toccano diversi aspetti, finora inediti della storia dell'Eni, che ci permettono di comprenderne meglio la sua natura di “Stato parallelo”.

A cominciare dagli affari con la Russia, col tentativo da parte della Gazprom di entrare direttamente nel mercato della distribuzione in Italia, attraverso una terza società di Bruno Mentasti (e la Centrez), all'epoca produttore di acqua minerale e amico di Berlusconi. Un accordo passato sopra la testa dell'allora AD Mincato, che limitava le possibilità di rivendere il gas in eccesso poiché Gazprom si sarebbe presentata alla frontiera di Tarvisio e non in Austria. Alla fine l'affare saltò grazie alle rilevazioni dell'Antitrust, sebbene poi Scaroni abbia stipulato accordi a lungo termine con Gazprom, poco vantaggiosi in anni di calo della domanda che oggi Descalzi ha rinegoziato.
C'è la storia, raccontata dagli autori, degli affari nel gas di Berlusconi in Georgia, della spoliazione dei pezzi della Yukos (società petrolifera di un nemico di Putin) comprata dall'Eni e che si presume un favore al monopolista russo Gazprom.
Si racconta anche la storia del campo petrolifero di Chinarevskoye, della Zhaikmunay, già raccontata dal servizio di ReportRitardi con Enidove un dirigente Eni, sotto anonimato, raccontava al giornalista:

«Per favorire i russi, il governo Berlusconi ha svenduto gli idrocarburi in loco, e ha appoggiato il gasdotto
South Stream, così è Gazprom a imporre il prezzo del gas e l’Eni, che appoggiando il gasdotto alternativo Nabucco avrebbe potuto ridurre i prezzi, si è tagliata le palle».

Secondo questa persona : 
«all’ad Paolo Scaroni glielo ha detto Berlusconi, che ha i suoi rapporti con Putin. È una questione geopolitica e di interessi personali: l’Italia ci perde, ma qualche italiano ci guadagna. Esiste una società kazaka chiamata Zhaikmunai controllata dai paradisi fiscali, che ha un piccolo campo di esplorazione in Kazakistan e tira su dei ricavi nell’ordine di un milione di dollari al giorno con margini del 50%. Io chiesi a Eni chi erano i proprietari e mi dissero: occupati del tuo lavoro e non rompere i coglioni. Parlai con dei dirigenti della petrolifera di stato kazaka: mi dissero che in Zhaikmunai si nascondono interessi di politici kazaki e italiani».

Chi?
«Uomini importanti del centrodestra, i soliti. I nomi me li hanno fatti, poi in Eni mi hanno chiaramente detto di stare attento al fuoco amico, quindi io sto zitto».

Gli anni di Tangentopoli e l'epoca di risanamento portata avanti da Bernabè.
Dice Flavio Fiorini, ex direttore finanziario, agli autori:
“Il metodo era di una trasparenza impressionante. I segretari mandavano a Cefis una nota con le richieste di pagamento delle varie correnti, Cefis le vistava il sabato e io il lunedì le portavo ad Arcaini, che girava i soldi ai partiti ..”.

Come tutte le altre aziende dello Stato, anche Eni aveva un presidente espressione dei partiti e un flusso di cassa di ritorno che costituiva finanziamento illecito. Era facile per Eni, avendo dei flussi di cassa verso l'estero, fare del nero che passava poi per finanzieri compiacenti come Pacini Battaglia.
Le tangenti ai partiti arrivavano attraverso la Karfinko di Pacini Battaglia, coi suoi 500 miliardi di fondi neri scoperti dai magistrati di Mani pulite che indagavano sulla maxi tangente Enimont.
La crisi della prima repubblica e gli scandali emersi con Tangentopoli costrinsero Amato ad un cambio di rotta, con la nomina di Bernabè come amministratore, che scelse un CDA fuori dai giochi politici. Sono gli anni del risanamento (la “seconda repubblica petrolifera”), della privatizzazione.
I due autori raccontano che, quando Franco Bernabé diventa AD nel 1993 per bonificarla, allestisce all’interno dell’azienda una “unità di crisi” per “affrontare i problemi” che emergevano con le inchieste giudiziarie, per cercare di prevenire le inchieste giudiziarie e aprendosi così alla collaborazione coi magistrati.

Gli anni dei fondi neri, della P2, Cefis, Gelli.
Mattei stesso si vantava di usare i partiti come i taxi, ovvero li pagava per raggiungere i fini dell'azienda, che non erano l'arricchimento personale, come avvenne poi alla sua morte.
Con la sua morte si capovolse la situazione coi i partiti e i vertici aziendali che usarono l'azienda per i loro fini di potere: il salvataggio di Calvi da parte di Cefis, il sospetto che usò i soldi dell'Eni per la scalata di Montedison,
E poi, il vero ruolo della P2, di cui si sospetta che fosse Cefis il puparo, ben prima di Gelli, le accuse rivoltegli per il tentativo di golpe.
C'è un filo che lega la P2, con le successive P2 e P4: nel corso del libro i due giornalisti citano spesso il nome di Bisignani, uno nella lista di Gelli, persona dalle molte conoscenze nei posti che contano e che spesso viene consultato dai politici quando c'è una nomina da fare.
Questo punto viene sottolineato su Repubblica anche da Alberto Statera: 
“soccorrere gli amici nei guai con la giustizia, controllare l'assegnazione di appalti pubblici, orientare le nomine al vertice di istituzioni e aziende di Stato, condizionare quel che resta della politica, attraverso un network tuttora potente che vede muoversi, accanto ad alti ufficiali e dirigenti collocati in ruoli-chiave, una cupola nella quale con il "figlioccio" Bisignani, compaiono tra gli altri Gianni Letta, l'ex banchiere Cesare Geronzi, Guido Bertolaso e, da ultimo in un ruolo crescente, Denis Verdini”.

Gli anni di Scaroni
Sono gli anni dove cambia l'asse politico dell'azienda, che si sposta dall'AD direttamente nelle mani dell'allora presidente del Consiglio Berlusconi e dove l'Eni deve assecondare i suoi interessi economici e politici. Gli anni dove si stipulano i contratti take or pay, poco lungimiranti e costosi, delle generose cedole staccate all'azionista Stato, del titolo in borsa in calo mentre gli emolumenti dell'AD crescono (nel corso degli anni gli autori stimano in 45ml di euro il totale dei compensi di Scaroni).
L'ossessione per la sicurezza interna, quando la security arrivò ad avere un budget da 20 ml di euro l'anno
Sempre Alberto Statera su Repubblica:
“La sicurezza stessa divenne un affare milionario attraverso la Italgo, di cui era maggiore azionista Francesco Micheli, che aveva lavorato per Cefis alla Montedison, e amministratore delegato Anselmo Galbusera, intimo di Bisignani, che attraverso il faccendiere pregiudicato intercettava commesse nel settore pubblico. Dell'Italgo rimane, come simbolo della grandeur di Scaroni, la "sala di crisi" dell'Eni costata 5,4 milioni di euro e degna del Pentagono. Spiccioli rispetto ai 200 milioni l'anno assegnati al budget delle Relazioni esterne per la fabbrica del consenso o ai 45milioni di compensi ufficiali incassati da Scaroni negli anni trascorsi all'Eni, che sono andati a rimpinguare "The Paolo Scaroni Trust" e il tesoretto piazzato alle Isole Vergini”.

Anche sul versante della comunicazione e delle sponsorizzazioni si caratterizzò la gestione di Scaroni: il budget per questo settore arrivò a 200 ml l'anno, investiti in pubblicità, eventi, spot sulla Rai, anche negli anni della crisi economica (la spesa in pubblicità passò nel 2011 da 52 a 70 milioni).

La terza repubblica petrolifera
Nel 2014 il presidente del Consiglio Renzi nomina, di fatto, il nuovo AD Descalzi, fino a poco prima dirigente nel ramo esplorazione petrolifera: una rottamazione della vecchia gestione o un tentativo da parte di Renzi di mettere una sua persona anche in questa azienda?
Probabilmente entrambe le cose: in questi ultimi due anni Descalzi ha iniziato un'opera di dimagrimento per le spese non ritenute necessarie, come la security e la comunicazione.
Ha cercato di vendere assett che zavorrano i costi come Saipem (un'altra multinazionale che si occupa di lavori di ingegneria non solo per Eni), sta cercando di dismettere il settore della chimica della Versalis, con tutti i rischi per le ricadute occupazionali.

Eni sta tornando ad investire nell'esplorazione e nella ricerca in nuovi paesi dove sia conveniente investire: importante sottolineare come l'asse geopolitico si sia spostato dal nord a sud, verso l'Africa (Egitto e Libia), cercando un'autonomia dalle forniture russe (cui ancora non possiamo fare a meno): Descalzi ha infatti rivisto i contratti take or pay (definiti in un'intervista un cappio al collo), sconfessando di fatto la precedente gestione .

Ci sono le tante, troppe inchieste sulla corruzione: dalla Nigeria, alla presunta tangente pagata per il giacimento OPL 245 (raccontata da un'inchiesta di Report), l'inchiesta sulla Saipem e su una commissione ad una società fittizia, da cui Scaroni è stato prosciolto (perché non sapeva, ma allora perché si è dato da fare per trovare un altro posto al manager poi allontanato?), la storia della Petrolbras in Brasile ….
C'è tutto il filone russo che l'ex manager Mario Reali ha raccontato agli autori: la dismissione della ex Yukos, che si è aggiudicata Eni, il finto audit sulle tangenti in Kazakhistan, il giacimento di Kashagan e le tangenti in Azerbajan ai ras locali (che certo non devono far piacere agli stakeholders).

Ci aspetta un futuro che è difficile da decifrare, imprevedibile: chi si sarebbe mai aspettato, anni fa, il crollo del valore del barile di petrolio? Che lo shale gas avrebbe preso piede, aprendo nuove possibilità?
La precarietà geopolitica nel mondo, specie nelle zone di approvvigionamento delle risorse da parte dell'Eni (la Libia, l'Iraq, la Nigeria e l'Egitto ). Eni deve guardarsi anche dall'aggressività degli stati petroliferi emergenti, dai rischi di sporcarsi le mani nuovamente con dittatori (in Egitto, per esempio).
Il paese ha bisogno di un'Eni forte e competitiva e viceversa, anche Eni ha bisogno alle spalle di una politica che sappia proteggere questa importante risorsa.
Sperando solo che Renzi e Descalzi non compiano gli stessi errori dei loro precedessori nel passato.

I capitoli del libro
Le origini dello Stato parallelo
Tutti gli affari con la Russia
La seconda repubblica petrolifera
Cinquant'anni di fondi neri
Gli intrighi della P2 e i maneggi della P4
Gli anni d'oro della crescita
Il Cane torna al guinzaglio
Servizi segreti e fabbrica del consenso
Il fallimento dei controlli e la corruzione endemica
La Terza Repubblica petrolifera

Alcuni post sul libro:
La scheda del libro su Chiarelettere, il blog di uno degli autori Giuseppe Oddo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

Il consigliere dei libici coinvolto in Mani Pulite – Lo stato parallelo


Un altro estratto (preso dal sito de l'Espresso) del libro appena uscito di Andrea Greco e Giuseppe Oddo, “Lo Stato Parallelo” (Chiarelettere).
...Gheddafi avrebbe potuto agitare come una clava contro il nostro governo [argomenti compromettenti]. Questioni che magari non coinvolgevano direttamente Berlusconi, ma che avrebbero potuto metterlo in difficoltà per la sua vicinanza al colonnello, anche perché la Libia, dopo la firma del trattato di amicizia, aveva investito in primarie società italiane: dall’UniCredit all’Eni, unico caso di azienda petrolifera occidentale partecipata da un Paese produttore; dalla Finmeccanica, all’ex gruppo bancario Capitalia, alla Juventus. 
Una fonte che [...] vanta rapporti storici con il sistema di potere libico ci racconta degli incontri che Saif al Islam Gheddafi organizzava quasi una volta al mese in un hotel di Salisburgo. Ospiti fissi di queste riunioni erano: l’allora primo ministro Shukri Ghanem (ex numero uno della società petrolifera di Stato libica), che nell’aprile del 2012 fu ritrovato a Vienna, dove era fuggito in esilio, morto nel Danubio; il vicepresidente della Libyan Investment Authority Mustafa Zarti, considerato il cassiere della famiglia Gheddafi, rifugiatosi anch’egli nella capitale austriaca prima del definitivo collasso del regime; e l’ex primo ministro, nonché ex segretario del Congresso generale del popolo, al Baghdadi Alì al Mahmoudi.
A questo comitato d’affari, che si riuniva per discutere dell’amministrazione del patrimonio della famiglia Gheddafi, sembra si aggregassero l’ex ambasciatore libico a Roma Abdul Hafed Gaddur e un ex agente di cambio romano che era stato arrestato durante Mani pulite ed era bene introdotto negli ambienti berlusconiani. Come mai i libici ricorressero alla consulenza di un personaggio del sottobosco finanziario capitolino, pur avendo rapporti con l’alta finanza internazionale per la gestione della liquidità generata dalla vendita di idrocarburi, è un mistero. [...].
 
Le figure più rilevanti del comitato, dove erano pattuite le retrocessioni di denaro a Gheddafi sui più grandi affari della Libia, erano Ghanem e Zarti. Il primo aveva studiato negli Stati Uniti e sapeva tutto dei rapporti personali e finanziari tra Gheddafi e i leader internazionali; Zarti che vive a Vienna dall’adolescenza (è figlio di un diplomatico dell’Opec) ed è stato compagno di studi di Saif al Islam, era inserito nei più importanti circoli finanziari austriaci. Entrambi gestivano fondi riconducibili alla famiglia Gheddafi, il cui patrimonio complessivo la nostra fonte stima tra i 100 e i 150 miliardi di dollari: fondi dapprima congelati dalle autorità austriache e poi rimessi a disposizione degli intestatari dei conti.
Probabilmente Ghanem era anche al corrente del contributo di 50 milioni di dollari che Gheddafi aveva fatto avere a Nicolas Sarkozy per la campagna presidenziale del 2007. Resa pubblica al momento opportuno, la notizia avrebbe potuto distruggere politicamente il presidente della Repubblica francese. «Sarko» sapeva che sulla sua testa pendeva una spada di Damocle e temette il peggio quando da alleato di Gheddafi divenne suo principale nemico. [...] .
 
Il francese Robert Dulas, consigliere di vari capi di Stato africani, francomassone per sua ammissione, strettamente collegato ai separatisti tuareg del Mali, ha scritto - nella sua contro inchiesta sull’uccisione dell’amico Pierre Marziali - che il 14 aprile 2011 Sarkozy ricevette «discretamente una delegazione di insorti libici accompagnata [all’Eliseo] dal filosofo Bernard-Henri Lévy», e che della delegazione avrebbe fatto parte «un certo Mustafa el Sagezli, il numero due della Brigata dei martiri del 17 febbraio», [...] il quale avrebbe chiesto al presidente francese kalashnikov, lanciamissili, mezzi blindati, autocarri, materiale di trasmissione.
Ex militare del reggimento paracadutisti della marina francese, Marziali aveva fondato una società militare privata, la Secopex (Société d’appui stratégique & opérationnel), che prestava servizi di consulenza e di addestramento militare (attività considerate lecite dalla legge francese) e che aveva individuato in Libia opportunità di crescita. Dulas era il suo braccio destro. Marziali era malvisto e mal tollerato nell’ambiente militare da cui proveniva, che gli rinfacciava di reclutare ex colleghi per formare milizie mercenarie (attività, questa, vietata dalla legge francese) e di lavorare per dittatori africani sanguinari nel nome del dio denaro. Dopo la sua morte, il ministero degli Esteri francese dichiarò che la sua presenza in Libia non era nota al Quai d’Orsay, anche se è presumibile che i servizi francesi fossero informati dei movimenti della Secopex. Dal libro di Dulas emerge un fatto clamoroso. Quando si parlava ancora in termini positivi della primavera araba, e si riteneva che la rivolta anti-Gheddafi fosse l’effetto di una reazione popolare contro il regime, Marziali e Dulas avevano consegnato un cd a un commissario dell’Eliseo contenente le immagini delle torture praticate dagli insorti di Bengasi: un modo per mettere in guardia i vertici della sicurezza francese e l’Occidente sulla presenza dell’islamismo più radicale dietro l’esercito dei ribelli. Nel cd c’era la prova della partecipazione alla massa dei rivoltosi di una «nebulosa terroristica» composta da Hezbollah, Hamas, al Qaeda nel Maghreb islamico e rinforzata da uomini provenienti dall’estero. Uno degli elementi di spicco di questa nebulosa era Faouzi Abou Kataf (noto anche come Fawzi Bukatif), numero uno della Brigata dei martiri del 17 febbraio, capo di quel Mustafa el Sagezli condotto al cospetto del presidente francese da Bernard-Henri Lévy. [...]
 
Marziali sarebbe stato dunque assassinato, secondo Dulas, non in modo accidentale, durante un tentativo di arresto, ma perché prossimo a scoprire i presunti inconfessabili legami tra i capi della Brigata dei martiri del 17 febbraio, i servizi francesi e l’Eliseo, con cui la Brigata era in contatto attraverso un proprio emissario (el Sagezli).
Perché Sarkozy si sarebbe compromesso fino a questo punto con uno dei capi della rivoluzione? Perché la Francia, che aveva in corso un programma di cooperazione bilaterale con la Libia nel campo delle tecnologie, del nucleare civile, della difesa e della formazione, ambiva ad acquisire attraverso la Total la fetta più grossa delle attività di esplorazione e produzione.
Le manovre di avvicinamento della Total alla Libia erano cominciate qualche anno prima. Già nel 2009, nel fallito tentativo di aggiudicarsi un contratto di gas dalla Libia, la compagnia transalpina aveva versato un acconto di 9,8 milioni di dollari al faccendiere francolibanese Ziad Takieddine con il benestare dell’allora segretario generale dell’Eliseo, Claude Guéant, futuro ministro dell’Interno di Sarkozy. E sarà proprio Takieddine a dichiarare ai giudici francesi che l’ex capo di gabinetto di Gheddafi, Bashir Saleh, sarebbe andato «a più riprese a incontrare Guéant al ministero dell’Interno», tra il dicembre del 2006 e il gennaio del 2007, per fornirgli «le indicazioni bancarie necessarie al versamento» dei 50 milioni per la campagna di Sarkozy.


Lo Stato parallelo – Chiarelettere, di Andrea Oddo e Giuseppe Greco.

26 marzo 2016

Come ti imbriglio il cane – Lo stato parallelo (Andrea Greco, Giuseppe Oddo)

I giornalisti Andrea Greco e Giuseppe Oddo dedicano un intero capitolo del libro “Lo stato parallelo” (l'inchiesta sull'Eni tra politica, servizi, scandali e guerre geopolitiche), è dedicato alla gestione dell'ex amministratore delegato Scaroni.
Che nel 2005 prese il posto di Mincato, silurato anche per aver bloccato l'affare Mentasti con cui Gazprom voleva entrare nella distribuzione del gas in Italia.
Con Scaroni - scrivono i giornalisti - il cane a sei zampe venne imbrigliato dal governo, anzi da Berlusconi, che dettò la linea energetica del paese, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze:
La prima novità di rilievo avvenne sull'asse Roma-Mosca, dove le relazioni amicali dei i capi dei due governi avevano prodotto un'intesa strategica di tipo geopolitico. Da mesi la novità si preparava, e il vertice Nato di Pratica di Mare del 2002, con Putin ospite d'eccezione dell'Alleanza Atlantica, mostrò al mondo fino a che punto potessero spingersi l'abilità e la determinazione di Berlusconi nel veicolare la politica estera con il dosaggio di personalismi, parole, gesti di favore e lazzi.Mario Reali, mente e cuore dell'Eni in Russia, ricorda così quel periodo: «Con intensità crescente negli anni 2004-2005, lavorando con Mosca, notai un nuovo atteggiamento. I russi ci lasciavano parlare, poi dicevano: “Tu e Mincato è inutile che chiacchieriate tanto, perché Berlusconi parla con Putin”. Così l'azienda perse in Russia quell'autorevolezza che aveva rafforzato negli anni anche in virtù della sua veste di acquirente unico del gas in Italia».
Berlusconi e Tremonti, poi, agendo sulle competenze del governo, misero l'Eni al guinzaglio governativo. Il primo esautorò il governo e il ministero competente, nel campo della politica energetica, il secondo costrinse il gruppo a un crescente drenaggio di utili per rimpinguare le casse pubbliche. Questa le versione di un alto funzionario di via XX Settembre: «Fino al 2005 nessuno faceva politica energetica a Palazzo Chigi. L'Eni, una tecnostruttura unica tra le aziende italiane, era gestita da Mincato come fosse una sua pertinenza. Il cambio di marcia arrivò dalla politica estera e lo imprese Berlusconi, i cui rapporti diretti con Putin scavalcarono sia la società sia la politica energetica. Tutto avveniva nelle dacie e nelle ville in Sardegna, un lavoro di bassa cucina».I risultati del nuovo corso berlusconiano furono l'accresciuta dipendenza dalle forniture del gas russo, la sordina all'esplorazione e alla produzione, vale a dire agli investimenti, e il conseguente storno di crescenti flussi di cassa, e talvolta anche di debito, per la remunerazione dei soci. Il più famelico dei quali era proprio il Tesoro. Le società pubbliche come l'Eni furono trasformate in uno sportello dell'azionista-Stato. La sicurezza dei conti pubblici divenne prioritaria rispetto a quella degli approvvigionamenti e della diversificazione delle fonti.
Scaroni capì al volo l'antifona. Nell'ottobre del 2005, appena qualche mese dopo il suo insediamento, concesse un maxi-dividendo allo Stato. Da allora la gratificazione del socio pubblico sarà una costante, sarà sempre in cima ai suoi pensieri, senza peraltro alcun beneficio per le quotazioni del titolo in Borsa.«Siamo di gran lunga i principali contributori al Tesoro di dividendi» dirà Scaroni in una delle sue ultime audizioni al Senato. Nei suoi nove anni di gestione, l'Eni aveva versato allo Stato 29,7 miliardi di euro, di cui 12 di cedole e 15 di imposte. Soltanto nel 2009, dopo l'archiviazione di un utile più che dimezzato rispetto agli anni precedenti (per il «peggioramento dello scenario petrolifero, il calo del margine di raffinazione e il minore contributo delle partecipazioni»), il dividendo era stato ridotto da 1,30 a 1 euro per azione: una misura necessaria per non compromettere l'equilibrio tra cassa, debito e rating.


Lo Stato parallelo – Chiarelettere, di Andrea Oddo e Giuseppe Greco.
Dal blog di uno degli autori, Giuseppe Oddo: "Berlusconi, era nostro interesse acquistare più gas dalla Russia".

24 marzo 2016

Lo stato parallelo – La P2, Cefis e Gelli

Cefis ed Andreotti

Eugenio Cefis
Nel libro “Lo stato parallelo”  dei giornalisti Andrea Greco e Giuseppe Oddo, un intero capitolo è dedicato agli intrecci tra l'Eni, la P2, Cefis per arrivare poi alle P3 e P4 moderne.
Al centro c'è la figura di Eugenio Cefis, indicato in una nota del Sismi come il vero fondatore della loggia P2, che avrebbe poi passato la mano a Gelli dopo che un tentativo di golpe (forse solo minacciato) non era andato in porto.
Eugenio Cefis divenne presidente dell'Eni (dopo la morte di Mattei e la successione di Marcello Boldrini), per passare poi alla Montedison, il gigante della chimica nato dalla fusione di Montecatini ed Edison (al centro poi della maxi tangente Enimont..), grazie ai soldi dell'Eni stessa e all'appoggio economico del banchiere Cuccia e di Amintore Fanfani.
Al pari della P2, Cefis si poneva nei confronti delle istituzioni come un centro decisionale alternativo in grado di surrogarle «a causa del progressivo indebolimento dei meccanismi democratici e parlamentari e della degenerazione dei partiti nonché della loro capacità di rappresentare ed esprimere le grandi scelte politiche».Come ci ha detto Giorgio Galli in una conversazione avvenuta a casa sua nell'estate del 2014, il «fatto che Cefis ufficialmente non facesse parte della P2 può essere veramente l'indizio che possa esserne stato l'ispiratore». Entrambi i sistemi di potere – quello cefisiano e quello gelliano – puntavano a un riassetto istituzionale attraverso lo svuotamento del parlamento e lo spostamento delle funzioni decisionali nell'esecutivo o al di fuori delle istituzioni.Il piano di rinascita democratico della P2 appariva speculare al'idea di Stato che il presidente della Montedison aveva esposto in una conferenza ai cadetti dell'Accademia militare di Modena di cui esgli stesso era stato allievo tra il 1939 e il 1941. In quel discorso, considerato come un manifesto ideologico, Cefis anticipava temi che sarebbero stati di grande attualità nei decenni successivi: la trasformazione delle istituzioni sotto la spinta dei cambiamenti economici e tecnologici; la perdita della sovranità degli Stati nazionali per l'avanzata delle imprese multinazionali; lo spostamento dei poteri dal governo e dal parlamento alle grandi imprese, con gli organi centrali dello Stato sempre più confinati nel ruolo di mediatori.Quel discorso, insieme alla biografia critica Questo è Cefis di Giorgio Steimetz, pseudonimo di Corrado Ragozzino, era sotto la lente di Pier Paolo Pasolini nella fase in cui lo scrittore si documentava per la stesura del romanzo Petrolio e per inquadrarne il personaggio di Carlo Troya, alias Eugenio Cefis.Annota Riccardo Antoniani, ricercatore di Letteratura contemporanea dell'Université Paris-sorbonne: «Pasolini aveva intuito il rischio imminente di tale svolta presidenzialistico-tecnocratica [..]. Nei pochi mesi che lo separavano dalla notte dell'Idroscalo [..] il poeta indagò con la dovizia filologica che gli era propria le parole del manager, progressivamente investendolo di un ruolo che [..] diveniva sempre più centrale nelle pagine del suo romanzo».

Lostato parallelo – capitolo Gli intrighi della P2 e i maneggi della P4, Cefis e Gelli

Nel capitolo gli autori citano un discorso di Cefis, all'accademia di Modena “La mia patria si chiama multinazionale” del 1972, in cui invocava una svolta istituzionale in senso presidenziale del paese: alcuni stralci li trovate qui:
pag 8: “Anche nelle decisioni di investimento le imprese hanno attribuito un’importanza secondaria ai confini nazionali, scegliendo per i nuovi impianti la località che poteva apparire più proficua, indipendentemente dal fatto che questa si trovasse nell’uno o nell’altro stato”.
pag. 12: ” … al limite può accadere talvolta che qualche governo proceda alla nazionalizzazione di singole unità produttive appartenenti alla multinazionale. Ma è difficile che un tale governo riesca a reggere alla pressione politica che le multinazionali possono esercitare”.
pag. 13: ” … è molto difficile che un paese ancora povero e arretrato possa permettersi di adottare iniziative politiche che scoraggino gli investimenti esteri. Le royalties che vengono versate al paese ospitante, la valuta derivata dalle esportazioni, i salari con cui la manodopera locale è retribuita, sono fatti economici di tale rilevanza da porre in secondo piano i problemi dell’autonomia e del prestigio politico”.

pag. 15: “… ci si evolve sempre più verso l’identificazione della politica con la politica economica”.

pag. 15: “se i controlli statali creano vincoli eccessivi agli investimenti e alle operazioni in un Paese, la società multinazionale può comunque agire potenziando le sue attività in altre aree geografiche e disinvestendo dal Paese in cui si sente troppo contrastata”.

pag. 16: “All’affiliata di una società multinazionale è abbastanza facile dimostrare al fisco di essere sempre in perdita e, al tempo stesso, creare un buon affare per la casa madre …”.

pag. 16: “Gli stati nazionali nei loro rapporti con le imprese multinazionali sembrano spesso come i giocatori di una squadra di calcio costretti da un assurdo regolamento a giocare soltanto nella propria area di rigore lasciando ai loro avversari la libertà di muoversi a piacimento per tutto il campo”.
pag. 16: “anche dal punto di vista militare l’unica risposta possibile è quella di un allargamento della dimensione del potere politico a livello almeno continentale”.

pag. 16: “la difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed e probabile che arriveremo anche ad una modifica del concetto stesso di Patria … il concetto di Patria è un concetto che si è trasformato nel tempo tanto che, anche all’epoca del Risorgimento, ben pochi erano i cittadini che sapevano di essere italiani e non si consideravano semplici abitanti del Regno delle due Sicilie o del Granducato di Toscana”.

pag 16: “… non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta …”
pag. 17: “i maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale”.

pag. 18: “Il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato e destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale con cui si lavora”.
pag. 18: ” … è chiaro che se l’Italia è un mercato troppo ristretto per una grande impresa, l’Europa è invece il maggior mercato del mondo. Se esistesse un interlocutore a livello europeo in grado di esercitare un controllo politico sulle multinazionali, con poteri ben al di là della Comunità Economica Europea, le iniziative delle multinazionali potrebbero più facilmente contribuire a risolvere gli squilibri economici anziché aggravarli. Questa ipotesi però si potrà realizzare quando i singoli stati nazionali rinunceranno, almeno in parte, alla loro sovranità … mi sembra … utopistica la soluzione di chi vuol instaurare un’autorità internazionale, magari nell’ambito dell’ONU, per il controllo sulle imprese internazionali”.


Insomma, sembra a leggere queste espressioni, che il destino dell'Europa e dell'Italia fosse già stato scritto più di 40 anni fa.

18 marzo 2016

Eni, lo "stato parallelo" : Russia, mazzette e milioni alla stampa

L'articolo di Stefano Feltri uscito sul Fatto Quotidiano, sul libro uscito per Chiarelettere che racconta dell'Eni, lo "Stato parallelo", autori i giornalisti Andrea Greco e Giuseppe Oddo.


Russia, mazzette e milioni alla stampa:Eni, lo Stato parallelo
I rapporti opachi con Mosca ai tempi di Berlusconi e i fondia pioggia per la pubblicità, per farsi amici giornali e tv
 
Fondi neri, tangenti, una politica estera autonoma e dominante su quella della Farnesina, centinaia di milioni per garantirsi una stampa amica: sono queste le declinazioni dello “Stato parallelo”, come i giornalisti Andrea Greco e Giuseppe Oddo chiamano l’Eni in un loro libro che esce oggi per Chiarelettere, dopo oltre cinque anni di inchiesta. Il gruppo petrolifero fondato da Enrico Mattei e guidato oggi da Claudio De Scalzi è molto di più che un’azienda, è una “impresa al servizio dello Stato capace, all’occorrenza, di piegare lo Stato ai propri interessi”, come scrivono Greco e Oddo. Nel libro ci sono molti retroscena inediti e dettagli finora rimasti riservati su comesi è dispiegato il potere dello “Stato parallelo”. 
I RAPPORTI CON MOSCA. Negli anni in cui Silvio Berlusconi è stato al governo l’Eni ha rafforzatoi suoi rapporti con la Russia di Vladimir Putin, in ottimi rapporti anche con Romano Prodi ma amico del Cavaliere. Il 30 ottobre 2003 il vicepresidente della Gazprom, l’azienda di Stato Russa, chiede all’allora ad di Eni Vittorio Mincato di coinvolgere nell'importazione di gas dalla Russia Bruno Mentasti. Mincato non sa neppure chi sia, visto che Mentasti si occupa di acqua minerale e non di energia, ma è amico di Berlusconi. Gli aveva già fatto da prestanome ai tempi di Telepiù, quando il Cavaliere gli aveva intestato una quota della pay tv di cui doveva liberarsi per ragioni di Antitrust. Chi sono i veri azionisti della Centrex Europe Energy & Gas cui è legato Mentasti? A chi andranno davvero i profitti di questa strana alleanza con Gazprom? Non si può sapere. Alla fine l’operazione salta in quei termini, mai rapporti con la Russia si consolidano (e Gazprom riesce comunque ad accedere al mercato italiano tramite Eni e Centrex, con tre miliardi di metri cubi di gas all'anno). Oddo e Greco rivelano che l'accordo siglato 2006 tra Eni e Gazprom ha una pesante ricaduta: il gas comprato dalla Russia tramite il gasdotto Tag arriverà direttamente in Italia, a Tarvisio, e non in Austria a Baumgarten, come nel primo progetto. Risultato: l’Eni può venderlo solo all'Italia invece di piazzarlo nel mercato euro-peo quando ci sono picchi di domanda. 
TANGENTI. L’Eni fin dall’inizio pagava tangenti ai partiti. Mattei gestiva la cosa in prima persona. L’inchiesta Mani Pulite scopre almeno 500 miliardi fondi neri su conti esteri che venivano poi smistati dalla società Karfinco del banchiere Francesco Pacini Battaglia ai partiti e, in parte, agli stessi manager Eni. Basta comprare e rivendere petrolio a prezzi diversi tra Italia e società estere per accumulare risorse non tracciabili. Greco e Oddo rivelano che, quando diventa ad dell’Eni nel 1993 per bonificar-la, Franco Bernabé allestisce all’interno dell’azienda una “unità di crisi” per “affrontare i problemi” che emergevano con le inchieste giudiziari e e “monitorare le reazioni della maggioranza di governo costituitasi dopo l’affermazione di Silvio Berlusconi”. 
IL TRUST.Greco e Od-do, con l’aiuto di un esperto, ricostruiscono la storia del Paolo Scaroni Trust con beneficiari lo stesso Scaroni e i suoi famigliari. Il contratto “pur redatto in modo formalmente corretto, mancava dello scopo, e il disponente del trust era anche, di fatto, il suo principale beneficiario”.Mentre i trust dovrebbero servire a separare un soggetto dai suoi beni per evitare conflitti di interesse. Nel 2009 Scaroni usa lo scudo fiscale del governo Berlusconi, paga il 5 per cento per rimpatriare –si legge in un rapporto di Bankitalia – 10 milioni di euro. Ma ci sono pochi elementi a sostegno della giustificazione di Scaroni per la disponibilità di quelle somme, cioè che si trattasse di compensi accumulati nel periodo in cui il manager lavorava a Londra per la Pilkington.
LA COMUNICAZIONE.Dell’Eni in Italia i media si occupano poco, e quasi mai con notizie sgradite all'azienda. Una delle ragioni è la potenza comunicativa del gruppo. Nel 2011 il budget per le relazioni esterneè arrivato a 202 milioni di euro. Eni ha aumentato la pubblicità in Italia anche negli anni della crisi – nel 2011 da 52 a 70 milioni –prima dell’austerità im-posta da De Scalzi che nel 2014 l’ha ridotta a 23,4 milioni.Mentre cercava la riconferma, poi svanita, nel 2014 l'allora ad Scaroni si fa trovare ospite a una puntata di Porta a Porta di Bruno Vespa su Rai1 con Matteo Renzi. Secondo la ricostruzione di Greco e Oddo, di fronte alle rimostranze del premier, “Vespa avrebbe allarga-to le braccia, ribattendo che l’Eni era il maggiore inserzionista della Rai e che non era possibile rigettare la richiesta di Scaroni”.
OSSESSIONE SICUREZZA.Nel quartier generale di San Donato Milanese, scrivono Greco e Oddo, ci sono telecamere di sicurezza ovunque. Gli ascensori sono rivestiti di specchi per rendere visibile ogni oggetto alle riprese di sorveglianza e “a evitare che qualcuno possa estrarre un'arma e colpire alle spalle”. E nel 2012 il Garante della Privacy ha stabilito una deroga per l’Eni che puó “trattenere le immagini delle videoregistrazioni per sette giorni, contro le ventiquattro ore standard”.
Qui un estratto del libro su l'Espresso e un articolo su Repubblica.