Un estratto dal primo capitolo (lo
potete leggere qui):
L’ingegner Codecà ascolta le
parole di sua moglie inseguirsi lentamente. Non si è mai abituato a
quel suo strano accento romeno, come una cantilena. Quella voce
l’aveva colpito subito quando si erano conosciuti a Bucarest,
all’inizio degli anni Trenta. Il vestito bianco, i polsi fini, il
volo leggero dei capelli. Erano già passati vent’anni dal loro
matrimonio.«…e poi nel pomeriggio siamo
uscite per una passeggiata e Gabriella ha fatto qualche foto agli
scogli.»Codecà vede il Golfo del Tigullio,
blu profondo e bianco di schiuma. Sua figlia, sulle punte dei piedi,
fotografa gli spruzzi contro le rocce con la Leica che le ha regalato
a Natale. Sospira nel ricevitore.«Me la saluti tu, Gabriella?»«Sì, certo.»«Ciao, Elena. Ci sentiamo domani,
stai bene.»«Ciao caro, a presto.»Sistema il ricevitore
sull’apparecchio. In mezzo alla sala Cockie lo guarda impettito e
gli abbaia.«Sì, va bene.»Esce di casa senza avvisare Rina. Si
infila una sigaretta tra le labbra, alza il bavero dell’impermeabile
e scioglie Cockie, che comincia a zampettare sul marciapiede. La
strada è completamente buia.
Nonostante la guerra sia finita da
sette anni, una parte dell’illuminazione pubblica non vuole ancora
adeguarsi. Come il 26/bis, il palazzo a fianco della villetta, che
dopo i bombardamenti è rimasto un rudere roso dalla gramigna.L’ingegner Codecà si ricorda del
biglietto di Gabriella rimasto sul cruscotto. Apre la portiera della
1100 e si china all’interno dell’abitacolo.Una fiammata gli brucia il costato.
Lo sparo lo sente immediatamente dopo. Crolla a terra su un fianco,
gli occhiali tintinnano sull’asfalto. Sapore di ferro in bocca.
Tossisce sangue e il cemento si macchia di una miriade di efelidi
scarlatte. Cockie sta abbaiando.Passi ovattati fuggono mentre
l’ingegner Codecà muore.
Un romanzo di industriali e di spie, di
giornalisti e di investigatori privati, di servitori dello stato
infedeli e di ricattatori, di doppiogiochisti e di trafficanti.
Un romanzo che parte da una storia
realmente accaduta, l'omicidio di un dirigente di una società del
gruppo Fiat, Erio Codecà, per raccontare in modo romanzato l'Italia
della guerra fredda: “una guerra talmente fredda da diventare
ustionante”, così dice uno dei protagonisti.
Lo storico Aldo Giannuli, assieme ad
Ivan Brentari si sono documentati in modo esauriente su questo
fatto di cronaca avvenuto a Torino il 16 aprile 1952: l'ingegnere
Erio
Codecà ucciso con un colpo di pistola, mentre portava a
spasso il cane in una fresca serata. Omicidio per cui fu individuato
un presunto colpevole, un partigiano poi condannato per alcuni fatti
di sangue durante la guerra, ma che non riguardavano la lotta
partigiana.
Ma la storia, e la Storia, sono narrate
attraverso l'indagine di un gruppo di borghesi, dell'alta borghesia
si sarebbe detto, accomunati dalla passione per i gialli: in questo
caso, le carte scoperte dal figlio di un investigatore privato,
assoldato dalla Fiat stessa per indagare sulla morte dell'ingegnere.
«Lei cosa vuole da me, signor
Argenti?»Il feto storpio si schiarì la voce
e spruzzò fuori dalla gola una fermezza e un orgoglio che l’avvocato
Dalmasso non gli avrebbe mai sospettato. «Voglio che lei si occupi
della vicenda. Bisogna fare delle indagini, controllare se ci sono
connessioni tra la morte di mio padre e quella dell’ingegner
Codecà. Devo sapere perché mio padre è morto. Sono passati tanti
anni, lo so, però se dovessero esserci dei colpevoli dovranno
rispondere di quello che hanno fatto… Mia moglie è contraria. Dice
che è solo una mia fissazione e che esagero come sempre. Poi attacca
con la questione dei soldi, che non possiamo permetterci la parcella
di un avvocato, che non ce la potremmo permettere nemmeno se il
negozio lo gestisse lei… però a me non interessa.»Scoprire com’è morto un padre.
Strano modo per entrare nel mondo dei grandi, pensò l’avvocato
Dalmasso.Qualcosa di quella storia lo
chiamava. Non riusciva a capire bene cosa fosse, però l’omino
sghembo che aveva di fronte era riuscito a toccare le corde della sua
curiosità. E l’evento era piuttosto raro. Si volse verso Casa
Galimberti, e Casa Galimberti, da dietro la finestra, gli disse di
sì.«Va bene, parli con Matilde.»
Carte che finiscono nelle mani di
questa cerchia di personaggi: un avvocato esperto in cause
finanziarie, un chirurgo estetico con la passione per le donne, un
insegnante napoletano cresciuto con la passione per il comunismo, un
magistrato figlio di magistrati che nella carriera ha saputo scansare
i problemi. Infine una nobildonna napoletana, con alle spalle una
bella storia d'amore e un museo archeologico da mandare avanti.
“Leonora agganciò il ricevitore.
Era soddisfatta della propria proposta; conoscendo gli altri tre
amici, era certa che non si sarebbero tirati indietro. Il loro gruppo
era formato da grandi amanti della letteratura, con l’eccezione
forse di Fìlice, che era un appassionato un po’ sui generis. E non
era il giallo una sfumatura importante della letteratura? Non erano
forse le storie criminali a tratteggiare meglio il disegno dei tempi?
Il cuore nero della modernità era sempre lì, davanti a tutti, e
loro l’avrebbero osservato, aperto, sviscerato, percorso in tutti i
suoi canali, le sue valvole, i suoi ventricoli, i suoi atri. Sì,
l’idea avrebbe avuto un grande successo”.
Attraverso il meccanismo del flash
back, passeremo dal tempo presente (alla fine dello scorso millennio)
in cui il gruppo di investigatori per passione si tuffa nelle carte
del caso, al tempo passato in cui i fatti avvennero: un arco
temporale che abbraccia diversi anni della Storia, a cominciare dalla
lotta partigiana. Partigiano era Folletto, il presunto
assassino, con una condanna a morte sul groppone degli stessi comandi
partigiani. Partigiani anche i suoi accusatori, che pure al processo
non seppero portare prove significative.
Partigiano era anche Mercuri,
altro capro espiatorio da dare in pasto all'opinione pubblica e per
insabbiare la verità.
Perché dietro questa storia, si
scorge un mondo: l'Italia della guerra fredda, del pericolo
comunista e della cacciata dei sindacalisti dalle fabbriche della
Fiat di Valletta.
L'Italia dove alla Camera si speculò
sulla morte di Codecà, addossata alla sinistra per un puro discorso
di speculazione da parte di quello che diventerà un ministro della
repubblica con un nome da circo.
Dove però, come si è detto, di fronte
al patto atlantico, alla fedeltà con l'alleato americano,
convivevano strani traffici tra società legate in vario modo al
partito comunista (tramite personaggi come Eugenio Reale ex
senatore del pci) coi paesi dell'est, esportando materiale strategico
che non avrebbe potuto attraversare la cortina di ferro …
“Il professore scosse il capo.
«Qui la mia pars non c’entra: fu proprio così. L’Italia era un
punto cruciale, in mezzo alla battaglia. In fondo, se tu guardi
l’Italia cosa vedi?»
«In che senso?» domandò Villa,
sapendo di dare all’amico la piacevole illusione di tornare
indietro ai tempi dell’insegnamento.
«Se la osservi bene ti accorgerai
che l’Italia è la banchina di un porto, una lunga banchina che si
spinge dentro al Mediterraneo. Ti lascio immaginare le implicazioni
politiche e militari di questa nostra posizione. Affacciàti sul
Nordafrica che scoppia di petrolio e al confine con il blocco
dell’Est!»
«E l’omicidio di Codecà come si
inserisce in tutto questo marasma?»«Be’, per certi versi il centro
più caldo dello scontro fu proprio Torino, e non solo perché lì
c’era la FIAT. Tu sei di Milano. Ecco, vedi, Milano era una piazza
tradizionalmente socialista, ma Torino era una piazza comunista, e
una piazza importante. ‘Quando Torino ha il raffreddore, l’Italia
ha la polmonite’, si diceva allora.»
Cannavacciuolo fece una
piccola pausa. «Mi ricordo che il delitto Codecà fu preso a
pretesto per cacciare a pedate qualche comunista dalla FIAT. Tra
questi c’era anche Battista Santhià, un operaio che era stato
nella redazione di Ordine Nuovo con Gramsci: una bandiera per i
comunisti torinesi. Se ci penso mi sale la bile… quanti compagni
furono fatti fuori…»”
La soluzione dell'omicidio Codecà e la scoperta del
vero responsabile, avrebbe potuto svelare trame che era meglio tenere
segrete, perché questo personaggio all'apparenza “normale” era
invece uno di quelli che starebbe bene in un libro di spie: una
moglie rumena, un fratello dirigente di una banca italo romena, tanti
anni in Romania e poi nella Germania di Hitler, prima della guerra. E
un'amica in Svizzera con un lavoro da istitutrice ma che in realtà
ha un passato da spia..
Questo spiega i tanti ricatti nei
confronti della Fiat e, dall'altra parte l'interesse della Fiat a
tenere tutto nascosto. Anche il rapporto dei due investigatori
Argenti e Gandini.
Non a caso si cita un altro giallo,
Traditori di tutti di Giorgio Scerbanenco: “in quel libro tutti
tradiscono tutti, tutti sono pronti a pugnalare alle spalle, nessuno
è pulito”.
Non è pulito il partito comunista, con
questi strani traffici che sarebbero serviti per trovare
finanziamenti esterni, per rimanere indipendente dall'influenza
russa.
Non è pulita nemmeno la Democrazia
cristiana e gli altri partiti dell'ala governativa, che pure
prendevano soldi dagli industriali (come la Fiat) e dall'ambasciata
americana.
Da personaggi, altrettanto interessanti
come
Clare Boothe Luce, una donna avvenente che si era sposata la
carriera politica dove portava avanti la sua crociata anticomunista
in un'Italia però troppo bizantina per essere compresa dagli americani.
Alleata con gli Stati Uniti e in affari
con la Russia.
Si viene catturati dal racconto, man
mano che si entra dentro la storia, questo “insolito” caso, che
appassiona come un buona spy story, anche se gli investigatori sono un avvocato, una nobildonna, un medico, un professore e un magistrato (di quelli però poco avvezzi alle indagini).
Si tufferanno, per passione, nelle carte processuali, nella lettura del dossier di Argenti e Gandini (quello commissionato dalla Fiat e che fu usato anche da Edgardo Sogno per fare pressioni), in vecchi articoli di stampa.
Racconto dove, lo dico subito a scanso di
equivoci, non importa tanto la soluzione del caso e nemmeno la verità
giudiziaria, a quarant'anni di distanza molti dei protagonisti erano
già morti: “Quando gli individui escono di scena, esce di scena
anche la giustizia penale ed entra un'altra corte: quella della
Storia”.
Sul sito di Aldo
Giannuli trovate tutto il materiale alla base del libro e vi
assicuro che è vasto e molto interessante: qui scoprirete quanto la
storia pur romanzata non sia poi così distante della Storia vera del
nostro paese.
Dove l'arte del governare e l'arte del doppio-gioco e
della menzogna sono sempre andate a braccetto.
“Incontrerete molti personaggi
noti: come Vittorio Valletta, Palmiro Togliatti, Eugenio Reale,
Federico Umberto D’Amato, Mario Scelba, l’ambasciatrice Usa Clara
Booth Luce, Pablo Picasso (che c’entra? C’entra, c’entra),
Edgardo Sono, il Principe Lanza di Trabia e persino Domenico Modugno.
Ma incontrerete anche figure sin qui assai poco note ma molto
interessanti, come una istitutrice svizzera piuttosto inquietante che
fu arrestata dai sovietici per spionaggio e poi rilasciata a seguito
di uno scambio di prigionieri, tale Negri, come Jacon Magura, un
agente dei servizi segreti rumeni, una misteriosa principessa
sloveno-ungherese, futura gallerista di fama internazionale, di nome
Zorana Romana Gaberscik Fejerdi Budai de Kide, un vecchio arnese del
servizio segreto militare processato (ed assolto) per l’assassinio
dei fratelli Rosselli in Francia, il fratello di un noto senatore
comunista ed anche un investigatore privato che si fregia del nome
di Filippo Argenti. Leggerete di uno strano episodio come
l’assalto all’ambasciata rumena in Svizzera da parte dei fascisti
della guardia di ferro… Insomma non vi annoierete, possiamo
assicurarlo”.
Una serie di link interessanti:
Buona lettura!!
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e Amazon.