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22 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – il fondo monetario in Ucraina, la vendita di San Siro, i fondi del pnrr per la sanità, l’omicidio di Giulio Regeni e i viaggi di Eni, il protagonismo di Mori in antimafia

I 18 milioni di euro in arrivo per la sanità, dai fondi del pnrr, salveranno solo le mura degli ospedali o anche i pazienti?

Dopo la sanità, un servizio sulla fu Scala del calcio, lo stadio di San Siro, ex Meazza, che oggi rischia di essere abbattuto per lasciare spazio all’ennesima speculazione edilizia camuffata dal progetto per il nuovo stadio.

Poi un servizio su come il Fondo monetario sta aiutando l’Ucraina e un aggiornamento sulla morte del ricercatore Giulio Regeni.

Come il fondo monetario aiuta l’Ucraina

In che modo il fondo monetario sta aiutando l’Ucraina, ancora da prima della guerra che sta sostenendo dopo l’invasione dell’esercito russo?

Nel 2018 FMI ha concesso un prestito da 3,9 miliardi di dollari in cambio della liberalizzazione esplicita delle terre agricoli cedute dallo stato alle grandi multinazionali del settore agricolo.

Campi che oggi sono rovinati dalle “big pharm” che fanno un uso intenso dei prodotti chimici: Report ha racconto le proteste dei piccoli agricoltori che si trovano schiacciati da questi giganti, come Vitaly Konfederat che nel passato è stato ufficiale di una brigata di assalto e che in guerra è stato ferito al petto. Ora Vitaly è nella riserva ed è tornato a casa nella regione di Odessa, nella terra nera dell’Ucraina, la più fertile del continente che rende questo paese da secoli il granaio d’Europa

LE squadre delle grandi aziende arrivano, lavorano e se ne vanno” racconta Vitaly “noi piccoli agricoltori teniamo in vita i villaggi, gli asili, le scuole, ma nelle piccole fattorie mancano gli uomini, sono andati al fronte lasciando le terre incolte.”

La legge sulle liberalizzazioni delle terre agricole consente ai privati di acquistare fino a 10 mila ettari ed è entrata in vigore a guerra in corso nel gennaio 2024.

Anche l’Italia avrebbe voluto acquistare delle terre, anche Vitaly ha ricevuto delle richieste di acquisto della sua terra, “ma io ho combattuto al fronte per questa terra, voglio lasciarla ai miei figli, nipoti fa male vedere che lo stato lascia spazio a questi speculatori, loro possono comprare io no, ho chiesto un prestito alla banca e mi hanno risposto che non potevano darmelo perché sono un militare e potrei restare ucciso da un momento all’altro..”

La scheda del servizio: LAB REPORT: AAA UCRAINA VENDESI

Di Manuele Bonaccorsi e Chiara D’Ambrosio

Collaborazione Madi Ferrucci

L'Ucraina piegata dalla guerra rischia di vedersi sottratte le sue principali risorse: i terreni agricoli e i minerali. Non solo dalla Russia, che ha conquistato con le armi un terzo del territorio ucraino. Ma anche dagli alleati occidentali. Trump ha imposto un accordo che prevede la gestione del 50% delle royalties su qualsiasi nuova estrazione mineraria, con l'obiettivo di controllare materiali strategici per l'industria della difesa. E il Fondo monetario internazionale ha chiesto e ottenuto di liberalizzare la vendita delle terre agricole. Mentre gli agricoltori sono impegnati al fronte, poche grandi compagnie, spesso con sede in Europa e negli USA, si espandono e controllano ormai centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile. Un modello di agroindustria che rischia di svuotare le campagne e di impoverire milioni di piccoli contadini.

Come spenderemo i fondi del Pnrr sulla sanità

Doveva essere l’occasione per rinforzare la sanità territoriale, quel presidio a tutela della nostra salute che avevamo scoperto essere fragile, per la carenza delle strutture.

Coi fondi del pnrr avremmo potuto finalmente avere ospedale sul territorio (e non solo nelle grandi città) per gestire visite ed esami e alleggerire il carico sulle grandi strutture e nei pronto soccorso.

Ma ci si è dimenticati di un aspetto importante: mancano medici e infermieri da mettere in queste case di comunità che potrebbero diventare delle strutture vuote.

Anche qui in Lombardia dove l’amministrazione di destra che governa da decenni la regioni si fregia di avere una sanità da eccellenza: il territorio della Martesana comprende 53 comuni e 630 mila abitanti ed è il distretto sanitario più popoloso della regione, ma anche qui mancano medici e infermieri tanto da essere ultima in regione coi suoi 4 sanitari per ogni mille abitanti. 13 mila cittadini poi sono senza medici di base, sono quasi 100 i posti vacanti nel 2024: tutto questo è causa di grani disagi per i cittadini che per settimane si sono dati appuntamento davanti la sede dell’azienda sanitaria per protestare.

I cittadini chiedevano ai sindaci della Martesana di attivarsi con tutti i mezzi a disposizione presso tutti gli organi competenti affinché si facciano carico della soluzione: trovare medici per assicurare un servizio garantito dalla Costituzione.

Secondo la regione in questo distretto le liste di attesa per le visite urgenti o a breve termine sono peggiorate negli ultimi anni, le dieci case di comunità previste dal piano di potenziamento sarebbero un toccasana.

Curzio Rusnati è portavoce del comitato cittadini per la salute della Martesana: per mesi hanno organizzato un presidio davanti ad una casa di comunità, nel comune di Gorgonzola, “sono venuti i funzionari della ASST” racconta a Report “a promuovere i servizi che ci sarebbero stati per i cittadini, ad accesso libero, h24..”
Ma cosa c’è veramente nella casa di comunità di Gorgonzola, inaugurata a dicembre 2022 (prima della elezioni regionali del 2023) poi chiusa a luglio 2024 per problemi alla struttura. I lavori alla struttura dovrebbero terminare a gennaio 2026: in una domenica mattina il giornalista di Report ha trovato dentro solo il medico di guardia, spostato dentro la casa di comunità.

A Report il medico racconta che al di fuori dei giorni festivi non si trova sempre un medico: “perché o ti doti della possibilità di fare le rx, la possibilità di fare emogas, elettrocardiogramma, hanno messo semplicemente qua sopra per 4 mesi un hotspot dove facevi i tamponi di influenza covid .. quello che se ne sta più grave se ne va al pronto soccorso..”

Assenti anche i servizi infermieristici promessi, non c’è nessun infermiere ad aiutare il lavoro del medici di guardia che comunque rimane in struttura fino alle 20.30. Se uno si sente male dopo vai al pronto soccorso.

Come finirà la storia delle case di comunità? Finirà che saranno date in gestione ai privati che si ritroveranno gratis nuove strutture e un bacino di utenti bisognosi di cure, a pagamento.

Il presidio medico di Palazzo Chigi

Se devi sentirti male, meglio stare a Palazzo Chigi dove è presente un presidio medico ben fornito, diversamente da quanto visto nelle case di comunità e nei pronto soccorso.

Ben dotato non solo come medici e infermieri ma anche come strumentazione sanitaria con defibrillatori, cardiografo portatile, strumenti oculistici, sei lettini, farmaci per urgenze, dispositivi vari.. quasi un pronto soccorso, forse anche troppo considerando che Palazzo Chigi si trova al centro di Roma con diversi ospedali vicini.

Quanto costa questa struttura? Palazzo Chigi non ha risposto alle domande di Report così i giornalisti hanno fatto i conti da soli: il costo del personale ammonterebbe almeno a 2,3 ml l’anno.

La scheda del servizio: PALAZZO CHIGI HOSPITAL

di Chiara De Luca

Collaborazione Eleonora Numico, Carlo Tecce

A Palazzo Chigi c’è il Presidio sanitario più invidiato d’Italia: 4 medici dirigenti, 9 infermieri e 13 amministrativi, due oculisti e un medico del lavoro per alcune ore settimanali più una convenzione con l’ASL per medici rianimatori con uno costo di 2 milioni e 300 mila euro l’anno.

A dirigere il Presidio fino a qualche settimana fa è stata la Dottoressa Brunella Vercelli che è anche medico di base a Roma. Report è andato a verificare se i pazienti comuni sono stati trattati come gli inquilini di Palazzo Chigi.

Le luci si spengono su San Siro

La canzone di Vecchioni è forse quella adatta come colonna sonora per questi ultimi mesi dello stadio di San Siro: i privati hanno fatto una proposta di acquisto che è stata giudicata congrua per lo stadio e ora potranno farci quello che vogliono.

Lo stadio fu inaugurato nel lontano 1926, il secondo anello fu costruito nel dopoguerra e solo per i mondiali di Italia 90 viene realizzata la copertura e il terzo anello.

San Siro ha una sola particolarità – racconta lo stesso Vecchioni – è solo uno stadio, non ci sono ristoranti, bar, piste per l’atletica, è solo stadio “quando sei dentor lì, il mondo non c’è più”. La storia di questo stadio finirà come la canzone, “le luci non si accenderanno più”..: sulle ceneri del vecchio stadio ne sorgerà uno nuovo attorniato da ristoranti, centri commerciali, palazzi per clientela vip.

L’appassionato di calcio è visto come un limone da spremere – racconta a Report l’ex vicesindaco di Milano Luigi Corbani – “il modello non è quello delle tartine di gamberetti ma dovrebbe essere quello della gente che vuole vedere il calcio ..”

Il sindaco Sala, ancora nel 2019 per paura che le società andassero via da Milano aveva messo il piatto anche la vendita dello stadio che, all’epoca, non era la priorità per le società.
Il Milan infatti rilanciò prima col nuovo stadio personale nel parco della Maura e, infine, a San Donato Milanese in un’area nel mezzo dell’autostrada e delle linee ferroviarie a sud di Milano.

Facendo sorgere subito la reazione negativa dei comitati locali, contrari all’opera: Innocente Curci è un esponente di questo comitato che a Report racconta di come questa zona sia un imbuto “attualmente accessibile solo da un sottopasso”.
In questo imbuto secondo il Milano sarebbero dovuti arrivare circa 70 mila tifosi ogni partita in un comune che conta solo 30 mila abitanti.

Immaginate che San Donato non ha parcheggi” spiega la consigliera di opposizione Gina Falbo “addirittura hanno immaginato per i parcheggi dello stadio di far lasciare le macchine degli ospiti della struttura all’aeroporto di Linate, alcuni hanno addirittura rappresentato i parcheggi del supermercato Esselunga.”

Il sindaco di San Donato Squeri – area centro destra – si giustifica dicendo che quel fazzoletto di terra sembra piccolo ma “guardando il progetto lo stadio ci starebbe, verrebbero fatti dei parcheggi sotto, non sono tutti sufficienti, ma noi abbiamo ad un km e mezzo circa ci sono i parcheggi della metropolitana ..”

Ma che impegno economico ha assunto il Milan per comprare l’area? Il Milan parla di 40 ml di euro, una cifra alta se si pensa che il solo San Siro potrebbe essere adesso venduto dal comune di Milano per soli 73 ml di euro.

Il terreno è stato comprato definitivamente dal Milan? Parrebbe di si, spiega la consigliera Falbo “ma questo contratto non l’ha mai visto nessuno, nemmeno il comune ha copia di questo contratto ”.

Sullo stadio San Siro c’era il vincolo della Soprintendenza che scatta, per un’opera di proprietà pubblica, dopo i 70 anni dalla costruzione e diversi comitati che si oppongono al progetto di abbattimento dello stadio si sono basati su questo vincolo.

Veronica Dini è legale del comitato San Siro: “abbiamo raccolto documentazione fotografica che dimostra il fatto che a partire dalla fine del 1954 ma sicuramente dal gennaio – giugno 55 si sono giocate partite a San Siro nelle quali il pubblico era seduto anche al secondo anello, quindi non solo era eseguito lo stadio, come richiede la legge, ma era agibile per il pubblico. La cosa singolare che è venuta fuori dall’archivio di Stato è che non ci sono stranamente proprio o documenti progettuali di San Siro..”

Il sindaco Sala si è sempre speso per il progetto di abbattimento dello stadio, sin dal 2021, usando la scusa che le squadre erano contrarie ai vari progetti di ristrutturazione (come se il compito del sindaco non fosse anche quello, essendo sindaco anche dei cittadini contrari all’abbattimento), “se le squadre non lo vogliono fare [la ristrutturazione] se qualcuno si sente più bravo di me, venga avanti..”

Così a fine 2023 si fa avanti un gruppo di professionisti guidati dall’architetto Giulio Fenyves con un progetto da ristrutturazione da 300 ml di euro, obiettivo era creare un’area dedicata ai tifosi tra il primo e il secondo anello, per dare alle squadre l’opportunità di aumentare gli introiti con ristoranti, skybox, aree alberghiere, tutte strutture con vista campo. Con tanto di copertura acustica sul tetto dello stadio per non dare fastidio al quartiere, “che questo stadio smetta di essere così rumoroso.”

Il progetto prevedeva, nel rispetto del piano regolatore, anche due torri e attività terziarie come uffici e alberghi, “abbiamo dato una risposta laica al tema” spiega l’architetto a Report, per conservare e valorizzare l’attuale impianto.

Ma la scelta politica del sindaco di Milano è stata quella di vendere lo stadio di San Siro, inserendo l’opera nel piano di alienazione del comune. Fondamentale per questo è il documento chiesto all’Agenzia delle Entrate sul valore dello stadio, che secondo l’agenzia vale 73 milioni di euro, 124 ml quello delle aree circostanti per un totale di 197 ml di euro. Significa un valore di 440 euro al metro quadro, un prezzo molto basso considerando che in centro si viaggia anche fino a 5000 euro al metro quadro.

Ma l’Agenzia delle entrate è un ente dello stato, risponde Sala, a chi dovremmo chiedere il valore dello stadio? Ma di fatto si è preso a scatola chiuso quello che ha riportato nel suo documento – commenta l’ex vicesindaco Corbani che aggiunge “a Parigi il sindaco Hidalgo di fronte al qatariota che gli proponeva di acquistare il Parco dei Principi per 50 ml gli ha risposto no, perché è un’offesa ai parigini. Anche lì il qatariota minacciava di andare da altre parti a fare lo stadio e il comune gli ha detto ‘benissimo vai da altre parte’ ..”

Che qualcosa non vada nella valutazione dell’agenzia delle entrate lo dimostra l’ultimo atto di Sala: si scopre che a fine aprile ha affidato senza gara una consulenza a due professori della Bocconi e del Politecnico per un’altra valutazione.

è stata fatta per avere maggiore certezza” ha spiegato Sala a Report per poi aggiungere “i professori sono stati scelti in base alla loro capacità, ma l’agenzia delle entrate costituisce una grande garanzia”.

Un voler tappare il buco o rafforzare la valutazione dell’agenzia?

Report ha scoperto che entrambi i consulenti scelti da Sala hanno rapporti con l’Agenzia delle Entrate: Giacomo Morri della Bocconi fa parte del comitato scientifico di una rivista dell’ADE, mentre Alessandra Oppio del Politecnico è dentro la commissione censuaria dell’Agenzia.

La scheda del servizio: LUCI SPENTE A SAN SIRO

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Il 3 ottobre del 2017, dopo che il Milan di Berlusconi era stato da poco venduto a Mr. Lì per 740 milioni di euro e l'Inter era già nelle mani del gruppo cinese Suning, il sindaco Sala ufficializza la volontà di ristrutturare lo stadio San Siro. È l'inizio di una telenovela che ci accompagna da quasi 8 anni e che a breve potrebbe terminare, con la vendita alle due squadre dello stadio e dell'area circostante per costruire un hotel, un centro commerciale e un nuovo impianto per aumentare i posti riservati dedicati ai tifosi. Chi realmente beneficerà della vendita è ancora un mistero, ma il sindaco tratta da 8 anni in via esclusiva con le squadre. Di sicuro c'è un profondo interesse tra la società Hynes, che qualche anno fa ha comprato l'area dell'ex-trotto accanto allo stadio per realizzare immobili, e il nuovo progetto presentato ufficialmente dalle due squadre.

Ancora sul rapimento e sull’omicidio Regeni

Report tiene accese le luci sull’omicidio Regeni, prima che prevalga l’oblio o la ragione di stato, per difendere i nostri interessi in Egitto.

Nel servizio di stasera si racconterà dei viaggi in Egitto dei vertici di Eni, all’indomani del rapimento del ricercatore italiano, come quello del numero due di Eni, il 27 gennaio. Un viaggio che equivaleva a quello di un diplomatico di alto livello – racconta a Report una fonte all’interno dell’azienda, come fosse un capo di stato.

Vella, come emerge da delle mail di cui Report è entrata in possesso, avrebbe incontrato il primo ministro egiziano, ufficialmente per definire dei dettagli per un accordo su un giacimento di gas in mare che faceva gola ad Eni. Erano però i giorni dove il governo egiziano aveva chiuso le porte a quello italiano per la scomparsa di Giulio Regeni.

In aula, nelle udienze per il processo sulla morte del nostro connazionale, l’AD di Eni è stato chiamato come testimone: quegli incontri erano per concordare gli ultimi dettagli prima di chiudere il contratto per il giacimento.

Ma il 28 febbraio 2016, dopo il ritrovamento di Regeni e quando la macchina egiziana dei depistaggi è già al lavoro, una mail interna all’Eni comunica l’arrivo di Descalzi a Il Cairo: in Eni la prima linea della dirigenza era consapevole che quella visita poteva generare imbarazzo di fronte all’opinione pubblica.

Sono i giorni in cui la diplomazia e la magistratura italiana sono ai ferri corti con le istituzioni egiziane per cui a fine febbraio il capo della security Rapisarda manda due mail, nella prima chiede che sia mantenuto il riserbo sulla visita e nella seconda aggiunge “da non diffondere..”

Viaggi riservati, non pubblicizzati: “i miei viaggi sono sempre riservati per la sicurezza mia” ha spiegato in aula lo stesso Descalzi (poi non sempre è così).

La realtà che sta dietro i comunicati ufficiali, le parole di circostanza per la morte del nostro connazionale Giulio Regeni è ben diversa e parla dei rapporti commerciali e strategici tra l’Italia e l’Egitto di Al Sisi, con a fianco l’Europa.

Per l’Italia, dopo la fine del gas russo, l’alternativa doveva essere il gas egiziano (alla faccia della transizione ecologica): lo ha ammesso lo stesso Descalzi in aula, parlando di gas dall’Algeria, dalla Libia e dall’Egitto (e pazienza se non sono proprio esempi di democrazie).

Né i nostri governi e nemmeno l’Unione Europea (vi ricordate i famosi valori occidentali che dobbiamo difendere?) può permettersi di infastidire Al Sisi – racconta a Report un diplomatico in forma anonima.

Con le bombe in Ucraina e a Gaza l’Egitto è un partner importante per l’Europa nel Mediterraneo, anche nella gestione delle politiche migratorie: ecco perché il 7 maggio 2024 il governo italiano lo inserisce nella lista dei paesi sicuri, quelli dove non esistono atti di persecuzione, tortura né altre forme di pena con trattamenti degradanti.

A voler l’Egitto nella lista dei paesi sicuri è stato il ministro degli Interni Piantedosi, dopo uno scontro col ministro degli Esteri (Tajani si era opposto proprio per la vicenda Regeni) – continua la fonte dentro la Farnesina.

Piantedosi ha dovuto forzare la mano per questa scelta: nell’aprile del 2024 Piantedosi ha scritto una lettera a Tajani in cui chiede esplicitamente che l’Egitto fosse incluso nella lista. L’Unione Europea (che nel 2024 aveva già promesso all’Egitto un pacchetto di aiuti europei da 7 miliardi) si accoda alla scelta italiana il 16 aprile 2025 inserendo Egitto e Bangladesh nella lista comune europea dei paesi sicuri.

Il giornalista di Report ha provato a chiedere al ministro Piantedosi le ragioni della sua scelta, senza ottenere una risposta, Report ha poi presentato richiesta di accesso agli atti negata dal ministero dell’Interno. 

La scheda del servizio: ALLA CORTE DEL FARAONE

di Daniele Autieri

Collaborazione Andrea Tornago, Alessandra Teichner

L’inchiesta ricostruisce le dinamiche di potere che hanno consolidato il legame profondo tra Italia e Egitto e tra il Paese guidato dal Presidente Al-Sisi e l’Unione Europea. Una delle voci autorevoli è quella del Ministro del Turismo Egiziano, Sherif Fathy, che rilascia a Report un’intervista esclusiva nella quale risponde sui rapporti politici tra il governo Meloni e il governo Al-Sisi.

L’inchiesta rivela anche i retroscena della decisione politica che ha portato all’inserimento dell’Egitto nella lista dei “Paesi sicuri” nonostante il presunto coinvolgimento di membri degli apparati di sicurezza egiziani nel rapimento, nelle torture e nell’assassinio di Giulio Regeni.

L’influenza di Mori e De Donno sulla commissione antimafia

Diceva Falcone, in una audizione al Csm, che qualora le sue ipotesi sugli omicidi politici avvenuti in Sicilia tra gli anni settanta e ottanta, fossero confermate, la storia della mafia e dell’Italia andrebbe riscritta.

Mettendo assieme, non in contrapposizione, la pista nera con quella mafiosa dietro delitti come quello del presidente della regione Mattarella.

Ma sono piste che danno fastidio, mettendo in discussione quel racconto consolatorio che si è consolidato in questi anni: la mafia è stata sconfitta, ha vinto lo stato, amen.

Non cercate altre piste dietro le stragi di mafia Capaci, via d’Amelio, altro che servizi, altro che trattativa, tutta colpa dei colleghi di Borsellino.

Questa sera Paolo Mondani si occuperà dell’attivismo del generale Mori per condizionare l’azione della commissione antimafia presieduta dalla deputata Colosimo, per spingere le indagini sulle stragi del 1992-93 verso il famoso dossier mafia-appalti, togliendo di mezzo l’imbarazzante (per il governo) pista nera. Riscrivere la storia dell’antimafia secondo una formula consolatoria e che tolga una volta e per sempre di mezzo i famosi rapporti tra mafia e politica, tra cosa nostra e apparati dello stato.

Ne parla Marco Lillo in un articolo del Fatto Quotidiano

Ranucci&C.: “Mario Mori pilota così l’antimafia”. Il generale intercettato nel 2023-‘24

di Marco Lillo

Nel racconto inedito di un investigatore le trame dell’ufficiale (indagato a Firenze) per riscrivere la storia del 1992-1993

Uno scoop che farà discutere quello annunciato da Report per la puntata di domenica dal titolo “Mori va alla guerra”: il generale dei carabinieri in pensione è stato intercettato dalla Dia di Firenze (per altri fatti) mentre parlava con ex collaboratori, avvocati, giornalisti e soggetti legati alla politica per influenzare le mosse della Commissione Antimafia, guidata dalla presidente FdI, Chiara Colosimo.

Report ricostruisce il contenuto delle conversazioni risalenti al 2023-24 grazie alle dichiarazioni di un investigatore anonimo. Mario Mori è indagato per le stragi del 1993 con l’aggravante della finalità mafiosa e terroristica. Per Mori vale la presunzione di non colpevolezza e va ricordato che è stato già processato altre tre volte per accuse diverse e sempre assolto. I pm di Firenze, coordinati allora dall’aggiunto Luca Tescaroli, gli hanno inviato a maggio 2024 un invito a comparire nel quale l’accusa era così riassunta: “Pur avendone l’obbligo giuridico, non impediva, mediante doverose segnalazioni e/o denunce all’autorità giudiziaria, ovvero con l’adozione di autonome iniziative investigative e/o preventive, gli eventi stragisti di cui aveva avuto plurime anticipazioni” eventi poi verificatisi a Firenze, Roma e Milano tra maggio e luglio 1993. In particolare, secondo l’accusa, Mori era stato “informato, dapprima nell’agosto 1992, dal maresciallo Roberto Tempesta, del proposito di Cosa Nostra, veicolatogli dalla fonte Paolo Bellini, di attentare al patrimonio storico, artistico e monumentale della nazione e, in particolare, alla Torre di Pisa” e, qualche tempo dopo, anche dal pentito Angelo Siino “il quale [il 25 giugno 1993] gli aveva espressamente comunicato che vi sarebbero stati attentati al Nord”.

Lapista nera di cui Report più volte si è occupata è quella che vede coinvolte nelle stragi del 1992-93 gli stessi personaggi delle stragi degli anni ‘70, tra questi Stefano Delle Chiaie.

Nel servizio di questa sera Report rivelerà un nuovo testimone che afferma come il fondatore di Avanguardia Nazionale fosse presente a Palermo nel marzo del 1992, confermando la versione che l’allora capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo aveva raccolto grazie alle confidenze di Maria Romeo, sorella dell’autista di Delle Chiaie e compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero: ne parla ancora Marco Lillo in un secondo articolo

Nel ’92 vidi Delle Chiaie a Palermo, era al giornale”

di Marco Lillo

Il giornalista siciliano Intervistato da Paolo Mondani. La testimonianza inedita può rilanciare la “pista nera” dietro all’attacco allo Stato da parte di Cosa Nostra

Stefano Delle Chiaie era a Palermo nel febbraio-marzo del 1992. L’ennesima smentita all’informativa dell’allora capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera del dicembre 1992, che negava la presenza dell’estremista di destra in Sicilia giunge da un testimone scovato da Report. Si tratta di un giornalista che allora lavorava per Il Giornale di Sicilia, Giuseppe Martorana. A Paolo Mondani, autore del servizio che andrà in onda domani, ha raccontato che il fondatore di Avanguardia Nazionale, più volte indagato per le stragi della strategia della tensione degli anni 60, 70, 80 e pure 90, ma sempre prosciolto, per due volte fu avvistato in redazione. “Una mattina vennero una coppia di persone (…) vidi un viso che conoscevo. Era Stefano Delle Chiaie (…) era l’inizio del ’92. Tra febbraio e marzo”. La testimonianza inedita è la leva argomentativa per rilanciare la ‘pista nera’ delle stragi di mafia alle quali la trasmissione di Rai3 ha dedicato già numerosi servizi. Report ripercorre la vicenda della nota dell’ottobre 1992 del capitano dei Carabinieri di Palermo (ora generale di corpo d’armata) Gianfranco Cavallo. La nota era basata sulle confidenze riferite anonimamente da Maria Romeo, sorella dell’autista di Stefano Delle Chiaie in Sicilia (Domenico Romeo) ma allo stesso tempo compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, autista del boss di Cruillas Mariano Tullio Troia.

La scheda del servizio: MORI VA ALLA GUERRA

di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Mentre proseguono le indagini sulla pista nera a Caltanissetta, Report aggiunge una testimonianza sulla presenza di Stefano Delle Chiaie in Sicilia a ridosso della morte di Giovanni Falcone.

A Roma invece continuano i lavori della Commissione parlamentare antimafia. Nelle ultime audizioni il generale Mori e il colonnello De Donno hanno sostenuto che proprio il dossier mafia e appalti sarebbe dietro l’accelerazione della morte di Paolo Borsellino, lanciando accuse ai magistrati della procura di Palermo quali responsabili morali della sua morte. Report propone una testimonianza che racconta quanta influenza, il generale Mori e il colonnello De Donno, avrebbero avuto sui lavori della Commissione Antimafia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 gennaio 2023

Report – la pista nera sulle stragi del 1992-93, i tamponi del presidente

Report lo scorso 23 maggio aveva parlato della presenza della destra eversiva dietro le stragi del 1992-93 e stasera si aggiungeranno altri dettagli.

Poi una inchiesta in Veneto sui tamponi veloci con delle intercettazioni imbarazzanti sul governatore Zaia.

LA GRANDE TRUFFA di Danilo Procaccianti

Il dottore Rigoli era considerato l’Elon Musk da parte del presidente Zaia: oggi è sotto inchiesta dalla procura di Padova che ne ha chiesto il rinvio a giudizio perché avrebbe giurato il falso sulla valutazione dei tamponi rapidi adottati dalla regione Veneto nel 2020.
Erano kit certificati CE, risponde oggi a Report, “quindi non dovevo validare la specificità”.

Ma chi ha valutato i tamponi rapidi, dunque? Report lo scorso anno si era già occupata della sanità in Veneto e dei morti per Covid per la seconda ondata: l’attenzione si era accesa sui tamponi rapidi scelti dalla regione Veneto, dovevano essere usati sia negli ospedali che nelle RSA. Il servizio era stato seguito con attenzione dalla procura di Padova: nell’inchiesta sono emerse intercettazioni su Zaia, che in ogni caso non è indagato.
Il Veneto assieme ad altre sei regioni era capofila per l’acquisto dei tamponi rapidi, per 128 ml: il manager Flor della sanità veneta dice che le altre regioni comunque hanno fatto una validazione scientifica, ma non è vero, le altre regioni sono andate a rimorchio del professor Rigoli che aveva affermato di averli testati, come dice anche in una delle tante conferenze stampa col presidente.

Nell’agosto 2020 la regione Veneto riporta un documento dove si dice che i test rapidi erano certificati dallo Spallanzani, ma si riferiva ad altri test, non per quelli usati in Veneto.
“I prodotti sono idonei per una attività di screening” scrive Rigoli all’azienda 0 del Veneto che si occupa degli acquisti: questi sarebbero arrivati direttamente alla regione dalle mani del dottor Rigoli. Secondo la procura i test non sono stati proprio testati, dal professore, che si difende dicendo di averne testati alcuni: in un primo interrogatorio con gli investigatori aveva detto che nessun test era stato fatto, poi ha ritrattato, affermando che ad agosto aveva fatto dei test, sebbene a giugno 2021 i test dalla Abbott non erano arrivati.
La regione avrebbe provveduto ad un affidamento diretto per 2ml di euro per i test della Abbott: la direttrice dell’Azienda 0 preferisce non rispondere alle domande di Report, risponderà nelle sedi opportune.

I test rapidi hanno una validità del 70%: il Veneto ha puntato su di loro al punto che nel piano di sanità pubblica dell’ottobre 2020 li ha indicati come test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per chi doveva accedere nelle RSA, contravvenendo alle indicazioni dell’OMS.

Crisanti aveva avvisato la regione che tre su dieci, di questi test non funzionavano: avevano delle maglie così larghe e fanno entrare in contatto persone vulnerabili con persone positive.

Sapeva Rigoli della cattiva efficacia di questi test? Io non li avevo provati, erano certificati CE, continua a ripetere oggi. Ma dovrebbe spiegare anche ai veneti ciò che ha scelto.

La seconda ondata del covid nelle RSA in Veneto è stata un disastro, secondo Crisanti per l’uso di questi tamponi rapidi, con il 13% di deceduti di tutta l’Italia e la mortalità più altra tra tutte le grandi regioni, 1600 morti in più rispetto alla media nazionale.

Report ha sentito anche Nino Cartabellotta del Gimbe: “un tasso grezzo del genere, 159 morti per 100000 abitanti rispetto a quello nazionale che è di 105, fa accendere una spia rossa e bisogna porsi la domanda ‘perché in quel periodo in Veneto c’è stata una mortalità così elevata?’”.

oggi le procure venete stanno cercando di capire se esista una correlazione tra questi tamponi rapidi e l’eccesso di mortalità, in special modo in alcuni contesti con grande granularità di dati come le RSA. Oggi la regione è sommersa dagli esposti dei parenti delle migliaia di anziani morti nelle RSA venete.
Marco Bonaldi è uno di questi, oggi si chiede: “i tamponi funzionavano o non funzionavano, perché si sono adeguati a questi anziché fare i tamponi molecolari [come nella prima ondata]. Avremmo risparmiato un po’ di vecchietti”.

Il dottor Crisanti aveva espresso parere negativo contro questi tamponi: “l’uso dei tamponi rapidi come strumento di screening, in una situazione dove avevano un basso valore predittivo, sicuramente ha contribuito alla diffusione del virus in ambienti protetti, tipo per esempio le RSA. Sicuramente la diffusione e la mortalità sono due parametri uno in relazione all’altro, più aumenta la diffusione più aumenta la mortalità”.

Sono stati comprati centinaia di migliaia di test rapidi su un test, almeno secondo l’accusa della Procura, fatto dal successore di Crisanti, il dottor Rigoli, fasullo.

Se questo fosse vero sarebbe di una gravità senza precedenti, perché significherebbe che la regione ha ignorato uno studio su 1500 casi e allo stesso tempo ha preso per buono quello che effettivamente non era uno studio [..] siamo di fronte ad una situazione di una gravità etica senza precedenti.”

Se il parere è falso lo devono stabilire i magistrati: quello che è certo è che il Veneto ha usato il doppio dei tamponi rapidi, un dipendente dell’Abbott racconta di aver portato direttamente ad agosto i tamponi, dopo che Rigoli ne aveva certificato la bontà con la regione Veneto. Dopo il Veneto si erano aggregate altre regioni. Oggi hanno qualcosa da dire i protagonisti della vicenda?

Crisanti aveva redatto uno studio dove mettera nero su bianco che la loro efficacia era al 70%, non al 90%, ne sconsigliava l’uso nelle RSA.
Nella seconda ondata il Veneto si è preoccupato di attaccare il dissenso dei medici contro le scelte della regione: i medici dovevano comportarsi come soldatini. Zaia aveva querelato un esponente politico del gruppo “Il Veneto che vogliamo”, usando i soldi pubblici. Alla fine la querela è finita in archiviazione, anche contro Crisanti.

Crisanti era stato attaccato dopo il suo studio sui tamponi rapidi che contrastava la politica regionale sui tamponi: lo studio esiste ed era stato pubblicato su
una rivista scientifica.
Meglio dire che lo studio non c’è altrimenti l’azienda ci fa causa – dice il manager della sanità Flor a Report.
Esiste poi una intercettazione in cui Zaia parla preoccupato dell’inchiest
a ma anche dall’esposto presentato da Zaia contro lo scienziato Crisanti. Questo esposto aveva suscitato anche la reazione del senato accademico dell’università di Padova: “è un anno che prendiamo la mira a questo .. stiamo per portarlo allo schianto … [Crisanti] sta passando per il salvatore della patria e io sto passando per il mona ...” sono le parole al telefono del presidente Zaia riferito a Crisanti e ai problemi che gli stava causando, anche dopo la lettera degli accademici.
Oggi Crisanti per non creare problemi si è dimesso dall’università di Padova.

Se la certificazione del dottor Rigoli fosse falsa, dovremmo chiederci se è stata una scelta autonoma.

STATO D'ONOREFacce da mostro di Paolo Mondani

Dietro le stragi del 1992-93 ci sarebbe una struttura politico, massonico, eversiva che avrebbe avuto lo scopo di portare al governo una formazione filo atlantica.

Perché insistiamo nel voler cercare la verità sulle stragi di mafia – racconta nel servizio Paolo Mondani? Perché come diceva un vecchio filosofo la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa.

La farsa odierna – continua il giornalista – è la messa in scena dove onoriamo gli eroi con lacrime agli occhi e dichiariamo che i mafiosi cruenti sono stati sconfitti. Eppure c’è ancora chi nasconde le prove, depista e confonde, dietro i muri della procura di Palermo, dietro le carte qui custodite.

Roberto Scarpinato racconta a Report di quanto il trentennale si sia svolta in chiave di riduzione, di cancellazione della storia: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, i cattivi non ci sono più, possiamo ora smantellare la legislazione antimafia messa in piedi in quegli anni. Questo stato non vuole trovare la verità sulle stragi del 1992-93 conclude Scarpinato.
Report aveva raccontato il maggio scorso degli incontri tra Delle Chiaie e i boss mafiosi, dei viaggi a Palermo, raccogliendo le dichiarazione di brigadiere, di un confidente della mafia, Lo Cicero.

Si poteva arrestare il capo di cosa nostra prima degli eccidi, racconta oggi Lo Cicero che all’epoca aveva parlato già con Borsellino (che dunque sapeva del ruolo di Delle Chiaie).

Dopo il servizio Paolo Mondani è stato pedinato e intercettato, come se i criminali fossero i giornalisti di Report.
Dietro la strategia stragista del 1992-93, pianificata nei primi anni 90 tra destra eversiva, massoni c’è Delle Chiaie?
Report in questo servizio ha sentito Armando Palmeri, braccio destro del boss di Alcamo ex collaboratore di giustizia: prima della strage di Palermo due uomini dei servizi avevano chiesto al clan e al boss Milazzo di organizzare una strage, attentati per destabilizzare lo Stato.
I due uomini dei servizi – racconta Palmeri - erano accompagnati dal dottor Lauria, poi diventato senatore di FI negli anni novanta: Milazzo, il capomafia aveva rifiutato e a Palmeri aveva detto che erano i servizi deviati la vera mafia, loro erano i burattini.

Prima della strage di Capaci Milazzo viene ucciso, pochi giorni dopo viene uccisa la sua fidanzata che forse sapeva qualcosa dei suoi segreti: Milazzo fu ucciso da Nino Gioè, un altro uomo d’onore particolare, secondo una informativa dei carabinieri del 67 era una persona buona per operazioni particolari, di natura riservata, lavori da servizi deviati.
Gioè assieme a Brusca faceva parte del commando di Capaci: oggi Palmeri dice che a premere il pulsante per la bomba non è stato Brusca, che aveva in mano solo un giocattolo “è stata una operazione militare.”
Il boss Di Carlo, cugino di Gioè, ha affermato che era un uomo dei servizi, come anche Paolo Bellini, oggi implicato anche nella strage di Bologna.

Gioè è morto suicida in carcere, prima di iniziare una collaborazione coi magistrati, uno strano suicidio di cui aveva parlato in una intercettazione anche l’ex magistrato Loris D’Ambrosio.

Gioè aveva parlato anche di traffici di materiale radioattivo, per alimentare il piano di destabilizzazione voluto dai servizi segreti.
La Commissione Parlamentare antimafia ha approvato una relazione dove si parla di un traffico di materiale fissile andato avanti fino al 1993, con la Libia, che partiva da Alcamo.
Un traffico per cui è stato condannato un agente della CIA, un traffico di uranio in cui erano coinvolti mafiosi, agenti segreti: persone dello stato parallelo, che usano la criminalità organizzata come manovalanza.
Il commissario Peri. Della stazione di Alcamo, aveva indagato su questi traffici come anche sull’incidente del DC8 a Montagna Longa nel 1972: 115 morti, per un incidente che dietro potrebbe nascondere un episodio della strategia della tensione.
Il commissario Peri stava indagando sui 115 morti dell’incidente di Montagna Longa del 72, sui sequestri e sugli omicidi avvenuti a Trapani
(come i due carabinieri uccisi ad Alcamo nel 77). sui rapporti tra mafia, la destra eversiva e la massoneria: la sua indagine finì male, il procuratore di Trapani ne screditò il lavoro, la sua indagine fu archiviata dal giudice Cassata.
Peri morì nel 1982 mentre il giudice Cassata era stato scoperto negli archivi di Gelli.

Anni dopo queste indagini furono riprese da Falcone che indagò sugli omicidi politici sull’isola, mettendo assieme loggia P2 e mafia.
Report è poi passata alle stragi del 1992-93, soffermandosi sul ruolo di Bellini, infiltrato del ROS dentro la mafia per scoprire un traffico di opere d’arte. Ma poi alla fine quale fu il suo lavoro? Forse quello di spostare la strategia mafiosa contro le opere d’arte, come poi avvenuto con le bombe a Firenze e Roma?
Palmeri oggi ai magistrati afferma di aver riconosciuto uno dei due uomini dei servizi, ma non ha voluto aggiungere altro per l’inchiesta in corso.

L’ex giudice Scarpinato si è poi soffermato sull’incontro dei boss mafiosi nel 1991: si pianificavano le stragi per destabilizzare il paese e preparare la discesa in campo di nuove formazioni politiche che dovevano prendere il posto dei partiti della prima repubblica.

In quei mesi si registra l’attività di Delle Chiaie e di Domenico Romeo: quest’ultimo accompagnò Delle Chiaie per la sua attività politica in Sicilia, come conferma oggi a Report.

Alberto Lo Cicero, autista del boss Troia, a pochi mesi della strage di Capaci aveva raccontato ai carabinieri la presenza di personaggi di spicco proprio a Capaci, perché doveva succedere qualcosa di importante.
Lo Cicero vede a Capaci anche Delle Chiaie, sempre nell’imminenza della strage: Maria Romeo è la ex compagna di Lo Cicero e oggi a Report afferma che è stato Delle Chiaie l’organizzatore delle stragi, assieme ad una parte dei boss mafiosi.

Delle Chiaie era l’aggancio tra la mafia e lo Stato – dice la Romeo: era quello che portava in Sicilia la voce di Roma, come per esempio l’ex deputato Lo Porto del movimento sociale.
Lo Porto oggi ricorda il boss Troia, una persona generosa dice: sapeva che fosse figlio di mafiosi, non sapeva che fosse lui stesso mafioso.
Degli incontri tra Lo Porto e Troia parla Marta Granà: Troia incontrava imprenditori, oltre all’onorevole Lo Porto.

Il 5 ottobre 1992 il comandante della sezione giudiziaria di Palermo Cavallo, aveva redatto un documento in cui parlava di una fonte confidenziale che rivelava come nell’aprile del 1992 Delle Chiaie era venuto a Palermo, si era incontrato col boss Troia e aveva cercato l’esplosivo per la strage: questo documento non era stato reso noto ai magistrati – racconta oggi Scarpinato, che aggiunge che questo filone di indagine non è stato seguito dai carabinieri.
L’informativa dell’allora capitano Cavallo, si parlava di Delle Chiaie, dell’eplosivo preso da una cava di un parente di Troia: questa era stata inviata a diversi magistrati come Aliquò e Tinebra senza che sia nata una indagine.
Da queste piste, di queste dichiarazioni su Delle Chiaie non se ne è fatto nulla. Sparito, come le registrazioni che la Romeo aveva consegnato ai carabinieri.
I due Troia, il boss e il proprietario della cava, vennero poi arrestati nel 1993 e nel 1998, ma non per la strage di Capaci.
Anche l’onorevole Lo Porto è stato arrestato nel 1969, per aver sparato in un poligono assieme all’esponente della destra estrema Concutelli, l’assassino del giudice Occorsio.

Dopo il fallimento del progetto politico delle Leghe, ispirato dal maestro P2 che doveva balcanizzare la politica italiana, si cambiò strategia.
IL pentito Sparacio racconta ai pm di Firenze del lavoro di Delle Chiaie su questa strategia, indicando gli obiettivi da colpire al boss Nino Mangano (che era stato incontrato a Roma). Ma la procura di Firenze non aveva avvertito i pm di Palermo che non erano a conoscenza di queste deposizioni.
Delle Chiaie aveva dato indicazioni alla mafia su come muoversi, nel gennaio febbraio del 1993: il leader di Avanguardia Nazionale era in contatto con la mafia da anni, racconta oggi Sparacio che aveva la cultura per indicare quali obiettivi culturali scegliere a casa dell’imprenditore Michelangelo Alfano.
Anche l’attentato a Costanzo sarebbe nato da Delle Chiaie, scelto perché in trasmissione aveva offeso i mafiosi, poi un attentato contro De Gennario (nominato capo della DIA nel 1992), che Bagarella e Mangano avevano già come obiettivo.
Il quartier generale di Delle Chiaie, occupato dal 1991 è oggi tornato un possesso del comune di Roma: anche dopo lo scioglimento negli anni settanta la sua attività politica è andata avanti.

Ne parla Massimo Pizza ex agente Sismi: alla procura di Palermo Pizza aveva parlato delle leghe meridionali, espressione della mafia, di incontri di inizio anni novanta tra famiglie di ndrangheta che si erano incontrate coi mafiosi e coi politici (corrente andreottiana), con esponenti della massoneria (del finto ordine di Malta), dell’estrema destra (Delle Chiaie e Menicacci).
Delle Chiaie, racconta Pizza, doveva occuparsi della parte militare di questa destabilizzazione.

Dell’incontro del 1991 ne parla anche D’Andrea segretario della Lega Meridionale: Delle Chiaie aveva avuto input da uomini dello Stato (dal ministero dell’interno) per portare d’avanti questo progetto di destabilizzazione.

Il piano di destabilizzazione aveva ricevuto fondi da imprenditori e banchieri, si parla di 100 miliardi di lire, anche da imprenditori mafiosi: questi soldi sono parcheggiati sotto il controllo del vescovo di Monreale, tramite Lima vengono drenati verso lo Ior, parte dei soldi saranno usati da politici vicino ad Andreotti.

Un altro capitolo del servizio è stato la trattativa Stato mafia: Ciancimino fu avvicinato dal ROS per la trattativa e ne parlò con D’Andrea, èerché entrambi facevano parte della Lega Meridionale. Lo Stato temeva che Ciancimino e la mafia parlasse del suo lavoro fatto per lo Stato – racconta oggi Antonio D’Andrea. Lavoro sporco si intende.

Il piano di destabilizzazione avrebbe avuto la benedizione di Cossiga e Andreotti, oltre che di Gelli.

Solo nel 2021 lo Stato si è riappropriato del locale in Torre Spaccata di Delle Chiaie, morto nel 2018. Sono spariti i verbali su delle Chiaie a Palermo, così come per anni lo Stato si è dimenticato della pista nera sulle stragi di mafia.

Paolo Mondani è tornato anche sull’omicidio del maresciallo Lombardo: il 4 marzo 1995 nella caserma Bonsignore dei carabinieri di Palermo viene trovato senza vita in una Fiat Tipo bianca, una Beretta calibro 9 nella mano destra, una lettera vicino a lui. Ufficialmente suicidio, ma i figli dopo 27 anni dicono che fu un omicidio.
Oltre alla morte del maresciallo, c’è anche la vicenda della sua borsa, che quella sera aveva con se in automobile e che poi non venne ritrovata (come l’agenda rossa di Borsellino, i documenti di Dalla Chiesa ..):
“credo che quel giorno lui sicuramente avesse qualcosa di delicato e di importante in quella borsa [anche perché in quei giorni era in contatto con Totò Cangemi]. Tornava da un viaggio molto importante ..”

Lombardo tra febbraio e marzo 95 trascorre l’ultima settimana a Milano parlando con Cangemi: nel 1994 quest’ultimo aveva parlato alla Boccassini dei soldi dati da Berlusconi alla mafia, dei rapporti tra Dell’Utri con la mafia.
Lombardo aveva trovato la verità sulla morte di Borsellino,
racconta oggi la figlia, ricordando una sua telefonata alla vedova del giudice. Era un carabiniere che raccoglieva informazioni dai mafiosi, anche i latitanti come Provenzano, tanto che la figlia oggi si chiede, come mai non l’hanno arrestato?
Quello del maresciallo Lombardo è uno strano suicidio per le perizie fatte sulla lettera trovata accanto al suo corpo: era inquieto da settimane perché veniva accusato di essere contiguo con la mafia, accuse dall’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando.
Stava convincendo il boss Badalamenti a parlare, cosa che poi non avvenne anche per il mancato sostegno da parte dei superiori.
L’arma trovata accanto al corpo ha una rigatura diversa da quella del bossolo che ha ucciso il maresciallo.
Un ex carabiniere della caserma Bonsignore ricorda quella sera del marzo 1995: fu allontanato dalla macchine del maresciallo, che era circondata da altri ufficiali.

Non è stata fatta l’autopsia sul cadavere, non era stata trovata una goccia di sangue sui finestrini, sul tetto dell’auto: la scena del suicidio sembra dipinta – racconta l’ex carabiniere.
Un suicidio strano, come quello di Gioè, oggi i familiari chiedono nuove indagini sulla sua morte.

La Procura della Repubblica di Firenze ha da tempo ripreso le indagini sulle stragi di mafia nel 1993, principali indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in passato sono già stati archiviati dall’accusa di essere i mandanti esterni delle stragi dai tribunali di Caltanissetta e Firenze. Ma ci sono importanti novità emerse da una recente relazione della commissione parlamentare antimafia sulla bomba di Firenze a via dei Georgofili nella notte tra il 26- 27 maggio del 1993 dove morirono 5 persone tra cui una bambina di 9 anni e una di 50 giorni, principale estensore della relazione dell’antimafia è stato il procuratore Gianfranco Donadio (ex magistrato presso la DNA): “la commissione parte da un dato indiscusso, in via dei Georgofili furono collocati 250 kg di esplosivo, i mafiosi a Firenze disponevano all’incirca di 130-140kg di esplosivo, vi è una differenza di 100 kg, questi kg sono rappresentanti da esplosivo di natura militare, ad alto potenziale”.

Si tratta della teoria della doppia bomba, già emersa per la strage di Capaci (e anche per quella di Piazza Fontana, sebbene poi non si siano mai trovate prove a supporto)”.
Qualcuno che non è mafioso quindi aggiunge dell’esplosivo militare?

Nelle automobili dei mafiosi vi sono solo tracce di tritolo – risponde il magistrato – dobbiamo escludere che i mafiosi avessero altro, quindi altri hanno aggiunto alle cariche portate dai mafiosi esplosivo ad alto potenziale di tipo militare”.
La procura di Firenze ha sentito il capomafia Graviano che aveva raccontato di incontri con Berlusconi, smentiti da quest’ultimo. I suoi racconti si sono interrotti nel 2021, quando il parlamento ha cambiato la norma dell’ergastolo ostativo. Oggi questi boss che non hanno collaborato con lo Stato potranno uscire dal carcere, tenendosi i loro segreti.

È una norma che disincentiva la collaborazione con lo stato: il collaboratore per essere amesso al programma di collaborazione deve indicare tutti i beni non ancora confiscati, il boss che non collabora non ha questo obbligo.
Oggi la procura di Palermo deve indagare sulla struttura parallelo del Sisde, che dentro aveva personaggi come faccia di mostro e Contrada, racconta Marianna Castro compagna del poliziotto Giovanni Peluso: a Paolo Mondani racconta che ad uccidere Falcone sono stati i servizi, non i mafiosi.
Racconta anche del viaggio fatto da Peluso assieme a “faccia da mostro” a Milano all’indomani della strage al PAC, stessa storia successa con la bomba di Firenze.
Nei commando delle stragi di Milano e Firenze erano presenti delle donne, racconta oggi Donadio, questo escluderebbe la sola presenza dei mafiosi, come si è detto per anni.
Il lavoro dell’ex magistrato Donadio aveva concluso i suoi lavori nel 2013: i suoi lavori erano spariti dentro la sede della procura nazionale antimafia.
14 faldoni spariti che contenevano le piste più promettenti sulla strage di Falcone: la pista nera, il ruolo di Delle Chiaie e tutto quanto raccontato da Report nella scorsa puntata.
Questa sparizione fu scoperta dal pm Di Matteo, che fu incaricato di costruire un pool per indagare su queste stragi.
Avanguardia Nazionale era l’anello di congiunzione tra chi aveva organizzato le stragi italiane e la parte militare dell’eversione degli anni settanta: questo è quanto emerge oggi dopo le indagini su Bologna e Brescia.
Delle Chiaie aveva anche organizzato una campagna di depistaggio per inquinare l’informazione pubblica sulle stragi della strategia della tensione, con l’aiuto di avvocati e giornalisti. Che poi è quello che è successo in questi anni quando si parla di trattativa stato mafia o di Capaci.
La politica si chiude a riccio attorno al racconto dei buoni contro i cattivi, che salva la faccia allo stato e anche ai mafiosi.

31 maggio 2022

Report – il bonus edilizio, la pista nera dietro Capaci e la guerra per twitter

Report tornerà sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, aggiungendo qualche altro tassello all'inchiesta sulla pista nera. Poi un servizio sul bonus edilizio, uno sull'accoglienza in Polonia.

Nell'anteprima il tentativo di acquisizione da parte di Elon Musk di Twitter: come cambierà il social?

GUERRE STELLARI – To buy or not to buy di Lucina Paternesi

Elon Musk e il suo impero spaziano dalle auto elettriche, i viaggi sulla luna, i satelliti: ora sta puntando a Twitter, mettendo sul piatto 44 miliardi di dollari, pari ad un quarto del next generation UE. Come mai questo interesse?
Su twitter si discute di politica, di temi economici: Elon Musk non difende la libertà di stampa, ma difende la sua di libertà.
Che idea ha di democrazia e libertà di Musk, che si appresta a diventare il padrone della più grande piazza di discussione al mondo? E quali soldi sta usando?

Elon Musk ha paragonato su twitter il premier canadese Trudeau a Hitler e a fatto crollare il valore delle azioni di Tesla per qualche tweet azzardato nel 2018, che gli è costato due multe dalla SEC per un totale di 40ml di dollari. Con 95 ml di follower, Elon Musk è anche un troll, per i suoi tweet irritanti e fuori luogo.
Chi è Musk? Lo spiega Riccardo Staglianò giornalista e autore de “I giga capitalisti”: nasce in Sudafrica, è un programmatore di videogiochi va poi a fare uno stage nella Sylicon Valley nel 1994 e capisce che è quello il posto dove deve stare, il posto dove si creano le cose.

Da lì ha creato un impero che oggi vale 1000 miliardi di dollari, da Paypal a Tesla: dagli altri giga capitalisti si distingue per come racconta delle sue aziende, per Musk Tesla è un modo di salvare il pianeta, perché si riducono le emissioni con le auto elettriche. Evoca costantemente la salvezza del pianeta e dell’umanità.

Con l’obiettivo di salvare il pianeta Musk ha messo a disposizione dell’Ucraina il sistema Starlink, le migliaia di satelliti che hanno permesso agli ucraini di rimanere connessi ad internet la guerra.

“Si è guadagnato i galloni sul campo di difensore dell’occidente” racconta Michele Mezza, docente di comunicazione alla Federico II “e vorrà esercitare un ruolo di influencer sul pianeta, anche sulla galassia, visto che punta a Marte e alla Luna.”

Dopo aver conquistato la terra, ora Musk ha bisogno di una piazza digitale di sua proprietà: come sarà il nuovo twitter? Ci sarà l’identificazione obbligatoria dell’utente, e ci sarà anche un problema dell’erosione della privatezza e della protezione dei dati personali, twitter potrà collezionare informazioni sulla vita reale delle persone, situazione bancaria, creditizia, indirizzo di casa, abitudini di acquisto.

Creerà un impero di informazioni di massa, che sta rastrellando, da usare poi nelle sue aziende. Per comprare twitter deve vendere azioni Tesla, per questo il valore del titolo è sceso: il suo patrimonio è solo sulla carta, finché non vende non avrà soldi. Per comprare twitter dovrà prendere un prestito da Morgan Stanley per 6 miliardi, il resto lo metterà lui e gli investitori. Un acquisto a debito, come nelle vecchia finanza, anche in Italia.
Ma anche Tesla, che vende molto meno di altri marchi, ha un valore di azioni molto superiore agli altri marchi: potrebbe essere una bolla sul mercato.
Twitter nel gennaio 2021 ha sospeso l'account di Trump dopo due tweet che incitavano alla violenza: ma ora potrebbe rientrare, come potrebbero entrare anche altri account fake.

Col nuovo twitter saremo più protetti dalla disinformazione?
Presto entrerà in azione la nuova legge europea sulla disinformazione, ma come si decide che un tweet è un fake o no?
Elon Musk sarà un editore indipendente e un imprenditore indipendente?
E se iniziasse a sponsorizzare un preciso partito politico?

LA PISTA NERA di Paolo Mondani

Report la scorsa settimana aveva percorso la pista nera sulla strage di Capaci (e di Via D'Amelio): raccogliendo le testimonianze di Alberto Lo Cicero, vicino a boss mafiosi come Troia, è emerso che a Capaci sarebbe stato presente anche l'ordinovista Stefano Delle Chiaie.

Testimonianza confermata dalla fidanzata di Lo Cicero e dal brigadiere Giustini: era presente a Capaci prima del 23 maggio per organizzare la strage terroristico-mafiosa?

Lo Cicero è stato confermato dal giudice Borsellino, prima di entrare nel programma di protezione, ma dopo Capaci: al giudice parlò di Delle Chiaie, della presenza sul luogo della strage e, secondo quanto dice Lo Cicero, Borsellino sapeva molte cose, che forse ha appuntato sulla sua agenda rossa.
Borsellino parla anche con Walter Giustini, che gli racconta di Lo Cicero e dei tentativo di Contrada di spostarlo ad altro incarico.

Dopo questo servizio, Report e il giornalista Mondani hanno subito una perquisizione, poi sospesa: i documenti ricercati erano vecchi di vent'anni, nulla di segreto e nulla di riservato, solo documenti che erano stati dimenticati.
Mondani ha scoperto di essere stato pedinato e seguito: è stato convocato dalla procura, a cui ha opposto il segreto per quanto riguarda la divulgazione delle sue fonti.
La procura di Caltanissetta ha smentito le notizie del servizio di Report: la pista Delle Chiaie è priva di fondatezza, dicono dalla procura nissena.
Ma l'ex giudice Scarpinato tira fuori un altro documento rimasto nel cassetto per anni.

Riina poteva essere arrestato prima del gennaio 1993: il brigadiere Walter Giustino era già sulle tracce dell'autista Biondino grazie alle rivelazioni di Lo Cicero, ricevute nell'aprile maggio 1992.
I carabinieri sapevano dunque di Biondino come autista di Riina ben prima della strage: Giustini rinfacciò al procuratore Aliquò, dopo la cattura di Riina, che lui il nome di Biondino lo sapeva già. “Lo sa qual'era l'autista di Riina? Quel Biondino che per voi non era nessuno..”

Ma Lo Cicero parla anche di Delle Chiaie, del suo sopralluogo sul luogo della strage, di come fosse il portavoce dei politici di Roma per la mafia: i boss mafiosi stavano organizzando qualcosa di grosso – racconta Maria Romeo, la fidanzata di Lo Cicero, a Report.

Vero o falso? Scarpinano a Spotlight la scorsa settimana ha raccontato delle sue indagini su Delle Chiaie, poi archiviate nel 2001. Parlò anche di un documento del 1992 secondo cui Delle Chiaie aveva fatto un viaggio a Palermo per preparare la strage.

Le dichiarazioni di Lo Cicero spariscono e poi riappaiono: come l'informativa del capitano Cavallo dell'ottobre 1992, come quella di Arcangioli. Come le registrazioni delle deposizioni di Lo Cicero, che la fidanzata aveva portato ai magistrati sono sparite.

Giuliano Turone, ex magistrato, a Mondani ha ricordato le parole di Falcone alla Commissione Parlamentare nel 1988: il giudice aveva raccontato dei contatti tra mafia, massoneria, servizi segreti ed estremismo di destra, coinvolti nei delitti politici avvenuti in Sicilia. Come l'omicidio di Piersanti Mattarella: i processi per questi delitti andrebbero rifatti – conclude Turone – per arrivare ai mandanti delle stragi, i mandanti esterni, non solo i mafiosi.

Il quadro è lo stesso di Bologna, dell'Italicus, di Piazza Fontana.
Destra eversiva, massoneria, pezzi dei servizi, i partiti che da quelle stragi, da quei delitti hanno avuto maggiori vantaggi.

Dovremo riscrivere trent'anni di indagini, trent'anni di storia italiana: non è Report che sta facendo depistaggi. Semmai è lo stato.

110 E LODE di Luca Bertazzoni

Luca Bertazzoni, per il servizio sulle truffe legate al bonus edilizio, ha seguito il lavoro di investigatori privati, incaricati di seguire imprenditori, veri o fittizi.
L'arrivo dei bonus edili ha portato lavoro non solo nelle costruzioni: molte ditte hanno preso i bonus e poi si sono rese irreperibili.
Giuseppe Strollo, investigatore, negli ultimi due anni ha lavorato su 15 casi di truffe: finti imprenditori che incassavano crediti, compravano materiali e poi li rivendevano al mercato nero, creavano società edilizie in mano a prestanome o a persone con precedenti, false perizie. Per una truffa complessiva fino a 1 ml di euro.

Nel 2020 per far ripartire il paese dopo il covid puntò sull'edilizia, in crisi dal 2011: mette sul piatto 40 miliardi di bonus edilizi, servivano per muovere l'economia e per rigenerare il nostro patrimonio immobiliare.
Sull'anticipazione del credito, a soggetti terzi come aziende o anche le Poste, è partita la truffa: ci sono imprenditori che alla fine hanno vantato crediti per 1 miliardo con lo Stato.

“Ho approfittato, sono diventato uno squalo..” così parlava uno di questi in una intercettazione della Finanza di Rimini: c'era un gruppo centrale di 12 soggetti che procacciavano prestanomi, professionisti del settore, il tutto per passare dalla moneta virtuale dei crediti alla moneta reale. Tanti soldi, al punto che queste persone nemmeno sapevano dove aprire i conti.

Chi è mr miliardo, ovvero il signor Martino, a Foggia? Era uno di queste persone che alla fine è arrivato ad acquisire un miliardo di crediti, passando attraverso società fittizie, con sedi in diversi garage a Foggia.

Servono società che emettono false fatture, girate al fiscalista che poi le mette nel circuito delle verifiche fiscali. Crediti ceduti a soggetti prestanome che poi vanno in banca a riscuotere soldi: Bertazzoni ha seguito la storia dei fratelli De Martino, del procacciatore Tenace (e dei suoi parenti). Parenti, amici e conoscenti per riscuotere crediti per milioni.

Tutto troppo semplice? Hanno solo applicato la normativa, che problemi ci sono – si è difeso con Bertazzoni il signor Tenace.

Secondo la procura di Roma, i signori De Martino avrebbero accumulato crediti per 1 miliardo, fittizi, per opere non fatte. Questi però negano di aver violato alcuna legge, in una lettera inviata a Report.

Su 40 miliardi di investimenti sui bonus, le truffe ammonterebbero a 4,4 miliardi di euro: ma di quali opere parliamo?

Alla fine, il miraggio del bonus nato col governo Conte 2, ha fatto sorgere nuove aziende che si sono buttate nel settore nel 2020: sono 45mila imprese in più quelle nel settore, secondo Unioncamere.

Le prime truffe sono venute fuori dopo due anni, col nuovo governo Draghi: lo stesso presidente ha espresso forti dubbi su questo provvedimento in Europa.

Le truffe edili sui bonus del governo Conte ammontano a 4,4 miliardi: la più grave truffa secondo il ministro Franco, una mistificazione secondo Conte, che difende la sua norma.

Si poteva fare la legge meglio? E l'occupazione che si è creata col bonus è una buona occupazione?

Le irregolarità sono passate dal 5 al 90%, raccontano gli ispettori del lavoro, intervistati da Report: le nuove 45mila imprese edili in più non sono sintomo di una ripresa del settore, ma di persone che si sono gettate nel mondo dei bonus senza averne la preparazione.

Il governo introdurrà la patente per le imprese, per ridurre le truffe, ma solo per lavori dall'anno prossimo.

Nel frattempo sui cantieri ci sono lavoratori non in regola (che non sanno per chi lavorano), ponteggi non a norma, protezioni che mancano, lavori fatti senza seguire le norme, nessun capocantiere. Così se si cade, si muore: il numero di incidenti è infatti cresciuto del 16%.

I bonus hanno drogato il mercato, come ha sostenuto Draghi? Alla fine sembra così, i costi dei ponteggi sono saliti, i materiali sono venuti a mancare, il prezzo delle lavorazioni aumenta (per i bonus, che alla fine hanno tolto la contrattazione, la scelta dell'azienda col costo minore).
Così, questi bonus non hanno coperto le lavorazioni che sarebbero state vitali in alcuni terrotori.

Luca Bertazzoni è andato a visitare le zone colpite dal sisma del 2016 in Umbria e nelle Marche, “l’Italia colpita al cuore, l’Italia che non muore”, citando la canzone di De Gregori che accompagna il servizio.
Paesi come Amatrice, ancora da ricostruire, compreso il palazzo del comune: a sei anni dal terremoto che è costato la vita a 300 persone il paese ancora desolante, “un paese che non c’è più .. ad oggi nel centro storico è partito un unico cantiere e conto di farne partire due o tre nel giro di breve tempo. È stato ricostruito solo il 15%, c’è stata una prima partenza forte della ricostruzione, poi c’è stato un fermo causato dagli incentivi fiscali che hanno drogato il mercato per il bonus edilizio, che ha penalizzato tantissimo la ricostruzione, tant’è che le ultimamente le pratiche presentate sono pochissime” – racconta a Report il sindaco.
Non si trovano imprese, non si trovano professionisti disponibili a lavorare sul terremoto: il superbonus ha creato una bolla nel settore edile che ha penalizzato il settore stesso, alla fine i ricavi non ripagano l'aumento dei costi, per colpa del rincaro dei prezzi.

Qual è il rischio adesso? Che i bonus oggi non sono serviti per rifare le facciate dei palazzi vecchi, che avrebbero bisogno di lavori di efficientamento.
I bonus sono affluiti alle famiglie più ricche – racconta la Corte dei Conti – quelle che possono sostenere gli esborsi iniziali per iniziare i lavori.

L'Enea, l'agenzia per lo sviluppo sostenibile, monitora per il governo l'andamento del superbonus: peccato che non abbiano i dati sul superbonus, chi lo preso e per fare cosa. Non sappiamo quali lavori in periferia e quali al centro di Roma, il governo non li ha chiesti.
Sappiamo invece che in Sardegna prevalgono le villette unifamiliari: 5300 richieste di supebonus, di cui solo 400 per condomini, il resto per villette, molte delle quali seconde case.

I controlli li doveva fare a monte la politica (magari lo stesso Conte che ancora difende la sua norma), che oggi ha stretto i controlli sul bonus, col rischio che oggi ci sono aziende che non riescono ad incassare i crediti.
Oltre a questo il bonus non ha favorito l'efficientamento energetico: Claudio Gallo è una vittima del superbonus, ha firmato un contratto per istruire la pratica del superbonus.
È stato poi contattato dalla Finanza, che gli ha chiesto di verificare il suo credito sul suo cassetto: sono 60mila euro che sono stati incassati da qualcuno e che ora lo stato potrebbero chiedergli indietro, per lavori mai eseguiti.

È tempo di un primo bilancio, dopo due anni di bonus: ogni 100 euro investiti, fa risparmiare 12 kw/ore nei prossimi 30 anni, ovvero per rendere efficiente l'intero patrimonio dovremmo investire 2000 miliardi, pari al nostro debito pubblico.

Potevamo spendere meglio i nostri soldi.

24 maggio 2022

Report – la pista nera di Capaci (e il vaccino cubano e la trap)

A 30 anni dalla strage di Capaci Report dedica il servizio di questa sera per seguire piste inedite sui mandanti e sui responsabili, vecchie conoscenze dell'eversione nera.

Un servizio poi sul vaccino cubano e nell'anteprima, un servizio dedicato alla trap

LA TRAPPOLA di Chiara De Luca

A parlare di rap Fabri Fibra, 1 milione di copie vendute, uno dei pilastri del rap: oggi il messaggio del rap, sopra le righe, viene più accettato, ma solo perché fa guadagnare.
La trap è un sottogenere, dove si lavora sugli effetti, anche sulla voce di chi canta: nasce in America ad Atlanta, il nome nasce da “trappola”, quella dentro cui si rischia di rimanere bloccati.

Nei testi si parla di soldi, di donne come oggetti, i poliziotti sono sbirri: come il rap, anche la trap racconta cosa c'è fuori, attirando anche l'attenzione delle mafie.
La musica crea consenso, come per i neomelodici, può essere usate dalle mafie per raccogliere consenso: come per Manuel Di Silvio, arrestato per droga, come Samuel Casamonica, a Spinaceto.
Come Nico Panghetta nasce come cantante neomelodico per diventare un trapper famoso in tutta Italia: nelle canzoni si parla dello zio arrestato per droga, viene oggi accusato di cantare la mafia, di farne apologia.

A Rosarno sta spopolando un cantante che si fa chiamare Glock 21: la Glock, i gioielli mostrati nei video, i fucili mitragliatori nei video, sono messaggi chiari.

C'è un gruppo che si chiama P38 e inneggia alle BR, parla nelle sue canzoni del rapimento Moro: sono stati denunciati da un figlio di una vittima delle BR, per pagarsi le spese legali hanno fatto una raccolta fondi, ma sapranno chi sono state veramente le Brigate Rosse?

Bruno D'Alfonso, il denunciante, è stato minacciato dopo aver depositato la denuncia.

C'è un fenomeno che sta degenerando: la politica si sta muovendo, coi suoi tempi, per evitare che giovani che non hanno completa conoscenza delle mafie o dei terroristi, esalti le gesta della criminalità anche in modo non pienamente consapevole.


LA BESTIA NERA di Paolo Mondani

A 30 anni dalle stragi del 1992, Capaci e via D'Amelio, le ultime piste investigative mostrano che gli uomini dell’eversione di destra, dei depistaggi e degli apparati deviati dello stato, della massoneria piduista potrebbero non essere estranei a quelle stragi. E iniziamo a scorgere il volto dei mandanti, ben oltre il volto di Totò Riina.

Sono le menti raffinatissime di cui parlava Falcone col giornalista Saverio Lodato: nell’intervista diceva anche altro “ho l’impressione che per comprendere le ragioni che hanno portato qualcuno a decidere e a pensare di eliminarmi bisognerà pensare all’esistenza di centri occulti di potere in grado di orientare certe azioni della mafia.”

Giuseppe Lombardo, un magistrato che ha indagato sulla ndrangheta stragista, aggiunte un altro pezzo: “io le dice sinceramente che si deve abbandonare una ipocrisia di fondo, che spesso ruota attorno al concetto di zona grigia, che è un concetto che non mi convince. Io sono convinto che il grigio in questo caso è una sfumatura del nero. E il nero è mafia. ”

Ecco, quell’antistato emerge anche dietro i delitti eccellenti che fino ad oggi abbiamo addossato alla mafia, alle stragi del 1992-1993: esistono delle connessioni con lo stragismo di destra responsabile delle bombe degli anni settanta, stragi fatte in collaborazione con esponenti della P2 e dei servizi segreti al nord.

Ed è per questo – spiega nel servizio l’ex magistrato Scarpinato – che la corte d’Assise di Bologna cita Falcone, il quale in una audizione alla commissione parlamentare antimafia del 1988 dice “forse dovremmo rileggere tutta la storia italiana.”

Falcone era rimasto impressionato dall'omicidio di Piersanti Mattarella, il politico DC che stava cambiando la politica regionale: secondo il magistrato non era solo la mafia responsabile della sua morte, dietro vedeva la massoneria di Gelli e come autori i Nar.
Massoneria e destra eversiva avrebbero avuto un ruolo anche negli altri delitti eccellenti in Sicilia: sono gli stessi responsabili della strage di Bologna, come è emerso dalle ultime indagini.

Dopo la morte di Falcone non si è riletta la storia italiana ma leggendo le carte emerge una storia straordinaria: da vecchi archivi emergono verbali mai considerati come quelli del pentito Lo Cicero, autista di un boss mafioso. Pochi mesi prima della strage aveva confidato all'ex brigadiere Giustina su come catturare Riina.
L'informativa di Giustini se fosse stata presa in considerazione poteva evitare la strage? Forse, in ogni caso Riina verrà catturato a gennaio del 1993, mentre Lo Cicero continua a fare da confidente ai carabinieri.
Il boss di cui Lo Cicero era autista era Mariano Troia: era un personaggio mafioso vicino alla destra, in quei mesi avrebbe incontrato anche Delle Chiaie, il fondatore di Avanguardia Nazionale. Di Delle Chaie aveva parlato anche la fidanzata di Lo Cicero: era stato visto perfino a Capaci, prima della strage.

Delle Chiaie aveva avuto rapporti coi servizi e con la massoneria: Vinciguerra, in carcere dove è detenuto, ha esposto i dubbi sulle sue vicinanze con la mafia, “l'estrema destra non è mai stata una forza opposta allo stato, ma una forza per fare le cose che lo stato non poteva fare.”

Avanguardia Nazionale era una organizzazione per raccogliere le informazioni, che poi affluivano ai servizi segreti – racconta Vinciguerra.

Alberto Lo Cicero, il confidente, avrebbe accompagnato Delle Chiaie a Capaci come se fosse un sopralluogo per preparare la strage: l'ex compagna di Lo Cicero lo ha raccontato a Mondani, aggiungendo che Delle Chiaie avesse un ruolo di intermediario tra la mafia e “quelli di Roma”.

Lo Cicero avrebbe incontrato anche Borsellino, dopo la strage di Capaci: al magistrato avrebbe raccontato di Delle Chiaie, di averlo visto a Capaci, dei contatti Roma Palermo tenuti da Delle Chiaie. Forse Borsellino sapeva già queste cose, aveva già il quadro.

Per questo avrebbe poi convocato il brigadiere Giustini, Borsellino, poco prima della sua morte in via D'Amelio.

Raccogliendo la confidenza di Lo Cicero, il brigadiere Giustini era sulla pista giusta, sulla strage di Capaci e poi per la pista che da Biondino avrebbe portato a Riina. Ma le sue informazioni sono rimaste lettera morta.

Il 19 maggio 1999 il magistrato Chelazzi interrogò il collaboratore Sparacio, anche lui parlò del ruolo di Delle Chiaie come suggeritore della strage di Capaci e poi degli altri obiettivi storici.

Nel 1969 Delle Chiaie, assieme a Borghese e Concutelli, sarebbe andato in Aspromonte per portare le sue competenze alla ndrangheta, all'indomani del golpe Borghese e dei moti di Reggio Calabria. Ma ebbe un ruolo anche nella stagione delle leghe meridionali.

Il fenomeno del leghismo meridionale, esploso negli anni tra il 1990 e il 1992, è stato studiato anche dall’ex procuratore aggiunto Roberto Scarpinato

“C’era una connessione molto stretta tra un progetto politico iniziale che era quello di creare un nuovo soggetto politico, la Lega Meridionale, che doveva agire di concerto con la Lega Nord per creare un’Italia federale nell’ambito del quale il sud doveva essere lasciato alle mafie. E la strategia stragista di destabilizzazione. Ce lo dicono vari collaboratori di giustizia che ci definiscono appunto che questo progetto fu discusso segretamente nel 1991, in tutti i suoi dettagli, e che dietro questo progetto c’erano Gelli, la massoneria deviata, esponenti della destra eversiva i quali avevano consigliato di rivendicare la strage con la sigla di Falange Armata.”

La storia di quegli anni, tra fine anni 80 e inizio anni ‘90, la ricorda bene Antonio D’Andrea, vice segretario della Lega Meridionale centro sud e isole (una tra le più importanti leghe nate in quegli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica) – a cui si iscrissero Licio Gelli (venerabile della P2), Vito Ciancimino (il più politico dei mafiosi – così lo descrisse Falcone) e il figlio di Michele Greco (il “papa” di cosa nostra) e Pino Mandalari, il commercialista Riina: obiettivo di questa Lega era dividere e destabilizzare l’Italia, in un piano che avrebbe portato ad un’Italia federale divisa in tre, col sud di fatto lasciato nelle mani della mafia.

Un’ipotesi fantasiosa oppure un piano politico condiviso perfino ai piani alti dello Stato?
“Questo progetto di dividere l’Italia non era un progetto massonico” - spiega a Mondani D’Andrea – “non era un progetto estraneo allo Stato, era un progetto nato e partorito nato e partorito all’interno della vita politica italiana e istituzionale, quindi di vertice.”
Un progetto inizialmente appoggiato da Giulio Andreotti e Francesco Cossiga:

Appunto, quindi parliamo del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio.”

Perché Delle Chiaie era interessato al progetto?

Perché anche lui aveva avuto disposizioni dai vertici dello stato.
Una nazione si può unire con la forza ma si può dividere anche con la forza.

Dopo le leghe per dividere l'Italia, nascono altre leghe, quella pugliese, quella marchigiana, quella siciliana, tutte fondate dal legale di Delle Chiaie Menicacci, mentre Delle Chiaie fonda una nuova Lega di tutte le leghe.
Tutti impazziti per il leghismo, come mai?
Chi andava ad incontrare Delle Chiaie in Sicilia?
Secondo D'Andrea, Delle Chiaie andava in Sicilia a trovare gente da usare, carne da macello.

Qual è il contesto che porta all’uccisione di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino?
“Lo Stato, quando non sa cosa dire, escono sempre fuori i servizi segreti deviati. I servizi segreti deviati per definizione non possono esistere e non esistono, i servizi segreti agiscono in base agli ordini che ricevono dai ministri di riferimento e dalla presidenza del Consiglio. Per cui l’omicidio di Falcone non può che essere stato concepito all’interno del governo e delle più alte sfere istituzionali. ”

Le stragi del 1992 e 1993 come le stragi della strategia della tensione?
Erano gli anni della caduta del muro, di Tangentopoli, della crisi dei partiti che avevano governato l'Italia, tra cui quelli di riferimento della mafia. C'era anche il problema dei pentiti, il bisogno di trovare nuovi referenti politici. C'era il rischio che la sinistra vincesse le elezioni, non c'era più lo spauracchio dei comunisti.

Così la mafia si mette in un viaggio politico assieme alla massoneria e a pezzi dell'estrema destra: sullo sfondo di questo viaggio ci sono Miglio, l'ideologo della Lega, Andreotti e Gelli.
Delle Chiaie fonda la Lega Nazional Popolare, Menicacci il suo avvocato ne fonda altrettante.

Se tutte queste testimonianze, racconti, fossero confermati, emergerebbe il ruolo di ispiratore della strategia stragista da parte di Delle Chiaie, strategia inizialmente decisa già nel 1991, con le stragi da attribuire ad una sigla, Falange Armata, che porta a Gladio.

Al processo sulla Trattativa Stato mafia è emerso il ruolo di uomini dello stato nella strage di Capaci: persone come Peluso, uomo dei servizi, di cui parla il pentito Pietro Riggio.
Un uomo chiamato dallo stato per fare delle “pulizie”, per fare pulizia di persone che davano fastidio allo stato. Marianna Castro, la fidanzato, racconta che con lei Peluso avrebbe confidato che Falcone sarebbe stato ucciso dai servizi e non dalla mafia.

L'esplosivo usato a Capaci sarebbe stato “rafforzato” con pentrite, un esplosivo di origine militare. Pietro Riggio, sempre al processo sulla trattativa, racconta di un tentativo di uccidere il giudice Guarnotta nel 2001, nei mesi in cui quest'ultimo indagava su Dell'Utri.

Sempre Marianna Castro parla di “faccia da mostro”, Giovanni Aiello, che era superiore di Peluso, dentro una struttura che aveva a capo l'ex Sisde Contrada: Mondani ha ascoltato l'ex funzionario del Sisde Contrada, prima condannato per mafia e poi assolto dalla corte di giustizia europea. Forse, racconta Mondani, la verità sulla strage l'avevamo davanti sin dall'inizio senza vederla.

Paolo Mondani è andato ad Alcamo ad incontrare un bandito-poliziotto, chiamato così perché restio a seguire le regole, di nome Antonio Federico: sulla base delle indicazioni ricevute da un confidente nel 29 settembre 1993 in una casa di Alcamo trovò un tesoro, una santabarbara detenuta da due carabinieri. Esplosivi, pistole, fucili e una cassetta col simbolo delle radiazioni: nella seconda perquisizione, il giorno dopo, la cassetta era sparita.
I due carabinieri sono stati condannati ad una pena lieve, come fossero dei collezionisti di armi: il poliziotto, nel mentre dei controlli, ebbe la sensazione che i carabinieri fossero in contatto coi servizi.
Nella provincia di Trapani – racconta Scarpinato – era presente Gladio e quell’arsenale scoperto da Antonio Federico (di cui non si scoprì mai la provenienza) fosse proprio un deposito della Stay Behind italiana.

Nella casa viene trovata anche una foto di una donna sorridente. Racconta il poliziotto: “il confidente mi dice di far vedere la fotografia nell’immediatezza della perquisizione, ai presenti, che erano quasi duecento, tra poliziotti e carabinieri, compreso il generale Cancellieri. Il significato di far vedere la foto non l’ho mai capito, il senso era chi deve capire, capirà. ”

Questa foto, che sparisce e poi riappare nei verbali dopo 29 anni, ritrae una giovane donna che solo oggi è diventata un elemento di prova per la procura di Firenze.

Nella foto viene riconosciuta Rosa Belotti, imprenditrice con qualche precedente penale, ora accusata di essere coinvolta nell’attentato di via Palestro a Milano del 27 luglio 1993. E forse anche in quello di Firenze del 27 maggio. La Belotti si è riconosciuta nella foto ma ha dichiarato di non avere nulla a che fare con le stragi.

La fonte segnala anche l'esistenza di un bunker dentro una villa nella campagna di Alcamo: dentro trova una struttura, come gli strumenti a bordo di un aereo e poi armi.
Nell'appostamento davanti la villa bunker, situato vicino ad una pista di atterraggio, l'ex poliziotto ha riconosciuto Giovanni Aiello, “faccia da mostro”.
La sua fonte gli aveva parlato di un summit politico mafioso: la perquisizione che doveva essere fatta nell'imminenza dell'incontro non fu poi fatta.

“Io penso che ci sia un secondo stato parallelo” – è la conclusione dell’ex poliziotto a Mondani – “la criminalità organizzata è pilotata comandata gestita da queste persone.”

Alcamo, Gladio, il centro Scorpione di Trapani, gli incontri tra i gladiatori e i mafiosi.
Ciampi nel 1991 voleva sciogliere il settimo reparto del Sismi, ovvero Gladio, ritenendoli responsabili delle bombe: gli orfani della guerra fredda non volevano essere messi a riposo e soprattutto non volevano essere messi sotto condanna dallo stato.
Questo spiega le bombe del 1993 fino alle due scoppiate nel luglio 1993 quando, sono le parole di Ciampi, si ebbe il timore di un colpo di stato.
Era un primo ricatto allo stato dei gladiatori. A cui seguì il ricatto di Matteo Messina Denaro, custode di altrettanti segreti con cui tenere sotto scacco un pezzo dello stato?

Del ruolo dello stato dentro le stragi del 1992-93 e dei delitti politici degli anni '80 aveva parlato per primo il collaboratore Luigi Ilardo, ucciso pochi giorni prima di iniziare il programma di protezione.

Massoneria, Gladio, mafia, la destabilizzazione: nel 1984 Falcone fu intervistato da un giornalista brasiliano. Il giudice voleva avere maggiori informazioni sulla P2, di cui il giornalista aveva parlato con Buscetta in carcere.
Il giornalista, cercando notizie sulla P2, si imbattè sulla Bafisud, la finanziaria di Ortolani, piduista anche lui, ritenuto uno dei mandanti della strage di Bologna.
Al giornalista arrivarono confidenza per cui l'opera di destabilizzazione nei confronti del governo Alfonsin, nel 1983, era opera della P2.

LA corte d'Assise di Bologna ha condannato lo scorso aprile Paolo Bellini, uomo della destra eversiva, collegato ai servizi: nel 1991 è presente ad Enna nel periodo in cui i vertici della mafia si sono riuniti per decidere del progetto di destabilizzazione del paese attraverso le stragi e la creazione di un nuovo soggetto politico.
Nel 1992 lo stesso Bellini assieme a Gioè inizia una sua trattativa con lo Stato: Bellini propone di fare attentati contro monumenti per mettere in ginocchio lo stato.

Ritroviamo, a distanza di anni, gli stessi personaggi: la P2, Gelli, Bellini, l'estrema destra. I soldi da Gelli verso gli esecutori della strage, un documento nascosto per anni grazie al ricatto di Gelli allo stato (il documento “artigli” del 1987) e al capo della polizia Parisi.

Della vicinanza di Gelli coi servizi ne parlò, in un passato servizio, l'ex generale Notarnicola: a Report ha raccontato delle strategie di egemonia americane, passate dai colpi di stato ad intossicazione delle istituzioni dall'interno e alla destabilizzazione con le stragi.
Era la dottrina Westmoreland: il tramite in Europa per questa strategia – racconta Notarnicola – era Gelli.

Mostri: come i mostri dentro villa Palagonia, corpi deformi, animali mitologici, statue ritenute portatrici di un potere malefico.

Come i mostri che ci circondano e che vollero queste stragi.
La retorica delle commemorazioni ha deformato la storia – racconta Mondani - siamo incapaci di ricordare, conviviamo con una manipolazione della realtà: ecco perché villa Palagonia è così moderna, questo luogo rappresentò una clamorosa critica dei potenti e ci fa vedere i mostri.

Forse dobbiamo iniziare a leggere e vedere la nostra storia con occhi diversi, perché senza la conoscenza del passato, non potremmo controllare il nostro futuro.

Chi controlla il passato, controlla il futuro – Orwell 1984.