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03 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – la stagione delle stragi, il processo Eternit, l’amianto che uccide ancora

La stagione delle stragi e la genesi della prima Repubblica

Report ritorna domenica con un nuovo servizio sulle stragi del 1992-1994: le stragi di Capaci e via D’Amelio, dove furono uccisi i giudici Falcone e Borsellino assieme alle scorte. E le stragi della trattativa stato – mafia (quella ammessa dagli stessi ufficiali del ROS ma cancellata dalla sentenza della Cassazione – da leggere Il colpo di spugna di Saverio Lodato e Nino di Matteo) a Firenze, Milano e Roma.

Le stragi da cui è nata la seconda Repubblica, con la nascita di Forza Italia di Marcello Dell’Utri (condannato per concorso esterno in mafia) e dell’imprenditore Silvio Berlusconi che, come ha stabilito la Cassazione, aveva pagato la mafia per evitare altri attentati.

Meloni ha sempre raccontato di aver iniziato politica proprio dopo il sacrificio di Borsellino eppure sotto il suo governo la commissione Antimafia guidata da Chiara Colosimo ha voluto seguire solo alcune piste per arrivare ai mandanti, per esempio l’inchiesta su mafia e appalti – fortemente consigliata proprio dall’ex generale Mario Mori.


Una soluzione “sedativa” che mette tutti d’accordo, specie gli ufficiali del Ros assolti in appello e dalla Cassazione. E anche il partito di Meloni, nato dal movimento sociale dentro cui è nato l’estremismo nero di Bologna e Milano – piazza Fontana.

Ma esistono alte piste, che portano proprio verso l’estremismo di destra: Paolo Mondani ricostruirà questo filo nero che lega le stragi degli anni ‘70 con quelle della trattativa. Le stragi della trattativa come ultimo atto della strategia della tensione, per imporre col tritolo, col sangue, un nuovo corso politico.

Eppure sulla pista nera, nel corso degli anni, sono spariti dei documenti, non sono state fatte le indagini necessarie – racconta a Report Vittorio Teresi ex magistrato di Palermo e presidente del centro studi Borsellino: come negli anni settanta quando c’era il rischio forte di uno spostamento a sinistra del paese, col partito comunista più forte dell’Occidente. Di contro c’era una organizzazione atlantica come Gladio che si avval
e del terrorismo nero “per affermare lo status quo, per non cambiare”. Una situazione analoga a quella che si presentò all’inizio degli anni 90 – continua Teresi: il paese era in ginocchio per le indagini dell’inchiesta Mani Pulite e si correva nuovamente il rischio di uno spostamento a sinistra “e torna l’agenzia per le attività sporche con le stragi e il risultato è che nel nostro paese l’asse politico si è spostato a destra.”

La scheda del servizio: LA BANALITÀ DEL NERO

di Paolo Mondani

Collaborazione di Marco Bova, Roberto Persia

Report torna a occuparsi delle stragi degli anni ’90, ricostruendo gli ultimi giorni di lavoro di Paolo Borsellino e le sue indagini sulla morte dell’amico Giovanni Falcone.

Morire per amianto

L’amianto è un killer viscido, infame: non ti ammazza subito, ti fa ammalare a distanza di anni da quando hai inalato la sua polvere, dentro le industrie che producevano questo materiale ma anche nelle zone attorno a queste maledette industrie.

Come a Casale Monferrato, il paese dai tetti bianchi per il colore della polvere che si accumulava sui coppi: qui l’amianto uccide ancora, come racconterà Report in questo servizio.

Almeno fino agli anni ‘70 i pericoli dell’Eternit (benché noti alle aziente) venivano ignorati: Eternit era sinonimo di progresso, l’amianto era un materiale ideale per l’edilizia. Si usava dappertutto, anche nelle case di campagna, per l’edilizia fai da te. I bambini giocavano con l’amianto, non sapendo che così giocavano con la propria vita.

Solo dopo gli anni ‘70 quando le malattie contratte da chi lavorava all’eternit sono aumentate, è cresciuta l’attenzione attorno a questo materiale: troppe morti, concentrate in certe zone, di persone non troppo anziane. Morte per tumore che non lasciava scampo, il mesotelioma pleurico.

Ma oggi non è più l’operaio che si ammala, è il figlio dell’operaio, sono tutte le persone che hanno avuto la sfortuna di nascere in un paese dove era presente un impianto produttivo di amianto.

I numeri della dottoressa Federica Grosso – che sta raccogliendo i casi di amianto a Casale – sono impietosi: dal 2010 ad oggi ha seguito 2000 pazienti per una malattia dal forte impatto psicologico, perché non si può dire al paziente che si è in grado di guarirlo.

Parliamo di una cinquantina di nuove diagnosi ogni anno.

La scheda del servizio: L’AMIANTO UCCIDE ANCORA

Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

In Italia oltre 226 mila ettari di superficie a terra e a mare ricadono nel perimetro di un Sin, Sito di interesse nazionale da bonificare. Ad oggi se ne contano ben 42, ma la bonifica definitiva ha raggiunto solo il 6% dei suoli che sono stati perimetrati nei vari decenni dal Ministero dell’Ambiente. Procedendo di questo passo, con una media di 11 ettari bonificati all’anno, ci vorranno mediamente almeno 60 anni ancora prima di vedere l’iter concluso. Tra questi c'è Casale Monferrato, dove l'amianto, un minerale messo al bando dal 1992, uccide ancora.

Ombre sul processo Eternit

Come mai tutti i processo per la strage dell’amianto sono finiti in nulla o quasi? Come mai queste storie, le migliaia di persone che si sono ammalate per aver respirato la polvere di amianto, non hanno suscitato la giusta attenzione (a parte le famiglie dei malati) da parte dei cittadini italiani? Come è stata anestetizzata la comunicazione sull’amianto (ma un medesimo discorso potremmo farlo per i PFAS..)?

Ci sono stati diversi processi, alcuni sono già finiti in Cassazione (dove il reato è stato derubricato da omicidio ad omicidio colposo), altri sono ancora in corso.

Report racconterà di come i vertici di Eternit – Schmidheiny e il suo braccio destro in particolare – si siano messi in contatto con un ex generale del Mossad prima di presentare il ricorso in Cassazione dopo la sentenza di condanna a 18 anni di carcere in secondo grado emessa dalla corte di Appello di Torino nel 2013. Il patron svizzero dell’azienda rischiava di passare anni in galera nel caso la sentenza fosse stata confermata.

Così nel settembre 2013 prima che gli avvocati presentassero ricorso contro la condanna il finanziere svizzero Heinz Pauli braccio destro di Schmidheiny chiede l’intervente di un ex agente del Mossad Avner Azulay che era stato ufficiale di collegamento in Europa dei servizi segreti israeliani, che avverte del “problema italiano” Ehud Barak ex primo ministro israeliano (nonché capo di stato maggiore dell’esercito) a cui inoltra i documenti della difesa di Schmidheiny che gli erano stati mandati, dove la sentenza di Torino viene definita assurda.

Report è entrata in possesso di questi scambi di mail: Ehud Barak dopo aver abbandonato la politica ha iniziato ad occuparsi di cybersicurezza cofondando Paragon, l’azienda il cui sw è stato usato per spiare giornalisti e attivisti italiani.

C’è bisogno di elaborare un piano in fretta, prima che scadano i termini del ricorso a Roma in Cassazione: nelle mail il nome di Schmidheiny non viene mai fatto, si usano la sigla STS.

La scheda del servizio: I BANDITI DI HURDEN

di Sacha Biazzo

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Luigi Scarano

Report ricostruisce sulla base di e-mail riservate il ruolo che ex agenti del Mossad e uomini di primo piano del governo d'Israele avrebbero avuto nel tentativo di influenzare uno dei maxi-processi più rilevanti degli ultimi anni, quello che vedeva imputato il miliardario svizzero a capo dell'Eternit, l'azienda che ha esportato manufatti in amianto in tutto il mondo.

La fine dei manicomi

Gli anni settanta non sono stati solo gli anni delle bombe, delle molotov nei cortei, degli scontri. Sono stati anche anni in cui sono maturate, grazie anche alla pressione della società, dal basso, grandi e importanti riforme. Il divorzio, la sanità pubblica, l’aborto non più reato.

E anche la riforma del 1978 che porta il nome dello psichiatra Bisaglia, ovvero l’abolizione dei manicomi. Anche coloro che venivano definiti “pazzi” (e spesso lo erano solo per pregiudizi) avevano dei diritti, non erano animali da rinchiudere in catene in luoghi nascosti.

Come l’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, uno dei primi ospedali del genere ad essere aperto nel 1773 (tre anni prima della rivoluzione americana) e uno degli ultimi a chiudere. Nei giorni in cui si alzava il vento, si sentivano le urla delle persone rinchiuse: qui dentro si finiva per qualsiasi stranezza, un disagio sociale. In particolare le donne, le mogli adultere, svogliate, depresse, che “non servivano il marito o alla famiglia come avrebbero dovuto” racconta a Report lo psichiatra Enrico Marchi, o anche le figlie “divergenti”.

Non era difficile entrare, era difficile uscire: perché l’obiettivo dei manicomi non era curare ma isolare i pazzi, contenerli perché non fossero un pericolo per la società.

Dunque stanze ben sigillate, finestre con le sbarre. Qui, a Maggiano, in due secoli sono stati internati migliaia di uomini, donne e perfino bambini. Perché tutto quello che era “diverso” sul piano psichico e prestazionale e sociale trovava accoglienza in manicomio.

La scheda del servizio: LAB REPORT: MENS SANA CERCASI

Di Marzia Amico, Giulia Sabella

Collaborazione Celeste Gonano

Nel nostro Paese i disturbi mentali - ansia e depressione soprattutto - colpiscono una persona su sei. L’emergenza, peggiorata col Covid, non riguarda solo gli adulti, ma anche due milioni tra bambini e ragazzi che soffrono di problemi legati alla salute mentale. Chi vuole curarsi deve spesso districarsi tra liste d’attesa infinite, nel pubblico, e costi proibitivi, nel privato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

20 luglio 2025

Il biennio di sangue di Luca Tescaroli

 

1993-1994. Le menti e gli esecutori degli attentati di cosa nostra nel continente

Lavoravo alla procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta quando si verificarono gli attentati nelle città di Roma, Firenze e Milano, e stavo iniziando ad occuparmi di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992, e dell’attentato dell’Addaura pianificato per il 21 giugno 1989 per colpire Giovanni Falcone e i componenti della delegazioni elvetica in quei giorni a Palermo.

Avevo ancora nella mente le immagini desolanti dell’enorme cratere, di quella Croma scagliata a oltre sessanta metri di distanza dall’enorme deflagrazione, con all’interno i cadaveri straziati di Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, quella folla enorme e scomposta di persone che si riversavano nell’area aperta a tutti per andare a rendere omaggio alle vittime o semplicemente a curiosare [..]

Immagini che mi apparvero come lo specchio su cui si rifletteva uno Stato assente e distratto, che per tanti anni aveva tollerato o, forse, favorito, il dilagare del crimine organizzato.

Come sono stati individuati gli autori delle stragi del “biennio di sangue”, 1993-1994? Quali le prove che hanno consentito agli inquirenti di portarli a processo e ai giudici di condannarli a svariati anni di carcere? In che modo si è giunti alle condanne a Spatuzza, i fratelli Graviano, Riina e Bagarella i vertici dell’ala corleonese che in quegli anni comandava dentro cosa nostra?

La prima parte del racconto si occupa proprio di questo elencando nomi, circostanze, le confessioni degli stessi esponenti delle cosche rese davanti ai magistrati, una volta presa la scelta di diventare collaboratore di giustizia.

Luca Tescaroli oggi procuratore a Prato (dove ha chiesto di aprire una nuova direzione distrettuale antimafia per contrastare la criminalità organizzata cinese) si concentra sulle stragi di Firenze in via dei Georgofili del 26 maggio 1993, sulla strage in via Palestro a Milano e sugli attentanti a Roma del 27 luglio 1993. Oltre agli attentati al giornalista Maurizio Costanzo, il 14 maggio 1993, al fallito attentato a Totuccio Contorno nel 1993 e all’ultima bomba, l’ultima di questa scia di sangue e tritolo (e molto altro) cominciata con la bomba a Capaci, il 23 giugno 1992.

Un biennio di sangue che ha rappresentato la più grave minaccia contro le istituzioni italiane portata avanti da cosa nostra, in prima linea, su cui ancora si deve chiarire se ci siano stati, oltre a i boss, altri mandanti a volto coperto da ricercare sia dentro le istituzioni stesse, sia dentro altre centri di potere tra cui massoneria e pezzi dei servizi.

Come ricorda lo stesso autore, lo stragismo non rappresentava una novità nella storia del nostro paese: quelli che sono passati alla storia come gli anni della strategia della tensione sono stati caratterizzati da attentati contro banche, treni, sindacati riuniti in piazza, tentativi di colpi di stato che avevano come obiettivo quello di lanciare messaggi a chi di dovere dentro le istituzioni.

Quello che colpisce della scia di attentati del 1992-93-94 è quanto abbiano inciso nelle scelte politiche fatte dai vari governi: come per le bombe fasciste di Milano 1969 e Piazza della Loggia 1974 l’obiettivo era destabilizzare per stabilizzare l’asse politico in senso centrista e ostacolare la crescita dei partiti di centro sinistra, l’obiettivo delle bombe di cosa nostra era lo stesso, destabilizzare per non poi trovare all’interno dei partiti nuovi referenti politici.

Cambiare tutto per non cambiare nulla negli equilibri tra stato e mafia.

C’è un filo nero che lega le stragi fasciste a quelle mafiose (sempre che sia solo mafia): la presenza di esponenti dell’arcipelago nero come Paolo Bellini, condannato per la strage fascista di Bologna del 1980 e confidente dei carabinieri nel 1993. Nonché suggeritore a Nino Gioè della strategia di colpire le opere d’arte come strumento di ricatto per lo stato.

E poi Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, nata da una scissione del movimento sociale, indagato più volte per le stragi fasciste degli anni settanta e sempre assolto.

La pista nera arriverebbe anche a lui: come racconta il collaboratore dei carabinieri Alberto Lo Cicero, Delle Chiaie sarebbe stato visto a Capaci nei mesi precedenti la strage.

Il retroterra stragista degli anni Settanta e Ottanta e il momento di massimo pericolo per la democrazia nel nostro Paese

Lungo il sentiero del tempo che attraversa gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, membri appartenenti alla destra eversiva e all’associazione mafiosa denominata Cosa nostra incisero profondamente nella vita democratica della nostra Nazione con il ricorso a dirompenti ordigni esplosivi che hanno prodotto plurime stragi, seminando panico, distruzione, lutti e una diffusa insicurezza nella collettività. Alle bombe nere dei neofascisti degli anni della strategia della tensione [..] si affiancarono le stragi volete ed eseguite dai corleonesi giunti alla guida di cosa nostra, nel quadro delle ipotizzate convergenze di interessi con soggetti esterni alla stessa organizzazione.

Prosegue poi Tescaroli:

Nella fascia temporale che ha preceduto l’esecuzione di queste otto stragi [quelle del 1993 e il mancato attentato allo stato di Roma nel gennaio 1994] sono affiorati e, comunque, sono rimasti sullo sfondo rapporti tra esponenti della destra estrema, come Paolo Bellini risultato in contatto con il mafioso Antonino Gioè, che riportavano alla mente le stragi neofasciste degli anni Settanta e Ottanta.

L’aggressione rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia, che venne profondamente ferita, e l’attacco più grave posto in essere da Cosa nostra.

La parte più interessante del racconto però è quella successiva: nella seconda metà si raccolgono tutti quegli spunti investigativi ancora da seguire perché o legati a punti poco chiari delle indagini o perché spunti meritevoli di approfondimento.

Perché una cosa va chiarita: nonostante le celebrazioni, le parole di circostanza da parte della politica (la stessa che poi attacca i magistrati quando toccano i loro interessi, la stessa che depotenzia la magistratura togliendo strumenti per fare indagini), siamo ancora lontani dalla piena verità su Capaci, sulla strage di via D’Amelio e sugli attentati avvenuti a Firenze, Roma e Milano.

.. occorre evidenziare che, in ordine ai fatti stragisti terroristico-eversivi del biennio 1993-94, dai processi celebrati, sono emersi spunti investigativi che hanno imposto e impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso [..]
Tutto questo fa parte di altri filoni di indagini, che impongono di continuare a indagare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria delle vittime innocenti e dei tanti feriti, unitamente al condizionamento provocato da tali attentati alla nostra democrazia, che lo richiede.

Partiamo da Capaci: come mai il commando che era stato mandato a Roma, di cui faceva parte anche Gaspare Spatuzza, nella primavera del 1992 per seguire Maurizio Costanzo e Giovanni Falcone in previsione di un attentato, è stato richiamato poi in Sicilia da Riina?

Perché l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e la sua scorta a soli 57 giorni dalla morte di Giovanni Falcone?
Come mai pezzi delle istituzioni hanno costruito il finto pentito Scarantino, un piccolo spacciatore ritenuto credibile in tre gradi di giudizio? Forse per allontanare le indagini dai fratelli Graviano?

Va chiarito il ruolo di Paolo Bellini, confidente dei carabinieri e suggeritore della strategia terroristica di colpire le opere d’arte: “Come mai le anticipazioni sulle intenzioni degli appartenenti a Cosa nostra veicolate a esponenti delle Forze dell’Ordine da Bellini, non hanno consentito di impedire l’escalation di violenza del 1993?”

Meriterebbe un approfondimento la morte di Nino Gioè uno degli autori della strage di Capaci, morto in uno strano (e poco credibile) suicidio in carcere, dopo aver scritto una lettera-testamento dove citava pure Bellini.

Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso”, diceva Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Giorgio Napolitano al Quirinale, intercettato mentre parlava al telefono con Nicola Mancino. Ai magistrati di Palermo spiegò il senso delle sue parole: “A me quel suicidio non mi è mai suonato… mi ha turbato, mi turbò nel ’93 e mi turba ancora”. Il corpo senza vita di Gioè lo trovano la notte tra il 28 e 29 luglio del ’93: esattamente 24 ore dopo la stragi di via Palestro, di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio in Velabro.

Anche sulla strage di via Palestro c’è un buco nero: chi ha materialmente compiuto gli ultimi atti della strage a Milano? Il racconto dei mafiosi termina diverse ore prima, come se i mafiosi avessero lasciato l’operazione ad altri soggetti esterni alla mafia.

Come quella misteriosa donna bionda vista da testimoni vicino alla Uno bianca poi esplosa nella notte del 27 luglio.

Il 1993 è stato l’anno di tangentopoli, dello scandalo dei fondi neri del Sisde, del tentato golpe alla rai di Saxa Rubra, del rinvenimento dell’esplosivo sul rapido Siracusa-Torino, collocato da un funzionario dei servizi di Genova, della crisi economica del Paese.

Un anno di forti sconvolgimenti che hanno destabilizzato il paese, anche per le rivendicazioni fatte da una misteriosa sigla “Falange armata”: chi c’era dietro queste rivendicazioni, non solo sulle bombe ma anche sui delitti compiuti dalla Uno Bianca in Romagna?

E poi la trattativa stato-mafia: nonostante l’opera incessante dei negazionisti della trattativa (ovvero del ricatto a organi dello stato portato avanti da cosa nostra con gli attentati), questa trattativa c’è stata.

Lo dicono gli stessi ufficiali del Ros, se ne è ricordato dopo anni di distanza lo stesso Martelli: gli incontro tra uomini dello stato e intermediari mafiosi ci sono stati. Come ci sono state le reazioni da parte del governo Amato in reazione alle stragi, il 41 bis revocato a diversi mafiosi, l’avvicendamento al DAP in primis.

Scrive la Cassazione nella sentenza sulle strage di Firenze in via dei Georgofili:

[…] L’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata a indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti.

Commenta Tescaroli:

Dunque, sono stati acquisiti dati probatori, attraverso i processi celebrati, idonei a ritenere che siano esistite delle trattative, che i vertici dell’organizzazione mafiosa abbiano ricevuto oggettivamente un segnale istituzionale idoneo, nella loro prospettiva.

Sono domande che allargano l’orizzonte delle indagini andando oltre la sola cosa nostra: come mai le stragi sono finite nel 1994, poche settimane prima dello scioglimento del governo Ciampi e delle nuove elezioni, quelle in cui vinse il partito di Berlusconi, Forza Italia.

Il partito si cui, secondi diversi pentiti, si sarebbero convogliati i voti della mafia.

Il partito di Marcello Dell’Utri, il partito di Antonio D’Ali, entrambi condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

La scheda del libro sul sito di Paper First

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


20 luglio 2023

La ricerca della notizia - Andrea Purgatori e la luce della verità

Ci sono giornalisti che si accontentano di fare da reggimicrofono al politico di turno e che non si lamentano se vengono rinchiusi nei vagoni del treno per una gita propagandistica a Pompei.

Ci sono poi altri giornalisti, che citando il bel film su Giancarlo Siani possiamo chiamare "giornalisti giornalisti" che non si accontentano delle dichiarazioni ufficiali, dei comunicati stampa, delle conferenza stampa del presidente del consiglio senza domande.

Sono giornalisti, e ce ne sono, che cercano la notizia, seguono le storie, senza preoccuparsi se questa notizia dia fastidio a qualcuno di potente.

Questo era Andrea Purgatori, un giornalista che, per esempio, non si sarebbe fermato al comunicato stampa sulla liberazione di Patrick Zaki da parte del regime del generale Al Sisi: Purgatori cercherebbe di capire quali altre partite si siano giocate sulle spalle dello studente bolognese.

Anche se questa ricerca della notizia, questo andare oltre la facciata della narrazione potrebbe dar fastidio.

Come poteva dar fastidio intestardirsi per non lasciar cadere nell'oblio la vicenda di Ustica: non si poteva far cadere nel dimenticatoio l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno. Quella di Purgatori poteva essere quasi scambiata per una ossessione, specie in questo paese dove l'indignazione dura meno di un orgasmo.

Purgatori ha tenuto accesso il faro della verità su questa brutta vicenda, spiegando perché le piste "consolatorie" e "assolutorie" come la bomba o il cedimento strutturale fossero false. Nonostante questo volesse dire mettersi contro i generali dell'Aeronautica, contro la dichiarazioni ufficiali della marina americana (sulla Saratoga, sugli aerei Nato in volo quella sera sul Tirreno).

Tutto questo per il solo fine del raccontare ai suoi lettori (e telespettatori) una storia credibile, reale: un dovere morale per un giornalista, un dovere che anche lo stato avrebbe dovuto portare avanti, nei confronti delle vittime.

Non è facile fare il giornalista giornalista in questo paese: è molto più facile stare dalla parte del potente, fare il reggimicrofono, sposare la narrazione ufficiale: ci sono meno problemi, meno rischi di querele o minaccia di querela. 

Non si tratta solo della cronaca giudiziaria, un tema molto caldo ancora oggi, con le vicende dei ministri Santanché o La Russa.

Mi riferiscono alle storie, che Atlantide - la trasmissione di Purgatori su La7 - aveva raccontato: come il racconto delle giornate del G8 a Genova nel luglio 2001, di cui cui oggi ricorre l'anniversario. La macellerie messicana fatta dal reparto celere della polizia alla scuola Diaz, le prove false portate dai poliziotti (con la complicità dei superiori) dentro la scuola per la narrazione governativa secondo cui nella scuola erano presenti black bloc.

La narrazione di comodo doveva essere chiara: la polizia ha semplicemente fatto il suo dovere, nella scuola c'erano dei violenti che sono stati fermati.

Eppure la verità, scomoda, era ben diversa, perché su Genova era calata la notte cilena, la notte della democrazia (il titolo della puntata di Atlantide), "una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea" come scrisse Amnesty.

Scomodo raccontare queste storie, come quelle dei rapporti tra pezzi delle istituzioni, parti dei servizi, esponenti della politica, con la mafia.

Chi ha seguito la puntata di ieri sera di Atlantide, finita a tarda notte, sulle stragi del 1993 in Italia ha chiaro il contesto: nei servizi, già andati in onda nella giornata a memoria del giudice Giovanni Falcone, si racconta il contesto di quei mesi. La strategia eversiva della mafia, suggerita da un'entità superiore che suggeriva strategia e obiettivi da colpire, la rivendicazioni della falange armata (che rimandavano a vecchi uffici dei servizi, attivi negli anni della strategia della tensione), il voler tenere sotto tensione il governo Ciampi, per preparare il terreno ad un nuovo soggetto politico..

Una verità complicata da spiegare ma ancora più difficile da ammettere: ancora oggi è tabù, per pezzi delle nostre istituzioni democratiche, parlare del G8 di Genova o dei rapporti tra stato e mafia. O del delitto Moro, delle stragi degli anni settanta.

Andrea Purgatori aveva questo coraggio, questa lucidità nel vedere il quadro d'insieme, questa capacità nel sapere raccontare queste storie. Perché un paese veramente democratico non ha paura nel cercare la verità.

16 gennaio 2023

Report – la latitanza di Messina Denaro, Wikipedia e i bilanci bianconeri

Mi chiamo Matteo Messina Denaro di Paolo Mondani

Non poteva non cominciare con l’arresto del boss Matteo Messina Denaro la puntata di Report: nell’anteprima è andato in onda un servizio già andato in onda sulla storia del capo mafia, dei segreti di Riina di cui sarebbe custode, quando la mafia si lanciò nel progetto separatista con le leghe meridionali che avevano dentro massoni e vecchi politici.
E poi i rapporti con gli imprenditori e con pezzi dello Stato: come il finanziare Pulici, indagato e poi assolto dall’accusa di rivelazione di segreti dall’ufficio del pm Teresa Principato. Nell’ufficio della procuratrice era stata rubata una pen drive e un computer che contenevano la storia di Messina Denaro, una sparizione su cui nessun giudice ha indagato.
Servizi deviati allora? Oggi Pulici preferisce non pensare male..
Ci sono poi le logge massoniche di cui parla un teste anonimo a Mondani: un esponente del servizio segreto civile era in rapporto con Messina Denaro ma era un infiltrato della mafia, era l’ufficiale di collegamento tra mafia e servizi.

Il capomafia aveva scritto un libro, lettere a Svetonio, lettere indirizzate all’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino, uomo dei servizi: erano delle lettere o dei messaggi?
A Capo Granitola, a pochi km da Castelvetrano, c’è una vecchia tonnara ristrutturata: dovrebbe esserci una sede del CNR, su cui ha investito soldi lo Stato, ma dei 100 ml del PON non è stato speso nulla, sono spuntati consorzi che hanno preso soldi. Nel feudo del capo di cosa nostra.
C’è poi la scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino: in essa il giudice annotava tutto delle sue indagini, doveva essere recuperata a qualunque costo da chi ha organizzato la strage. Sul luogo della strage erano presenti uomini dei servizi segreti, attorno alla macchina di Borsellino in fiamme. Non erano interessati ai morti.

Salvatore Baiardo, il favoreggiatore della latitanza dei Graviano sostiene che l’agenda oggi è in più mani: non solo Graviano e Messina Denaro la conoscono, quella agenda era interessante anche a uomini dei servizi e dello Stato.
Con quell’agenda, con i segreti della trattativa, Messina Denaro ha portato avanti i suoi ricatti.

Il ROS, che oggi ha catturato il capomafia è quello che nel 1993 scelse di non perquisire il covo di Riina: le sue carte, i segreti di Riina furono poi portati a conoscenza di Messina Denaro, contribuendo al suo potere di ricatto con lo stato.
Questo spiega la sua inafferrabilità, fino ad oggi almeno.

Chissà se col suo arresto cadrà anche il suo potere di ricatto e si potranno conoscere i segreti dietro le stragi. I mandanti esterni, per esempio. Le carte di Riina.

Il BIANCO E IL NERO di Daniele Autieri

A due giorni dall’assemblea dei soci, la procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici del club bianconero.

L’inchiesta della procura torinese ha rinviato a giudizio 12 manager della squadra, tra cui l’ex presidente Andrea Agnelli: l’inchiesta mette in discussione un decennio di gestione e per il direttore finanziario Stefano Bertola le lancette della storia tornano indietro ai tempi di calciopoli quando il trio Bettega, Moggi e Giraudo dettava la sua legge negli stadi di mezza Italia.
In una intercettazione del luglio 2021 Bertola parla con Cherubini, direttore sportivo della squadra: “la situazione è davvero complicata, io in 15 anni faccio un solo paragone, calciopoli! Io solo quella l’ho vista più complicata, ed era fuori controllo perché minchia c’era tutto il mondo che ti sparava merda. Questa ce la siamo creata noi.”

Il filo rosso che collega l’ultimo scandalo juventino con Calciopoli viene tirato il 27 dicembre scorso quando Luciano Moggi, radiato a vita dalla Federcalcio, si presenta all’assemblea della società e regala ad Andrea Agnelli una chiavetta che contiene le verità secondo l’ex DS sulla tempesta giudiziaria del 2006. La stessa chiavetta è stata consegnata anche a Report in un hotel a Mergellina che per anni è stato il riparo preferito da Maradona.

E’ veramente come Calciopoli, come dice Bertola - solo che stavolta l’abbiamo fatta noi, come dice Bertola?
Risponde Moggi: “Bertola se stava zitto guadagnava un tanto, perché lui era l’amministratore, lui era quello che doveva correggere, quello che riuscivano, che non dovevano fare praticamente quelli che agivano sul calcio. Paratici e compagni, li doveva correggere in maniera tale da non andare fuori dal seminato.”

A novembre il cda della Juventus si dimette in blocco: secondo l’accusa il vertice avrebbe frodato gli azionisti, costruendo bilanci taroccati.
Secondo la procura tre campionati sarebbero stati giocati con bilanci truccati: si parla di false fatturazioni, ostacolo alla vigilanza. In questa indagine sono emerse delle intercettazioni imbarazzanti e anche un libro, il “libro nero di FP”, ovvero Fabio Paratici.
Nel 2020 per sistemare i bilanci, Agnelli invia una mail al gruppo di lavoro dove si scrive che si devono fare azioni di recupero per le perdite.
La Juve ha bruciato 620ml, racconta il giornalista Pavesi, l’aumento di bilancio deciso dalla società servirebbe a coprire questi buchi.
Exor, la cassaforte degli Agnelli è al corrente della situazione disastrosa della squadra, delle plusvalenze per abbellire i bilanci.

Agnelli ne parla con John Elkann in una intercettazione del settembre 2021, della necessità di usare le plusvalenze, per sanare le perdite.
Con queste plusvalenze la Juve genera quasi il 30% dei proventi – racconta il servizio: sono plusvalenze artificiali, oppure a specchio: due squadre si scambiano i calciatori, non gira denaro, servono solo ad aumentare in modo fittizio i ricavi. Tra il 2020 e il 2021 fare plusvalenze era il mantra della Juve, usato dal DS Paratici: nell’ufficio di Cherubini, vice di Paratici, i giudici hanno trovato il suo libro nero, con le sue pratiche di mercato.
“Ho venduto l’anima” ammette in una intercettazione Cherubini.
Oggi Paratici è in Inghilterra e lavora per il Tottenham: con Report ha scelto di non parlare, perché c’è l’inchiesta.
Per abbattere il debito da 220 a 100ml Paratici esegue una serie di azioni correttive, di cui ne parla con Agnelli in una mail del febbraio 2021: sono azioni fatte con plusvalenze
(fatte con la complicità di altre squadre), dove i giocatori sono pedine con cui far tornare i conti, secondo gli inquirenti la prova di questo è in un manoscritto su carta intestata intitolato “mercato” e trovato nell’ufficio di Cesare Gabasio, il responsabile delle questioni legali della Juventus. Nell’appunto vengono scritti i valori economici degli scambi da realizzare anche quando il giocatore è ancora da individuare, inserendo al posto dei nomi la lettera X. E che fosse il calcio delle figurine contabili e non dei giocatori veri lo sapeva anche chi poi avrebbe fatto i conti sul campo, l’allenatore Allegri, come emerge da una intercettazione.

“Il mercato di oggi è quello vero, dove uno va e compra quello che gli serve. Cioè tu devi capire che il mercato dell’anno scorso era solo plusvalenze quindi era un mercato del ca..”.

I punti centrali dell’inchiesta sono questi, salari dei giocatori e plusvalenze: come azienda quotata in borsa la Juve dovrebbe dichiarare il valore delle sue azioni.

Anche il taglio dei salari ai giocatori sarebbe falso, i soldi sarebbero rientrati da altra via.

Nel marzo 2020 l’Italia entra in lockdown, il 28 marzo la Juventus annuncia che i giocatori avrebbero rinunciato a 4 mensilità, ma era un falso: tre mensilità sarebbero state versate.
Un accordo noto ai giocatori come al capitano Chiellini: così la Juve potrà scrivere a bilancio un valore falso, con le 4 mensilità non versate.
In questa manovra stipendi viene coinvolto anche Rinaldo, con un accordo che prevede il pagamento posticipato di 19 ml: esisterebbe una scrittura privata tra la squadra e un’altra persona al posto del calciatore, dove si parla di questi milioni.
La scritture private per integrare gli stipendi non sono state rese note ai mercati, i soldi sono stati rigirati ai calciatori dopo aver depositato il bilancio: anche i calciatori sarebbero complici di questo giochetto.
Attorno a questa macchina da soldi che era la Juve, con la sua contabilità in nero, giravano anche gli agenti e i procuratori sportivi. Report racconta della storia di Spinazzola, che viene venduto alla Roma ma l’operazione non la firma il suo agente ma un altri.
Le operazioni poco trasparenti sono portate avanti anche con l’aiuto di altre squadre: nell’inchiesta si parla della Sampdoria, dell’Atalanta e del Genoa.

Il servizio di Report racconta di una cena in cui erano presenti i presidenti di alcune squadre e il presidente di Federcalcio Gravina.
Una cordata di presidenti, con la Lega voleva che nel calcio entrassero i fondi stranieri per immettere capitali nel calcio.
Ogni anno consuntivano costi per 3miliardi di euro, nel 2021 avevano debiti per 4 miliardi di euro – racconta il consulente di Report Bellavia: chi glieli paga questi debiti?
Gravina sapeva già nel settembre 2020 delle plusvalenze irregolari – racconta una fonte anonima a Report: poi nel 2021 la Covisoc presenta a Gravina la loro analisi sulle operazioni sospette, comprese quelle della Juve.
Covisoc consegna poi le carte alla procura federale ad aprile 2021: la procura federale all’inizio si è mossa lentamente – racconta il manager sportivo a Report – poi però subiscono una accelerazione ma dopo un anno.
Nel 2022 però la procura federale archivia tutto, per il principio che non è possibile questionare il valore dei calciatori a prescindere, mancano criteri oggettivi per la valutazione del loro valore.
Il sospetto è che la procura sapesse che queste plusvalenze erano usate da tanti e che rischiava di cadere tutto.
N
el frattempo è intervenuto lo Stato: le squadre potranno spalmare i debiti con lo Stato per le tasse non pagate in comode rate..

LA COMMUNITY di Emanuele Bellano

Confesso di aver donato anche io per Wikipedia, per tenere in piedi questa enciclopedia online gratuita e aperta a tutti. Perché il sapere deve essere aperto a tutti.

260 miliardi di pagine visitate l’anno, Wikipedia è uno dei primi siti nel web al mondo ed è non profit: i suoi contributi sono creati da volontari in tutto il mondo che creano informazione, correggono, aggiungono nuovi pezzi alle pagine.
La fondazione Wikimedia foundation, che gestisce la parte amministrativa, è invece pagata: oggi però ha creato una società di profitto, con sede in un paradiso fiscale, che venderà contenuti alle grandi aziende della rete.

La conoscenza rende le persone più forti, racconta a Emanuele Bellano l’utente Will, membro della community Wikipedia.
Grazie ai banner e alle donazioni della community la fondazione ha raccolto 250ml di dollari: per gestire i suoi progetti non servono questi soldi, cosa se ne fanno adesso?
Il sito non rischia la chiusura senza le donazioni, ci sono riserve per 240 ml di dollari, a cui si aggiungono altri 100ml dentro un’altra fondazione.
I costi per la gestione del sito sono stimati in circa 15 ml annui, con i suoi 350 ml di dollari da parte in pancia alla fondazione Wikimedia Foundation sarebbe in grado di garantire la sopravvivenza della sua enciclopedia per i prossimi 23 anni senza bisogno di altre donazioni.
Report ha posto la domanda a Peter Forsyth membro della Wikipedia community: “La Wikimedia foundation è di fatto la sola organizzazione al mondo che può chiedere denaro a ognuno degli utenti che consultano il sito in tutto il mondo. Questa sua posizione privilegiata le rende molto semplice raccogliere soldi e il denaro è come una droga: quando fare soldi è facile, è davvero difficile smettere di farne sempre di più.”

Quando un’organizzazione guadagna così facilmente tanto denaro può permettersi di pagare anche a peso d’oro il suo staff: 355mila dollari per il capo del reparto tecnologico, 400mila dollari per un’altra top manager. In totale i top manager sono stati pagati 4 ml di dollari nel complessivo, sono proprio tanti soldi. Ne parla Zachary Mc Dowell docente della Chicago University “per una struttura come Wikipedia che si basa sul lavoro volontario e non retribuito della sua community, sono davvero tanti soldi”.

I soldi usati per finanziare i progetti di Wikipedia come sono usati? Non si sa, perché coprono un’area molto ampia, non sappiamo chi riceve i soldi e per quali progetti sono usati, non sono nemmeno comunicati in modo chiaro dal sito della fondazione.
Il fondo Wikimedia Endowment possiede un tesoretto di 113ml di dollari, che non ha presentato nemmeno un bilancio
ed è posto all’interno di un’altra fondazione, Tides (probabilmente per godere di altri vantaggi fiscali).
A gennaio 2020 è nato il progetto Wikipedia enterprice per vendere dati alle corporation, come Google e Amazon: una scelta contraria allo spirito iniziale di Wikipedia, una enciclopedia nata dal lavoro di migliaia di volontari.
Per questo scopo è nata la Wikimedia LLC, nel paradiso fiscale del Delaware: nessun bilancio, nessuna trasparenza, nessuna tassazione sugli utili..

Quanto è affidabile Wikipedia? Avere una pagina su Wikipedia dà visibilità alle aziende e alle persone, consente la spunta blu su Twitter.

Anche per persone come Salvatore Aranzulla, divulgatore informatico ben noto: la sua pagina su Wikipedia italiana è stata cancellata nel 2016, nonostante la sua notorietà.

La spiegazione di Wikimedia Italia è poco credibile, sostenendo che non vogliono creare biografie dentro l’enciclopedia, cosa non vera.
Report ha poi parlato delle agenzie che costruiscono la reputazione delle persone su Wikipedia: Luca Poma, docente di management reputazionale a Roma, si era accorto di una scheda su Wikipedia dove si parlava di lui.

Il professore ha poi rintracciato una agenzia che pubblica contenuti, “che fa lifting positivo” sulla sua scheda: questa agenzia farebbe da intermediazione tra l’utente e l’editor di Wikipedia, che effettuerebbe poi le modifiche alla scheda.

È qualcosa in conflitto di interesse coi principi di Wikipedia: nessuno potrebbe promuovere se stesso, i suoi prodotti o per qualcuno che paga.
È successo col profilo di Mike Pence, con la pagina sulle torture di Guantanamo. Oggi c’è il rischio che agenzie governative, servizi, possano alterare i contenuti di Wikipedia, in modo da abbellire la realtà.
Lo ha fatto anche Report, col curriculum di Chiara D’Ambros dove le fonti erano imprecise o false.

I giornalisti sono entrati in contatto con editor su commissione dal Pakistan o dal Kenia.
Alla fine per 250 euro si arriva ad una pagina nuova, con contenuti falsi: è un rischio noto a Wikimedia Italia, ne sono consapevoli perché è una enciclopedia aperta.

Ma le pagine di Wikipedia diventano anche un campo di battaglia: mentre il 24 febbraio scorso le truppe di Mosca attraversano il confine ucraino dando via ad una guerra devastante e prolungata, parallelamente su Wikipedia scoppiano battaglie mediatiche tra fazioni filorusse e filoucraine. La voce Reggimento Azov per esempio subisce tra il 24 febbraio e il 24 marzo ben 98 modifiche mentre in precedenza non ha mai superato più di 5 variazioni al mese. Uno degli utenti più attivi su questa voce è l’utente Mhorg: non è facile risalire a chi stia dietro questo nome, perché non dovrebbe essere individuabile e non si vuole che lo sia – spiega Fabio Brambilla, amministratore di Wikipedia Italia. Non ci sono mezzi per arrivare a risalire alla persona fisica.

Questo utente è uno degli autori delle modifiche della voce sulla “strage di Odessa”, che oggi si chiama “rogo di Odessa”: la narrazione cambia volto, per sposare una narrazione più o meno filo russa o filo ucraina.

Quella di Wikipedia non è una verità rivelata, dietro c’è il lavoro di persone ispirate da un principio di trasparenza, ma ci sono dietro anche conflitti di interesse, conflitti tra persone con le loro ideologie. Più simile ad una social network che ad una vera enciclopedia: ma rimane un qualcosa di unico, da tutelare anche.