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29 settembre 2016

La smentita che conferma la notizia

Su l'Unità online potete trovare la smentita del portavoce del ministro per le Riforme (e con delega alle pari opportunità) sul suo viaggio in Sudamerica:
Da lunedì scorso la ministra per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi è in visita in Argentina, Uruguay e Brasile, un viaggio istituzionale che si concluderà venerdì 30 settembre. La ministra in Argentina ha incontrato il presidente del Senato Federico Pinedo, ha illustrato alla Camera argentina la riforma costituzionale approvata in Italia, ha avuto un incontro con il primo ministro Marcos Peña e con circa mille cittadini italiani per spiegare la riforma.Anche in Uruguay il programma è stato simile con incontri istituzionali e saluti alle comunità italiane.Ma per il Fatto Quotidiano e il Giornale c’è qualcosa di strano: il primo accusa la ministra di essere andata in Sudamerica a caccia di Sì in vista del referendum, mentre il secondo rincara la dose sostenendo che Maria Elena Boschi e il suo staff abbiano raggiunto il Sudamerica con un volo di Stato costato 300mila euro.Una bufala a cui risponde oggi la ministra attraverso una nota dell’ufficio stampa: “In merito a quanto riportato oggi da alcuni organi di stampa si precisa che la missione in Sudamerica della ministra Maria Elena Boschi, come comunicato la scorsa settimana da questo ufficio stampa con una nota ufficiale, prevede numerosi incontri istituzionali in ArgentinaUruguay Brasile. Al contrario di quanto scrive il ‘Fatto quotidiano’, si tratta di una missione istituzionale: infatti non è in programma nessuna iniziativa di partito”.
O non hanno capito l'articolo o semplicemente non lo hanno letto.
Il fatto quotidiano ha scritto che il ministro era a caccia dei si al referendum: il ministro è andato in Argentina (e anche in altri paesi) per parlare della riforma costituzionale voluta dal governo (e imposta al Parlamento). 
Non erano presenti, nei comizi, negli incontri, alle cene, esponenti del no. Dunque che cosa vogliono smentire all'Unità o al ministero?

Se fosse stato una missione istituzionale si sarebbe dovuta tenere lontano dal tema riforme (le banche, la crisi di MPS, il PIL che non cresce, l'emergenza profughi, il terremoto..):

“Quando siamo arrivati il nostro paese stava peggio, l‘economia era in crisi, dovevamo invertire la rotta. Era difficile scegliere le priorità, abbiamo quindi deciso un programma di riforme a 360 gradi” ha raccontato. Poi ha tolto il vestito istituzionale e ha indossato quello da campagna elettorale: “Siamo sulla buona strada, ma non va ancora bene come vorremmo. Per avere un paese che funziona meglio abbiamo deciso di rivedere la nostra Costituzione” è stata la premessa. Poi l’affondo: “E’ un referendum decisivo, potete decidere se cambiare il nostro Paese votando il Sì, o se lasciare le cose come stanno votando No”. E ancora: “Non si vota per cambiare i principi o i valori fondamentali della nostra Costituzione, né per dare più potere al governo o al presidente del consiglio” ha detto la Boschi, che ha ricordato una per una le tematiche su cui si vota, tutte scritte “in modo molto chiaro e molto semplice” nel quesito referendario. Fine. Applausi. Luci accese in platea: la Boschi va. Saluti, strette di mano e immancabili selfie. Una sorta di Leopolda in salsa argentina.

28 agosto 2016

In assenza di vere notizie (le polemiche d'estate)


Prima della scossa di terremoto del 24 agosto, in assenza di notizie vere o, più verosimilmente, nel non volerne vedere, quest'estate abbiamo assistito a polemiche pretestuose, superficiali, da bar di paese.

La questione del burkini.
La vignetta sulla Boschi.
E poi, le solite promesse sulle tasse da abbassare.
Le sventure previste per l'Italia se non passasse la riforma costituzionale voluta dal governo.

Partiamo dal burkini: non pensavo fosse possibile che tante persone che ritenevo di sinistra, difendessero "il diritto di indossare un abito".
Come se le donne musulmane fossero veramente libere nel vestirsi come vogliono, come se il burka o il burkini in spiaggia fosse una libera scelta come quella delle suore, come ha voluto far intendere l'imam di Firenze col suo post su FB.

Dimenticantosi che le suore sono spose a Dio, mentre le donne musulmane sono spose al limite ad un uomo e basta.
Come se dietro non ci fosse una questione a monte più importante: perché solo le donne devono nascondere il proprio corpo?
Perché in questa religione è amessa la poligamia e non il contrario, una donna con molti mariti?

La nostra Costituzione non ammette che ci siano discriminazioni per credo politico, per religione o sesso.
Quello che i sostenitori del burkini (e dei matrimoni combinati, e delle donne recluse in casa, e del velo integrale) richiedono non è allora contro la nostra Costituzione?

I difensori del velo e costume integrale sostengono che non si può imporre un divieto (come successo in Francia con una legge poi sospesa) alle donne sul modo di vestirsi. Che non si può imporre loro di scoprire le gambe.
Mentre invece si può accettare che una religione lo imponga.

Cosa direbbero queste persone, che magari si ritengono liberali e democratici, trovandosi di fronte una persona col passamontagna, vestita di nero, in metropolitana, alla stazione del treni, dentro un locale pubblico?


Sempre sul corpo delle donne, la polemica (sui social) la polemica per la vignetta di Mannelli, protagonista il ministro Boschi con la scritta "lo stato delle cosce". L'immagine era tratta da una foto vera del ministro, la battuta, forse non riuscita, intendeva dire che dietro la riforma, solo la bella immagine. E le tante gaffe del ministro, a cominciare da quella sui partigiani veri che votano sì al referendum.
Un po' come la caratterizzazione che ne aveva fatto due anni fa Virginia Raffaele, col suo "shaba". Anche allora polemiche, accuse.
Quell'imitazione non ebbe seguito da parte della Raffaele, che però può prendersi beffe di Belen (e di Donatella Versace), senza che questo susciti troppe polemiche.


14 giugno 2016

Cosa ci sta accadendo? - Saviano, il conflitto di di interessi e il ruolo della stampa

Un intero capitolo del libro di Davide Vecchi "Matteo Renzi - Il prezzo del potere" è dedicato alla vicenda della banca Etruria, al salvataggio degli interessi delle banche, il decreto del governo (che penalizza i risparmiatori truffati) e i conflitti di interesse di un ministro giovane e rampante (ma senza passato).

L'autore riporta l'articolo di Roberto Saviano uscito l'11 dicembre, in piena Leopolda, su il Post.it (e non Repubblica), che ancora a distanza di mesi, merita di essere interamente riletto:


Molti si sono preoccupati di dare ampia pubblicità agli impegni del Ministro Boschi nella giornata in cui il Consiglio dei Ministri ha varato il decreto che ha salvato dal fallimento anche la Banca della quale il padre è vicepresidente. Molti hanno sentito la necessità di dare ampio spazio all’alibi del Ministro che, salvata la forma, ritiene di aver risolto la questione sul piano politico. Ma non è così. Perché la Banca sia fallita – dopo essere stata oggetto nei mesi scorsi di sospette speculazioni – è compito degli organi competenti accertarlo (sempre che non si applichino al caso moratorie altrove felicemente utilizzate). Ma il conflitto di interessi del Ministro Boschi è un problema politico enorme, dal quale un esponente di primissimo piano del governo del cambiamento non può sfuggire. In epoca passata abbiamo assistito a crociate sui media per molto meno, contro esponenti di terza fila del sottobosco politico di centrodestra: oggi invece pare che di certe cose non si debba o addirittura non si possa parlare. 
È probabile che il Ministro Boschi non risponda come se il silenzio fosse la soluzione del problema. Ma questo è un comportamento autoritario di chi si sente sicuro nel proprio ruolo poiché (per ora) le alternative non lo impensieriscono. E se il Ministro resterà al suo posto, senza chiarire, la colpa sarà principalmente nostra e di chi, temendo di dare munizioni a Grillo o a Salvini, sta tacendo o avallando scelte politiche inaccettabili. Quando è iniziata la paura di aprire un serio dibattito su questo governo? Quando è accaduto che a un primo ministro fosse consentito di prendere un impegno serio sul Sud ad agosto per dimenticarlo del tutto il mese successivo? Proviamo a immaginare per un attimo che la tragedia che ha colpito Luigino D’Angelo, il pensionato che si è suicidato dopo aver perso tutti i risparmi depositati alla Banca Etruria, fosse accaduta sotto il governo Berlusconi. Tutto questo avrebbe avuto un effetto deflagrante. Quelli che ora gridano allo scandalo, gli organi di stampa vicini a Berlusconi forse avrebbero taciuto, ma per tutti gli altri non ci sarebbe stato dubbio: si sarebbero invocate le dimissioni. 
Dunque, cosa è successo? Come siamo passati dai politici tutti marci ai politici tutti intoccabili? Cosa ci sta accadendo? All’alba della Terza Repubblica un ministro del governo Letta, la campionessa Josefa Idem, sfiorata da una vicenda senza alcuna rilevanza penale (aveva indicato come abitazione principale ai fini della tassazione un immobile che non lo era), decise di dimettersi. Era iniziato un nuovo corso e alle elezioni politiche il Movimento 5 Stelle, con la carica moralizzatrice che gli è propria, aveva ottenuto un risultato impensabile: c’era la necessità di marcare la differenza con il passato. Il passato era la Seconda Repubblica e la sua impostazione liberale, non nel senso classico, ma in quello icasticamente definito da Corrado Guzzanti per il quale la Casa della Libertà era solo un luogo dove ognuno – e i potenti ancor di più – facevano quello che volevano, contro la legge o con l’ausilio di leggi ad hoc. Si torna sempre a Berlusconi, ma del resto non è vero che senza conoscere il passato non può comprendersi il presente? O si tratta di una massima di portata generale e mai particolare? I nemici di Berlusconi, tra i quali mi onoro di essere annoverato, sono una folta, foltissima schiera di scrittori, giornalisti, intellettuali, privati cittadini che nel tempo si sono sentiti investiti del compito di monitorare cosa stesse accadendo alla politica italiana, alla sua economia. Di comprendere e se possibile rendere pubblici certi meccanismi. 
I tentativi di censurare, di impedire il racconto della realtà e infine di diffamare chi osasse farlo, sono stati innumerevoli. Ma l’Italia non è mai diventata la Turchia di Erdoğan o la Russia di Putin – amici dichiarati del nostro ex Presidente – perché non eravamo soli. Ognuno di noi sapeva di poter contare sul supporto di altri che come noi spendevano tempo, energie e intelligenza per raccontare quanto succedeva ogni giorno, tra cronaca parlamentare e giudiziaria. Sulle pagine del quotidiano Repubblica un maestro indimenticabile del giornalismo di inchiesta, Peppe D’Avanzo, inchiodò il berlusconismo a dieci domande che non hanno mai ricevuto risposta, poiché è bene ricordare che il compito del giornalista è chiedere, il dovere del potere è rispondere. Quel potere era legittimo e democratico e quei governi frutto di libere elezioni: i media facevano il proprio dovere, tutelando quelle regole democratiche alle quali il signore di Arcore e il suo codazzo si richiamavano costantemente per fare quello che gli pareva e conveniva. Cosa è successo da allora? Cosa è cambiato nel nostro modo di leggere ciò che accade? Cosa è cambiato nella nostra capacità di indignarci? Cosa ne è di quel fronte unito contro un metodo di governo? Perché era giusto sotto Berlusconi chiedere le dimissioni, urlare allo scandalo e all’indecenza ogni volta che qualcosa, a ragione, ci sembrava andare nel verso sbagliato e tracimare nell’autoritarismo? Perché sotto Berlusconi non ci si limitava a distinguere tra responsabilità giuridica e opportunità politica, ma si era giustizialisti sempre? E perché invece oggi noi stessi ieri zelanti siamo indulgenti anche dinanzi a una contraddizione cosi importante e oggettiva? Se Berlusconi, che per anni abbiamo considerato causa dei mali dell’Italia, era in realtà la logica conseguenza della ingloriosa bancarotta della Prima Repubblica, così la stagione politica che stiamo vivendo adesso non ha nessuna caratteristica peculiare, nessun pregio o difetto autonomo, ma nasce dalle ceneri di quella esperienza. Il che non vuole dire in continuità, ma neanche ci si può ingannare (o ingannare gli altri) raccontandoci l’incredibile approdo sul suolo italico di una nuova generazione di politici senza passato. Banalmente – questa la narrazione dei media di centrodestra – potremmo dire che quando al potere ci sono le sinistre, si è più indulgenti. L’opinione pubblica è più indulgente. I media sono più indulgenti. È come se, a prescindere, si fidassero. Anche se ho seri dubbi che al governo ci sia la sinistra, o anche solo il centro-sinistra, e nemmeno, a dire il vero, una politica moderna: dato il ridicolo (per non dire peggio) ritardo sul tema dei diritti civili. O forse le ragioni della attuale timidezza risiedono nell’iperattivismo del Renzi I (dato che tutti prevedono un nuovo ventennio per mancanza di alternative, forse dobbiamo prepararci alle numerazioni di epoca andreottiana) che lascia spiazzati, poiché il timore è di sembrare conservatori (con un uso improprio degli hashtag) o peggio nostalgici. Del resto come si comunica contro gli hashtag del premier senza passare per gufi o nemici del travolgente cambiamento? Ormai si è giunti ad un passo dall’accusa di disfattismo. Imporre la furba dicotomia che criticare il governo o mostrare le sue forti mancanze sia un modo per fermare le riforme, che invece vogliamo, e per armare il populismo, verso cui nutriamo sempiterna diffidenza, è un modo per anestetizzare tutto, per portare all’autocensura. 
Ma non cadiamo nella trappola: la felicità di Stato non esiste, è argomento che riguarda gli individui, non si impone, si raggiunge e noi ne siamo lontani. E la critica non è insoddisfazione malinconica, non è mal di vivere, non è spleen: e considerarla tale è quanto di peggio possa fare un capo di governo. Che il ministro Boschi risponda e subito della contraddizione che ha visto il governo salvare la banca di suo padre con un’operazione veloce e ambigua. Lo chiederò fino a quando non avrò risposta.

20 dicembre 2015

Sul conflitto di interessi (e sulla legge di stabilità)

Art. 35 del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180, che, al 3° comma:
L'esercizio dell'azione sociale di responsabilità e di quella dei creditori sociali contro i membri degli organi amministrativi e di controllo e il direttore generale, dell'azione contro il soggetto incaricato della revisione legale dei conti, nonché dell'azione del creditore sociale contro la società o l'ente che esercita l'attività di direzione e coordinamento spetta ai commissari speciali sentito il comitato di sorveglianza, previa autorizzazione della Banca d'Italia”.

Sono queste le righe del DL sul Bail in, dove viene fuori il probabile conflitto di interesse (tra il ministro e l'ex vicepresidente di una banca): probabile perché in Italia come al solito tutte le leggi sono scritte per essere interpretate in modo diverso.
Come le opportunità politiche per cui Lupi si dimette, Marino va a casa, mentre invece quelle contro il ministro Boschi sono solo diffamazioni.

Oramai la legge di stabilità non sipuò più cambiare, l'assalto alla diligenza c'è stato anche quest'anno: i forestali, il casinò di campione, gli interinali nei comuni siciliani, la tassa sui calciatori, i 500 euro per i neo diciottenni … (alla faccia del cambiamento di verso).
Ma almeno queste poche righe, sul DL che recepisce la direttiva europea sul Bail in, il governo e il ministro Boschi le potrebbero cambiare.

Proprio per cancellare del tutto le ombre sul conflitto di interessi.