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26 settembre 2017

Dalle notizie sui quotidiani di oggi

A tutti i riformisti, a quanti sostengono che è grazie alle riforme (del governo dei #millegiorni) che il paese sta uscendo dalla crisi, a quelli che servono le riforme per dare stabilità al governo (per cui la sera del voto devono sapere il nome del presidente del Consiglio) ...
A tutti questi esperti di democrazia e politica in Italia, invito a leggersi le notizie dei quotidiani.
C'è un completo campionario delle cose che non funzionano nel nostro paese.
Il sindaco populista di Seregno che su youtube invocava la castrazione per gli stupratori (stranieri) e che ora è stato arrestato a seguito dell'inchiesta su politica-ndrangheta-corruzione. Cosa dovremmo tagliare ora a lui (nel caso le accuse ecc ecc)?
Che la ndrangheta fosse qualcosa più che un problema di criminalità organizzata, lo ha raccontato ieri sera Iacona, parlando dei rapporti tra ndranghetisti e massoneria, tra ndranghetisti e il mondo dei professionisti. 
Reazioni della politica questa mattina? Nessuna.
Però come sono arrabbiati i tfosi della juventus dopo la sentenza di condanna al presidente Agnelli. Avrebbe concesso biglietti gratis a degli ultrà, ma non sapeva che fossero ndranghetisti: "Non era consapevole di trattare con malavitosi".
C'è poi la questione della ricerca bruciata, con l'inchiesta dei concorsi truccati a Firenze. Oramai le università si stanno trasformando come le municipalizzate: servono cioè a piazzare amici, parenti, trombati.
Basterebbe controllare i nomi e i cognomi di chi vince i concorsi.
E invece temo che anche stavolta tutto finirà in niente: l'inchiesta sui baroni di Bari del 2005 (che pure fece tanto scandalo) è finita in prescrizione.
Con tanti saluti alla meritocrazia e ai giovani che per fare carriera se ne devono andare.
Infine le elezioni in Germania: ne parla ampiamente Gilioli in un post dove racconta del bivio che la sinistra si trova di fronte.
O continuare a perdere voti nella folle rincorsa alla destra.
O riprendere in mano i suoi valori:
"modalità di creazione e di redistribuzione di ricchezza, rapporto con la finanza, welfare, scuola, ospedali, reddito, progressività dei sistemi fiscali, imposte di successione, la casa come diritto umano fondamentale, riduzione delle distanze siderali tra centri storici e periferie, intervento con la scure dello Stato su tutte quello forme di sottolavoro che si fanno chiamare "gig economy" perché schiavitù pare brutto".

Il tutto alla faccia di quanti anche oggi ci propinano la menzogna dell'invasione, dell'Italia agli italiani, della sinistra-sinistra che ci fa perdere le elezioni ...

01 luglio 2016

Alle cavallette non sono ancora arrivati

Scrive Confindustria:
«L’effetto complessivo della vittoria del ‘No’ è stato quantificato per il triennio 2017-2019: il Pil cala dello 0,7% nel 2017 e dell’1,2% nel 2018, salendo dello 0,2% nel 2019. In totale si riduce dell’1,7%, mentre nello scenario di base sarebbe salito del 2,3%; quindi la differenza è di 4 punti percentuali», dice il report. Con la vittoria del ‘no’, prosegue il centro studi, nel triennio gli investimenti scenderebbero complessivamente del 12,1% contro il +5,6% altrimenti atteso, si perderebbero 258.000 posti di lavoro anziché acquistarne 319.000, il deficit/Pil salirebbe al 4% nel 2018 e il debito supererebbe il 144% del Pil nel 2019. Senza tener conto degli effetti del voto di ottobre, il Csc peggiora la previsione del deficit/Pil per quest’anno (2,5% dal 2,3% stimato a dicembre) e per il prossimo (2,3% da 1,6%). Il debito/Pil è stimato al 133,4% quest’anno (dal precedente 132,1%) e al 134% per il 2017 (da 130,6%). Sul fronte del lavoro, il centro studi dà il tasso di disoccupazione all’11,5% (dal precedente 11,6%) quest’anno e conferma la stima dell’11,1% per il prossimo.
Alle cavallette non sono ancora arrivati.
E' la stesso centro studi che l'anno scorso aveva alzato le stime per il 2015 (+1%) e per il 2016 (addirittura +1,5%).
Nei loro report parlavano anche dell'apporto di Expo "che non sarà marginale".

Insomma, non si sono dimostrati molto attendibili nel passato (c'è la crisi, le guerre).
E vorrei aggiungere una cosa: sempre in un report, Il CSC aveva scritto
«L’evasione fiscale e contributiva blocca lo sviluppo economico e civile del Paese perché penalizza l’equità, distorce la concorrenza, viola il patto sociale, peggiora il rapporto tra cittadini e Stato e riduce la solidarietà», stimando un'ammontare dell'evaso pari a 122,2 miliardi di euro.
Ma sull'evasione, niente moniti, niente spauracchi.

Poi possiamo anche continuare a parlare degli effetti benefici della non eleggibilità dei senatori, della fine del bicameralismo perfetto .. Ma mi piacerebbe che gli imprenditori facessero più impresa (vera) e promozioni politiche per i governi.

08 giugno 2016

La strada per la crescita non passa per il referendum

Dice Padoan in alcune recenti interviste che, è vero la crescita non è alta, ma che comunque si rafforzerà anche grazie alle riforme.
Le riforme sono quelle già fatte dal governo e la grande riforma costituzionale del DDL Boschi.
Ma cosa c'è di così taumaturgico nella riforma costituzionale, quella per cui basta un sì e risolviamo tutti i problemi?

Lo ha spiegato ieri sera con molta pacatezza l'ex giudice della Consulta Ugo De Siervo a Di Martedì, intervistato da Floris: con questa riforma si depotenziano i poteri delle regioni ma allo stesso tempo non si danno al Senato poteri di controllo. Per questo motivo, il Senato non rappresenterà nemmeno le istanze delle regioni.
Si è superato il bicameralismo perfetto, ma il Senato rimarrà avendo potere legislativo su settori marginali (sono 15 materie, dai trattati comunitari a Roma capitale): alcune leggi avranno ancora il doppio passaggio tra Camera (che è l'unica a votare la fiducia) e nuovo Senato.
Sul come è stata approvata la riforma: è stata decisa dalla maggioranza - spiegava De Siervo -  così si distrugge il concetto di Costituzione: non basta dire, poi decide il popolo, se poi non si fa una discussione aperta, entrando nel merito.
Sul risparmio dei costi: 200 senatori in meno sono un minimo risparmio, si poteva lavorare sulle regioni a statuto speciale

Sull'obiezione per cui se questa riforma viene bocciata non avremo più altre occasioni: la Costituzione è stata toccata in questi anni 20 volte, come anche le leggi costituzionali. 
Nel 2005 anche berlusconi voleva toccare 50 articoli. Ora la riforma Boschi ne tocca 40. Ci saranno altre occasioni, per fare riforme approvate con una maggioranza più ampia.

Torniamo alla crescita e all'uscita dalla crisi: forse più che Senatori (e consiglieri provinciali) non eletti, sarebbe più utile avere authority di controllo che facciano il loro dovere. 
La richiesta di dimissioni per il presidente della Consob Vegas, chiesta dalla giornalista di Report Milena Gabanelli, è rimasta lettera muta.
Nonostante gli scandali di mafia capitale, si continua a parlare di Olimpiadi a Roma (e abbiamo appena finito di pagare i debiti per Italia 90).

Forse le strade per la crescita sono altre.

12 settembre 2015

Le inutili elezioni regionali - Peter Gomez sul Fatto Quotidiano

L'articolo di Peter Gomez sul FQ di oggi (12 settembre) è una storia da comma 22, per quanto è assurda: parte dalle dichiarazioni Chiamparino, Rossi e De Luca (i tre presidenti di regione) alla commissione affari costituzionali, sulla riforma del Senato.
Meglio non far votare i cittadini sui senatori, sarebbe "un incentivo fortissimo al trasformismo e al mercato politico o anche peggio" e addirittura si rischierebbe l'ingresso della Camorra in Senato. Tipo Dell'Utri o Cuffaro...
Spero abbiate colto l'assurdo di queste dichiarazioni, dette da esponenti delle istituzioni eletti proprio in base al voto popolare. E anche con buone dosi di trasformismo.
Da dove vengono i voti di De Luca? E degli altri?
Oramai la presa per i fondelli è così palese da non risultare nemmeno fastidiosa. Imbarazzante.
Nuovo Senato,le inutili lezioni dei governatori PETER GOMEZ
Democratica e pragmatica proposta di tre presidenti di Regione. Preso atto del feroce dibattito sulla modalità di scelta dei nuovi senatori che dilaniano Parlamento e Pd, i governatori Sergio Chiamparino (Piemonte),Vincenzo De Luca (Cam-pania) ed Enrico Rossi(Toscana) fanno un passo avanti. E mentre tutti discutono se far votare i componenti del futuro Senato dai cittadini o dai con-siglieri regionali, i tre sfoderano una soluzione che è giusto definire geniale: l’abolizione delle consultazioni elettorali. Macché urne per Palazzo Madama!, hanno spiegato i tre davanti alla commissione Affari costituzionali. A Roma ci de-vono andare di diritto i sindaci delle città capoluogo e i presidenti di Regione, cioè (ma è certamente solo un caso) loro stessi. Non pensate male. La riforma, nelle intenzioni dei tre governatori, serve per avvicinare gli elettori alla politica, non per allontanarli. Infatti se fossero i consiglieri regionali a scegliere, tra i propri colleghi,i fortunati vincitori del laticlavio,“finirebbe che gli eletti risponderebbero ai partiti”(Chiamparino). Mentre se i nuovi senatori venissero votati dai cittadini ci sarebbe il rischio di mettersi in mano alle organizzazioni criminali. “Aprire una contrattazione nel Meridione sull’elezione libera dei senatori – spiega De Luca – è un incentivo fortissimo al trasformismo e al mercato politico o anche peggio”. Ovvero l’ingresso di “qualche pezzo di camorra democratica”.I M P O SS I B I L E non condividere l’analisi del presidente campano. Non per nulla decisivi per la sua recente elezione sono risultati i voti dell’Udc di Ciriaco De Mita, quelli di Campania in Rete, una lista messa in piedi dagli amici dell’ex pdl Nicola Cosentino (detto Nick o 'mericano, attualmente de-tenuto per fatti di camorra), più i consensi raccolti da Tommaso Barbato. Ovvero da un ex parlamentare celebre per aver sputato nel 2008 addosso a chi votava la fiducia a Prodi e poi king maker della lista pro-De Luca Campania Libera, sebbene un’indagine per voto di scambio del 2014 consigliasse di girargli al largo (oggi Barbato, perun’altra vicenda, è stato addirittura arre-stato). Ma basta. Perché De Luca, sempre in nome della guerra al trasformismo e al mercato politico, il 2 settembre ha pure nominato alla guida della sede romana della Regione Campania Bruno Cesario: nell’ordine, prima deputato del centrosinistra, poi leader con Domenico Scilipoti dei Responsabili pro-Berlusconi, quindi candidato trombato di Forza Italia e infine candidato, altrettanto trombato, dei demitiani alle Regionali. Ora però tutto può cambiare. Se adottata, la soluzione proposta dai tre governatori, produrrà senz’altro una rivoluzione positiva nei comportamenti. E, soprattutto, sindaci e presidenti si dimostreranno a poco a poco più efficienti. I nominati avranno infatti in regalo l’immunità parlamentare e quindi potranno svolgere liberamente le loro funzioni senza timore diessere intercettati o l’angoscia di svegliarsi con la polizia in casa (per arrestarli o per-quisirli sarà necessario inviare a Roma una richiesta). Inoltre, come ricorda il toscano Rossi, regalare i seggi in Senato è democratico visto che “i presidenti di regione e i sindaci sono tutti eletti dai cittadini”. Anche se, alla luce delle considerazioni esposte proprio dai tre sui rischi legati alle e-lezioni, è probabile che in futuro qualcunopensi ad abolire pure le Amministrative. Senza rimpianti. Perché intanto, dopo averascoltato De Luca, Chiamparino e Rossi, èdifficile dar torto a Mark Twain quando di-ceva: “Se votare contasse davvero qualcosa non ce lo farebbero fare”. Povera Italia.

10 settembre 2015

C'è chi dice si (per sopravvivere)

Ieri era Emilio Fede che, intervistato dal FQ, spiegava che oggi come oggi voterebbe Renzi.
Tocca ora a Fedele Confalonieri fare outing su Renzi: 
"Dico di farlo lavorare. Perché mi pare che qualcosa la stia facendo, ha iniziato un percorso: ora vediamo un po’ dove arriva".

Ma non basta, c'è anche l'NCD di Alfano (2% nei sondaggi, ovvero più ministri che potenziali elettori): 
"Chi vuole andarsene da Berlusconi, Renzi, Salvini, vada... Grazie alla nostra scelta il governo fa le riforme, riprendono i consumi, gli indicatori sono tutti in crescita. E noi andiamo avanti con il nostro progetto per dare voce ai moderati italiani nel governo. Ogni volta che hanno detto che avevamo problemi siamo diventati di più".
Si avvicina il voto sulla riforma del Senato e si sta preparando le grandi manovre prima della battaglia.
Mi si nota di più se faccio opposizione a Renzi e vado con B. oppure se cerco casa anch'io nel partito democratico?

Fabrizio Esposito sul FQ racconta di voci su posti in lista promessi ad Alfano e i suoi, visto che i voti di Verdini per far passare la riforma non basterebbero. Il posto fisso, quello che i giovani non si possono permettere.

06 aprile 2015

Sempre meglio che niente


Le riforme dell'era berlusconiane erano quelle all'impronta del meno peggio: lui chiedeva 100, per i suoi interessi, sapendo che a furia di ricatti sarebbe riuscito ad arrivare a 40 o 30. Chiedeva di sospendere migliaia di processi, eravamo nel 2008 dopo la vittoria alle elezioni: non solo il suo, ma anche altri 100mila, per decreto legge. E poi il bavaglio alla stampa. Finché non ci si mise d'accordo con l'immunità, il lodo Alfano. Che poi è lo stesso Alfano che oggi fa il ministro dell'interno (con un altra maggioranza, pare).

Le riforme di oggi sono invece all'insegna del sempre meglio che niente.
Il reato di autoriciclaggio non punisce veramente coloro i quali reinvestono i proventi criminali? Beh, prima non c'era nemmeno la legge, sempre meglio che niente.
La riforma delle province lascia buchi di competenze, prevede 20000 dipendenti in soprannumero, rischia di lasciare i cittadini senza servizio.
Ma almeno non abbiamo più questi enti inutili. Sempre meglio che niente.
La legge sul falso in bilancio non prevede intercettazioni per le società non quotate (la maggioranza), con il rischio di aver lasciato scoperto un fianco per la lotta alla corruzione?
Ma come, prima non c'era nemmeno il falso il bilancio e ora almeno è stato introdotto per le società quotate. Sempre meglio che niente.
Stesso discorso per il reato di voto discambio mafioso, il 416 ter. Per come è formulato sarà difficile provare il dolo, la volontà di favorire la mafia. Un favore ai politici che chiedono i servizi di mafia Spa? Ma almeno abbiamo riformulato il reato che prima non era definito bene. Sempre meglio che niente....

Potremmo anche parlare del senato, della legge elettorale (preferite quella di prima? La stiamo cambiando..), della riforma del lavoro (che estende le coperture ad una platea di lavoratori più ampia, ma tocca lo statuto dei lavoratori, non da garanzie sulla stabilità dei contratti, ci sono dubbi sulle coperture ..).

Ecco, temo che a furia di dire sempre meglio che niente, diventeremo anche noi niente.

E scusate se mi permetto di usare una frase di  Edoardo De Filippo.

10 marzo 2015

Quelli che ..

Ci sono quelli che escono dall'aula (per il voto sulle riforme) per distinguersi meglio. Peccato che da casa non se ne accorgeranno della differenza, la vostra protesta finirà nel solito pastone politico.
Ci sono quelli che votano no, ma con sofferenza. Sono i deputati di FI che avrebbero tanta voglia di entrare anche loro nelle riforme (quelle che FI voleva fare all'epoca), ma devono obbedire al capo.
Ci sono quelli che, per lo stesso motivo, devono dire si con sofferenza. E' la minoranza dem: li si nota poco sia che dicano si, sia che dicano no. L'importante è avere un posto in aula.
Ci sono quelli, infine, soddisfatti del voto.
Renzi: "il paese è più semplice".
E poi non gli piace quando dicono che vuole fare l'uomo solo al comando.
A furia di semplificare sparirà tutta la dialettica parlamentare, la mediazione politica fatta nelle aule (e non con patti), la voce delle minoranza, la possibilità di controllare l'azione di governo ..

02 dicembre 2014

Basta alibi per le riforme



Il presidente della repubblica fa sapere che non se ne andrà prima del discorso di fine anno: ci vuole lasciare solo dopo aver scaricato la colpa delle mancate riforme sul parlamento. Su quel parlamento balcanizzato che, nonostante l'ampia maggioranza frutto delle larghe intese, non è nemmeno riuscita ad approvare una nuova legge elettorale.
O meglio, in un ramo del Parlamento, la versione 1.0 dell'Italicum era pure peggiorativa.
Meglio scaricare le colpe su altri, prima che nel popolo rimanga l'impressione di un anno perso inutilmente: dare l'impressione di riformare tutto, per cambiare poco e solo in senso restauratore. D'altronde la scelta di Napolitano per il secondo mandato è stata una scelta conservativa. Bloccare la spinta riformista che sembrava uscita dalle urne in quel febbraio 2013. Non è stato un anno perso solo per il M5S: per quanto siano bravi alcuni suoi deputati, i suoi "splendidi ragazzi" sul territorio, basta un espulsione a Roma per far scappare ancora gli elettori.
In un anno avremmo potuto fare questa legge sull'autoriciclaggio, sulla prescrizione, sul rientro dei capitali dall'estero, sul voto di scambio politico mafioso.
Invece abbiamo assistito alla mezza riforma del Senato, che finirà in mano ai consiglieri regionali, quelli delle inchieste.
La legge elettorarle forse subirà un'accelerazione.
Il jobs act che, dice Giavazzi, potrebbe fossilizzare il mondo del lavoro (chi cambia, se oggi rischi di rimanere senza tutele).
Poi i bonus, certo. Gli 80 euro e il bonus bebè.

"Basta alibi sulle riforme" (o per non farle), dice la nota del colle: cercate su internet questa frase e vedete quanti risultati escono fuori.
Poi si lamentano se la gente non va a votare? O forse a lorsignori, se l'astensione aumenta non è un problema.

25 luglio 2014

Noi tireremo diritto

Per fortuna che i senatori dovevano fare poche vacanze, perché ad agosto si sarebbe lavorato.
Per fortuna che si sarebbe lasciato spazio alla discussione, al confronto, su una riforma, quella delle istituzioni, su cui è meglio un giorno in più di lavori che un giorno in meno. Niente tagliola, si diceva ..
Per fortuna che questo governo ha reso disponibili tutte le carte dei servizi, sugli anni di piombo. Mentre tiene nascosta la carta del patto del nazareno: quella dove Renzi e Berlusconi (senza dire nulla agli elettori, agli italiani) si sono accordati per riformare la giustizia, la legge elettorale, il Senato.
Per fortuna che il ministro Boschi ci rassicura con un tweet (ormai nell'era renziana si usa così): "L'ultima parola sulle riforme sarà dei cittadini: referendum comunque! #noalibi".
Per fortuna che l'ostruzionismo era cosa buona e giusta quando era il Pd a volerlo fare, sulla riforma di Berlusconi che bloccava le intercettazioni

Tecnicamente non sarà un ostruzionismo, ma in pratica il Partito democratico è pronto a usare tutti gli strumenti parlamentari per contrastare il disegno di legge sulle intercettazioni. A chiarirlo è stato Dario Franceschini, al termine della riunione del gruppo Pd alla Camera cui ha partecipato anche il segretario Pier Luigi Bersani.
"Faremo tutta l'azione di contrasto parlamentare possibile, useremo tutte le virgole concesse dal regolamento", ha spiegato. "E' difficile chiamarlo ostruzionismo visto che i tempi sono contingentati, ma ci opporremo in ogni modo a questa porcheria".

Proprio così, porcheria. Come la chiamiamo ora questa cosa? Il senato di non eletti con poteri poco chiari e protetti dall'immunità. Una legge elettorale che toglie agli elettori la possibilità di scelta. L'innalzamento delle firme necessarie per i referendum. La futura riforma della giustizia fatta assieme a B. dove si toccheranno pure le intercettazioni.
Si, ieri in piazza a protestare c'era anche gente con cui ho poco da spartire.
Ma la situazione non cambia: il paese rimane nella palude, a prescindere da queste contro riforme.
E non basteranno certo le belle immagini da istituto Luce del premier che salva la povera donna perseguitata risollevare il paese.
Perché il premier ha dichiarato che andrà fino in fondo. Trascinandosi dietro il paese.

21 luglio 2014

La volontà popolare

Chi si oppone alle riforme vuole bloccare la volontà popolare: più o meno queste le parole dedicate dal premier ai gufi e rosiconi che si oppongono alla grande riforma delle istituzioni.
Il rifarsi al popolo lo rende uguale, come atteggiamento, all'alleato fedele delle riforme, quel Berlusconi appena assolto in appello per il rubygate.
Anche sotto un altro aspetto, B. & R. hanno qualcosa in comune: l'assenza di ideologie dietro le loro idee. La spinta alla loro politica del fare, del dare l'idea di movimento mostrando slide e cifre, non arriva da un'ideologia.
Il primo difendeva i suoi interessi.
Il secondo, oggi, mette la sua ambizione davanti a tutto: marcare il presente con la sua presenza e marcare questa politica con le sue riforme. Dopo di lui il diluvio. Se cade lui, cade tutto il partito. E' la nostra ultima spiaggia. In milioni di italiani lo votano (e questo vale per entrambi).

Ma, ora c'è stata l'assoluzione.
E questo complica le cose: perché il prezioso alleato ora può alzare il prezzo per arrivare ad una riforma sempre più al ribasso.
La giustizia (e la legge Severino, a quanto pare), il presidenzialismo, un condono, la nomina del presidente della repubblica assieme.

Perché le riforme si fanno tutti assieme: maggioranza e opposizione, destra e sinistra, guardie e ladri, finanzieri ed evasori.
Così rispettano meglio la linea mediana degli italiani.
Oggi iniziano le votazioni in Senato per le riforme: ci aspettano delle sorprese.

12 luglio 2014

Povertà

Una delle poche cose che crescono, in Italia, è la povertà. Lo dice un rapporto della Caritas secondo cui la povertà non coinvolge più solo i senza lavoro (qui il pdf). Anche chi lavora è povero, secondo le statistiche raccolte. Oggi, non è più il terzo figlio quello che fa saltare i conti in famiglia. Già il secondo è un problema: fare figli, come anche farli studiare all'università, curarsi, è cosa da ricchi.
Gli unici che si sono salvati, da questo impoverimento, sono stati i pensionati con la minima, quelli cioè che hanno mantenuto l'indicizzazione delle pensioni.



La povertà di questo paese va di pari passo con la miseria della classe politica. Quella degli slogan e delle slide. Quella dove il padre delle riforme rischia 7 anni di carcere per prostituzione minorile. Faremo le riforme a S Vittore.

Mica posso fare le riforme in galera”, chiede e si chiede Libero, per conto di Berlusconi.

Poveri, potete stare tranquilli, la politica ora deve occuparsi dei problemi giudiziari di B. La tregua giudiziaria che potrebbe portare alla grazia presidenziale, per quelle riforme di cui Renzi ha bisogno, per sbandierarle in Europa. Per arrivare alla loro approvazione, anche a costo di spaccare nuovamente il centro sinistra, che condizioni sono state poste da B. nel patto del Nazareno? C'è dentro anche la grazia? La riforma della giustizia fatta assieme (ad uno che froda il fisco)?



Dunque riforme prima di tutto. Anche prima del paese. Ma in Europa preferirebbero che portassimo avanti il reddito minimo garantito, e non il Senato dei non eletti, con tutti i rischi di accentramento di potere nelle mani di un esecutivo senza controlli.

Ora Renzi ha un altro problema, dall'Europa: niente flessibilità sui conti, col rischio di una manovra da 24 miliardi in autunno (negata dal ministro).



Crisi economica e crisi politica. Fino alla crisi industriale: dopo Fiat, Bulgari, riso Scotti e le altre centinaia di marchi finiti in mano straniera, anche Indesit non è più italiana.

Il titolo in borda è schizzato. Nonostante i rischi occupazionali. Come dire che finanza e industria reale ormai sono cose separate.

Ma potremmo parlare anche dell'Ilva di Taranto dove sono state salvate ancora una volta le banche creditrici, e non la salute o il rilancio della produzione. Qualcuno sta svendendo l'acciaio italiano all'estero?

La questione Alitalia: dopo il salvataggio dell'Alitalia pubblica, pagato dagli italiani per fare un favore a Passera e Berlusconi (e i capitani coraggiosi), il dimezzamento degli esuberi  (che Camusso contesta) rimane comunque un mezzo fallimento, non un mezzo successo.

Ci vorranno mille giorni per cambiare paese.

Ma le frottole si scontreranno con la dura realtà delle cose molto prima.
Come i ristoranti pieni e la social card.
Come l'equità promessa da Monti.
Come le riforme sempre attese da Letta.
Come la svolta buona del sindaco (ex) rottamatore finito a riformare il paese assieme al caimano.

30 giugno 2014

Riforme o morte

Il ritornello ritorna sempre (scusate il gioco di parole): "ce lo chiede l'Europa", anche per le riforme targate Renzi.
Che non sono un optional, ma diventano un obbligo dopo che l'Italia ha strappato la flessibilità europea.
Almeno questo è quello che dice l'informazione embedded.
Perché a guardar bene le cose, la flessibilità non è ancora certa e se i conti non dovessero migliorare, in autunno dovremmo fare una nuova manovra. E oggi dobbiamo cercare 1 miliardo per la cassa integrazione in deroga.
E le riforme sono solo sulla carta: archiviati gli 80 euro (quante cartelle si saranno comprate le famigile italiane? quanti libri? Quante serate in pizzeria?), e il bonus Letta per assumere giovani disoccupati (solo 20000 domande sulle previste 100000), anche le altre riforme sono al palo.

Quella del Senato non arriverà in aula ai primi di luglio.
Quella della giustizia è solo una serie di emendamenti del governo, discussi oggi al cdm, mentre si lascerà al Parlamento decidere su intercettazioni e responsabilità civile.
Forse ci sarà qualcosa per la giustizia civile, il che è meglio di niente.

Ma il punto più irritante, almeno per me, è l'atteggiamento di questi riformisti (o presunti tali). Lo ha spiegato ieri Mucchetti (il ribelle, come titola repubblica): chi solleva critiche reali è dissidente, è quello della palude. Chi da ragione al capo è riformista.
Bisogna essere ottimisti: ma come si fa ad essere fiduciosi quando si affida il futuro di Senato, legge elettorale e giustizia ai soliti nomi?

Possiamo essere sereni sapendo che stiamo mandando in Senato, pure con lo scudo dell'immunità, gli stessi governatori o consiglieri delle spese pazze? Delle cementificazioni? Delle nomine clientelari dentro la Sanità?
Chiedetelo in Liguria, quando sono ottimisti. Nella regione dello scandalo Carige, degli alluvioni che devastano città e paesi quando piove.
Chiedetelo in Veneto, dove per anni nessuno si è accorto che il progetto Mose costava sempre di più e non finiva mai.
Chiedetelo in Puglia, a Taranto, dove l'aria è così buona che i bambini non possono giocare nei parchi.

Insomma riforma o morte. Se poi le riforme sono una farsa come il pos obbligatorio (ma anche no) anche per i professionisti, mica è colpa del legislatore. Se poi i professionisti rincareranno le tariffe mica è colpa loro.
L'importante è dar l'idea di cambiare le cose.

02 aprile 2014

Statismo e populismo (populisti sono sempre gli altri)

L'editoriale di Ezio Mauro ieri, era un endorsement alle riforme renziane, come risposta e argine a tutti i populismi.
Il direttore di Repubblica Mauro avrebbe potuto leggere quello che il collega Giannini aveva scritto a proposito di Berlusconi nel suo libro "Lo statista".

Qui si citavano, tra gli altri, "Il complotto contro l'America" di Philip Roth, in cui l'autore immaginava l'instaurazione di una dittatura o, "meglio una democrazia nella sua parabola discendente”.
“L'assenza di poteri autonomi che bilancino lo strapotere dell'esecutivo, dalle istituzioni all'establishment economico-finanziario, ridotto a vassallaggio e ricattabile attraverso il meccanismo incestuoso delle concessioni governative e il circuito del finanziamento bancario”.
E ancora:
“Lo sgretolamento coatto dei contenuti della politica, lo smantellamento sistematico della verità dei fatti, il disfacimento scientifico del linguaggio che trasforma l'informazione in rumore bianco”.

Nel libro Giannini portava avanti la tesi del populismo mediatico, usando le parole di Pierre Andrè Taguieff dal libro “L'illusion populiste”

 “uno stile politico basato sul ricorso sistematico alla retorica dell'appello al popolo e sull'utilizzo di un sistema di legittimazione di tipo carismatico, il più adatto ad enfatizzare il cambiamento”.
 
Telepopulismo: “una forma di populismo adattata alle esigenze della mediatizzazione televisiva e in grado di declinare contemporaneamente tutte le forme classich del populismo”.
Giannini riporta anche quello che Rusconi scriveva su La Stampa nel 2008
"Populismo e il passato che ritorna"
Quali sono i valori della nuova destra populista, che pretende innanzitutto di essere pragmatica e anti-ideologica?[..]
La vera chiave sta nel termine “populismo” . Ma inteso in senso proprio, e non in senso generico.
“Il populismo democratico ha quattro ingredienti: un popolo elettore che tende ad esprimersi in uno stile plebiscitario con un rapporto di finta immediatezza con il leader; la dominanza di una leadership personale, gratificata di qualità carismatiche; un sistema partitico semplificato con un ricambio di elite politiche che è di supporto immediato al leader; il ruolo decisivo e insostituibile dei media alleati ”
Gian Enrico Rusconi, La Stampa 13 settembre 2008.
Nel libro, il vicedirettore faceva riferimento a Berlusconi. Non a Renzi.
Anche se le definizioni che potete leggere le potete applicare benissimo anche al neo premier.
Ma i populisti sono sempre gli altri.

Non quelli per cui sindacato, confindustria, professoroni, senatori, giornalisti scomodi sono solo un vincolo.

14 novembre 2011

Le riforme a costo zero di Tito Boeri, Pietro Garibaldi (2 parte)

L'elenco delle proposte di Boeri e Garibaldi:

Il governo dell'immigrazione.
La transizione tra scuola e lavoro.
La contrattazione salariale e l'introduzione del salario minimo.
La macchina dello Stato e gli incentivi dei dipendenti pubblici.
La riforma del lavoro autonomo e degli ordini professionali.
Incoraggiare il lavoro di più persone nella stessa famiglia.
La riforma (l'ennesima) del sistema pensionistico.
L'intersezione fra mercato del lavoro e mercati finanziari.
La selezione della classe politica.
La costruzione di una costituency, un partito a favore delle riforme.


La riforma del lavoro autonomo e degli ordini professionali.nelle province dove le omonimie incidono maggiormente sulle iscrizioni agli all'albo dei commercialisti, l'evasione fiscale è più alta. Laddove le omonimie incidono maggiormente sulla selezione dei consulenti del lavoro, ci sono contenziosi lavorativi, spesso riflesso dell'incapacità di risolvere controversie per via extragiudiziale. Insomma, sembrerebbe proprio che la trasmissione ereditaria dei posti nelle professioni corrisponda ad un trasferimento di rendite ai danni degli utenti, famiglie e imprese. Con la benedizione degli ordini ..” [pagina 71]

Gli ordini professionali non devono più mettersi a difesa delle posizioni consolidate dai loro iscritti, chiudere le porte a nuovi ingressi, opporsi alle liberalizzazioni (come la rivolta degli avvocati parlamentari, capitanati da La Russa, questa estate contro la manovra): il loro compito è controllare il rispetto dei codici deontologici e la qualità dei professionisti iscritti (evitare i casi dei finti medici, dei finti dentisti ..).

Alla riforma di Bersani del 2006 questo governo ha risposto con la contro riforma Alfano: ma oggi è importante che queste liberalizzazioni avvengano negli ordini (medici, avvocati, commercialisti, notai) per stimolare la concorrenza e i cittadini.
Dunque, eliminare il vincolo dei compensi minimi, il numero chiuso e le commissioni per i concorsi (per l'iscrizione agli albi) che alla fine sono composte da persone che esercitano la professione e che dunque hanno tutto l'interesse a limitare possibili concorrenti.

"9312 persone ingiustamente escluse. È uno spreco di capitale umano ingente che davvero non possiamo permetterci."
Sono gli effetti perversi dei test come sono oggi concepiti.
Basterebbe permettere di accedere a una graduatoria nazionale e consentire di scegliere la sede. [pagina 76]
Boeri e Garibaldi si occupano poi dei concorsi per medici (una professione che nel futuro potrebbe vedere un vuoto nella domanda di nuovi medici). Perchè obbligare chi fa il concorso ad inizio carriera a iscriversi in una sola università, quando poi ognuna di queste ha un punteggio minimo diverso? Meglio sarebbe avere una graduatoria unica nazionale, e poi ogni studente sceglie dove andare. Perchè tagliare la strada ai meritevoli?
Incoraggiare il lavoro di più persone nella stessa famiglia.
"Il nostro è l'unico paese in cui le donne - sommando le ore di lavoro remunerato e quelle spese tra le mura - lavorano più degli uomini."
Sostituire le detrazioni per coniuge a carico con incentivi al lavoro: è una mini riforma dell'Irpef quella che hanno in mente i due economisti. Per incentivare l'occupazione femminile e permettere a tutti e due i coniugi l'accesso al mondo del lavoro. In questo modo la famiglia diviene un vero e proprio ammortizzatore sociale (se uno dei due coniugi perde il lavoro, almeno l'altro continua a lavorare).

La riforma (l'ennesima) del sistema pensionistico.
"In Svezia le pensioni più ricche crescono in termini reali solo se l'economia cresce più dell'1,5 per cento all'anno... Un intervento che permetterebbe di ottenere risparmi sostanziali."

Oggi non è tempo di fare battaglia in difesa delle pensioni come fa la Lega: già oggi le pensioni di anzianità per i più giovani non sono garantite. Si difendono solo quelle della generazioni che, negli anni passati, anche per motivi di opportunità politica, ha goduto di norme più favorevoli.
Occorre passare al metodo contributivo, e creare delle fasce di età per la pensione tra 61 e 69 anni. Chi vorrà andare in pensione prima, ci andrà con meno contributi e viceversa per chi aspetterà di più (che avrà una pensione più pesante).
In questo modo si potrebbe superare la questione delle pensioni di anzianità (che verrebbero tolte) e l'asimmetria per le pensioni di donne e uomini.
In Italia oggi con la pressione fiscale al 45% abbiamo tasse svedesi e servizi italiani. Col sistema contributivo, almeno potremmo risparmiare soldi per abbassare la pressione fiscale per le aziende che potrebbero tornare ad assumere.

L'intersezione fra mercato del lavoro e mercati finanziari."Nel sistema bancario italiano le banche sono proprietarie delle società di gestione del risparmio dei clienti... La nostra proposta è quella di separare non solo la gestione ma anche la proprietà."

Una delle strade per rilanciare l'occupazione (incentivi a parte, della cui efficacia sarebbe bene discurtere), riguarda la modalità di accesso al credito delle piccole imprese italiane.
Imprese per la maggior parte piccole, troppo piccole per accedere in modo agevolato al credito delle banche che prediligono i giganti, e con problemi di cattivo management, perchè spesso la loro direzione rimane in famiglia (e non sempre in figli si dimostrano buoni amministratori).

Ecco allora le proposte per migliorare l'accesso al credito: abolire il tetto massimo del tasso di prestito del denaro dalla legge contro l'usura, troppo basso che ha alla fine costretto ai piccoli di rivolgersi agli usurai di fiducia.
Vietare alle banche di possedere azioni di imprese non nel settore finanziario (le partecipazioni incrociate) che portano a casi di conflitti di interesse.
Sulle fondazioni bancarie (che hanno avuto il merito di favorire il passaggio delle banche pubbliche al mercato): incentivare gli investimenti di queste sul territorio, per favorire la creazione delle infrastrutture che proprio le imprese necessitano; creare una authority di controllo, nominata dalla politica ma slegata dal ministero del tesoro.
Infine, separare la gestione bancaria dalla gestione del risparmio (le Società di gestione risparmio, Sgr): chi affida i propri risparmi alle banche, deve essere certo che non esistano conflitti di interesse nel come vengano investiti.


La selezione della classe politica.

Abbiamo troppi politici, che non sono stati capaci di contenere il debito negli anni 80 (Sacconi, Amato, De Michelis, Pomicino, Andreotti ..), non hanno saputo rilanciare l'economia negli anni con la congiuntura favorevole e hanno reagito in ritardo e male quando è arrivata la crisi. Gli autori stimano in 20 miliardi questo costo (miliardi bruciati nel tira e molla di questa estate sulla manovra).

La proposta? Diminuire i parlamentari, per selezionarli meglio:
"Abbiamo un parlamentare ogni 60.000 abitanti, contro uno ogni 250.000 altrove. Potremmo permetterci di avere solo 250 parlamentari, che vorrebbe dire una riduzione permanente dei costi di oltre cento milioni all'anno."

Meno parlamentari, il loro stipendio indicizzato col il reddito pro capite del paese e divieto di cumulo di incarichi (le attività parlamentari dei deputati avvocati, per esempio).
Chi fa politica, lo fa per il paese e basta, non per arricchirsi. Anche le loro pensioni dovrebbero essere passare al metodo contributivo (tanti contributi paghi, tanto prendi).
Sciogliere le province e sostituirle con l'assemblea dei sindaci (già pagati).
Modificare la legge elettorale, per re inserire le preferenze: aumentare la concorrenza dei politici modificando i collegi elettorali per togliere i collegi sicuri.

Infine lo spoil system: serve per avere un apparato amministrativo non ostile, ma crea problemi di efficienza negli uffici per l'alta rotazione, diminuisce la fedeltà dei dirigenti (che non possono farsi un'esperienza in un settore, se sanno che al prossimo cambio di governo perdono la poltrona).

Il compromesso è mettere una durata minima ai dirigenti, soggetto allo spoil system, e una massima.

La costruzione di una costituency, un partito a favore delle riforme.
Serve un partito per favorire le riforme: non possiamo lasciare la palla e l'inziativa ai partiti tradizionali, troppo legati alle lobby e agli interessi contrari alle riforme. Troppo legati ad un elettorato ostile, ad esempio, ad una riforma sulle politiche di immigrazione (si pensi ad esempio alla Lega nord).
Un partito che metta assieme vecchi e giovani, in un patto di solidarietà per la crescita del paese.

Dare il voto ai giovani:
"Imitiamo l'Austria, che ha esteso il diritto di voto a sedicenni e diciassettenni."
E dall'altra parte, indicizzare le pensioni più ricche, alla crescita economica del paese.
"Bisognerebbe creare un partito di giovani e anziani 'uniti' per la crescita, estendendo il metodo contributivo a tutti i lavoratori."

Il sito degli autori, Lavoce.info
La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
Il link per ordinare il libro su internetbookshop
Technorati:,

13 novembre 2011

Le riforme a costo zero di Tito Boeri, Pietro Garibaldi (1 parte)

I due economisti de Lavoce.info fanno la loro proposta per rilanciare la crescita del paese: 10 riforme a costo zero per le casse dello stato. Dalla formazione alle pensioni, al mondo del lavoro, le professioni, il sostegno all'occupazione femminile (cose che ci chiede, tra l'altro l'Europa).
Non tutte queste riforme sono a costo zero per alcune fasce di italiani: molte vanno proprio ad intaccare quelle posizioni di rendita che rendono l'Italia un paese poco liberale e aperto alla concorrenza.
Perchè la politica non prova a prenderle in considerazione una per una e a metterle in agenda?
Dire che non ci sono soldi per fare le riforme e che l'importante è tenere la bara dritta e aspettare la fine della crisi finanziaria (quello che ha fatto Tremonti e questo governo ormai al termine) è sbagliato: la crisi non è finita e ha spazzato via migliaia di posti di lavoro, le multinazionali hanno chiuso le fabbriche (la Whirlpool, Sanofi Aventis, la Yamaha, ma anche Fiat ), le famiglie hanno visti intaccati i propri risparmi magari per aiutare i figli in cerca di un posto di lavoro (o con un lavoro saltuario ma insufficiente a dare indipendenza). L'assenza di una programmazione economica della classe dirigente (i politici, ma anche i manager delle imprese, i banchieri, gli amministratori .. spesso indistinguibili gli uni dagli altri) ha portato il paese in questa drammatica situazione, dove le strade diventano teatro di drammatiche proteste di cassaintegrati, di studenti. Di citadini persone.

Non è vero che l'unica strada sono i tagli alle pensioni, al welfare, agli stipendi, i licenziamenti facili e i contratti precari.
Esistono altre strade, vediamo quali:
le 10 proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi (molte con l'aiuto dei lettori del sito Lavoce.info).
  • Il governo dell'immigrazione. 
  • La transizione tra scuola e lavoro.
  • La contrattazione salariale e l'introduzione del salario minimo.
  • La macchina dello Stato e gli incentivi dei dipendenti pubblici.
  • La riforma del lavoro autonomo e degli ordini professionali
  • Incoraggiare il lavoro di più persone nella stessa famiglia
  •  L'intersezione fra mercato del lavoro e mercati finanziari.
  • La selezione della classe politica.
  • La costruzione di una costituency, un partito a favore delle riforme.
Il governo dell'immigrazione.
"È opportuno ripensare radicalmente le nostre politiche dell'immigrazione, che devono essere differenziate per livello di istruzione." pagina 20- 21
Rendere più semplice l'arrivo in Italia di immigrati con un buon profilo di istruzione: facilitare la ricerca del lavoro, il poter girare per l'area Shengen (per esempio per i ricercatori con un dottorato), l'ottenimento di un permesso senza troppe trafile burocratiche.
Gli immigrati con un livello di istruzione più alto sono quelli più disposti degli altri ad integrarsi nel paese, ad accettare la mobilità per la ricerca di un posto di lavoro.
In cambio di un cauzione all'ingresso nel nostro paese (soldi che oggi vengono dati agli scafisti e alle organizzazioni criminali che trafficano in esseri umani), otterrebbero un permesso temporaneo nel paese. Cauzione che verrebbe restituita se dovessero andare via e che verrebbe confiscata nel caso commettessero reati.
Significa andare oltre la Bossi Fini (che non aiuta la ricerca del lavoro per chi arriva da fuori): dovremmo garantire loro meno “bureaucrazy”, l'accesso ai concorsi pubblici. Anziché spendere milioni per pattugliare le coste (a volte inutilmente) dovremmo investire nei controlli sui posti del lavoro, per contrastare sia il lavoro nero, che l'immigrazione clandestina.

La transizione tra scuola e lavoro.
"Una riforma a costo zero per le casse dello Stato è quella di introdurre la formazione tecnica universitaria sul modello delle scuole di specializzazione tedesche." pagina 37-38
Boeri e Garibaldi prevedono la creazione di scuole di apprendistato universitario per i giovani che, finite le scuole, non sono alla ricerca del posto del lavoro né studiano. O perchè scoraggiati, o perchè non riescono a trovarne uno.
Sullo stile delle
fachhochschuletedesche, il triennio di corsi, organizzato dagli atenei italiani in contatto con le imprese della zona, garantirebbe a questi giovani una formazione aggiuntiva, un primo ingresso nel mondo del lavoro (senza obbligo di assunzione per le imprese, ovviamente), perchè verrebbero assunto con contratto di apprendistato (e questo si lega all'altra proposta di Boeri, il Contratto unico di inserimento).
Si riuscirebbe a colmare due lacune: la scarsa formazione nel mondo del lavoro (le imprese italiane investono poco) e le troppe università italiane che non hanno sufficiente massa critica per fare ricerca.


La contrattazione salariale e l'introduzione del salario minimo.

Seguire la strada dell'accordo del 28 giugno 2011
tra tutti i sindacati e Confindustria: favorire il decentramento degli accordi locali tra imprese e sindacati aziendali, anche sul tema dei salari minimi aziendali, che diventerebbero salari federali.
Garantire l'esigibilità dei contratti da parte delle imprese, che devono essere garantite prima dei loro investimenti.
Ma il punto di vista di Boeri è l'opposto di quello del ministro Sacconi: la politica non deve derogare a terze parti sugli aspetti fondamentali (come fa Sacconi su licenziamenti e incentivi e salari), ma bensì tracciare delle linee comuni che devono essere garantite.
Lo stato dovrebbe fare una legge nazionale, dopo che si è fatto questo importante accordo, sulla rappresentanza sindacale, sul salario minimo garantito (per non portare ad una involuzione verso il basso nei contratti locali), sui licenziamenti e sulla previdenza.
Altro che articolo 8, che si presta a troppe interpretazioni: il ministro dovrebbe prendersi le sue responsabilità.

La macchina dello Stato e gli incentivi dei dipendenti pubblici.
Andare oltre la riforma Brunetta (che, dicono gli autori, ha almeno avuto il coraggio di riformarla la pubblica amministrazione): legare gli incentivi alle performance e agli obiettivi degli uffici.
Ma a valutarli devono essere i dirigenti, non enti terzi che (almeno sulla carta) dovrebbero essere esterni alla amministrazione (dunque altra burocrazia).
I dirigenti, come anche gli amministratori e i politici non devono essere deresponsabilizzati nel proprio lavoro, semplici burocrati che eseguono solo ordini.
Così come è stata pensata, la riforma ha un taglio centralista (dal governo del federalismo!), impone a priori il 100% del premio ad un quarto del personale, ad un altro quarto non venga dato nulla e il restante 50% la metà. Invece si devono impostare gli incentivi e i premi in modo piramidale (non i singoli lavoratori), dove i responsabili degli uffici sono gli unici a poter valutare le persone.
Gli obiettivi da raggiungere devono essere noti e trasparenti, e misurabili. Premi che poi devono essere legati alle carriere per impedire promozioni generalizzate.

Il sito degli autori, Lavoce.info
La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
Il link per ordinare il libro su internetbookshop
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