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16 novembre 2020

Anteprima inchieste di Report – la guerra del vaccino

Al centro dei servizi della puntata di Report di questa sera c'è ancora il Covid: si parte con la guerra per arrivare primi al vaccino, il paese che arriverà per primo avrà una forte leva politica nei confronti degli altri.

Non è nemmeno sicuro se questo poi sarà garantito ad un prezzo onesto a tutti i cittadini: l'Europa ha già investito centinaia di milioni (di soldi dei cittadini europei) in contratti di acquisto che sono rimasti segreti.

Uno dei vaccini più promettenti è quello della AstraZeneca, che sta lavorando assieme ad un centro di ricerca italiano la Irbm di Pomezia.

Il presidente della Irbm di Pomezia

Una delle aziende lavorando al vaccino è la Irbm di Pomezia, in team assieme alla Oxford University e AstraZeneca: presidente è Pietro Di Lorenzo, produttore televisivo, esperto di marketing, lobbista e sindacalista. Un bel salto, da produttore di fiction a produttore del vaccino che potrebbe salvare milioni di vite. In mezzo un'attività di lobbing con la sua BDL Lobbyng che ha tra i suoi maggiori clienti la British American Tobacco. Nel 2009 acquisisce la IRBM dalla multinazionale farmaceutica Merck: “io mi occupavo dei rapporti istituzionali di Merck da 15 anni” racconta Di Lorenzo, “e quindi conoscevo ed ero conosciuto dai vertici della Merck”.

Merck ha lasciato in dote a Di Lorenzo anche una serie di composti chimici che, anche se di proprietà di un privato, viene mantenuta dallo Stato attraverso un consorzio misto pubblico privato,il CNCCS, finanziato con circa 6ml di euro l'anno.

Del consorzio, IRBM detiene il 70% delle quote, il CNR il 20% e l'ISS il 10%

La scheda del servizio: MR. VACCINO di Chiara De Luca collaborazione di Edoardo Garibaldi

Report è entrato nell'azienda italiana che sta producendo insieme a Oxford e Astrazeneca il vaccino per il Covid.19. L'Irbm gestisce anche una collezione di composti chimici, lasciata in eredità dalla multinazionale farmaceutica Merck, che viene manutenuta dallo Stato attraverso un consorzio pubblico-privato, il CNCCS. Ma la collaborazione con Oxford come è nata?

La guerra per il vaccino

Nonostante il ministero della Salute nei mesi scorsi abbia raccomandato a tutti di vaccinarsi contro l'influenza, la disponibilità di questo vaccino non è garantita per tutti: ci sono persone che, per vaccinarsi contro l'influenza, han fatto ricorso a centri privati arrivando a spendere anche 60 euro. Ecco quello che succede quando lo Stato lascia mano libera al privato in questioni di interesse pubblico, quando lo Stato ovvero le regioni, fanno in ritardo e male le gare d'acquisto per i vaccini come successo in Lombardia.

Potete immaginare ora cosa succederà col vaccino contro il Covid: è in corso una gara per chi arriverà per primo tra le nazioni, il nazionalismo è arrivato vergognosamente fin qui. Mentre Conte annuncia già la disponibilità delle prime dosi per fine anno, le aziende private annunciano la disponibilità di nuovi vaccini facendo crescere il valore del titolo in borsa su qualcosa che ancora non c'è.

Si tratta di ricerche finanziate anche dagli Stati, come ha fatto lo Stato italiano, ma però l'Unione Europea ha firmato già contratti con società private accollandosi eventuali rischi.

Come spiegherà stasera il giornalista, per il vaccino la UE attingerà ad un fondo da 2,7 miliardi di euro per contratti dove noi paghiamo subito e se il prodotto non arriva il privato si tiene i soldi.

Siccome i contratti sono secretati, non sappiamo né i costi, chi siano i negoziatori, né altre clausole: nemmeno gli europarlamentari possono sapere queste informazioni, da parte della presidente Von del Leyen. La spiegazione è per non mettere in difficoltà i negoziatori, per non fargli arrivare pressioni: uno di questi negoziatori è l'ex presidente dell'associazione delle aziende farmaceutiche a Bruxelles, un bel caso di conflitto di interessi.

C'è il vaccino russo, c'è il vaccino della Pfizer, c'è poi quello dell'università di Oxford in collaborazione con Astra Zeneca (su cui lavora anche il centro di ricerca IRBM della italiana Advent di Pietro De Lorenzo).

Ci sarebbe anche il vaccino italiano (quello annunciato da Zingaretti, presidente della regione Lazio), quello a cui lavorano allo Spallanzani, ma il brevetto è della società Reithera, controllata dalla svizzera Keires AG, per cui, nonostante lo stato italiano ci abbia messo 8 ml di euro, tutti i proventi finirebbero oltralpe.

Possibile che nessuno se ne fosse accorto? “Noi abbiamo finanziato lo Spallanzani che è un istituto scientifico ..chiederemo conto allo Spallanzani” la risposta del presidente Zingaretti.

A ciascuno il suo vaccino, anziché unire le forze per arrivare ad un vaccino europeo, o comunque pubblico, è in corso una guerra che ci tocca da vicino.

Perché non è detto che questo vaccino sarà disponibile per tutti, come ha raccontato ieri sera a Che tempo che fa il conduttore Ranucci, il 90% delle dosi sono già state prenotate dai paesi più ricchi.

La scheda del servizio: LA GUERRA DEL VACCINO di Manuele Bonaccorsi in collaborazione di Marzia Amico e Lorenzo Vendemiale

Per sconfiggere la pandemia bisogna trovare il vaccino anti-Covid. In settimana sono arrivati gli ennesimi annunci, il traguardo sembra vicino. Ma quale partita economica e geopolitica si nasconde dietro la corsa al vaccino? Report racconterà il “nazionalismo del vaccino”, la concorrenza tra potenze mondiali per arrivare alla prima, preziosissima dose. Un business che vale miliardi, affidato tutto ai privati, che saranno proprietari del brevetto e intanto volano in borsa. Mentre il pubblico finanzia la ricerca e se ne prende i rischi, firmando contratti segreti e pagando in anticipo un prodotto che ancora non esiste. Con interviste esclusive e documenti riservati, Report svelerà come “big pharma” ha provato a trasferire sugli stati gli oneri per i risarcimenti in caso di difetti e reazioni avverse. In questo scontro tra giganti, si muove anche l’italiana Advent, la società di Piero Di Lorenzo che sta collaborando al vaccino di Oxford-Astrazeneca, che potrebbe essere uno dei primi a ricevere l’approvazione. Ma l’Italia ha voluto anche imbarcarsi nell'impresa di realizzare un “vaccino tricolore”: ad agosto è iniziata all'Istituto Spallanzani di Roma la sperimentazione del candidato prodotto dalla società ReiThera. Report ha seguito le sue orme, partendo dall’intuizione di alcuni scienziati nel lontano 2004 e arrivando fino in Svizzera. Per scoprire, alla fine, che il vaccino italiano finanziato dal governo forse non è poi così italiano.

Le app per il contact tracing

Non c'è solo Immuni, come app di contact tracing (di cui Report se ne era occupata la scorsa settimana): questa estate sono spuntate altre app create dalle regioni: in Sicilia è stata creata “Sicilia si cura” ed è stata rilasciata il 2 giugno e l'operazione porta la firma di Guido Bertolaso, l'ex capo della Protezione Civile chiamato dal presidente Musimeci a gestire la pandemia nell'isola per la fase 2.

“Una cosa è organizzazione ospedali per la rianimazione per il trattamento di casi gravissimi, un'altra cosa è organizzare un sistema informativo e preventivo per assicurare il maggior numero possibile di turisti in visita a quest'isola straordinaria” - sono le parole di Bertolaso durante la conferenza stampa del 3 giugno.

Per usare la app bisognava comunicare tutti i luoghi di permanenza sull'isola e anche aggiornamenti periodici sullo stato di salute.

Ma c'è un problema: come racconta il consigliere regionale De Luca del M5S, dell'app non se ne sa più nulla, “Si sa che ha ricevuto un sacco di critiche sull'app store, che non si riesce ad accedere, salta la password, ma soprattutto non si conosce quante persone l'hanno scaricata perché questo dato è sconosciuto.”

Questa è un app molto più invasiva di Immuni, “Sicilia si cura” può seguire gli utenti tramite gps: come spiega Nicola Bernardi presidente di Federprivacy, “un app di contact tracing non può avvalersi della localizzazione del gps degli utenti ma deve usare la minor quantità di dati personali possibile, deve usare i dati di prossimità, attraverso uno strumento ideale come è il Bluetooth e non il gps”.

Ma in caso di trattamento illecito, chi controlla e chi paga l'abuso? “L'autorità potrebbe anche decidere di stoppare oppure potrebbe anche sanzionare.”

L'app siciliana è stata programmata dalla Ies Solutions, una società romana con sede operativa nella silicon valley siciliana in provincia di Catania, si è aggiudicata 80mila euro di convenzione Consip.

Ma in regione pare che non sappiano queste informazioni, almeno a sentire l'assessore alla salute Razza: “non conosco la società, posso solo dire che ci siamo rivolti ad una convenzione Consip.”

Che rispondono in regione del tracciamento del turista? “Il gps si attiva nel momento della richiesta di aiuto” risponde l'assessore alla salute, “per conoscere la posizione, siamo nell'ambito di una epidemia.”

Di chi è questa Ies Solutions: il 40% è di Massimo Cristaldi, cugino di Michele Cristaldi assessore al comune di Catania e figlio di Salvatore Cristaldi ex assessore in provincia ai tempi in cui a capo della provincia di Catania c'era Musumeci.

Allo stesso modo nell'altra isola meta del turismo, la Sardegna, si è fatta una sua app “Sardegna si cura”.

Un turista ha raccontato la sua esperienza a Report: si tratta di una applicazione di contact tracing che fa uso dei dati della posizione, tramite GPS.

Sardegna sicura doveva servire a monitorare gli ingressi e le permanenze su tutto il territorio regionale: per per entrare sull'isola serviva sia la registrazione al sito che scaricare questa applicazione.

Tuttavia coi contagi al rialzio, nessuno in aeroporto ha controllato la giornalista: “si tratta di un doppione dell'app immuni”, racconta il consigliere Li Gioi del M5S, “un doppione anche fatto male, perché non c'è mai stato in controllo negli aeroporti ”.

Dopo più di un mese e mezzo di attesa, l'assessore agli Affari Regionali Satta non ha voluto incontrare Report, che avrebbe voluto porre qualche domanda sulla app regionale.

Solo una breve telefonata in cui l'assessore spiega che la loro era una app concepita in anticipo rispetto ad Immuni. E il tracciamento della posizione (ritenuto illegittimo dal garante della privacy)?

“Non la definirei illegittima ” la risposta dell'assessore.

La scheda del servizio: TUTTI PAZZI PER L’APP di Lucina Paternesi in collaborazione di Alessia Marzi

Non solo Immuni: durante i mesi più bui della pandemia in Italia sono spuntate come funghi applicazioni di telemedicina per gestire i pazienti a distanza ma anche brutte copie dell'app di Stato: quelle di Lazio, Lombardia, Bergamo città, ora anche del Veneto di Zaia e soprattutto di Sicilia e Sardegna. App invasive, che spesso utilizzano il gps e che, in base alle ordinanze regionali, sembrano obbligatorie per poter andare in vacanza nelle due isole. Ma sono legittime? Se per Immuni il Garante per la privacy ha stabilito la volontarietà e l'uso del Bluetooth, le app regionali possono essere obbligatorie e tracciare i turisti col Gps? Tra affidamenti senza bandi e bug tecnologici, erano proprio necessarie altre app fatte a spese dei contribuenti?

Lo spauracchio cinese (nella guerra per le tecnologie)

Perché Trump ha scatenato una guerra contro l'app cinese Tik Tok?

A differenza di altre app che ti suggeriscono i contenuti nuovi in base a quelli che hai già visto, questa app cerca di suggerirti cose nuove che, in base ad un algoritmo, potrebbero interessarti.

Il giornalista Giuliano Marrucci ha voluto proprio sperimentarle di persona queste cose nuove, coinvolgendo in una serie di video tutti componenti della famiglia, compresa la nonna.

240mila visualizzazione per un video in cui la simpatica nonna faceva la parodia dei video in cui gli youtubers si vantano del costo dei capi che indossano.

E così il giornalista ha iniziato a venire risucchiato da questa app, controllando i like, cercando altri video per prendere spunto, perdendo ore davanti lo smartphone.

Tutta l'architettura di questo social è pensata per il fine di monetizzare – spiega Andrea Sales psicoterapeuta: l'obiettivo della piattaforma è farci stare più tempo possibile dentro e per fare questo oggi gli sviluppatori oggi studiano il funzionamento del cervello.

Tik Tok ti da delle indicazioni semplici su quello che puoi fare e tu, standone dentro, hai subito delle gratificazioni, riesci a produrre dei contenuti adatti e dunque il ritorno è immediato. Una sorta di droga, secondo lo psicoterapeuta.

I like, le condivisioni crescono in maniera molto più esponenziale rispetto al altri social, in tempi molto più rapidi: numeri alti per tempi sempre più bassi di concentrazione, “intrattenere su Tik Tok un utente per più di 15 secondi già è buono” racconta al giornalista il social media manager Alessio Atria. Tik tok è il modo più geniale per far lavorare gratis la gente sulla piattaforma ..

La scheda del servizio: CHI HA PAURA DI TIKTOK? di Giuliano Marrucci in collaborazione di Eleonora Zocca

Con due miliardi di download in poco più di due anni Tiktok si sta affermando come la piattaforma social con la più rapida diffusione di sempre. Per capire come funziona Giuliano Marrucci ha coinvolto la nonna di 93 anni, l’ha vestita da trapper all’ultima moda, ha lanciato un nuovo profilo ad hoc, e in pochi giorni ha raggiunto numeri da capogiro. Fino a quando dagli Usa non è arrivato l’altolà. Ma come ha fatto un social dove i ragazzini condividono video di balletti e di sketch comici a diventare il cuore di uno dei conflitti geopolitici più caldi degli ultimi decenni?

10 novembre 2020

Report – gli errori fatti sul Covid (inchiesta del 9 novembre)

Il nemico del bike sharing di Max Brod

La flotta italiana del bike sharing è costituita da 350mila bici, è più usato al nord che al sud e il suo nemico è il vandalismo, ma ora arriva un nuovo nemico, il cartellone pubblicitario.

Chi occupa uno spazio per il cartellone paga per il servizio e i soldi finiscono per il bike sharing: funziona in tutto il mondo ma non a Roma, nonostante il suo sindaco faccia parte di un partito che si faceva bandiera dell'ecologia.

Ma a Roma ci sono tante persone che attaccano cartelloni in modo abusivo: Report racconterà chi sta dietro.

A Milano invece ci pensano i vandali che gettano le bici anche nel naviglio, dove sono ripescate da volontari: le bici recuperate sono riportate ai proprietari che cercano di ripararle.

Ma riparlarle ha un costo: bisognerebbe che chi fa vandalismo fosse condannato a lavorare nei centri di riparazione, per scontare la pena.

Roma è indietro per il bike sharing: nella capitale la giunta Marino aveva fatto una legge per cui le ditte concessionarie della pubblicità pagavano il servizio, ma a Roma il mondo dei cartelli pubblicitari ha dentro abusivi e situazioni di monopolio e così questa legge ha subito molte contestazioni, molti ricorsi.

A Roma c'è la giungla anche per i cartelloni, non si fanno bandi di gara e nonostante le società siano già state sanzionate dai vigili perché non rispettano le regole, continuano a lavorare, perché basta creare società fittizie, SRL da 1 euro, che si caricano delle multe.

Nel 2019 sono state fatte 1618 rimozioni, ma i cartelli abusivi vengono subito rimpiazzati.

Senza un ordine, senza una regolamentazione, il bike sharing a Roma non partirà mai: il m5s e il suo assessore hanno perso la faccia anche su questo settore.

Cosa abbiamo sbagliato sul covid – Balla con me di Emanuele Bellano?

L'Italia non aveva un piano pandemico e nemmeno le regioni. Con Report l'ex DG Ranieri Guerra, responsabile per quel piano che non è stato aggiornato dal 2006, non parla.

Il report dell'OMS che denunciava la carenza dei dispositivi di protezione dei medici, dell'assenza di un piano, che metteva in imbarazzo il governo italiano, è sparito.

Il ricercatore di Venezia dell'OMS verrà licenziato per salvare il pesce grosso.

Report ha scoperto altro: in regione Lombardia si sono dimenticati di fare l'ordine d'acquisto dei caschi di respirazione per l'ASST di Bergamo, mettendo i medici di fronte a scelte difficili.

Tutta colpa della miopia di chi gestisce la sanità (che non ha saputo adattare le liste per i dispositivi ai nuovo focolai), del cinismo di molti politici, di governatori che questa estate hanno assecondato le pressioni dei gestori delle discoteche mettendo a rischio sia i turisti che i suoi cittadini.

Come Solinas in Sardegna: ad agosto i contagi in Costa Smeralda iniziano a salire, la Regione avrebbe dovuto chiudere le discoteche a seguito del focolaio scoppiato il 31 luglio dentro una discoteca a Carloforte, con 21 infetti accertati e 130 persone in isolamento, numeri che in Sardegna erano quelli di aprile, in piena emergenza.

Per questo la regione decide di chiudere le discoteche il 9 agosto: il sindaco di Arzachena racconta però come non ci sia stata una direzione univoca da parte dei gestori delle discoteche e quindi qualcuno ha chiuso e qualcuno è rimasto aperto, c'era una forte aspettativa per una proroga da parte della regione.

Un'aspettativa che si basava sul fatto che il presidente Solinas era intenzionato a prorogare.

Il giorno 11 agosto l'apertura delle discoteche è al centro di un infuocato consiglio regionale: Solinas di fronte alla giunta spiega di essere in contatto col CTS, “che sta valutando con estrema attenzione, visto quello che è successo anche a Carloforte dove purtroppo i contagi si sono realizzati all'interno di una struttura .. in maniera tale da non pregiudicare tutti gli investimento fatti in queste zone”.

Ma il parere positivo del CTS regionale non si trova.

Così con una ordinanza ad hoc, il presidente Solinas riapre le discoteche e nelle motivazioni viene citato il parere del comitato tecnico scientifico regionale.

Un parere di cui i consiglieri regionali si sono fidati, almeno a sentire la testimonianza del consigliere Dario Giagoni della Lega.

Massimo Zedda, consigliere di Sardegna Progressisti, si chiede come mai non sia possibile renderlo pubblico, “inizio a dubitare che esista il parere o che, addirittura, sia negativo”.

Nessuno dei consiglieri regionali ha saputo mostrare questo parere, né la Lega né il Partito Sardo d'Azione.

Esiste o no questo parere? Era positivo o no? Un bell'imbarazzo per il presidente Solinas, che ha aperto i locali ad agosto, mentre il governo che non ha saputo imporsi, ha lasciato mano libera alle regioni.

Il ministro Speranza dopo ferragosto ha chiuso le discoteche: ma la domanda che Report si fa è se Solinas abbia ricevuto pressioni per far aprire le discoteche in agosto.

Così molti turisti, chiuse le discoteche, coi primi contagi, si sono riversati sui traghetti per scappare a casa: erano così tanti i contagiati in ritorno dalla Sardegna che nei porti, come Civitavecchia, hanno tirato su dei Drive in per i tamponi.

Questi contagi hanno avuto una forte influenza sull'arrivo della seconda ondata: se avessero chiuso la Sardegna sarebbero falliti molti operatori del settore, racconta un consigliere di Forza Italia. Ma anche tenere aperto non ha portato bene, molte strutture alberghiere hanno pagato le infezioni per la perdita di turisti, perché quest'anno l'estate nell'isola è finita prima.

Paolo Manca, di Federalberghi, racconta come Solinas voleva tenere chiuso tutto, consigliato dal CTS regionale: come mai il libera tutti di agosto?

Fin da giugno si è creato un asse tra i partiti del centrodestra e i gestori delle discoteche: dalla loro parte esponenti politici come Salvini e Rampelli, che tiravano in ballo i clandestini e i porti aperti, contro le sale da ballo chiuso.

Contrario alle chiusure anche l'imprenditore Briatore, quello della prostatite.

Alcuni consiglieri della maggioranza (come Satta del Partito Sardo d'Azione), oggi, raccontano delle pressioni ricevute da gestori di locali per tenerli aperti: Satta cita uno dei soci del Just Cavalli che lo ha contattato, tra il 9 e il 10 di agosto.

Cosa è successo in queste discoteche è noto, poco noto chi siano i loro proprietari. Per esempio una di queste ha dietro una società con sede in un paradiso fiscale che garantisce all'AD un emolumento di 1 milione di euro, peccato che non si sappia chi sia.

Altro locale è il Billionaire, locale dove questa estate non è stato rispettato né distanziamento né mascherine, dove alla fine si sono registrati decine di casi di dipendenti infetti.

La SRL del Billionare ha dietro una catena che parte dal Lussemburgo, arriva in Nuova Zelanda, poi in Belize e poi Mauritius...

Report ha dovuto chiedere al consulente Bellavia per risalire tutta questa catena: la discoteca sarda è riferibile a Briatore e a un romano, Francesco Costa, che ha investito nel locale 47ml di euro, sebbene il Billionaire sia in perdita.

Per venire incontro a questa crisi e a queste perdite che Solinas emana l'ordinanza per aprire le discoteche. Ai politici come Cocciu, FI, sono arrivate telefonate per tenere aperti i locali, perché avevano contratti stratosferici con vip, se fossero rimasti chiusi, avrebbero dovuto pagare penali importanti.

Come per esempio quella per ripagare Sven Vath uno dei dj più famosi in questo momento.

I consiglieri regionali come Cocciu hanno giocato alla roulette, sapevano che i contagi stavano aumentando ma volevano dare ossigeno agli imprenditori.

Peccato che poi il virus sia poi dilagato e i turisti siano scappati, creando un danno a tutti gli imprenditori dell'isola.

Report ha raccontato la vicenda della partita tra Atalanta Valencia del 19 febbraio: migliaia di persone stipate nei bus e poi dentro lo stadio a Milano.

Da una analisi di Report con In.Twig, uno su cinque dei tifosi presenti alla partita ha avuto sintomi riconducibili al Covid (febbre, assenza di gusto), 7800 tifosi.

Il virus in Italia circolava già da settimana e quell'assembramento nello stadio e anche fuori, ha amplificato i contagi, perché molti dei tifosi provenivano dalle zone dove poi il Covid ha fatto più vittime nella provincia di Bergamo.

Pochi giorni dopo scoppiò il caso di Codogno: dopo una decina di giorni, molti tifosi hanno riscontrato sintomi da Covid e sono risultati positivi al tampone.

Una partita ha avuto questi effetti su Bergamo? Secondo l'analisi della società In.Twig la mappa delle zone d'origine dei tifosi è sovrapponibile sulla mappa degli infetti. Certo, facile ragionare col senno di poi.

Ma tutto questo deve insegnarci qualcosa oggi, quando si deve decidere cosa tenere aperto e cosa chiudere.

Ma per le infezioni e per le morti di Bergamo ci sono stati altri fattori: a Bergamo ad esempio mancavano i dispositivi per i medici della prima linea contro il covid.

Aria Spa a febbraio inizia a distribuire mascherine e tute nelle ASST di Como, Lecco e Monza, ma a Bergamo arrivano solo 17mila mascherine: anche nelle settimane successive in questa zona arrivano meno camici e mascherine rispetto ad altre provincie.

Arrivano più camici perfino in Valtellina che, a marzo, aveva solo 8 infetti: così Marino Signori della ASST di Bergamo Est scrive ad Aria spiegando che non ha dispositivi né possibilità di fare tamponi.

Aria Spa distribuisce tamponi nelle provincie secondo un criterio che non sembra tener conto dei contagi: ne mandano 10000 a Lecco e solo 5000 a Bergamo.

Il direttore della ASST lancia l'allarme a Gallera, chiedendo di avere maggiori dispositivi: in quei giorni il DG della sanità era Cajazzo, con che criteri ha distribuito questi dispositivi alle varie provincie?

Che conseguenze ci sono state a seguito di queste scelte, sui malati nella provincia di Bergamo? 30 medici sono morti in provincia, infettati dal virus, sono mancati caschi per aiutare le persone a respirare, CPAP, come hanno raccontato al giornalista parenti delle vittime.

I caschi mancavano perché ARIA Spa si era dimenticata di fare l'ordine per l'ASST di Bergamo est: ad occuparsi degli ordini era il vice di Cajazzo, il dottor Salmoiraghi, dell'unità di crisi.

Né Cajazzo né Salmoiraghi hanno voluto commentare le liste di distribuzione fatte dalla regione alle varie ASST, l'ordine dimenticato per Bergamo est.

A Report hanno inviato solo una mail in cui spiega che le liste erano fatte seguendo criteri oggettivi: è una mail che non smentisce la ricostruzione di Report, che fa indignare chi ha seguito il servizio, che fa indignare chi ha avuto parenti vittime del covid.

Avrebbero potuto salvare delle vite quei caschi? Sappiamo che i medici in quelle settimane erano con le spalle al muro, dovevano decidere chi salvare o meno.

Come hanno affrontato la pandemia in Germania?

Il primo caso è stato di un dipendente della Webasto, azienda che produce componenti per auto alle porte di Monaco.

Il 27 gennaio un suo dipendente contatta il centro per malattie tropicali, ha avuto sintomi non gravi e raffreddore, ma è stato in contatto con una manager cinese risultata positiva al coronavirus.

Come ha spiegato al giornalista il dottor Gunther Froschl, del centro malattie infettive di Monaco, è risultato positivo dopo il tampone (fatto a lui e ai suoi familiari), questo è stato il primo caso in Germania.

Qui ci sono stati 580mila casi di positivi: i tamponi molecolari sulla popolazione sono fatti attraverso gli studi di alcuni medici di base, selezionati.

In questi studi si fanno anche due, tre tamponi alla settimana, dove i pazienti si prenotano online, usando una mail, seguendo un protocollo che non mette in contatto i pazienti che devono essere testati con tutti gli altri pazienti che devono accedere allo studio.

La Baviera è stata la regione più colpita in Germania e il governo ha deciso di garantire tamponi per tutti, quelli che ne fanno richiesta, gratis, è lo stato (la regione di Monaco) a coprire la spesa.

Durante la prima ondata di covid, tra marzo e aprile, i medici di base hanno avuto un ruolo fondamentale” - racconta un medico di famiglia - “l'80% dei positivi sono stati individuati negli studi dei medici di base, così abbiamo evitato che finissero dentro gli ospedali”.

In Italia i medici di base non hanno mai eseguito tamponi e i pronto soccorso e i reparti degli ospedali sono stati inondati da pazienti positivi che hanno contagiato medici, infermieri e altri pazienti ricoverati.

Thomas Benzing è un medico che insegna all'università di Colonia: “il segreto per affrontare il covid è il testing, devi testare in anticipo, quelli che testi oggi tra un paio di giorni potrebbero essere ricoverati ed occupare le terapie intensive, devo monitorare continuamente il territorio.”

Nella prima fase sono stati fatti 500mila tamponi alla settimana, spiega il presidente dell'ordine dei medici al giornalista, per arrivare fino ad 1 ml alla settimana.

In Italia nel primo mese di pandemia abbiamo fatto in tutto 230mila tamponi, tanti quanti la Germania ne faceva in tre giorni: alla fine della prima ondata la Germania conta 9400 morti, l'Italia 36000.

Numeri difficili da spiegare, tanto che sulla stampa si parlava di dati tedeschi falsati: ma in Germania tutti i pazienti che entrano in ospedale sono sottoposti al tampone, quelli che muoiono e che risultano positivi, sono conteggiati come morti di covid.

Anche l'equivalente dell'Istat tedesco ha fatto un'analisi sui morti in Germania e ha confermato questi numeri, dunque la Germania non ha barato.

Qual è stato il segreto di questo basso numero di morti (rispetto all'Italia)?

Christian Karagiannidis (presidente della divisione delle terapie intensive) ha mostrato a Emanuele Bellano la mappa delle terapie intensive in Europa: la Germania è completamente verde, ha il maggior numero di posti per numero di abitanti, all'inizio della pandemia ne avevano a disposizione circa 28mila, ma erano in grado di aumentarne il numero in una settimana fino a 40mila posti.

In Italia quando esplode l'epidemia le terapie intensive sono circa 5000 (e perfino nel nord Italia ci sono zone con pochi posti di TI): al crescere dei contagi, i posti negli ospedali si saturano e le persone vengono lasciate a casa, a morire da soli.

Noi avevamo sempre almeno 10mila posti liberi in TI, voi avete deciso chi curare e chi no e questa secondo me è una delle ragioni per cui in Germania il tasso di mortalità è più basso.”

In Germania avevano un piano per le pandemia, hanno investito l'11 del PIL sulla sanità, hanno investito sulla sanità territoriale, non hanno tagliato su medici e infermieri.

Così non hanno dovuto decidere chi salvare e chi no, chi lasciare sulle barelle per terra o dentro delle cappelle degli ospedali.

Come sono stati usati i dati raccolti dalla pandemia?

Secondo Snowden, quei dati saranno usati e non per il bene comune: si sta costruendo l'architettura per l'oppressione, per condizionare delle competizioni elettorali, per controllare le persone. Surreale?

Avreste creduto, mesi fa, che Facebook poteva condizionare un'elezione? E credereste oggi che tramite Immuni si riesce a mettere in quarantena un'intera città?

Lo racconta il servizio di Lucina Paternesi: con un attacco hacker si riescono mandare finte notifiche di positività a persone inconsapevoli.

Per una vulnerabilità di Immuni nota da mesi, sulla tecnologia bluetooth, raccontano gli esperti di vulnerabilità informatica dell'università di Salerno.

Puoi mandare in quarantena una città o una sua parte, prima delle elezioni, per esempio. IL governo e la ministra Pisano ne erano consapevoli?

Sono attacchi legati al meccanismo delle notifiche su cui i governi hanno deciso di usare la tecnologia di Google e Apple, i monopolisti della rete. Per fare questi attacchi servono competenze e una batteria di server.

Difficile che un hacker organizzato non riesca a disporre di queste risorse

09 novembre 2020

Anteprima di Report - dove abbiamo sbagliato sul Covid

Siamo arrivati alla seconda ondata del Covid, non per caso, non per un capriccio di un Dio a noi ostile.

Ci siamo arrivati perché passato lo spavento della prima ondata non abbiamo più seguito la ragione, non abbiamo voluto mettere in pratica la lezione imparata.

Tracciamento, medicina sul territorio, rinforzare le strutture ospedaliere, rendere veloci i tamponi, potenziare il trasporto pubblico.

Pensare all'autunno che sarebbe arrivato, con l'influenza stagionale a complicare le cose per cui nemmeno abbiamo il vaccino, nemmeno per le persone a rischio (così dicono i medici) qui in Lombardia.

Forse per questo Report dà così fastidio: perché come il grillo parlante di Pinocchio ci dice quello che sappiamo essere la cosa giusta da fare, ma che non vogliamo fare.

Da fastidio quando parla dei 49 ml spariti dalle casse della Lega ma dava fastidio quando parlava dei conti offshore di Berlusconi, delle relazioni tra Renzi, il costruttore Pessina e l'Unità.

Da fastidio quando parla del governatore leghista Fontana e di quello piddino De Luca.

Due le principali inchieste di questa puntata: la app Immuni, scaricata da 8ml di italiani e che tra mancati avvisi e notifiche errate, fa nasce forti sospetti sua sua affidabilità nel tracciare il virus. Alcune regioni si sono fatte la loro app, ma funzionano?

E poi gli errori commessi in Lombardia: 16mila decessi su una popolazione di 10 ml di abitanti, la Lombardia è una delle regioni al mondo dove il virus ha ucciso di più.

Report ha ricostruito la lunga catena di errori ed eventi a livello globale e locale che l'ha portata ad essere la regione maggiormente colpita in Europa.

Il vandalismo sulle bici

Ci sono due sistemi di bike sharing, quello con le rastrelliere e quello di tipo free-floating, dove lasci la bici dove vuoi segnalandone la posizione via app.

E' questo il sistema più colpito dal vandalismo – racconta il servizio: bici che finiscono nel Tevere o, a Milano, sul fondo dei Navigli, dove ne sono state raccolte almeno 600 racconta Simone Lunghi dell'associazione gli Angeli dei Navigli.

Le bici recuperate si cerca di ripararle, il costo incide per circa un 10%,

La scheda del servizio: Bike shaming di Max Brod

Il vandalismo è da sempre nemico del bike sharing e, a differenza di quanto si può pensare, non è un problema solo italiano, ma globale. Nel nostro paese, nonostante questo ostacolo, in molte città il servizio funziona. A Roma il bike sharing è presente, ma non è mai veramente decollato e la Capitale rimane agli ultimi posti nella classifica per numero di bici in rapporto alla popolazione. Eppure una riforma che prevede il finanziamento delle biciclette condivise è in vigore dal 2014. Prevederebbe sia il finanziamento del bike sharing sia il riordino dei cartelloni pubblicitari. A distanza di sei anni, però, non è ancora diventata effettiva e a mettersi di traverso potrebbero essere state, con i loro ricorsi, proprio le ditte di pubblicitari. Intanto nella giungla della cartellonistica si infilano gli abusivi, che con i loro impianti non autorizzati riescono a fare business senza paura di multe o rimozioni.

Gli errori fatti in Italia

La Lombardia, assieme al Piemonte e alla Calabria dell'imbarazzante commissario Cotticelli (non sapeva che doveva fare il piano, non sapeva quanti posti in terapia intensiva..) è nella zona rossa.

Siamo passati dal riaprire gli stadi, il voler riaprire il Gran Premio di Monza, la Lombardia non si ferma, alla Lombardia in un nuovo lockdown.

I numeri di oggi seguono un trend in crescita che parte da lontano, da questa estate, l'estate in cui abbiamo dimenticato la lezione di questa primavera.

Ve la ricordate questa estate? Quella delle spiagge col distanziamento (ma non ovunque), delle discoteche da aprire per non fermare l'economia?


Emanuele Bellano è partito dalla Sardegna, da quanto successo ad agosto quando si accedeva alle spiagge con tutte le precauzioni per contenere il coronavirus, ma qualcosa inizia ad andare storto e i contagi in Costa Smeralda iniziano a salire.

Marcello Acciaro, dell'unità di crisi regionale: “abbiamo iniziato a vedere tantissime positività, c'era stato un contagio all'interno dei locali.”

Si tratta del focolaio scoppiato il 31 luglio dentro una discoteca a Carloforte, con 21 infetti accertati e 130 persone in isolamento, numeri che in Sardegna erano quelli di aprile, in piena emergenza.

Per questo la regione decide di chiudere le discoteche il 9 agosto: il sindaco di Arzachena racconta però come non ci sia stata una direzione univoca da parte dei gestori delle discoteche e quindi qualcuno ha chiuso e qualcuno è rimasto aperto, c'era una forte aspettativa per una proroga da parte della regione.

Un'aspettativa che si basava sul fatto che il presidente Solinas era intenzionato a prorogare.

Il giorno 11 agosto l'apertura delle discoteche è al centro di un infuocato consiglio regionale: Solinas di fronte alla giunta spiega di essere in contatto col CTS, “che sta valutando con estrema attenzione, visto quello che è successo anche a Carloforte dove purtroppo i contagi si sono realizzati all'interno di una struttura .. in maniera tale da non pregiudicare tutti gli investimento fatti in queste zone”.


Così con una ordinanza ad hoc, il presidente Solinas riapre le discoteche, nelle motivazioni viene citato il parere del comitato tecnico scientifico regionale.

Un parere di cui i consiglieri regionali si sono fidati, almeno a sentire la testimonianza del consigliere Dario Giagoni della Lega.

Massimo Zedda, consigliere di Sardegna Progressisti, chiede però come mai non sia possibile renderlo pubblico, “inizio a dubitare che esista il parere o che, addirittura, sia negativo”.

Come è stata invece gestita in Germania la pandemia durante la prima ondata? Il primo caso è stato di un dipendente della Webasto, azienda che produce componenti per auto alle porte di Monaco.

Il 27 gennaio un suo dipendente contatta il centro per malattie tropicali, ha avuto sintomi non gravi e raffreddore, ma è stato in contatto con una manager cinese risultata positiva al coronavirus.

Come ha spiegato al giornalista il dottor Gunther Froschl, del centro malattie infettive di Monaco, è risultato positivo dopo il tampone, questo è stato il primo caso in Germania.

Qui ci sono stati 580mila casi di positivi: i tamponi molecolari sulla popolazione sono fatti attraverso gli studi di alcuni medici di base, selezionati.

In questi studi si fanno anche due, tre tamponi alla settimana, dove i pazienti si prenotano online, usando una mail, seguendo un protocollo che non mette in contatto i pazienti che devono essere testati con tutti gli altri pazienti che devono accedere allo studio.

La Baviera è stata la regione più colpita in Germania e il governo ha deciso di garantire tamponi per tutti, quelli che ne fanno richiesta, gratis, è lo stato a coprire la spesa.

Durante la prima ondata di covid, tra marzo e aprile, i medici di base hanno avuto un ruolo fondamentale” - racconta un medico di famiglia - “l'80% dei positivi sono stati individuati negli studi dei medici di base, così abbiamo evitato che finissero dentro gli ospedali”.

In Italia i medici di base non hanno mai eseguito tamponi e i pronto soccorso e i reparti degli ospedali sono stati inondati da pazienti positivi che hanno contagiato medici, infermieri e altri pazienti ricoverati.

Thomas Benzing è un medico che insegna all'università di Colonia: “il segreto per affrontare il covid è il testing, devi testare in anticipo, quelli che testi oggi tra un paio di giorni potrebbero essere ricoverati ed occupare le terapie intensive, devo monitorare continuamente il territorio.”

Nella prima fase sono stati fatti 500mila tamponi alla settimana, spiega il presidente dell'ordine dei medici al giornalista, per arrivare fino ad 1 ml alla settimana.

In Italia nel primo mese di pandemia abbiamo fatto in tutto 230mila tamponi, tanti quanti la Germania ne faceva in tre giorni: alla fine della prima ondata la Germania conta 9400 morti, l'Italia 36000.

Numeri difficili da spiegare, tanto che sulla stampa si parlava di dati tedeschi falsati: in Germania tutti i pazienti che entrano in ospedale sono sottoposti al tampone, quelli che muoiono e che risultano positivi, sono conteggiati come morti di covid.



Christian Karagiannidis (presidente della divisione delle terapie intensive) ha mostrato a Emanuele Bellano la mappa delle terapie intensive in Europa: la Germania è completamente verde, ha il maggior numero di posti per numero di abitanti, all'inizio della pandemia ne avevano a disposizione circa 28mila, ma erano in grado di aumentarne il numero in una settimana fino a 40mila posti.

In Italia quando esplode l'epidemia le terapie intensive sono circa 5000 (e perfino nel nord Italia ci sono zone con pochi posti di TI).

Noi avevamo sempre almeno 10mila posti liberi in TI, voi avete deciso chi curare e chi no e questa secondo me è una delle ragioni per cui in Germania il tasso di mortalità è più basso.”

Per aiutare gli ospedali, in Germania sono stati adottati dei provvedimenti innovativi sul triage, strumenti che valutano il rischio reale di morire o di finire in TI, sulla base di un indice di fragilità.

Un indice che è stato spiegato dalla dottoressa Maria Cristina Polidori, dell'università di Colonia, “questo indice controlla lo stato cognitivo, da dove viene il paziente, il grado di funzioni che aveva prima di essere colpito dal covid.”

Questa ricostruzione viene fatta sentendo il paziente e i familiari, con domande, test cognitivi, funzionali, test di performance (per capire quanto sono forti i muscoli delle braccia e delle gambe).

Questo percorso porta alla definizione di un indice da 0 a 1, sul rischio di essere ospedalizzato, ricoverato in terapia intensiva o addirittura di morire.

Cosa è successo allora in questa seconda ondata, dove la Germania ha quasi ventimila casi, mentre l'Italia è arrivata a quota 37mila casi al giorno?

Ma questo succedeva in Germania: in Italia la pandemia si è sviluppata anche grazie ad eventi come la partita di calcio Atalanta Valencia il 19/02. Da una analisi di Report con In_Twig, uno su cinque dei tifosi ha avuto sintomi riconducibili al Covid (febbre, assenza di gusto), il virus in Italia circolava già da settimana e quell'assembramento nello stadio e anche fuori, ha amplificato i contagi.

Perché molti dei tifosi provenivano dalle zone dove poi il Covid ha fatto più vittime. Pochi giorni dopo scoppiò il caso di Codogno.

Sempre a proposito della prima ondata a Bergamo: Report è venuta in possesso di mail inviate da dirigenti delle ASST di Bergamo alla centrale acquisti della regione Lombardia ARIA: chiedevano dispositivi e tamponi per i propri medici mentre l'unità di crisi mandava il materiale in zone della Lombardia dove non c'era l'emergenza.

“Lo facevano per consuetudine, perché la burocrazia è come il mulo, quando gli imponi di cambiare strada ha un po' di difficoltà.”

In una di queste mail c'è un ordine di caschi per l'ossigeno, del 14 marzo, da un dirigente dell'ASST di Bergamo est, dove questi caschi mancavano: dopo due giorni i caschi non arrivano e il dirigente scrive alla ditta che li produce a Modena e questa gli risponde dicendo che l'ordine per Bergamo non era mai arrivato.

“Alla fine della giostra” spiegava ieri sera Ranucci a Che tempo che fa davanti ad uno sbigottito e imbarazzato Gori, “emerge che si erano dimenticati di fare l'ordine”.

La scheda del servizio: Cosa abbiamo sbagliato? di Emanuele Bellano in collaborazione di Greta Orsi e Eleonora Zocca

Con oltre 17.000 decessi su una popolazione di 10 milioni di abitanti la Lombardia è una delle aree del mondo in cui il nuovo coronavirus ha ucciso di più. Anche a causa di questo triste primato l'Italia rimane ancora oggi uno dei paesi d'Europa con più morti in relazione al numero di abitanti. Abbiamo ricostruito con dati e documenti inediti la catena di eventi ed errori che hanno contribuito a generare questa situazione. Oggi nel pieno della seconda ondata di Covid19, possiamo chiederci se abbiamo imparato da quanto accaduto a febbraio e marzo scorsi. La Sardegna ad agosto è stata al centro di un ampio dibattito politico dopo che il presidente Solinas aveva chiuso e poi riaperto le discoteche in seguito a un’impennata di contagi provenienti dai locali notturni. Report ha ricostruito le pressioni e i condizionamenti che hanno agito sottotraccia e che hanno indotto la politica a correre seri rischi nella gestione dei contagi. E infine, come si sono comportati i paesi d'Europa in cui i contagi e i decessi si sono mantenuti bassi durante la prima ondata di Coronavirus?

Cosa non ha funzionato di Immuni (e quello che servirebbe ai medici)

Sarebbe tanti i casi di falsi negativi di Immuni, casi in cui l'app non segnala all'utente di essere stato in contatto con una persona risultata positiva: lo racconta intervistato da Lucina Paternesi Federico Cabitza ricercatore dell'Università degli Studi di Milano Bicocca.

E' quanto successo a Brescia, come ha scritto la giornalista Francesca Renica: due amiche che escono a cena fuori, i loro cellulari sui tavoli del ristorante. Il giorno dopo una delle due risulta positiva al Covid, ha l'app Immuni sul cellulare e chiede che le sue chiavi siano caricate sul server. Ma all'altra amica la notifica non arriverà mai.

Da Roma la giornalista viene contatta da un funzionario del ministero per la digitalizzazione che cercava di capire quale fosse il bug: le ha chiesto se i cellulari fossero stati vicini abbastanza, mettendo in dubbio la ricostruzione fatta dalla giornalista.

Ma una delle amiche della storia era proprio lei: il telefono era aggiornato e l'app era funzionante così il ministero avvia le sue verifiche. Con la sua autorizzazione hanno ricostruito tutto l'iter e così hanno scoperto che dal sistema sono partite tre notifiche ma nessuna è arrivata al suo cellulare.

I telefoni non scansionavano gli altri cellulari con cui erano in contatto di conseguenza era come non avere l'app sul telefono.”

Il ministero ha confermato questa teoria e anche l'esistenza del bug, che in seguito è stato risolto con un aggiornamento dell'app, avvenuto però dopo 3 mesi e mezzo dal lancio. Quanti scambi ci siamo persi in questo lasso di tempo?

Secondo il ricercatore della Bicocca, la prima anomalia italiana è che a fronte di tanti positivi, pochi hanno attivato la procedura di sblocco e, una volta che questi la attivano, sono pochi quelli poi contattati.

In Veneto, per esempio, nessuna Asl ha caricato i dati di Immuni. A Roma invece la signora Simonetta ha trascorso intere giornate della sua quarantena al telefono: “ufficialmente sono positiva al covid dal 7 ottobre” - racconta dal balcone alla giornalista - “già il giorno dopo mi contattavano a scaricare Lazio per Covid, che è una app che ha permesso di farmi recapitare sia un apparecchio telefonico che uno strumento che messo al dito, comunica al telefono il flusso di ossigeno e le mie pulsazioni.”



Su immuni, la Asl non le da alcuna indicazione:

“Dopo il primo momento di choc, sono andata sull'app e ho scoperto che alla voce 'segnala che sei positivo' c'è scritto che devi essere guidato dall'operatore che ti ha segnalato la positività e alla mia domanda su come fare, non ne sapevano assolutamente nulla.”

Dopo vari tentativi a vuoto, la signora Simonetta ha deciso di riprovare e caricare i suoi codici sul server, ma all'ASL le rispondono sempre che usano l'altra applicazione, della regione Lazio.

Contattato il call center di Immuni, per segnalare la sua positività: “gli operator che possono inserire la positività sono gli operatori sanitari dell'ASL”. Comma 22.

La ASL le dice di chiamare il call center di Salute Lazio, che le dice di chiamare il servizio clienti Immuni che dice di chiamare l'ASL. Un vero e proprio rimpallo senza via d'uscita. E dopo un'ora al telefono la signora ha gettato la spugna.

Il servizio si occupa anche dell'infrastruttura tecnologica costruita da Google e Apple per consentire l'invio delle notifiche di esposizione, ci siamo fidati due due colossi del web.

Ad indagare su questo aspetto ci hanno pensato i ricercatori del Trinity College di Dublino: hanno guardato da vicino tutte le app europee per scoprire dettagli inquietanti.

“Il sistema prevede che ogni cellulare invii un codice univoco e registri i codici degli altri utenti che incontra” - spiega Stephen Farrell del Trinity College - “poi sono stati aggiunti degli aspetti volti a salvaguardare la privacy e un algoritmo che fa scattare la notifica in base alla distanza e al tempo di esposizione. Questo era l'obiettivo. L'invio delle notifiche di esposizione è del tutto casuale, abbiamo condotto dei test su alcuni tipi di telefoni e i risultati sono stati deludenti. La potenza del segnale bluetooth dipende da vari fattori, la rotazione del telefono, l'angolazione, se lo tieni in tasca o nella borsa. Lo abbiamo testato dentro un tram ed è come lanciare una monetina in aria, c'è il 50% di possibilità che la notifica arrivi o non arrivi. Non è colpa di nessuno, semplicemente è la fisica.”

Esiste una terza via al contact tracing, alternativa ai monopoli Google e Apple e ad Immuni, centralizzata e ancora più rispettosa della privacy.

Dal governo federale non è mai arrivato l'ok alla sperimentazione e così i governi nazionali hanno ceduto il ruolo di controllore ai due colossi.

Michele Mezza è un giornalista e analista di sistemi digitali: “nella più grande depressione economica nel mondo quel cluster di aziende, quella tipologia di gruppi e imprese hanno accumulato delle ricchezze inverosimili, gli stati hanno abdicato, i sistemi sanitari si sono rinchiusi in una marginalità assoluta e i centri di monopolio del controllo dei nostri dati e delle nostre informazioni sulle funzioni vitali e ne hanno approfittato.”

E' il contagio dell'algoritmo, secondo il giornalista, che è anche il titolo del suo libro: combinando le tracce che ogni giorno lasciamo sul web, le chiavi di ricerca, le informazioni raccolto dall'uso dei loro dispositivi, oggi Google e Facebook riescono a predire un focolaio pandemico con la stessa precisione con cui si predice un temporale.

A parlare è sempre il giornalista: “ultimamente sono apparse mappe, siti web dove sono stati catalogati dei servizi georeferenziati, un comune fino a 10mila abitanti, una comunità fino a 30mila, può chiedere ai avere la proiezione dei dati epidemiologici intrecciati coi dati di rete riferiti al proprio territorio pagando per tanti abitanti. Questa è l'offerta che è stata fatta dai colossi della rete: ora la domanda è se questo sia un bene comune o no.”

Sono i nostri dati, noi glieli abbiamo dati, Google e Facebook se li sono presi e ora ce li stanno rivendendo: “noi li paghiamo per farci comprare da loro”.

La scheda del servizio: Il cavallo di Troia di Lucina Paternesi incollaborazione di Alessia Marzi

Alla vigilia di un nuovo lockdown, l’Italia si scopre impreparata ad affrontare la seconda ondata della pandemia da Covid-19. Che fine ha fatto l’app di contact tracing voluta dal Governo e che avrebbe dovuto aiutarci a monitorare la diffusione del virus? A cinque mesi dalla sua adozione è stata scaricata da quasi 10 milioni di italiani, ma ha effettivamente funzionato? Dalle mani degli sviluppatori di Bending Spoons oggi l’app è passata in quelle dei tecnici del ministero dell’Innovazione e della Salute e di Sogei e PagoPA. Tra notifiche mancate, chiavi mai inserite nei server e lunghe attese telefoniche per capire che fare dopo l’arrivo dell’alert, a oggi soltanto poco più di duemila utenti hanno deciso di sbloccare il meccanismo. All’estero, nonostante i download siano stati maggiori, come in Germania, l’app è stata più utile? E perché Google e Apple stanno lavorando in autonomia affinché non servano più le interfacce nazionali e possano gestire da soli il sistema di notifiche di esposizione? Quali sono i veri dati che servirebbero ai nostri medici ed epidemiologi per bloccare sul nascere un focolaio e predire, con maggiore precisione, l’insorgere del virus in una determinata zona?

09 giugno 2020

Le inchieste di Report – gli affari sul covid (mascherine, i test, la App) e un nuovo modello energetico

Ultima puntata della stagione, dove nei vari servizi si è fatto il punto sulla gestione dell'epidemia in Italia e nelle regioni.


L’ANALISI di Antonella Cignarale in collaborazione di Simona Peluso

L'anteprima della puntata è dedicata ai test sierologici: che giro fanno le provette col siero e i nostri dati?

Molti piccoli laboratori sono stato fagocitati dai grandi gruppi dietro cui hanno i fondi di investimento: la protezione dei nostri dati è affidata alla nostra firma, sull'informativa alla privacy.

La giornalista ha cercato di capire come gestisce i dati LifeBrain: i dati sono conservati sui loro server, fanno collaborazione con enti certificati, per interessi scientifici.

Altro test alla Synlab, dove non sanno come saranno usati i dati del test, al massimo sono conservati per pochi mesi. Synlab è un network strutturato per piattaforme regionali, in ciascun centro si possono fare esami complessi, perché tanto i campioni viaggiano nei centri più grandi.

In ogni caso i laboratori devono leggere le informative, non far firmare le carte e basta: il titolare della privacy sarebbe il singolo laboratorio, ma poi i dati sono noti a livello nazionale.

Così, scopriamo che dietro Synlab ci sono fondi e aziende del farmaco che, dei nostri dati, ne hanno molto bisogno. “Il vero valore dell'impresa sono i dati” ammette alla giornalista il garante della privacy.

A loro insaputa di Giorgio Mottola

Nel modello dell'emergenza in Lombardia mancavano reagenti per fare tamponi: fin dall'inizio è stato impossibile circoscrivere il coronavirus. Fontana ha chiesto la disponibilità ai privati, per i tamponi: molti laboratori si sono messi a disposizione, ma mancavano i reagenti.

Ma a Report risulta che alcune strutture private i reagenti li avevano e se li facevano pagare cari, mentre medici e infermieri non potevano fare i test.

Al San Raffaele un cittadino ha speso 180 euro per un tampone ad aprile: Giovanna Muscietti è una signora milanese che ha sporto denuncia su questo sistema, “si è passati da un diritto universale ad un privilegio per chi se lo può permettere”.

Al San Raffaele ammettono che è stata una svista e hanno rimborsato l'utente: la tamponatura dovrebbe essere un servizio pubblico, spiega lo stesso Fontana.

Altro materiale molto richiesto è stato quello dei camici: Armani si è offerto per donarli alla regione, ma Aria, l'azienda di acquisti regionali, si è mossa per reperire camici sul mercato.

Una società ne ha forniti alla regione per 500mila euro, una società del cognato del presidente Fontana, la Dama Spa: nessuna gara pubblica dietro questa fornitura pubblica.

Giorgio Mottola ne ha chiesto conto direttamente all'AD di Paul & Shark: inizialmente si parla di donazione, “chieda pure ad Aria .. sono un'azienda lombarda, devo fare il mio dovere”.

Ma nelle carte si parla di acquisto, non donazione, per un valore di 513mila euro, da Dama Spa alla regione: pagamento tramite bonifico.

Dini, successivamente, spiega che si sia trattato di un equivoco, lui non era in azienda, si tratterebbe di una fornitura “a sua insaputa”, senza gara, per affidamento diretto. Solo un automatismo burocratico, si giustifica Fontana, sulle note di pagamento: ma, in base alle carte che ha mostrato Report, si è parlato di donazione solo dopo che Report ha iniziato ad occuparsi del caso, con le prime domande che ha fatto in giro Report.

Perché questa donazione non ha avuto pubblicità, per questa operazione che sarebbe anche meritoria?

Autonomia Covid di Rosamaria Aquino in collaborazione di Alessia Marzi

Tutto in famiglia anche a Bolzano: gli scaldacollo comprati dalla provincia, che ne ha comprati 300mila, senza gara, da una azienda di un cugino dell'assessore alla sanità.

“E' la politica dei cugini” si giustifica l'assessore: ma gli scaldacollo, che non hanno convinto della loro efficacia nemmeno i medici, sono prodotti in Romania.

Anche le mascherine avevano dei problemi: non aderivano al volto, si dovevano tenere con la mano. Mascherine e camici arrivati dalla Cina, bocciati a Vienna, e poi comprati dalla provincia autonoma di Bolzano.

Nemmeno l'Inail ha certificato questi camici, ma nonostante questo la provincia ne ha ordinato un altro carico. Chi pagherà per queste partite di mascherine e camici non a norma? Il numero due della provincia non ha saputo rispondere, pagherà forse la protezione civile?

Anche a Trento hanno preso decisioni in famiglia: mentre le altre regioni decidevano di chiudere, a Trento invitavano le persone sulle piste di sci, nella prima settimana di marzo.

Nelle settimane successive la provincia di Trento la pandemia esplode, anche grazie alle persone andate sulle piste da sci. La giunta provinciale ha invitato le persone a sciare: l'assessore al turismo, tra i maggiori supporter dei turisti è anche l'albergatore preferito di Salvini, avendo un albergo noto a Pinzolo.

Un piccolo conflitto di interessi? “Questo lo dice lei” la sua risposta.

Trento ha la percentuale più alta di morti nelle RSA: c'è stata una circolare dell'azienda sanitaria che di fatto ha bloccato il ricovero in ospedale delle persone anziane ospitate.

Gli anziani sono stati tenuti nelle RSA, finché in molti non si sono aggravati e sono morti. La politica ha deciso chi curare e chi no? Reparti vuoti negli ospedali pubblici e morti nelle RSA: chi ha deciso questa politica?

Stress Test di Emanuele Bellano in collaborazione di Greta Orsi

Il  servizio di Emanuele Bellano cerca di spiegare come funzionano i test sierologici: alcuni indicatori del test possono indicare se una persona è stata contagiata e ha sviluppato gli anticorpi.

L'insieme dei test, i loro risultati, permette di comprendere l'evoluzione del virus nel territorio: i test massivi, gratuiti su un campione di cittadini, sono partiti a fine maggio. Ma 250mila campioni sono poco significativi.

A BNembro e ad Alzano Lombardo non stanno facendo i test: l'ATS sta facendo test sulla provincia bergamasca, per un totale di 10000 campioni, in totale in Lombardia sono 80mila.

La regione ha comprato i test dalla Diasorin: questa società collabora con un ospedale pubblico da marzo (il San Matteo di Pavia), questo è stato per Diasorin un vantaggio per la preparazione dei test.

Vantaggio illegittimo secondo il TAR e ha trasmesso gli atti alla Corte dei Conti: Diasorin ha incassato 2ml di euro dalla regione, per i test, conseguenza del patto con l'ospedale di Pavia. Il titolo della società è cresciuto in modo significativo proprio ad aprile, dopo la vendita dei test alla regione Lombardia.

La regione avrebbe potuto avere test gratis, dalla Technogenetics: non vendo ricevuto una risposta da Gallera, questa società li ha donati ad altre regioni. 
A Nembro volevano fare una mappatura del contagio: il progetto, presentato al papa Giovanni, è stato bloccato perché in parallelo al test fatto dalla regione Lombardia.

Il 12 maggio la regione Lombardia da il via libera ai privati per i test sierologici: a Canonica d'Adda i test sono fatti in collaborazione coi privati convenzionati (Habilita). Si paga dunque per i test, il tampone verrà rimborsato solo se positivo.

Molti laboratori privati si sono messi a fare i test, dopo la delibera regionale: ma chi viene rilevato positivo al test, deve mettersi in quarantena volontaria, in attesa del tampone. Così ci sono persone che sono rimaste a casa, nel bergamasco, aspettando il tampone.

Il giornalista di Report ha raccolto poi una testimonianza di un imprenditore che confessa che ci sono pressioni per non fare test sierologici, dalla regione stessa. In Umbria fanno i test sierologico rapidi, comprati senza gara dalla Vim Spa (che doveva essere l'unico distributore in Italia): ma la Vim non è l'unica azienda che distribuisce questi test rapidi, come la Carminati.

Eravamo in una situazione di emergenza – spiegano in regione: ma non si fatte verifiche per capire se il test fosse affidabile, se fosse stato testato in modo efficace. Questi test non erano conformi dunque, ma la regione aveva bisogno di test immunologici rapidi, che ha pure pagato caro. L'Umbria ha speso 150mila euro in più per i test della VIM: “errori dal fatto che c'era esigenza di avere dei test a breve”.

Report ha scoperto che l'intermediario da cui la regione ha comprato i test dalla Vim era politicamente vicino alla governatrice Tesei. Erano solo cene elettorali, fanno sapere dalla regione.

App .. però di Lucina Paternesi

Come funziona la App Immuni che oggi è in test in diverse regioni? Cosa avverrà a livello regionale quando arriverà ad un utente l'avviso di possibile contagio?

 L'App non funziona bene sui modelli Huawey, sui modelli vecchi più di tre quattro anno. Chi pagherà in caso di danni? Il sistema bluetooth usato dalla App è affidabile?

La giornalista è andata in Calabria, dalla startup Gipstech: qui spiegano come la distanza tra due cellulari non è misurata in modo preciso, dipende dalla rotazione del telefono, se le due persone sono di spalle, se ci sono ostacoli di mezzo..Il bluetooth non misura una distanza precisa, col risultato che si creino tanti falsi negativi.

Inoltre sui sistemi Android la App richiesta l'abilitazione della geolocalizzazione: come mai? Un favore a Google? E in caso di danni, paga pantalone.

Ti conosco mascherina di Manuele Bonaccorsi in collaborazione di Giusy Arena

Mascherine prodotte in Italia e vendute a cinquanta centesimi: ci sono aziende che le producono in Italia, grazie a dei finanziamenti pubblici.

Il problema è il materiale base, il meltblown, il tessuto traspirante usato per le mascherine che è prodotto, ad oggi, solo da un'azienda vicino Padova (la Ramina) la quale, durante l'emergenza, ha messo in produzione un loro prototipo.

Si parte da un polimero in polipropilene, che sembra sale, e si arriva alla produzione del meltblown: è un tessuto con delle fibre molto fini, in grado di bloccare un batterio della grandezza di un micron (per una capacità filtrante del 99% assicurano).

Essendo produttori di macchinari – spiegano al giornalista di Report – sono riusciti a vendere l'impianto ad altre aziende, in Italia e anche in Francia.

Arcuri invece ha comprato i macchinari per produrre le mascherine, non le materie prime, che saranno prodotte negli stabilimenti della Fiat e di Luxottica, con l'obiettivo di arrivare a 35ml di mascherine al giorno. Ma Arcuri avrà la materia prima sufficiente?

Con la macchina della Ramina producono 100kg di materiale al giorno, necessari per 70ml di mascherine al mese: i responsabili dell'azienda spiegano come, al momento, sia impossibile produrre materiale per arrivare alla quota fissata da Arcuri. E dunque, come faremo?

La filiera italiana non sarà indipendente, dunque, senza il meltblown: nessuno ha pensato a comprare i macchinari dalla Ramina, che sta vendendo i suoi macchinari alla Francia.

Così molte aziende stanno pensando di rinunciare alla commessa. I 35 ml di mascherine sono un obiettivo raggiungibile?

Un nuovo modello energetico di Michele Buono

La terra può fare a mano di noi, ma noi non possiamo fare a meno della terra: dobbiamo proteggerla dall'inquinamento dell'acqua, dell'aria. Dobbiamo creare modelli energetici puliti, usando la nostra inventiva. Come l'invenzione dell'ingegnere Palazzetti: una barriera biologica da mettere tra i tavoli di bar e ristoranti, per farci stare in sicurezza.

E' l'inventore di Totem e Abs, è un vecchio amico della trasmissione e dei giornalisti: Michele Buono ha portato la sua invenzione al Politecnico di Torino che ne stanno testando la funzionalità.

08 giugno 2020

Anteprima Report: le inchieste di lunedì 8 giugno

Sono diversi gli argomenti toccati dai servizi di Report questa sera: un nuovo modello energetico, l'attendibilità dei test sierologici, in che mani finiscono i dati dei nostri laboratori, la produzione di mascherine, come apriranno le scuole a settembre, la App Immuni, le scelte “originali” delle province autonome, cosa sta succedendo al patrimonio di Firenze.

Col servizio di Giorgio Mottola si porta a parlare della questione degli appalti firmati durante l'emergenza: Report ha scoperto che la ditta del fratello della moglie (Andrea Dini) del presidente Fontana si è aggiudicata un appalto per dei camici, senza gara pubblica.

Giorgio Mottola è andato a chiederne conto all'AD di Paul&Shark Andrea Dini: “non è un appalto, è una donazione” ad Aria Spa (l'azienda regionale per gli acquisti).

Dalle carte che ha consultato Report invece sembra che si sia trattato proprio di una offerta, senza gara, per camici, cappellini e calzari, per un valore di 513mila euro: che non si tratti di una donazione - spiega il servizio – lo si capisce dalle carte, dove si parla del pagamento, che avverrà entro 60gg. tramite un bonifico.

Dini ha spiegato al giornalista che si è trattato di un malinteso, poi chiarito con Aria, da cui non ha preso nemmeno un euro (e a fine maggio i soldi delle fatture sono stati stornati e restituiti alla regione).

Il presidente Fontana ha chiesto a Report di non trasmettere il servizio e ha annunciato querela al Fatto Quotidiano per aver raccontato la vicenda.

Un nuovo modello energetico

La inchieste di Michele Buono sono sempre proiettate nel futuro, immagino un mondo e una Italia diverse. Dalle smart city, agli Stati Uniti Europei, alla creazione di nuove filiere industriali dove fianco a fianco lavorano imprese, università e centri di smistamento per le merci.

Questa sera il giornalista ci proporrà un nuovo modello per la produzione dell'energia, che ci sganci dal fossile puntando verso le energie rinnovabili.

Un cambio di mentalità che darebbe vantaggi per l'ambiente, un forte impulso alla ricerca e al settore delle energie “verdi” (eolico, fotovoltaico...).

Se vogliamo salvare la nostra civiltà dobbiamo smettere di immettere veleni nell'aria, nell'acqua, nel terreno. Dobbiamo contenere il riscaldamento del pianeta e dell'acqua di mari e oceani.

Abbiamo le competenze e la tecnologia per limitare le emissioni, per produrre acciaio dagli scarti – per esempio: è quello che fanno alla Feralpi, dove riciclano tutto il materiale e lo rimettono in circolo, in modo che nulla finisca in discarica.

C'è modo che tutti i processi industriali non aumentino la co2 immessa nell'atmosfera – spiega al giornalista Fabrizio Pirri, dell'Istituto italiano di tecnologia. Come? Per esempio acquistando tutta l'energia degli impianti da produttori di energia da fonte rinnovabile.

E l'energia che avanza? Ci sarà sempre qualcuno che ne avrà bisogno: se si mettono le città, le regioni, le nazioni in una rete di energia, ci sarà sempre qualcuno pronto a fornirtene quella che ti serve o a prenderti quella in avanzo, con reti che collegano i paesi dalla Cina agli Stati Uniti.

Questo è il modello futuristico che si sono immaginati al Politecnico di Torino: si sfrutta la differenza di fuso orario per per sfruttare al meglio questa energia rinnovabile.

Per capire come ridurre il consumo di energia, ci sono studi che si basano sul volo dell'Albatros: è l'uccello che in volo ne consuma di meno, racconta Tommaso Morbiato AD di Wind City.

Il risultato è una turbina eolica realizzata in Trentino, adatta ad affrontare il vento della città, debole e mutevole nella direzione, una turbina “a geometria variabile”.

Per vivere, queste tecnologie devono guardare al mondo, dove possono essere applicate: per esempio alla Costa D'Avorio, dove di vento e sole ne hanno in abbondanza: il giornalista ha intervistato alcuni studenti ivoriani, che hanno raccontato i loro progetti, pannelli fotovoltaici su isole galleggianti, per alimentare il fabbisogno elettrico di parte della popolazione.

E perché non la turbina a geometria variabile inventata in Trentino? E se questo sistema andasse a regime, anche con l'aiuto dello Stato e delle aziende partecipate come Enel, darebbe un forte impulso per la ripresa del paese, dopo la fase 2.

La scheda del servizio: Le comunità energetiche di Michele Buono in collaborazione di Simona Peluso

Quale sarebbe l’impatto ambientale ed economico se ci organizzassimo per diventare uno dei punti di riferimento nel mondo di una nuova economia verde? Le parole chiave sono comunità energetica ed economia circolare per riorganizzare la produzione industriale, il trasporto, la generazione e la distribuzione di elettricità, in modo da abbattere l’immissione di anidride carbonica in atmosfera e gli inquinanti che sicuramente ci fanno male.

Un cambio di paradigma in cui lo scarto di una fabbrica diventa materia prima per un’altra e dove ogni cittadino da consumatore passivo di energia si trasforma in produttore di energia pulita, la accumula e la scambia con chi ne ha bisogno. La ricerca italiana è avanzata e pure la tecnologia, e ogni cambio di passo dell’economia, si sa, stimola la crescita di un paese e crea nuova ricchezza. E in questo caso creerebbe anche benessere.

L'inchiesta sui test sierologici

Ci sono circa duecento test sierologici in commercio, quelli che ci consentiranno di tornare sul posto di lavoro: qual è quello più attendibile?

Ci sono aziende che producono questi test che stanno sfruttando la situazione per profitto?

La scheda del servizio: LA GIUNGLA DEI TEST SIEROLOGICI di Emanuele Bellano in collaborazione di Greta Orsi

I test sierologici sono uno strumento essenziale per gestire la fase 2 della pandemia di Covid-19. A livello nazionale sono stati avviati test per 150 mila unità che verranno gestiti dalla multinazionale Abbot. Le singole regioni invece hanno scelto, ognuna attraverso proprie gare d'appalto, le ditte a cui affidarsi. In Lombardia, la regione in cui il virus si è diffuso di più, la Regione ha scelto con affidamento diretto la società DiaSorin. In base a quali criteri è stata scelta? C'è il rischio che le multinazionali farmaceutiche sfruttino la legittima esigenza dei cittadini di sapere se hanno avuto o meno il Covid-19 per fare grandi profitti? Con affidamento diretto e senza gara è stato assegnato anche il contratto di fornitura di test sierologici rapidi in Umbria. E qui si entra in una giungla perché, accanto a test rapidi affidabili e validati, ce ne sono tanti che non danno certezze sul risultato.

Chi sta svendendo la nostra bellezza?

Qualcuno sta approfittando della pandemia e della crisi per mettere le mani sul nostro patrimonio culturale. Il nostro oro, così viene chiamato (a volte ipocritamente) dai nostri rappresentanti.

Col coronavirus a Firenza è arrivata anche la stagione dei saldi: appartamenti che si affacciano sul Ponte Vecchio, che qualche mese fa erano valutati 4,5 milioni, sono stati svenduti ora a 2,5 milioni.

La Torre dei Marzini risale al dodicesimo secolo, è impreziosita dalle terracotte di Giovanni della Robbia: Giuliano Marrucci ha seguito la vendita di un appartamento, nella Torre, di duecento metri quadrati, con tanto di decorazioni ottocentesche: è arrivata una richiesta per il 70% del suo valore e il proprietario sta ora valutando l'offerta.

E' qualcosa che non era mai successo, nemmeno durante la crisi del 2008 2009 – racconta l'agente immobiliare.

“La città è in svendita, se la prende chi offre di più” è il commento di Tomaso Montanari, “e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri”.

Non c'è solo Firenze: il castello di S Maria Novella da un paio di anni è in vendita, si era partiti da un compromesso di 23 ml di euro, anni fa.

Un gruppo israeliano ha fatto un'offerta del 50% in meno della procedente offerta, sotto i dieci milioni: il giornalista ha trovato in rete un'iniziativa su un sito, in cui c'è scritto esplicitamente “ci approfitteremo della crisi”.

La scheda del servizio: SVENDITALIA di Giuliano Marrucci in collaborazione di Giulia Sabella

Insieme a Venezia, Firenze è la città italiana che più ha svenduto la sua anima per assecondare i capricci dei turisti, a partire dai più facoltosi. Ma i tempi in cui Firenze era semplicemente in vendita sono ormai passati. Con Covid-19 è arrivato il momento dei saldi. E così proliferano iniziative come quella degli israeliani di Webuyhotel73.com, che dichiarano apertamente di voler “approfittare della crisi”.

Il futuro delle scuole

Le scuole sono rimaste chiuse da fine febbraio: in una scorsa puntata Giuliano Marrucci aveva raccontato come, con l'insegnamento a distanza non garantisce a tutti lo stesso livello di istruzione.

Dipende dagli insegnanti, dalla dotazione personale dei ragazzi e delle loro famiglie, dalla copertura della rete (tema del servizio di Luca Chianca dellascorsa settimana).

Per settimane ci siamo occupati delle spiagge, della distanza minima degli ombrelloni. Ma forse ci siamo dimenticati della scuola e degli studenti: come si stanno attrezzando le scuole per i prossimi esami, come e quando riapriranno

La scheda del servizio: UN VIRUS DI CLASSE di Giuliano Marrucci in collaborazione di Giulia Sabella

Mentre nel resto d’Europa, tra mille ostacoli, si fa di tutto per rientrare a scuola in carne e ossa, in Italia la partita viene rimandata direttamente a settembre. Un blackout lungo sette mesi nel processo di crescita e formazione dei nostri bambini e ragazzi. Un record mondiale, che rischiamo di pagare per anni.

Che fine fanno i nostri dati?

Che fine fanno i nostri dati dopo i test in laboratorio? I nostri campioni biologici, per essere analizzati, passano di mano in mano, da un laboratorio all'altro.

Viaggiano le provette assieme ai nostri dati: come utenti dovremmo essere informati di quanto succede, visto che firmiamo un pezzo di carta prima di sottoporci al test.

La scheda del servizio: L’ANALISI di Antonella Cignarale in collaborazione di Simona Peluso

Quando ci sottoponiamo ad esami clinici la nostra provetta con molta probabilità non viene subito analizzata, ma spedita in un altro laboratorio insieme a tante altre. È il nuovo modello organizzativo dei laboratori che ha aperto la strada ai grandi network della diagnostica. Il paziente può richiedere esami complessi nel centro prelievi sotto casa che poi invia il campione biologico da analizzare a distanza, ma si rischia di perdere il rapporto diretto con chi mette mano al campione e al referto con tutti i dati. Dati che diventano un bacino di informazioni preziose e possono guidare scelte importanti, come ad esempio, poter contenere una pandemia. E mentre le provette e i dati personali passano da una mano all’altra, quanto il nostro è un consenso informato?

La promessa di Arcuri

Il commissario Arcuri aveva promesso 35 milioni di mascherine prodotte in Italia, in modo da essere indipendenti dai fornitori esteri. Avrà mantenuto la promessa?

Il tessuto traspirante usato per le mascherine è prodotto, ad oggi, solo da un'azienda vicino Padova (la Ramina) che, durante l'emergenza, ha messo in produzione un loro prototipo.

Si parte da un polimero in polipropilene, che sembra sale, e si arriva alla produzione del meltblown: è un tessuto con delle fibre molto fini, in grado di bloccare un batterio della grandezza di un micron (per una capacità filtrante del 99% assicurano).

Essendo produttori di macchinari – spiegano al giornalista di Report – sono riusciti a vendere l'impianto ad altre aziende, in Italia e anche in Francia.

Arcuri invece ha comprato i macchinari per produrre le mascherine, non le materie prime, che saranno prodotte negli stabilimenti della Fiat e di Luxottica, con l'obiettivo di arrivare a 35ml di mascherine al giorno. Ma Arcuri avrà la materia prima sufficiente?

Con la macchina della Ramina producono 100kg di materiale al giorno, necessari per 70ml di mascherine al mese: i responsabili dell'azienda spiegano come, al momento, sia impossibile produrre materiale per arrivare alla quota fissata da Arcuri. E dunque, come faremo?

La scheda del servizio: MASCHERINA TRAGICA di Manuele Bonaccorsi in collaborazione di Giusy Arena

Per affrontare la fase due servono le mascherine. Il commissario straordinario Domenico Arcuri ha annunciato entro la fine di settembre ne produrremo tante da essere totalmente indipendenti dall’estero. A suon di incentivi alla riconversione abbiamo attrezzato tante aziende italiane a produrle, persino a produrre i macchinari per realizzarle. Ma abbiamo pensato alle basi della produzione? Alla materia prima?

Le province autonome e il Covid

Con l'emergenza ogni regione si è mossa in modo autonomo, sulle prescrizioni: il servizio

La scheda del servizio AUTONOMIA COVID di Rosamaria Aquino in collaborazione di Alessia Marzi

Le province autonome hanno gestito Covid-19 prendendo delle decisioni “originali”. Gli amministratori di Trento hanno continuato a invitare turisti per il week end dell'8 marzo, dopo il quale le curve del contagio sono schizzate all'insù. Bolzano invece, già alle prese con l'acquisto di 300 mila scaldacollo dalla ditta del cugino dell'assessore alla Sanità, ordina una partita milionaria di mascherine e tute provenienti dalla Cina giudicate da due pareri non conformi, ma che sono state comunque distribuite a medici e infermieri.

La App per il contact tracing

L'App Immuni per il tracciamento degli infetti è pronta per essere scaricata (e sarà utile se la scaricheranno in tanti): è necessario avere un modello di smartphone sufficientemente recente (da Android 6).

Appena uscita, subito sono nate delle polemiche per l'immagine della donna a casa e dell'uomo al lavoro, stereotipi vecchi da abbandonare.

Ma a parte questo, ci si deve chiedere se e come sarà affidabile per il compito per cui è stata pensata: in particolare, il servizio di Lucina Paternesi si chiederà quanto sia affidabile la tecnologia scelta del bluetooth (qual è la distanza massima per cui si considera un contatto “prossimo”), chi risponderà dei problemi di sicurezza?

La scheda del servizio IMMUNI&DISTANTI di Lucina Paternesi in collaborazione di Giulia Sabella

In ritardo sui tempi, da questa settimana è possibile scaricare Immuni, l'app di tracciamento voluta dal governo e sviluppata dalla software house di Milano Bending Spoons. In attesa di capire in quanti la utilizzeranno e cosa accadrà, a livello regionale, dopo che un utente sarà avvisato di un contatto a rischio, siamo andati a cercare di capire come funziona e quanto è affidabile il tracciamento che farà. E, soprattutto, chi sarà responsabile in caso di falle nella sicurezza?